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DIABLO: Trent’anni dopo, Sanctuarium continua a chiamarci
Diablo, il capolavoro videoludico firmato Blizzard torna a far notizia. In arrivo il 5 capitolo della saga e una serie Netflix
Diablo, il capolavoro videoludico firmato Blizzard torna a far notizia. In arrivo il 5 capitolo della saga e una serie Netflix
Ci sono videogiochi che finiscono quando scorrono i titoli di coda e altri che, invece, continuano ben oltre l’ultima missione. Restano impressi nella memoria, tra notti insonni e l’incredibile meraviglia che ti lasciano quando riesci a scoprire tutti i dettagli relativi a trama e personaggi.
Diablo appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Perché basta sentire quel nome, ripensare alle atmosfere opprimenti di Tristram o a una discesa nelle profondità di un dungeon, per ritrovarsi immediatamente immersi in un universo dove la speranza è fragile, il male non conosce tregua e ogni tesoro potrebbe nascondere il prezzo di una nuova maledizione.
Dal 1996, anno in cui il primo capitolo ha spalancato le porte degli Inferi, la saga di Blizzard Entertainment ha costruito un immaginario riconoscibile, capace di attraversare generazioni di videogiocatori. Un viaggio fatto di eroi caduti, demoni ancestrali, equipaggiamenti leggendari e quella sensazione inconfondibile che accompagna ogni nuova esplorazione: la consapevolezza che, per quanto si possa diventare potenti, l’oscurità non smetterà mai di reclamare il proprio tributo.
Eppure, a trent’anni dal debutto, Diablo non sembra avere alcuna intenzione di riposare sugli allori. Al contrario, la BlizzCon 2026 ha dimostrato che il futuro del franchise è pronto a spalancarsi su nuove prospettive. Difatti, Blizzard ha annunciato Diablo V, previsto per la primavera del 2029, e una serie animata ambientata nel mondo di Sanctuarium, attualmente in sviluppo con Netflix. Due progetti differenti, ma accomunati dalla volontà di ampliare un universo narrativo che ha ancora moltissimo da raccontare.
La domanda, allora, non è soltanto che cosa ci aspetta nel prossimo capitolo. È anche come siamo arrivati fin qui. Per capirlo, dobbiamo tornare là dove tutto è cominciato, quando una piccola cittadina chiamata Tristram nascondeva un male capace di cambiare per sempre il destino dell’umanità.
Diablo II e Lord of Destruction: la leggenda diventa immortale
Se il primo capitolo ha aperto le porte dell’Inferno, Diablo II ha dimostrato quanto potesse essere vasto il mondo al di là di quelle porte. Pubblicato nel 2000, il secondo episodio riprende gli eventi del predecessore e trasforma la fuga dell’Oscuro Viandante nel punto di partenza di un’avventura molto più ampia. Il male non è più confinato nelle profondità di una singola cattedrale. La sua influenza si estende attraverso regioni, città e territori differenti, mentre i Primi Maligni continuano a minacciare il destino dell’umanità.
La struttura narrativa accompagna il giocatore attraverso quattro atti, ciascuno caratterizzato da ambientazioni, nemici e atmosfere distintive. Dalle lande selvagge alle distese desertiche, fino alle terre corrotte e agli scenari infernali, il viaggio restituisce una sensazione di progressione che va ben oltre l’aumento dei livelli del personaggio.

Ma il vero salto in avanti riguarda il gameplay. Le classi disponibili offrono identità e stili di combattimento differenti, mentre le combinazioni di abilità, attributi ed equipaggiamento aprono un ventaglio di possibilità che ha contribuito a definire il genere. Ogni personaggio può diventare qualcosa di diverso a seconda delle scelte compiute, e trovare l’oggetto giusto può cambiare radicalmente il modo di affrontare una battaglia.
È qui che nasce una parte fondamentale della mitologia di Diablo: il bottino non è semplicemente una ricompensa, ma una promessa. Quella di una nuova arma, di un’armatura capace di completare una build o di un oggetto raro che potrebbe trasformare un personaggio già potente in una macchina da guerra.
Una nuova esperienza con nuovi classi da scoprire
Nel 2001 arriva Diablo II: Lord of Destruction, espansione che introduce due nuove classi giocabili, l’Assassino e il Druido, e amplia l’avventura con un quinto atto ambientato nelle terre barbariche del Monte Arreat. L’espansione consolida ulteriormente il sistema di gioco e contribuisce a rendere il secondo capitolo un punto di riferimento per gli appassionati.
Parlare di Diablo II significa anche parlare della sua longevità. La possibilità di sperimentare configurazioni differenti, affrontare livelli di difficoltà superiori e cercare equipaggiamenti sempre più rari ha alimentato per anni una community estremamente coinvolta. Il gioco non finiva con la conclusione della campagna: per molti, era proprio in quel momento che cominciava la vera avventura.
Ecco perché il suo ritorno con Diablo II: Resurrected nel 2021 ha assunto un significato particolare. La rimasterizzazione ha rinnovato grafica, audio e filmati, conservando l’esperienza e le meccaniche che avevano reso celebre l’originale, compresa la possibilità di passare alla presentazione classica. Non una riscrittura della storia, dunque, ma un modo per renderla nuovamente accessibile a una generazione diversa di giocatori.
Per molti veterani, Diablo II rimane ancora oggi il termine di paragone della saga. Non soltanto per nostalgia, ma per quell’equilibrio particolare tra libertà nella costruzione del personaggio, atmosfera, progressione e caccia al bottino che continua a rendere ogni spedizione potenzialmente irresistibile.
Diablo III: il cambiamento, le polemiche e la rinascita
Dopo oltre un decennio di attesa, nel 2012 Blizzard porta finalmente i giocatori di nuovo a Sanctuarium. Diablo III eredita la struttura action RPG dei predecessori, ma decide di aggiornare profondamente il modo in cui viene raccontata e vissuta l’avventura.
Il risultato è un capitolo più dinamico, spettacolare e accessibile, caratterizzato da combattimenti veloci, abilità visivamente esplosive e una progressione pensata per accompagnare il giocatore attraverso una campagna ricca di scontri memorabili.
Il mondo di gioco è ancora minacciato dalle forze demoniache, ma la narrazione si sposta progressivamente verso una dimensione più ampia, in cui i Nefilim assumono un ruolo centrale nel destino dell’umanità. La storia attraversa luoghi familiari e nuove regioni, mettendo in scena conflitti che coinvolgono tanto gli Inferi Fiammeggianti quanto il Paradiso Celeste.
Eppure, il lancio di Diablo III non fu privo di controversie. La connessione permanente richiesta su PC e la controversa Casa d’Aste, che consentiva di acquistare e vendere equipaggiamento anche con denaro reale, suscitarono discussioni intense nella community. La ricerca del bottino, cuore pulsante dell’esperienza, rischiava di perdere parte del proprio fascino quando la progressione sembrava dipendere troppo da sistemi esterni al combattimento.
Quando le espansioni possono essere più attese dei giochi stessi
La svolta arrivò con Reaper of Souls, l’espansione pubblicata nel 2014. L’introduzione dell‘Atto V, della classe Crociato e di importanti modifiche ai sistemi di gioco contribuì a rilanciare l’esperienza. La rimozione della Casa d’Aste e l’evoluzione delle meccaniche di bottino permisero inoltre di riportare al centro la ricerca degli oggetti attraverso il combattimento.
Con le modalità dedicate alla progressione endgame, i Varchi e le stagioni, Diablo III trovò una propria identità più definita. La rigiocabilità diventò uno dei suoi punti di forza: creare nuovi personaggi, perfezionare le build e affrontare sfide sempre più impegnative trasformò il gioco in un’esperienza capace di rinnovarsi nel tempo.
Nel 2017 arrivò anche il pacchetto Ascesa del Negromante, che introdusse una nuova classe giocabile e permise ai fan di tornare a utilizzare uno degli archetipi più amati della serie.
A differenza del secondo capitolo, Diablo III privilegiava una maggiore spettacolarità visiva e un ritmo più immediato. Una scelta che non mise tutti d’accordo, soprattutto tra coloro che avevano amato l’estetica più cupa dei primi episodi. Ma sarebbe ingiusto ridurre il gioco alle sue polemiche iniziali: nel corso degli anni, gli aggiornamenti ne hanno consolidato l’identità e dato vita a un’esperienza che molti giocatori continuano a frequentare.
Diablo III dimostra così che una saga può cambiare senza necessariamente perdere la propria anima. A volte, per ritrovare la strada, bisogna attraversare proprio le zone più controverse del proprio percorso.
Diablo Immortal: l’Inferno entra nel palmo della mano
Nel 2022 la saga approda su dispositivi mobile con Diablo Immortal, un capitolo che sceglie di portare l’esperienza action RPG su smartphone e tablet, aprendosi a un pubblico potenzialmente molto più ampio.
Ambientato cronologicamente tra Diablo II e Diablo III, il gioco esplora le conseguenze della distruzione della Pietra del Mondo e il tentativo di impedire che i suoi frammenti diventino strumenti nelle mani delle forze demoniache. Una collocazione narrativa interessante, perché permette di approfondire un periodo della storia di Sanctuarium che i capitoli principali avevano lasciato in secondo piano.
Dal punto di vista del gameplay, Immortal conserva molti degli elementi caratteristici della saga: combattimenti in tempo reale, abilità, classi, dungeon e ricerca dell’equipaggiamento. La formula viene però adattata a un modello di servizio continuo, con attività periodiche, eventi e sistemi di progressione pensati per mantenere vivo il coinvolgimento della community.
È proprio qui che il capitolo ha incontrato le maggiori discussioni. Le sue meccaniche di monetizzazione e il peso di alcuni sistemi legati alla progressione hanno alimentato critiche da parte di una fetta del pubblico, riaprendo una questione importante: fino a che punto un gioco costruito per essere frequentato quotidianamente può conservare l’equilibrio tra accessibilità, competizione e soddisfazione del giocatore?
Al di là delle polemiche, Diablo Immortal rappresenta un passaggio significativo nella storia del franchise. Dimostra che l’universo di Sanctuarium può adattarsi a un formato differente, con sessioni più brevi e una componente sociale più pronunciata.
Non è il capitolo che tutti avrebbero immaginato, né quello che cerca di sostituire l’esperienza tradizionale su PC e console. È, piuttosto, una strada parallela: un modo per restare nel mondo di Diablo anche lontano dalla propria postazione di gioco.
Diablo IV: il ritorno alle tenebre
Con Diablo IV, pubblicato nel 2023, Blizzard torna a mettere al centro uno degli elementi che avevano reso indimenticabile il primo capitolo: la sensazione di trovarsi in un mondo ostile, nel quale la speranza può essere fragile quanto una fiamma esposta al vento.
L’estetica si fa più cupa, le ambientazioni appaiono devastate e la storia assume toni più disperati. Al centro della narrazione troviamo Lilith, figlia di Mefisto e una delle figure più ambigue dell’intero universo narrativo. Il suo ritorno a Sanctuarium mette in discussione la distinzione tra salvezza e dannazione, costringendo i protagonisti a confrontarsi con un male che non si manifesta soltanto attraverso la violenza, ma anche attraverso promesse e manipolazioni.
Lilith è un’antagonista particolarmente interessante proprio perché non rappresenta semplicemente un’altra creatura da sconfiggere. La sua visione dell’umanità è complessa e disturbante, e la sua presenza porta con sé interrogativi sul libero arbitrio, sul potere e sul prezzo della sopravvivenza.
Sul piano ludico, Diablo IV recupera una maggiore centralità dell’esplorazione, grazie a un mondo aperto suddiviso in regioni, insediamenti e dungeon. La costruzione del personaggio, le abilità e l’equipaggiamento rimangono elementi essenziali, mentre il comparto artistico e sonoro contribuisce a restituire una Sanctuarium più opprimente e decadente.
E poi cosa è accaduto?
Il gioco ha continuato a evolversi dopo il lancio, affrontando anche discussioni sul bilanciamento, sulla progressione e sulla gestione dell’endgame. Un percorso che testimonia quanto sia complesso mantenere un action RPG come servizio continuativo, soprattutto quando il pubblico si aspetta aggiornamenti costanti senza rinunciare alla profondità delle meccaniche.
Nel 2024 è arrivata Vessel of Hatred, la prima espansione, che ha introdotto la regione di Nahantu e la classe dello Spiritista, ampliando la storia e le possibilità di costruzione del personaggio.
Il viaggio è proseguito nel 2026 con Lord of Hatred, espansione dedicata allo scontro con Mefisto e ambientata anche nelle antiche terre di Skovos. L’espansione ha aggiunto nuove classi e aggiornamenti ai sistemi di gioco, consolidando il percorso di evoluzione del quarto capitolo.
Diablo IV rappresenta quindi un ritorno alle origini soprattutto sul piano dell’atmosfera, senza rinunciare alla struttura di un gioco contemporaneo. È una Sanctuarium più vasta, più complessa e pensata per continuare a cambiare nel tempo. Una scelta che rende il quarto capitolo il punto d’incontro tra l’eredità storica della saga e le aspettative di una community abituata a vivere i videogiochi ben oltre la campagna principale.
Diablo V: cosa significa affrontare un mondo già perduto?
Ed eccoci di nuovo al futuro. L’annuncio di Diablo V alla BlizzCon 2026 chiude idealmente il cerchio del nostro viaggio, riportandoci davanti alla stessa domanda che accompagna la saga sin dalle sue origini: quanto può resistere l’umanità quando il male sembra impossibile da sconfiggere?
Blizzard ha confermato che il quinto capitolo è in sviluppo e arriverà nella primavera del 2029. La premessa narrativa, però, introduce una novità particolarmente suggestiva: questa volta Diablo ha già vinto e Sanctuarium è caduta.
Il giocatore dovrà attraversare un mondo devastato, nei panni dell’Erede di Cuor della Marca, accompagnando una carovana di sopravvissuti. Tra le prime classi presentate figurano il Cacciatore di Demoni, il Monaco e il nuovo Cavaliere della Peste, mentre Blizzard ha anticipato una rinnovata attenzione alla profondità e all’identità degli oggetti.
È una premessa che apre prospettive interessanti. Nei capitoli precedenti, l’avventura nasceva dalla necessità di impedire che una minaccia raggiungesse il proprio apice. Qui, invece, il mondo sembra essersi già arreso. Il punto di partenza non è più la possibilità di salvare tutto, ma la necessità di capire che cosa rimane da proteggere quando ogni certezza è stata distrutta.
Nonostante l’hype immenso, sappiamo ancora troppo poco!
Naturalmente, siamo ancora nella fase iniziale dello sviluppo e sarà necessario attendere ulteriori informazioni per capire come queste idee si tradurranno in termini di esplorazione, combattimento e progressione. Ma la direzione narrativa possiede già una forza notevole: riportare Diablo al centro della storia significa anche confrontarsi direttamente con il peso del nome che porta.
E poi c’è la serie animata in sviluppo con Netflix, un progetto che potrebbe ampliare ulteriormente il mondo di Sanctuarium. Se il videogioco ci permette di vivere il conflitto attraverso le azioni del nostro personaggio, l’animazione potrebbe esplorare altri protagonisti, altri periodi storici e nuove prospettive sull’eterna guerra tra Paradiso Celeste e Inferi Fiammeggianti. Per ora, tuttavia, non sono stati annunciati dettagli sufficienti per delinearne la trama.
Il futuro di Diablo non si limita quindi a un nuovo episodio. Si apre una fase in cui il franchise può consolidare la propria identità videoludica e, allo stesso tempo, sperimentare nuovi modi di raccontare il suo universo.