Serie TV
PopChop Express: Heroes, lo show che dimostrò che i supereroi sono fatti per la TV
Nuova puntata di PopChop Express e dal cassetto televisivo dei ricordi riavvolgiamo il nastro su una serie TV molto amata dal pubblico che negli anni 2000 fece decisamente parlare di sè. Prima del MCU e del DCU di James Gunn in tv spopolò Heroes
«Salva la cheerleader, salva il mondo.»
Se, come me, avete visto Heroes, questa frase è la più iconica e riassume in pochissime parole il cuore della prima stagione di una serie TV del 2006 che ebbe il coraggio di osare e di anticipare i tempi rispetto al filone supereroistico.
Il risultato fu un successo clamoroso, all’esordio, un fenomeno culturale che, per un momento, sembrò indicare una strada diversa e forse più ambiziosa per la narrazione degli eroi contemporanei.
Heroes: lo show che aprì la strada ai cinecomics?
Siamo negli anni 2000. I supereroi al cinema stanno iniziando a conquistare il grande pubblico grazie agli X-Men della Fox, ma la vera esplosione del genere deve ancora arrivare: mancano due anni all’uscita di Iron Man, il film che darà ufficialmente il via al Marvel Cinematic Universe, e lo stesso 2008 vedrà l’arrivo de Il cavaliere oscuro di Cristopher Nolan e Christian Bale.
Nel frattempo, la televisione sta cambiando pelle. Grazie al fenomeno di Lost, le serie TV stanno diventando qualcosa di più del classico “telefilm”: narrazioni serializzate, misteriose, capaci di costruire archi narrativi complessi e di fidelizzare il pubblico settimana dopo settimana.
È in questo scenario ancora in trasformazione che la NBC lancia Heroes. Il 25 settembre 2006 va in onda negli Stati Uniti il primo episodio e diventa subito un fenomeno di audience, registrando l’indice di ascolto più alto per la fascia serale dell’emittente negli ultimi cinque anni. In Italia lo show arriverà nel 2007 su Italia 1.
Le avventure dei protagonisti sono suddivise in “volumi”, proprio come nei fumetti. La prima stagione, composta da 23 episodi, include il primo arco narrativo intitolato Genesi, che rimarrà in assoluto la migliore storyline dell’intera serie.
Le storie di Peter e Nathan Petrelli, Claire e Noah Bennet, Hiro Nakamura, Niki Sanders, Mohinder Suresh, Matt Parkman e Gabriel “Sylar” Gray si intrecciano in una costruzione corale sorprendentemente solida. Ogni personaggio è fondamentale, ogni filo narrativo trova un punto di contatto con gli altri. È una serialità profondamente “fumettistica”, non solo per i poteri e le dinamiche, ma per la struttura stessa del racconto.
Non è un caso che dietro le quinte ci siano figure provenienti dal mondo dei comics. Il creatore Tim Kring si affida anche a sceneggiatori come Jeph Loeb, autore di culto nel panorama fumettistico americano. È una scelta vincente: chi meglio di chi ha scritto supereroi per anni può adattare quel linguaggio alla televisione? Loeb, inoltre è uno degli autori dietro alcuni episodi di Smallville, show televisivo sul giovane Superman di Tom Welling, molto in voga in quegli anni.
Il risultato è una prima stagione compatta, coesa e molto avvincente dove, come nelle più classiche delle storie supereroistiche, il bene trionfa sul male.
Non eroi in costume, ma persone comuni con superpoteri
Ma la forza della serie TV sta nell’incipit stesso: un gruppo di persone comuni, di diversa nazionalità ed etnia, scopre di possedere poteri straordinari.
Fino a quel momento, nell’immaginario collettivo televisivo, il supereroe era legato alla calzamaglia, al costume, all’identità segreta. In Heroes, invece, l’eroismo nasce tra persone che assomigliano e in cui si identificano gli stessi telespettatori.
Un’infermiera, un impiegato giapponese appassionato di fumetti, una cheerleader del liceo, un poliziotto, un artista in difficoltà. Persone normali che si ritrovano improvvisamente dotate di capacità incredibili quali rigenerazione cellulare, teletrasporto, manipolazione del tempo, lettura del pensiero, superforza, volo.
La serie appassiona perché prende un pubblico molto vasto: dagli amanti dei comics e dei supereroi, ai telespettatori che seguono thriller e crime.
Heroes porta tutto su un piano realistico, ponendo una domanda fondamentale molto prima dell’avvento di opere e serie come The Boys e Invincible: cosa accadrebbe davvero se persone comuni ottenessero capacità sovrumane? Le userebbero per fare del bene o per dominare? Ovviamente entrambe le strade. Non tutti scelgono la via dell’eroismo, e proprio in questa ambiguità risiede uno degli elementi più maturi dello show.
I personaggi: eroi oltre i superpoteri
Uno dei punti di forza di Heroes è sempre stato il suo straordinario mosaico di personaggi: figure diverse per età, provenienza e ambizioni, unite da poteri eccezionali, ma soprattutto da conflitti profondamente umani.
Al centro della serie troviamo la famiglia Petrelli. Peter, interpretato da Milo Ventimiglia, è l’emblema dell’eroe classico: un paramedico che assorbe i poteri degli altri e il cui motto ricorda quello di un altro Peter, eroe in costume rosso e blu spara-ragnatele: da grandi poteri derivano grandi responsabilità. La sua capacità, inizialmente incontrollabile e poi limitata, riflette perfettamente il suo percorso interiore: il desiderio di salvare tutti, spesso a costo di sé stesso.
Nathan, interpretato da Adrian Pasdar, è invece il fratello più pragmatico, il volto del potere istituzionale. Politico ambizioso e uomo tormentato, capace di volare, incarna la tensione tra ideali e compromessi. A completare il nucleo familiare c’è Angela Petrelli (Cristine Rose), matriarca enigmatica capace di prevedere il futuro attraverso i sogni.
Claire Bennet, interpretata da Hayden Panettiere, è il simbolo stesso della serie. Cheerleader adolescente dotata di rigenerazione cellulare, è fisicamente indistruttibile ma emotivamente vulnerabile. La sua evoluzione, dall’essere una ragazza che vuole solo sentirsi normale a icona pubblica dei “dotati”, rappresenta il cuore tematico dello show e uno dei personaggi il cui percorso è più tratteggiato nel corso della serie.
Accanto ai superumani, spicca la figura di Noah Bennet (Jack Coleman), padre adottivo di Claire. Privo di poteri, ma dotato di sangue freddo e determinazione, dimostra che l’eroismo non nasce solo dalle abilità sovrumane, ma dalle scelte. È uno dei personaggi più solidi e moralmente complessi della serie che tornerà anche in Heroes: Reborn.
Matt Parkman (Greg Grunberg) attraversa un’evoluzione significativa: da poliziotto insicuro con il potere della telepatia a figura sempre più potente, capace di manipolare menti e persino dipingere il futuro.
E poi c’è Hiro Nakamura, (il vero ‘eroe’ dello show) interpretato da Masi Oka, è l’anima più luminosa della serie e forse il cuore emotivo della serie: il fanboy, il ‘nerd’ che sogna di diventare un eroe e che, quando ottiene il potere di piegare il tempo e lo spazio, rappresenta la meraviglia pura dell’immaginazione che si fa realtà. Al suo fianco, Ando Masahashi (James Kyson) spalla leale e amico vero di Hiro.
L’antagonista simbolo è Sylar, interpretato da uno straordinario Zachary Quinto; serial killer dei “dotati”, ossessionato dal comprendere e assorbire i poteri altrui, Sylar incarna il lato oscuro, l’irrefrenabile e insaziabile ossessione del potere andando contro ogni logica e morale. È un villain inquietante, ma anche tragico, e diventa in breve uno dei personaggi più iconici della TV degli anni 2000, oltre a lanciare la carriera di Quinto che dopo Heroes sarà, tra l’altro, il nuovo Spock della saga cinematografica di Star Trek.
Mohinder Suresh (Sendhil Ramamurthy) rappresenta invece il lato scientifico dell’essere super. Genetista idealista, inizialmente osservatore del fenomeno, cede alla tentazione di sperimentare su sé stesso, pagando un prezzo fisico e morale. La sua trasformazione sottolinea il rischio dell’ambizione incontrollata.
La serie brilla anche per i suoi personaggi femminili complessi come Niki Sanders e Tracy Strauss, entrambe interpretate da Ali Larter, che mostrano due declinazioni diverse del potere: superforza e criocinesi. Niki, segnata da un disturbo dissociativo, è una figura tragica; Tracy, più fredda e calcolatrice, evolve fino a controllare completamente le proprie abilità.
La vera qualità di Heroes, però, non risiede solo nella varietà dei poteri, che richiamano i mutanti di casa Marvel sotto certi aspetti, ma nella caratterizzazione sia dei singoli che nella loro interazione. Ogni abilità è uno specchio della personalità del personaggio: l’empatia di Peter, l’ambizione di Nathan, l’innocenza di Hiro, l’ossessione di Sylar sono il cuore pulsante che rendono i primi 23 episodi epici e indimenticabili. Salvare la cheerleader diventa la missione di tutti, telespettatori compresi che rimangono incollati al televisore per ogni puntata.
Il successo è tale che la NBC espande l’universo narrativo con iniziative digitali come Heroes 360 Experience, poi rinominata Heroes Evolutions, un progetto transmediale che include webserie, fumetti online, contenuti esclusivi e materiali di approfondimento sulla mitologia della serie. Anche in questo Heroes è stato un prodotto pionieristico rispetto alla crossmedialità oggi la norma se si tratta di franchise come MCU o DCU.
Durante la prima stagione, l’American Film Institute nomina Heroes uno dei dieci migliori programmi televisivi dell’anno. Gli ascolti parlano chiaro: 14,3 milioni di spettatori per la prima stagione, 13,1 per la seconda.
Eppure, proprio quando sembra aver trovato la formula perfetta, qualcosa in Heroes si incrina.
I problemi che hanno portato Heroes alla caduta dall’Olimpo televisivo
Molti hanno attribuito il declino della serie allo sciopero della Writers Guild of America del 2007, che colpisce duramente la produzione televisiva americana. È vero: lo sciopero interrompe la seconda stagione e costringe gli autori a rivedere piani e sviluppi, dando una sensazione di ‘incompiuto’. Ma nel caso di Heroes, il problema è anche strutturale.
Il concept originario prevedeva un formato antologico: ogni stagione avrebbe raccontato una storia nuova, con personaggi diversi, poteri diversi, minacce diverse. I protagonisti della prima stagione avrebbero dovuto lasciare spazio a un nuovo cast, permettendo alla serie di reinventarsi senza dover alzare continuamente la posta in gioco. Ma il pubblico si era affezionato a quei volti, compreso Sylar, morto alla fine della prima stagione. La rete non voleva rinunciarvi e così i piani cambiano.
I personaggi restano, ma la storia non era stata pensata per durare oltre quel primo, potente arco narrativo. Come si crea tensione dopo aver già salvato il mondo? Come si rende credibile una minaccia quando i protagonisti hanno poteri quasi divini? Sylar, che avrebbe dovuto uscire di scena, viene riportato in vita perché troppo carismatico per sparire. Le morti diventano reversibili, i sacrifici temporanei, le conseguenze aggirabili.. l’originalità lascia spazio a scelte banali e ovvie.
Se la seconda stagione regge comunque il colpo, la terza registra un drastico calo di ascolti.. Loeb non fa più parte degli autori, dopo alcuni dissidi avuti con la produzione e le trame si complicano, si frammentano, a volte si contraddicono.
Con il passare delle stagioni emergono problemi strutturali più profondi. Alcuni personaggi non trovano mai una direzione chiara, come quelli interpretati da Ali Larter, continuamente reinventati senza una coesione convincente. Altri vengono “potenziati” inutilmente: figure come Mohinder o Ando funzionavano proprio perché umane. Che senso ha avuto dotarli di poteri? I personaggi, in questa maniera, sono diventati piatti e hanno perso la loro individualità.
Anche la gestione delle abilità diventa confusa. Poteri affascinanti e originali vengono introdotti e poi dimenticati. L’impressione è quella di un potenziale creativo enorme, mai davvero sfruttato, perdendo con il passare degli episodi l’originalità che la distingueva.
Perfino Sylar, inizialmente una minaccia pura, viene progressivamente trasformato in un antieroe ambiguo, tra amnesie e tentativi di redenzione. Una scelta che ne smorza la forza e contribuisce a un’instabilità morale in cui buoni e cattivi si scambiano di posto senza un reale peso drammatico (e un motivo valido).
Il problema più grande resta uno: Heroes non è mai riuscita a superare la propria prima stagione. Quell’arco compatto, emotivamente potente e narrativamente coerente aveva alzato l’asticella altissima. Le stagioni successive hanno cercato di replicarne la magia con colpi di scena sempre più frequenti e cliffhanger continui, ma spesso a discapito dello sviluppo dei personaggi.
La quarta stagione è l’ultima, chiusa con un finale aperto che lascia intuire ulteriori sviluppi mai realizzati… Un nuovo mondo per gli eroi.
Heroes: Reborn
Nel 2015, con Heroes Reborn, la NBC prova a riaccendere la fiamma, ma la scintilla del 2006 non si accende nel pubblico. Il tono si fa più dark, più thriller politico, con un’eco da cospirazione globale. Non più persone che si chiedono “chi sono?”, ma individui costretti a nascondersi in un mondo che li considera una minaccia.
Molti volti nuovi tra i protagonisti, guidati da Noah Bennet, uno dei pochi superstiti dello show originale insieme a Hiro, Mohinder e Angela Petrelli e alla produzione troviamo ancora Tim Kring.
Heroes Reborn è costruita come un arco chiuso di 13 episodi, strutturalmente ancora una volta divisa in “volumi”, con il capitolo iniziale intitolato Brave New World, lo stesso titolo dell’ultimo episodio della serie originale, segnale chiaro di dare continuità al progetto e (forse) quel finale che 5 anni prima non era riuscito a dare.
Gli ascolti della première furono discreti (6,1 milioni di spettatori), ma calarono progressivamente fino al finale. La critica accolse la miniserie in modo tiepido, in quanto l’effetto sorpresa era ormai tramontato e il panorama televisivo era saturo di supereroi; dagli eroi della The CW della DC sino ai supereroi dell’MCU che stava mano a mano prendendo piega e pubblico. Gli Heroes non erano più così interessanti e rivoluzionari come un tempo.
L’eredità di Heroes
Se si pensa alle prime puntate e al clamore che suscitarono, risulta quasi incredibile che la serie abbia avuto un lento ma inesorabilmente tracollo. Più che un insuccesso, sembra quasi che Tim Kring & Co. non abbiano sfruttato bene le loro carte.
Ma Heroes rimane comunque un fenomeno di quegli anni e forse proprio grazie a questo show e all’accoglienza, altri sceneggiatori e produttori hanno avuto il coraggio di esplorare questo filone diventato una vera e propria colonna portante del cinema e della televisione contemporanea.
Heroes ha dimostrato che se c’è dietro una bella storia, anche il pubblico generalista poteva essere attratto dalla narrazione supereroistica seriale e complessa.
Ha portato in prima serata un racconto che parlava di identità, paura del diverso, responsabilità e connessione globale, riprendendo tematiche care ai fumetti, dalla discriminazione alla militarizzazione del potere, e traducendole in un contesto realistico e accessibile.
Soprattutto, ha reso l’idea di eroe incredibilmente umana. Non serve un mantello e una S o un pipistrello sul petto. Non serve un’armatura o uno scudo.
Basta essere una persona qualunque, in un mondo che ha bisogno di qualcuno disposto a fare la cosa giusta.
Ed è forse proprio questo che, a distanza di anni, rende Heroes ancora così affascinante: la sensazione di aver intravisto, per una stagione perfetta, ciò che la televisione supereroistica avrebbe potuto essere.
Disney+
Al San Diego Comic-Con Málaga 2026 i primi 22 minuti di VisionQuest
Al San Diego Comic-Con di Màlaga abbiamo visto all’interno del panel Disney i primi 22 minuti di VisionQuest, serie con protagonista Paul Bettany. Ecco le prime impressioni e alcune dichiarazioni di Bettany su quello che sarà lo show MCU
Il panel Disney che si è tenuto sabato 3 ottobre al San Diego Comic-Con Málaga 2026 ha letteralmente infuocato il pubblico della manifestazione che ha avuto l’opportunità di partecipare all’evento.
È stato l’appuntamento più importante dell’intera kermesse che ha visto consumarsi per la prima volta al di fuori degli Stati Uniti, uno show di tale portata targato Disney. Tutti gli occhi delle oltre 3.000 persone sono stati rivolti verso i tre maxischermi e il palco della Hall M del SDCC Màlaga per assistere a uno spettacolo per cui “non si era preparati” secondo il presentatore del panel Claudio Serrano, attore spagnolo e storico doppiatore di Batman.
Tra le tante cose mostrate durante lo spettacolo, abbiamo avuto la possibilità di poter vedere in anteprima mondiale i primi 22 minuti del primo episodio di VisionQuest, la nuova serie TV dei Marvel Studios, che chiude la trilogia aperta da WandaVision e proseguita con Agatha: All Along.
Uno spettacolo che ha ulteriormente galvanizzato il pubblico che si aspettava invece il solo ingresso di Paul Bettany sul palco, protagonista dello show MCU, ultimo tassello prima dell’attesissimo blockbuster in arrivo a dicembre Avengers: Doomsday.
Anteprima di VisionQuest: cosa ci aspetta?
ATTENZIONE SPOILER!
Premetto che questa non è una recensione, in quanto ritengo forzata un’analisi di uno show dopo appena 22 minuti del primo episodio a fronte di otto da quasi un’ora l’uno di durata. Si tratta di semplici sensazioni e suggestioni in base a quello che la serie pare anticipare nelle prime battute.
La prima cosa che ci tengo a dire è che, differentemente dagli altri show da piattaforma Marvel Studios fruibili anche senza aver visto molto del Marvel Cinematic Universe, VisionQuest segue quanto visto su WandaVision, serie fondamentale per comprendere al meglio questo show, ma che, grazie a un ottimo espediente narrativo, viene riassunta subito all’inizio della puntata insieme a tutte le peripezie che hanno visto protagonista Visione da quando è comparso nel MCU nel secondo film degli Avengers.
Il titolo VisionQuest ha un determinato significato che emerge subito nella visione dei primi minuti della serie creata da Terry Matalas; una Visione in forma umana lavora, di giorno, all’interno dello stesso bar di Edimburgo dove lui e Wanda furono attaccati dall’Ordine Nero all’inizio di Avengers: Infinity War. Finito il turno, di notte si rintana all’interno di sè stesso in un mondo interiore fittizio, da lui creato, con tanto di domestici, maggiordomo e un ‘inquilino del piano di sopra’ fastidioso: Ultron, interpretato ancora una volta dal grande James Spader.
Le prime sensazioni che ho avuto è di stare vedendo il naturale sequel di WandaVision non solo dal punto di vista della trama: rispetto allo show di Agatha che è a tutti gli effetti uno spin-off che vive di vita propria, VisionQuest ha diversi riferimenti estetici e stile di narrazione che richiamano scelte scenografiche e di regia della serie su Wanda a partire da un mondo illusorio all’interno del quale La Visione ‘si nasconde dalla realtà’.

Paul Bettany in VisionQuest exclusively on Disney+. Photo courtesy of Marvel. © 2026 Marvel. All Rights Reserved.
Affascinante, ben curato e dettagliato il ‘Quest’ della Visione con colori molto accesi volutamente saturi e un’abitazione british che sembra uscita da un scenografia teatrale (a partire dagli esterni sino ad arrivare agli arredi), che si contrappongono a colori più spenti e naturali della realtà.
Per fare un paragone più concreto, lo stacco tra realtà e immaginario della Visione mi ha ricordato un’altra serie TV bizzarra e al contempo geniale: Kevin Can F**k Himself. Questo show contrappone la finta felicità della protagonista Allison McRoberts (Annie Murphy) quando è in compagnia del marito Kevin (Eric Petersen) con dinamiche, atmosfere e formato da sit-com, al drama di quando è da sola che viene rappresentato attraverso colori più opachi che manifestano il suo reale scontento per un matrimonio che la rende infelice.
Sin da subito viene presentato parte del cast, che non comprende solo Visione e Ultron, ma anche altri personaggi che sono parte integrante del mondo del personaggio interpretato da Bettany. Alcuni sono già apparsi nel MCU e siamo sicuri che uno in particolare farà felici alcuni fan di vecchia data.
Interessante, anche il fatto che sia messo subito in risalto il complesso rapporto di amore/odio tra Visione e un Ultron decisamente diverso rispetto a quello visto in Avengers: Age of Ultron. Il villain qui appare più machiavellico, come una subdola coscienza nei panni umani di James Spader, che cerca più di raggirare Visione per perseguire fini decisamente personali, invece che pensare al bene del protagonista come in apparenza sembra. E in questi pochi minuti Spader sfodera tutta la sua loquacità forbita, caratteristica tipica di alcuni personaggi da lui intepretati in altre serie e film.
In definitiva questi 22 minuti di VisionQuest sono volati. Le sensazioni sono più che positive con un Paul Bettany e un James Spader che preannunciano conversazioni e dinamiche davvero brillanti e una cura davvero maniacale per quello che è l’aspetto visivo ed estetico.
Paul Bettany sul palco del SDCC Màlaga: il ritorno nei panni di Visione

MALAGA, SPAIN – OCTOBER 03: Paul Bettany attends the Disney+ “VisionQuest” presentation during the “Disney x Hall M” event at Palacio de Ferias y Congresos on October 03, 2026 in Malaga, Spain. (Photo by Aldara Zarraoa/Getty Images for Disney+)
Dopo la proiezione, Paul Bettany è salito sul palco tra i numerosi applausi del pubblico, per una breve intervista con Ali Plumb, durante la quale ha raccontato com’è stato tornare nei panni di Visione, cosa aspettarsi dalla serie e cosa significa per lui il personaggio dopo tanti anni.
Il primo giorno sul set di VisionQuest
Bettany ha descritto il ritorno sul set con il nuovo costume come un’esperienza “intimidatoria”: cinque mesi per realizzare la serie, un progetto estremamente impegnativo in cui ognuno doveva dare il massimo.
A tal proposito ha raccontato un aneddoto del primo giorno di riprese. Era in roulotte in attesa di essere accompagnato sul set, ma il tempo passava e nessuno veniva a chiamarlo. Essendo anche produttore della serie, è uscito a chiedere spiegazioni, e gli hanno risposto che stavano aspettando il resto del cast. La sua risposta è stata netta:
“Portatemi sul set e poi andate a dire a tutti che sono già lì ad aspettare”.
Un modo, ha lasciato intendere, di guidare dall’esempio.
Cast e costumisti eccezionali

MALAGA, SPAIN – OCTOBER 03: Paul Bettany and Ali Plumb attend the Disney+ “VisionQuest” presentation during the “Disney x Hall M” event at Palacio de Ferias y Congresos on October 03, 2026 in Malaga, Spain. (Photo by Patricia J. Garcinuno/Getty Images for Disney+)
Parlando dei colleghi, l’attore ha elogiato il cast a cominciare da James Spader, ma non ha nascosto l’entusiasmo per Emily Hampshire, “deliziosa” nel ruolo che interpreta (e di cui non vogliamo dirvi ancora nulla) e, a suo dire, “forse la persona più divertente che abbia mai conosciuto“.
Secondo Bettany, il segreto di un gruppo così riuscito sta nel tono della serie: particolarmente difficile da afferrare, ma quando tutti lo capiscono, ha spiegato, “puoi volare”.
Bettany ha elogiato costumisti e scenografi, che si sono investiti moltissimo nel progetto portandoci parecchio di personale. L’attore ha citato come esempio, un completo gessato che comparirà nella serie, con un dettaglio ideato appositamente dal team costumi. Parole di ringraziamento anche per la squadra stunt: combattimenti e acrobazie, ha detto, sono “eccezionali”.
Cosa aspettarsi dal resto della serie
Invitato a sbilanciarsi sul seguito, Bettany ha scherzato promettendo “tanta energia maschile, in senso buono” e “danni intergenerazionali” causati da robot e laser. Dietro il tono leggero, però, c’è il cuore della storia: una vicenda emotiva e al tempo stesso divertente che parla di identità.
Vision, ha ricordato, cerca da sempre di capire chi è e chi dovrebbe essere, e lo stesso vale per i giovani protagonisti, impegnati in una vera e propria quest. Una ricerca, ha sottolineato, molto urgente, che il titolo stesso della serie riassume.

VisionQuest arriverà il 14 ottobre su Disney+.
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Comicon e Fiere
San Diego Comic-Con Málaga 2026: Richard Dean Anderson, l’indimenticabile MacGyver
Al San Diego Comic Con Malaga 2026 altro grande ospite è stato Richard Dean Anderson, conosciuto da tutti come Angus MacGyver
Quanti come noi si sono chiesti più di una volta guardando una puntata di MacGyver “ma come diavolo è possibile!?“.
E’ incredibile come un personaggio televisivo come quello interpretato da Richard Dean Anderson, sia entrato nell’immaginario di tutti noi con le sue invenzioni assurde utilizzando principalmente un coltellino svizzero (ebbene sì, caro Gen Z che stai leggendo questo articolo e che non hai mai visto le avventure di Angus MacGyver!).
Erano gli anni ’80 e non si doveva per forza spiegare “il perché e il come” di ogni cosa. Semplicemente si accettava in quanto soluzione al problema senza porsi domande. Si trattava di una televisione diversa in cui il nostro Anderson si è consacrato al grande pubblico nei panni del giovane ex artificiere vero e proprio genio del “problem solving low cost”.
Richard Dean Anderson è stato un altro degli attori di questo San Diego Comic Con Malaga che ha acceso la nostalgia sugli anni ’80 e ’90 insieme ad altri ospiti tra cui Christopher Lambert (di cui abbiamo parlato qua).
Per molti Anderson è il protagonista di MacGyver e il colonnello Jack O’Neill di Stargate SG-1. Il suo arrivo ha un tempismo curioso: la serie che l’ha reso famoso ha compiuto 41 anni proprio in questi giorni.
Nel panel del 3 ottobre, Anderson ha ripercorso una carriera costruita quasi senza progetti, tra aneddoti, battute e qualche momento di commozione.
L’audizione con occhiali da sole che gli consegnò il ruolo di MacGyver

Il suo MacGyver nasce da un dettaglio buffo. All’audizione gli chiesero di leggere con un ragazzino candidato per la serie, ma senza occhiali non riusciva a leggere il copione e quindi Richard chiese di tenerli. I produttori, racconta, si scambiarono un’occhiata d’intesa: quell’attore non si preoccupava di come appariva davanti alla telecamera, ed era l’uomo giusto. E così Anderson divenne l’iconico Angus MacGyver.
Alla domanda se avesse intuito l’importanza del personaggio, Anderson è stato netto: no. Cresciuto in Minnesota, aveva lasciato casa da giovane e viaggiato per Stati Uniti e Canada in treno merci e in autostop, passando “da un lavoro all’altro”. Poi MacGyver è andato avanti anno dopo anno, e quel successo gli ha dato la credibilità per reggere una serie.
Parte del carattere di MacGyver, spiega, viene dallo stesso Anderson. Gli sceneggiatori hanno cucito addosso al personaggio le qualità dell’attore, quelle tipiche del Minnesota: stoicismo, cortesia, apertura. Anderson giocava a hockey, sciava e guidava auto da corsa, quindi era più semplice girare le scene con lui che con una controfigura. Le soluzioni “impossibili” nascevano da una collaborazione: gli autori scrivevano la situazione e consulenti di scuole tecniche e college dell’area di Los Angeles aiutavano a trovare come risolverla con ciò che c’era nella stanza.
Chi riguarda la serie nota che ogni episodio della prima stagione somiglia a un film di James Bond, con una missione che iniziava e terminava nella stessa puntata. Anderson ha spiegato che il motivo era puramente un questione di costi: girare due mini-storie in un episodio, con circa sette giorni a disposizione, era difficile e costoso, e il budget era quello che era. Meglio raccontare una storia sola, con un inizio, uno svolgimento e una fine.
Per quanto riguarda la chiusura di MacGyver, fu la rete, ha ricordato, a scegliere di non rinnovare la serie nonostante gli ascolti buoni. Anderson non ne fu dispiaciuto: era esausto e accusava vari infortuni accumulati sul set.
L’altro volto iconico di Anderson: il generale Jack O’Neill

Per Stargate-SG 1 fu un produttore con cui aveva già lavorato a chiamarlo, mandandogli il film con Kurt Russell. Anderson accettò a una condizione: non voleva interpretare il personaggio in modo rigido come Russell, che definisce fenomenale, e inoltre voleva poterci mettere il suo sarcasmo. Racconta di aver chiesto al generale dell’Aeronautica George Jumper, in visita sul set, se questa versione di O’Neill andasse bene all’Air Force. La risposta fu secca: aveva uomini come lui, “e peggio”. Anderson l’ha raccontato ridendo.
Del cast conserva soprattutto i legami personali. Con Amanda Tapping e Michael Shanks si vede spesso agli eventi come questo, e con Amanda dice di essere “migliori amici”: quando è in viaggio, le scrive che avrebbe dovuto esserci.
Anderson ha spiegato che lasciò la serie perché durante Stargate era nata sua figlia, Wylie Quinn, oggi regista, autrice e produttrice di spettacoli teatrali e cortometraggi. Non voleva perdersi i suoi primi anni. Oggi vive tra i suoi cani, l’oceano e la scrittura, e ha invitato il pubblico a tenere d’occhio quel nome.
Un consiglio e un aneddoto
A chi sogna di recitare ha dato un consiglio: la gavetta migliore sono le soap opera. E sull’hockey ha ricordato le partite di beneficenza che co-ideò con John Bennett Perry, padre di Matthew Perry, a cui una volta invitò a giocare anche Keanu Reeves.

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Comicon e Fiere
San Diego Comic-Con Malaga 2026: La ciurma di One Piece conquista la Hall M
C’era tanta attesa per il panel di One Piece nella Hall of M del San Diego Comic-Con di Malaga di quest’anno. E le aspettative possiamo dire che sono state mantenute grazie ai grandi ospiti che sono intervenuti sul palco: Peter Gadiot, Taz Skylar e Iñaki Godoy
Dopo gli antieroi di The Boys, la Hall M del San Diego Comic-Con Malàga ha cambiato direzione e ha puntato dritta verso la Rotta Maggiore.
Alle 14:30 di venerdì 2 ottobre è andato in scena One Piece: Más allá de la Gran Ruta, il panel dedicato alla serie live action di Netflix, con Iñaki Godoy (Rufy), Taz Skylar (Sanji), Peter Gadiot (Shanks, aggiunto al programma negli ultimi giorni al posto di Emily Rudd) e Lukas Ettlin, regista, produttore e direttore della fotografia svizzero. Il suo curriculum comprende Black Sails, Daredevil, Jack Ryan e Outer Banks, oltre a parte della seconda stagione del live action di One Piece.
Una presentazione tra Shanks, Sanji e… Excel

L’ingresso degli ospiti è stato uno show a sé. Per primo è arrivato Gadiot, annunciato come Shanks “il pirata dai capelli rossi”. Poi è toccato a Skylar, il cuoco preferito della ciurma (e anche del pubblico…). A chiudere la presentazione, Godoy, definito colui che ha deciso di diventare il re dei pirati e ha finito per conquistare i cuori dei fan. Non esageriamo se, tra gli ospiti che in questi giorni si sono susseguiti sul palco della Hall of M, Iñaki Godoy è stato quello più acclamato dal pubblico pagante.
Probabilmente per la sua semplicità e autenticità, caratteristiche che contraddistinguono lo stesso personaggio che interpreta: Luffy.
La sua presentazione è stata spiazzante e esilarante:
«Sono un attore, mi piace giocare con lo yo-yo, sono bravo a Minecraft e so usare Excel.» – Iñaki Godoy
Davvero incredibile, poi, il feeling con Taz Skylar; i due sono davvero amici e allo stesso tempo scherzosamente ‘competitivi’, ma davvero uniti anche al di fuori del set come hanno dimostrato gli abbracci e le battute durante il panel.
Tra una risata e l’altra non è mancato il tormentone del video virale, girato negli ultimi giorni, in cui un membro del cast preferiva le patatas bravas alla paella. Il conduttore ha tifato apertamente per le bravas, e il discorso è tornato anche a fine panel.
Il segreto: restare fedeli a Eiichirō Oda

La prima domanda è stata quella che tutti i fan si chiedono da tempo: come si tiene insieme un racconto che è al contempo ironico, con una comicità a tratti infantile, ma capace di far piangere nella scena dopo? E come si è riusciti a creare un contenuto di successo dove tante trasposizioni live action di manga e anime hanno fallito?
La risposta, corale, parte da Eiichiro Oda e dal materiale originale. La sfida più difficile, hanno spiegato dal palco, è onorare ciò che i fan amano da anni e allo stesso tempo aggiungere qualcosa di nuovo. Il metodo è sbagliare, imparare e confrontarsi con i fan, con tanta comunicazione e sincerità all’interno del team, che comprende non solo gli attori coinvolti, ma anche la squadra di produzione.
Luffy, Sanji e Shanks visti dagli attori

Godoy ha raccontato di aver imparato molto dal manga, dall’anime e dagli incontri con i fan. Ha capito che Luffy, oltre a essere carismatico e divertente, può essere diretto e a volte egoista. E ha capito che non è un personaggio in cui identificarsi, ma uno che suscita emozioni: per essere Luffy non bisogna avere paura di niente. E, a parere di chi scrive, pare che Godoy abbia compreso bene il ruolo che deve interpretare.
Skylar ha descritto il suo Sanji come un ragazzo che nasconde la sensibilità dietro l’azione, la cucina e le battute. È un personaggio che sente moltissimo e mette impegno in tutto, ma non vuole che si noti. Sono proprio i momenti di vulnerabilità a creare più empatia tra lui e Sanji.
Gadiot ha parlato di Shanks, un personaggio che, come nella trama originale del manga, compare poco ma pesa molto sulla storia. Il suo punto di partenza è il materiale originale, poi il dialogo con il regista e il team creativo, e la fiducia reciproca.
Dietro la stagione 2: Neve di cartapesta in Sudafrica?

Con la seconda stagione la serie ha alzato l’asticella: la gigantesca balena Laboon, la Red Line, un’isola innevata. Ettlin ha ricordato di essersi battuto per portare sullo schermo elementi del manga assenti dalle sceneggiature. L’esempio è la sequenza della montagna di Drum, tra le più complicate della stagione. Ha raccontato di aver chiesto subito ai vari reparti di lavorarci insieme, convinto che ne sarebbe nata una scena enorme.
C’è poi un dettaglio da set. La neve, girata in Sudafrica in piena estate, era in gran parte cartapesta sparata da turbine enormi. Il cast ha raccontato di averne trovato ovunque, anche negli occhi, e di averlo dovuto togliere con fatica. Il regista è stato lodato per l’entusiasmo con cui si presentava sul set anche dopo giorni in mezzo alla finta neve.
La morale di One Piece: Credere nei sogni
Il momento più emotivo è arrivato con Godoy e il suo rapporto con la serie che lo ha lanciato nel grande mondo della recitazione. Prima di One Piece, in piena pandemia, si chiedeva dove l’avrebbe portato la recitazione. Il ruolo di Luffy è arrivato al momento giusto e ha certificato una cosa: credere nei sogni è bello, perché a volte si realizzano e a volte no, ma resta la soddisfazione di aver dato il massimo per raggiungerli. Luffy, ha spiegato, non teme di vivere, perché finché si cammina verso ciò che si vuole e ci si gode il percorso, si sta già vincendo.
Infine agli attori e al regista è stato chiesta qualche anticipazione sulla prossima stagione, ma tutti hanno mantenuto le bocche cucite!
Un panel tra risate, emozione e dietro le quinte, che ha mostrato quanto lavoro (e risate) ci sia dietro l’avventura della più grande ciurma di pirati di sempre. La ciurma di Cappello di Paglia.

*Qua l’articolo sul San Diego Comic-Con Malaga: Karl Urban e Aya Cash, i ‘cattivi ragazzi’ della Hall M
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