Connect with us

Serie TV

IT: Welcome to Derry, l’analisi della prima stagione

IT: Welcome to Derry, analisi di una prima stagione che racconta le origini di Pennywise

Avatar photo

Pubblicato

il

IT: Welcome to Derry, la recensione della prima stagione

Si è conclusa da qualche settimana la prima stagione di IT: Welcome to Derry, la serie HBO che si propone di espandere l’universo narrativo di It raccontando le origini – o meglio, una delle prime manifestazioni – di Pennywise. Il progetto porta la firma di Andy Muschietti, Barbara Muschietti e Jason Fuchs, e nasce chiaramente con l’ambizione di inserirsi in continuità diretta con i due film cinematografici del 2017 e del 2019.

Andy and Barbar Muschietti, hollywoodreporter.com

Andy e Barbara Muschietti, foto di hollywoodreporter.com

Gli spettatori più attenti non faticheranno a cogliere i numerosi dettagli che legano la serie ai film precedenti, a partire proprio dal cast. Bill Skarsgård, ormai volto indissolubilmente legato al personaggio, torna a vestire i panni del clown, rafforzando l’idea di un universo coerente e riconoscibile. Una scelta tutt’altro che casuale, che sottolinea la volontà di Andy Muschietti di preservare una continuità estetica e narrativa ben precisa, evitando fratture nette tra cinema e televisione.

IT: Welcome to Derry, episodio 6

IT: Welcome to Derry, episodio 6

IT: Welcome to Derry non nasce quindi come una semplice operazione derivativa, ma come un tassello pensato per arricchire il mito di Derry e del male ciclico che la infesta, dialogando apertamente con i film usciti rispettivamente otto e sei anni fa.

La serie, ispirata al personaggio creato da Stephen King, nasce con l’obiettivo di colmare il vuoto lasciato nei non lettori dei romanzi, offrendo un approfondimento sulle origini del pagliaccio che, ciclicamente, ogni ventisette anni, torna a terrorizzare la cittadina di Derry.

Trama senza spoiler

Ambientata nella Derry dei primi anni Sessanta, IT: Welcome to Derry segue le vicende di un gruppo di nuovi abitanti che si trasferiscono nella cittadina del Maine in cerca di un nuovo inizio. Fin dai primi episodi, però, è chiaro che sotto la superficie rassicurante della provincia americana si nasconde qualcosa di profondamente sbagliato. Eventi inquietanti, sparizioni e un senso di minaccia costante iniziano a insinuarsi nella quotidianità dei protagonisti, riportando a galla un male antico che sembra legato indissolubilmente alla storia stessa di Derry.

IT: Welcome to Derry, episodio 1

IT: Welcome to Derry, episodio 1

La serie costruisce la sua narrazione intrecciando il punto di vista degli adulti con quello dei più giovani, mostrando come la violenza e l’orrore non si manifestino solo in forme soprannaturali, ma trovino terreno fertile anche nelle paure collettive, nei silenzi e nelle tensioni sociali dell’epoca. Pennywise resta una presenza costante, spesso più evocata che mostrata, mentre la storia si prende il tempo necessario per raccontare la città, i suoi abitanti e il ciclo di tragedie che, da generazioni, sembra ripetersi con inquietante regolarità.

IT: Welcome to Derry, episodio 1

IT: Welcome to Derry, episodio 1

Welcome to Derry non punta quindi solo a raccontare una nuova storia dell’orrore, ma a restituire l’idea di una comunità intrappolata in un loop di paura, preparando il terreno per ciò che i fan della saga già sanno, senza però dare nulla per scontato.

Una serie che funziona, anche con i suoi cambi di ritmo

Vado dritto al punto: IT: Welcome to Derry intrattiene e, nel complesso, fa il suo lavoro, nonostante una gestione del ritmo spesso irregolare, che in più di un’occasione rischia di confondere o persino annoiare. Il primo episodio ne è un esempio: si apre con una sequenza apertamente gore, il rapimento di Matty, per poi rallentare bruscamente e lasciare spazio alla presentazione dei personaggi e delle diverse linee narrative, fino a chiudersi con un cliffhanger piuttosto classico.

È una struttura che, con poche variazioni, si ripete per gran parte della stagione. Un’alternanza continua tra momenti di forte impatto visivo e lunghe fasi più riflessive, quasi dilatate, che spezzano la tensione per poi ricostruirla nel finale di episodio. Un meccanismo prevedibile, certo, ma che alla lunga funziona, soprattutto per chi accetta l’idea di una serie più interessata a costruire atmosfera e contesto che a mantenere costantemente alto il livello dell’orrore.

IT: Welcome to Derry, episodio 1

IT: Welcome to Derry, episodio 1

Per me la serie è stata una vera giostra: momenti di gore intenso e scene che lasciano davvero senza fiato si alternano a fasi più lente, che mi hanno spesso spinto a impostare il player a velocità 2x. A tenermi incollato allo schermo sono stati soprattutto i picchi più concitati, capaci di far digerire i momenti più lenti e rendere l’esperienza complessiva coinvolgente e la performance dei protagonisti Lilly, Ronnie, Will, Rich e Marge rispettivamente interpretati da Clara Stack, Amanda Christine, Blake Cameron James, Arian S. Cartaya e Matilda Lawler.

Ci tengo inoltre a ribadire quanto Bill Skarsgård sia perfetto nel ruolo di Pennywise. Davvero un grande attore.

Il mio episodio preferito? Episodio 7, The Black Spot. Preso singolarmente, credo sia uno dei migliori episodi visti quest’anno. E sembra che non sono l’unico a pensarlo.

Rating degli episodi della prima stagione secondo IMDB

Rating degli episodi della prima stagione secondo IMDB

IT Welcome to Derry, Episodio 7

IT Welcome to Derry, Episodio 7

Le diverse forme del male

Un dettaglio particolarmente interessante è il modo in cui Pennywise sceglie di manifestarsi ai protagonisti. Nei primi episodi, il pagliaccio non assume mai una forma unica e riconoscibile, ma si modella sulle paure più profonde di ciascuno di loro, trasformandosi nella materializzazione delle loro fobie. È in questi momenti che la serie riesce a colpire più a fondo, dando vita a sequenze di autentico terrore che vanno oltre il semplice spavento.

Sono diverse le occasioni in cui questo meccanismo entra in gioco, e spesso con risultati disturbanti. Emblematico, in questo senso, è quanto accade nel secondo episodio, quando Pennywise costringe Ronnie a rivivere il proprio parto, un’esperienza traumatica che, per una tragica coincidenza, le è costata la perdita della madre. Una scena dura, che funziona proprio perché attinge a un orrore intimo e personale, più che spettacolare.

Al di là della forma che assume di volta in volta, c’è però un elemento che rimane costante: quando Pennywise entra in scena, ne esce sempre sporco di sangue. È un segno visivo ricorrente, quasi un marchio di fabbrica, che ribadisce come dietro ogni maschera, ogni illusione e ogni paura evocata, si nasconda sempre la stessa natura violenta e predatoria.

IT: Welcome to Derry, episodio 1

IT: Welcome to Derry, episodio 1

Easter egg… e collegamenti che non potevamo non notare

Questa serie ha molto da offrire anche agli appassionati di fumetti come noi. Nel primo episodio, infatti, vediamo uno dei protagonisti leggere Detective Comics #298, una scelta tutt’altro che casuale. Andy Muschietti sembra strizzare l’occhio agli spettatori più attenti, soprattutto alla luce dei rumor che lo vorrebbero alla regia di Batman: The Brave and the Bold, il nuovo progetto DC guidato da James Gunn.

Sempre nello stesso episodio compare anche The Flash #123, un riferimento piuttosto esplicito e un omaggio al film The Flash del 2023, diretto dallo stesso Muschietti. Piccoli dettagli che non aggiungono nulla alla trama, ma contribuiscono a rafforzare quel dialogo continuo tra cinema, televisione e cultura fumettistica che la serie sembra voler coltivare.

IT: Welcome to Derry, Episodio 1

Detective Comics #298

The Flash #123

Ma i riferimenti non finiscono qui, perché Welcome to Derry ha qualcosa da offrire anche ai puristi dell’horror di Stephen King. Senza scendere in territori troppo spoilerosi, nell’episodio finale compare il giovane Dick Hallorann, che accenna a un possibile lavoro presso un hotel in Europa, accompagnando il tutto con una battuta che mi ha fatto sorridere: “I mean, how much trouble can a hotel be?” o in italiano “Insomma, quanto potrà mai essere problematico un hotel?”.

Dick Hallorann nell'ultimo episodio della prima stagione

Dick Hallorann nell’ultimo episodio della prima stagione

Non serve essere esperti cinefili o lettori di lunga data per cogliere il collegamento a The Shining e al leggendario Overlook Hotel, il luogo fittizio in cui Stephen King ha ambientato uno dei suoi racconti più celebri, poi diventato un film iconico grazie alla regia di Stanley Kubrick. Un richiamo elegante.

Nel corso dei dieci episodi, vediamo inoltre le prime manifestazioni della “luccicanza” di Dick e il modo in cui impara gradualmente a gestire questa abilità. In questo senso, la serie può essere letta anche come una vera e propria storia di origine di Dick Hallorann, destinato a diventare il futuro mentore di Danny Torrance in The Shining.

Data d’uscita e distribuzione della prima stagione

La serie ha debuttato con l’episodio pilota il 27 ottobre 2025, per poi proseguire con la cadenza di un episodio a settimana su HBO Max negli Stati Uniti e su Sky in Italia.

IT: Welcome to Derry, episodio 1

IT: Welcome to Derry, episodio 1

Cosa aspettarsi per il futuro

Andy Muschietti ha recentemente confermato di avere in mente un piano che prevede tre stagioni di IT: Welcome to Derry. Se questa prima stagione è ambientata nel 1962, la seconda farà un salto indietro fino al 1935, mentre la terza sarà ambientata nel 1908, proseguendo così l’esplorazione a ritroso della storia di Derry e del male che la infesta.

Prime video

Carrie, il lato oscuro dei social nella serie di Mike Flanagan

Recensione della miniserie Carrie, tratta dall’omonimo romanzo di Stephen King e pubblicata da Prime Video nell’ottobre 2026.

Avatar photo

Pubblicato

il

VOTO POPCORNERD Carrie, il lato oscuro dei social nella serie di Mike Flanagan
4.5

Dicono che le migliori storie inizino dalla fine, e quella di Carrie White è una di queste.

Gli otto episodi che compongono la prima (e unica, al momento) stagione della miniserie Carrie sono un eccellente adattamento della storia originale, trasposta ai giorni nostri senza perdere lo stile narrativo di Stephen King e adattandolo, al tempo stesso, a un contesto moderno.

Prima di parlare dell’adattamento targato Prime Video, però, vorrei parlare brevemente del romanzo dal quale questa miniserie è tratta. La novel in questione è Carrie, il romanzo di debutto del leggendario scrittore horror Stephen King, pubblicato nel lontano 1974. Il romanzo racconta la storia di Carietta “Carrie” White, un’introversa ragazza vittima di bullismo e degli abusi domestici di una madre fanatica religiosa, che scopre di possedere incredibili poteri di telecinesi. Il romanzo fu così iconico da essere trasposto quasi subito sul grande schermo: nel 1976, il regista Brian De Palma ne realizzò Carrie – Lo sguardo di Satana.

Sissy Spacek in Carrie - Lo Sguardo di Satana

Sissy Spacek interpreta Carrie in Carrie – Lo Sguardo di Satana

A distanza di cinquant’anni dalla prima pellicola dedicata allo strabiliante romanzo di King, Prime Video fa un regalo di Natale anticipato ai fan del maestro dell’horror con la miniserie Carrie, creata da Mike Flanagan, un nome ormai familiare quando si parla di adattamenti delle opere di Stephen King. Il regista ha infatti già portato sullo schermo Il gioco di Gerald (Gerald’s Game, 2017), Doctor Sleep (2019) e The Life of Chuck (La vita di Chuck, 2024).

Non uno qualsiasi, insomma. E questo non ha fatto altro che alimentare la mia curiosità per la miniserie di casa Amazon.

Il bullismo nell’era dei social media

Il tema cardine su cui si basa Carrie – sia nel libro che nella trasposizione di Flanagan – è il bullismo. Carrie è una ragazza timida, cresciuta sotto l’ingombrante ombra della madre, che ne controlla ogni aspetto della vita: dalla fede in Dio ai libri che la figlia può leggere. Quando Carrie entra in contatto con il mondo al di fuori della soglia di casa e, più nello specifico, con quello della scuola, si trova come un pesce fuor d’acqua. Questo suo essere “diversa” la rende un bersaglio facile per i bulli della scuola, che in questo caso non sono rappresentati dai classici ragazzi “più grandi e grossi”, bensì da un gruppo di ragazze che mette Carrie sotto un’enorme pressione sociale.

Il bullismo si è evoluto con l'avvento dei social media

Il bullismo si è evoluto con l’avvento dei social media

Ed è qui che la reinterpretazione moderna di Flanagan fa la magia. Il regista traduce infatti il tutto in chiave contemporanea attraverso l’introduzione dei social media. Carrie viene presa in giro e costantemente ripresa con gli smartphone dai propri aguzzini, per poi finire su una pagina Instagram anonima a suo nome che, con il tempo, causerà danni irreversibili. Con questo espediente, Flanagan riesce a ruotare attorno a temi estremamente attuali come il cyberbullismo e il furto d’identità digitale, mostrando come questa piaga possa avere un ruolo centrale nella salute mentale degli adolescenti. Quella che una volta era semplice peer pressure tra le aule e i corridoi della scuola, oggi può trasformarsi in qualcosa di decisamente più grande, difficile da controllare e potenzialmente molto più dannoso.

Il bullismo non finisce più quando suona la campanella: segue le sue vittime anche fuori da scuola, entra nelle loro case e, attraverso uno smartphone, può raggiungere centinaia o migliaia di persone in pochi secondi.

Sarebbe un teen drama qualsiasi se non fosse per i poteri di Carrie

Carrie segue la classica struttura dei teen drama, nella quale il protagonista, un personaggio schivo e introverso, deve fare i conti con il mondo che lo circonda e, spesso, questo avviene proprio nel contesto scolastico. Insomma, siamo abituati a storie di questo tipo, anche se sensibilizzare il pubblico su temi come il bullismo e la violenza non è mai scontato né ridondante.

Questa serie, però, pur presentandosi inizialmente come un teen drama, mette subito le cose in chiaro quando diventa evidente che Carrie non è un’adolescente qualsiasi. Nei primi episodi, infatti, la vediamo spesso alle prese con emozioni molto forti che, in qualche modo, risvegliano i suoi poteri telecinetici. Carrie, come viene poi definita, è una vera e propria forza della natura, un uragano, capace di sprigionare poteri psichici tanto incredibili quanto spaventosi. Ed è proprio questo elemento a fare da spartiacque tra il classico teen drama scolastico e la storia che tutti conosciamo.

Carrie impara a controllare i suoi poteri di telecinesi

Carrie impara a controllare i suoi poteri di telecinesi

La componente horror della storia arriva sul finale, nella famosa scena del ballo di fine anno. Carrie ha ormai imparato a controllare i suoi poteri e, quando viene messa di fronte all’ennesima umiliazione pubblica da parte di Chris Hargensen, una delle ragazze che la tormentano, si lascia andare e scatena un’ondata di violenza che, in apparenza, non le appartiene, ma che in fondo covava da tempo. La sua furia è tale da portare alla quasi distruzione della scuola e dell’intera cittadina di Chamberlain, nel Maine. Come ho già accennato, una vera e propria forza della natura, nonostante la sua gracile statura fisica.

Le diverse forme della violenza

Un aspetto che mi è piaciuto particolarmente di questa miniserie è sicuramente il modo in cui viene rappresentata la violenza. Non tanto quella fisica, quanto quella psicologica: quella che ti mette sotto pressione e ti costringe a confrontarti costantemente con il mondo che ti circonda.

È proprio questo tipo di violenza a maturare nel corso dei sette episodi della serie, accumulandosi fino a trasformarsi in violenza fisica quando Carrie raggiunge il limite della sopportazione e si lascia andare, vendicandosi del male che le è stato fatto prima dai bulli della scuola e poi da una società superficiale, che non ha saputo proteggerla.

Quando Carrie capisce che non ha bisogno di essere protetta e che tutto ciò che amava è ormai perduto, è troppo tardi per correre ai ripari. Carrie non ha più una vita nella città di Chamberlain.

“Non era solo Carrie..”

A rendere ancora più intrigante il mistero legato ai poteri telecinetici della giovane Carrie ci pensa una sottotrama tanto interessante quanto cupa.

Flanagan non lo dice mai espressamente, ma sembra esserci un’organizzazione alla ricerca di persone dotate di poteri simili a quelli di Carrie. Non ci viene spiegato il perché esistono, né tantomeno chi si nasconda dietro questa organizzazione. Beh, a essere del tutto onesti, il chi ci viene rivelato nell’episodio finale, ma il tutto rimane avvolto in un alone di mistero.

Sappiamo che queste persone riescono a rintracciare Carrie, anche a causa del suo enorme e spaventoso potere, che viene chiamato shine, ovvero la Luccicanza. Un termine familiare a chiunque abbia letto almeno uno dei romanzi di Stephen King, come The Shining.

Avrei preferito qualche dettaglio in più su questa organizzazione, che ricorda tremendamente la scuola per mutanti di Charles Xavier. Ma questa è soltanto una piccola nota a margine, che non influisce sulla riuscita complessiva della serie.

One girl show di Summer H. Howell

Ma quanto è brava Summer H. Howell in questa serie! L’attrice riesce a dare vita a una Carrie White credibile, fragile e tormentata, trasmettendo tutto il disagio di una ragazza che si ritrova a fare i conti con un mondo che sembra avercela con lei. Dalla timidezza alle esplosioni di rabbia, passando per la paura e la confusione davanti ai suoi stessi poteri, Howell riesce a restituire le diverse sfaccettature del personaggio senza mai perdere di vista la sua vulnerabilità.

Ed è proprio questo il suo punto di forza: Carrie non è soltanto una ragazza con poteri telecinetici devastanti, ma un’adolescente che vorrebbe semplicemente essere accettata. Howell riesce a farci empatizzare con lei anche quando la situazione precipita, rendendo ancora più potente il contrasto tra la fragilità della ragazza e la distruzione di cui si dimostra capace.

Una performance che, episodio dopo episodio, conferma quanto il personaggio di Carrie sia il vero cuore della miniserie.

Sarebbe però ingiusto attribuire tutto il merito alla protagonista. L’intero cast contribuisce all’eccellente riuscita di questo adattamento, dando vita a personaggi che alimentano i conflitti della storia e rendono ancora più efficace il percorso di Carrie. Le interpretazioni funzionano nel loro insieme e aiutano a costruire quel clima di tensione e disagio che accompagna la miniserie fino al suo tragico finale.

Summer H. Howell interpreta Carrie in Carrie di Prime Video

Summer H. Howell interpreta Carrie in Carrie di Prime Video

Storia raccontata al contrario

Proprio come nel libro, la storia viene raccontata “al contrario”, partendo dal finale attraverso le testimonianze dei sopravvissuti alla tragedia avvenuta durante il ballo di fine anno nella palestra della Ewen High School. Mike Flanagan ha fedelmente riportato la struttura narrativa di Stephen King nel suo adattamento e ha fatto di questa scelta uno dei punti di forza della serie.

L’hook iniziale funziona benissimo e scaraventa lo spettatore nel bel mezzo della storia senza troppi giri di parole. Centinaia di morti, una città semidistrutta, persone sospette che si aggiravano nella palestra della scuola e… Carrie White.

Una volta visto il primo episodio, sono stato quasi costretto a continuare a guardare la serie. Per l’ennesima volta, Stephen King – con l’importante contributo di Flanagan – mi ha preso in ostaggio, solo che stavolta mi ha tenuto davanti allo schermo della televisione invece che incollato alle pagine di un libro.

E se siete amanti del genere horror o sci-fi, farà lo stesso effetto su di voi.

Non avete scampo.

Continua a leggere

Disney+

Al San Diego Comic-Con Málaga 2026 i primi 22 minuti di VisionQuest

Al San Diego Comic-Con di Màlaga abbiamo visto all’interno del panel Disney i primi 22 minuti di VisionQuest, serie con protagonista Paul Bettany. Ecco le prime impressioni e alcune dichiarazioni di Bettany su quello che sarà lo show MCU

Avatar photo

Pubblicato

il

Da

Il panel Disney che si è tenuto sabato 3 ottobre al San Diego Comic-Con Málaga 2026 ha letteralmente infuocato il pubblico della manifestazione che ha avuto l’opportunità di partecipare all’evento.

È stato l’appuntamento più importante dell’intera kermesse che ha visto consumarsi per la prima volta al di fuori degli Stati Uniti, uno show di tale portata targato Disney. Tutti gli occhi delle oltre 3.000 persone sono stati rivolti verso i tre maxischermi e il palco della Hall M del SDCC Màlaga per assistere a uno spettacolo per cui “non si era preparati” secondo il presentatore del panel Claudio Serrano, attore spagnolo e storico doppiatore di Batman.

Tra le tante cose mostrate durante lo spettacolo, abbiamo avuto la possibilità di poter vedere in anteprima mondiale i primi 22 minuti del primo episodio di VisionQuest, la nuova serie TV dei Marvel Studios, che chiude la trilogia aperta da WandaVision e proseguita con Agatha: All Along.

Uno spettacolo che ha ulteriormente galvanizzato il pubblico che si aspettava invece il solo ingresso di Paul Bettany sul palco, protagonista dello show MCU, ultimo tassello prima dell’attesissimo blockbuster in arrivo a dicembre Avengers: Doomsday.

Anteprima di VisionQuest: cosa ci aspetta?

ATTENZIONE SPOILER!

Premetto che questa non è una recensione, in quanto ritengo forzata un’analisi di uno show dopo appena 22 minuti del primo episodio a fronte di otto da quasi un’ora l’uno di durata. Si tratta di semplici sensazioni e suggestioni in base a quello che la serie pare anticipare nelle prime battute.

La prima cosa che ci tengo a dire è che, differentemente dagli altri show da piattaforma Marvel Studios fruibili anche senza aver visto molto del Marvel Cinematic Universe, VisionQuest segue quanto visto su WandaVision, serie fondamentale per comprendere al meglio questo show, ma che, grazie a un ottimo espediente narrativo, viene riassunta subito all’inizio della puntata insieme a tutte le peripezie che hanno visto protagonista Visione da quando è comparso nel MCU nel secondo film degli Avengers.

Il titolo VisionQuest ha un determinato significato che emerge subito nella visione dei primi minuti della serie creata da Terry Matalas; una Visione in forma umana lavora, di giorno, all’interno dello stesso bar di Edimburgo dove lui e Wanda furono attaccati dall’Ordine Nero all’inizio di Avengers: Infinity War. Finito il turno, di notte si rintana all’interno di sè stesso in un mondo interiore fittizio, da lui creato, con tanto di domestici, maggiordomo e un ‘inquilino del piano di sopra’ fastidioso: Ultron, interpretato ancora una volta dal grande James Spader.

Le prime sensazioni che ho avuto è di stare vedendo il naturale sequel di WandaVision non solo dal punto di vista della trama: rispetto allo show di Agatha che è a tutti gli effetti uno spin-off che vive di vita propria, VisionQuest ha diversi riferimenti estetici e stile di narrazione che richiamano scelte scenografiche e di regia della serie su Wanda a partire da un mondo illusorio all’interno del quale La Visione ‘si nasconde dalla realtà’.

Festa del Cinema di Roma

Paul Bettany in VisionQuest exclusively on Disney+. Photo courtesy of Marvel. © 2026 Marvel. All Rights Reserved.

Affascinante, ben curato e dettagliato il ‘Quest’ della Visione con colori molto accesi volutamente saturi e un’abitazione british che sembra uscita da un scenografia teatrale (a partire dagli esterni sino ad arrivare agli arredi), che si contrappongono a colori più spenti e naturali della realtà.

Per fare un paragone più concreto, lo stacco tra realtà e immaginario della Visione mi ha ricordato un’altra serie TV bizzarra e al contempo geniale: Kevin Can F**k Himself. Questo show contrappone la finta felicità della protagonista Allison McRoberts (Annie Murphy) quando è in compagnia del marito Kevin (Eric Petersen) con dinamiche, atmosfere e formato da sit-com, al drama di quando è da sola che viene rappresentato attraverso colori più opachi che manifestano il suo reale scontento per un matrimonio che la rende infelice.

Sin da subito viene presentato parte del cast, che non comprende solo Visione e Ultron, ma anche altri personaggi che sono parte integrante del mondo del personaggio interpretato da Bettany. Alcuni sono già apparsi nel MCU e siamo sicuri che uno in particolare farà felici alcuni fan di vecchia data.

Interessante, anche il fatto che sia messo subito in risalto il complesso rapporto di amore/odio tra Visione e un Ultron decisamente diverso rispetto a quello visto in Avengers: Age of Ultron. Il villain qui appare più machiavellico, come una subdola coscienza nei panni umani di James Spader, che cerca più di raggirare Visione per perseguire fini decisamente personali, invece che pensare al bene del protagonista come in apparenza sembra. E in questi pochi minuti Spader sfodera tutta la sua loquacità forbita, caratteristica tipica di alcuni personaggi da lui intepretati in altre serie e film.

In definitiva questi 22 minuti di VisionQuest sono volati. Le sensazioni sono più che positive con un Paul Bettany e un James Spader che preannunciano conversazioni e dinamiche davvero brillanti e una cura davvero maniacale per quello che è l’aspetto visivo ed estetico.

Paul Bettany sul palco del SDCC Màlaga: il ritorno nei panni di Visione

MALAGA, SPAIN – OCTOBER 03: Paul Bettany attends the Disney+ “VisionQuest” presentation during the “Disney x Hall M” event at Palacio de Ferias y Congresos on October 03, 2026 in Malaga, Spain. (Photo by Aldara Zarraoa/Getty Images for Disney+)

Dopo la proiezione, Paul Bettany è salito sul palco tra i numerosi applausi del pubblico, per una breve intervista con Ali Plumb, durante la quale ha raccontato com’è stato tornare nei panni di Visione, cosa aspettarsi dalla serie e cosa significa per lui il personaggio dopo tanti anni.

Il primo giorno sul set di VisionQuest

Bettany ha descritto il ritorno sul set con il nuovo costume come un’esperienza “intimidatoria”: cinque mesi per realizzare la serie, un progetto estremamente impegnativo in cui ognuno doveva dare il massimo.

A tal proposito ha raccontato un aneddoto del primo giorno di riprese. Era in roulotte in attesa di essere accompagnato sul set, ma il tempo passava e nessuno veniva a chiamarlo. Essendo anche produttore della serie, è uscito a chiedere spiegazioni, e gli hanno risposto che stavano aspettando il resto del cast. La sua risposta è stata netta:

“Portatemi sul set e poi andate a dire a tutti che sono già lì ad aspettare”.

Un modo, ha lasciato intendere, di guidare dall’esempio.

Cast e costumisti eccezionali

MALAGA, SPAIN – OCTOBER 03: Paul Bettany and Ali Plumb attend the Disney+ “VisionQuest” presentation during the “Disney x Hall M” event at Palacio de Ferias y Congresos on October 03, 2026 in Malaga, Spain. (Photo by Patricia J. Garcinuno/Getty Images for Disney+)

Parlando dei colleghi, l’attore ha elogiato il cast a cominciare da James Spader, ma non ha nascosto l’entusiasmo per Emily Hampshire, “deliziosa” nel ruolo che interpreta (e di cui non vogliamo dirvi ancora nulla) e, a suo dire, “forse la persona più divertente che abbia mai conosciuto“.

Secondo Bettany, il segreto di un gruppo così riuscito sta nel tono della serie: particolarmente difficile da afferrare, ma quando tutti lo capiscono, ha spiegato, “puoi volare”.

Bettany ha elogiato costumisti e scenografi, che si sono investiti moltissimo nel progetto portandoci parecchio di personale. L’attore ha citato come esempio, un completo gessato che comparirà nella serie, con un dettaglio ideato appositamente dal team costumi. Parole di ringraziamento anche per la squadra stunt: combattimenti e acrobazie, ha detto, sono “eccezionali”.

Cosa aspettarsi dal resto della serie

Invitato a sbilanciarsi sul seguito, Bettany ha scherzato promettendo “tanta energia maschile, in senso buono” e “danni intergenerazionali” causati da robot e laser. Dietro il tono leggero, però, c’è il cuore della storia: una vicenda emotiva e al tempo stesso divertente che parla di identità.

Vision, ha ricordato, cerca da sempre di capire chi è e chi dovrebbe essere, e lo stesso vale per i giovani protagonisti, impegnati in una vera e propria quest. Una ricerca, ha sottolineato, molto urgente, che il titolo stesso della serie riassume.

VisionQuest

VisionQuest arriverà il 14 ottobre su Disney+.

*Qua tutti i nostri articoli dedicati al San Diego Comic-Con Malaga 2026
Continua a leggere

Comicon e Fiere

San Diego Comic-Con Málaga 2026: Richard Dean Anderson, l’indimenticabile MacGyver

Al San Diego Comic Con Malaga 2026 altro grande ospite è stato Richard Dean Anderson, conosciuto da tutti come Angus MacGyver

Avatar photo

Pubblicato

il

Quanti come noi si sono chiesti più di una volta guardando una puntata di MacGyver “ma come diavolo è possibile!?“.

E’ incredibile come un personaggio televisivo come quello interpretato da Richard Dean Anderson, sia entrato nell’immaginario di tutti noi con le sue invenzioni assurde utilizzando principalmente un coltellino svizzero (ebbene sì, caro Gen Z che stai leggendo questo articolo e che non hai mai visto le avventure di Angus MacGyver!).

Erano gli anni ’80 e non si doveva per forza spiegare “il perché e il come” di ogni cosa. Semplicemente si accettava in quanto soluzione al problema senza porsi domande. Si trattava di una televisione diversa in cui il nostro Anderson si è consacrato al grande pubblico nei panni del giovane ex artificiere vero e proprio genio del “problem solving low cost”.

Richard Dean Anderson è stato un altro degli attori di questo San Diego Comic Con Malaga che ha acceso la nostalgia sugli anni ’80 e ’90 insieme ad altri ospiti tra cui Christopher Lambert (di cui abbiamo parlato qua).

Per molti Anderson è il protagonista di MacGyver e il colonnello Jack O’Neill di Stargate SG-1. Il suo arrivo ha un tempismo curioso: la serie che l’ha reso famoso ha compiuto 41 anni proprio in questi giorni.

Nel panel del 3 ottobre, Anderson ha ripercorso una carriera costruita quasi senza progetti, tra aneddoti, battute e qualche momento di commozione.

L’audizione con occhiali da sole che gli consegnò il ruolo di MacGyver

Il suo MacGyver nasce da un dettaglio buffo. All’audizione gli chiesero di leggere con un ragazzino candidato per la serie, ma senza occhiali non riusciva a leggere il copione e quindi Richard chiese di tenerli. I produttori, racconta, si scambiarono un’occhiata d’intesa: quell’attore non si preoccupava di come appariva davanti alla telecamera, ed era l’uomo giusto. E così Anderson divenne l’iconico Angus MacGyver.

Alla domanda se avesse intuito l’importanza del personaggio, Anderson è stato netto: no. Cresciuto in Minnesota, aveva lasciato casa da giovane e viaggiato per Stati Uniti e Canada in treno merci e in autostop, passando “da un lavoro all’altro”. Poi MacGyver è andato avanti anno dopo anno, e quel successo gli ha dato la credibilità per reggere una serie.

Parte del carattere di MacGyver, spiega, viene dallo stesso Anderson. Gli sceneggiatori hanno cucito addosso al personaggio le qualità dell’attore, quelle tipiche del Minnesota: stoicismo, cortesia, apertura. Anderson giocava a hockey, sciava e guidava auto da corsa, quindi era più semplice girare le scene con lui che con una controfigura. Le soluzioni “impossibili” nascevano da una collaborazione: gli autori scrivevano la situazione e consulenti di scuole tecniche e college dell’area di Los Angeles aiutavano a trovare come risolverla con ciò che c’era nella stanza.

Chi riguarda la serie nota che ogni episodio della prima stagione somiglia a un film di James Bond, con una missione che iniziava e terminava nella stessa puntata. Anderson ha spiegato che il motivo era puramente un questione di costi: girare due mini-storie in un episodio, con circa sette giorni a disposizione, era difficile e costoso, e il budget era quello che era. Meglio raccontare una storia sola, con un inizio, uno svolgimento e una fine.

Per quanto riguarda la chiusura di MacGyver, fu la rete, ha ricordato, a scegliere di non rinnovare la serie nonostante gli ascolti buoni. Anderson non ne fu dispiaciuto: era esausto e accusava vari infortuni accumulati sul set.

L’altro volto iconico di Anderson: il generale Jack O’Neill

Per Stargate-SG 1 fu un produttore con cui aveva già lavorato a chiamarlo, mandandogli il film con Kurt Russell. Anderson accettò a una condizione: non voleva interpretare il personaggio in modo rigido come Russell, che definisce fenomenale, e inoltre voleva poterci mettere il suo sarcasmo. Racconta di aver chiesto al generale dell’Aeronautica George Jumper, in visita sul set, se questa versione di O’Neill andasse bene all’Air Force. La risposta fu secca: aveva uomini come lui, “e peggio”. Anderson l’ha raccontato ridendo.

Del cast conserva soprattutto i legami personali. Con Amanda Tapping e Michael Shanks si vede spesso agli eventi come questo, e con Amanda dice di essere “migliori amici”: quando è in viaggio, le scrive che avrebbe dovuto esserci.

Anderson ha spiegato che lasciò la serie perché durante Stargate era nata sua figlia, Wylie Quinn, oggi regista, autrice e produttrice di spettacoli teatrali e cortometraggi. Non voleva perdersi i suoi primi anni. Oggi vive tra i suoi cani, l’oceano e la scrittura, e ha invitato il pubblico a tenere d’occhio quel nome.

Un consiglio e un aneddoto

A chi sogna di recitare ha dato un consiglio: la gavetta migliore sono le soap opera. E sull’hockey ha ricordato le partite di beneficenza che co-ideò con John Bennett Perry, padre di Matthew Perry, a cui una volta invitò a giocare anche Keanu Reeves.

*Qua tutti i nostri articoli dedicati al San Diego Comic-Con Malaga 2026
Continua a leggere

In evidenza

Copyright © 2026 Popcornerd by Viaggipop | Designed & Developed by Webbo.eu