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Intervista a Bruno Bozzetto, regista e pioniere dell’animazione italiana

Abbiamo avuto l’immenso piacere di avere ai nostri microfoni uno dei più grandi esponenti dell’animazione del nostro paese: Bruno Bozzetto. Ecco l’intervista completa al regista che ha reso l’animazione italiana, parte del cinema

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Non capita tutti i giorni di intervistare un regista, così come non capita tutti i giorni di avere ai propri microfoni un vincitore del David di Donatello. Bruno Bozzetto è entrambe le cose.

Se l’animazione italiana ha compiuto un determinato percorso ed è diventata ciò che conosciamo oggi, gran parte del merito va al lavoro e alla carriera di Bruno Bozzetto. Potete quindi immaginare quanto sia importante e prestigioso per PopCorNerd avere avuto l’opportunità di ospitare una personalità di tale caratura.

Ascoltare i racconti e gli aneddoti del sig. Bozzetto, dagli esordi della sua carriera fino ai giorni nostri, è stato un viaggio affascinante.

Parliamo dell’uomo che ha contribuito a trasformare il cortometraggio animato in una vera forma d’arte in Italia, che ha portato l’animazione a intrecciarsi con la musica classica e con il cinema dal vivo. Un artigiano dell’animazione, un pioniere che ha perfezionato il linguaggio del disegno animato e lo ha elevato a forma cinematografica. Un autore che, attraverso il Signor Rossi, ha saputo raccontare e continua a raccontare con semplicità ed efficacia l’italiano medio.

Tutto questo è Bruno Bozzetto. E questa è l’intervista che ci ha concesso. Mettetevi comodi, perché state per intraprendere un viaggio attraverso la storia dell’animazione italiana. La storia di Bruno Bozzetto.


Bruno Bozzetto: una vita ad animare storie

In primis ringrazio il sig. Bruno Bozzetto. Per me e tutta PopCorNerd è un vero onore averla qui. Siamo una piccola realtà e poter ospitare uno dei più grandi animatori italiani è davvero un grande privilegio.

Bruno Bozzetto – Buongiorno a tutti.

Allora, io comincio subito con una precisazione: non mi sento un animatore. So animare, so muovere le cose, ma non sono mai stato e non sarò mai un animatore nel senso più completo del termine. Mi considero un regista, uno scrittore di soggetti e sceneggiature.

Gli animatori veri sono tantissimi e molto più bravi di me. Io animo in maniera funzionale: se devo far compiere un gesto a un personaggio, glielo faccio fare. Ma l’animazione è un’altra cosa. Animazione significa dare vita ai personaggi, renderli credibili. Questo, onestamente, lo faccio fare ad altri. Perciò quando mi definiscono un grande animatore rispondo sempre di no: non sono un animatore, sono un regista.

Vorrei cominciare… dal presente (o dal passato recentissimo, se vogliamo dirla tutta). Il 6 maggio scorso ha ricevuto, durante la cerimonia dei prestigiosi David di Donatello, un premio speciale per celebrare la sua incredibile carriera. Un premio sicuramente importante, ma non è il primo che Bruno Bozzetto riceve e (speriamo) non sia neanche l’ultimo. Che effetto le fa ricevere oggi, a questo punto della sua carriera, un premio così importante?

Bruno Bozzetto – Mi ha fatto molto piacere. Intanto perché il David di Donatello è oggettivamente un bellissimo premio e averlo tra le mani è già una soddisfazione rispetto alle tante targhe e ai tanti riconoscimenti ricevuti negli anni.

Ma soprattutto mi ha fatto piacere perché arriva dal mondo del cinema. Io ho ricevuto parecchi premi alla carriera… non so neanche più quanti. Però in genere arrivano dal mondo dell’animazione o da ambienti specifici che danno importanza a determinate cose.

Quando invece il riconoscimento arriva dal cinema, significa che viene riconosciuta la tua capacità di fare film. Ed è questo che interessa a me e credo a tutti i registi di animazione.

Noi siamo sempre stati un po’ relegati all’idea del cinema per bambini. Quando si parla di animazione, la gente pensa automaticamente a un film per bambini, e non è corretto.

Noi realizziamo film esattamente come un regista di cinema dal vero. Scriviamo il soggetto, la sceneggiatura, realizziamo lo storyboard, creiamo i personaggi. Sono aspetti che il regista tradizionale spesso non fa direttamente. Lui deve trovare gli attori che corrispondano alla sua idea. Per il resto, montaggio, musica, effetti, sono gli stessi strumenti.

Eppure, quando un film animato è finito, non viene definito commedia, film d’avventura, western o fantascienza. Viene definito semplicemente “film d’animazione”.

È come se, davanti a un film di Paolo Sorrentino, io scrivessi “film con attori”. È assurdo.

L’animazione è una tecnica, non un genere. Se faccio un western, ho fatto un western. Se faccio un giallo, ho fatto un giallo.

Per questo ricordo sempre con piacere Piero Angela. Lui era una persona intelligentissima. I nostri lavori non li definiva mai “film d’animazione”, ma li chiamava “film di divulgazione scientifica”. Se poi l’animazione aiutava a spiegare meglio i concetti, tanto meglio, ma il genere restava quello.

Ecco, questo David di Donatello ha in qualche modo consacrato l’idea che anche noi facciamo cinema. E per me questo è stato molto importante.

In foto: Bruno Bozzetto con il David di Donatello ricevuto come premio alla carriera

Prima ha citato Piero Angela, che è stata una figura importante per la sua carriera. Nel suo ultimo libro, Il Signor Bozzetto. Una vita animata, parla specificatamente di lui, ma anche di suo nonno e di suo padre, due persone che hanno avuto un ruolo altrettanto importante nella sua crescita professionale. Come hanno contribuito questi tre uomini alla formazione del Bruno Bozzetto regista?

Bruno Bozzetto – Mio nonno, pittore, mi ha formato inconsciamente, attraverso il DNA.

Fin da giovane mi sono ritrovato con una certa predisposizione al disegno; le proporzioni, i punti di fuga, tutto ciò che riguarda la rappresentazione grafica mi veniva naturale.

Non ho mai dovuto studiare particolarmente queste cose: se un disegno aveva qualcosa di sbagliato, lo vedevo subito.

Questo lo devo a lui, anche se purtroppo l’ho frequentato poco perché è morto quando ero ancora giovane.

Ricordo però l’impressione che mi faceva vederlo dipingere affreschi enormi, di due, tre o quattro metri. Per me era qualcosa di magico.

Lui aveva uno stile realistico, completamente diverso dal mio. Era un pittore vero e proprio. Ha realizzato affreschi in molte chiese, ha lavorato anche per La Scala e ha eseguito opere molto importanti. Poteva dipingere enormi scene di battaglia con decine di cavalieri.

Il suo lavoro era lontanissimo da quello che ho fatto io. Però mi ha trasmesso la passione e soprattutto quella capacità istintiva di riconoscere ciò che funziona e ciò che non funziona in un disegno.

Io poi ho scelto una strada completamente diversa: semplice, caricaturale, ironica. Ma la facilità nell’affrontare il disegno la devo sicuramente a lui.

In foto: un giovane Bruno Bozzetto

E invece suo padre Umberto?

Bruno Bozzetto – Mio padre è stato una figura fondamentale nella mia vita.

Mi ha sostenuto e aiutato in tutti i modi possibili. Quando ho iniziato, alla fine degli anni Cinquanta, l’unico vero concorrente era Walt Disney. Pensare di poter fare un lavoro del genere in Italia era quasi impensabile.

Io stesso non avevo mai immaginato di trasformarlo in una professione: era semplicemente un hobby.

La cosa più importante è che lui mi aiutò nella parte tecnica. Il cinema d’animazione è composto da due aspetti distinti: quello artistico e quello tecnico.

La parte tecnica è molto complessa. Non basta prendere una macchina da presa e filmare. Bisogna fotografare i disegni uno per uno, avere luci adeguate, filtri per evitare riflessi, meccanismi che consentano alla macchina di avanzare e arretrare.

E poi c’era tutta la tecnica della realizzazione. Disegnare su un foglio è una cosa, realizzare centinaia di fogli perforati con precisione è un’altra.

Chi costruiva i registri metallici? Chi preparava i materiali? Non esisteva nulla.

Io avevo imparato la teoria da un libro, ma fu mio padre a costruire concretamente tutto quello che serviva. Mi aiutò a reperire fogli trasparenti, colori e strumenti che in Italia erano praticamente sconosciuti. Era un piccolo genio della tecnica. Avere un supporto del genere è stato fondamentale.

Tra l’altro ho scoperto che nel mondo dell’animazione quasi tutti i grandi lavoravano in coppia. Walt Disney aveva suo fratello che si occupava della parte commerciale e organizzativa. Molti altri autori erano affiancati da una seconda figura complementare.

Io ho avuto mio padre, si chiamava Umberto Bozzetto ed è stato una persona fondamentale: il mio primo collaboratore, il mio primo sostenitore e probabilmente anche il mio primo tifoso.

Mi ha aiutato anche nella parte commerciale, nel trovare persone e opportunità. È stato davvero un partner eccezionale.

Uno dei disegni animati realizzati da Bruno Bozzetto e tratti da Quark

Quark e Carosello sono i programmi televisivi dove lei è stato protagonista. Ci può raccontare qualche aneddoto particolare o curioso legato a questi due programmi che hanno segnato la storia della televisione italiana?

Bruno Bozzetto – Carosello è stato fondamentale perché mi ha permesso di aprire lo studio. Grazie ai primi guadagni ho potuto assumere collaboratori e costruire una vera struttura professionale.

Ma non solo; in seguito è stato proprio Carosello a finanziare i cortometraggi e i lungometraggi. I soldi che guadagnavo li reinvestivo nei progetti in cui credevo. Non mi sono costruito una piscina personale, per intenderci: ho fatto dei film.

Carosello è stata anche una grande scuola. Mi ha insegnato a rispettare le consegne, i tempi stretti e soprattutto una serie di regole molto rigide.

Esisteva una censura severissima all’epoca. Non si potevano usare determinate parole. Ad esempio non si poteva dire “olio vergine“, bisognava dire “puro olio d’oliva“. La parola “vergine” era vietata. Erano cose assurde e oggi fanno sorridere, ma all’epoca bisognava attenersi alle regole.

Per quanto riguarda Quark, invece, la collaborazione con Piero Angela nacque in modo molto semplice.

Io leggevo i suoi libri, che continuo a considerare straordinari, perché erano scritti in maniera chiara, accessibile e pieni di esempi visivi.

Avendo, io, una grande capacità di visualizzazione, mentre leggevo, vedevo già un film nella mia testa. Così gli scrissi una lettera dicendogli:

“Caro dottor Piero Angela, leggendo i suoi libri vedo dei film. Perché non realizzare un’animazione basata su quello che scrive?”

Lui già mi conosceva, aveva visto Allegro non troppo e mi stimava. Mi rispose che l’idea gli piaceva molto, ma che produrre un film tratto da un libro era economicamente rischioso. Aggiunse però che, alla prima occasione, ci saremmo risentiti.

Dopo alcuni mesi mi telefonò. Mi disse: “Mi hanno affidato una nuova trasmissione Rai che si chiamerà Quark. Vorrei inserire in ogni puntata un breve filmato di divulgazione scientifica e vorrei realizzarlo con i disegni animati.”

Mi indicò un articolo uscito quel giorno su La Repubblica e mi chiese di trasformarlo in uno storyboard. Lo preparai, glielo mandai e lui mi rispose: “Perfetto. Andiamo avanti.”

E da lì è iniziata la nostra collaborazione.

Abbiamo realizzato circa sessanta filmati da otto o dieci minuti e una quarantina di contributi più brevi per Miniquark.

Abbiamo lavorato insieme per dieci anni senza avere mai un problema, una discussione o uno screzio. Lavorare con lui era un piacere, anzi: non sembrava nemmeno lavoro.

Immagine tratta da Quark, realizzata dallo studio Bozzetto

Passiamo ora a una delle sue creazioni più celebri: il Signor Rossi. Come è nata la creatura probabilmente più importante della sua carriera, simbolo dell’italiano medio?

Bruno Bozzetto – Nasce da una vendetta personale.

Ero molto giovane, avevo circa diciannove anni. Avevo realizzato il mio primo film, Tapum! La storia delle armi, e successivamente un secondo lavoro dedicato alla storia delle invenzioni, realizzato in coproduzione con John Halas, autore del celebre adattamento animato de La fattoria degli animali di Orwell.

Non è un film straordinario e con Halas avevo avuto alcune divergenze creative: io avrei voluto un approccio più forte e personale, mentre lui preferiva un’impostazione più didattica.

Comunque ero molto giovane e stavo realizzando qualcosa che in quel periodo praticamente nessuno faceva.

Decisi di mandare il film a un festival che si teneva a Bergamo, città alla quale sono sempre stato molto legato. Il film, però, non venne accettato e la cosa mi sembrò davvero ingiusta.

Primo: ero uno dei pochissimi italiani che realizzavano animazione. Secondo: ero di Bergamo. Terzo: andai a vedere il festival e trovai film che, francamente, ritenevo molto peggiori del mio.

Mi sembrò una bocciatura incomprensibile.

Lei in precedenza aveva già partecipato al Festival di Cannes con un altro film, se non sbaglio.

Bruno Bozzetto – Sì, con Tapum! La storia delle armi.

Però bisogna ricordare che all’epoca non c’era l’attenzione mediatica di oggi. Oggi basta sollevare un bicchiere e finisci sui giornali. Allora non era così.

Comunque quella bocciatura mi diede molto fastidio e decisi di raccontare la vicenda in modo ironico, inventando un personaggio che chiamai Signor Rossi.

Nel film cerca di realizzare un’opera, la presenta a un festival, viene respinto e allora, per rabbia, rovina la pellicola, la sporca e la getta all’interno del palazzo della manifestazione. E proprio quella pellicola vince l’Oscar.

Era una storia chiaramente autobiografica, ma la cosa divertente è che, senza accorgermene, avevo disegnato il direttore del festival di Bergamo.

Non l’ho fatto apposta: me ne sono reso conto solo dopo, ma era identico: basso, pelato, con i baffetti. Non ci fu alcuna cattiveria, ma fu una coincidenza assolutamente inconscia.

Lui se ne accorse?

Bruno Bozzetto – Non gliel’ho mai detto. Era una persona molto conosciuta e rispettata a Bergamo, impegnata nell’organizzazione di mostre, eventi e festival. Solo dopo la sua morte ho iniziato a raccontare questo episodio. Ripeto: non c’era nessuna intenzione polemica.

Da quel primo film nacque poi tutto il resto.

L’anno successivo volevo raccontare la storia di un uomo comune che va a sciare. Poi mi venne in mente quello che va al mare. Poi quello che va in campeggio.

Avrei potuto inventare ogni volta un personaggio diverso, ma mi resi conto che avevo già il Signor Rossi. Piaceva al pubblico, era simpatico e ormai sapevamo come animarlo, così continuai a usarlo.

In pratica nacque una delle prime vere serie animate italiane: otto film con lo stesso protagonista. Ed è proprio questo che rese il Signor Rossi così popolare.

E c’è anche un bell’aneddoto che coinvolge suo padre Umberto e il “salvataggio” del Signor Rossi.

Bruno Bozzetto – Sì, ed è una storia incredibile.

Per poter essere distribuiti nei cinema, questi cortometraggi dovevano partecipare a un concorso ministeriale. Era necessario presentare documentazione, soggetti e pratiche burocratiche per ottenere il cosiddetto “premio di qualità”.

Conobbi una società romana specializzata in questo tipo di procedure. Loro si occupavano di tutta la parte burocratica mentre io mi sarei occupato di realizzare il film. Sembrava una soluzione comoda.

Dopo un po’, però, mio padre mi fece notare una cosa e mi disse:

“Bruno, se sono loro a presentare tutta la documentazione ufficiale, sulla carta il Signor Rossi appartiene a loro.”

Io rimasi sconvolto. Avevo creato il personaggio, scritto la storia, investito i soldi, prodotto e disegnato tutto, eppure rischiavo di non esserne il proprietario. Mi sembrava una follia.

Fu mio padre a convincermi ad andare a Roma per chiarire la situazione. All’inizio non volevo nemmeno crederci, ma alla fine ci andai e riuscimmo a risolvere il problema e meno male. Ancora oggi mi sembra assurdo pensare che qualcuno, senza aver contribuito creativamente, potesse diventare proprietario di un personaggio. Ma la burocrazia funziona così.

Quindi suo padre ha salvato il Signor Rossi, ma anche lei.

Bruno Bozzetto – Esattamente, ma direi soprattutto il Signor Rossi.

A proposito del Signor Rossi, il personaggio ha avuto anche una vita a fumetti sulle pagine del Corriere dei Piccoli. Fare un fumetto e fare un film sono due cose molto diverse e quindi volevo chiederle come si è trovato nel creare un fumetto? Quali differenze ha riscontrato rispetto alla realizzazione di un film d’animazione?

Bruno Bozzetto – Allora, i fumetti del Corriere dei Piccoli non li ho fatti direttamente io, ma li ha realizzati il mio studio, perché era una cosa abbastanza meccanica. Li ho seguiti poco.

Ho invece realizzato un libro che si chiamava Il Signor Rossi e le donne, che è interamente a fumetti e in cui ho utilizzato il Signor Rossi come personaggio fumettistico.

La differenza sostanziale è che fare un fumetto è molto più semplice. Per fare un film devo coinvolgere sei, sette, otto, dieci persone; il fumetto invece posso realizzarlo interamente da me. Posso modificarlo in corsa, cambiare ciò che mi viene in mente, correggere e sperimentare continuamente.

È anche più divertente, devo dire, perché molte idee nascono all’ultimo momento. L’ho trovato molto simpatico come mezzo espressivo.

Non sono particolarmente appassionato di fumetti, nel senso che, avendo fatto film per tutta la vita, un film con dialoghi, musica e rumori mi offre molto di più. C’è un ritmo narrativo che trovo più stimolante.

Però devo dire che ultimamente faccio più fumetti che film. Faccio vignette, disegni, cose di questo genere. Ed è chiaramente una specie di gioco: ci si mette lì, ci si diverte, si prova.

Oggi poi, con la tavoletta grafica, è meraviglioso. Uno può fare una cosa, poi cambiarla, cancellarla, rifarla dieci volte, fare esperimenti. È molto bello.

La cosa fondamentale, sia nel fumetto sia nel cinema, però, è l’idea. Più ancora del disegno.

Ecco perché prima dicevo che mi considero soprattutto un regista o un soggettista. Senza un soggetto non nasce nulla di particolarmente interessante.

Possono nascere dei disegni meravigliosi, certo, ma io sono meno interessato al disegno in sé. Non sono un pittore. Io voglio comunicare.

Quello che mi interessa è la storia, ciò che ho da dire. Se non ho un’idea per il fumetto e se non ho un’idea per il film, non faccio niente. Rimango praticamente fermo, immobile.

Sono completamente d’accordo con lei. Alla storia ci si può appassionare, ci si può affezionare. Del disegno si può dire “che bello” e finisce lì, senza nulla togliere al lavoro degli artisti. Almeno dal punto di vista emotivo.

Bruno Bozzetto – Secondo me il discorso va impostato così: io considero il cinema e il fumetto dei mezzi di comunicazione.

Se ho un microfono davanti ma non ho niente da dire, non comunico nulla. Posso usare parole bellissime, fare discorsi eleganti, ma non comunico niente.

Allora posso anche fare una mostra grafica, mostrare disegni meravigliosi in un palazzo o in una galleria.

Nel momento in cui utilizzo il dialogo, la musica, i rumori, lo faccio per comunicare un concetto. Senza concetti non nasce nulla. Questo è sempre stato il mio punto di vista e l’ho mantenuto fin dal primo film.

Bruno Bozzetto con in braccio una riproduzione della sua creatura più importante: il Signor Rossi

Sono assolutamente d’accordo. Senta, recentemente è stata annunciata una nuova serie animata dedicata al Signor Rossi che arriverà su RaiPlay e Rai Gulp. Come dicevamo prima, il Signor Rossi rappresentava l’italiano medio degli anni in cui è stato creato. Nel 2026 è ancora lo stesso personaggio oppure è diventato un Signor Rossi più moderno, che deve confrontarsi con una società completamente diversa da quella delle sue origini?

Bruno Bozzetto – Io considero il Signor Rossi come l’uomo medio.

L’uomo medio esiste ed esisterà sempre, perché tutti noi siamo uomini medi e ogni giorno abbiamo a che fare con problemi nuovi e situazioni nuove.

L’aspetto estetico del personaggio è una cosa. Il contenuto è sempre nuovo.

Prendiamo I Simpson, la serie animata più longeva mai realizzata. Perché funziona da così tanto tempo? Perché parla di persone normali che ogni giorno hanno problemi con il vicino, con la scuola, con le vacanze. Sono situazioni universali.

Io mi metto nei panni dell’uomo medio e vedo che oggi ho molti problemi con la tecnologia moderna. Alcuni riesco a risolverli, altri no.

Come il Signor Rossi, affronto tutto con entusiasmo, ma spesso vado a sbattere contro un muro.

Mi accorgo che la domotica può essere meravigliosa, ma può anche fare brutti scherzi. Mi accorgo che l’automazione può essere utilissima, ma a volte complica le cose. Queste situazioni mi sembrano divertenti da raccontare.

Perciò ho fatto lo stesso ragionamento che feci cinquant’anni fa e mi sono detto: perché creare un personaggio nuovo? Il Signor Rossi è l’uomo medio e posso metterlo ovunque.

Gli cambierò l’abbigliamento, magari gli metterò gli occhiali o un cappellino diverso, ma resta l’uomo che si alza al mattino e scopre che Siri non risponde più, oppure che il navigatore lo porta in mezzo ai campi invece che a destinazione. Sono situazioni in cui tutti possiamo riconoscerci.

Ovviamente, dovendo realizzare cinquanta episodi, i soggetti diventano molto diversi tra loro. Si inventano situazioni nuove, magari anche un po’ più forzate. L’idea di base, però, è questa.

Ci tengo a precisare che questa serie è seguita soprattutto da mio figlio Andrea. Io faccio un po’ il papà che conosce il Signor Rossi e supervisiona il lavoro.

Ma è lui che sta cercando gli sceneggiatori, sviluppando i soggetti e seguendo concretamente la produzione. La serie è già entrata nelle prime fasi di lavorazione e sarà piuttosto lunga, perché gli episodi sono molti, cinquanta o cinquantuno, non ricordo con precisione.

Se avessi dovuto realizzarli tutti personalmente ci avrei lasciato le penne, perché è un lavoro enorme.

A un certo punto ci si ritrova con quindici episodi in lavorazione contemporaneamente, che si intrecciano tra loro. È davvero un lavoro molto complesso da seguire.

Il ritorno del Sig. Rossi, in arrivo prossimamente con una nuova serie animata

Passando a uno dei suoi lungometraggi cult, Allegro non troppo quest’anno compie 50 anni. È il lavoro che hai realizzato che reputa personalmente il migliore? Quello di cui va più orgoglioso?

Bruno Bozzetto – Direi di sì, anche perché ho avuto dei collaboratori e degli animatori di altissimo livello.

Ho avuto Giovanni Ferrari e Walter Cavazzuti, che hanno realizzato l’animazione del Bolero, quella dell’Ape di Vivaldi e anche l’episodio dell’Uccello di fuoco. Non posso non citare, poi, Giuseppe Laganà, direttore artistico del Bolero e del Preludio al pomeriggio di un fauno e Maurizio Nichetti, che fu molto importante nelle riprese dal vero.

Insomma, ho avuto degli animatori che erano veramente al top e questo ha dato un valore enorme all’estetica del film.

Il gatto sul Valzer triste di Jean Sibelius, per esempio, è stato animato da Giovanni Ferrari.

Il gatto dell’episodio Valzer triste

Però vorrei fare una precisazione; più che i lungometraggi, io adoro i cortometraggi, perché mi permettono di raccontare storie molto ricche in pochi minuti, di cambiare stile, di essere più graffiante e, se vogliamo, anche più cattivo.

Vorrei chiarire che Allegro non troppo non è propriamente un lungometraggio: è un insieme di cortometraggi. Ed è proprio nei cortometraggi che mi ritrovo meglio.

I film che amo di più, come La vita in scatola, Cavallette o Mister Tao, sono film di pochi minuti.

Con Allegro non troppo mi sono ritrovato ad avere un modo di espressione che sentivo molto mio.

Ho avuto delle musiche meravigliose che amavo profondamente e sono riuscito a realizzare un lungometraggio fatto di cortometraggi. Quindi ho raggiunto molti degli obiettivi che mi ero prefissato. Sicuramente è il film a cui sono più affezionato.

Anche se, dal punto di vista emotivo e sentimentale, quello che porto più nel cuore è West and Soda. Lo abbiamo realizzato quando eravamo giovani.

Eravamo un po’ pazzi, non sapevamo esattamente cosa stessimo facendo, non avevamo mai realizzato un lungometraggio e c’era una carica, un entusiasmo molto forti.

Quindi quello è il film che tengo più nel cuore. Però il film più bello resta Allegro non troppo.

Dovesse fare oggi Allegro non troppo o un suo potenziale secondo capitolo, c’è qualcosa che cambierebbe? Con le nuove tecnologie, rispetto all’epoca, (e specifico che non mi riferisco all’I.A.!), sperimenterebbe qualcosa di nuovo, utilizzando magari anche solo un genere musicale diverso rispetto alla musica classica o lo ritiene perfetto così?

Bruno Bozzetto – Due anni fa ho realizzato un altro film che, tra me e me, ho definito Allegretto non troppo. [risata n.d.r.]

Il titolo vero era Sapiens?, con il punto interrogativo [corto realizzato nel 2024 n.d.r.].  È composto da tre brani di musica classica e, tutto sommato, rappresenta una continuazione di Allegro non troppo. Ho visto che, sostanzialmente, non ho cambiato molto.

L’unica novità importante è stata un episodio basato sul Notturno di Chopin, che ho fatto realizzare in 3D da Adriano Marigo. Ho quindi sperimentato una tecnologia che mi affascinava molto.

La storia è quella di un ragnetto, molto stilizzato, che cade in un lavandino e non riesce più a uscirne. Da questa situazione nascono una serie di momenti divertenti. È un film in difesa degli insetti, che io tendo sempre a difendere, così come con qualunque animale.

Il primo episodio, basato su un brano di Giuseppe Verdi, parla della guerra e ne mostra la stupidità e l’inutilità. Il terzo episodio, costruito sul Coriolano di Beethoven, racconta la distruzione degli animali da parte dell’uomo, fin dalla comparsa dell’essere umano sulla Terra.

È quindi un episodio chiaramente ecologista e in difesa degli animali. In sostanza non ho cambiato molto.

Ho sperimentato il 3D, ma mi sono trovato bene seguendo le stesse orme di Allegro non troppo.

Per me il risultato perfetto non dipende necessariamente dalla musica classica, perché potrebbe essere anche musica moderna, ma quello che mi interessa è far combaciare perfettamente la musica con un’idea che ho in testa.

Quando questa fusione funziona, per me si raggiunge la perfezione.

Ci sono riuscito con Allegro non troppo e anche con Sapiens?, perché i film che avevo immaginato sono usciti esattamente come li avevo pensati. Potrei farne un altro anche utilizzando musica moderna. Non avrei alcun problema. Devo soltanto trovare l’idea giusta e verificare che funzioni davvero.

Le faccio una domanda legata proprio a questo. Quando ha realizzato Allegro non troppo, ascoltava la musica e immaginava le scene, oppure aveva già le immagini in testa e poi le collegava alla musica?

Bruno Bozzetto – Ascoltavo la musica. La ascoltavo dieci, venti, trenta, quaranta volte, piano piano cercavo un’idea e, poco alla volta, costruivo il racconto. Era un lavoro molto difficile.

Se si vuole mantenere una sincronizzazione corretta, bisogna percepire il mood della musica e adattare la storia a quel mood, a quei suoni.

Bisogna creare qualcosa che si avvicini il più possibile allo spirito della musica, senza però tradire la storia. Perché la storia, a un certo punto, prende una sua direzione e pretende di seguirla.

Ha una struttura drammaturgica che va rispettata. Non posso far uscire tre personaggi da una porta e, nella scena successiva, ritrovarli improvvisamente in mezzo al mare senza alcuna logica. Tutto deve avere coerenza, e questa coerenza deve convivere con la musica.

Per questo è un lavoro molto complesso e molto difficile, ma anche estremamente stimolante e bellissimo.

Immagine tratta da ‘Sapiens?’

C’è un progetto che reputa il più complesso, il più stressante, il più complicato? Quello che le ha fatto passare la maggior parte delle notti insonni tra tutti quelli che ha realizzato?

Bruno Bozzetto – Ce n’è uno, ma non è un cortometraggio e non è nemmeno un film d’animazione: è Sotto il ristorante cinese [film del 1987 n.d.r.]

Lì ho perso davvero il sonno, perché mi sono trovato ad affrontare un lavoro che non era il mio. Ma ho avuto anche parecchia sfortuna: quando mi serviva il sole pioveva, quando mi serviva la pioggia c’era il sole.

E poi era la prima volta che lavoravo con attori, fotografi e con tutto il mondo del cinema dal vero.

Ho scoperto che un lavoro del genere significa affrontare, dalla mattina alle sette fino alla sera, un imprevisto dietro l’altro. E io non ero abituato.

Nel cinema d’animazione lavoriamo con molta più tranquillità. Abbiamo il nostro tavolo, riflettiamo, ci fermiamo a bere un bicchiere d’acqua e poi torniamo a lavorare. Nel cinema dal vero non è così.

Si arriva sul set, si monta tutto e magari si scopre che il luogo che si doveva filmare è stato rovinato durante la notte.

Oppure arriva un’attrice con un forte mal di testa e non se la sente di recitare. Insomma, gli imprevisti sono continui. Lì ho veramente perso il sonno.

Mi sono divertito perché mi piace fare cinema con gli attori e con la macchina da presa, ma mi sono reso conto che è un lavoro molto difficile.

Sicuramente molto lontano dallo spirito di chi è abituato a realizzare film d’animazione con più calma e con tempi più lunghi.

Foto tratta dalla pellicola ‘Sotto il ristorante cinese’

Le chiedo di raccontarci, per l’ennesima volta, quello che è uno dei suoi racconti più interessanti, ovvero la sua personale notte degli Oscar del 1991. So che ha avuto modo di conoscere Kim Basinger, ma quello è solo uno dei tanti aneddoti legati a quell’esperienza.

Bruno Bozzetto – Non è vero che l’ho conosciuta, ma è stato Simone Tempia, nel libro a ricamarci sopra parecchio. [Il libro si intitola ‘Il signor Bozzetto – Una vita animata’ n.d.r.]

Io ho semplicemente detto che non l’avevo mai ritenuta particolarmente bella per i miei gusti e che, quando l’ho vista di persona, mi sono ricreduto perché è bellissima. Ho detto solo questo. Lui ci ha ricamato molto sopra. L’ho anche sgridato. [risata n.d.r.]

La notte degli Oscar è stata divertente soprattutto per l’arrivo davanti al cinema.

Il produttore-distributore di Cavallette che si chiamava Spike [della società “Spike & Mike”, molto famosa all’epoca nell’ambito dell’animazione n.d.r.] ha portato me, Nick Park, che era l’altro candidato agli Oscar, l’autore di Wallace & Gromit, e Roberto Frattini, il compositore delle musiche dei miei film, che era con me a Hollywood.

Ci ha accompagnati alla cerimonia su una Cadillac scoperta. Lui era vestito da pirata, con tanto di cappello da pirata. Una cosa completamente folle. Sembrava di andare a una festa di Carnevale.

Ci ha scaricati davanti all’ingresso in queste condizioni e credo che abbiano avuto una certa sorpresa nel vederci arrivare così. Però è stato molto divertente. Mi ha colpito soprattutto l’organizzazione, che era pazzesca.

C’è un episodio che racconto sempre perché è molto divertente.

Ero seduto vicino a Nick Park e a Roberto Frattini. A un certo punto, durante una pausa, Roberto si è alzato per andare in bagno. Immediatamente è arrivata una splendida bionda molto scollata che si è seduta accanto a me.

Successivamente abbiamo scoperto che tutti questi giovani, uomini e donne molto belli, erano stati preparati per riempire eventuali posti vuoti. Non volevano che le telecamere inquadrassero sedie libere.

Quindi c’erano ragazzi e ragazze pronti a intervenire: appena qualcuno si alzava, uno di loro prendeva immediatamente il suo posto. Questo dà l’idea del livello di organizzazione.

Però appena Roberto è tornato, la ragazza si è alzata immediatamente. Erano tutti perfettamente coordinati.

Immagine tratta da ‘Cavallette’, opera animata che ha portato alla candidatura all’Oscar 1991 Bruno Bozzetto

Il panorama dell’animazione si è evoluto tantissimo negli ultimi anni, con un’internazionalizzazione e una contaminazione degli stili e delle culture. È molto più facile vedere opere animate di altri Paesi anche al cinema, che fino a qualche anno fa non sarebbero mai arrivate. E di conseguenza c’è anche una maggiore contaminazione di stili. Riguardo proprio al concetto di contaminazione ed evoluzione, l’Italia a che punto è in questo momento e cosa può trarre dalle altre culture dell’animazione?

Bruno Bozzetto – Può imparare moltissimo. Le contaminazioni sono sempre positive.

Poi dipende dalla storia che si vuole raccontare. Nessuno copia davvero un altro autore, però può essere influenzato.

Una cosa che ho notato è che, ultimamente, molti ragazzi che vengono a mostrarmi i loro lavori presentano disegni chiaramente influenzati dal Giappone. Direi che il novanta per cento porta disegni di quel tipo. Secondo me questo è un po’ eccessivo, però è inevitabile che, vedendo così tanto materiale, certe influenze entrino nel proprio modo di disegnare.

Io torno sempre al discorso della storia: prima si pensa alla storia e poi si decide quale sia la strada migliore da seguire per raccontarla.

A Napoli, per esempio, c’è la Mad Entertainment, che ha realizzato film con uno stile diverso, più legato al personaggio realistico. Sono tutti cambiamenti positivi, perché aprono nuove strade e nuove esperienze.

Alla fine, però, tutto ricade sempre sulla storia; se il racconto è interessante, funziona indipendentemente dallo stile utilizzato.

Potrei usare anche uno stile vecchio e ottenere successo, se la storia è buona. Viceversa, se la storia è debole, non funziona nemmeno con lo stile più moderno.

Credo che questo sia un momento molto interessante, perché arrivano tante idee nuove, tanti stimoli e tante strade diverse da esplorare. Per me va benissimo. Penso che sia utile per tutti vedere il maggior numero possibile di film e lasciarsi contaminare il più possibile. In questo modo si cresce, si cambia e si aprono nuovi orizzonti.

Siamo arrivati all’ultima domanda, che ci tengo particolarmente a farle. Lei è un amante delle barzellette, ma dice di non essere bravo a raccontarle. Ecco… c’è o c’è stata una persona nella sua vita che reputa la migliore nel raccontarle a lei agli amici o al pubblico?

Bruno Bozzetto – Sì, c’è una persona e la sua storia è anche molto interessante.

Questa persona è capace di raccontarne trenta di seguito ed è un genio nel far ridere tutti. Si tratta di Roberto Frattini, il compositore delle musiche dei miei ultimi film.

Roberto oltre a essere un bravissimo compositore e direttore d’orchestra, è simpaticissimo e possiede un umorismo straordinario. Io mi sono detto che era la persona ideale per fare la musica dei miei film.

Ho sempre basato moltissime situazioni e moltissimi film sull’umorismo. Perciò ho pensato: se trovo qualcuno che è un bravo compositore e che in più ha il senso dell’umorismo, allora ho trovato il massimo. Infatti ci ho azzeccato, perché lui ha realizzato alcune delle più belle colonne sonore dei miei film.

Ma la cosa interessante è che riesce a mantenere anche nella musica quelle pause, quei tempi e quei momenti che rendono una situazione divertente. A un certo punto gli ho addirittura chiesto, come favore, di realizzare anche gli effetti sonori, perché l’effetto sonoro fa parte della musica. Diventa un ritmo narrativo, musicale e sonoro.

E lui, con il suo spirito, ha creato rumori eccezionali, persino utilizzando la propria voce e devo dire che, grazie al suo umorismo, ha realizzato alcune tra le colonne sonore più belle che io abbia avuto.

Quindi sì, ce l’ho una persona che ammiro particolarmente: Roberto Frattini.

In foto da sinistra: Roberto Frattini, Bruno Bozzetto e Silvio Orlando

Sulle barzellette, prima di chiudere, le racconto un episodio, che forse può interessare anche lei: ha mai conosciuto qualcuno che abbia inventato una barzelletta?

Effettivamente no.

Bruno Bozzetto – Tutti dicono sempre: “Ti racconto una barzelletta che ho sentito”.

Esiste una teoria affascinante secondo la quale le barzellette ci arrivano dagli extraterrestri, che vogliono controllare il senso dell’umorismo dell’umanità. Quando noi non rideremo più alle barzellette, ci elimineranno tutti. [risata n.d.r.]

Effettivamente è una teoria bellissima. Speriamo allora che continuino a esistere barzellette ancora per molto tempo e se nei prossimi anni dovesse arrivare un’invasione aliena, sapremo che è perché nessuno ride più.

Bruno Bozzetto – Anche perché io dico sempre che l’umorismo è una forma di civiltà.

Un popolo che non ha umorismo è un popolo pericolosissimo, perché prende tutto troppo seriamente. Nel momento in cui le cose si mettono davvero male, bisogna sempre conservare un po’ di leggerezza.

L’altro giorno eravamo a Bergamo ed è venuto al nostro festival Lillo. È fantastico dal punto di vista dell’umorismo.

Parlavamo proprio di questo argomento e lui diceva: “Anche nelle situazioni più drammatiche riesco a ridere. Non riesco ad arrabbiarmi“. Ecco, io credo che questo sia un modo per smussare gli angoli e accettare tante cose.

La ringrazio davvero tantissimo per il suo prezioso tempo. Ero anche un po’ emozionato, quindi mi perdoni se magari ho detto qualche strafalcione.

Bruno Bozzetto – Ma no, assolutamente. Grazie molte e buona serata.


Bruno Bozzetto – Biografia

Bruno Bozzetto (Milano, 1938) è uno dei più importanti autori e registi dell’animazione italiana, nonché una figura fondamentale nella storia del cinema d’animazione europeo. Creatore dell’indimenticabile Signor Rossi, simbolo dell’italiano medio alle prese con le contraddizioni della società contemporanea, nel corso della sua carriera ha realizzato lungometraggi diventati cult come West and Soda, Vip – Mio fratello superuomo e Allegro non troppo, considerato uno dei capolavori dell’animazione mondiale.

Attivo dagli anni Cinquanta, Bozzetto ha saputo coniugare satira, innovazione tecnica e sensibilità artistica, collaborando anche con Piero Angela per i celebri filmati divulgativi di Quark. Nel 1991 è stato candidato al Premio Oscar per il cortometraggio Cavallette e, nel corso della sua carriera, ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui l’Orso d’Oro al Festival di Berlino e due David di Donatello Speciali, l’ultimo nel 2026.

Ancora oggi continua a raccontare con ironia e intelligenza i vizi, le virtù e le trasformazioni della società contemporanea, confermandosi uno dei più autorevoli e amati maestri dell’animazione italiana.

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