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Il tempo è stato clemente con Y: L’ultimo uomo di Brian K. Vaughan?
Rileggiamo Y: L’ultimo uomo di Brian K. Vaughan a oltre vent’anni dall’uscita: è ancora un grande classico o il tempo non è stato clemente?
Parlare di Brian K. Vaughan oggi non è semplicissimo.
Perché Vaughan, nel frattempo, è diventato un mostro sacro del fumetto americano. È l’autore di Saga (una delle opere più belle e importanti degli ultimi quindici anni e di cui, prima o poi, dovremo necessariamente parlare anche qui su PopcorNerd) oltre che di Ex Machina, Runaways, Paper Girls e parecchie altre cose che hanno lo hanno reso uno degli sceneggiatori più riconoscibili della sua generazione.
Oltretutto, ha contribuito alla sceneggiatura di Dune Parte 3 di Denis Villeneuve, in uscita al cinema prima della fine dell’anno.

Saga di Brian K. Vaughan e Fiona Staples
Ma nel 2002 Brian K. Vaughan non era ancora il Brian K. Vaughan che conosciamo oggi.
Aveva già lavorato per Marvel e DC – era uno sceneggiatore in forte ascesa – ma i grandi riconoscimenti sarebbero arrivati dopo. Il primo Eisner Award come miglior scrittore e per la miglior nuova serie arriverà infatti nel 2005, con il suo Ex Machina, mentre sarà proprio Y: L’ultimo uomo, nel 2008, a conquistare l’Eisner come miglior serie regolare.
Insomma, quando esce Y: L’ultimo uomo, Vaughan non è ancora il gigante che conosciamo oggi ed è forse anche questo che rende interessante tornare a leggerlo più di vent’anni dopo.
Y: L’ultimo uomo è ormai considerato un classico ma i classici, si sa, soffrono di uno strano problema: a forza di sentirli chiamare così, smettiamo di chiederci se lo siano davvero.
E quindi, la domanda che mi pongo oggi è: il tempo è stato clemente con Y: L’ultimo uomo?
Y: The Last Man #1
L’ultimo uomo sulla Terra
Il punto di partenza è abbastanza semplice.
In un singolo istante, qualcosa stermina praticamente tutti i mammiferi dotati di cromosoma Y sulla faccia della Terra. Uomini, bambini, animali.. tutti morti.
Tutti tranne due.
Yorick Brown, giovane illusionista-escapologo dilettante, e Ampersand, la sua scimmia cappuccina.
Da quel momento Yorick diventa contemporaneamente l’uomo più importante e più ricercato dell’intero pianeta.
La prima cosa intelligente che fa Vaughan è evitare di trasformare questa premessa nella più ovvia fantasia adolescenziale. Yorick non si sveglia in paradiso circondato da miliardi di donne improvvisamente interessate a lui. Si sveglia in un mondo che ha appena perso metà della propria popolazione e che sta cercando disperatamente di capire come continuare a funzionare.
E soprattutto Yorick ha un obiettivo molto meno interessante, almeno dal punto di vista sentimentale. Vuole ritrovare Beth, la sua ragazza, che al momento della catastrofe si trova dall’altra parte del mondo.
È un espediente quasi ingenuo, ma funziona perfettamente per giustificare il motivo per cui l’ultimo uomo sulla Terra non cerchi semplicemente di copulare con qualsiasi essere umano di sesso femminile incontri.
Yorick è innamorato.
Questo non significa che riuscirà sempre a essere così ligio ai propri principi, ma quella promessa diventa la sua bussola per buona parte della storia.
Un mondo senza uomini
Attorno a Yorick si costruisce rapidamente un piccolo gruppo.
C’è l’Agente 355, membro del Culper Ring e incaricata di proteggerlo. Probabilmente il personaggio più riuscito dell’intera serie. Pragmatica, preparata, letale quando serve e allo stesso tempo sufficientemente umana da non trasformarsi mai nella classica guardia del corpo invincibile.
C’è la dottoressa Allison Mann, genetista che potrebbe rappresentare una delle poche possibilità di comprendere cosa sia realmente accaduto e soprattutto perché Yorick e Ampersand siano sopravvissuti.
E poi c’è Hero, la sorella di Yorick, la cui storia prende rapidamente una direzione molto più complicata.
Proprio attraverso Hero conosciamo uno dei primi gruppi nati dopo la catastrofe: le Figlie delle Amazzoni, donne radicalizzate che interpretano la scomparsa degli uomini non come una tragedia, ma come una sorta di liberazione. Si mutilano un seno come simbolo di appartenenza e considerano la sopravvivenza di Yorick un errore da correggere.
Sono uno degli esempi più evidenti del modo in cui Vaughan costruisce il mondo di Y. Non mette mai su carta grandi spiegoni sulla nuova società, ma porta in scena diverse comunità, ideologie e modi di reagire alla fine del mondo precedente.
Ed è qui che la serie si allarga.
Quello di Y non è solamente un viaggio attraverso un’America post-apocalittica ma diventa progressivamente una storia internazionale, politica, militare e persino spionistica. Yorick non è semplicemente un sopravvissuto, è la risorsa più importante del pianeta.
Chiunque riesca a mettergli le mani addosso potrebbe possedere la chiave per capire cosa è successo, per garantire un futuro alla specie o, molto più banalmente, per impedire che quella stessa chiave finisca nelle mani di qualcun altro.
Entra quindi in gioco una sorta di Guerra Fredda fatta di governi e servizi segreti con interessi differenti. Tra questi assume particolare importanza anche il colonnello israeliano Yedida Tse’elon, personaggio che introduce nella storia una dimensione che, riletta oggi, inevitabilmente risuona in modo diverso rispetto a vent’anni fa.
Nonostante ciò, Y non si trasforma mai davvero in un thriller politico. Ogni volta che sembra sul punto di farlo, Vaughan riporta tutta la vicenda alle persone e alle dinamiche più ristrette.
Ed è forse questa la caratteristica più importante dell’opera.
The Walking Dead senza zombie?
Rileggendo oggi Y: L’ultimo uomo, è quasi impossibile non pensare a The Walking Dead ma non tanto per la catastrofe in sé, quanto per la struttura narrativa.
Un piccolo gruppo attraversa un mondo che non riconosce più. Incontra comunità che hanno trovato modi diversi di sopravvivere. Alcune funzionano, altre sono completamente impazzite. I protagonisti rimangono per un po’, vengono coinvolti nei problemi del posto, qualcosa inevitabilmente esplode e poi il viaggio ricomincia.
Solo che qui non ci sono zombie.
La cosa curiosa è che, cronologicamente, Y arriva prima. La serie di Vaughan debutta nel 2002, mentre il primo numero di The Walking Dead viene pubblicato nell’ottobre del 2003.
Non avrebbe quindi molto senso dire che Y prende qualcosa da The Walking Dead. Semmai è interessante notare come entrambe le opere abbiano intercettato, a distanza di pochissimo tempo, un modo molto simile di raccontare il genere post-apocalittico.
La catastrofe è il punto di partenza, non il vero argomento della storia.
Il vero argomento sono gli esseri umani.
Cosa diventano le persone quando le regole cambiano? Quali strutture sociali provano a ricostruire? A quali vecchie ideologie si aggrappano? Quali nuove ne inventano?
Da questo punto di vista Y è un fumetto estremamente nudo.
Non c’è quasi mai la sensazione che Vaughan voglia stupire il lettore aumentando continuamente la posta in gioco. Ogni tanto il sipario si apre abbastanza da farci intravedere qualcosa di più grande, un mistero, una possibile spiegazione, una cospirazione, ma la serie non arriva mai davvero a tanto, nel bene e nel male.
Nonostante la premessa enorme, Y rimane sorprendentemente terreno.
Sono esseri umani messi davanti a problemi da risolvere, con tutte le loro debolezze, contraddizioni, pulsioni e idiozie ed è una cosa che funziona sempre molto bene.
Una partenza molto lenta
Questo non significa che Y sia una lettura immediata, anzi.
L’inizio è lento. Parecchio lento.
I volumi possono sembrare piccoli, ma soprattutto i primi sono estremamente pregni. Vaughan mette dentro tantissimi dialoghi, incontri, informazioni, cambi di scenario e piccoli semi destinati a germogliare molto più avanti.
È uno di quei fumetti in cui possono passare decine di pagine senza che apparentemente succeda moltissimo, mentre in realtà stanno cambiando continuamente i rapporti tra i personaggi.
Anche perché, come spesso accade nelle opere di Vaughan, il fulcro non è nell’azione ma nei dialoghi.
I personaggi parlano tantissimo, si punzecchiano, mentono, discutono, raccontano pezzi del proprio passato. E Vaughan è già molto bravo a utilizzare una conversazione apparentemente inutile per caratterizzare qualcuno.
E’ questo il motivo principale per cui il gruppo funziona.
Yorick, 355, Allison, Hero e i tanti personaggi che entrano ed escono dalla storia non sembrano mai pedine messe li esclusivamente per far avanzare la trama. Sono contraddittori, cambiano idea, prendono decisioni sbagliate.
Sembrano persone.
Il disegno di Pia Guerra (in realtà anche altri autori parteciperanno al disegno durante il viaggio di Yorick) accompagna bene questo tipo di racconto. E’ immediato, chiaro e funzionale alla narrazione dei personaggi. Ma difficilmente è ciò che rimane impresso una volta chiuso il volume.
Non ci sono splash page da appendere alla parete o tavole costruite per lasciare il lettore a bocca aperta. È un disegno che si mette al servizio della sceneggiatura e lì rimane.
Funziona. Ma non sorprende quasi mai.
Una serie televisiva su carta
Il problema più interessante arriva però rileggendo tutta l’opera consecutivamente.
Perché Y: L’ultimo uomo ha un fil rouge molto chiaro. Yorick deve attraversare il mondo, ritrovare Beth e scoprire perché è sopravvissuto.
La storia, quindi, si muove sempre in avanti. Il problema è come lo fa.
Molti archi narrativi sembrano quasi completamente autonomi. Il gruppo arriva in un posto, incontra nuovi personaggi, nasce un problema, il problema viene affrontato e alla fine si riparte.
E’ una struttura che oggi ricorda moltissimo quella di una serie televisiva. C’è una grande trama orizzontale sullo sfondo, ma il singolo arco deve avere un proprio inizio, uno sviluppo e una conclusione.
Letto mensilmente probabilmente funzionava benissimo. Letto oggi, tutto di seguito, rende invece molto più visibile il lavoro di serializzazione alle spalle.
Ci sono momenti in cui la storia avanza persino attraverso salti temporali di mesi. Altri in cui sembra fermarsi per raccontare un personaggio secondario o un’altra piccola vicenda. E questo genera una sensazione strana, quella di una storia che conosce perfettamente la propria direzione generale ma che non ha necessariamente fretta di arrivarci.
Tanto che, durante la lettura, viene spontaneo chiedersi quanto Vaughan avesse già stabilito e quanto invece sia nato strada facendo.
Ed è esattamente la sensazione che lascia la lettura.
La meta c’è ma è la strada a essere piena di deviazioni.
Vent’anni dopo
Ed eccoci tornati alla domanda iniziale: Il tempo è stato clemente con Y: L’ultimo uomo?
Non completamente.
E forse è proprio questo l’aspetto più interessante nel rileggerlo oggi.
E’ evidente quanto questa serie abbia anticipato o almeno contribuito a codificare un certo modo di raccontare il genere post-apocalittico basato più sulle persone che sul grande mistero.
Allo stesso tempo, proprio perché abbiamo visto quel modello utilizzato e perfezionato innumerevoli volte negli ultimi vent’anni, oggi alcune parti di Y sembrano molto più convenzionali di quanto probabilmente apparissero all’epoca.
La struttura episodica si sente. Alcune deviazioni sembrano durare più del necessario. Alcuni espedienti narrativi hanno un sapore molto primi anni Duemila.
Anche il modo in cui la serie affronta il sesso, il genere e l’identità appartiene chiaramente al periodo in cui è stata scritta. È un’opera che parte da una divisione biologica estremamente netta, cromosoma Y da una parte, resto del mondo dall’altra, e costruisce buona parte del proprio discorso attorno a quella dicotomia.
Oggi, dopo vent’anni di evoluzione del dibattito culturale su questi temi, alcune semplificazioni sono inevitabilmente più visibili.
Oltretutto Y è una storia su binari. Non gioca con il lettore, non sente il bisogno di introdurre nuovi complotti e non cerca il colpo di scena.
Yorick deve andare da qualche parte e ci va. Nel frattempo incontra persone. Alcune lo aiutano. Altre cercano di ucciderlo. Altre ancora entrano nella sua vita per qualche pagina e poi spariscono per sempre.
Y è un viaggio.
Per compensare questa linearità narrativa Vaughan allarga continuamente il cast e, soprattutto gioca sul tempo. Salta avanti, torna indietro, interrompe il viaggio per raccontare cosa è accaduto a qualcun altro. Ci mostra pezzi delle vite dei protagonisti prima e dopo gli eventi che conosciamo.
La complessità di Y non nasce quindi dalla trama ma nasce dai personaggi.
Ed è forse questa la parte dell’opera che, a più di vent’anni di distanza, ha resistito meglio.
Cento euro? No, grazie.
Mi è capitato moltissime volte di vedere Y: L’ultimo uomo sugli scaffali delle fumetterie e di guardarlo con curiosità. In particolare ho avuto più volte davanti agli occhi l’Omnibus, chiedendomi se prima o poi valesse la pena fare l’acquisto.
Alla fine sono stato fortunato: ho trovato tutta la serie spillata su Vinted per una ventina di euro. Ingolosito l’ho presa subito e a quella cifra non me ne sono pentito neanche per un secondo.
Il problema nasce quando iniziamo a parlare delle edizioni più prestigiose.
Per quanto Y sia una bella storia, personalmente faccio fatica a giustificare la spesa di quasi 120 euro per averla in libreria. Non perché l’opera non abbia valore, ma perché non credo che oggi riesca a sostenere fino in fondo quel tipo di investimento.
E soprattutto non lo fa dal punto di vista visivo.
Le tavole di Pia Guerra non sono il tipo di disegno che personalmente sentirei il bisogno di possedere in un enorme volume di pregio. Non vedo quel valore aggiunto estetico che possa farmi desiderare questa storia nel formato più lussuoso possibile.
Un’edizione del genere la consiglierei quasi esclusivamente a un grande appassionato di Brian K. Vaughan, qualcuno che vuole completarne la produzione e avere le sue opere migliori nella forma più prestigiosa possibile.
In quel caso, certamente, ha senso.
Bello ma.. forse manca qualcosa?
Durante buona parte della lettura di Y: L’ultimo uomo mi sono trovato davanti a una sensazione difficile da ignorare: quella di stare leggendo un’opera semplicemente “non abbastanza”.
Non necessariamente brutta, anzi.
Ci sono dialoghi ottimi, personaggi credibili, idee interessanti e momenti che funzionano ancora molto bene. Ma confrontandola con tanti fumetti che negli ultimi anni mi hanno letteralmente incollato alle pagine, Y mi è sembrato spesso mediocre, datato, a tratti semplicemente passabile.
Continuavo a leggerlo volentieri, ma raramente avevo quella voglia incontrollabile di prendere immediatamente il volume successivo ed è forse proprio questo che mi ha fatto sottovalutare quello che la serie stava facendo nel frattempo.
Perché dopo dodici volumi, quando ho chiuso l’ultimo capitolo, ho provato una sensazione che non mi aspettavo affatto.
Un piccolo vuoto.
Quando finiscono i personaggi
È la stessa sensazione che capita con certe serie televisive.
Non necessariamente perché ogni episodio sia stato perfetto, ma perché hai passato così tanto tempo con quei personaggi che, a un certo punto, hanno iniziato a far parte della tua quotidianità. Quando finisce una serie come Breaking Bad, per esempio, non stai semplicemente lasciando una storia, stai salutando persone che hai seguito per anni.
Con Y: L’ultimo uomo mi è successa, in piccolo, la stessa cosa.
Quando ho chiuso l’ultimo volume ero sinceramente dispiaciuto di non poter più vedere Yorick, 355, Allison e gli altri ed è stata una sensazione strana perché entrava in conflitto con quello che avevo pensato per buona parte della lettura.
Ho pensato a come fosse possibile provare questa sensazione a fronte di una storia discreta e la risposta è ancora una volta nei personaggi. Vaughan passa sessanta capitoli a farli sbagliare, cambiare, tradirsi, perdersi e non cerca mai il grande momento. Li lascia semplicemente vivere davanti a noi e alla fine, invisibilmente, succede semplicemente che ci si affezioniamo.
Forse è proprio questo uno dei talenti più sottili di Brian K. Vaughan.
Perché non ti conquista con il colpo di scena e non sempre ti travolge con l’idea più originale possibile ma lavora molto più lentamente, senza farsi notare, finché i suoi personaggi sono già entrati sotto la tua pelle. E quando te ne accorgi, è troppo tardi: la storia è già finita.
Brian K. Vaughan
Lo consiglierei oggi?
Se la domanda fosse: consiglierei di leggere Y: L’ultimo uomo oggi?
La mia risposta sarebbe no. O almeno, non a tutti.
Non perché sia diventato brutto ma perché nel frattempo ci siamo mossi molto. Il fumetto seriale ha assimilato, trasformato e spesso perfezionato molti degli elementi che rendevano Y così particolare all’inizio degli anni Duemila.
Oggi alcune delle sue intuizioni sembrano normali proprio perché moltissime opere successive hanno camminato anche sulla strada che fumetti come questo hanno contribuito ad aprire.
Se qualcuno mi chiedesse se vale la pena recuperare Saga, non avrei bisogno di pensarci neanche un secondo. Sì. È un’opera eccezionale e rappresenta un Brian K. Vaughan enormemente più maturo, libero e sicuro dei propri mezzi.
Con Y la risposta è molto meno netta.
Lo consiglierei a chi ama già Vaughan e vuole capire da dove arriva lo sceneggiatore che, anni dopo, scriverà Saga. A chi vuole scavare nelle sue prime opere o a chi è interessato al fumetto americano dei primi Duemila e vuole recuperare una serie che, nel bene e nel male, appartiene a quel periodo.
Per tutti gli altri, credo si possa tranquillamente passare oltre.
Eppure c’è qualcosa che rende difficile liquidarlo così facilmente e per tutti coloro che vorrano imbarcarsi lo stesso in questo viaggio ricordatevi che durante la lettura magari non vi sembrerà abbastanza o non vi stupirà come pensavate.
Poi arriverete all’ultima pagina, chiuderete il volume e vi accorgerete che quelle persone vi mancano già.
E forse è proprio lì, in quel piccolo vuoto lasciato dopo l’ultima pagina, che si nasconde ancora oggi la grandezza di Y: L’ultimo uomo.