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Serie TV

Chad Powers: la rivincita di Glen Powell nella nuova serie sportiva targata Disney+

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Se c’è una cosa che riesce davvero bene agli americani, sono le commedie sportive. Che si tratti di film o di serie TV, negli anni gli Stati Uniti ci hanno regalato moltissime storie di rivincita sportiva, capaci non solo di strappare qualche sorriso allo spettatore, ma anche di far nascere quel senso di tifo e partecipazione mentre si assiste al sogno di riscatto del protagonista.

Che si parli di basket, baseball o football, i tre sport simbolo della cultura statunitense, le avventure sportive hanno sempre un fascino particolare, anche quando partono da una trama apparentemente semplice o prevedibile.

Il segreto è nella capacità di far empatizzare il pubblico con lo sfortunato protagonista di turno, che affronta il proprio “cammino dell’eroe” fino a trasformarsi da atleta dimenticato a campione acclamato. Perché, se c’è una cosa in cui gli americani eccellono, è proprio nel saper costruire una motivazione capace di toccare le corde più profonde di chi guarda.

“Non smettere mai di credere in te stesso. Se tu non ci credi, nessuno lo farà.” — Rocky III

«O adesso, come squadra, risorgiamo, oppure saremo annientati. Passo dopo passo, giocata dopo giocata, fino alla fine.» – Ogni maledetta domenica

Nel suo piccolo, Chad Powers, serie Hulu arrivata da poche settimane su Disney+, cerca di raccogliere proprio quell’eredità: riprende i temi e i valori dello sport per raccontare ancora una volta la storia di un ex giocatore di football in cerca di riscatto.

La commedia sportiva, che unisce ironia e introspezione, nasce da un’idea di Eli Manning, l’ex quarterback dei Giants, che anni fa si travestì da giocatore anonimo per testare i provini delle squadre universitarie.

Powell (a sinistra) travestito da Chad Powers, personaggio creato dall’ex quarterback dei Giants Eli Manning (destra)

Ma la serie ha una scintilla in più, quella che la distingue da molti altri prodotti simili: il suo protagonista, Glen Powell.

Chad Powers: Glen Powell il trasformista

L’attore, ormai in costante ascesa e anche produttore della serie, interpreta Russ Holliday, un ex giocatore di football la cui carriera è finita prematuramente a causa di un errore che gli è costato tutto.

Dopo otto anni lontano dai campi, Russ intravede un’occasione per rientrare nel giro del football come walk-on nei South Georgia Catfish allenati da coach Hudson (Steve Zahn).

Ma per farlo non potrà essere se stesso: dovrà cambiare identità grazie a un trucco prostetico rubato al padre, famoso truccatore di Hollywood. Così nasce Chad Powers, un ragazzo sempliciotto, con qualche tratto in comune con Forrest Gump, ma dotato di un talento naturale per il football.

In Chad Powers, Powell è protagonista assoluto e dimostra pienamente il suo talento attoriale, abbandonando i panni del ‘bello tutto d’un pezzo‘, biondo e dagli addominali scolpiti visti in Top Gun: Maverick e Twisters, per interpretare un uomo fragile, che ha perso tutto e che è disposto a fare qualsiasi cosa pur di tornare a essere il campione di un tempo, senza perdere mai la determinazione.

Nel farlo, Powell costruisce un personaggio divertente, goffo, ingenuo (con qualche apparente ‘venerdì in meno’) ma incredibilmente empatico. Il suo Russ/Chad è un mix irresistibile di arroganza, fragilità e umorismo, capace di far ridere e, allo stesso tempo, di mostrare le crepe dietro l’ego.

Entrambe le identità, però, condividono una cosa: l’amore viscerale per il football e il desiderio di tornare a essere protagonista.

Tra citazioni e riferimenti: Chad Powers è il nuovo Ted Lasso?

Ted Lasso e Chad Powers: due serie che si assomigliano?

C’è chi paragona già Chad Powers a Ted Lasso, ma il confronto, almeno per ora, sembra forzato.

Pur condividendo il genere tra dramma e commedia, la serie Hulu/Disney+ è più concentrata sul percorso del suo protagonista e sulla sua ricerca di riscatto. Chad Powers punta su una leggerezza maggiore, su un’ironia più diretta e su un approccio emotivo più intimo, meno tattico e sportivo rispetto alla serie di Apple TV+.

Sono numerosi i riferimenti e le citazioni disseminati nella serie. Lo stesso Chad, per esempio, è visibilmente ispirato al Forrest Gump di Tom Hanks, e in alcuni momenti lo omaggia apertamente.

L’idea del travestimento di Russ nasce quando l’uomo nota un cartellone ai Warner Studios con il compianto Robin Williams nei panni di Mrs. Doubtfire, pellicola cult del genere commedia, dove l’attore si traveste da anziana colf per poter stare vicino ai figli. E proprio come Mrs. Doubtfire, anche Chad Powers si reinventa per riconquistare ciò che ha perduto: il suo posto nello sport.

Trama ‘telefonata’ ma coinvolgente

I primi tre episodi, disponibili su Disney+, scorrono con buon ritmo tra situazioni comiche ben costruite e momenti di sincera riflessione.

Il cast secondario funziona, i dialoghi sono brillanti e la regia valorizza l’azione sportiva con realismo e dinamismo. Sarà interessante vedere l’evoluzione del rapporto tra Ricky Hudson (Perry Mattfeld), figlia del coach e sua aiutante, e Chad, e, soprattutto, scoprire cosa accadrà quando la verità verrà a galla.

Chad Powers rimane una serie fresca, capace di distinguersi nel panorama delle sport-comedy grazie al suo mix equilibrato di umorismo e introspezione.

Perché guardare Chad Powers?

Chad Powers non è la serie perfetta, ma è quella ideale da guardare da soli o in compagnia, tifando per Chad Powers (o Glenn Powell, se preferite) e sperando che riesca a ottenere la sua meritata rivincita.

È uno show sincero per chi cerca leggerezza, ironia e un racconto capace di far ridere e riflettere. E in un panorama televisivo sempre più uniforme, questo è già un buon motivo per premerne ‘play’.

Perché, in fondo, ci sentiamo tutti un po’ Chad Powers: anche noi, ogni giorno, sogniamo quella possibilità, quel ‘trucco perfetto‘ che possa regalarci la nostra personale rivincita.


VOTO POPCORNERD: 7/10

Prime video

Carrie, il lato oscuro dei social nella serie di Mike Flanagan

Recensione della miniserie Carrie, tratta dall’omonimo romanzo di Stephen King e pubblicata da Prime Video nell’ottobre 2026.

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VOTO POPCORNERD Carrie, il lato oscuro dei social nella serie di Mike Flanagan
4.5

Dicono che le migliori storie inizino dalla fine, e quella di Carrie White è una di queste.

Gli otto episodi che compongono la prima (e unica, al momento) stagione della miniserie Carrie sono un eccellente adattamento della storia originale, trasposta ai giorni nostri senza perdere lo stile narrativo di Stephen King e adattandolo, al tempo stesso, a un contesto moderno.

Prima di parlare dell’adattamento targato Prime Video, però, vorrei parlare brevemente del romanzo dal quale questa miniserie è tratta. La novel in questione è Carrie, il romanzo di debutto del leggendario scrittore horror Stephen King, pubblicato nel lontano 1974. Il romanzo racconta la storia di Carietta “Carrie” White, un’introversa ragazza vittima di bullismo e degli abusi domestici di una madre fanatica religiosa, che scopre di possedere incredibili poteri di telecinesi. Il romanzo fu così iconico da essere trasposto quasi subito sul grande schermo: nel 1976, il regista Brian De Palma ne realizzò Carrie – Lo sguardo di Satana.

Sissy Spacek in Carrie - Lo Sguardo di Satana

Sissy Spacek interpreta Carrie in Carrie – Lo Sguardo di Satana

A distanza di cinquant’anni dalla prima pellicola dedicata allo strabiliante romanzo di King, Prime Video fa un regalo di Natale anticipato ai fan del maestro dell’horror con la miniserie Carrie, creata da Mike Flanagan, un nome ormai familiare quando si parla di adattamenti delle opere di Stephen King. Il regista ha infatti già portato sullo schermo Il gioco di Gerald (Gerald’s Game, 2017), Doctor Sleep (2019) e The Life of Chuck (La vita di Chuck, 2024).

Non uno qualsiasi, insomma. E questo non ha fatto altro che alimentare la mia curiosità per la miniserie di casa Amazon.

Il bullismo nell’era dei social media

Il tema cardine su cui si basa Carrie – sia nel libro che nella trasposizione di Flanagan – è il bullismo. Carrie è una ragazza timida, cresciuta sotto l’ingombrante ombra della madre, che ne controlla ogni aspetto della vita: dalla fede in Dio ai libri che la figlia può leggere. Quando Carrie entra in contatto con il mondo al di fuori della soglia di casa e, più nello specifico, con quello della scuola, si trova come un pesce fuor d’acqua. Questo suo essere “diversa” la rende un bersaglio facile per i bulli della scuola, che in questo caso non sono rappresentati dai classici ragazzi “più grandi e grossi”, bensì da un gruppo di ragazze che mette Carrie sotto un’enorme pressione sociale.

Il bullismo si è evoluto con l'avvento dei social media

Il bullismo si è evoluto con l’avvento dei social media

Ed è qui che la reinterpretazione moderna di Flanagan fa la magia. Il regista traduce infatti il tutto in chiave contemporanea attraverso l’introduzione dei social media. Carrie viene presa in giro e costantemente ripresa con gli smartphone dai propri aguzzini, per poi finire su una pagina Instagram anonima a suo nome che, con il tempo, causerà danni irreversibili. Con questo espediente, Flanagan riesce a ruotare attorno a temi estremamente attuali come il cyberbullismo e il furto d’identità digitale, mostrando come questa piaga possa avere un ruolo centrale nella salute mentale degli adolescenti. Quella che una volta era semplice peer pressure tra le aule e i corridoi della scuola, oggi può trasformarsi in qualcosa di decisamente più grande, difficile da controllare e potenzialmente molto più dannoso.

Il bullismo non finisce più quando suona la campanella: segue le sue vittime anche fuori da scuola, entra nelle loro case e, attraverso uno smartphone, può raggiungere centinaia o migliaia di persone in pochi secondi.

Sarebbe un teen drama qualsiasi se non fosse per i poteri di Carrie

Carrie segue la classica struttura dei teen drama, nella quale il protagonista, un personaggio schivo e introverso, deve fare i conti con il mondo che lo circonda e, spesso, questo avviene proprio nel contesto scolastico. Insomma, siamo abituati a storie di questo tipo, anche se sensibilizzare il pubblico su temi come il bullismo e la violenza non è mai scontato né ridondante.

Questa serie, però, pur presentandosi inizialmente come un teen drama, mette subito le cose in chiaro quando diventa evidente che Carrie non è un’adolescente qualsiasi. Nei primi episodi, infatti, la vediamo spesso alle prese con emozioni molto forti che, in qualche modo, risvegliano i suoi poteri telecinetici. Carrie, come viene poi definita, è una vera e propria forza della natura, un uragano, capace di sprigionare poteri psichici tanto incredibili quanto spaventosi. Ed è proprio questo elemento a fare da spartiacque tra il classico teen drama scolastico e la storia che tutti conosciamo.

Carrie impara a controllare i suoi poteri di telecinesi

Carrie impara a controllare i suoi poteri di telecinesi

La componente horror della storia arriva sul finale, nella famosa scena del ballo di fine anno. Carrie ha ormai imparato a controllare i suoi poteri e, quando viene messa di fronte all’ennesima umiliazione pubblica da parte di Chris Hargensen, una delle ragazze che la tormentano, si lascia andare e scatena un’ondata di violenza che, in apparenza, non le appartiene, ma che in fondo covava da tempo. La sua furia è tale da portare alla quasi distruzione della scuola e dell’intera cittadina di Chamberlain, nel Maine. Come ho già accennato, una vera e propria forza della natura, nonostante la sua gracile statura fisica.

Le diverse forme della violenza

Un aspetto che mi è piaciuto particolarmente di questa miniserie è sicuramente il modo in cui viene rappresentata la violenza. Non tanto quella fisica, quanto quella psicologica: quella che ti mette sotto pressione e ti costringe a confrontarti costantemente con il mondo che ti circonda.

È proprio questo tipo di violenza a maturare nel corso dei sette episodi della serie, accumulandosi fino a trasformarsi in violenza fisica quando Carrie raggiunge il limite della sopportazione e si lascia andare, vendicandosi del male che le è stato fatto prima dai bulli della scuola e poi da una società superficiale, che non ha saputo proteggerla.

Quando Carrie capisce che non ha bisogno di essere protetta e che tutto ciò che amava è ormai perduto, è troppo tardi per correre ai ripari. Carrie non ha più una vita nella città di Chamberlain.

“Non era solo Carrie..”

A rendere ancora più intrigante il mistero legato ai poteri telecinetici della giovane Carrie ci pensa una sottotrama tanto interessante quanto cupa.

Flanagan non lo dice mai espressamente, ma sembra esserci un’organizzazione alla ricerca di persone dotate di poteri simili a quelli di Carrie. Non ci viene spiegato il perché esistono, né tantomeno chi si nasconda dietro questa organizzazione. Beh, a essere del tutto onesti, il chi ci viene rivelato nell’episodio finale, ma il tutto rimane avvolto in un alone di mistero.

Sappiamo che queste persone riescono a rintracciare Carrie, anche a causa del suo enorme e spaventoso potere, che viene chiamato shine, ovvero la Luccicanza. Un termine familiare a chiunque abbia letto almeno uno dei romanzi di Stephen King, come The Shining.

Avrei preferito qualche dettaglio in più su questa organizzazione, che ricorda tremendamente la scuola per mutanti di Charles Xavier. Ma questa è soltanto una piccola nota a margine, che non influisce sulla riuscita complessiva della serie.

One girl show di Summer H. Howell

Ma quanto è brava Summer H. Howell in questa serie! L’attrice riesce a dare vita a una Carrie White credibile, fragile e tormentata, trasmettendo tutto il disagio di una ragazza che si ritrova a fare i conti con un mondo che sembra avercela con lei. Dalla timidezza alle esplosioni di rabbia, passando per la paura e la confusione davanti ai suoi stessi poteri, Howell riesce a restituire le diverse sfaccettature del personaggio senza mai perdere di vista la sua vulnerabilità.

Ed è proprio questo il suo punto di forza: Carrie non è soltanto una ragazza con poteri telecinetici devastanti, ma un’adolescente che vorrebbe semplicemente essere accettata. Howell riesce a farci empatizzare con lei anche quando la situazione precipita, rendendo ancora più potente il contrasto tra la fragilità della ragazza e la distruzione di cui si dimostra capace.

Una performance che, episodio dopo episodio, conferma quanto il personaggio di Carrie sia il vero cuore della miniserie.

Sarebbe però ingiusto attribuire tutto il merito alla protagonista. L’intero cast contribuisce all’eccellente riuscita di questo adattamento, dando vita a personaggi che alimentano i conflitti della storia e rendono ancora più efficace il percorso di Carrie. Le interpretazioni funzionano nel loro insieme e aiutano a costruire quel clima di tensione e disagio che accompagna la miniserie fino al suo tragico finale.

Summer H. Howell interpreta Carrie in Carrie di Prime Video

Summer H. Howell interpreta Carrie in Carrie di Prime Video

Storia raccontata al contrario

Proprio come nel libro, la storia viene raccontata “al contrario”, partendo dal finale attraverso le testimonianze dei sopravvissuti alla tragedia avvenuta durante il ballo di fine anno nella palestra della Ewen High School. Mike Flanagan ha fedelmente riportato la struttura narrativa di Stephen King nel suo adattamento e ha fatto di questa scelta uno dei punti di forza della serie.

L’hook iniziale funziona benissimo e scaraventa lo spettatore nel bel mezzo della storia senza troppi giri di parole. Centinaia di morti, una città semidistrutta, persone sospette che si aggiravano nella palestra della scuola e… Carrie White.

Una volta visto il primo episodio, sono stato quasi costretto a continuare a guardare la serie. Per l’ennesima volta, Stephen King – con l’importante contributo di Flanagan – mi ha preso in ostaggio, solo che stavolta mi ha tenuto davanti allo schermo della televisione invece che incollato alle pagine di un libro.

E se siete amanti del genere horror o sci-fi, farà lo stesso effetto su di voi.

Non avete scampo.

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Disney+

Al San Diego Comic-Con Málaga 2026 i primi 22 minuti di VisionQuest

Al San Diego Comic-Con di Màlaga abbiamo visto all’interno del panel Disney i primi 22 minuti di VisionQuest, serie con protagonista Paul Bettany. Ecco le prime impressioni e alcune dichiarazioni di Bettany su quello che sarà lo show MCU

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Il panel Disney che si è tenuto sabato 3 ottobre al San Diego Comic-Con Málaga 2026 ha letteralmente infuocato il pubblico della manifestazione che ha avuto l’opportunità di partecipare all’evento.

È stato l’appuntamento più importante dell’intera kermesse che ha visto consumarsi per la prima volta al di fuori degli Stati Uniti, uno show di tale portata targato Disney. Tutti gli occhi delle oltre 3.000 persone sono stati rivolti verso i tre maxischermi e il palco della Hall M del SDCC Màlaga per assistere a uno spettacolo per cui “non si era preparati” secondo il presentatore del panel Claudio Serrano, attore spagnolo e storico doppiatore di Batman.

Tra le tante cose mostrate durante lo spettacolo, abbiamo avuto la possibilità di poter vedere in anteprima mondiale i primi 22 minuti del primo episodio di VisionQuest, la nuova serie TV dei Marvel Studios, che chiude la trilogia aperta da WandaVision e proseguita con Agatha: All Along.

Uno spettacolo che ha ulteriormente galvanizzato il pubblico che si aspettava invece il solo ingresso di Paul Bettany sul palco, protagonista dello show MCU, ultimo tassello prima dell’attesissimo blockbuster in arrivo a dicembre Avengers: Doomsday.

Anteprima di VisionQuest: cosa ci aspetta?

ATTENZIONE SPOILER!

Premetto che questa non è una recensione, in quanto ritengo forzata un’analisi di uno show dopo appena 22 minuti del primo episodio a fronte di otto da quasi un’ora l’uno di durata. Si tratta di semplici sensazioni e suggestioni in base a quello che la serie pare anticipare nelle prime battute.

La prima cosa che ci tengo a dire è che, differentemente dagli altri show da piattaforma Marvel Studios fruibili anche senza aver visto molto del Marvel Cinematic Universe, VisionQuest segue quanto visto su WandaVision, serie fondamentale per comprendere al meglio questo show, ma che, grazie a un ottimo espediente narrativo, viene riassunta subito all’inizio della puntata insieme a tutte le peripezie che hanno visto protagonista Visione da quando è comparso nel MCU nel secondo film degli Avengers.

Il titolo VisionQuest ha un determinato significato che emerge subito nella visione dei primi minuti della serie creata da Terry Matalas; una Visione in forma umana lavora, di giorno, all’interno dello stesso bar di Edimburgo dove lui e Wanda furono attaccati dall’Ordine Nero all’inizio di Avengers: Infinity War. Finito il turno, di notte si rintana all’interno di sè stesso in un mondo interiore fittizio, da lui creato, con tanto di domestici, maggiordomo e un ‘inquilino del piano di sopra’ fastidioso: Ultron, interpretato ancora una volta dal grande James Spader.

Le prime sensazioni che ho avuto è di stare vedendo il naturale sequel di WandaVision non solo dal punto di vista della trama: rispetto allo show di Agatha che è a tutti gli effetti uno spin-off che vive di vita propria, VisionQuest ha diversi riferimenti estetici e stile di narrazione che richiamano scelte scenografiche e di regia della serie su Wanda a partire da un mondo illusorio all’interno del quale La Visione ‘si nasconde dalla realtà’.

Festa del Cinema di Roma

Paul Bettany in VisionQuest exclusively on Disney+. Photo courtesy of Marvel. © 2026 Marvel. All Rights Reserved.

Affascinante, ben curato e dettagliato il ‘Quest’ della Visione con colori molto accesi volutamente saturi e un’abitazione british che sembra uscita da un scenografia teatrale (a partire dagli esterni sino ad arrivare agli arredi), che si contrappongono a colori più spenti e naturali della realtà.

Per fare un paragone più concreto, lo stacco tra realtà e immaginario della Visione mi ha ricordato un’altra serie TV bizzarra e al contempo geniale: Kevin Can F**k Himself. Questo show contrappone la finta felicità della protagonista Allison McRoberts (Annie Murphy) quando è in compagnia del marito Kevin (Eric Petersen) con dinamiche, atmosfere e formato da sit-com, al drama di quando è da sola che viene rappresentato attraverso colori più opachi che manifestano il suo reale scontento per un matrimonio che la rende infelice.

Sin da subito viene presentato parte del cast, che non comprende solo Visione e Ultron, ma anche altri personaggi che sono parte integrante del mondo del personaggio interpretato da Bettany. Alcuni sono già apparsi nel MCU e siamo sicuri che uno in particolare farà felici alcuni fan di vecchia data.

Interessante, anche il fatto che sia messo subito in risalto il complesso rapporto di amore/odio tra Visione e un Ultron decisamente diverso rispetto a quello visto in Avengers: Age of Ultron. Il villain qui appare più machiavellico, come una subdola coscienza nei panni umani di James Spader, che cerca più di raggirare Visione per perseguire fini decisamente personali, invece che pensare al bene del protagonista come in apparenza sembra. E in questi pochi minuti Spader sfodera tutta la sua loquacità forbita, caratteristica tipica di alcuni personaggi da lui intepretati in altre serie e film.

In definitiva questi 22 minuti di VisionQuest sono volati. Le sensazioni sono più che positive con un Paul Bettany e un James Spader che preannunciano conversazioni e dinamiche davvero brillanti e una cura davvero maniacale per quello che è l’aspetto visivo ed estetico.

Paul Bettany sul palco del SDCC Màlaga: il ritorno nei panni di Visione

MALAGA, SPAIN – OCTOBER 03: Paul Bettany attends the Disney+ “VisionQuest” presentation during the “Disney x Hall M” event at Palacio de Ferias y Congresos on October 03, 2026 in Malaga, Spain. (Photo by Aldara Zarraoa/Getty Images for Disney+)

Dopo la proiezione, Paul Bettany è salito sul palco tra i numerosi applausi del pubblico, per una breve intervista con Ali Plumb, durante la quale ha raccontato com’è stato tornare nei panni di Visione, cosa aspettarsi dalla serie e cosa significa per lui il personaggio dopo tanti anni.

Il primo giorno sul set di VisionQuest

Bettany ha descritto il ritorno sul set con il nuovo costume come un’esperienza “intimidatoria”: cinque mesi per realizzare la serie, un progetto estremamente impegnativo in cui ognuno doveva dare il massimo.

A tal proposito ha raccontato un aneddoto del primo giorno di riprese. Era in roulotte in attesa di essere accompagnato sul set, ma il tempo passava e nessuno veniva a chiamarlo. Essendo anche produttore della serie, è uscito a chiedere spiegazioni, e gli hanno risposto che stavano aspettando il resto del cast. La sua risposta è stata netta:

“Portatemi sul set e poi andate a dire a tutti che sono già lì ad aspettare”.

Un modo, ha lasciato intendere, di guidare dall’esempio.

Cast e costumisti eccezionali

MALAGA, SPAIN – OCTOBER 03: Paul Bettany and Ali Plumb attend the Disney+ “VisionQuest” presentation during the “Disney x Hall M” event at Palacio de Ferias y Congresos on October 03, 2026 in Malaga, Spain. (Photo by Patricia J. Garcinuno/Getty Images for Disney+)

Parlando dei colleghi, l’attore ha elogiato il cast a cominciare da James Spader, ma non ha nascosto l’entusiasmo per Emily Hampshire, “deliziosa” nel ruolo che interpreta (e di cui non vogliamo dirvi ancora nulla) e, a suo dire, “forse la persona più divertente che abbia mai conosciuto“.

Secondo Bettany, il segreto di un gruppo così riuscito sta nel tono della serie: particolarmente difficile da afferrare, ma quando tutti lo capiscono, ha spiegato, “puoi volare”.

Bettany ha elogiato costumisti e scenografi, che si sono investiti moltissimo nel progetto portandoci parecchio di personale. L’attore ha citato come esempio, un completo gessato che comparirà nella serie, con un dettaglio ideato appositamente dal team costumi. Parole di ringraziamento anche per la squadra stunt: combattimenti e acrobazie, ha detto, sono “eccezionali”.

Cosa aspettarsi dal resto della serie

Invitato a sbilanciarsi sul seguito, Bettany ha scherzato promettendo “tanta energia maschile, in senso buono” e “danni intergenerazionali” causati da robot e laser. Dietro il tono leggero, però, c’è il cuore della storia: una vicenda emotiva e al tempo stesso divertente che parla di identità.

Vision, ha ricordato, cerca da sempre di capire chi è e chi dovrebbe essere, e lo stesso vale per i giovani protagonisti, impegnati in una vera e propria quest. Una ricerca, ha sottolineato, molto urgente, che il titolo stesso della serie riassume.

VisionQuest

VisionQuest arriverà il 14 ottobre su Disney+.

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Comicon e Fiere

San Diego Comic-Con Málaga 2026: Richard Dean Anderson, l’indimenticabile MacGyver

Al San Diego Comic Con Malaga 2026 altro grande ospite è stato Richard Dean Anderson, conosciuto da tutti come Angus MacGyver

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Quanti come noi si sono chiesti più di una volta guardando una puntata di MacGyver “ma come diavolo è possibile!?“.

E’ incredibile come un personaggio televisivo come quello interpretato da Richard Dean Anderson, sia entrato nell’immaginario di tutti noi con le sue invenzioni assurde utilizzando principalmente un coltellino svizzero (ebbene sì, caro Gen Z che stai leggendo questo articolo e che non hai mai visto le avventure di Angus MacGyver!).

Erano gli anni ’80 e non si doveva per forza spiegare “il perché e il come” di ogni cosa. Semplicemente si accettava in quanto soluzione al problema senza porsi domande. Si trattava di una televisione diversa in cui il nostro Anderson si è consacrato al grande pubblico nei panni del giovane ex artificiere vero e proprio genio del “problem solving low cost”.

Richard Dean Anderson è stato un altro degli attori di questo San Diego Comic Con Malaga che ha acceso la nostalgia sugli anni ’80 e ’90 insieme ad altri ospiti tra cui Christopher Lambert (di cui abbiamo parlato qua).

Per molti Anderson è il protagonista di MacGyver e il colonnello Jack O’Neill di Stargate SG-1. Il suo arrivo ha un tempismo curioso: la serie che l’ha reso famoso ha compiuto 41 anni proprio in questi giorni.

Nel panel del 3 ottobre, Anderson ha ripercorso una carriera costruita quasi senza progetti, tra aneddoti, battute e qualche momento di commozione.

L’audizione con occhiali da sole che gli consegnò il ruolo di MacGyver

Il suo MacGyver nasce da un dettaglio buffo. All’audizione gli chiesero di leggere con un ragazzino candidato per la serie, ma senza occhiali non riusciva a leggere il copione e quindi Richard chiese di tenerli. I produttori, racconta, si scambiarono un’occhiata d’intesa: quell’attore non si preoccupava di come appariva davanti alla telecamera, ed era l’uomo giusto. E così Anderson divenne l’iconico Angus MacGyver.

Alla domanda se avesse intuito l’importanza del personaggio, Anderson è stato netto: no. Cresciuto in Minnesota, aveva lasciato casa da giovane e viaggiato per Stati Uniti e Canada in treno merci e in autostop, passando “da un lavoro all’altro”. Poi MacGyver è andato avanti anno dopo anno, e quel successo gli ha dato la credibilità per reggere una serie.

Parte del carattere di MacGyver, spiega, viene dallo stesso Anderson. Gli sceneggiatori hanno cucito addosso al personaggio le qualità dell’attore, quelle tipiche del Minnesota: stoicismo, cortesia, apertura. Anderson giocava a hockey, sciava e guidava auto da corsa, quindi era più semplice girare le scene con lui che con una controfigura. Le soluzioni “impossibili” nascevano da una collaborazione: gli autori scrivevano la situazione e consulenti di scuole tecniche e college dell’area di Los Angeles aiutavano a trovare come risolverla con ciò che c’era nella stanza.

Chi riguarda la serie nota che ogni episodio della prima stagione somiglia a un film di James Bond, con una missione che iniziava e terminava nella stessa puntata. Anderson ha spiegato che il motivo era puramente un questione di costi: girare due mini-storie in un episodio, con circa sette giorni a disposizione, era difficile e costoso, e il budget era quello che era. Meglio raccontare una storia sola, con un inizio, uno svolgimento e una fine.

Per quanto riguarda la chiusura di MacGyver, fu la rete, ha ricordato, a scegliere di non rinnovare la serie nonostante gli ascolti buoni. Anderson non ne fu dispiaciuto: era esausto e accusava vari infortuni accumulati sul set.

L’altro volto iconico di Anderson: il generale Jack O’Neill

Per Stargate-SG 1 fu un produttore con cui aveva già lavorato a chiamarlo, mandandogli il film con Kurt Russell. Anderson accettò a una condizione: non voleva interpretare il personaggio in modo rigido come Russell, che definisce fenomenale, e inoltre voleva poterci mettere il suo sarcasmo. Racconta di aver chiesto al generale dell’Aeronautica George Jumper, in visita sul set, se questa versione di O’Neill andasse bene all’Air Force. La risposta fu secca: aveva uomini come lui, “e peggio”. Anderson l’ha raccontato ridendo.

Del cast conserva soprattutto i legami personali. Con Amanda Tapping e Michael Shanks si vede spesso agli eventi come questo, e con Amanda dice di essere “migliori amici”: quando è in viaggio, le scrive che avrebbe dovuto esserci.

Anderson ha spiegato che lasciò la serie perché durante Stargate era nata sua figlia, Wylie Quinn, oggi regista, autrice e produttrice di spettacoli teatrali e cortometraggi. Non voleva perdersi i suoi primi anni. Oggi vive tra i suoi cani, l’oceano e la scrittura, e ha invitato il pubblico a tenere d’occhio quel nome.

Un consiglio e un aneddoto

A chi sogna di recitare ha dato un consiglio: la gavetta migliore sono le soap opera. E sull’hockey ha ricordato le partite di beneficenza che co-ideò con John Bennett Perry, padre di Matthew Perry, a cui una volta invitò a giocare anche Keanu Reeves.

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