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The Dog Stars – Le stelle dopo la fine: Recensione – Sopravvivenza e speranza nel nuovo film di Ridley Scott

Abbiamo visto in anteprima The Dog Stars: Le stelle dopo la fine, il nuovo film di Ridley Scott tratto dal bestseller di Peter Heller con protagonista Jacob Elordi

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Cosa sarebbe successo se, nel 2020, la pandemia di COVID-19 avesse decimato la popolazione del Pianeta? Come avrebbero reagito i superstiti alla disperazione e al dolore, in un mondo che li avrebbe costretti a ricominciare la propria vita daccapo, con pochissime risorse?

Mi immagino che siano queste le domande che si è posto Ridley Scott quando ha cominciato a lavorare su The Dog Stars – Le stelle dopo la fine, il nuovo film 20th Century Studios, basato sull’omonimo romanzo del 2012 di Peter Heller, che vede il ritorno dietro la macchina da presa dell’oggi ottantottenne regista di capolavori come Alien, Il Gladiatore e Blade Runner.

Nonostante la costellata carriera del regista sia indiscutibile, in passato non tutti i film di Ridley Scott sono stati all’altezza del suo nome e del suo talento, ma per fortuna questo non è il caso The Dog Stars.

Cercherò, però, di essere chiaro sin dall’inizio: The Dog Stars potrebbe essere un film che non piacerà a tutti, fan di Scott compresi, perché cerca di raccontare una storia intensa e commovente sulla sopravvivenza e sulla speranza, in un mondo che pare aver abbandonato l’umanità al proprio destino, senza però riuscire del tutto a imbastire una trama strutturata che abbia un reale inizio e una fine.

Due grandi pregi di questa pellicola riguardano il cast principale, di assoluto primo livello, composto da Jacob Elordi, Margaret Qualley, Josh Brolin, Benedict Wong e Guy Pearce, e la location scelta per girare il film, ovvero il suggestivo territorio del Friuli Venezia Giulia, omaggiato con riprese mozzafiato principalmente delle Prealpi Giulie.

L’umanità ha ancora una speranza?

(L-R) Jasper and Jacob Elordi as Hig in 20th Century Studios’ THE DOG STARS. Photo by Fabio Lovino. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.

Un terribile virus influenzale ha decimato la popolazione della Terra. Per la prima volta nella storia dell’umanità, invece di progredire, la società è tornata indietro.

È in questo mondo che vive il giovane Hig (Jacob Elordi), ex meccanico che, in compagnia del cane Jasper, esplora con il suo aeroplano le zone intorno a Denver alla ricerca di viveri, medicinali e di tutto ciò che può essere utile per sopravvivere, sia per lui che per una piccola comunità rurale di cui si prende cura e che vive fuori dalla città del Colorado. Nonostante la perdita della moglie, lutto ancora presente e palpabile, Hig cerca di conservare la speranza che il futuro possa essere migliore.

Di diverso avviso è Bangley (Josh Brolin), un ex marine armato fino ai denti, che vive insieme a Hig e che si è adattato a un mondo cinico e pericoloso, difendendo il proprio territorio a qualunque costo, contro chiunque si avvicini.

Una scelta che si contrappone all’animo più positivo e meno arrendevole di Hig, ma che è giustificata dal fatto che, in questo nuovo mondo post-apocalittico, sono sorti gruppi di persone prive di scrupoli e morale, pronti a uccidere, saccheggiare e dai quali bisogna stare sempre all’erta.

Durante uno dei suoi viaggi, Hig riceve un messaggio radiofonico proveniente da Grand Junction, già sentito in passato, che gli fa pensare che ci sia un rifugio o un gruppo di persone impegnate a cercare di costruire un mondo nuovo o semplicemente intenzionate ad aiutare il prossimo.

A causa di un evento drammatico, Hig prenderà la decisione di provare a raggiungere il misterioso Grand Junction con il suo aereo, per vedere se c’è ancora speranza per l’umanità.

Un country western che racconta come sopravvivere in un mondo che non ci vuole più

(L-R) Jacob Elordi as Hig and Josh Brolin as Bangley in 20th Century Studios’ THE DOG STARS. Photo by Fabio Lovino. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.

Ridley Scott sceglie di raccontare una storia realistica e coinvolgente, che parte da una catastrofe pandemica analoga a quella che ha toccato da vicino l’umanità solamente pochi anni fa.

Il regista racconta il presente che poteva essere o il futuro prossimo che potrebbe essere, ma che tutti ci auguriamo non accada. E lo fa prendendosi i suoi tempi sin dall’inizio, a volte con un ritmo che rallenta eccessivamente e che potrebbe portare lo spettatore ad annoiarsi in determinate sequenze.

Lo stesso inizio di The Dog Stars, che agli appassionati del genere post-apocalittico potrà ricordare Io sono leggenda, cerca di presentare allo spettatore lo status quo del mondo in cui si muovono il personaggio interpretato da Elordi e il suo cane, ma lo fa con eccessivo zelo, risultando lungo e difficile da seguire con attenzione costante.

Una volta che lo spettatore entra nel ritmo della storia, però, The Dog Stars comincia a scorrere ed ecco che ci si ritrova davanti a un western moderno, condito da musiche country sparse qua e là, che ci mostra, anche attraverso sequenze emotivamente coinvolgenti, la difficoltà di un uomo che ha perso tutto come Hig e che è alla ricerca di fiducia e risposte.

Un uomo che non riesce a elaborare il lutto per la perdita della moglie, che non riesce a lasciare andare, ma che si aggrappa alla speranza senza rinunciare alla fiducia nel prossimo.

E uno dei punti di forza di questo film è proprio la contrapposizione dei personaggi di Elordi e Brolin, due filosofie diverse nell’affrontare il nuovo mondo che li circonda: da una parte il giovane che crede nella redenzione dell’umanità, nonostante proprio l’uomo rappresenti ancora una volta il pericolo maggiore, e dall’altra il vecchio che pensa che l’unico modo per sopravvivere sia eliminare il problema alla radice (possibilmente con una pistola o un fucile in mano).

Un Jacob Elordi in stato di grazia, accompagnato da un cast eccezionale

(L-R) Jacob Elordi as Hig and Margaret Qualley as Cima in 20th Century Studios’ THE DOG STARS. Photo by Fabio Lovino. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.

Prima di tutto voglio dire una cosa: c’è voluto un film post-apocalittico e l’amicizia con un cane per vedere finalmente sorridere più di una volta Jacob Elordi, nonostante le tematiche affrontate nel film siano decisamente drammatiche.

La vera star di questo film è proprio lui, il giovane Jacob, che riesce a confezionare una prova davvero convincente in un film che si regge per gran parte del tempo sulle sue spalle.

Elordi ha già dimostrato il suo talento in più occasioni, come nel Frankenstein di Guillermo del Toro, ma in questo film riesce davvero a mostrarsi per il grande attore che è.

Molto intenso e dolce il rapporto che viene messo in scena tra lui e Jasper, il cane lupo, vera “dog star” del film. L’attore ha dichiarato in diverse occasioni all’interno di alcune interviste di aver stretto un rapporto reale e sincero con il suo partner a quattro zampe durante le riprese.

Ma, al netto della bravura di Elordi, The Dog Stars vede nel resto del cast un altro elemento che valorizza l’ultima fatica di Ridley Scott. Brolin, Pearce e la stessa Margaret Qualley sono eccezionali nei panni dei loro personaggi.

In particolare, quest’ultima è davvero incredibile al fianco di Elordi e l’affiatamento tra i due è palpabile. Del resto, è impossibile resistere all’uno o all’altra, affascinanti anche con i capelli in disordine e gli abiti sporchi per gran parte del film.

Una location straordinaria e riprese che lasciano a bocca aperta

Josh Brolin as Bangley in 20th Century Studios’ THE DOG STARS. Photo courtesy of 20th Century Studios. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.

Che The Dog Stars possa piacere o meno, una cosa è difficile da mettere in discussione: la bellezza dei paesaggi scelti da Ridley Scott per raccontare questo mondo post-apocalittico. Le montagne, le distese verdi e gli immensi spazi naturali non fanno semplicemente da sfondo alla storia, ma diventano parte integrante del film, contribuendo a rendere ancora più suggestivo il viaggio del suo protagonista.

E per noi italiani c’è anche un motivo in più per guardare con attenzione quelle immagini, perché una parte importante del Colorado devastato dalla pandemia che vediamo sullo schermo si trova in realtà in Friuli Venezia Giulia.

Per circa tre settimane la produzione ha infatti lavorato, come anticipato sopra, ai piedi delle Prealpi Giulie. Qui Ridley Scott e la sua troupe hanno trovato il paesaggio ideale per trasformare il territorio friulano nell’America post-apocalittica immaginata dal film, sfruttando in particolare gli scenari naturali che circondano il Tagliamento, uno degli elementi più importanti per la costruzione dell’immaginario visivo di The Dog Stars, perfetto per rappresentare un’America profondamente cambiata dalla pandemia.

Che si tratti delle montagne, delle immense distese naturali o delle riprese dall’alto, The Dog Stars regala alcune immagini davvero spettacolari e ci ricorda ancora una volta quanto il nostro Paese possa offrire location capaci di trasformarsi completamente davanti alla macchina da presa. In questo caso, tanto da convincere Ridley Scott che il Friuli Venezia Giulia poteva diventare, almeno per un po’, il Colorado di un futuro in cui l’umanità è quasi scomparsa.

I difetti di The Dog Stars

Il film, in diversi punti, come detto, risulta lento, spesso fin troppo. Il problema più grande, però, è che “non c’è né capo né coda”, ma viene raccontato semplicemente un periodo della vita di alcune persone in un mondo post pandemico.

Se fosse un episodio pilota di un’ottima serie sci-fi, nulla da dire, ma come pellicola singola può essere sinceramente un deficit quello di non avere una trama dalla struttura forte.

Riguardo a quello che è accaduto al mondo, viene spiegato poco, se non attraverso le risicate parole dei protagonisti, che non entrano mai realmente nel dettaglio.

Infine, è singolare e anche divertente il fatto che tutti i personaggi principali siano dei tiratori scelti da far impallidire i cecchini dell’esercito degli Stati Uniti, mentre i loro avversari non riescono a colpire un bersaglio a mezzo metro di distanza. Insomma, alcuni piccoli difetti sui quali si poteva lavorare di più e che condizionano tanto la visione del film quanto il verdetto finale.

The Dog Stars – Le stelle dopo la fine: promosso o bocciato?

Jacob Elordi as Hig and Jasper in 20th Century Studios’ THE DOG STARS. Photo by Fabio Lovino. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.

The Dog Stars – Le stelle dopo la fine è un film senza ombra di dubbio godibile. Emoziona, colpisce per gli scenari e l’ambientazione e per l’interpretazione di un cast sugli scudi, forse un po’ sprecato per una pellicola come questa, nonostante ci sia Ridley Scott alla regia.

Non siamo di fronte al miglior film del regista, capace in passato di regalarci immortali cult cinematografici, ma neanche il peggiore. Di sicuro siamo davanti a una delle migliori interpretazioni, sino ad ora, di Jacob Elordi.

The Dog Stars – Le stelle dopo la fine è un film sulla sopravvivenza, sul superare il lutto e sulla speranza che, anche in un mondo in cui l’umanità è con le spalle al muro per colpa di un male che non può controllare, ci sia sempre un modo per adattarsi e ricominciare a vivere. Insieme.


VOTO POPCORNERD: 6,5/10

Cinema

The Rush – Corsa contro il tempo: Recensione – Il buddy movie con la star di Reacher

The Rush – Corsa contro il tempo di Prime Video è il classico film d’azione senza troppe pretese che vede protagonisti un ottimo Alan Ritchson e Owen Wilson

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Film The Rush - Corsa contro il tempo
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Summary

Piacera' senz'altro ai fan di Reacher, a chi cerca un'ora e mezza di azione senza pretese e a chi ha nostalgia dei buddy movie anni Novanta. Meno a chi vuole una storia originale o un equilibrio di toni piu' curato.

È tempo di maratone in casa Prime Video. Non sto, però, per consigliarvi serie TV o saghe cinematografiche con cui fare binge watching, ma parlo del fatto che, nell’arco di due mesi, la piattaforma di Amazon ha fatto uscire ben due film d’azione con la parola “Runner” nel titolo.

Se, per quanto riguarda il (pessimo) film con Gal Gadot, The Runner, forse è meglio passare oltre mentre scorrete tra i prodotti di Prime, diversamente voglio spendere due parole su Runner, arrivato da noi in Italia come The Rush – Corsa contro il tempo, proprio per evitare la confusione con la pellicola dell’ex Wonder Woman.

Protagonisti sono Alan Ritchson, fresco del successo dell’ultima stagione di Reacher e sempre più una conferma per la piattaforma Prime, e Owen Wilson, che torna in un film d’azione dopo diverso tempo per fare quello che gli riesce bene: parlare e fare battute a raffica fino a stordire chiunque lo circondi.

Alla regia c’è Scott Waugh, regista di Need for Speed, I Mercenari 4 e Act of Valor, che non nasconde quindi una certa predisposizione per le pellicole ad alto tasso adrenalinico, con protagonisti statuari, dal grilletto facile, e trame che richiamano gli action movie della vecchia guardia.

Insomma, l’obiettivo della maggior parte dei titoli di Waugh è quello di divertire e intrattenere senza reinventare alcun genere, tra botte, proiettili e inseguimenti. E The Rush – Corsa contro il tempo fa esattamente parte di questa categoria di film.

Nonostante da noi sia arrivato direttamente su Prime Video il 26 settembre scorso, negli USA la pellicola ha fatto un breve passaggio nelle sale prima di finire in piattaforma. E, da un lato, forse è meglio così, visto che ritengo che nei nostri cinema sarebbe potuto essere un grande flop, mentre in streaming, al momento, è terzo nella classifica dei prodotti di Prime Video più visti.

The Rush – Corsa contro il tempo: 3 ore per salvare una vita

Hank Malone è un ex Navy SEAL che ha appeso al chiodo la divisa dopo la morte della figlia. Oggi Hank vive su una barca in Australia e fa il corriere ad alto livello: trasporta quello che nessun altro può o vuole trasportare, compresi anche dei pappagalli.

Stavolta, però, il carico è davvero delicato e importante: quello che Hank deve portare è un fegato e il tempo a disposizione è di appena tre ore per trasportarlo da Brisbane alla Gold Coast e salvare una bambina di sette anni in attesa di trapianto.

A fargli compagnia c’è Ben Bishop, un contatto medico chiacchierone che ha portato sino in Australia il fegato, ansioso e… poco abituato alle sparatorie! Già, perché sulle tracce di Hank e Ben c’è uno spietato cartello criminale guidato da Damián Zaldívar, interpretato da Rodrigo Santoro, deciso a intercettare e bloccare la consegna a tutti i costi per rubare il carico.

Il resto è una lunga corsa contro il tempo, fatta di inseguimenti, esplosioni e pugni in faccia, con tanto di pappagallino esotico che si ritaglia il suo spazio. Riusciranno Hank e Ben a portare a termine il lavoro?

La strana coppia Ritchson e Wilson

Siamo abituati a vedere Ritchson agire da solo nei panni di Reacher o comunque aiutato da persone del suo calibro. Per la prima volta, invece, vediamo l’ormai star di Prime Video accanto a una persona senza alcuna preparazione militare, come il personaggio interpretato da Wilson, e quindi costretto a proteggerla per evitare che faccia una brutta fine.

In The Rush – Corsa contro il tempo il cuore del film è il rapporto tra i due ed è qui che si gioca quasi tutta la partita. Ritchson, nei panni di Hank, è perfetto per questo tipo di ruolo: l’attore si trova a suo agio, non discostandosi troppo da quello che deve fare in Reacher, anche se in questo film appare meno calcolatore e “invincibile” rispetto a quando interpreta l’eroico omone inventato da Lee Child.

Fisico da ariete, sguardo scuro e quel pizzico di ironia asciutta che gli permette di non risultare mai una macchina da guerra senz’anima. Anzi, il suo Hank porta addosso un lutto che il film utilizza per dargli un po’ di profondità ed emotività, qualcosa che in Reacher sembra non trasparire, e tutto sommato funziona.

Wilson, dal canto suo, fa più o meno Owen Wilson: parla troppo, si agita, è pieno di buone intenzioni ed è il contrappeso giusto che stempera la tensione e dà all’eroe qualcuno da proteggere. Anche se, devo dire, rispetto alle sue ultime interpretazioni, l’attore torna a recitare la parte di un tipo di personaggio che riesce ancora a fare bene, ma non più come un tempo. Gli anni passano anche per il buon Owen.

Ma non sempre la chimica tra i due funziona. Spesso sembrano due corpi estranei che cercano di amalgamarsi e, a tratti, ci riescono, ma non riescono a ricreare quella giusta atmosfera da buddy movie che si può ritrovare in classici del genere come Rush Hour, Pallottole cinesi o il cult per eccellenza, Arma Letale. In ogni caso, riescono a strappare qualche sorriso.

Un action movie che ci prova e ci riesce a metà

Il film diretto da Waugh, che di inseguimenti se ne intende, mantiene un ritmo sostenuto e costruisce scene d’azione fisiche e ben coreografate. La storia, di per sé, è davvero semplice e lineare, con una trama che si esaurisce nei suoi 98 minuti, in una violenta e, soprattutto nel finale, esasperata corsa che vede contrapposti, da una parte, Hank e Ben e, dall’altra, questo gruppo di malviventi che spesso sembra impensierire il nostro Ritchson solo fino a un certo punto.

E nonostante la trama prevedibile, qualche passaggio di sceneggiatura tirato per i capelli, così come alcune battute e un tono che passa dalla risata alla lacrima all’esplosione senza troppi riguardi, il film si lascia guardare senza eccessive pretese.

Il suo picco, però, si trova nella prima parte, mentre nella seconda tende a calare vertiginosamente, con scene eccessivamente diluite, come lo scontro finale in ospedale.

Siamo dalle parti dei film adrenalinici come Crank o Transporter, a cui ci ha abituato in passato Jason Statham: buona azione, ritmo elevato e un film che, anche se ti perdi qualche passaggio, riesci comunque a seguire senza eccessivi patemi.

The Rush – Corsa contro il tempo: promosso o bocciato?

The Rush – Corsa contro il tempo non cambia la storia dell’action e non ci prova nemmeno. Vuole essere la miglior versione possibile di un film in cui Alan Ritchson fa a pezzi i cattivi mentre Owen Wilson gli sta dietro e, in questo, riesce.

Per chi, come me, ama questo genere di pellicole che permettono di staccare il cervello per una sera e di assaporare un film che strappa qualche sorriso, fornendo allo stesso tempo una buona dose di machismo, è senza dubbio il titolo giusto.

Piacerà senz’altro ai fan di Reacher, a chi cerca un’ora e mezza di azione senza pretese e a chi ha nostalgia dei buddy movie anni Novanta. Meno a chi vuole una storia originale o un equilibrio di toni più curato.

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Cinema

San Diego Comic-Con Malaga 2026: Christopher Lambert il primo Immortale del cinema

Al San Diego Comic-Con Malaga 2026 abbiamo avuto il piacere di partecipare al panel con protagonista l’Immortale Christopher Lambert

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San Diego Comic Con Malaga

Ne resterà solo uno. Tutti gli amanti del cinema ricordano in maniera indelebile le parole del primo Immortale dei film Christopher Lambert, protagonista del cult Highlander: l’Ultimo Immortale.

L’attore è tra le star protagoniste di questa edizione del San Diego Comic-Con Malaga 2026 ed ha partecipato a diversi panel a lui dedicati, tra cui quello andato in scena alle 13:00 di sabato 3 ottobre, nello Studio M del FYCMA, dal titolo Christopher Lambert: el Inmortal en Málaga.

Sul palco c’era, ovviamente, Christopher Lambert, il Connor MacLeod del film del 1986, mentre a condurre c’era il presentatore britannico Ali Plumb.

Il panel è stato un viaggio nella carriera dell’attore: da Greystoke a Highlander, passando per i Queen, Sean Connery e Mortal Kombat.

Dal Conservatorio alla giungla di Greystoke

Lambert ha ricordato di non essere stato un allievo modello al Conservatorio di Parigi. Lo frequentava poco e, dopo due anni, si chiedeva ancora cosa ci stesse a fare. Il motivo, ha spiegato, è che per lui era tutto troppo intellettuale: voleva solo divertirsi.

Il provino per Greystoke (1984) è un aneddoto a parte. La direttrice del casting era la stessa di Momenti di gloria, e in una stanza con circa trecento candidati il regista Hugh Hudson chiese a tutti di saltare. Dopo tre minuti Lambert, stanco, si sedette, e proprio così si fece notare. Allora portava occhiali enormi e pesava una quindicina di chili meno di oggi: ha scherzato di essere passato da circa 58 a 73-75 kg. Dopo il provino, vestito da Lord, Warner Bros. valutò una rosa di sei finalisti. Poi arrivò la telefonata dell’agente: la parte era sua.

Seguirono sei mesi di preparazione, nove ore al giorno. Nei primi due mesi, ha raccontato ridendo, avrebbe volentieri lanciato il preparatore dalla finestra, se solo ne avesse avuto la forza. Poi l’allenamento è diventato una dipendenza e Lambert ha messo su circa 28 kg di muscoli. A questo si sono aggiunti due mesi in Texas con gli scimpanzé, le riprese in Camerun e gli studi di Londra, partendo dal Floors Castle, al confine tra Inghilterra e Scozia.

«La natura non bara.» – Christopher Lambert

Il contatto diretto con gli animali è stata, per lui, la parte più bella. Sul set era circondato dai migliori del settore e, insieme ad Andie MacDowell, era uno dei due esordienti.

Highlander: da 40 anni è ancora Lambert l’unico immortale…

Poi si è passati a Highlander (1986), che quest’anno compie quarant’anni. Alla notizia che il regista Russell Mulcahy lo avesse scelto dopo aver visto una sua foto su una rivista, Lambert ha risposto di non conoscere la storia. Quello che lo aveva conquistato era il lato romantico: nonostante l’azione, per lui il film parla di un’immortalità romantica. Le transizioni visive tra presente e passato, ha ricordato, erano idee di Mulcahy.

La scena che il moderatore ama di più è quella in cui MacLeod, gettato in acqua da Ramírez, scopre di poter respirare sott’acqua. Lambert l’ha ricordata tra le risate, con un finto “annegamento” seguito dalla scoperta. Per le spade ha lavorato dalle 12 alle 16 settimane, passando dalle repliche in plastica all’alluminio fino all’acciaio, memorizzando intanto le battute. A casa ha una stanza dedicata alla sua collezione di spade, compresa una katana con la scritta MacLeod. Alla domanda su cos’altro ci sia là dentro, ha confermato che custodisce anche il cappello di Raiden.

Quando il film ha funzionato davvero? Non subito: all’inizio è stato un successo grazie prima al passaparola e poi all’home video tramite le videocassette. Secondo Lambert ci sono voluti circa dieci anni, tra proiezioni e fiere, per capire di avere in mano un cult. Il segnale è stato quando la gente ha iniziato a citare le battute.

… sino all’imminente reboot con Henry Cavill

Inevitabile la domanda sul nuovo Highlander con Henry Cavill, che ha concluso le riprese con un cast in cui compaiono anche Karen Gillan e Russell Crowe. Lambert non ha ricevuto messaggi da Cavill. Pensa che non si potesse fare un vero remake, quindi si è scelto di fare un reboot, e per sua scelta personale si terrà il più possibile lontano dall’originale. Paragonare i due film, ha detto, non ha senso.

Queen, Freddie Mercury e A Kind of Magic

Dal pubblico è arrivata una domanda sulla colonna sonora dei Queen. Mulcahy conosceva alcuni membri della band e, ha raccontato Lambert, in quel gruppetto di una quindicina di persone c’era anche lui, per circa 48 ore di concerto privato.

I Queen dovevano comporre solo la canzone dei titoli di testa. Dopo aver visto una prima versione del film, Freddie Mercury annunciò che non sarebbe bastato un brano: avrebbero fatto un intero album, che sarebbe diventato A Kind of Magic. Lambert li ha seguiti anche a uno dei concerti a Wembley, arrivando in elicottero davanti a 120-150mila persone. Who Wants to Live Forever, ha ricordato, resta per lui tra i brani più belli della band.

«Resta umile, non fingere di essere qualcun altro, sii te stesso.» – Christopher Lambert

Sean Connery e la maledizione dell’immortalità

Quali sono i ricordi più cari di Sean Connery, indimenticabile Juan Sánchez Villa-Lobos Ramírez, mentore di Connor in Highlander? Umiltà e generosità, ha risposto Lambert.

Sul set si respirava un clima da rock and roll, tra risate e urla, finché non entrò Connery: tutto lo studio ammutolì. Eppure, ha precisato, era un uomo semplice e gentile con tutta la troupe. Ha scherzato anche sul fatto che nel film ci fossero un francoamericano e uno spagnolo a fare gli scozzesi.

Sull’immortalità, la risposta è stata sincera: la parte più dura è vedere morire le persone che si amano e restare soli. Per questo, ha spiegato, il suo MacLeod ha bisogno di una dose di umorismo. Ma se potesse scegliere, ha ammesso, sceglierebbe comunque di essere immortale.

Mortal Kombat, il Bond mancato e i progetti futuri

Robin Shou, Linden Ashby, Bridgette Wilson, Cary-Hiroyuki Tagawa, Christopher Lambert

Su Mortal Kombat Lambert ha raccontato di aver ricevuto la parte di Raiden durante un pranzo con il regista. Giocava al videogioco da ragazzo, e Raiden era il suo personaggio preferito. Gli piaceva anche l’atmosfera sul set, tra improvvisazioni e battute.

Spazio anche a una curiosità: Lambert è stato tra i candidati per interpretare James Bond, ma venne scartato perché non britannico. Barbara Broccoli, che conosce fin dai tempi della scuola, è ancora una sua cara amica, e l’attore ci ha scherzato su collegando il cognome della famiglia al celebre ortaggio.

Tra i progetti, un film di fantascienza a base di green screen, girato tra Los Angeles e Bangkok, in uscita tra fine 2026 e inizio 2027, e un altro film in programma per l’anno prossimo. Per il resto, ha ribadito, non ha mai cercato qualcosa in particolare: legge le sceneggiature che arrivano e sceglie quelle che gli piacciono.

Il consiglio al giovane Christopher

Alla domanda di un fan su quale consiglio darebbe al sé stesso degli esordi, Lambert ha ricordato di fare questo mestiere da quasi cinquant’anni, dal primo film francese girato a vent’anni. Il suggerimento è di credere nella propria passione e provarci, anche senza garanzie. E di restare se stessi, perché finire su uno schermo o sulle copertine non cambia chi siamo.

«Nasciamo come bambini e moriamo come bambini: nel mezzo, restate gli stessi.» – Christopher Lambert

Insomma Lambert ha dimostrato ancora una volta durante questo talk, la classe e l’eleganza dell’eroe che è stato e che resterà per sempre per i fan della pellicola. Immortale anche da questo punto di vista.

*Qua tutti i nostri articoli dedicati al San Diego Comic-Con Malaga 2026
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Animazione

Aspettando Wildwood: Coraline e la porta magica – Il primo film dello Studio LAIKA

Wildwood sta per arrivare al cinema. Ripercorriamo i primi passi di LAIKA, il successo con Coraline e la Porta Magica e scopriamo cosa aspettarci dal nuovo film.

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Nelle sale sta per arrivare Wildwood – I segreti del bosco proibito, la più recente opera dello studio di animazione LAIKA, lo stesso studio che ci ha regalato quella magnificenza di Kubo e la spada magica e molti altri.

E io non posso essere più gasato di così!

Quali studi ancora usano lo stop motion a questo livello e sopratutto, arrivano nelle sale cinematografiche? Nessuno (o pochissimi).

C’è stato il Pinocchio di Guillermo Del Toro, trasmesso su Netflix nel 2022, anch’esso meraviglioso, ma oltre a questo sono un eccezione rara.

Quest’estate il caso ha voluto che recuperassi Coraline e la porta magica, primo film assoluto prodotto da LAIKA, a quasi vent’anni dall’uscita ma sopratutto che ne leggessi l’opera originale, cioè il libro scritto da Neil Gaiman.

Per questo voglio portarvi con me in un viaggio volto ad analizzare come è stato portato a schermo, quali sono le differenze più grandi e cosa possiamo aspettarci per questo nuovo film.

Si comincia!

Camminare all’indietro

La cosa più ragionevole da fare per mantenere l’ordine cronologico della realizzazione di questa pellicola, sarebbe di partire dal libro per arrivare al film.

Invece faremo esattamente al contrario.

E se ci pensate bene ha più senso così, perché scommetto che la maggior di voi ha visto il film e non ha letto il libro, quindi di fatto, andando a ritroso, sta scoprendo qualcosa di nuovo.

Ci sono diverse cose da tenere sott’occhio e in particolare ci concentreremo su questi tre aspetti: animazione, trasposizione, differenze. Ma prima di tuffarci, un breve recap.

La storia narra di una bambina, Coraline Jones, che si trasferisce con i genitori in una grande casa divisa in appartamenti. I suoi genitori lavorano molto, sono spesso occupati e Coraline si annoia: esplora la casa, conosce gli eccentrici vicini e finisce per interessarsi a una piccola porta presente nel salotto.

All’inizio, dietro la porta sembra esserci soltanto un muro. Ma un giorno Coraline la apre e trova invece un corridoio che conduce a una casa praticamente identica alla sua.

Lì incontra la sua Altra Madre e il suo Altro Padre, versioni apparentemente affettuose dei suoi veri genitori, ma con un dettaglio inquietante: al posto degli occhi hanno dei bottoni neri.

Quello che inizialmente sembra un mondo più colorato e divertente rispetto alla sua quotidianità comincia presto a mostrare qualcosa di profondamente sbagliato. Coraline si ritrova così costretta ad affrontare una serie di prove nelle quali dovrà fare affidamento soprattutto sull’astuzia e sul coraggio. Ad accompagnarla c’è anche un gatto nero, che Coraline conosce già nel mondo reale ma che, dall’altra parte della porta, sembra sapere molte più cose di quanto lasci intendere.

Attorno a Coraline ruotano inoltre personaggi volutamente bizzarri, come le anziane attrici Miss Spink e Miss Forcible e l’eccentrico vicino del piano di sopra, che contribuiscono a dare al romanzo quell’atmosfera sospesa tra il buffo e l’inquietante.

La storia è quasi una fiaba nera e possiamo definirla di fatto una storia di paura per bambini che Gaiman dedica alle sue due figlie, come scrive a inizio libro. Una storia in cui il pericolo non nasce tanto da mostri nascosti nell’oscurità, quanto da qualcosa che all’apparenza sembra offrire a Coraline esattamente ciò che desidera.

Veniamo ora al più grande punto di forza di questo film.

L’animazione

Non ci giro molto intorno, il successo di questo film è merito della sua animazione. 

Se non sapete cos’è la stop motion cercherò di spiegarla in breve: anziché disegnare frame per frame un cartone animato, vengono creati dei pupazzi snodabili e il film viene girato come se fosse un film con gli attori. Un frame alla volta i pupazzi vengono mossi e spostati per riprodurre movenze realistiche.

E le facce, le espressioni, la bocca che parla?

Eh… sono tante facce diverse applicate nel momento giusto.

Forse c’è un motivo per cui questa tecnica è usata da pochissimi. Perché è una sbatta infinita e richieda esperienza senza pari. Per non parlare di scenari e composizione della scena.

Questo è ciò che rende questo genere di film così affascinante. Perché non stai guardando un disegno in digitale (digitalizzato) o un modello 3D che si muove. Stai guardando un pupazzo vero e proprio! Se avete tempo date un occhiata a questo video behind-the-scene pubblicato proprio dallo studio LAIKA per rendervi conto di cosa stiamo parlando.

Se guardando allo stile di questo film vi suona una campanella e vi sembra di averlo gia visto, non siete pazzi. Il rimando a The Nightmare Before Christmas e all’estetica di Tim Burton è palese e c’è un motivo dietro a questo paragone. Questo motivo si chiama Henry Selick ed è il direttore di entrambi i film, non proprio un novellino.

Insomma un cocktail fatto di ingredienti vincenti. Forse.

Trasposizione

Coraline e la porta magica è un buon film. E vale la pena ricordare che si tratta di un film per bambini, fortunatamente ancora figlio di un’epoca in cui il pubblico più giovane veniva trattato con il rispetto che meritava.

Anche per questo la visione resta piacevole per chi bambino non lo è più da parecchio tempo. Il film mette in scena situazioni quotidiane che un adulto può facilmente riconoscere e presenta alcuni passaggi la cui chiave di lettura emerge forse più chiaramente agli occhi di chi è cresciuto.

In fondo, Coraline è una bambina con due genitori che, presi dal lavoro, hanno pochissimo tempo da dedicarle e finiscono spesso per lasciarla sola a girovagare per casa.

L’Altra Madre rappresenta allora la trappola dell’affetto e della perfezione: è la madre amorevole, quella apparentemente perfetta, che prepara la merenda, gioca con te e si prende cura di te in ogni momento della giornata. Ma proprio per questo diventa anche la madre che non ti permette di crescere, che non accetta di lasciarti andare e che vorrebbe tenerti con sé per sempre.

Il film è intervallato anche da alcuni classici momenti musical che, personalmente, trovo tra gli elementi meno riusciti. Nel complesso, però, servono ad alleggerire l’atmosfera, rendendo la pellicola meno cupa e spaventosa e probabilmente più divertente agli occhi di un bambino.

Lo stesso vale per i personaggi secondari: già eccentrici e buffi sulla carta, nella trasposizione cinematografica vengono ulteriormente esasperati nell’aspetto, nei movimenti e nei comportamenti. Una scelta che accentua il lato grottesco e fiabesco del film e contribuisce a bilanciare le sue componenti più inquietanti.

Per chi ha letto il libro la trasposizione è particolarmente accentuata sono proprio quelle differenze che pesano maggiormente sul piatto della bilancia.

Differenze

Ho apprezzato il libro di Gaiman, illustrato tra l’altro da Dave McKean (Arkham Asylum), noto disegnatore dallo stile particolarmente adatto a questo genere di storie. E’ uno splendido libricino, 150-200 pagine che avrei voluto leggere da bambino e che non mi avrebbero fatto dormire la notte. Purtroppo, seppure di fronte a un classico, non ho apprezzato per niente la sua versione animata.

Durante l’operazione di trasposizione sono state fatte alcune scelte, che comprendo e posso anche condividere ma che tolgono tanto, forse troppo.

Primo su tutto: non c’è senso del pericolo. Coraline sembra in gita scolastica, si trova in un modo alternativo più strano, si, ma mai veramente pericoloso. Nel libro invece la tensione è tagliente.

Durante la storia Coraline dovrà affrontare alcune prove per liberare i veri genitori e a schermo sembrano delle passeggiate. Sembra che il film ti voglia portare in posti nuovi da vedere e da cui tornare con qualcosa. Nel libro invece la sua vita è veramente in pericolo, sei veramente preoccupato per la sua incolumità e le prove sono veri atti di vero coraggio. Ci sono alcune scene che mi hanno rabbrividito e fatto pensare “non vorrei proprio essere al tuo posto“.

Dave McKean, illustrator, Coraline

Il secondo difetto è più sottile e riguarda la protagonista stessa. Nel libro Coraline è così furba da sembrare antipatica, nel film è sufficientemente antipatica da sembrare furba.

Non so come dirlo diversamente. Tra le pagine la bambina è interessante, curiosa, acuta, sveglia e riesce a destreggiarsi fra personaggi eccentrici e situazioni difficili.  E lo fa con ingegno. A volte lancia delle battutine taglienti da bambina intelligente quale è, e ti ci affezioni.

A schermo invece le situazioni quasi si risolvono da sole, per cui risulta solo antipatica.

Cosa aspettarci da Wildwood

Ci sono un altro paio di cose che rendono male nella trasposizione. I pezzi musical sono assolutamente non parte del libro, così come il ragazzino iniziale superfluo che compare nuovamente alla fine e serve solo a… no ok non serve proprio a niente.

Per me quindi questo film è riuscito solo a metà, specialmente se paragonato all’opera originale. Ne riconosco però il grande lavoro tecnico e alcune delle scelte fatte.

Quindi, cosa aspettarsi da questo Wildwood – I segreti del bosco?

Anche in questo caso ci troviamo davanti a un adattamento letterario. Il film è tratto da Wildwood, romanzo scritto da Colin Meloy e illustrato da Carson Ellis, sua moglie.

Il trailer, però, lascia subito intuire qualcosa di diverso. Non sembra voler puntare esclusivamente a un pubblico molto giovane e, soprattutto, dà l’impressione di voler affrontare tematiche più mature rispetto a quelle che normalmente associamo a un film d’animazione per famiglie.

Ve lo lascio qui, nel caso non l’abbiate ancora visto:

La storia del film, almeno dal punto di vista produttivo, è già di per sé interessante.

LAIKA acquisì infatti i diritti di Wildwood quando il romanzo era praticamente ancora in uscita, ma Travis Knight ha raccontato di aver aspettato circa sedici anni prima di portarlo davvero sullo schermo. Secondo lui lo studio non aveva ancora raggiunto la maturità tecnica necessaria per realizzare il progetto nel modo in cui lo immaginava.

E considerando quello che si vede nel trailer, forse non aveva tutti i torti.

Wildwood è stato descritto come il progetto più grande e ambizioso mai affrontato da LAIKA: 233 pupazzi, 49 animatori e 231 settimane di produzione. Foreste gigantesche, città, eserciti, creature, battaglie e una quantità di ambienti difficilmente associabile alla stop-motion tradizionale. LAIKA continua inoltre a mescolare pupazzi fisici, animazione, stampa 3D ed effetti digitali cercando di mantenere quella sensazione artigianale che ha sempre caratterizzato le sue produzioni.

Da questo punto di vista mi aspetto un film tecnicamente impressionante.

Ma è un altro dettaglio ad aver attirato la mia attenzione.

Negli Stati Uniti Wildwood ha ricevuto una classificazione PG-13, diventando il primo film LAIKA a ottenere questo rating. Tra le motivazioni vengono citate violenza, tematiche mature, riferimenti al suicidio, nudità parziale e linguaggio. Non significa ovviamente che ci troviamo davanti a un film per adulti, ma è un segnale abbastanza chiaro che LAIKA non abbia sentito il bisogno di rendere tutto più innocuo semplicemente perché si tratta di animazione. E di questo, personalmente, gliene sono grato.

I presupposti, quindi, sono parecchio interessanti e in questo caso parto anche con un piccolo vantaggio: non ho letto il romanzo.

Non avrò quindi quella vocina fastidiosa che durante il film continua a ripetermi “nel libro era diverso”. Potrò semplicemente vedere cosa LAIKA ha deciso di fare con questo mondo perché ormai della bravura degli animatori LAIKA c’è poco da discutere.

La vera domanda è se Wildwood riuscirà ad avere anche una storia, dei personaggi e un’atmosfera abbastanza forti da non essere messi in ombra dalla sua stessa bellezza.

Il trailer, per ora, mi ha convinto.

E visto che stiamo parlando di un bosco proibito, direi che entrarci senza sapere esattamente cosa ci aspetta potrebbe essere persino il modo migliore per farlo.

Fonti: www.cartoonbrew.com; www.theverge.com

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