Manga
Shibatarian: quando l’amicizia diventa un incubo tra cinema, horror e identità
Shibatarian di Katsuya Iwamuro è un manga che mescola horror, cinema e adolescenza con una storia folle e imprevedibile. Ecco cosa funziona e cosa no nell’opera pubblicata da Star Comics
Parlare di Shibatarian senza raccontare troppo della sua storia è probabilmente una delle cose più complicate da fare con questo manga. Non perché la trama sia particolarmente difficile da seguire, ma perché gran parte del suo fascino nasce proprio dalla capacità di Katsuya Iwamuro di prendere una situazione apparentemente normale e trasformarla progressivamente in qualcosa di completamente diverso, percependo sempre quel sottile filo di inquietudine che cresce, però, pagina dopo pagina nella lettura dell’opera.
Il manga parte da un’amicizia tra due ragazzi delle scuole medie e dalla loro passione per il cinema, poi aggiunge un elemento che rende tutto decisamente più complicato, di cui vi parleremo tra poco.
Da quel momento Shibatarian comincia a muoversi continuamente tra generi diversi, passando dall’horror al thriller, dalla fantascienza alla commedia nera senza preoccuparsi troppo di rispettare i confini tradizionali. È proprio questa libertà a renderlo interessante e, allo stesso tempo, a spiegare perché non sia un manga facile da definire.
La serie, scritta e disegnata da Katsuya Iwamuro, è stata pubblicata originariamente su Shonen Jump+ a partire dal 2023 e si è conclusa dopo 36 capitoli raccolti in cinque volumi. In Italia è stata pubblicata da Star Comics, che ha pubblicato tutti e 5 i volumi da cui è composta.
Il risultato è un’opera breve ma particolarmente densa, che dietro una premessa da horror apparentemente assurdo nasconde una riflessione sull’amicizia, sulla solitudine e soprattutto sul bisogno di essere riconosciuti dagli altri.
Shibatarian: un’amicizia molto particolare…

Tutto comincia con Hajime Sato, uno studente delle scuole medie che durante la primavera del suo ultimo anno incontra un ragazzo decisamente fuori dal comune. Sotto un albero di ciliegio trova infatti un coetaneo sepolto fino al collo. Il ragazzo si chiama Hajime Shibata e, nonostante le circostanze tutt’altro che normali del loro incontro, tra i due nasce rapidamente un’amicizia.
Sato e Shibata condividono soprattutto la passione per il cinema e decidono di realizzare insieme un film per il festival culturale della scuola. È un punto di partenza quasi rassicurante, soprattutto considerando quello che arriverà dopo, perché il cinema diventa fin dalle prime battute qualcosa che permette ai due ragazzi di avvicinarsi e di esprimere una parte di loro stessi che normalmente rimarrebbe nascosta.
Il problema è che Shibata sembra non esistere per gli altri.
Nessuno lo conosce, nessuno sembra ricordarsi di lui e, soprattutto, la sua presenza nasconde qualcosa che Sato scoprirà molto presto. Shibata può infatti moltiplicarsi e le sue copie iniziano progressivamente a comparire in quantità sempre maggiori.
Quello che all’inizio sembra un mistero legato a un singolo ragazzo diventa così qualcosa di molto più grande. Gli Shibata aumentano, la situazione sfugge rapidamente di mano e Sato si ritrova coinvolto in un conflitto nel quale diventa sempre più difficile capire chi sia davvero Shibata e quale sia il suo obiettivo.
Il manga utilizza questa premessa per costruire una storia che non punta soltanto sulla paura ma anche sulla curiosità. Ogni volta che sembra di aver capito le regole di questo mondo, Iwamuro introduce un nuovo elemento e costringe il lettore a rivedere quello che pensava di sapere.
Il cinema è il cuore della storia
La passione per il cinema di Sato e Shibata non è un semplice dettaglio utilizzato per caratterizzare i protagonisti, ma è uno degli elementi attraverso i quali il manga racconta il rapporto tra i due ragazzi e, più in generale, il modo in cui una persona può cercare di costruire la propria identità.
Iwamuro ha parlato in diverse occasioni delle sue influenze, citando manga e film molto differenti tra loro. Tra le opere che hanno contribuito alla formazione dell’autore ci sono Tomie di Junji Ito, 20th Century Boys e I Am a Hero, mentre sul fronte cinematografico ha indicato titoli come Gremlins, Essere John Malkovich e Il ritorno dei morti viventi.
Sono riferimenti molto diversi, ma aiutano a capire il tono di Shibatarian. Il manga non cerca infatti di essere un horror puro e nemmeno un thriller tradizionale. Iwamuro sembra molto più interessato a mescolare elementi provenienti da generi diversi all’interno della stessa storia.
Il cinema diventa quindi anche un modo per parlare della realtà. Attraverso un film è possibile scegliere cosa mostrare e cosa nascondere, decidere quale immagine dare di una persona e trasformare qualcuno in un protagonista. Per Sato, che vive una condizione di sostanziale invisibilità, questa possibilità ha un significato ancora più importante.
È anche per questo che il rapporto con Shibata funziona meglio quando il manga rimane concentrato sui due ragazzi e sulla loro amicizia.
Essere qualcuno invece che uno dei tanti
Uno dei temi più interessanti di Shibatarian riguarda proprio la necessità di sentirsi speciali. Sato è un ragazzo normale, tanto normale che il suo stesso cognome è stato scelto da Iwamuro per rappresentare questa caratteristica. “Sato” è infatti uno dei cognomi più diffusi in Giappone e il protagonista, almeno inizialmente, rappresenta proprio una persona qualunque. Ma essere una persona qualunque non significa necessariamente volerlo essere.
Sato vuole essere visto e riconosciuto. Vuole avere qualcosa che lo distingua dagli altri e il cinema rappresenta anche una possibilità per riuscirci. È qui che il manga comincia a collegare la sua storia con quella degli Shibata, perché la moltiplicazione del personaggio produce esattamente l’effetto opposto.
Più Shibata esistono, meno valore sembra avere il singolo Shibata.
Quando tutti hanno lo stesso volto, la singola persona scompare.
Iwamuro ha spiegato che uno dei temi alla base dell’opera è proprio la ribellione contro la massa e il desiderio di non diventare una persona anonima. È un concetto che assume un significato particolare se inserito nel contesto attuale, soprattutto considerando il ruolo che hanno acquisito i social network.
La massa diventa una minaccia
Follower, like, visualizzazioni e condivisioni hanno trasformato il modo in cui percepiamo la popolarità e spesso anche il nostro rapporto con gli altri. Una persona può diventare improvvisamente molto conosciuta grazie a un contenuto che raggiunge milioni di utenti, mentre qualcun altro può vedere la propria reputazione distrutta nello stesso modo.
Iwamuro ha collegato proprio questa trasformazione all’idea alla base di Shibatarian, spiegando il timore di un mondo nel quale le persone possono essere ridotte a semplici numeri.
Da questo punto di vista la moltiplicazione degli Shibata diventa molto più di un espediente narrativo. Gli Shibata rappresentano una massa che cresce continuamente e che finisce per rendere impossibile distinguere il singolo dall’insieme. Il loro numero diventa la loro forza, ma allo stesso tempo cancella progressivamente la loro individualità. È una delle intuizioni più riuscite del manga perché permette a una storia apparentemente assurda di parlare di qualcosa che, in realtà, è estremamente contemporaneo.
Perché Shibata funziona così bene come figura horror
Il design di Shibata è un altro elemento particolarmente efficace. Non è un personaggio dall’aspetto mostruoso e non ha bisogno di un design complesso per risultare inquietante. Il suo volto è semplice, quasi anonimo, e proprio questa normalità diventa il suo elemento più disturbante quando viene ripetuta all’infinito.
Una persona con quel volto può sembrare innocua, ma quando lo stesso volto compare davanti al protagonista decine o centinaia di volte la percezione cambia completamente.
È un principio molto semplice, ma il manga lo sfrutta bene anche attraverso il disegno. L’esperienza di Iwamuro nel graphic design si percepisce nella costruzione delle tavole e soprattutto nell’utilizzo del bianco e del nero, con contrasti molto forti che contribuiscono a creare una sensazione di inquietudine.
Non siamo davanti a un horror costruito esclusivamente sul gore o sui jump scare. La paura nasce spesso dalla ripetizione, dall’idea di essere circondati da persone identiche e dall’impossibilità di capire quale sia l’originale.
Il grande pregio di Shibatarian è anche il suo principale rischio
La cosa che probabilmente rende Shibatarian più divertente da leggere è la sua imprevedibilità. Iwamuro non sembra avere paura di cambiare direzione e il lettore non può mai essere completamente sicuro di dove la storia voglia arrivare.
Questa caratteristica rende i capitoli particolarmente scorrevoli e permette al manga di evitare quella sensazione di già visto che spesso accompagna le storie horror. Anche il modo in cui vengono costruiti i cliffhanger contribuisce a mantenere alta la curiosità, con l’autore che sfrutta molto la composizione delle tavole e il passaggio da una vignetta all’altra. Il problema è che questa stessa velocità può diventare un limite.
Shibatarian affronta moltissimi temi e lo fa in appena cinque volumi. Ci sono l’amicizia, il bullismo, la solitudine, la vendetta, il bisogno di essere riconosciuti, il rapporto con la massa, i social network, l’identità e naturalmente il cinema. Alcuni di questi elementi vengono sviluppati bene, mentre altri finiscono inevitabilmente per rimanere più superficiali.
Anche alcuni personaggi secondari avrebbero probabilmente beneficiato di maggiore spazio. In determinati momenti il manga introduce figure che sembrano destinate a ricoprire un ruolo importante, ma la velocità della narrazione e la fretta portata dal chiudere in pochi capitoli la storia, non sempre permette di approfondirle come sarebbe stato possibile in una serie più lunga. Ed è un limite che si percepisce e di cui la storia ne risente in più passi.
Un manga che non ha paura di cambiare tono
Un altro aspetto che può dividere i lettori è il modo in cui Shibatarian passa continuamente da un registro all’altro. Una scena può essere inquietante e drammatica e poche pagine dopo trasformarsi in qualcosa di completamente assurdo o persino comico.
Non è necessariamente un difetto, perché questa caratteristica fa parte dell’identità stessa del manga. Iwamuro sembra voler giocare continuamente con le aspettative del lettore e con i generi che sta utilizzando.
Il problema arriva quando questo cambio di tono indebolisce una scena che avrebbe avuto bisogno di maggiore peso emotivo. In alcuni passaggi il lettore potrebbe avere la sensazione che il manga corra così tanto verso la prossima idea da non fermarsi abbastanza a sviluppare quella precedente.
È probabilmente il compromesso più evidente di Shibatarian: la serie preferisce essere sorprendente piuttosto che perfettamente equilibrata.
Il finale torna all’origine di tutto
Attenzione, da questo punto sono presenti spoiler sul finale del manga.
Dopo aver fatto crescere la storia fino a trasformarla in qualcosa di molto più grande rispetto alla situazione iniziale, Iwamuro sceglie di riportare il finale al rapporto tra Sato e Shibata.
Il conflitto conclusivo non è quindi soltanto una questione di sopravvivenza o una battaglia contro una quantità apparentemente infinita di copie. Il cuore della conclusione rimane il rapporto tra i due protagonisti e quella passione per il cinema che aveva rappresentato il punto di partenza della loro amicizia.
Il quinto volume porta a compimento il piano degli Shibata e il tentativo di coinvolgere l’intera popolazione giapponese, ma la storia torna infine alla domanda più importante: che cosa significava davvero quel film che Sato e Shibata volevano realizzare insieme?
È una conclusione che cerca quindi di chiudere il cerchio tornando alla dimensione più personale della storia.
Dopo cloni, violenza, follia e situazioni sempre più assurde, ciò che rimane è il rapporto tra due ragazzi che hanno trovato nel cinema un modo per sentirsi meno soli. Ed è probabilmente il modo più coerente per concludere Shibatarian.
Shibatarian è un manga da recuperare?
Non è un manga perfetto e non ci prova nemmeno a esserlo. La narrazione è a tratti velocissima, alcuni temi avrebbero meritato maggiore approfondimento e il continuo cambio di tono potrebbe non convincere tutti. Allo stesso tempo, però, sono proprio queste caratteristiche a renderlo riconoscibile.
Katsuya Iwamuro ha costruito una storia che riesce a essere contemporaneamente assurda e sorprendentemente umana. Dietro l’idea degli Shibata che si moltiplicano all’infinito c’è infatti una riflessione molto più semplice e comprensibile: il desiderio di essere visti dagli altri e la paura di essere soltanto uno dei tanti.
Il cinema diventa il mezzo attraverso cui Sato cerca di trovare la propria identità, mentre Shibata rappresenta progressivamente il contrario, una massa nella quale l’individuo rischia di scomparire.
Ci sono sangue, horror, situazioni assurde e una quantità decisamente spropositata di Shibata. Ma sotto tutto questo rimane una storia sull’amicizia e sulla solitudine, sul bisogno di avere qualcuno che ci riconosca e sulla paura di essere dimenticati.
Per un manga di cinque volumi che parte da un ragazzo sepolto sotto un albero di ciliegio, non è affatto un risultato da poco.