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A Knight of the Seven Kingdoms S1 E5 – In the Name of the Mother

Recensione con spoiler del quinto e penultimo episodio della prima stagione di A Knight of the Seven Kingdoms, la nuova serie dell’universo Game of Thrones

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Amici lettori di Popcornerd, siamo quasi giunti alla fine del viaggio che ha visto protagonisti Dunk ed Egg: un cavaliere errante e un principe Targaryen le cui strade si sono incrociate per puro caso, cambiando per sempre le sorti di entrambi.

Il quinto episodio, In the Name of the Mother (Nel nome della Madre), è andato in onda il 16 febbraio 2026 su HBO Max e rappresenta uno dei momenti più intensi dell’intera stagione.

Prima di andare avanti con la lettura che prevede qualche inevitabile spoiler, consiglio la lettura della recensione del quarto episodio, Seven.

⚠️ ATTENZIONE, SPOILERS ⚠️

La trama

Quello che questo episodio non offre a livello di trama, lo compensa con scene di combattimento che mi hanno lasciato letteralmente a bocca aperta.

L’episodio si apre con la tanto attesa prova dei sette. Da una parte troviamo gli accusatori: principe Aerion Targaryen, principe Daeron Targaryen, principe Maekar Targaryen, Ser Steffon Fossoway e tre soldati della Kingsguard. Dall’altra, gli accusati: Ser Duncan the Tall, principe Baelor Targaryen, Ser Lyonel Baratheon, Ser Raymun Fossoway, Ser Humfrey Beesbury, Ser Humfrey Hardyng e Ser Robyn Rhysling.

Dunk e gli altri sei cavalieri pronti allo scontro

Dunk e gli altri sei cavalieri pronti allo scontro

Per la prima volta nella serie si respira un clima cupo, in netto contrasto con l’atmosfera quasi allegra e spensierata dei primi episodi. La battaglia ha inizio ed è uno scontro violentissimo, dal quale non tutti usciranno vivi. Ser Duncan si scontra con Aerion Targaryen, che lo colpisce senza esitazione, con crudeltà e senza pietà.

La violenza e l’adrenalina del combattimento cedono spazio a un flashback che si alterna con grande efficacia a quanto accade nel fango di Ashford. In queste sequenze vediamo alcuni momenti del passato di Dunk e, in particolare, scopriamo come sia finito a fare da scudiero al cavaliere errante Ser Arlan of Pennytree. Il ricordo si interrompe sulle urla di Egg che, dagli spalti, implora Dunk di rialzarsi, incapace di accettare l’idea che possa essere morto durante lo scontro.

Il momento in cui il ricordo si fonde con il presente

Il momento in cui il ricordo si fonde con il presente

E Dunk, infatti, si rialza. Ma è diverso.

La sua natura pacifica e semplice lascia spazio a una rabbia cieca, a una violenza che non eravamo abituati a vedere in lui. Deciso a porre fine all’incontro, carica Aerion, ormai anche lui ferito e stanco, con tutta la forza che gli resta. Per un istante è chiaro che quella rabbia potrebbe spingerlo a compiere un gesto che probabilmente non si perdonerebbe mai: uccidere il principe Targaryen. Ma si trattiene. Il suo animo di cavaliere glielo impedisce.

L’ammissione di sconfitta di Aerion fa cadere tutte le accuse e pone fine allo scontro. Il prezzo di questo combattimento, però, è altissimo.

Aerion Targaryen si arrende

Aerion Targaryen si arrende

Il momento della verità

Ora voglio soffermarmi su ciò che, personalmente, mi ha colpito di più in questo episodio.

La prima cosa che ho avvertito è stato il netto cambio di tono. Se nelle puntate precedenti i colori e i suoni contribuivano a costruire un’atmosfera leggera, quasi spensierata, in questo quinto episodio la tensione è percepibile fin dai primi minuti, insieme allo spettro costante della morte. Il verde vivo della natura e le tonalità calde della tenda di Ser Lyonel lasciano spazio a grigi freddi e opprimenti, quelli di un’alba nebbiosa che sembra anticipare la tragedia. Anche il comparto sonoro segue la stessa trasformazione: i rumori quotidiani del villaggio, il fruscio della natura, quei suoni che trasmettevano pace e normalità, vengono sostituiti dallo stridore dei cavalli nervosi e dal metallo delle lame che vengono sguainate.

È un cambiamento netto, quasi brutale, che prepara lo spettatore a ciò che sta per accadere e segna un punto di non ritorno della storia.

Regia intelligente nella scena di combattimento

Sembrerà una sciocchezza, ma un altro dettaglio che mi è rimasto davvero impresso è il modo in cui la serie riesce a trasmettere l’ansia e la claustrofobia che Dunk prova una volta indossato l’elmo grazie all’utilizzo intelligente del POV (Point Of View) da parte della regia.

Nel momento in cui indossa l’elmo, il mondo intorno a lui sembra rallentare. I suoni si ovattano, restano solo i fischi nelle orecchie e il respiro che rimbomba nel metallo. È come se lo spettatore venisse rinchiuso insieme a lui, costretto a condividere quella sensazione di oppressione, di isolamento improvviso nel mezzo del caos. È una scelta registica sottile ma potentissima, perché non si limita a mostrare la battaglia: ci fa entrare nella testa di Dunk, facendoci percepire la sua paura, il peso dell’armatura e la solitudine di quel momento.

Uno spin-off di cui forse non avevamo bisogno, ma che per fortuna esiste

Questo quinto episodio di A Knight of the Seven Kingdoms conferma l’impressione iniziale: siamo davanti a una serie che funziona, sotto ogni aspetto. È vero, qui non assistiamo a epici combattimenti tra draghi o a battaglie su larga scala, ma siamo comunque spettatori di una delle sequenze di combattimento più violente e intense dell’intera saga. Uno scontro crudo, sporco, fisico, dove il sangue si mischia al fango.

È proprio questa dimensione più umana e brutale a renderlo così potente. Peccato per la durata breve degli episodi. Trenta minuti sono davvero troppo pochi per degli episodi di questa intensità.

Ira Parker, produttore e showrunner della serie, ha dichiarato alla stampa di avere in mente addirittura quattordici stagioni per A Knight of the Seven Kingdoms. Se la qualità resterà questa, per quanto mi riguarda, può tranquillamente arrivare anche a quaranta.

Ser Duncan che combatte contro Aerion Targaryen

Ser Duncan che combatte contro Aerion Targaryen

VOTO POPCORNERD: 9.5/10

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Al San Diego Comic-Con Málaga 2026 i primi 22 minuti di VisionQuest

Al San Diego Comic-Con di Màlaga abbiamo visto all’interno del panel Disney i primi 22 minuti di VisionQuest, serie con protagonista Paul Bettany. Ecco le prime impressioni e alcune dichiarazioni di Bettany su quello che sarà lo show MCU

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Il panel Disney che si è tenuto sabato 3 ottobre al San Diego Comic-Con Málaga 2026 ha letteralmente infuocato il pubblico della manifestazione che ha avuto l’opportunità di partecipare all’evento.

È stato l’appuntamento più importante dell’intera kermesse che ha visto consumarsi per la prima volta al di fuori degli Stati Uniti, uno show di tale portata targato Disney. Tutti gli occhi delle oltre 3.000 persone sono stati rivolti verso i tre maxischermi e il palco della Hall M del SDCC Màlaga per assistere a uno spettacolo per cui “non si era preparati” secondo il presentatore del panel Claudio Serrano, attore spagnolo e storico doppiatore di Batman.

Tra le tante cose mostrate durante lo spettacolo, abbiamo avuto la possibilità di poter vedere in anteprima mondiale i primi 22 minuti del primo episodio di VisionQuest, la nuova serie TV dei Marvel Studios, che chiude la trilogia aperta da WandaVision e proseguita con Agatha: All Along.

Uno spettacolo che ha ulteriormente galvanizzato il pubblico che si aspettava invece il solo ingresso di Paul Bettany sul palco, protagonista dello show MCU, ultimo tassello prima dell’attesissimo blockbuster in arrivo a dicembre Avengers: Doomsday.

Anteprima di VisionQuest: cosa ci aspetta?

ATTENZIONE SPOILER!

Premetto che questa non è una recensione, in quanto ritengo forzata un’analisi di uno show dopo appena 22 minuti del primo episodio a fronte di otto da quasi un’ora l’uno di durata. Si tratta di semplici sensazioni e suggestioni in base a quello che la serie pare anticipare nelle prime battute.

La prima cosa che ci tengo a dire è che, differentemente dagli altri show da piattaforma Marvel Studios fruibili anche senza aver visto molto del Marvel Cinematic Universe, VisionQuest segue quanto visto su WandaVision, serie fondamentale per comprendere al meglio questo show, ma che, grazie a un ottimo espediente narrativo, viene riassunta subito all’inizio della puntata insieme a tutte le peripezie che hanno visto protagonista Visione da quando è comparso nel MCU nel secondo film degli Avengers.

Il titolo VisionQuest ha un determinato significato che emerge subito nella visione dei primi minuti della serie creata da Terry Matalas; una Visione in forma umana lavora, di giorno, all’interno dello stesso bar di Edimburgo dove lui e Wanda furono attaccati dall’Ordine Nero all’inizio di Avengers: Infinity War. Finito il turno, di notte si rintana all’interno di sè stesso in un mondo interiore fittizio, da lui creato, con tanto di domestici, maggiordomo e un ‘inquilino del piano di sopra’ fastidioso: Ultron, interpretato ancora una volta dal grande James Spader.

Le prime sensazioni che ho avuto è di stare vedendo il naturale sequel di WandaVision non solo dal punto di vista della trama: rispetto allo show di Agatha che è a tutti gli effetti uno spin-off che vive di vita propria, VisionQuest ha diversi riferimenti estetici e stile di narrazione che richiamano scelte scenografiche e di regia della serie su Wanda a partire da un mondo illusorio all’interno del quale La Visione ‘si nasconde dalla realtà’.

Festa del Cinema di Roma

Paul Bettany in VisionQuest exclusively on Disney+. Photo courtesy of Marvel. © 2026 Marvel. All Rights Reserved.

Affascinante, ben curato e dettagliato il ‘Quest’ della Visione con colori molto accesi volutamente saturi e un’abitazione british che sembra uscita da un scenografia teatrale (a partire dagli esterni sino ad arrivare agli arredi), che si contrappongono a colori più spenti e naturali della realtà.

Per fare un paragone più concreto, lo stacco tra realtà e immaginario della Visione mi ha ricordato un’altra serie TV bizzarra e al contempo geniale: Kevin Can F**k Himself. Questo show contrappone la finta felicità della protagonista Allison McRoberts (Annie Murphy) quando è in compagnia del marito Kevin (Eric Petersen) con dinamiche, atmosfere e formato da sit-com, al drama di quando è da sola che viene rappresentato attraverso colori più opachi che manifestano il suo reale scontento per un matrimonio che la rende infelice.

Sin da subito viene presentato parte del cast, che non comprende solo Visione e Ultron, ma anche altri personaggi che sono parte integrante del mondo del personaggio interpretato da Bettany. Alcuni sono già apparsi nel MCU e siamo sicuri che uno in particolare farà felici alcuni fan di vecchia data.

Interessante, anche il fatto che sia messo subito in risalto il complesso rapporto di amore/odio tra Visione e un Ultron decisamente diverso rispetto a quello visto in Avengers: Age of Ultron. Il villain qui appare più machiavellico, come una subdola coscienza nei panni umani di James Spader, che cerca più di raggirare Visione per perseguire fini decisamente personali, invece che pensare al bene del protagonista come in apparenza sembra. E in questi pochi minuti Spader sfodera tutta la sua loquacità forbita, caratteristica tipica di alcuni personaggi da lui intepretati in altre serie e film.

In definitiva questi 22 minuti di VisionQuest sono volati. Le sensazioni sono più che positive con un Paul Bettany e un James Spader che preannunciano conversazioni e dinamiche davvero brillanti e una cura davvero maniacale per quello che è l’aspetto visivo ed estetico.

Paul Bettany sul palco del SDCC Màlaga: il ritorno nei panni di Visione

MALAGA, SPAIN – OCTOBER 03: Paul Bettany attends the Disney+ “VisionQuest” presentation during the “Disney x Hall M” event at Palacio de Ferias y Congresos on October 03, 2026 in Malaga, Spain. (Photo by Aldara Zarraoa/Getty Images for Disney+)

Dopo la proiezione, Paul Bettany è salito sul palco tra i numerosi applausi del pubblico, per una breve intervista con Ali Plumb, durante la quale ha raccontato com’è stato tornare nei panni di Visione, cosa aspettarsi dalla serie e cosa significa per lui il personaggio dopo tanti anni.

Il primo giorno sul set di VisionQuest

Bettany ha descritto il ritorno sul set con il nuovo costume come un’esperienza “intimidatoria”: cinque mesi per realizzare la serie, un progetto estremamente impegnativo in cui ognuno doveva dare il massimo.

A tal proposito ha raccontato un aneddoto del primo giorno di riprese. Era in roulotte in attesa di essere accompagnato sul set, ma il tempo passava e nessuno veniva a chiamarlo. Essendo anche produttore della serie, è uscito a chiedere spiegazioni, e gli hanno risposto che stavano aspettando il resto del cast. La sua risposta è stata netta:

“Portatemi sul set e poi andate a dire a tutti che sono già lì ad aspettare”.

Un modo, ha lasciato intendere, di guidare dall’esempio.

Cast e costumisti eccezionali

MALAGA, SPAIN – OCTOBER 03: Paul Bettany and Ali Plumb attend the Disney+ “VisionQuest” presentation during the “Disney x Hall M” event at Palacio de Ferias y Congresos on October 03, 2026 in Malaga, Spain. (Photo by Patricia J. Garcinuno/Getty Images for Disney+)

Parlando dei colleghi, l’attore ha elogiato il cast a cominciare da James Spader, ma non ha nascosto l’entusiasmo per Emily Hampshire, “deliziosa” nel ruolo che interpreta (e di cui non vogliamo dirvi ancora nulla) e, a suo dire, “forse la persona più divertente che abbia mai conosciuto“.

Secondo Bettany, il segreto di un gruppo così riuscito sta nel tono della serie: particolarmente difficile da afferrare, ma quando tutti lo capiscono, ha spiegato, “puoi volare”.

Bettany ha elogiato costumisti e scenografi, che si sono investiti moltissimo nel progetto portandoci parecchio di personale. L’attore ha citato come esempio, un completo gessato che comparirà nella serie, con un dettaglio ideato appositamente dal team costumi. Parole di ringraziamento anche per la squadra stunt: combattimenti e acrobazie, ha detto, sono “eccezionali”.

Cosa aspettarsi dal resto della serie

Invitato a sbilanciarsi sul seguito, Bettany ha scherzato promettendo “tanta energia maschile, in senso buono” e “danni intergenerazionali” causati da robot e laser. Dietro il tono leggero, però, c’è il cuore della storia: una vicenda emotiva e al tempo stesso divertente che parla di identità.

Vision, ha ricordato, cerca da sempre di capire chi è e chi dovrebbe essere, e lo stesso vale per i giovani protagonisti, impegnati in una vera e propria quest. Una ricerca, ha sottolineato, molto urgente, che il titolo stesso della serie riassume.

VisionQuest

VisionQuest arriverà il 14 ottobre su Disney+.

*Qua tutti i nostri articoli dedicati al San Diego Comic-Con Malaga 2026
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Comicon e Fiere

San Diego Comic-Con Málaga 2026: Richard Dean Anderson, l’indimenticabile MacGyver

Al San Diego Comic Con Malaga 2026 altro grande ospite è stato Richard Dean Anderson, conosciuto da tutti come Angus MacGyver

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Quanti come noi si sono chiesti più di una volta guardando una puntata di MacGyver “ma come diavolo è possibile!?“.

E’ incredibile come un personaggio televisivo come quello interpretato da Richard Dean Anderson, sia entrato nell’immaginario di tutti noi con le sue invenzioni assurde utilizzando principalmente un coltellino svizzero (ebbene sì, caro Gen Z che stai leggendo questo articolo e che non hai mai visto le avventure di Angus MacGyver!).

Erano gli anni ’80 e non si doveva per forza spiegare “il perché e il come” di ogni cosa. Semplicemente si accettava in quanto soluzione al problema senza porsi domande. Si trattava di una televisione diversa in cui il nostro Anderson si è consacrato al grande pubblico nei panni del giovane ex artificiere vero e proprio genio del “problem solving low cost”.

Richard Dean Anderson è stato un altro degli attori di questo San Diego Comic Con Malaga che ha acceso la nostalgia sugli anni ’80 e ’90 insieme ad altri ospiti tra cui Christopher Lambert (di cui abbiamo parlato qua).

Per molti Anderson è il protagonista di MacGyver e il colonnello Jack O’Neill di Stargate SG-1. Il suo arrivo ha un tempismo curioso: la serie che l’ha reso famoso ha compiuto 41 anni proprio in questi giorni.

Nel panel del 3 ottobre, Anderson ha ripercorso una carriera costruita quasi senza progetti, tra aneddoti, battute e qualche momento di commozione.

L’audizione con occhiali da sole che gli consegnò il ruolo di MacGyver

Il suo MacGyver nasce da un dettaglio buffo. All’audizione gli chiesero di leggere con un ragazzino candidato per la serie, ma senza occhiali non riusciva a leggere il copione e quindi Richard chiese di tenerli. I produttori, racconta, si scambiarono un’occhiata d’intesa: quell’attore non si preoccupava di come appariva davanti alla telecamera, ed era l’uomo giusto. E così Anderson divenne l’iconico Angus MacGyver.

Alla domanda se avesse intuito l’importanza del personaggio, Anderson è stato netto: no. Cresciuto in Minnesota, aveva lasciato casa da giovane e viaggiato per Stati Uniti e Canada in treno merci e in autostop, passando “da un lavoro all’altro”. Poi MacGyver è andato avanti anno dopo anno, e quel successo gli ha dato la credibilità per reggere una serie.

Parte del carattere di MacGyver, spiega, viene dallo stesso Anderson. Gli sceneggiatori hanno cucito addosso al personaggio le qualità dell’attore, quelle tipiche del Minnesota: stoicismo, cortesia, apertura. Anderson giocava a hockey, sciava e guidava auto da corsa, quindi era più semplice girare le scene con lui che con una controfigura. Le soluzioni “impossibili” nascevano da una collaborazione: gli autori scrivevano la situazione e consulenti di scuole tecniche e college dell’area di Los Angeles aiutavano a trovare come risolverla con ciò che c’era nella stanza.

Chi riguarda la serie nota che ogni episodio della prima stagione somiglia a un film di James Bond, con una missione che iniziava e terminava nella stessa puntata. Anderson ha spiegato che il motivo era puramente un questione di costi: girare due mini-storie in un episodio, con circa sette giorni a disposizione, era difficile e costoso, e il budget era quello che era. Meglio raccontare una storia sola, con un inizio, uno svolgimento e una fine.

Per quanto riguarda la chiusura di MacGyver, fu la rete, ha ricordato, a scegliere di non rinnovare la serie nonostante gli ascolti buoni. Anderson non ne fu dispiaciuto: era esausto e accusava vari infortuni accumulati sul set.

L’altro volto iconico di Anderson: il generale Jack O’Neill

Per Stargate-SG 1 fu un produttore con cui aveva già lavorato a chiamarlo, mandandogli il film con Kurt Russell. Anderson accettò a una condizione: non voleva interpretare il personaggio in modo rigido come Russell, che definisce fenomenale, e inoltre voleva poterci mettere il suo sarcasmo. Racconta di aver chiesto al generale dell’Aeronautica George Jumper, in visita sul set, se questa versione di O’Neill andasse bene all’Air Force. La risposta fu secca: aveva uomini come lui, “e peggio”. Anderson l’ha raccontato ridendo.

Del cast conserva soprattutto i legami personali. Con Amanda Tapping e Michael Shanks si vede spesso agli eventi come questo, e con Amanda dice di essere “migliori amici”: quando è in viaggio, le scrive che avrebbe dovuto esserci.

Anderson ha spiegato che lasciò la serie perché durante Stargate era nata sua figlia, Wylie Quinn, oggi regista, autrice e produttrice di spettacoli teatrali e cortometraggi. Non voleva perdersi i suoi primi anni. Oggi vive tra i suoi cani, l’oceano e la scrittura, e ha invitato il pubblico a tenere d’occhio quel nome.

Un consiglio e un aneddoto

A chi sogna di recitare ha dato un consiglio: la gavetta migliore sono le soap opera. E sull’hockey ha ricordato le partite di beneficenza che co-ideò con John Bennett Perry, padre di Matthew Perry, a cui una volta invitò a giocare anche Keanu Reeves.

*Qua tutti i nostri articoli dedicati al San Diego Comic-Con Malaga 2026
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Comicon e Fiere

San Diego Comic-Con Malaga 2026: La ciurma di One Piece conquista la Hall M

C’era tanta attesa per il panel di One Piece nella Hall of M del San Diego Comic-Con di Malaga di quest’anno. E le aspettative possiamo dire che sono state mantenute grazie ai grandi ospiti che sono intervenuti sul palco: Peter Gadiot, Taz Skylar e Iñaki Godoy

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One Piece

Dopo gli antieroi di The Boys, la Hall M del San Diego Comic-Con Malàga ha cambiato direzione e ha puntato dritta verso la Rotta Maggiore.

Alle 14:30 di venerdì 2 ottobre è andato in scena One Piece: Más allá de la Gran Ruta, il panel dedicato alla serie live action di Netflix, con Iñaki Godoy (Rufy), Taz Skylar (Sanji), Peter Gadiot (Shanks, aggiunto al programma negli ultimi giorni al posto di Emily Rudd) e Lukas Ettlin, regista, produttore e direttore della fotografia svizzero. Il suo curriculum comprende Black Sails, Daredevil, Jack Ryan e Outer Banks, oltre a parte della seconda stagione del live action di One Piece.

Una presentazione tra Shanks, Sanji e… Excel

L’ingresso degli ospiti è stato uno show a sé. Per primo è arrivato Gadiot, annunciato come Shanks “il pirata dai capelli rossi”. Poi è toccato a Skylar, il cuoco preferito della ciurma (e anche del pubblico…). A chiudere la presentazione, Godoy, definito colui che ha deciso di diventare il re dei pirati e ha finito per conquistare i cuori dei fan. Non esageriamo se, tra gli ospiti che in questi giorni si sono susseguiti sul palco della Hall of M, Iñaki Godoy è stato quello più acclamato dal pubblico pagante.

Probabilmente per la sua semplicità e autenticità, caratteristiche che contraddistinguono lo stesso personaggio che interpreta: Luffy.

La sua presentazione è stata spiazzante e esilarante:

«Sono un attore, mi piace giocare con lo yo-yo, sono bravo a Minecraft e so usare Excel.» – Iñaki Godoy

Davvero incredibile, poi, il feeling con Taz Skylar; i due sono davvero amici e allo stesso tempo scherzosamente ‘competitivi’, ma davvero uniti anche al di fuori del set come hanno dimostrato gli abbracci e le battute durante il panel.

Tra una risata e l’altra non è mancato il tormentone del video virale, girato negli ultimi giorni, in cui un membro del cast preferiva le patatas bravas alla paella. Il conduttore ha tifato apertamente per le bravas, e il discorso è tornato anche a fine panel.

Il segreto: restare fedeli a Eiichirō Oda

La prima domanda è stata quella che tutti i fan si chiedono da tempo: come si tiene insieme un racconto che è al contempo ironico, con una comicità a tratti infantile, ma capace di far piangere nella scena dopo? E come si è riusciti a creare un contenuto di successo dove tante trasposizioni live action di manga e anime hanno fallito?

La risposta, corale, parte da Eiichiro Oda e dal materiale originale. La sfida più difficile, hanno spiegato dal palco, è onorare ciò che i fan amano da anni e allo stesso tempo aggiungere qualcosa di nuovo. Il metodo è sbagliare, imparare e confrontarsi con i fan, con tanta comunicazione e sincerità all’interno del team, che comprende non solo gli attori coinvolti, ma anche la squadra di produzione.

Luffy, Sanji e Shanks visti dagli attori

Godoy ha raccontato di aver imparato molto dal manga, dall’anime e dagli incontri con i fan. Ha capito che Luffy, oltre a essere carismatico e divertente, può essere diretto e a volte egoista. E ha capito che non è un personaggio in cui identificarsi, ma uno che suscita emozioni: per essere Luffy non bisogna avere paura di niente. E, a parere di chi scrive, pare che Godoy abbia compreso bene il ruolo che deve interpretare.

Skylar ha descritto il suo Sanji come un ragazzo che nasconde la sensibilità dietro l’azione, la cucina e le battute. È un personaggio che sente moltissimo e mette impegno in tutto, ma non vuole che si noti. Sono proprio i momenti di vulnerabilità a creare più empatia tra lui e Sanji.

Gadiot ha parlato di Shanks, un personaggio che, come nella trama originale del manga, compare poco ma pesa molto sulla storia. Il suo punto di partenza è il materiale originale, poi il dialogo con il regista e il team creativo, e la fiducia reciproca.

Dietro la stagione 2: Neve di cartapesta in Sudafrica?

Con la seconda stagione la serie ha alzato l’asticella: la gigantesca balena Laboon, la Red Line, un’isola innevata. Ettlin ha ricordato di essersi battuto per portare sullo schermo elementi del manga assenti dalle sceneggiature. L’esempio è la sequenza della montagna di Drum, tra le più complicate della stagione. Ha raccontato di aver chiesto subito ai vari reparti di lavorarci insieme, convinto che ne sarebbe nata una scena enorme.

C’è poi un dettaglio da set. La neve, girata in Sudafrica in piena estate, era in gran parte cartapesta sparata da turbine enormi. Il cast ha raccontato di averne trovato ovunque, anche negli occhi, e di averlo dovuto togliere con fatica. Il regista è stato lodato per l’entusiasmo con cui si presentava sul set anche dopo giorni in mezzo alla finta neve.

La morale di One Piece: Credere nei sogni

Il momento più emotivo è arrivato con Godoy e il suo rapporto con la serie che lo ha lanciato nel grande mondo della recitazione. Prima di One Piece, in piena pandemia, si chiedeva dove l’avrebbe portato la recitazione. Il ruolo di Luffy è arrivato al momento giusto e ha certificato una cosa: credere nei sogni è bello, perché a volte si realizzano e a volte no, ma resta la soddisfazione di aver dato il massimo per raggiungerli. Luffy, ha spiegato, non teme di vivere, perché finché si cammina verso ciò che si vuole e ci si gode il percorso, si sta già vincendo.

Infine agli attori e al regista è stato chiesta qualche anticipazione sulla prossima stagione, ma tutti hanno mantenuto le bocche cucite!

Un panel tra risate, emozione e dietro le quinte, che ha mostrato quanto lavoro (e risate) ci sia dietro l’avventura della più grande ciurma di pirati di sempre. La ciurma di Cappello di Paglia.

*Qua l’articolo sul San Diego Comic-Con Malaga: Karl Urban e Aya Cash, i ‘cattivi ragazzi’ della Hall M
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