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The Beauty: conferenza stampa sullo show Disney+ dove la perfezione è ossessione

Si è tenuta il 19 gennaio la conferenza stampa a Roma di The Beauty, la nuova serie di Ryan Murphy in arrivo il 22 gennaio su Disney+. Presenti Evan Peters, Anthony Ramos, Jeremy Pope, Ashton Kutcher e Rebecca Hall. Ecco com’è andata…

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Roma è stato per un giorno il cuore pulsante di The Beauty, la nuova serie Original FX prodotta da Ryan Murphy, la mente dietro serie horror thriller come Monster e American Horror Story, presentata in anteprima durante la conferenza stampa italiana.

I primi tre episodi arriveranno su Disney+ dal 22 gennaio, e la scelta dell’anteprima a Roma non è un caso, visto che parte della serie è stata girata proprio nella capitale italiana.  Dalle parole del cast è chiaro che The Beauty non sia un semplice thriller, ma una riflessione inquietante e attualissima sull’ossessione per la perfezione.

All’evento ha partecipato gran parte del cast: Ashton Kutcher, Jeremy Pope, Evan Peters, Anthony Ramos, Rebecca Hall, che hanno raccontato genesi, temi e lavorazione di un progetto che mette al centro l’ossessione contemporanea per la bellezza e il prezzo da pagare per raggiungerla.

Il lavoro con Ryan Murphy: “Bisogna arrivare sul set con la mente aperta”

Fin dalle prime battute, il cast ha sottolineato come The Beauty sia un thriller globale che utilizza il genere per riflettere su concetti estremamente attuali: perfezione, sacrificio, immagine pubblica e identità. Lavorare con Ryan Murphy, raccontano Rebecca Hall e Evan Peters, che nella serie formano la coppia investigativa dell’FBI, Jordan Bennett e Cooper Madsen, è stato un’esperienza entusiasmante e fuori dagli schemi: Murphy ha presentato la serie più come una visione che come una sceneggiatura tradizionale, lasciando ampio spazio alla trasformazione del materiale scritto, una volta arrivati sul set.

Rebecca Hall:
«Ryan non mi ha nemmeno fatto leggere subito la sceneggiatura. Mi ha raccontato l’idea a colazione. È stato uno dei momenti più divertenti e stimolanti della mia carriera.»

Evan Peters:

«Questa serie parla di quanto siamo disposti a sacrificarci per sentirci accettati. La bellezza diventa una forma di potere, ma anche una trappola.»

Murphy viene descritto come un creatore capace di trasportare sul set ciò che è scritto sulle pagine della sceneggiatura.

Jeremy Pope:
«Con Ryan devi essere pronto a tutto. Quello che leggi cambia forma nella realtà, e devi essere disposto a usare il tuo corpo esattamente come serve alla storia.»

L’importanza della dimensione fisica dei personaggi di The Beauty

Trattandosi di un thriller internazionale, la serie ha richiesto un forte impegno fisico, tra combattimenti, inseguimenti e scene d’azione girate tra Roma, Venezia e New York. Grande importanza è stata data alla dimensione fisica dei personaggi.

Anthony Ramos, il letale sicario “The Assassin”, e Jeremy Pope, l’emarginato Jeremy nella serie, hanno parlato di una preparazione intensa tra combattimenti, allenamenti e stunt, ma anche del forte legame personale che ha reso il lavoro sul set naturale e divertente. Entrambi hanno evidenziato come Murphy richieda agli attori una totale disponibilità, sia fisica che emotiva, perché nulla resta uguale tra copione e riprese.

Anthony Ramos:
«Io e Jeremy ci conosciamo da una vita, abbiamo studiato insieme. Girare questa serie non sembrava lavoro: ridevamo anche dopo 14 ore di set.»

Jeremy Pope:
«Ci siamo allenati duramente: boxe, stunt, preparazione fisica. Dovevamo essere pronti a tutto.»

Roma non solo set ma parte del cast: “La città parla da sola”

Le riprese in Italia sono state uno degli elementi più sorprendenti dell’esperienza. Roma e Venezia non sono semplici sfondi, ma veri e propri personaggi della serie. Girare in luoghi iconici come il Foro Romano, spesso in condizioni irripetibili, ha dato a The Beauty un’identità visiva unica. Il cast ha più volte ribadito come l’architettura, i colori e la storia delle città italiane abbiano elevato il racconto, rendendo superfluo, in alcune inquadrature, qualsiasi dialogo.

Rebecca Hall:
«Roma non è solo uno sfondo. È un personaggio della serie. Alcune inquadrature non hanno bisogno di dialoghi: la città parla da sola.»

Evan Peters:

«Girare in Italia è stato incredibile perché i luoghi raccontavano già una storia. In certi momenti non serviva nemmeno parlare: bastava stare lì, dentro quello spazio.»

Ashton Kutcher: la bellezza sintetica e il lato oscuro del potere

Ashton Kutcher, interprete di The Corporation, l’oscuro miliardario che ha inventato il farmaco La Beauty, ha raccontato il lavoro sul suo personaggio, uno dei più ambigui e disturbanti della serie. Per interpretarlo si è ispirato a figure reali appartenenti a un’élite economica che affronta ogni problema con arroganza e senso di impunità. La chiave, spiega l’attore, è stata trovare una giustificazione “nobile” a comportamenti moralmente orribili, rendendoli credibili dall’interno.

Ashton Kutcher:
«Ho osservato persone molto ricche, il loro modo di attraversare il mondo come se nulla fosse un problema. Se vai in prigione, compri la prigione e la rendi più bella.»

Particolarmente intensa è stata la collaborazione con Isabella Rossellini: lavorare accanto a un’icona del cinema italiano è stato per Kutcher intimidatorio ma fondamentale per costruire la complessa dinamica tra bellezza “artigianale” e bellezza artificiale che attraversa tutta la serie.

Ashton Kutcher:
«Aggredirla verbalmente in scena è stato terrificante. Lei è un’icona. Cercavo la sua approvazione in ogni singola scena.»

Perfezione, imperfezione e giudizio

Durante il Q&A con la stampa emerge uno dei temi centrali di The Beauty: cosa saremmo disposti a sacrificare per essere perfetti?

Rebecca Hall:
«Quando arrivai a Hollywood mi dissero che avevo “denti troppo britannici”. Io non li ho cambiati per anni. L’imperfezione può essere affascinante.»

Evan Peters:
«Il vero orrore non è la trasformazione in sé, ma il motivo per cui la desideriamo.»

Kutcher ha ampliato il discorso collegandolo alla società dei consumi e alla pressione sociale: il desiderio di apparire migliori porta spesso a sacrificare benessere, stabilità e identità. Il punto, secondo l’attore, non è proibire il cambiamento, ma interrogarsi sulle motivazioni profonde: lo facciamo per noi stessi o per aderire a uno standard imposto dall’esterno?

Ashton Kutcher:
«Credo che i danni stiano già accadendo. I ragazzi oggi crescono sommersi da modelli irraggiungibili, senza avere ancora gli strumenti emotivi per difendersi.»

Kutcher racconta anche un’esperienza personale molto intensa, legata al fratello gemello con paralisi cerebrale, riflettendo sul concetto di empatia e sul valore di vivere l’unica vita che abbiamo.

Ashton Kutcher:
«Tutti noi viviamo l’unica vita che conosceremo mai. Forse non sappiamo nemmeno quanto l’aspetto fisico abbia influenzato il nostro percorso.»

In questo senso, The Beauty non è solo intrattenimento, ma una riflessione sulle conseguenze psicologiche di un sistema che normalizza il confronto continuo e la sensazione di inadeguatezza.

Intelligenza artificiale e nuovi modelli di perfezione

Non poteva mancare una riflessione sull’intelligenza artificiale e sui nuovi modelli di bellezza digitale. Jeremy Pope ha definito la questione “in movimento”, sottolineando come il vero rischio non sia la tecnologia in sé, ma la perdita della distinzione tra reale e artificiale.

Jeremy Pope:
«Viviamo un periodo estremamente interessante. La linea tra ciò che è reale e ciò che non lo è diventa sempre più sottile.»

Anthony Ramos:
«L’intelligenza artificiale è solo un nuovo mezzo. Anche il teatro esiste ancora, anzi è più vivo che mai.»

Evan Peters:

«La cosa più inquietante di The Beauty è che non parla di un futuro lontano. Molte delle scelte dei personaggi sono già parte della nostra quotidianità.»

Tuttavia, il cast concorda sul fatto che ogni nuova tecnologia sia semplicemente un mezzo: ciò che conta è come viene usata. L’arte, il teatro e l’esperienza diretta restano insostituibili proprio perché imperfette, irripetibili e umane.

The Beauty come specchio del nostro presente

In chiusura, si è parlato anche della preparazione estetica dei personaggi: costumi, trucco e acconciature sono stati fondamentali per raccontare chi sono questi individui e cosa cercano di comunicare al mondo. Non una bellezza uniforme, ma una costruzione mirata, coerente con il ruolo e con il messaggio della serie.

The Beauty si presenta così come un thriller elegante e disturbante, capace di usare il linguaggio della serialità per interrogare il presente. Una storia che parla di bellezza, sì, ma soprattutto di identità, potere e delle crepe che si nascondono dietro l’apparenza della perfezione.

Condividiamo, infine, con i nostri lettori lo speciale video realizzato dalla produzione, che mostra la Fontana di Trevi al centro di un emozionante video mapping.

Ringraziamo l’ufficio stampa Disney+ per l’invito, la condivisione del materiale fotografico, per aver assistito alla conferenza stampa di The Beauty.

 


The Beauty

Nella serie FX The Beauty, il mondo dell’alta moda viene sconvolto quando alcune top model internazionali cominciano a morire in circostanze misteriose e raccapriccianti. Gli agenti dell’FBI “Cooper Madsen” (Evan Peters) e “Jordan Bennett” (Rebecca Hall) vengono mandati a Parigi per scoprire la verità. Man mano che approfondiscono il caso, vengono a sapere di un virus sessualmente trasmissibile che trasforma le persone comuni in esseri fisicamente perfetti, ma con conseguenze terrificanti.

La loro indagine li porta direttamente nel mirino di “The Corporation” (Ashton Kutcher), un oscuro miliardario del settore tecnologico che ha creato in segreto un farmaco miracoloso chiamato “La Beauty” e che è disposto a tutto pur di proteggere il suo impero da mille miliardi di dollari, persino scatenare il suo letale sicario, “The Assassin” (Anthony Ramos). Mentre l’epidemia dilaga, “Jeremy” (Jeremy Pope), un emarginato disperato, viene coinvolto nel caos in cerca di uno scopo; nel frattempo, gli agenti si precipitano a Parigi, Venezia, Roma e New York per fermare una minaccia che potrebbe alterare il futuro dell’umanità. The Beauty è un thriller globale che chiede: cosa saresti disposto a sacrificare per la perfezione?

Tra le guest star della serie ci sono Amelia Gray Hamlin, Ari Graynor, Bella Hadid, Ben Platt, Billy Eichner, Isabella Rossellini, Jaquel Spivey, Jessica Alexander, Jon Jon Briones, John Carroll Lynch, Julie Halston, Lux Pascal, Meghan Trainor, Nicola Peltz Beckham, Peter Gallagher e Vincent D’Onofrio.

Creata e scritta da Ryan Murphy & Matthew Hodgson, la serie FX The Beauty vede come executive producer Murphy, Hodgson, Evan Peters, Anthony Ramos, Jeremy Pope, Eric Kovtun, Scott Robertson, Nissa Diederich, Michael Uppendahl, Alexis Martin Woodall, Eric Gitter, Peter Schwerin e Jeremy Haun. È basata sulla serie a fumetti scritta da Haun e Jason A. Hurley, coinvolto come consulente. The Beauty è prodotta da 20th Television.

La nuova serie thriller internazionale di FX The Beauty debutterà il 22 gennaio sulla piattaforma streaming in Italia con i primi 3 episodi. Composta da 11 episodi, la serie proseguirà ogni giovedì con un nuovo episodio e si concluderà, per ciascuna delle due settimane finali, con un doppio episodio.

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Recensioni

Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883, quando i sogni diventano realtà… e tutto cambia

La seconda stagione degli 883 racconta il successo, i sogni e l’amicizia di Max e Mauro. La nostra recensione di Nord Sud Ovest Est.

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Serie TV Nord Sud Ovest Est
4.5

«Max, ma io questa come la ballo?»

La prima stagione sulla nascita, l’ascesa e la fine degli 883 ci aveva lasciato con questo interrogativo, che Mauro pone a Max dopo aver ascoltato la canzone che lo stesso Max compone per l’amore di sempre, Silvia, e che potrebbe diventare una nuova canzone per il secondo album degli 883, dopo lo strepitoso successo di Hanno ucciso l’Uomo Ragno, culminato con il concerto di chiusura all’Aquafan di Riccione. Una canzone da 883, ma non ancora per gli 883.

È con questa premessa che parte la seconda stagione, Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883, in onda su Sky e NOW dallo scorso 9 ottobre.

Al timone della serie si riconferma lo stesso team che ha sbaragliato le classifiche nel 2024. Alla scrittura e alla regia troviamo Sydney Sibilia, che coordina un nuovo team di registi composto da Alessio Lauria, Simone Godano e Alice Filippi.

Tornano nei ruoli di Max e Mauro Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli, insieme a Ludovica Barbarito (Silvia), Davide Calgaro (Cisco), Edoardo Ferrario (Pierpaolo), Roberto Zibetti (Claudio Cecchetto) e Riccardo Armiento (Nemorino), affiancati dalle new entry Gaia Zampighi (Michela Rossini) e Rosa Barbolini (Caterina).

Il successo, i sogni e una strada che comincia a dividersi

1993. Per Max e Mauro il sogno è finalmente diventato realtà. Le classifiche, le interviste, i fan e un successo che sembra non conoscere confini. Due ragazzi di provincia si ritrovano improvvisamente catapultati in una dimensione completamente nuova, molto diversa da quella che avevano immaginato.

Eppure, dietro l’entusiasmo e le luci della ribalta, non tutto è così semplice.

Mentre Max si lascia travolgere dalle nuove possibilità, dalla voglia di raccontare il mondo che sta scoprendo e dal desiderio di capire quale sarà il prossimo passo della sua carriera, Mauro comincia a fare i conti con dubbi e inquietudini sempre più difficili da ignorare. Due amici che hanno condiviso tutto iniziano così a guardare al futuro attraverso prospettive differenti.

La loro avventura li porterà ben lontano dalla quotidianità di Pavia. Prima nella Milano della moda, dei locali esclusivi e delle infinite occasioni, poi oltreoceano, nell’America tanto sognata attraverso la musica e il cinema.

Un viaggio tra entusiasmo, incontri inattesi, nuove scoperte e disillusioni, che metterà entrambi davanti a una domanda fondamentale: cosa desiderano davvero dalla vita?

Perché crescere significa anche scegliere chi diventare. E quando il successo arriva a cambiare ogni cosa, persino i legami più profondi possono essere messi alla prova.

Nord Sud Ovest Est si prepara così a raccontare l’ultimo grande capitolo di un’avventura fatta di musica, sogni e amicizia. Una storia che ci porta nel momento in cui tutto sembra possibile, ma in cui niente è più semplice come prima.

Una generazione cresciuta con le canzoni degli 883

Questa seconda stagione è stata per me un viaggio: un viaggio inevitabilmente nei ricordi, ma anche un viaggio che mi sembra di aver fatto con Max e Mauro, attraverso la nascita e la consacrazione di canzoni come Sei un mito, Rotta per casa di Dio, Non ci spezziamo e la stessa Nord Sud Ovest Est.

Se la prima stagione è stata più intima, perché non abbiamo mai «visto» come si sono formati gli 883 e abbiamo imparato a conoscerli con l’uscita di Non me la menare, questa stagione è stata più «pubblica»: ai tempi, il loro percorso è diventato anche un po’ il nostro.

Perché le canzoni degli 883 hanno parlato, parlano e parleranno sempre a tutti noi. Passano le mode e i tempi, ma certe dinamiche rimarranno sempre le stesse. Ci saranno sempre dei 2 di picche da parte di una ragazza, in un gruppo di amici ci sarà sempre lo «sfigato» e quello che se la tira, e quello stesso gruppo di amici avrà sempre una serata leggendaria da raccontare, anche se tutto è andato storto.

Cambiano i modi, oggi magari un po’ più veloci e smart, ma il contenuto non cambierà mai. È questa la forza delle loro canzoni, che ancora oggi riempiono nuovamente gli stadi.

Ci si riconosce in Max e Mauro. Negli anni ’90 si impazziva per la musica di Michael Jackson e dei Queen, ma erano semidei lontanissimi da noi. Gli 883, invece, parlano a me, a noi e a voi, con disavventure quotidiane, perché loro stessi erano due giovani di provincia, come la stragrande maggioranza di noi.

È questa la loro forza e la forza di questa stagione, che li ha resi (e nuovamente resi) famosi: parla di tutti noi, del tempo che passa, delle scelte che ci allontanano e dei sogni che si trasformano.

Max e Mauro: quando un sogno non basta più

Max e Mauro, in questi 8 nuovi episodi, crescono, maturano e cambiano. L’amicizia non è mai scalfita, ma i sogni cominciano a non essere più gli stessi.

Max si accorge che è bravo a fare musica ed è bravo a stare nella macchina dello star system. Prende consapevolezza dei suoi mezzi e, mentre nella prima stagione era impaurito e quasi titubante, in questa nuova stagione è più forte e sicuro di sé. Una sicurezza tale da portarlo, per tutta la stagione, a rispondere alla domanda iniziale di Mauro, perché sa che senza una risposta a quel fondamentale quesito non sarebbe bastata la fratellanza a tenere unito il duo.

Mauro ha quasi il percorso opposto. Da vulcano di idee e vero sostenitore del sogno di fare musica, passa a diventare pian piano quello insicuro e a tratti triste. Non gli pesa essere arrivato in cima, ma gli pesa proprio il fatto che, una volta arrivato lassù, non puoi fare altro che scendere per iniziare una nuova scalata.

Ha sempre protetto Max, ma quando si accorge che il suo compagno di banco, amico e fratello, a un certo punto, può andare avanti da solo, capisce che gli 883 non sono più il suo posto. Capisce che lui il suo posto nel mondo deve ancora trovarlo e non può trovarlo più insieme a Max.

Durante la visione della serie ho vissuto anche una duplice sensazione stranissima. La serie si sa già come va a finire: l’epilogo della storia fra Max e Mauro, e quindi degli 883, non è assolutamente uno spoiler. Ma è proprio lì che accade qualcosa di strano.

Guardi le puntate e, nel momento di discesa del duo, speri sempre che questa volta qualcosa cambi, che succeda quell’incastro o quella coincidenza (Sydney Sibilia è stato bravissimo anche questa volta a scrivere tutto il puzzle di avvenimenti per farli confluire nella macrostoria) che possa cambiare il finale, che gli 883 non si sciolgano.

Ma purtroppo questa è anche una serie che non vuole rispondere alla domanda finale, quella la sappiamo già. La vera domanda è: quando e come è avvenuta la rottura?

Come si arriva alla fine di un sogno? Come si racconta il momento in cui due ragazzi che hanno condiviso tutto iniziano lentamente a prendere strade diverse?

Nord Sud Ovest Est

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Prime video

Carrie, il lato oscuro dei social nella serie di Mike Flanagan

Recensione della miniserie Carrie, tratta dall’omonimo romanzo di Stephen King e pubblicata da Prime Video nell’ottobre 2026.

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VOTO POPCORNERD Carrie, il lato oscuro dei social nella serie di Mike Flanagan
4.5

Dicono che le migliori storie inizino dalla fine, e quella di Carrie White è una di queste.

Gli otto episodi che compongono la prima (e unica, al momento) stagione della miniserie Carrie sono un eccellente adattamento della storia originale, trasposta ai giorni nostri senza perdere lo stile narrativo di Stephen King e adattandolo, al tempo stesso, a un contesto moderno.

Prima di parlare dell’adattamento targato Prime Video, però, vorrei parlare brevemente del romanzo dal quale questa miniserie è tratta. La novel in questione è Carrie, il romanzo di debutto del leggendario scrittore horror Stephen King, pubblicato nel lontano 1974. Il romanzo racconta la storia di Carietta “Carrie” White, un’introversa ragazza vittima di bullismo e degli abusi domestici di una madre fanatica religiosa, che scopre di possedere incredibili poteri di telecinesi. Il romanzo fu così iconico da essere trasposto quasi subito sul grande schermo: nel 1976, il regista Brian De Palma ne realizzò Carrie – Lo sguardo di Satana.

Sissy Spacek in Carrie - Lo Sguardo di Satana

Sissy Spacek interpreta Carrie in Carrie – Lo Sguardo di Satana

A distanza di cinquant’anni dalla prima pellicola dedicata allo strabiliante romanzo di King, Prime Video fa un regalo di Natale anticipato ai fan del maestro dell’horror con la miniserie Carrie, creata da Mike Flanagan, un nome ormai familiare quando si parla di adattamenti delle opere di Stephen King. Il regista ha infatti già portato sullo schermo Il gioco di Gerald (Gerald’s Game, 2017), Doctor Sleep (2019) e The Life of Chuck (La vita di Chuck, 2024).

Non uno qualsiasi, insomma. E questo non ha fatto altro che alimentare la mia curiosità per la miniserie di casa Amazon.

Il bullismo nell’era dei social media

Il tema cardine su cui si basa Carrie – sia nel libro che nella trasposizione di Flanagan – è il bullismo. Carrie è una ragazza timida, cresciuta sotto l’ingombrante ombra della madre, che ne controlla ogni aspetto della vita: dalla fede in Dio ai libri che la figlia può leggere. Quando Carrie entra in contatto con il mondo al di fuori della soglia di casa e, più nello specifico, con quello della scuola, si trova come un pesce fuor d’acqua. Questo suo essere “diversa” la rende un bersaglio facile per i bulli della scuola, che in questo caso non sono rappresentati dai classici ragazzi “più grandi e grossi”, bensì da un gruppo di ragazze che mette Carrie sotto un’enorme pressione sociale.

Il bullismo si è evoluto con l'avvento dei social media

Il bullismo si è evoluto con l’avvento dei social media

Ed è qui che la reinterpretazione moderna di Flanagan fa la magia. Il regista traduce infatti il tutto in chiave contemporanea attraverso l’introduzione dei social media. Carrie viene presa in giro e costantemente ripresa con gli smartphone dai propri aguzzini, per poi finire su una pagina Instagram anonima a suo nome che, con il tempo, causerà danni irreversibili. Con questo espediente, Flanagan riesce a ruotare attorno a temi estremamente attuali come il cyberbullismo e il furto d’identità digitale, mostrando come questa piaga possa avere un ruolo centrale nella salute mentale degli adolescenti. Quella che una volta era semplice peer pressure tra le aule e i corridoi della scuola, oggi può trasformarsi in qualcosa di decisamente più grande, difficile da controllare e potenzialmente molto più dannoso.

Il bullismo non finisce più quando suona la campanella: segue le sue vittime anche fuori da scuola, entra nelle loro case e, attraverso uno smartphone, può raggiungere centinaia o migliaia di persone in pochi secondi.

Sarebbe un teen drama qualsiasi se non fosse per i poteri di Carrie

Carrie segue la classica struttura dei teen drama, nella quale il protagonista, un personaggio schivo e introverso, deve fare i conti con il mondo che lo circonda e, spesso, questo avviene proprio nel contesto scolastico. Insomma, siamo abituati a storie di questo tipo, anche se sensibilizzare il pubblico su temi come il bullismo e la violenza non è mai scontato né ridondante.

Questa serie, però, pur presentandosi inizialmente come un teen drama, mette subito le cose in chiaro quando diventa evidente che Carrie non è un’adolescente qualsiasi. Nei primi episodi, infatti, la vediamo spesso alle prese con emozioni molto forti che, in qualche modo, risvegliano i suoi poteri telecinetici. Carrie, come viene poi definita, è una vera e propria forza della natura, un uragano, capace di sprigionare poteri psichici tanto incredibili quanto spaventosi. Ed è proprio questo elemento a fare da spartiacque tra il classico teen drama scolastico e la storia che tutti conosciamo.

Carrie impara a controllare i suoi poteri di telecinesi

Carrie impara a controllare i suoi poteri di telecinesi

La componente horror della storia arriva sul finale, nella famosa scena del ballo di fine anno. Carrie ha ormai imparato a controllare i suoi poteri e, quando viene messa di fronte all’ennesima umiliazione pubblica da parte di Chris Hargensen, una delle ragazze che la tormentano, si lascia andare e scatena un’ondata di violenza che, in apparenza, non le appartiene, ma che in fondo covava da tempo. La sua furia è tale da portare alla quasi distruzione della scuola e dell’intera cittadina di Chamberlain, nel Maine. Come ho già accennato, una vera e propria forza della natura, nonostante la sua gracile statura fisica.

Le diverse forme della violenza

Un aspetto che mi è piaciuto particolarmente di questa miniserie è sicuramente il modo in cui viene rappresentata la violenza. Non tanto quella fisica, quanto quella psicologica: quella che ti mette sotto pressione e ti costringe a confrontarti costantemente con il mondo che ti circonda.

È proprio questo tipo di violenza a maturare nel corso dei sette episodi della serie, accumulandosi fino a trasformarsi in violenza fisica quando Carrie raggiunge il limite della sopportazione e si lascia andare, vendicandosi del male che le è stato fatto prima dai bulli della scuola e poi da una società superficiale, che non ha saputo proteggerla.

Quando Carrie capisce che non ha bisogno di essere protetta e che tutto ciò che amava è ormai perduto, è troppo tardi per correre ai ripari. Carrie non ha più una vita nella città di Chamberlain.

“Non era solo Carrie..”

A rendere ancora più intrigante il mistero legato ai poteri telecinetici della giovane Carrie ci pensa una sottotrama tanto interessante quanto cupa.

Flanagan non lo dice mai espressamente, ma sembra esserci un’organizzazione alla ricerca di persone dotate di poteri simili a quelli di Carrie. Non ci viene spiegato il perché esistono, né tantomeno chi si nasconda dietro questa organizzazione. Beh, a essere del tutto onesti, il chi ci viene rivelato nell’episodio finale, ma il tutto rimane avvolto in un alone di mistero.

Sappiamo che queste persone riescono a rintracciare Carrie, anche a causa del suo enorme e spaventoso potere, che viene chiamato shine, ovvero la Luccicanza. Un termine familiare a chiunque abbia letto almeno uno dei romanzi di Stephen King, come The Shining.

Avrei preferito qualche dettaglio in più su questa organizzazione, che ricorda tremendamente la scuola per mutanti di Charles Xavier. Ma questa è soltanto una piccola nota a margine, che non influisce sulla riuscita complessiva della serie.

One girl show di Summer H. Howell

Ma quanto è brava Summer H. Howell in questa serie! L’attrice riesce a dare vita a una Carrie White credibile, fragile e tormentata, trasmettendo tutto il disagio di una ragazza che si ritrova a fare i conti con un mondo che sembra avercela con lei. Dalla timidezza alle esplosioni di rabbia, passando per la paura e la confusione davanti ai suoi stessi poteri, Howell riesce a restituire le diverse sfaccettature del personaggio senza mai perdere di vista la sua vulnerabilità.

Ed è proprio questo il suo punto di forza: Carrie non è soltanto una ragazza con poteri telecinetici devastanti, ma un’adolescente che vorrebbe semplicemente essere accettata. Howell riesce a farci empatizzare con lei anche quando la situazione precipita, rendendo ancora più potente il contrasto tra la fragilità della ragazza e la distruzione di cui si dimostra capace.

Una performance che, episodio dopo episodio, conferma quanto il personaggio di Carrie sia il vero cuore della miniserie.

Sarebbe però ingiusto attribuire tutto il merito alla protagonista. L’intero cast contribuisce all’eccellente riuscita di questo adattamento, dando vita a personaggi che alimentano i conflitti della storia e rendono ancora più efficace il percorso di Carrie. Le interpretazioni funzionano nel loro insieme e aiutano a costruire quel clima di tensione e disagio che accompagna la miniserie fino al suo tragico finale.

Summer H. Howell interpreta Carrie in Carrie di Prime Video

Summer H. Howell interpreta Carrie in Carrie di Prime Video

Storia raccontata al contrario

Proprio come nel libro, la storia viene raccontata “al contrario”, partendo dal finale attraverso le testimonianze dei sopravvissuti alla tragedia avvenuta durante il ballo di fine anno nella palestra della Ewen High School. Mike Flanagan ha fedelmente riportato la struttura narrativa di Stephen King nel suo adattamento e ha fatto di questa scelta uno dei punti di forza della serie.

L’hook iniziale funziona benissimo e scaraventa lo spettatore nel bel mezzo della storia senza troppi giri di parole. Centinaia di morti, una città semidistrutta, persone sospette che si aggiravano nella palestra della scuola e… Carrie White.

Una volta visto il primo episodio, sono stato quasi costretto a continuare a guardare la serie. Per l’ennesima volta, Stephen King – con l’importante contributo di Flanagan – mi ha preso in ostaggio, solo che stavolta mi ha tenuto davanti allo schermo della televisione invece che incollato alle pagine di un libro.

E se siete amanti del genere horror o sci-fi, farà lo stesso effetto su di voi.

Non avete scampo.

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Disney+

Al San Diego Comic-Con Málaga 2026 i primi 22 minuti di VisionQuest

Al San Diego Comic-Con di Màlaga abbiamo visto all’interno del panel Disney i primi 22 minuti di VisionQuest, serie con protagonista Paul Bettany. Ecco le prime impressioni e alcune dichiarazioni di Bettany su quello che sarà lo show MCU

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Il panel Disney che si è tenuto sabato 3 ottobre al San Diego Comic-Con Málaga 2026 ha letteralmente infuocato il pubblico della manifestazione che ha avuto l’opportunità di partecipare all’evento.

È stato l’appuntamento più importante dell’intera kermesse che ha visto consumarsi per la prima volta al di fuori degli Stati Uniti, uno show di tale portata targato Disney. Tutti gli occhi delle oltre 3.000 persone sono stati rivolti verso i tre maxischermi e il palco della Hall M del SDCC Màlaga per assistere a uno spettacolo per cui “non si era preparati” secondo il presentatore del panel Claudio Serrano, attore spagnolo e storico doppiatore di Batman.

Tra le tante cose mostrate durante lo spettacolo, abbiamo avuto la possibilità di poter vedere in anteprima mondiale i primi 22 minuti del primo episodio di VisionQuest, la nuova serie TV dei Marvel Studios, che chiude la trilogia aperta da WandaVision e proseguita con Agatha: All Along.

Uno spettacolo che ha ulteriormente galvanizzato il pubblico che si aspettava invece il solo ingresso di Paul Bettany sul palco, protagonista dello show MCU, ultimo tassello prima dell’attesissimo blockbuster in arrivo a dicembre Avengers: Doomsday.

Anteprima di VisionQuest: cosa ci aspetta?

ATTENZIONE SPOILER!

Premetto che questa non è una recensione, in quanto ritengo forzata un’analisi di uno show dopo appena 22 minuti del primo episodio a fronte di otto da quasi un’ora l’uno di durata. Si tratta di semplici sensazioni e suggestioni in base a quello che la serie pare anticipare nelle prime battute.

La prima cosa che ci tengo a dire è che, differentemente dagli altri show da piattaforma Marvel Studios fruibili anche senza aver visto molto del Marvel Cinematic Universe, VisionQuest segue quanto visto su WandaVision, serie fondamentale per comprendere al meglio questo show, ma che, grazie a un ottimo espediente narrativo, viene riassunta subito all’inizio della puntata insieme a tutte le peripezie che hanno visto protagonista Visione da quando è comparso nel MCU nel secondo film degli Avengers.

Il titolo VisionQuest ha un determinato significato che emerge subito nella visione dei primi minuti della serie creata da Terry Matalas; una Visione in forma umana lavora, di giorno, all’interno dello stesso bar di Edimburgo dove lui e Wanda furono attaccati dall’Ordine Nero all’inizio di Avengers: Infinity War. Finito il turno, di notte si rintana all’interno di sè stesso in un mondo interiore fittizio, da lui creato, con tanto di domestici, maggiordomo e un ‘inquilino del piano di sopra’ fastidioso: Ultron, interpretato ancora una volta dal grande James Spader.

Le prime sensazioni che ho avuto è di stare vedendo il naturale sequel di WandaVision non solo dal punto di vista della trama: rispetto allo show di Agatha che è a tutti gli effetti uno spin-off che vive di vita propria, VisionQuest ha diversi riferimenti estetici e stile di narrazione che richiamano scelte scenografiche e di regia della serie su Wanda a partire da un mondo illusorio all’interno del quale La Visione ‘si nasconde dalla realtà’.

Festa del Cinema di Roma

Paul Bettany in VisionQuest exclusively on Disney+. Photo courtesy of Marvel. © 2026 Marvel. All Rights Reserved.

Affascinante, ben curato e dettagliato il ‘Quest’ della Visione con colori molto accesi volutamente saturi e un’abitazione british che sembra uscita da un scenografia teatrale (a partire dagli esterni sino ad arrivare agli arredi), che si contrappongono a colori più spenti e naturali della realtà.

Per fare un paragone più concreto, lo stacco tra realtà e immaginario della Visione mi ha ricordato un’altra serie TV bizzarra e al contempo geniale: Kevin Can F**k Himself. Questo show contrappone la finta felicità della protagonista Allison McRoberts (Annie Murphy) quando è in compagnia del marito Kevin (Eric Petersen) con dinamiche, atmosfere e formato da sit-com, al drama di quando è da sola che viene rappresentato attraverso colori più opachi che manifestano il suo reale scontento per un matrimonio che la rende infelice.

Sin da subito viene presentato parte del cast, che non comprende solo Visione e Ultron, ma anche altri personaggi che sono parte integrante del mondo del personaggio interpretato da Bettany. Alcuni sono già apparsi nel MCU e siamo sicuri che uno in particolare farà felici alcuni fan di vecchia data.

Interessante, anche il fatto che sia messo subito in risalto il complesso rapporto di amore/odio tra Visione e un Ultron decisamente diverso rispetto a quello visto in Avengers: Age of Ultron. Il villain qui appare più machiavellico, come una subdola coscienza nei panni umani di James Spader, che cerca più di raggirare Visione per perseguire fini decisamente personali, invece che pensare al bene del protagonista come in apparenza sembra. E in questi pochi minuti Spader sfodera tutta la sua loquacità forbita, caratteristica tipica di alcuni personaggi da lui intepretati in altre serie e film.

In definitiva questi 22 minuti di VisionQuest sono volati. Le sensazioni sono più che positive con un Paul Bettany e un James Spader che preannunciano conversazioni e dinamiche davvero brillanti e una cura davvero maniacale per quello che è l’aspetto visivo ed estetico.

Paul Bettany sul palco del SDCC Màlaga: il ritorno nei panni di Visione

MALAGA, SPAIN – OCTOBER 03: Paul Bettany attends the Disney+ “VisionQuest” presentation during the “Disney x Hall M” event at Palacio de Ferias y Congresos on October 03, 2026 in Malaga, Spain. (Photo by Aldara Zarraoa/Getty Images for Disney+)

Dopo la proiezione, Paul Bettany è salito sul palco tra i numerosi applausi del pubblico, per una breve intervista con Ali Plumb, durante la quale ha raccontato com’è stato tornare nei panni di Visione, cosa aspettarsi dalla serie e cosa significa per lui il personaggio dopo tanti anni.

Il primo giorno sul set di VisionQuest

Bettany ha descritto il ritorno sul set con il nuovo costume come un’esperienza “intimidatoria”: cinque mesi per realizzare la serie, un progetto estremamente impegnativo in cui ognuno doveva dare il massimo.

A tal proposito ha raccontato un aneddoto del primo giorno di riprese. Era in roulotte in attesa di essere accompagnato sul set, ma il tempo passava e nessuno veniva a chiamarlo. Essendo anche produttore della serie, è uscito a chiedere spiegazioni, e gli hanno risposto che stavano aspettando il resto del cast. La sua risposta è stata netta:

“Portatemi sul set e poi andate a dire a tutti che sono già lì ad aspettare”.

Un modo, ha lasciato intendere, di guidare dall’esempio.

Cast e costumisti eccezionali

MALAGA, SPAIN – OCTOBER 03: Paul Bettany and Ali Plumb attend the Disney+ “VisionQuest” presentation during the “Disney x Hall M” event at Palacio de Ferias y Congresos on October 03, 2026 in Malaga, Spain. (Photo by Patricia J. Garcinuno/Getty Images for Disney+)

Parlando dei colleghi, l’attore ha elogiato il cast a cominciare da James Spader, ma non ha nascosto l’entusiasmo per Emily Hampshire, “deliziosa” nel ruolo che interpreta (e di cui non vogliamo dirvi ancora nulla) e, a suo dire, “forse la persona più divertente che abbia mai conosciuto“.

Secondo Bettany, il segreto di un gruppo così riuscito sta nel tono della serie: particolarmente difficile da afferrare, ma quando tutti lo capiscono, ha spiegato, “puoi volare”.

Bettany ha elogiato costumisti e scenografi, che si sono investiti moltissimo nel progetto portandoci parecchio di personale. L’attore ha citato come esempio, un completo gessato che comparirà nella serie, con un dettaglio ideato appositamente dal team costumi. Parole di ringraziamento anche per la squadra stunt: combattimenti e acrobazie, ha detto, sono “eccezionali”.

Cosa aspettarsi dal resto della serie

Invitato a sbilanciarsi sul seguito, Bettany ha scherzato promettendo “tanta energia maschile, in senso buono” e “danni intergenerazionali” causati da robot e laser. Dietro il tono leggero, però, c’è il cuore della storia: una vicenda emotiva e al tempo stesso divertente che parla di identità.

Vision, ha ricordato, cerca da sempre di capire chi è e chi dovrebbe essere, e lo stesso vale per i giovani protagonisti, impegnati in una vera e propria quest. Una ricerca, ha sottolineato, molto urgente, che il titolo stesso della serie riassume.

VisionQuest

VisionQuest arriverà il 14 ottobre su Disney+.

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