Manga
Shibatarian: quando l’amicizia diventa un incubo tra cinema, horror e identità
Shibatarian di Katsuya Iwamuro è un manga che mescola horror, cinema e adolescenza con una storia folle e imprevedibile. Ecco cosa funziona e cosa no nell’opera pubblicata da Star Comics
Parlare di Shibatarian senza raccontare troppo della sua storia è probabilmente una delle cose più complicate da fare con questo manga. Non perché la trama sia particolarmente difficile da seguire, ma perché gran parte del suo fascino nasce proprio dalla capacità di Katsuya Iwamuro di prendere una situazione apparentemente normale e trasformarla progressivamente in qualcosa di completamente diverso, percependo sempre quel sottile filo di inquietudine che cresce, però, pagina dopo pagina nella lettura dell’opera.
Il manga parte da un’amicizia tra due ragazzi delle scuole medie e dalla loro passione per il cinema, poi aggiunge un elemento che rende tutto decisamente più complicato, di cui vi parleremo tra poco.
Da quel momento Shibatarian comincia a muoversi continuamente tra generi diversi, passando dall’horror al thriller, dalla fantascienza alla commedia nera senza preoccuparsi troppo di rispettare i confini tradizionali. È proprio questa libertà a renderlo interessante e, allo stesso tempo, a spiegare perché non sia un manga facile da definire.
La serie, scritta e disegnata da Katsuya Iwamuro, è stata pubblicata originariamente su Shonen Jump+ a partire dal 2023 e si è conclusa dopo 36 capitoli raccolti in cinque volumi. In Italia è stata pubblicata da Star Comics, che ha pubblicato tutti e 5 i volumi da cui è composta.
Il risultato è un’opera breve ma particolarmente densa, che dietro una premessa da horror apparentemente assurdo nasconde una riflessione sull’amicizia, sulla solitudine e soprattutto sul bisogno di essere riconosciuti dagli altri.
Shibatarian: un’amicizia molto particolare…

Tutto comincia con Hajime Sato, uno studente delle scuole medie che durante la primavera del suo ultimo anno incontra un ragazzo decisamente fuori dal comune. Sotto un albero di ciliegio trova infatti un coetaneo sepolto fino al collo. Il ragazzo si chiama Hajime Shibata e, nonostante le circostanze tutt’altro che normali del loro incontro, tra i due nasce rapidamente un’amicizia.
Sato e Shibata condividono soprattutto la passione per il cinema e decidono di realizzare insieme un film per il festival culturale della scuola. È un punto di partenza quasi rassicurante, soprattutto considerando quello che arriverà dopo, perché il cinema diventa fin dalle prime battute qualcosa che permette ai due ragazzi di avvicinarsi e di esprimere una parte di loro stessi che normalmente rimarrebbe nascosta.
Il problema è che Shibata sembra non esistere per gli altri.
Nessuno lo conosce, nessuno sembra ricordarsi di lui e, soprattutto, la sua presenza nasconde qualcosa che Sato scoprirà molto presto. Shibata può infatti moltiplicarsi e le sue copie iniziano progressivamente a comparire in quantità sempre maggiori.
Quello che all’inizio sembra un mistero legato a un singolo ragazzo diventa così qualcosa di molto più grande. Gli Shibata aumentano, la situazione sfugge rapidamente di mano e Sato si ritrova coinvolto in un conflitto nel quale diventa sempre più difficile capire chi sia davvero Shibata e quale sia il suo obiettivo.
Il manga utilizza questa premessa per costruire una storia che non punta soltanto sulla paura ma anche sulla curiosità. Ogni volta che sembra di aver capito le regole di questo mondo, Iwamuro introduce un nuovo elemento e costringe il lettore a rivedere quello che pensava di sapere.
Il cinema è il cuore della storia
La passione per il cinema di Sato e Shibata non è un semplice dettaglio utilizzato per caratterizzare i protagonisti, ma è uno degli elementi attraverso i quali il manga racconta il rapporto tra i due ragazzi e, più in generale, il modo in cui una persona può cercare di costruire la propria identità.
Iwamuro ha parlato in diverse occasioni delle sue influenze, citando manga e film molto differenti tra loro. Tra le opere che hanno contribuito alla formazione dell’autore ci sono Tomie di Junji Ito, 20th Century Boys e I Am a Hero, mentre sul fronte cinematografico ha indicato titoli come Gremlins, Essere John Malkovich e Il ritorno dei morti viventi.
Sono riferimenti molto diversi, ma aiutano a capire il tono di Shibatarian. Il manga non cerca infatti di essere un horror puro e nemmeno un thriller tradizionale. Iwamuro sembra molto più interessato a mescolare elementi provenienti da generi diversi all’interno della stessa storia.
Il cinema diventa quindi anche un modo per parlare della realtà. Attraverso un film è possibile scegliere cosa mostrare e cosa nascondere, decidere quale immagine dare di una persona e trasformare qualcuno in un protagonista. Per Sato, che vive una condizione di sostanziale invisibilità, questa possibilità ha un significato ancora più importante.
È anche per questo che il rapporto con Shibata funziona meglio quando il manga rimane concentrato sui due ragazzi e sulla loro amicizia.
Essere qualcuno invece che uno dei tanti

Uno dei temi più interessanti di Shibatarian riguarda proprio la necessità di sentirsi speciali. Sato è un ragazzo normale, tanto normale che il suo stesso cognome è stato scelto da Iwamuro per rappresentare questa caratteristica. “Sato” è infatti uno dei cognomi più diffusi in Giappone e il protagonista, almeno inizialmente, rappresenta proprio una persona qualunque. Ma essere una persona qualunque non significa necessariamente volerlo essere.
Sato vuole essere visto e riconosciuto. Vuole avere qualcosa che lo distingua dagli altri e il cinema rappresenta anche una possibilità per riuscirci. È qui che il manga comincia a collegare la sua storia con quella degli Shibata, perché la moltiplicazione del personaggio produce esattamente l’effetto opposto.
Più Shibata esistono, meno valore sembra avere il singolo Shibata.
Quando tutti hanno lo stesso volto, la singola persona scompare.
Iwamuro ha spiegato che uno dei temi alla base dell’opera è proprio la ribellione contro la massa e il desiderio di non diventare una persona anonima. È un concetto che assume un significato particolare se inserito nel contesto attuale, soprattutto considerando il ruolo che hanno acquisito i social network.
La massa diventa una minaccia

Follower, like, visualizzazioni e condivisioni hanno trasformato il modo in cui percepiamo la popolarità e spesso anche il nostro rapporto con gli altri. Una persona può diventare improvvisamente molto conosciuta grazie a un contenuto che raggiunge milioni di utenti, mentre qualcun altro può vedere la propria reputazione distrutta nello stesso modo.
Iwamuro ha collegato proprio questa trasformazione all’idea alla base di Shibatarian, spiegando il timore di un mondo nel quale le persone possono essere ridotte a semplici numeri.
Da questo punto di vista la moltiplicazione degli Shibata diventa molto più di un espediente narrativo. Gli Shibata rappresentano una massa che cresce continuamente e che finisce per rendere impossibile distinguere il singolo dall’insieme. Il loro numero diventa la loro forza, ma allo stesso tempo cancella progressivamente la loro individualità. È una delle intuizioni più riuscite del manga perché permette a una storia apparentemente assurda di parlare di qualcosa che, in realtà, è estremamente contemporaneo.
Perché Shibata funziona così bene come figura horror
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Il design di Shibata è un altro elemento particolarmente efficace. Non è un personaggio dall’aspetto mostruoso e non ha bisogno di un design complesso per risultare inquietante. Il suo volto è semplice, quasi anonimo, e proprio questa normalità diventa il suo elemento più disturbante quando viene ripetuta all’infinito.
Una persona con quel volto può sembrare innocua, ma quando lo stesso volto compare davanti al protagonista decine o centinaia di volte la percezione cambia completamente.
È un principio molto semplice, ma il manga lo sfrutta bene anche attraverso il disegno. L’esperienza di Iwamuro nel graphic design si percepisce nella costruzione delle tavole e soprattutto nell’utilizzo del bianco e del nero, con contrasti molto forti che contribuiscono a creare una sensazione di inquietudine.
Non siamo davanti a un horror costruito esclusivamente sul gore o sui jump scare. La paura nasce spesso dalla ripetizione, dall’idea di essere circondati da persone identiche e dall’impossibilità di capire quale sia l’originale.
Il grande pregio di Shibatarian è anche il suo principale rischio
La cosa che probabilmente rende Shibatarian più divertente da leggere è la sua imprevedibilità. Iwamuro non sembra avere paura di cambiare direzione e il lettore non può mai essere completamente sicuro di dove la storia voglia arrivare.
Questa caratteristica rende i capitoli particolarmente scorrevoli e permette al manga di evitare quella sensazione di già visto che spesso accompagna le storie horror. Anche il modo in cui vengono costruiti i cliffhanger contribuisce a mantenere alta la curiosità, con l’autore che sfrutta molto la composizione delle tavole e il passaggio da una vignetta all’altra. Il problema è che questa stessa velocità può diventare un limite.
Shibatarian affronta moltissimi temi e lo fa in appena cinque volumi. Ci sono l’amicizia, il bullismo, la solitudine, la vendetta, il bisogno di essere riconosciuti, il rapporto con la massa, i social network, l’identità e naturalmente il cinema. Alcuni di questi elementi vengono sviluppati bene, mentre altri finiscono inevitabilmente per rimanere più superficiali.
Anche alcuni personaggi secondari avrebbero probabilmente beneficiato di maggiore spazio. In determinati momenti il manga introduce figure che sembrano destinate a ricoprire un ruolo importante, ma la velocità della narrazione e la fretta portata dal chiudere in pochi capitoli la storia, non sempre permette di approfondirle come sarebbe stato possibile in una serie più lunga. Ed è un limite che si percepisce e di cui la storia ne risente in più passi.
Un manga che non ha paura di cambiare tono

Un altro aspetto che può dividere i lettori è il modo in cui Shibatarian passa continuamente da un registro all’altro. Una scena può essere inquietante e drammatica e poche pagine dopo trasformarsi in qualcosa di completamente assurdo o persino comico.
Non è necessariamente un difetto, perché questa caratteristica fa parte dell’identità stessa del manga. Iwamuro sembra voler giocare continuamente con le aspettative del lettore e con i generi che sta utilizzando.
Il problema arriva quando questo cambio di tono indebolisce una scena che avrebbe avuto bisogno di maggiore peso emotivo. In alcuni passaggi il lettore potrebbe avere la sensazione che il manga corra così tanto verso la prossima idea da non fermarsi abbastanza a sviluppare quella precedente.
È probabilmente il compromesso più evidente di Shibatarian: la serie preferisce essere sorprendente piuttosto che perfettamente equilibrata.
Il finale torna all’origine di tutto

Attenzione, da questo punto sono presenti spoiler sul finale del manga.
Dopo aver fatto crescere la storia fino a trasformarla in qualcosa di molto più grande rispetto alla situazione iniziale, Iwamuro sceglie di riportare il finale al rapporto tra Sato e Shibata.
Il conflitto conclusivo non è quindi soltanto una questione di sopravvivenza o una battaglia contro una quantità apparentemente infinita di copie. Il cuore della conclusione rimane il rapporto tra i due protagonisti e quella passione per il cinema che aveva rappresentato il punto di partenza della loro amicizia.
Il quinto volume porta a compimento il piano degli Shibata e il tentativo di coinvolgere l’intera popolazione giapponese, ma la storia torna infine alla domanda più importante: che cosa significava davvero quel film che Sato e Shibata volevano realizzare insieme?
È una conclusione che cerca quindi di chiudere il cerchio tornando alla dimensione più personale della storia.
Dopo cloni, violenza, follia e situazioni sempre più assurde, ciò che rimane è il rapporto tra due ragazzi che hanno trovato nel cinema un modo per sentirsi meno soli. Ed è probabilmente il modo più coerente per concludere Shibatarian.
Shibatarian è un manga da recuperare?

Non è un manga perfetto e non ci prova nemmeno a esserlo. La narrazione è a tratti velocissima, alcuni temi avrebbero meritato maggiore approfondimento e il continuo cambio di tono potrebbe non convincere tutti. Allo stesso tempo, però, sono proprio queste caratteristiche a renderlo riconoscibile.
Katsuya Iwamuro ha costruito una storia che riesce a essere contemporaneamente assurda e sorprendentemente umana. Dietro l’idea degli Shibata che si moltiplicano all’infinito c’è infatti una riflessione molto più semplice e comprensibile: il desiderio di essere visti dagli altri e la paura di essere soltanto uno dei tanti.
Il cinema diventa il mezzo attraverso cui Sato cerca di trovare la propria identità, mentre Shibata rappresenta progressivamente il contrario, una massa nella quale l’individuo rischia di scomparire.
Ci sono sangue, horror, situazioni assurde e una quantità decisamente spropositata di Shibata. Ma sotto tutto questo rimane una storia sull’amicizia e sulla solitudine, sul bisogno di avere qualcuno che ci riconosca e sulla paura di essere dimenticati.
Per un manga di cinque volumi che parte da un ragazzo sepolto sotto un albero di ciliegio, non è affatto un risultato da poco.
Manga
Kagurabachi: Katane e vendetta nel manga di Takeru Hokazono
Katane magiche e una vendetta da portare a termine. Sono questi gli elementi principali di Kagurabachi, il manga di Takeru Hokazono pubblicato da Star Comics
Se seguite anche solo di striscio il mondo dei manga, il nome Kagurabachi vi sarà risuonato nelle orecchie più volte nel corso degli ultimi anni: prima come fenomeno virale sui social ancora prima dell’uscita del fumetto di Takeru Hokazono, oggi come uno dei titoli più chiacchierati di Weekly Shonen Jump, arrivato in Italia grazie a Star Comics, e che, prossimamente, vedrà l’arrivo dell’adattamento anime ormai alle porte.
Kagurabachi è un manga che racchiude senza ombra di dubbio gli stereotipi del battle shonen moderno, ma che ha creato in pochissimo tempo una fan base importante. Scopriamo insieme il motivo di tale successo.
Il suo autore: Takeru Hokazono e il progetto Nextwawe

In foto: Takeru Hokazono
Takeru Hokazono, lettore storico di Weekly Shonen Jump cresciuto a pane e Naruto, ha mosso i primi passi durante gli anni universitari con alcuni one-shot, tra cui Enten, vincitore del 100° Premio Tezuka nel 2020, seguito da Farewell! Cherry Boy!, CHAIN, Madogiwa de Amu e Roku no Meiyaku. Ma è qualche anno dopo che arriva la svolta grazie al progetto Nextwawe.
Infatti Kagurabachi debutta il 19 settembre 2023, inserito nel numero 42 della rivista come parte di Nextwawe, l’iniziativa con cui Shueisha ha scelto di puntare su nuovi talenti pescati tra i candidati al Premio Culturale Osamu Tezuka, in un momento in cui la scuderia di Jump doveva fare i conti con la chiusura di diverse serie storiche. Di quel progetto, va detto, Kagurabachi è l’unico titolo sopravvissuto: gli altri esordienti selezionati non hanno retto il passo.
Kagurabachi: storia di una vendetta

L’incipit della trama di Kagurabachi è molto semplice e lineare. Chihiro Rokuhira è il figlio di Kunishige Rokuhira, leggendario fabbro capace di forgiare le Lame Incantate, armi dal potere devastante che diciotto anni prima avevano posto fine alla sanguinosa Guerra di Seitei. Quando l’organizzazione di stregoni Hishaku uccide suo padre e gli sottrae sei delle sette lame, per Chihiro inizia un percorso di vendetta.
Quello che ha reso Kagurabachi immediatamente riconoscibile è la rappresentazione visiva dell’azione che si contraddistingue per coreografie di combattimento quasi cinematografiche, che devono più al cinema d’azione moderno come John Wick che ai classici shonen. Il tratto di Hokazono è netto, tagliente in ogni caso perfetto per l’atmosfera urban molto cupa che caratterizza il manga.
A questo si aggiunge un’estetica neo-giapponese molto curata, che mescola simbologia tradizionale e un tratto grafico pulito e leggibile anche nelle tavole più caotiche. E le spade. Non dimentichiamoci che un manga dove ci sono delle Katane Incantate ben personalizzate, difficilmente non attirerà l’attenzione dei lettori.
Personaggi che catturano
Ma un manga funziona quando funzionano i personaggi, e qui Hokazono ha costruito un cast che cresce capitolo dopo capitolo.

Chihiro e la sua spada Enten
Chihiro custodisce Enten, l’unica delle sette lame rimastagli, capace di manifestare tre entità spirituali (Kuro, Aka e Nishiki) che ne ampliano enormemente il ventaglio di tecniche.
Caratterialmente Chihiro non è il classico protagonista chiacchierone e ingenuo dei battle shonen come possono essere Luffy, Naruto, Ichigo, Kafka Hibino, Goku, ecc.. ed anzi; è molto taciturno, segnato dal volto sfregiato che gli conferisce un’espressione da duro, ma che nasconde sotto sotto un codice morale ereditato dal padre. È più vicino nei toni a un cacciatore di taglie che a un eroe classico.

Char, ‘sorellina’ di Chihiro
Accanto a lui si muove Char Kyonagi, una ragazzina dal sangue rigenerante che Chihiro salva nelle prime battute della storia e che diventa una sorta di sorella minore, portando nel racconto momenti di leggerezza altrimenti rari.
Non mancano alleati come Togo Shiba, stregone capace di teletrasportarsi e legato da un antico legame d’amicizia al padre di Chihiro, o Hiyuki Kagari, agente della Kamunabi (l’organizzazione governativa che regola la magia) che inizia come rivale diretta di Chihiro per poi trasformarsi in una spalla preziosa. Sullo sfondo, a fare da ponte fra il mondo legale della Kamunabi e la caccia non autorizzata di Chihiro, c’è Soshiro Azami, altra vecchia conoscenza di Kunishige.
Sul fronte antagonisti, gli Hishaku sono un gruppo di dieci stregoni guidati da Yura, capaci di muoversi nell’ombra e di tessere legami con organizzazioni criminali come la yakuza dei Korogumi. A loro si affianca, nel primo grande arco narrativo, Genichi Sojo, trafficante d’armi che porta avanti un’ambizione tanto semplice quanto inquietante: diventare il primo, dopo Kunishige, capace di piegare al proprio volere il potere dei Datenseki, il materiale con cui sono forgiate le Lame Incantate.
Un’opera in continua crescita tra i lettori, nonostante i “soliti difetti”

Kagurabachi ha vinto il 10° Next Manga Award nella categoria stampa nel 2024, e le copie in circolazione sono passate da circa 3 milioni nell’autunno 2025 a oltre 4 milioni entro l’aprile 2026, incluse le edizioni digitali. Numeri importanti che lo confermano come uno dei pochi titoli nuovi tra i manga, realmente candidati a raccogliere l’eredità dei grandi shonen action del decennio scorso.
Va detto con onestà che il consenso non è unanime: c’è chi considera l’hype iniziale sproporzionato rispetto al reale contenuto dell’opera, criticando Kagurabachi per la struttura ancora molto ancorata alle convenzioni del battle shonen contemporaneo che tende a puntare su un ritmo frenetico e veloce, sacrificando world building e sviluppi narrativi. E difatti Kagurabachi non è famoso per i ‘tempi morti’: l’azione procede spedita verso l’obiettivo, senza perdere tempo in allenamenti o saghe riempitive.
Dall’altra parte, una fetta consistente di lettori giudica i primi volumi superiori, per qualità di scrittura, a quelli di altre serie oggi affermate, apprezzando in particolare l’evoluzione più cupa avvenuta con l’inizio della Parte 2 e del Seitei War Arc (ancora inedita in Italia).
Da noi la serie è arrivata, come detto, grazie a Star Comics, che ha scelto di trattare il lancio come un vero e proprio evento: il primo volume, uscito l’11 marzo 2025, è stato proposto in tripla edizione, quella regular, una variant cover con box da collezione comprensivo di segnalibri, sticker e illustration card con dettagli oro, e una ultra-limited a tiratura limitata di duemila copie. Un trattamento riservato di solito solo ai titoli già affermati, non certo agli esordienti.
L’anime in arrivo: tutto quello che sappiamo

Sul fronte dell’adattamento animato,la produzione è affidata a Cypic, studio del gruppo CyberAgent, con la regia di Tetsuya Takeuchi (già dietro Sword Art Online II e L’estate in cui Hikaru è morto) e il character design curato da Keigo Sasaki (Blue Exorcist, The Seven Deadly Sins).
La distribuzione internazionale è stata affidata a Crunchyroll, che trasmetterà la serie in tutto il mondo a esclusione di Giappone, Cina continentale, Corea del Nord e Corea del Sud, con debutto fissato per aprile 2027. In vista dell’uscita è partito un vero e proprio World Tour promozionale: il primo appuntamento si è tenuto all’Anime Expo di Los Angeles lo scorso luglio, dove è stato proiettato in anteprima un estratto di venti minuti del primo episodio, accolto molto positivamente dal pubblico presente, accompagnato da un panel con il doppiatore Taihi Kimura, l’editor del manga Takuro Imamura e il producer dell’anime Koichi Yasuda.
Il tour proseguirà poi tra Japan Expo, AnimagiC, Otakon e Anime NYC, prima del debutto ufficiale.
Potenziale da grande Battle shonen

Kagurabachi è sicuramente un titolo da tenere d’occhio. Chi lo sta seguendo, sa che si tratta di un manga dalla scrittura action solida e un cast di personaggi che arco dopo arco ha guadagnato spessore, nonostante alcuni difetti che riguardano più che altro l’impostazione moderna dei manga shonen di oggi. Ma i numeri parlano chiaro e con l’anime ormai in arrivo nel 2027, il prossimo potrebbe essere l’anno della definitiva consacrazione per l’opera di Takeru Hokazono.
Fumetti
Il tempo è stato clemente con il Devilman di Go Nagai?
Devilman di Go Nagai è ancora un capolavoro? Analizziamo come il tempo abbia cambiato l’esperienza di lettura.
Pubblicato per la prima volta nel giugno del 1972, Devilman è universalmente considerato il capolavoro di Kiyoshi Nagai, meglio conosciuto come Go Nagai. In oltre cinquant’anni di storia, il manga ha venduto più di 50 milioni di copie nel mondo, diventando una delle opere più influenti del fumetto giapponese e una pietra miliare del genere horror, capace di ispirare intere generazioni di autori.
Eppure, proprio il tempo che ne ha consacrato lo status di classico sembra averne evidenziato anche alcuni limiti. Letto per la prima volta oggi, nel 2026, Devilman può rivelarsi un’opera sorprendentemente impegnativa: il ritmo della narrazione, la costruzione delle tavole e soprattutto la verbosità dei dialoghi riflettono un modo di raccontare profondamente diverso da quello a cui il pubblico contemporaneo è ormai abituato. Questo non ne ridimensiona l’importanza storica, ma rende la sua lettura meno immediata rispetto ad altri grandi classici del manga.

Autore di Devilman, il mangaka Go Nagai
Il problema non è la storia, ma il modo in cui viene raccontata
La difficoltà principale nell’affrontare Devilman oggi non risiede nella storia in sé. Al contrario, la trama costruita da Go Nagai è ancora oggi coinvolgente e procede con una direzione ben precisa sin dalle prime pagine, senza perdersi in lunghe deviazioni o archi narrativi superflui.
Ciò che può mettere alla prova il lettore moderno è piuttosto il linguaggio con cui questa storia viene raccontata. Devilman è figlio di un’epoca in cui il fumetto privilegiava la spiegazione dell’implicito, dando voce ai pensieri dei personaggi o ribadendo concetti che il lettore aveva già intuito attraverso i disegni.
È qui che emerge il maggiore limite dell’opera. Il principio del show, don’t tell, oggi alla base della maggior parte della narrativa per immagini, è ancora lontano dall’essere comunemente adottato. I dialoghi risultano spesso ridondanti, alcune informazioni vengono ripetute più volte e battute ricorrenti come gli insistenti “Io sono l’Uomo Diavolo” finiscono per rallentare una narrazione che avrebbe potuto affidarsi maggiormente alla forza delle tavole.
Non è una questione di quantità di testo, ma di ritmo. È proprio questo a rendere Devilman una lettura meno immediata rispetto ai manga contemporanei.

Numerose le apparizioni di Devilman nelle quali annuncia il suo nome. Dialoghi molto verbosi in queste occasioni.
Devilman è figlio del suo tempo
Sarebbe però profondamente ingiusto fermarsi a questa constatazione senza considerare il contesto in cui Devilman è stato scritto.
L’opera debutta nel 1972, oltre mezzo secolo fa, in un panorama fumettistico profondamente diverso da quello odierno. Il linguaggio del manga era ancora in piena evoluzione e molte delle convenzioni narrative che oggi diamo per scontate semplicemente non esistevano o erano agli albori.
Giudicare Devilman esclusivamente con gli occhi di un lettore del 2026 significherebbe commettere lo stesso errore di chi critica un film degli anni Settanta perché non possiede il montaggio frenetico delle produzioni contemporanee.
Errore che io ho inizialmente commesso.
Forse la domanda da porsi è un’altra: il problema è davvero Devilman oppure siamo noi lettori ad essere cambiati?
Negli ultimi decenni siamo stati abituati a manga dal ritmo serrato, costruiti per catturare l’attenzione in poche pagine, con dialoghi essenziali e una narrazione sempre più cinematografica. È inevitabile che un’opera nata in un’altra epoca possa apparire più lenta, senza che questo rappresenti necessariamente un difetto.
Contestualizzare Devilman non significa giustificarne ogni scelta narrativa, ma comprenderne il valore alla luce del periodo storico in cui è stato realizzato.
Eppure ci sono cose che fanno ancora impressione
Se il ritmo narrativo mostra inevitabilmente i segni del tempo, ci sono invece aspetti di Devilman che, ancora oggi, riescono a colpire con una forza sorprendente.
Il primo è senza dubbio la violenza. Alcune sequenze sono brutali, crude e visivamente disturbanti ancora oggi; immaginare l’impatto che potevano avere nel 1972 rende ancora più evidente quanto Go Nagai fosse avanti rispetto ai suoi contemporanei. Non si tratta di violenza fine a sé stessa, ma di uno strumento narrativo attraverso cui l’autore racconta la degenerazione dell’essere umano e la brutalità di esso.
Ma è soprattutto il finale a dimostrare perché Devilman continui ad essere considerato un classico. Senza entrare nel dettaglio per evitare spoiler, il messaggio che Go Nagai affida alle ultime pagine mantiene una forza impressionante anche dopo oltre cinquant’anni. Le riflessioni sull’odio, sulla paura del diverso e sulla capacità dell’uomo di autodistruggersi risultano oggi forse ancora più attuali di quanto lo fossero all’epoca della pubblicazione.
Ed è proprio questa la differenza tra un fumetto semplicemente famoso e un vero classico: il linguaggio può invecchiare, ma le idee restano.

Akira perde tutto
Devilman pubblicato oggi avrebbe lo stesso successo?
È una domanda impossibile a cui rispondere con certezza, ma vale la pena porsela.
Se Devilman venisse pubblicato oggi, esattamente nella forma in cui lo conosciamo, è difficile immaginare che riceverebbe lo stesso entusiasmo. Il ritmo lento, i dialoghi ridondanti e un’impostazione narrativa così distante dagli standard contemporanei rappresenterebbero probabilmente un ostacolo per molti lettori.
Eppure questa riflessione porta con sé un paradosso.
Forse Devilman oggi non avrebbe il medesimo impatto proprio perché, in questi cinquant’anni, il fumetto è cambiato anche grazie ad opere come questa. Il linguaggio si è evoluto, gli autori hanno sperimentato nuove tecniche narrative e ciò che nel 1972 rappresentava una rivoluzione oggi è diventato parte integrante del modo di scrivere storie.
Per questo motivo sarebbe sbagliato misurare il valore di Devilman esclusivamente sulla sua capacità di intrattenere il lettore contemporaneo. La sua importanza va ben oltre.
Il mio parere su Devilman
Devilman non mi è piaciuto.
Complici di questo giudizio, che non lascia spazio a equivoci, sono la già menzionata scrittura prolissa e una serie di dialoghi che ho trovato spesso banali e ripetitivi. A dare il colpo di grazia alla mia esperienza di lettura sono stati però i disegni, che in alcuni momenti mi sono sembrati davvero frettolosi e poco curati, quasi come se il sensei Go Nagai stesse disperatamente cercando di vincere una gara contro il tempo. E, considerando i ritmi folli a cui sono spesso sottoposti gli autori di manga, forse non sono nemmeno troppo lontano dalla realtà.
Detto questo, ho cercato di mantenere distinto il mio giudizio personale da una valutazione più oggettiva dell’opera. E, nonostante non abbia apprezzato Devilman come lettore, non posso ignorarne l’importanza: siamo davanti a un’opera seminale, capace di contribuire alla definizione del manga horror e di influenzare numerosi autori negli anni successivi alla sua pubblicazione.
Conclusione
Leggere Devilman nel 2026 significa accettare un compromesso.
Significa mettere da parte, almeno per qualche ora, le aspettative costruite da decenni di manga dal ritmo serrato e lasciarsi trasportare da un’opera che racconta una grande storia con il linguaggio della sua epoca.
Non è una lettura che consiglierei a chi si avvicina per la prima volta al fumetto horror giapponese o, più in generale, al manga. Richiede pazienza, capacità di contestualizzazione e la volontà di andare oltre una narrazione che oggi può apparire datata.
Chi sarà disposto a farlo, però, scoprirà un’opera che continua ad avere molto da dire. Per il suo peso storico, per il coraggio con cui affronta determinati temi e per un finale che ancora oggi lascia il segno, Devilman resta una tappa fondamentale per comprendere l’evoluzione del manga horror.
E con Go Nagai ospite di Lucca Comics & Games 2026, non c’è probabilmente momento migliore per recuperare quello che, nonostante le inevitabili rughe del tempo, continua ad essere uno dei fumetti più importanti mai realizzati.
Manga
Jun Mayuzuki ospite J-POP Manga a Milan Games Week 2026
J-POP Manga annuncia Jun Mayuzuki a Milan Games Week & Cartoomics 2026. Per la prima volta in Italia la mangaka di Kowloon Generic Romance
J-POP Manga, in collaborazione con Milan Games Week & Cartoomics, annuncia l’arrivo di Jun Mayuzuki, autrice di Kowloon Generic Romance.
In occasione dell’atteso evento dedicato al fumetto, ai videogiochi e al mondo dell’intrattenimento, dal 27 al 29 novembre sarà per la prima volta in Italia Jun Mayuzuki, l’acclamata mangaka di Kowloon Generic Romance, il manga che ha conquistato lettori in tutto il mondo con la sua inconfondibile atmosfera sospesa tra romanticismo, mistero e fantascienza.
Ambientato nella leggendaria Città Murata di Kowloon, ormai scomparsa, Kowloon Generic Romance racconta la quotidianità di Reiko Kujirai e Hajime Kudo, due colleghi che lavorano in un’agenzia immobiliare. Tra le strade affollate, i piccoli locali e l’intricata architettura di una Kowloon che sembra esistere fuori dal tempo, il rapporto tra i due si trasforma lentamente in qualcosa di più. Ma dietro quella quotidianità apparentemente tranquilla si nasconde un mistero sempre più profondo, legato alla città stessa, ai ricordi e all’identità dei suoi abitanti.
Con il suo tratto elegante, Jun Mayuzuki dà vita a un’opera capace di mescolare generi diversi: una storia d’amore adulta, un mystery e un viaggio in una città nostalgica e impossibile, ricostruita attraverso vicoli, palazzi e luoghi che sembrano custodire i ricordi di un passato che non vuole scomparire.
Pubblicato in Italia da J-POP Manga, Kowloon Generic Romance è una delle opere più affascinanti degli ultimi anni e ha portato inoltre alla realizzazione di un adattamento anime e di un film live action.
Questo autunno i lettori italiani avranno l’occasione unica di incontrare la Sensei Jun Mayuzuki e scoprire da vicino il lavoro di una delle mangaka più apprezzate della sua generazione, autrice di un’opera capace di trasformare una città realmente esistita in un luogo sospeso tra memoria, desiderio e mistero.
Jun Mayuzuki sarà presente tutti i giorni di Milan Games Week & Cartoomics 2026.
Maggiori dettagli su incontri, orari e regolamento dei firmacopie verranno comunicati nei prossimi mesi sul sito e sui canali social di J-POP Manga.
* Ringraziamo l’Ufficio Stampa J-Pop Manga per il comunicato di cui sopra, che abbiamo condiviso con i nostri lettori
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