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Comicon Bergamo 2026 – Silver: dal Lupo Alberto al “Masterpiece”
Il grande Silver ha avuto modo di parlare di sè, della sua carriera e della sua collaborazione con Tomodachi Press al panel del Comicon Bergamo 2026
Durante il Comicon Bergamo, tra i tanti protagonisti dell’area fumetto vi è stato spazio anche per uno dei più grandi autori italiani di sempre, padre di molte icone della comicità a fumetti italiana tra cui un certo lupo blu: Silver.
Dopo oltre cinquant’anni di carriera l’autore continua a raccontare Lupo Alberto con la stessa naturalezza con cui parla di sé. Perché, come ha confessato durante l’incontro dedicato al cofanetto Masterpiece Volume Due, in collaborazione con Tomodachi Press, il confine tra lui e il lupo azzurro è ormai praticamente scomparso.

In foto: Silver
Il talk, organizzato per celebrare il nuovo volume dedicato alla sua opera, è stato molto più di una semplice intervista. È stato un viaggio attraverso la nascita di uno dei personaggi più iconici del fumetto italiano, passando per aneddoti esilaranti, riflessioni sul mestiere del fumettista e ricordi di figure fondamentali per la sua carriera, tra cui ovviamente Bonvi.
E, soprattutto, è stata l’occasione per ascoltare un autore che, ancora oggi, rifiuta un’etichetta che molti gli attribuiscono e che racchiude perfettamente la filosofia di Silver.
«Non sono un artista, sono un artigiano.»
Una distinzione che potrebbe sembrare solo semantica, ma che invece rappresenta il modo in cui ha sempre interpretato il proprio lavoro.
Per Silver l’arte nasce da un’urgenza interiore, da qualcosa che deve essere espresso senza vincoli. Il fumetto professionale, invece, vive di scadenze, consegne e responsabilità editoriali.
«Se hai una scadenza e qualcuno ti dice che per domani devi consegnare, quello è un lavoro. Bellissimo, ma resta un lavoro.»
Con la sua proverbiale ironia aggiunge poi una battuta che scatena le risate del pubblico.
«Ho imparato che quando qualcuno ti dice “sei un artista”… spesso è perché vuole fregarti. Gli artigiani, invece, si fanno pagare.»
Dietro la battuta c’è però una convinzione molto seria: il fumetto è un mestiere, fatto di disciplina e professionalità. Un concetto che Silver ha imparato osservando quello che considera il suo più grande maestro.
Bonvi, il maestro che ha insegnato a Silver il mestiere

In foto: Bonvi
Gran parte dell’incontro è dedicata al ricordo di Bonvi, autore tra l’altro di Sturmtruppen e Cattivik, e figura decisiva nella formazione del giovane Silver.
L’inizio della loro collaborazione sembra uscito da un film; Silver frequentava l’Istituto d’Arte di Modena quando una professoressa interruppe una lezione chiedendo se qualcuno fosse interessato a fare fumetti. L’unico ad alzare la mano fu il giovane Silver.
Quello stesso pomeriggio si presentò a casa di Bonvi con una cartella piena di disegni e i capelli completamente bagnati dalla pioggia. Il primo impatto non fu dei migliori.
Bonvi guardò i suoi lavori senza particolare entusiasmo e gli affidò un incarico apparentemente semplice: disegnare una gigantesca fontana destinata a un pannello celebrativo dell’Accademia Militare di Modena.
Silver, racconta, che la realizzò con enorme fatica. Quando tornò qualche giorno dopo, Bonvi scoppiò a ridere, bocciando senza appello l’opera realizzata dal giovane.
Ma proprio quel fallimento finì per trasformarsi nel loro primo vero momento di complicità. Da lì nacque un rapporto destinato a durare negli anni, fino a quando Bonvi arrivò a dirgli una frase che Silver ricorda ancora oggi con emozione.
«L’allievo ha superato il maestro.»
Una frase che lui continua a ritenere immeritata, ma che conserva come uno dei complimenti più belli ricevuti nella sua carriera.
Un ragazzo di provincia che voleva solo disegnare

Silver ricorda anche il contesto in cui è cresciuto.
Nato nel 1952, figlio di un autotrasportatore e di una casalinga, racconta un’Italia molto diversa da quella attuale.
Per i suoi genitori il massimo delle aspirazioni era un lavoro stabile da impiegato.
«“Un lavoro con le mani pulite” diceva mio padre»
Fare fumetti non rientrava nemmeno tra le possibilità immaginabili e quando comunicò di voler intraprendere quella strada a entrambi i genitori, la reazione fu quasi di incredulità.
«Pensavano semplicemente che, crescendo, avrei cambiato idea.»
Non lo ostacolarono, soprattutto perché non avevano idea di cosa significasse davvero fare fumetti. Sua madre, racconta sorridendo, non riusciva nemmeno a capire come un personaggio come Topolino potesse essere davvero un topo.
Quella libertà involontaria gli permise però di costruire il proprio percorso da autodidatta, ispirandosi ai grandi maestri che aveva scoperto leggendo: da Charles Schulz a Dario Fo, passando naturalmente per Bonvi.
Come nasce Lupo Alberto

Uno dei momenti più interessanti dell’incontro riguarda la nascita del personaggio che avrebbe cambiato la sua vita.
Dopo alcuni anni trascorsi come collaboratore di Bonvi, arriva l’occasione di proporre una serie tutta sua a una nuova rivista, ma ha appena dieci giorni di tempo.
Silver apre i cassetti del suo studio e recupera decine di appunti, schizzi e idee accumulate negli anni. E da quel materiale nasce La fattoria McKenzie.
L’ispirazione arriva da qualcosa di estremamente quotidiano: ogni mattina prendeva il pullman per raggiungere la scuola attraversando le campagne emiliane e guardando gli animali nelle fattorie iniziava a fantasticare.
“E se potessero parlare tra loro? E se avessero relazioni, litigi, amori, amicizie?”
Da quella semplice domanda prende forma Lupo Alberto. I disegni, ammette oggi, erano ancora acerbi, mentre le battute, invece, funzionavano già.
Quando il direttore del Corriere dei Ragazzi lesse quelle prime strisce gli dice semplicemente:
«Sono belle. Fammene altre.»
Silver racconta che fu un momento indimenticabile. Da quel giorno smise di essere soltanto un collaboratore e diventò finalmente autore completo.
Quanto c’è di Silver dentro Lupo Alberto?

Come accade spesso con i grandi personaggi seriali, arriva inevitabilmente la domanda sul rapporto tra autore e protagonista.
Silver risponde con una sincerità sorprendente.
«All’inizio non avevo alcuna intenzione di creare un personaggio autobiografico. Semplicemente avevo poco più di vent’anni e l’unico materiale narrativo a cui potevo attingere era la mia esperienza personale e così dentro Lupo Alberto finiscono la fidanzata, gli amici, le piccole delusioni quotidiane e le insicurezze di un ragazzo che sta cercando il proprio posto nel mondo. Con il passare degli anni il processo si è quasi invertito. Oggi non so più quanto ci sia di me in lui e quanto di lui in me.»
Lupo Alberto è rimasto eternamente giovane, mentre Silver si è sposato, ha avuto figli e conduce una vita completamente diversa. Eppure i pensieri, l’umorismo e il modo di osservare il mondo continuano a coincidere.
Dal fumetto ai gadget: un sogno diventato realtà

L’immagine inedita realizzata da Silver per Tomodachi
Nel corso della sua carriera Lupo Alberto è evoluto passando da semplice fumetto a personaggio di un merchandising che comprendeva diari, zaini, pupazzi, caramelle, calendari, peluche, ecc.. che ha accompagnato intere generazioni di lettori.
Silver racconta di aver sempre guardato con ammirazione al modello Disney e non vedeva alcuna contraddizione tra il fumetto e la sua diffusione attraverso oggetti di uso quotidiano, anzi; ricorda con divertimento le discussioni con Sergio Bonelli, che considerava il fumetto una forma espressiva “pura”, poco compatibile con il merchandising.
Silver la vedeva diversamente.
«Mi sembrerebbe strano vedere una bambina andare a letto con il peluche di Tex.»
Lupo Alberto, invece, nasceva naturalmente per diventare un pupazzo, un diario o una confezione di caramelle.
Per questo motivo ha accolto con entusiasmo anche il progetto Masterpiece per la Tomodachi Press contribuendo con una nuova illustrazione realizzata appositamente per il cofanetto. Pur scherzando sulle difficoltà tecniche nel disegnare il raccoglitore e le carte nella giusta prospettiva, ammette di essersi divertito molto a partecipare al progetto.
Un artigiano che ha fatto la storia del fumetto italiano con un Lupo blu, una gallina e una fattoria

Lupo Alberto è diventato un’icona pop capace di attraversare generazioni, entrando nell’immaginario collettivo molto oltre le pagine delle strisce, ma ascoltando Silver parlare, si capisce che il successo non è mai stato il vero obiettivo.
L’importante, ieri come oggi, è continuare a raccontare storie con onestà, rispettando il mestiere di artigiano della Nona arte, senza smettere mai di divertirsi.
Comicon e Fiere
San Diego Comic-Con Málaga 2026: Incontri leggendari nell’ultima giornata
Una seconda edizione del San Diego Comic-Con Málaga 2026 che chiude con lo sci-fi e il fantasy, tra Starship Troopers e Il signore degli Anelli ma non solo…

Si chiude oggi la seconda edizione di San Diego Comic-Con® Málaga 2026, che anche nell’ultima giornata ha accolto migliaia di fan fin dalle prime ore del mattino, regalando alcuni dei momenti più autentici e memorabili dello spirito Comic-Con. Nemmeno la pioggia, che ha minacciato la manifestazione per alcune ore, è riuscita a spegnere l’entusiasmo del pubblico accorso a celebrare uno dei più importanti appuntamenti europei dedicati all’intrattenimento e alla cultura pop, ormai stabilmente legato alla città di Málaga, con il sostegno del Programma Feder Andalucía 2021-2027 e della Junta de Andalucía.
Tra gli appuntamenti più attesi della giornata, gli incontri nel Hall M con Elijah Wood e Sean Astin, gli indimenticabili Frodo e Sam de Il Signore degli Anelli, e la reunion del cast di Starship Troopers con Casper Van Dien, Denise Richards, Dina Meyer, Michael Ironside e Jake Busey hanno acceso la nostalgia del pubblico, dimostrando ancora una volta come alcune storie riescano a rimanere parte dell’immaginario collettivo per generazioni.
«Voi siete parte di questa esperienza. La mantenete viva con le vostre firme, le vostre foto e guardando i film», ha dichiarato Sean Astin.

MÁLAGA, UNA NUOVA TAPPA NEL VIAGGIO DI FRODO E SAM
In un incontro ricco di humour, ricordi ed emozioni, Elijah Wood e Sean Astin hanno ripercorso gli anni trascorsi sul set de Il Signore degli Anelli, scherzando anche sulle 54 cadute di Frodo durante la trilogia.
«In realtà non cade, rimbalza», ha ironizzato Astin, conquistando il pubblico anche grazie ai suoi numerosi tentativi di parlare in spagnolo nel corso dell’incontro.
Non è mancato un momento dedicato ai ricordi più personali legati a una saga che ha segnato profondamente la vita dei due attori.
«Siamo cresciuti con la saga. Io avevo 19 anni quando abbiamo iniziato a girare», ha raccontato Elijah Wood.

Anni di convivenza e di lavoro sul set hanno contribuito a creare tra gli interpreti un rapporto che ha saputo resistere al passare del tempo.
Una domanda del pubblico ha portato la conversazione su un terreno ancora più emozionante: per molte persone Il Signore degli Anelli è diventato un luogo sicuro, una storia a cui tornare nei momenti difficili.
«Questo torna anche a noi. È uno scambio bellissimo», ha spiegato Elijah Wood. Sean Astin ha quindi risposto in spagnolo: «È il senso dell’arte», suscitando una lunga ovazione.
E, proprio come hanno insegnato Frodo e Sam, ogni viaggio porta con sé nuovi incontri e nuove amicizie. È successo anche a Gimli, interpretato da John Rhys-Davies, che nelle prime ore della mattina ha visitato l’esposizione dedicata a Il Signore degli Anelli del pittore sivigliano Rubén Belloso.
L’attore ha potuto ammirare le opere esposte, incontrare l’artista e firmare una delle tele raffiguranti Gimli, il personaggio che ha interpretato nella celebre trilogia.
DALLA TERRA DI MEZZO ALLA GALASSIA

Dal fantasy alla fantascienza. Il cast di Starship Troopers – Casper Van Dien, Denise Richards, Dina Meyer, Michael Ironside e Jake Busey – ha conquistato il pubblico del Hall M, confermandosi tra gli ospiti più attesi di questa edizione.
Di fronte a migliaia di fan, gli attori hanno ricordato i provini, la sintonia nata sul set e la sorprendente evoluzione di un film che, a distanza di quasi trent’anni, è diventato un vero e proprio titolo di culto.
«Non avremmo mai pensato che quasi 30 anni dopo avremmo continuato a parlare di questo film e a condividere un momento come questo con voi», ha raccontato Dina Meyer.
Casper Van Dien ha inoltre vestito i panni di moderatore, scendendo tra il pubblico con il microfono e lasciando direttamente ai fan la possibilità di porre le proprie domande.
«Siete voi a tenerci uniti alla fantascienza e alla cultura geek», ha sottolineato l’attore.
DA CAPTAIN TSUBASA AL PRIMO INCONTRO IN EUROPA DEGLI AUTORI DI BIBLIOMANIA

Tra gli appuntamenti dedicati al mondo dell’animazione e del manga, Yōichi Takahashi, creatore di Captain Tsubasa, la serie che in Italia e in Spagna ha conquistato intere generazioni – conosciuta in Spagna come Campeones: Oliver y Benji – ha raccontato al pubblico il processo creativo e la passione che hanno trasformato il calcio protagonista della sua opera in un fenomeno internazionale e intergenerazionale.
San Diego Comic-Con Málaga è stata inoltre scelta da Macchiro e Obaru, autori del manga Bibliomania, per la loro prima visita in Europa.
Il disegnatore e illustratore e lo sceneggiatore dell’opera, caratterizzata da atmosfere dark fantasy e suspense psicologica, hanno incontrato centinaia di lettori, entusiasti di poterli conoscere per la prima volta.
Gli autori hanno ringraziato il pubblico spagnolo e internazionale per il sostegno ricevuto, sottolineando anche il ruolo decisivo dei social network nella diffusione globale della loro opera.
«Volevamo che la nostra storia arrivasse a tutti e poter essere qui oggi, condividendo questo incontro con voi, ci emoziona moltissimo», ha dichiarato Macchiro.
Anche il disegno dal vivo ha avuto un ruolo da protagonista grazie a Stefano Caselli e David Messina, che si sono sfidati in un Drawing Challenge dedicato ad Ant-Man e Galactus.
Il pubblico ha potuto seguire dal vivo ogni fase del processo creativo e, al termine dell’incontro, due fortunati fan hanno portato a casa le illustrazioni realizzate dai due artisti.
PERSONAGGI CHE HANNO LASCIATO IL SEGNO

Tra gli ospiti della giornata anche Kristian Nairn, conosciuto in tutto il mondo per aver interpretato Hodor ne Il Trono di Spade.
L’attore e DJ ha raccontato come un’opportunità arrivata quasi per caso abbia finito per cambiare radicalmente la sua vita.
«C’è chi pensa che sia difficile interpretarlo e chi invece pensa che sia facile. La realtà è che è entrambe le cose», ha spiegato Nairn parlando del personaggio di Hodor.
Dan Fogler, noto al grande pubblico per il ruolo di Jacob Kowalski nella saga di Animali Fantastici, ha invece parlato del futuro del franchise e della possibilità di tornare a interpretare Kowalski in eventuali nuovi capitoli.
L’attore ha confessato di essere interessato a esplorare nuovi registri interpretativi e ha rivelato uno dei suoi desideri professionali: «Interpretare un villain».
A chiudere la giornata sono state le note di LOS40, che con il proprio set ha fatto ballare il pubblico, accompagnando i fan verso la conclusione della seconda edizione di San Diego Comic-Con Málaga.
Una domenica di ottobre, tra sole e pioggia, che ha scritto l’ultima pagina di questa seconda edizione e ha confermato ancora una volta San Diego Comic-Con Málaga come luogo di incontro, condivisione e celebrazione della cultura pop.
*Qua tutti i nostri articoli dedicati al San Diego Comic-Con Malaga 2026
Comicon e Fiere
San Diego Comic-Con Málaga 2026: Richard Dean Anderson, l’indimenticabile MacGyver
Al San Diego Comic Con Malaga 2026 altro grande ospite è stato Richard Dean Anderson, conosciuto da tutti come Angus MacGyver
Quanti come noi si sono chiesti più di una volta guardando una puntata di MacGyver “ma come diavolo è possibile!?“.
E’ incredibile come un personaggio televisivo come quello interpretato da Richard Dean Anderson, sia entrato nell’immaginario di tutti noi con le sue invenzioni assurde utilizzando principalmente un coltellino svizzero (ebbene sì, caro Gen Z che stai leggendo questo articolo e che non hai mai visto le avventure di Angus MacGyver!).
Erano gli anni ’80 e non si doveva per forza spiegare “il perché e il come” di ogni cosa. Semplicemente si accettava in quanto soluzione al problema senza porsi domande. Si trattava di una televisione diversa in cui il nostro Anderson si è consacrato al grande pubblico nei panni del giovane ex artificiere vero e proprio genio del “problem solving low cost”.
Richard Dean Anderson è stato un altro degli attori di questo San Diego Comic Con Malaga che ha acceso la nostalgia sugli anni ’80 e ’90 insieme ad altri ospiti tra cui Christopher Lambert (di cui abbiamo parlato qua).
Per molti Anderson è il protagonista di MacGyver e il colonnello Jack O’Neill di Stargate SG-1. Il suo arrivo ha un tempismo curioso: la serie che l’ha reso famoso ha compiuto 41 anni proprio in questi giorni.
Nel panel del 3 ottobre, Anderson ha ripercorso una carriera costruita quasi senza progetti, tra aneddoti, battute e qualche momento di commozione.
L’audizione con occhiali da sole che gli consegnò il ruolo di MacGyver

Il suo MacGyver nasce da un dettaglio buffo. All’audizione gli chiesero di leggere con un ragazzino candidato per la serie, ma senza occhiali non riusciva a leggere il copione e quindi Richard chiese di tenerli. I produttori, racconta, si scambiarono un’occhiata d’intesa: quell’attore non si preoccupava di come appariva davanti alla telecamera, ed era l’uomo giusto. E così Anderson divenne l’iconico Angus MacGyver.
Alla domanda se avesse intuito l’importanza del personaggio, Anderson è stato netto: no. Cresciuto in Minnesota, aveva lasciato casa da giovane e viaggiato per Stati Uniti e Canada in treno merci e in autostop, passando “da un lavoro all’altro”. Poi MacGyver è andato avanti anno dopo anno, e quel successo gli ha dato la credibilità per reggere una serie.
Parte del carattere di MacGyver, spiega, viene dallo stesso Anderson. Gli sceneggiatori hanno cucito addosso al personaggio le qualità dell’attore, quelle tipiche del Minnesota: stoicismo, cortesia, apertura. Anderson giocava a hockey, sciava e guidava auto da corsa, quindi era più semplice girare le scene con lui che con una controfigura. Le soluzioni “impossibili” nascevano da una collaborazione: gli autori scrivevano la situazione e consulenti di scuole tecniche e college dell’area di Los Angeles aiutavano a trovare come risolverla con ciò che c’era nella stanza.
Chi riguarda la serie nota che ogni episodio della prima stagione somiglia a un film di James Bond, con una missione che iniziava e terminava nella stessa puntata. Anderson ha spiegato che il motivo era puramente un questione di costi: girare due mini-storie in un episodio, con circa sette giorni a disposizione, era difficile e costoso, e il budget era quello che era. Meglio raccontare una storia sola, con un inizio, uno svolgimento e una fine.
Per quanto riguarda la chiusura di MacGyver, fu la rete, ha ricordato, a scegliere di non rinnovare la serie nonostante gli ascolti buoni. Anderson non ne fu dispiaciuto: era esausto e accusava vari infortuni accumulati sul set.
L’altro volto iconico di Anderson: il generale Jack O’Neill

Per Stargate-SG 1 fu un produttore con cui aveva già lavorato a chiamarlo, mandandogli il film con Kurt Russell. Anderson accettò a una condizione: non voleva interpretare il personaggio in modo rigido come Russell, che definisce fenomenale, e inoltre voleva poterci mettere il suo sarcasmo. Racconta di aver chiesto al generale dell’Aeronautica George Jumper, in visita sul set, se questa versione di O’Neill andasse bene all’Air Force. La risposta fu secca: aveva uomini come lui, “e peggio”. Anderson l’ha raccontato ridendo.
Del cast conserva soprattutto i legami personali. Con Amanda Tapping e Michael Shanks si vede spesso agli eventi come questo, e con Amanda dice di essere “migliori amici”: quando è in viaggio, le scrive che avrebbe dovuto esserci.
Anderson ha spiegato che lasciò la serie perché durante Stargate era nata sua figlia, Wylie Quinn, oggi regista, autrice e produttrice di spettacoli teatrali e cortometraggi. Non voleva perdersi i suoi primi anni. Oggi vive tra i suoi cani, l’oceano e la scrittura, e ha invitato il pubblico a tenere d’occhio quel nome.
Un consiglio e un aneddoto
A chi sogna di recitare ha dato un consiglio: la gavetta migliore sono le soap opera. E sull’hockey ha ricordato le partite di beneficenza che co-ideò con John Bennett Perry, padre di Matthew Perry, a cui una volta invitò a giocare anche Keanu Reeves.

*Qua tutti i nostri articoli dedicati al San Diego Comic-Con Malaga 2026
Cinema
San Diego Comic-Con Malaga 2026: Christopher Lambert il primo Immortale del cinema
Al San Diego Comic-Con Malaga 2026 abbiamo avuto il piacere di partecipare al panel con protagonista l’Immortale Christopher Lambert
Ne resterà solo uno. Tutti gli amanti del cinema ricordano in maniera indelebile le parole del primo Immortale dei film Christopher Lambert, protagonista del cult Highlander: l’Ultimo Immortale.
L’attore è tra le star protagoniste di questa edizione del San Diego Comic-Con Malaga 2026 ed ha partecipato a diversi panel a lui dedicati, tra cui quello andato in scena alle 13:00 di sabato 3 ottobre, nello Studio M del FYCMA, dal titolo Christopher Lambert: el Inmortal en Málaga.
Sul palco c’era, ovviamente, Christopher Lambert, il Connor MacLeod del film del 1986, mentre a condurre c’era il presentatore britannico Ali Plumb.
Il panel è stato un viaggio nella carriera dell’attore: da Greystoke a Highlander, passando per i Queen, Sean Connery e Mortal Kombat.
Dal Conservatorio alla giungla di Greystoke 
Lambert ha ricordato di non essere stato un allievo modello al Conservatorio di Parigi. Lo frequentava poco e, dopo due anni, si chiedeva ancora cosa ci stesse a fare. Il motivo, ha spiegato, è che per lui era tutto troppo intellettuale: voleva solo divertirsi.
Il provino per Greystoke (1984) è un aneddoto a parte. La direttrice del casting era la stessa di Momenti di gloria, e in una stanza con circa trecento candidati il regista Hugh Hudson chiese a tutti di saltare. Dopo tre minuti Lambert, stanco, si sedette, e proprio così si fece notare. Allora portava occhiali enormi e pesava una quindicina di chili meno di oggi: ha scherzato di essere passato da circa 58 a 73-75 kg. Dopo il provino, vestito da Lord, Warner Bros. valutò una rosa di sei finalisti. Poi arrivò la telefonata dell’agente: la parte era sua.
Seguirono sei mesi di preparazione, nove ore al giorno. Nei primi due mesi, ha raccontato ridendo, avrebbe volentieri lanciato il preparatore dalla finestra, se solo ne avesse avuto la forza. Poi l’allenamento è diventato una dipendenza e Lambert ha messo su circa 28 kg di muscoli. A questo si sono aggiunti due mesi in Texas con gli scimpanzé, le riprese in Camerun e gli studi di Londra, partendo dal Floors Castle, al confine tra Inghilterra e Scozia.
«La natura non bara.» – Christopher Lambert
Il contatto diretto con gli animali è stata, per lui, la parte più bella. Sul set era circondato dai migliori del settore e, insieme ad Andie MacDowell, era uno dei due esordienti.
Highlander: da 40 anni è ancora Lambert l’unico immortale…

Poi si è passati a Highlander (1986), che quest’anno compie quarant’anni. Alla notizia che il regista Russell Mulcahy lo avesse scelto dopo aver visto una sua foto su una rivista, Lambert ha risposto di non conoscere la storia. Quello che lo aveva conquistato era il lato romantico: nonostante l’azione, per lui il film parla di un’immortalità romantica. Le transizioni visive tra presente e passato, ha ricordato, erano idee di Mulcahy.
La scena che il moderatore ama di più è quella in cui MacLeod, gettato in acqua da Ramírez, scopre di poter respirare sott’acqua. Lambert l’ha ricordata tra le risate, con un finto “annegamento” seguito dalla scoperta. Per le spade ha lavorato dalle 12 alle 16 settimane, passando dalle repliche in plastica all’alluminio fino all’acciaio, memorizzando intanto le battute. A casa ha una stanza dedicata alla sua collezione di spade, compresa una katana con la scritta MacLeod. Alla domanda su cos’altro ci sia là dentro, ha confermato che custodisce anche il cappello di Raiden.
Quando il film ha funzionato davvero? Non subito: all’inizio è stato un successo grazie prima al passaparola e poi all’home video tramite le videocassette. Secondo Lambert ci sono voluti circa dieci anni, tra proiezioni e fiere, per capire di avere in mano un cult. Il segnale è stato quando la gente ha iniziato a citare le battute.
… sino all’imminente reboot con Henry Cavill
Inevitabile la domanda sul nuovo Highlander con Henry Cavill, che ha concluso le riprese con un cast in cui compaiono anche Karen Gillan e Russell Crowe. Lambert non ha ricevuto messaggi da Cavill. Pensa che non si potesse fare un vero remake, quindi si è scelto di fare un reboot, e per sua scelta personale si terrà il più possibile lontano dall’originale. Paragonare i due film, ha detto, non ha senso.
Queen, Freddie Mercury e A Kind of Magic
Dal pubblico è arrivata una domanda sulla colonna sonora dei Queen. Mulcahy conosceva alcuni membri della band e, ha raccontato Lambert, in quel gruppetto di una quindicina di persone c’era anche lui, per circa 48 ore di concerto privato.
I Queen dovevano comporre solo la canzone dei titoli di testa. Dopo aver visto una prima versione del film, Freddie Mercury annunciò che non sarebbe bastato un brano: avrebbero fatto un intero album, che sarebbe diventato A Kind of Magic. Lambert li ha seguiti anche a uno dei concerti a Wembley, arrivando in elicottero davanti a 120-150mila persone. Who Wants to Live Forever, ha ricordato, resta per lui tra i brani più belli della band.
«Resta umile, non fingere di essere qualcun altro, sii te stesso.» – Christopher Lambert
Sean Connery e la maledizione dell’immortalità

Quali sono i ricordi più cari di Sean Connery, indimenticabile Juan Sánchez Villa-Lobos Ramírez, mentore di Connor in Highlander? Umiltà e generosità, ha risposto Lambert.
Sul set si respirava un clima da rock and roll, tra risate e urla, finché non entrò Connery: tutto lo studio ammutolì. Eppure, ha precisato, era un uomo semplice e gentile con tutta la troupe. Ha scherzato anche sul fatto che nel film ci fossero un francoamericano e uno spagnolo a fare gli scozzesi.
Sull’immortalità, la risposta è stata sincera: la parte più dura è vedere morire le persone che si amano e restare soli. Per questo, ha spiegato, il suo MacLeod ha bisogno di una dose di umorismo. Ma se potesse scegliere, ha ammesso, sceglierebbe comunque di essere immortale.
Mortal Kombat, il Bond mancato e i progetti futuri

Robin Shou, Linden Ashby, Bridgette Wilson, Cary-Hiroyuki Tagawa, Christopher Lambert
Su Mortal Kombat Lambert ha raccontato di aver ricevuto la parte di Raiden durante un pranzo con il regista. Giocava al videogioco da ragazzo, e Raiden era il suo personaggio preferito. Gli piaceva anche l’atmosfera sul set, tra improvvisazioni e battute.
Spazio anche a una curiosità: Lambert è stato tra i candidati per interpretare James Bond, ma venne scartato perché non britannico. Barbara Broccoli, che conosce fin dai tempi della scuola, è ancora una sua cara amica, e l’attore ci ha scherzato su collegando il cognome della famiglia al celebre ortaggio.
Tra i progetti, un film di fantascienza a base di green screen, girato tra Los Angeles e Bangkok, in uscita tra fine 2026 e inizio 2027, e un altro film in programma per l’anno prossimo. Per il resto, ha ribadito, non ha mai cercato qualcosa in particolare: legge le sceneggiature che arrivano e sceglie quelle che gli piacciono.
Il consiglio al giovane Christopher
Alla domanda di un fan su quale consiglio darebbe al sé stesso degli esordi, Lambert ha ricordato di fare questo mestiere da quasi cinquant’anni, dal primo film francese girato a vent’anni. Il suggerimento è di credere nella propria passione e provarci, anche senza garanzie. E di restare se stessi, perché finire su uno schermo o sulle copertine non cambia chi siamo.
«Nasciamo come bambini e moriamo come bambini: nel mezzo, restate gli stessi.» – Christopher Lambert
Insomma Lambert ha dimostrato ancora una volta durante questo talk, la classe e l’eleganza dell’eroe che è stato e che resterà per sempre per i fan della pellicola. Immortale anche da questo punto di vista.
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