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Supergirl – Recensione: Kara vola, ma non troppo in alto
Supergirl con Milly Alcock e Jason Momoa è arrivato nelle sale di tutto il Mondo. Questo secondo film del DCU ha fatto molto parlare di sè e noi cerchiamo di dire la nostra dopo averlo visto al cinema
Ancora con gli occhi rivolti al cielo pensando al Superman di James Gunn, nelle sale cinematografiche è arrivata Supergirl, che vede protagonista la giovane star Milly Alcock nei panni della supereroina (e cugina dell’Uomo d’Acciaio).
Il film è diretto da Craig Gillespie ed è il primo progetto del nuovo DCU di Peter Safran e James Gunn a non essere diretto da quest’ultimo. Per questo motivo, Supergirl rappresenta un vero banco di prova per capire se questa nuova direzione cinematografica sia davvero in grado di reggersi sulle proprie gambe anche senza la regia dell’artefice di questa rinascita. Gunn, infatti, aveva convinto praticamente tutti con la serie animata Creature Commandos, con le due esilaranti stagioni di Peacemaker interpretate da John Cena e, soprattutto, con il film che ha catturato milioni di spettatori nel 2025: Superman con David Corenswet nei panni dell’eroe rosso e blu dalla grande “S” sul petto.
Come annunciato dallo stesso Gunn e dalla produzione, il film prende ampiamente ispirazione da Supergirl: Woman of Tomorrow la graphic novel di Tom King e Bilquis Evely, probabilmente il fumetto più importante dedicato a Kara Zor-El degli ultimi anni. La pellicola ne mantiene quasi (e sottolineo quasi) intatta la struttura narrativa, riadattandola però per un pubblico mainstream da sala cinematografica.
I punti di contatto con l’acclamata opera di King ed Evely sono numerosi, così come lo sono le differenze introdotte da Gillespie e dalla sceneggiatrice Ana Nogueira. La più evidente riguarda il cattivo, Krem delle Colline Gialle, trasformato da semplice brigante del fumetto in un antagonista decisamente più brutale e pericoloso. Un altro importante tassello che viene aggiunto nel film è Lobo, storica ‘mina vagante’ e personaggio sopra le righe della DC Comics, interpretato da Jason Momoa, che da anni dichiarava di voler vestire i panni dell’ultimo Czarniano e che finalmente ha visto realizzato questo desiderio. Stalkerare James Gunn per diverso tempo ha ripagato il buon Jason.
Ad affiancare Milly Alcock troviamo, oltre alla mascotte di questi primi film del DCEU, Kripto il super-cane, anche la giovane Eve Ridley nei panni di Ruthye Marye Knoll, coprotagonista della storia proprio come nel fumetto.
Al momento in cui scrivo queste righe, Supergirl ha avuto un’accoglienza tiepida al botteghino e ha diviso la critica, che ha evidenziato, forse anche con eccessiva severità in alcuni casi, diversi limiti rispetto alle aspettative.
Happy Birthday Kara!
Kara Zor-El sta festeggiando il suo ventitreesimo compleanno vagando per l’universo in compagnia del solo Kripto. Tra una bettola e l’altra ha un unico obiettivo: ubriacarsi fino a stare male e rimanere il più lontano possibile dalla Terra.
Nel frattempo, su un remoto pianeta rurale, la giovane Ruthye Marye Knoll assiste allo sterminio della propria famiglia per mano della banda del brigante Krem delle Colline Gialle.
Decisa a vendicarsi, Ruthye parte alla ricerca di qualcuno che possa aiutarla nella sua missione. È così che incontra Kara e Kripto, rimanendo colpita dalla forza della kryptoniana durante una rissa scoppiata proprio per difenderla.
Inizialmente Kara rifiuta di accompagnarla, ma tutto cambia quando Krem le ruba l’astronave e avvelena mortalmente Kripto. Per salvare il proprio cane, Kara è costretta a inseguire il brigante attraverso la galassia: solo lui possiede infatti l’antidoto.
Ha così inizio una vera e propria caccia all’uomo che unirà Kara e Ruthye, accomunate dallo stesso bersaglio ma mosse da motivazioni molto diverse. A complicare ulteriormente le cose arriva anche Lobo, il folle cacciatore di taglie interstellare, sulle tracce di uno degli uomini di Krem.
Perdere tutto e cercare la forza di andare avanti… insieme
Il cuore del film ruota attorno a due tragedie: quella di Ruthye, che ha visto sterminare la propria famiglia, e quella di Kara, privata del suo pianeta, dei suoi genitori e di tutto ciò che conosceva.
Supergirl prova a raccontare due modi differenti di affrontare il dolore: da una parte la rabbia e il desiderio di vendetta di Ruthye, dall’altra il vuoto e la rassegnazione di Kara.
L’intenzione è quella di costruire un percorso di crescita reciproca tra le due protagoniste, proprio come accade in Woman of Tomorrow. Una relazione che dovrebbe aiutarle a superare i rispettivi traumi e a trovare la forza di andare avanti.
Purtroppo questa evoluzione rimane soltanto sulla carta. I cambiamenti, soprattutto quelli di Kara, risultano improvvisi e poco costruiti, funzionali più alle esigenze della sceneggiatura che a un autentico sviluppo del personaggio.
Il rapporto tra Kara e Ruthye avrebbe dovuto rappresentare il vero cuore emotivo del film, la cura alle rispettive ferite. La pellicola, invece, costruisce un legame piuttosto superficiale, complice una narrazione che fatica a coinvolgere sul piano emotivo e che commette il suo errore più grande proprio nel finale, stravolgendo il significato e la conclusione della parabola raccontata da Tom King e Bilquis Evely.
Molto più riuscita, invece, è l’esplorazione del rapporto tra Kara e Kripto, decisamente più convincente dell’alchimia tra le due protagoniste.
Supergirl e quel senso di ‘Kara della Galassia’
Le aspettative nei confronti del film di Craig Gillespie erano elevate. Dopo Superman, i fan speravano di ritrovare quella stessa freschezza e quella stessa capacità di creare empatia con la protagonista, così come era capitato con l’eroe interpretato da Corenswet.
Purtroppo, nonostante la buona prova di Milly Alcock, perfettamente a suo agio nei panni dell’eroina, è difficile lasciarsi coinvolgere dalla storia di Kara e dalla sua avventura in solitaria. Paradossalmente, risultano più interessanti il suo passato e il suo vissuto che non gli eventi del presente. Anche se ritengo che rispetto al film di Superman si sia fatto un passo indietro sulla ‘natura bellica’ dei kriptoniani velatamente accennata nella pellicola di James Gunn, poiché in Supergirl gli stessi appaiono con un animo più pacifico e quasi arrendevole al loro infausto destino.
Tornando alla Alcock, l’attrice dimostra di avere il potenziale per incarnare il personaggio e, a tratti, riesce anche a mostrarne tutte le sfumature. Tuttavia, finisce spesso intrappolata in una scrittura che cade nella banalità e nel già visto.
La prima parte presenta una Kara ribelle, imperfetta e distante dall’idea classica di Superman, una caratterizzazione interessante che, pur richiamando, tra musica pop, cuffiette e alieni stravaganti inevitabilmente lo Star-Lord dei primi Guardiani della Galassia di James Gunn, funziona piuttosto bene.
Nella seconda metà, invece, questa personalità viene progressivamente abbandonata per lasciare spazio a una versione molto più convenzionale del personaggio che finisce inevitabilmente per penalizzarla, soprattutto quando è al fianco di Superman.
Sì, perché nel film compare anche con un paio di cameo David Corenswet nei panni dell’Uomo d’Acciaio e, ogni volta che entra in scena, i riflettori si spostano su di lui completamente, evidenziando ancora di più il divario di carisma tra i due personaggi.
‘Hokuto no Krem’ e un Lobo dalla ‘punta arrotondata’
Per quanto riguarda gli altri personaggi, Craig Gillespie rivoluziona completamente Krem delle Colline Gialle, trasformandolo in un predone interstellare spietato, cinico e crudele, ben diverso dal brigante immaginato da Tom King.
Il suo look, ricco di piercing e fortemente ispirato all’estetica punk anni Ottanta, ricorda quasi uno dei tanti scagnozzi di Ken il Guerriero: quelli che Kenshiro elimina dopo pochi secondi.
Dovendo essere l’antagonista principale della pellicola, una riscrittura più appariscente del personaggio poteva essere preventivabile e Matthias Schoenaerts appare anche sufficientemente cattivo.
Ma non basta l’interpretazione di quest’ultimo a rendere il personaggio memorabile. La brutalità e l’aspetto non sono sufficienti a costruire un antagonista realmente all’altezza di Supergirl, che in qualsiasi altro film sarebbe stato più un villain di serie B che una vera minaccia. Non pretendevo un Krem dalla personalità pari al Luthor di Nicholas Hoult, ma sicuramente un cattivo di maggior spessore Kara Zor-El se lo sarebbe meritato.
Discorso diverso per Lobo. Così come Milly Alcock, anche Jason Momoa crede molto nel proprio personaggio e fisicamente è praticamente perfetto.
Peccato che caratterialmente il suo Lobo sia molto distante dal folle, imprevedibile e completamente fuori controllo czarniano conosciuto nei fumetti. Quello visto in Supergirl è una versione decisamente edulcorata, con il freno a mano costantemente tirato che mostra qualche accenno di follia, ma non esplode mai nella totale anarchia che rende iconico il personaggio.
Molti hanno criticato il poco spazio concessogli. Personalmente ritengo che il minutaggio sia adeguato trattandosi di un film su Supergirl, ma è sprecato il modo in cui viene utilizzato. Ogni sua apparizione avrebbe dovuto rappresentare un elemento di caos capace di cambiare il ritmo della narrazione, mentre finisce quasi sempre per risultare poco incisiva, fin dal suo ingresso in scena.
L’impressione finale è quella di un personaggio che non lascia davvero il segno e che potrebbe essere sostituito da qualsiasi altro comprimario senza modificare in modo significativo la storia.
Il bicchiere mezzo pieno
Nonostante i numerosi difetti, Supergirl non è il disastro che alcuni stanno dipingendo e non ridimensiona necessariamente le ambizioni del nuovo DCU.
Anzi, se confrontato con diverse produzioni del passato dedicate a supereroine, sia in casa Marvel (The Marvels, She-Hulk, Madame Web) sia in casa DC (Wonder Woman), il film con Milly Alcock si colloca comunque uno scalino sopra gli show appena citati.
Supergirl diverte e intrattiene e questo a tanti potrebbe e dovrebbe bastare. Il vero problema è che non lascia il segno come molti speravano, schiacciato dal continuo confronto sia con Woman of Tomorrow sia con il precedente Superman.
Kara Zor-El rimane comunque un personaggio con enormi potenzialità all’interno del nuovo DC Universe. Forse non abbastanza per sostenere da sola un altro film, ma può ritagliarsi un ruolo importante accanto al cugino Kal-El nei futuri capitoli della saga.
Con avversari del calibro di Lex Luthor e Brainiac all’orizzonte, Supergirl avrà probabilmente l’occasione giusta per dimostrare davvero il proprio valore.
VOTO POPCORNERD: 6/10
Cinema
The Rush – Corsa contro il tempo: Recensione – Il buddy movie con la star di Reacher
The Rush – Corsa contro il tempo di Prime Video è il classico film d’azione senza troppe pretese che vede protagonisti un ottimo Alan Ritchson e Owen Wilson
Summary
Piacera' senz'altro ai fan di Reacher, a chi cerca un'ora e mezza di azione senza pretese e a chi ha nostalgia dei buddy movie anni Novanta. Meno a chi vuole una storia originale o un equilibrio di toni piu' curato.
È tempo di maratone in casa Prime Video. Non sto, però, per consigliarvi serie TV o saghe cinematografiche con cui fare binge watching, ma parlo del fatto che, nell’arco di due mesi, la piattaforma di Amazon ha fatto uscire ben due film d’azione con la parola “Runner” nel titolo.
Se, per quanto riguarda il (pessimo) film con Gal Gadot, The Runner, forse è meglio passare oltre mentre scorrete tra i prodotti di Prime, diversamente voglio spendere due parole su Runner, arrivato da noi in Italia come The Rush – Corsa contro il tempo, proprio per evitare la confusione con la pellicola dell’ex Wonder Woman.
Protagonisti sono Alan Ritchson, fresco del successo dell’ultima stagione di Reacher e sempre più una conferma per la piattaforma Prime, e Owen Wilson, che torna in un film d’azione dopo diverso tempo per fare quello che gli riesce bene: parlare e fare battute a raffica fino a stordire chiunque lo circondi.
Alla regia c’è Scott Waugh, regista di Need for Speed, I Mercenari 4 e Act of Valor, che non nasconde quindi una certa predisposizione per le pellicole ad alto tasso adrenalinico, con protagonisti statuari, dal grilletto facile, e trame che richiamano gli action movie della vecchia guardia.
Insomma, l’obiettivo della maggior parte dei titoli di Waugh è quello di divertire e intrattenere senza reinventare alcun genere, tra botte, proiettili e inseguimenti. E The Rush – Corsa contro il tempo fa esattamente parte di questa categoria di film.

Nonostante da noi sia arrivato direttamente su Prime Video il 26 settembre scorso, negli USA la pellicola ha fatto un breve passaggio nelle sale prima di finire in piattaforma. E, da un lato, forse è meglio così, visto che ritengo che nei nostri cinema sarebbe potuto essere un grande flop, mentre in streaming, al momento, è terzo nella classifica dei prodotti di Prime Video più visti.
The Rush – Corsa contro il tempo: 3 ore per salvare una vita
Hank Malone è un ex Navy SEAL che ha appeso al chiodo la divisa dopo la morte della figlia. Oggi Hank vive su una barca in Australia e fa il corriere ad alto livello: trasporta quello che nessun altro può o vuole trasportare, compresi anche dei pappagalli.
Stavolta, però, il carico è davvero delicato e importante: quello che Hank deve portare è un fegato e il tempo a disposizione è di appena tre ore per trasportarlo da Brisbane alla Gold Coast e salvare una bambina di sette anni in attesa di trapianto.

A fargli compagnia c’è Ben Bishop, un contatto medico chiacchierone che ha portato sino in Australia il fegato, ansioso e… poco abituato alle sparatorie! Già, perché sulle tracce di Hank e Ben c’è uno spietato cartello criminale guidato da Damián Zaldívar, interpretato da Rodrigo Santoro, deciso a intercettare e bloccare la consegna a tutti i costi per rubare il carico.
Il resto è una lunga corsa contro il tempo, fatta di inseguimenti, esplosioni e pugni in faccia, con tanto di pappagallino esotico che si ritaglia il suo spazio. Riusciranno Hank e Ben a portare a termine il lavoro?
La strana coppia Ritchson e Wilson

Siamo abituati a vedere Ritchson agire da solo nei panni di Reacher o comunque aiutato da persone del suo calibro. Per la prima volta, invece, vediamo l’ormai star di Prime Video accanto a una persona senza alcuna preparazione militare, come il personaggio interpretato da Wilson, e quindi costretto a proteggerla per evitare che faccia una brutta fine.
In The Rush – Corsa contro il tempo il cuore del film è il rapporto tra i due ed è qui che si gioca quasi tutta la partita. Ritchson, nei panni di Hank, è perfetto per questo tipo di ruolo: l’attore si trova a suo agio, non discostandosi troppo da quello che deve fare in Reacher, anche se in questo film appare meno calcolatore e “invincibile” rispetto a quando interpreta l’eroico omone inventato da Lee Child.
Fisico da ariete, sguardo scuro e quel pizzico di ironia asciutta che gli permette di non risultare mai una macchina da guerra senz’anima. Anzi, il suo Hank porta addosso un lutto che il film utilizza per dargli un po’ di profondità ed emotività, qualcosa che in Reacher sembra non trasparire, e tutto sommato funziona.
Wilson, dal canto suo, fa più o meno Owen Wilson: parla troppo, si agita, è pieno di buone intenzioni ed è il contrappeso giusto che stempera la tensione e dà all’eroe qualcuno da proteggere. Anche se, devo dire, rispetto alle sue ultime interpretazioni, l’attore torna a recitare la parte di un tipo di personaggio che riesce ancora a fare bene, ma non più come un tempo. Gli anni passano anche per il buon Owen.
Ma non sempre la chimica tra i due funziona. Spesso sembrano due corpi estranei che cercano di amalgamarsi e, a tratti, ci riescono, ma non riescono a ricreare quella giusta atmosfera da buddy movie che si può ritrovare in classici del genere come Rush Hour, Pallottole cinesi o il cult per eccellenza, Arma Letale. In ogni caso, riescono a strappare qualche sorriso.
Un action movie che ci prova e ci riesce a metà

Il film diretto da Waugh, che di inseguimenti se ne intende, mantiene un ritmo sostenuto e costruisce scene d’azione fisiche e ben coreografate. La storia, di per sé, è davvero semplice e lineare, con una trama che si esaurisce nei suoi 98 minuti, in una violenta e, soprattutto nel finale, esasperata corsa che vede contrapposti, da una parte, Hank e Ben e, dall’altra, questo gruppo di malviventi che spesso sembra impensierire il nostro Ritchson solo fino a un certo punto.
E nonostante la trama prevedibile, qualche passaggio di sceneggiatura tirato per i capelli, così come alcune battute e un tono che passa dalla risata alla lacrima all’esplosione senza troppi riguardi, il film si lascia guardare senza eccessive pretese.
Il suo picco, però, si trova nella prima parte, mentre nella seconda tende a calare vertiginosamente, con scene eccessivamente diluite, come lo scontro finale in ospedale.
Siamo dalle parti dei film adrenalinici come Crank o Transporter, a cui ci ha abituato in passato Jason Statham: buona azione, ritmo elevato e un film che, anche se ti perdi qualche passaggio, riesci comunque a seguire senza eccessivi patemi.
The Rush – Corsa contro il tempo: promosso o bocciato?

The Rush – Corsa contro il tempo non cambia la storia dell’action e non ci prova nemmeno. Vuole essere la miglior versione possibile di un film in cui Alan Ritchson fa a pezzi i cattivi mentre Owen Wilson gli sta dietro e, in questo, riesce.
Per chi, come me, ama questo genere di pellicole che permettono di staccare il cervello per una sera e di assaporare un film che strappa qualche sorriso, fornendo allo stesso tempo una buona dose di machismo, è senza dubbio il titolo giusto.
Piacerà senz’altro ai fan di Reacher, a chi cerca un’ora e mezza di azione senza pretese e a chi ha nostalgia dei buddy movie anni Novanta. Meno a chi vuole una storia originale o un equilibrio di toni più curato.

Cinema
San Diego Comic-Con Malaga 2026: Christopher Lambert il primo Immortale del cinema
Al San Diego Comic-Con Malaga 2026 abbiamo avuto il piacere di partecipare al panel con protagonista l’Immortale Christopher Lambert
Ne resterà solo uno. Tutti gli amanti del cinema ricordano in maniera indelebile le parole del primo Immortale dei film Christopher Lambert, protagonista del cult Highlander: l’Ultimo Immortale.
L’attore è tra le star protagoniste di questa edizione del San Diego Comic-Con Malaga 2026 ed ha partecipato a diversi panel a lui dedicati, tra cui quello andato in scena alle 13:00 di sabato 3 ottobre, nello Studio M del FYCMA, dal titolo Christopher Lambert: el Inmortal en Málaga.
Sul palco c’era, ovviamente, Christopher Lambert, il Connor MacLeod del film del 1986, mentre a condurre c’era il presentatore britannico Ali Plumb.
Il panel è stato un viaggio nella carriera dell’attore: da Greystoke a Highlander, passando per i Queen, Sean Connery e Mortal Kombat.
Dal Conservatorio alla giungla di Greystoke 
Lambert ha ricordato di non essere stato un allievo modello al Conservatorio di Parigi. Lo frequentava poco e, dopo due anni, si chiedeva ancora cosa ci stesse a fare. Il motivo, ha spiegato, è che per lui era tutto troppo intellettuale: voleva solo divertirsi.
Il provino per Greystoke (1984) è un aneddoto a parte. La direttrice del casting era la stessa di Momenti di gloria, e in una stanza con circa trecento candidati il regista Hugh Hudson chiese a tutti di saltare. Dopo tre minuti Lambert, stanco, si sedette, e proprio così si fece notare. Allora portava occhiali enormi e pesava una quindicina di chili meno di oggi: ha scherzato di essere passato da circa 58 a 73-75 kg. Dopo il provino, vestito da Lord, Warner Bros. valutò una rosa di sei finalisti. Poi arrivò la telefonata dell’agente: la parte era sua.
Seguirono sei mesi di preparazione, nove ore al giorno. Nei primi due mesi, ha raccontato ridendo, avrebbe volentieri lanciato il preparatore dalla finestra, se solo ne avesse avuto la forza. Poi l’allenamento è diventato una dipendenza e Lambert ha messo su circa 28 kg di muscoli. A questo si sono aggiunti due mesi in Texas con gli scimpanzé, le riprese in Camerun e gli studi di Londra, partendo dal Floors Castle, al confine tra Inghilterra e Scozia.
«La natura non bara.» – Christopher Lambert
Il contatto diretto con gli animali è stata, per lui, la parte più bella. Sul set era circondato dai migliori del settore e, insieme ad Andie MacDowell, era uno dei due esordienti.
Highlander: da 40 anni è ancora Lambert l’unico immortale…

Poi si è passati a Highlander (1986), che quest’anno compie quarant’anni. Alla notizia che il regista Russell Mulcahy lo avesse scelto dopo aver visto una sua foto su una rivista, Lambert ha risposto di non conoscere la storia. Quello che lo aveva conquistato era il lato romantico: nonostante l’azione, per lui il film parla di un’immortalità romantica. Le transizioni visive tra presente e passato, ha ricordato, erano idee di Mulcahy.
La scena che il moderatore ama di più è quella in cui MacLeod, gettato in acqua da Ramírez, scopre di poter respirare sott’acqua. Lambert l’ha ricordata tra le risate, con un finto “annegamento” seguito dalla scoperta. Per le spade ha lavorato dalle 12 alle 16 settimane, passando dalle repliche in plastica all’alluminio fino all’acciaio, memorizzando intanto le battute. A casa ha una stanza dedicata alla sua collezione di spade, compresa una katana con la scritta MacLeod. Alla domanda su cos’altro ci sia là dentro, ha confermato che custodisce anche il cappello di Raiden.
Quando il film ha funzionato davvero? Non subito: all’inizio è stato un successo grazie prima al passaparola e poi all’home video tramite le videocassette. Secondo Lambert ci sono voluti circa dieci anni, tra proiezioni e fiere, per capire di avere in mano un cult. Il segnale è stato quando la gente ha iniziato a citare le battute.
… sino all’imminente reboot con Henry Cavill
Inevitabile la domanda sul nuovo Highlander con Henry Cavill, che ha concluso le riprese con un cast in cui compaiono anche Karen Gillan e Russell Crowe. Lambert non ha ricevuto messaggi da Cavill. Pensa che non si potesse fare un vero remake, quindi si è scelto di fare un reboot, e per sua scelta personale si terrà il più possibile lontano dall’originale. Paragonare i due film, ha detto, non ha senso.
Queen, Freddie Mercury e A Kind of Magic
Dal pubblico è arrivata una domanda sulla colonna sonora dei Queen. Mulcahy conosceva alcuni membri della band e, ha raccontato Lambert, in quel gruppetto di una quindicina di persone c’era anche lui, per circa 48 ore di concerto privato.
I Queen dovevano comporre solo la canzone dei titoli di testa. Dopo aver visto una prima versione del film, Freddie Mercury annunciò che non sarebbe bastato un brano: avrebbero fatto un intero album, che sarebbe diventato A Kind of Magic. Lambert li ha seguiti anche a uno dei concerti a Wembley, arrivando in elicottero davanti a 120-150mila persone. Who Wants to Live Forever, ha ricordato, resta per lui tra i brani più belli della band.
«Resta umile, non fingere di essere qualcun altro, sii te stesso.» – Christopher Lambert
Sean Connery e la maledizione dell’immortalità

Quali sono i ricordi più cari di Sean Connery, indimenticabile Juan Sánchez Villa-Lobos Ramírez, mentore di Connor in Highlander? Umiltà e generosità, ha risposto Lambert.
Sul set si respirava un clima da rock and roll, tra risate e urla, finché non entrò Connery: tutto lo studio ammutolì. Eppure, ha precisato, era un uomo semplice e gentile con tutta la troupe. Ha scherzato anche sul fatto che nel film ci fossero un francoamericano e uno spagnolo a fare gli scozzesi.
Sull’immortalità, la risposta è stata sincera: la parte più dura è vedere morire le persone che si amano e restare soli. Per questo, ha spiegato, il suo MacLeod ha bisogno di una dose di umorismo. Ma se potesse scegliere, ha ammesso, sceglierebbe comunque di essere immortale.
Mortal Kombat, il Bond mancato e i progetti futuri

Robin Shou, Linden Ashby, Bridgette Wilson, Cary-Hiroyuki Tagawa, Christopher Lambert
Su Mortal Kombat Lambert ha raccontato di aver ricevuto la parte di Raiden durante un pranzo con il regista. Giocava al videogioco da ragazzo, e Raiden era il suo personaggio preferito. Gli piaceva anche l’atmosfera sul set, tra improvvisazioni e battute.
Spazio anche a una curiosità: Lambert è stato tra i candidati per interpretare James Bond, ma venne scartato perché non britannico. Barbara Broccoli, che conosce fin dai tempi della scuola, è ancora una sua cara amica, e l’attore ci ha scherzato su collegando il cognome della famiglia al celebre ortaggio.
Tra i progetti, un film di fantascienza a base di green screen, girato tra Los Angeles e Bangkok, in uscita tra fine 2026 e inizio 2027, e un altro film in programma per l’anno prossimo. Per il resto, ha ribadito, non ha mai cercato qualcosa in particolare: legge le sceneggiature che arrivano e sceglie quelle che gli piacciono.
Il consiglio al giovane Christopher
Alla domanda di un fan su quale consiglio darebbe al sé stesso degli esordi, Lambert ha ricordato di fare questo mestiere da quasi cinquant’anni, dal primo film francese girato a vent’anni. Il suggerimento è di credere nella propria passione e provarci, anche senza garanzie. E di restare se stessi, perché finire su uno schermo o sulle copertine non cambia chi siamo.
«Nasciamo come bambini e moriamo come bambini: nel mezzo, restate gli stessi.» – Christopher Lambert
Insomma Lambert ha dimostrato ancora una volta durante questo talk, la classe e l’eleganza dell’eroe che è stato e che resterà per sempre per i fan della pellicola. Immortale anche da questo punto di vista.
*Qua tutti i nostri articoli dedicati al San Diego Comic-Con Malaga 2026
Animazione
Aspettando Wildwood: Coraline e la porta magica – Il primo film dello Studio LAIKA
Wildwood sta per arrivare al cinema. Ripercorriamo i primi passi di LAIKA, il successo con Coraline e la Porta Magica e scopriamo cosa aspettarci dal nuovo film.
Nelle sale sta per arrivare Wildwood – I segreti del bosco proibito, la più recente opera dello studio di animazione LAIKA, lo stesso studio che ci ha regalato quella magnificenza di Kubo e la spada magica e molti altri.
E io non posso essere più gasato di così!

Quali studi ancora usano lo stop motion a questo livello e sopratutto, arrivano nelle sale cinematografiche? Nessuno (o pochissimi).
C’è stato il Pinocchio di Guillermo Del Toro, trasmesso su Netflix nel 2022, anch’esso meraviglioso, ma oltre a questo sono un eccezione rara.
Quest’estate il caso ha voluto che recuperassi Coraline e la porta magica, primo film assoluto prodotto da LAIKA, a quasi vent’anni dall’uscita ma sopratutto che ne leggessi l’opera originale, cioè il libro scritto da Neil Gaiman.

Per questo voglio portarvi con me in un viaggio volto ad analizzare come è stato portato a schermo, quali sono le differenze più grandi e cosa possiamo aspettarci per questo nuovo film.
Si comincia!
Camminare all’indietro
La cosa più ragionevole da fare per mantenere l’ordine cronologico della realizzazione di questa pellicola, sarebbe di partire dal libro per arrivare al film.
Invece faremo esattamente al contrario.
E se ci pensate bene ha più senso così, perché scommetto che la maggior di voi ha visto il film e non ha letto il libro, quindi di fatto, andando a ritroso, sta scoprendo qualcosa di nuovo.
Ci sono diverse cose da tenere sott’occhio e in particolare ci concentreremo su questi tre aspetti: animazione, trasposizione, differenze. Ma prima di tuffarci, un breve recap.

La storia narra di una bambina, Coraline Jones, che si trasferisce con i genitori in una grande casa divisa in appartamenti. I suoi genitori lavorano molto, sono spesso occupati e Coraline si annoia: esplora la casa, conosce gli eccentrici vicini e finisce per interessarsi a una piccola porta presente nel salotto.
All’inizio, dietro la porta sembra esserci soltanto un muro. Ma un giorno Coraline la apre e trova invece un corridoio che conduce a una casa praticamente identica alla sua.
Lì incontra la sua Altra Madre e il suo Altro Padre, versioni apparentemente affettuose dei suoi veri genitori, ma con un dettaglio inquietante: al posto degli occhi hanno dei bottoni neri.

Quello che inizialmente sembra un mondo più colorato e divertente rispetto alla sua quotidianità comincia presto a mostrare qualcosa di profondamente sbagliato. Coraline si ritrova così costretta ad affrontare una serie di prove nelle quali dovrà fare affidamento soprattutto sull’astuzia e sul coraggio. Ad accompagnarla c’è anche un gatto nero, che Coraline conosce già nel mondo reale ma che, dall’altra parte della porta, sembra sapere molte più cose di quanto lasci intendere.
Attorno a Coraline ruotano inoltre personaggi volutamente bizzarri, come le anziane attrici Miss Spink e Miss Forcible e l’eccentrico vicino del piano di sopra, che contribuiscono a dare al romanzo quell’atmosfera sospesa tra il buffo e l’inquietante.
La storia è quasi una fiaba nera e possiamo definirla di fatto una storia di paura per bambini che Gaiman dedica alle sue due figlie, come scrive a inizio libro. Una storia in cui il pericolo non nasce tanto da mostri nascosti nell’oscurità, quanto da qualcosa che all’apparenza sembra offrire a Coraline esattamente ciò che desidera.
Veniamo ora al più grande punto di forza di questo film.
L’animazione
Non ci giro molto intorno, il successo di questo film è merito della sua animazione.

Se non sapete cos’è la stop motion cercherò di spiegarla in breve: anziché disegnare frame per frame un cartone animato, vengono creati dei pupazzi snodabili e il film viene girato come se fosse un film con gli attori. Un frame alla volta i pupazzi vengono mossi e spostati per riprodurre movenze realistiche.
E le facce, le espressioni, la bocca che parla?
Eh… sono tante facce diverse applicate nel momento giusto.
Forse c’è un motivo per cui questa tecnica è usata da pochissimi. Perché è una sbatta infinita e richieda esperienza senza pari. Per non parlare di scenari e composizione della scena.
Questo è ciò che rende questo genere di film così affascinante. Perché non stai guardando un disegno in digitale (digitalizzato) o un modello 3D che si muove. Stai guardando un pupazzo vero e proprio! Se avete tempo date un occhiata a questo video behind-the-scene pubblicato proprio dallo studio LAIKA per rendervi conto di cosa stiamo parlando.
Se guardando allo stile di questo film vi suona una campanella e vi sembra di averlo gia visto, non siete pazzi. Il rimando a The Nightmare Before Christmas e all’estetica di Tim Burton è palese e c’è un motivo dietro a questo paragone. Questo motivo si chiama Henry Selick ed è il direttore di entrambi i film, non proprio un novellino.
Insomma un cocktail fatto di ingredienti vincenti. Forse.
Trasposizione
Coraline e la porta magica è un buon film. E vale la pena ricordare che si tratta di un film per bambini, fortunatamente ancora figlio di un’epoca in cui il pubblico più giovane veniva trattato con il rispetto che meritava.
Anche per questo la visione resta piacevole per chi bambino non lo è più da parecchio tempo. Il film mette in scena situazioni quotidiane che un adulto può facilmente riconoscere e presenta alcuni passaggi la cui chiave di lettura emerge forse più chiaramente agli occhi di chi è cresciuto.
In fondo, Coraline è una bambina con due genitori che, presi dal lavoro, hanno pochissimo tempo da dedicarle e finiscono spesso per lasciarla sola a girovagare per casa.

L’Altra Madre rappresenta allora la trappola dell’affetto e della perfezione: è la madre amorevole, quella apparentemente perfetta, che prepara la merenda, gioca con te e si prende cura di te in ogni momento della giornata. Ma proprio per questo diventa anche la madre che non ti permette di crescere, che non accetta di lasciarti andare e che vorrebbe tenerti con sé per sempre.

Il film è intervallato anche da alcuni classici momenti musical che, personalmente, trovo tra gli elementi meno riusciti. Nel complesso, però, servono ad alleggerire l’atmosfera, rendendo la pellicola meno cupa e spaventosa e probabilmente più divertente agli occhi di un bambino.
Lo stesso vale per i personaggi secondari: già eccentrici e buffi sulla carta, nella trasposizione cinematografica vengono ulteriormente esasperati nell’aspetto, nei movimenti e nei comportamenti. Una scelta che accentua il lato grottesco e fiabesco del film e contribuisce a bilanciare le sue componenti più inquietanti.
Per chi ha letto il libro la trasposizione è particolarmente accentuata sono proprio quelle differenze che pesano maggiormente sul piatto della bilancia.
Differenze
Ho apprezzato il libro di Gaiman, illustrato tra l’altro da Dave McKean (Arkham Asylum), noto disegnatore dallo stile particolarmente adatto a questo genere di storie. E’ uno splendido libricino, 150-200 pagine che avrei voluto leggere da bambino e che non mi avrebbero fatto dormire la notte. Purtroppo, seppure di fronte a un classico, non ho apprezzato per niente la sua versione animata.
Durante l’operazione di trasposizione sono state fatte alcune scelte, che comprendo e posso anche condividere ma che tolgono tanto, forse troppo.
Primo su tutto: non c’è senso del pericolo. Coraline sembra in gita scolastica, si trova in un modo alternativo più strano, si, ma mai veramente pericoloso. Nel libro invece la tensione è tagliente.
Durante la storia Coraline dovrà affrontare alcune prove per liberare i veri genitori e a schermo sembrano delle passeggiate. Sembra che il film ti voglia portare in posti nuovi da vedere e da cui tornare con qualcosa. Nel libro invece la sua vita è veramente in pericolo, sei veramente preoccupato per la sua incolumità e le prove sono veri atti di vero coraggio. Ci sono alcune scene che mi hanno rabbrividito e fatto pensare “non vorrei proprio essere al tuo posto“.

Dave McKean, illustrator, Coraline
Il secondo difetto è più sottile e riguarda la protagonista stessa. Nel libro Coraline è così furba da sembrare antipatica, nel film è sufficientemente antipatica da sembrare furba.
Non so come dirlo diversamente. Tra le pagine la bambina è interessante, curiosa, acuta, sveglia e riesce a destreggiarsi fra personaggi eccentrici e situazioni difficili. E lo fa con ingegno. A volte lancia delle battutine taglienti da bambina intelligente quale è, e ti ci affezioni.
A schermo invece le situazioni quasi si risolvono da sole, per cui risulta solo antipatica.
Cosa aspettarci da Wildwood
Ci sono un altro paio di cose che rendono male nella trasposizione. I pezzi musical sono assolutamente non parte del libro, così come il ragazzino iniziale superfluo che compare nuovamente alla fine e serve solo a… no ok non serve proprio a niente.
Per me quindi questo film è riuscito solo a metà, specialmente se paragonato all’opera originale. Ne riconosco però il grande lavoro tecnico e alcune delle scelte fatte.
Quindi, cosa aspettarsi da questo Wildwood – I segreti del bosco?

Anche in questo caso ci troviamo davanti a un adattamento letterario. Il film è tratto da Wildwood, romanzo scritto da Colin Meloy e illustrato da Carson Ellis, sua moglie.
Il trailer, però, lascia subito intuire qualcosa di diverso. Non sembra voler puntare esclusivamente a un pubblico molto giovane e, soprattutto, dà l’impressione di voler affrontare tematiche più mature rispetto a quelle che normalmente associamo a un film d’animazione per famiglie.
Ve lo lascio qui, nel caso non l’abbiate ancora visto:
La storia del film, almeno dal punto di vista produttivo, è già di per sé interessante.
LAIKA acquisì infatti i diritti di Wildwood quando il romanzo era praticamente ancora in uscita, ma Travis Knight ha raccontato di aver aspettato circa sedici anni prima di portarlo davvero sullo schermo. Secondo lui lo studio non aveva ancora raggiunto la maturità tecnica necessaria per realizzare il progetto nel modo in cui lo immaginava.
E considerando quello che si vede nel trailer, forse non aveva tutti i torti.

Wildwood è stato descritto come il progetto più grande e ambizioso mai affrontato da LAIKA: 233 pupazzi, 49 animatori e 231 settimane di produzione. Foreste gigantesche, città, eserciti, creature, battaglie e una quantità di ambienti difficilmente associabile alla stop-motion tradizionale. LAIKA continua inoltre a mescolare pupazzi fisici, animazione, stampa 3D ed effetti digitali cercando di mantenere quella sensazione artigianale che ha sempre caratterizzato le sue produzioni.
Da questo punto di vista mi aspetto un film tecnicamente impressionante.
Ma è un altro dettaglio ad aver attirato la mia attenzione.
Negli Stati Uniti Wildwood ha ricevuto una classificazione PG-13, diventando il primo film LAIKA a ottenere questo rating. Tra le motivazioni vengono citate violenza, tematiche mature, riferimenti al suicidio, nudità parziale e linguaggio. Non significa ovviamente che ci troviamo davanti a un film per adulti, ma è un segnale abbastanza chiaro che LAIKA non abbia sentito il bisogno di rendere tutto più innocuo semplicemente perché si tratta di animazione. E di questo, personalmente, gliene sono grato.
I presupposti, quindi, sono parecchio interessanti e in questo caso parto anche con un piccolo vantaggio: non ho letto il romanzo.
Non avrò quindi quella vocina fastidiosa che durante il film continua a ripetermi “nel libro era diverso”. Potrò semplicemente vedere cosa LAIKA ha deciso di fare con questo mondo perché ormai della bravura degli animatori LAIKA c’è poco da discutere.
La vera domanda è se Wildwood riuscirà ad avere anche una storia, dei personaggi e un’atmosfera abbastanza forti da non essere messi in ombra dalla sua stessa bellezza.
Il trailer, per ora, mi ha convinto.
E visto che stiamo parlando di un bosco proibito, direi che entrarci senza sapere esattamente cosa ci aspetta potrebbe essere persino il modo migliore per farlo.
Fonti: www.cartoonbrew.com; www.theverge.com
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Gianky
2 Luglio 2026 at 11:10
Ero andato al cinema con diverso hype, innamorato come sono dei comics DC. Ma ero ugualmente spaventato dal fatto che il film si ispirasse dichiaratamente all’opera di Tom King: ogni trasposizione cinematografica tende a perdere mordente e fantasia…
concordo sulla ottima interpretazione di Milly Alcock che fa ben sperare per i film futuri riguardanti l’Azzurrone.
La presenza di Lobo più che essere funzionale al film è stato un vero è proprio omaggio all’attore Jason Momoa (se non ci fosse stato il film avrebbe funzionato ugualmente, così come funzionava il fumetto).
Per il resto il film è filato via forse troppo velocemente con un finale un po’ raffazzonato…
Sono uscito dal cinema, non deluso, ma con le mie aspettative fortemente ridimensionate. Forse il film di Superman mi aveva caricato di aspettative non legittime.
Se lo si vede in funzione DCU cinematografico però il film rispecchia ampiamente il voto che hai attribuito.
redazione
2 Luglio 2026 at 11:21
Ti ringraziamo e siamo assolutamente d’accordo anche con la tua analisi, che è abbastanza in linea con la nostra! Grazie per il commento!