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Intervista ad Antonio Marinetti

Intervista ad Antonio Marinetti, artista italiano che ha fatto dell’iperrealismo il suo punto di forza nella serie regolare di Dylan Dog

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Qualche giorno fa ho letto il mensile di febbraio di Dylan Dog, My Splatter Valentine, dedicato a San Valentino, la festa degli innamorati.

Sarà stato Cupido o magari qualche altra forza soprannaturale, ma quel giorno mi sono innamorato dei disegni di Antonio Marinetti. Così l’ho contattato per fargli qualche domanda sul suo percorso da fumettista in Bonelli e sul suo approdo in Dylan Dog.

Ciao Antonio, e benvenuto su popcornerd.it. Innanzitutto grazie per averci dedicato il tuo tempo e complimenti per il tuo ultimo lavoro per Sergio Bonelli Editore, My Splatter Valentine. La sceneggiatura di Chiaverotti è intensa e coinvolgente, e il tuo contributo grafico eleva ulteriormente il racconto: il risultato è davvero notevole.

Antonio Marinetti – Grazie per l’invito e per l’attenzione che dedicate al mio lavoro, per me non è affatto scontato. My Splatter Valentine, l’albo di Dylan Dog dedicato a questa dolce festività, credo sia riuscito particolarmente bene, anche se resto sempre molto critico verso ciò che realizzo ed evito di riguardarlo. La storia di Chiaverotti è notevole, ricca di colpi di scena, di momenti splatter e di temi che invitano alla riflessione. È uno sceneggiatore fondamentale per Dylan, ne conosce a fondo i meccanismi e l’essenza originaria. Questa è la prima storia che ho disegnato per lui e ne sono molto soddisfatto.

Percorso professionale: da Nick Raider a Dylan Dog passando per Julia

Puoi raccontarci il tuo percorso professionale e artistico che ti ha portato, nel 2023, a entrare nel team di Dylan Dog per Sergio Bonelli Editore?

Antonio Marinetti – Il mio percorso inizia nei primi anni Duemila con l’ingresso in Bonelli su Nick Raider, per cui realizzo due albi, uno a matita e uno interamente da solo. Poco dopo la serie era in chiusura e fui assegnato a Julia probabilmente per affinità stilistica. Lì ho lavorato per oltre vent’anni. È stata un’esperienza lunga e formativa, ma sentivo di aver dato tutto alla serie e che nulla di nuovo potesse aggiungersi.

Antonio Marinetti in Julia

Antonio Marinetti in Julia

Il mio pensiero tornava al personaggio che mi aveva spinto a fare fumetti, Dylan Dog. Mentre lavoravo a una storia di Julia durante un fine settimana decisi di realizzare tre tavole di prova per Dylan. Realizzai tre tavole consecutive, una sorta di mini storia con inizio e fine senza che mi fosse stato richiesto. È noto quanto sia difficile passare da una serie all’altra in Bonelli salvo richiesta esplicita della redazione quindi le mie speranze erano minime. Inviai le tavole a Franco Busatta che le apprezzò molto ma mi fece notare che ero una colonna portante di Julia e che il cambiamento non era semplice. Dopo la mia insistenza e vista la mia capacità di sostenere una buona produzione mensile mi propose di continuare regolarmente su Julia mantenendo il ritmo di consegna e parallelamente lavorare a un Old Boy. Accettai. Disegnai le prime dodici tavole in una settimana spinto dall’entusiasmo e piacquero molto.

Nel frattempo Barbara Baraldi che stava iniziando la sua curatela su Dylan Dog le vide e chiese che fossi coinvolto nella serie regolare per realizzare il primo numero del nuovo corso. Da lì è iniziata ufficialmente la mia collaborazione con Dylan Dog. Concluso quell’albo ripresi e terminai l’Old Boy. Per un periodo mi sono alternato tra le due serie fino all’inserimento stabile nella regolare dove lavoro tuttora.

Anatomia e iperrealismo

Leggendo i tuoi lavori – in particolare Dylan Dog 447, Hazel la Morta e Dylan Dog 473, My Splatter Valentine – ho notato un elemento ricorrente che mi ha colpito molto: gli occhi. I primi piani che realizzi in queste due storie sono di straordinaria intensità. Il livello di dettaglio e la qualità del tratto conferiscono alle tavole un realismo quasi fotografico. È una scelta consapevole? Provi un particolare interesse nel lavorare sui primi piani e, soprattutto, sugli occhi dei personaggi?

Antonio Marinetti – Per quanto riguarda gli occhi l’osservazione è corretta. Sono una mia costante, quando schizzo distrattamente finisco quasi sempre per disegnare occhi in ogni posizione. Più che una scelta razionale è qualcosa di inconscio. Sono spesso il primo elemento che inchiostro in una tavola. Nei primi piani concentro un’attenzione particolare, lo sguardo è il centro emotivo del personaggio, lì si manifesta la recitazione e la verità della scena. Il realismo che ne deriva non è pianificato ma naturale conseguenza del mio modo di disegnare. Con il tempo ho notato un progressivo avvicinamento all’iperrealismo, lascio che l’evoluzione segua il suo corso.

Occhi e iperrealismo in questa tavola tratta da My Splatter Valentine, di Chiaverotti e Marinetti

Restando sul piano tecnico, si percepisce anche un’attenzione marcata alla resa anatomica dei corpi. C’è stato uno studio specifico – accademico o personale – che ti ha portato a raggiungere questo livello di precisione, oppure è una dimensione espressiva nella quale ti senti naturalmente a tuo agio? Quanto contano pratica e ricerca nel tuo approccio al disegno?

Antonio Marinetti – Dietro la resa anatomica ci sono anni di studio che non si sono mai interrotti. Ho iniziato dai grandi maestri della pittura Leonardo, Michelangelo, Caravaggio e per il fumetto da Burne Hogarth che considero un eccellente compromesso tra anatomia reale e resa dinamica per i comics. Accanto allo studio sui testi c’è l’osservazione costante della realtà, posture, movimenti, tensioni muscolari. L’anatomia si comprende anche guardando. Posso dire di essere un appassionato della materia. In Dylan Dog nelle scene splatter mi è capitato di consultare documentazioni mediche e autoptiche per evitare soluzioni superficiali o imprecise. Le sceneggiature di Dylan Dog lasciano spazio all’interpretazione. Non ometto mai nulla di ciò che lo sceneggiatore richiede ma la regia è mia e la considero la parte più stimolante del lavoro forse persino più del disegno. Se non avessi fatto il fumettista avrei probabilmente tentato la strada della regia.

Anatomia nei disegni di Marinetti

Il Marinetti lettore

Prima ancora che disegnatore, sei stato – e immagino sia ancora – un lettore. Che tipo di storie ti hanno sempre attratto di più? Ci sono fumetti o autori che hanno avuto un ruolo decisivo nel farti desiderare di intraprendere la carriera di fumettista? E, guardando oggi al tuo percorso, riconosci tracce di quelle influenze nel tuo stile o nel tuo modo di raccontare per immagini?

Antonio Marinetti – Prima di essere disegnatore sono stato lettore. Da ragazzo ero attratto soprattutto da Dylan Dog e dallo stile bonelliano che rimane il mio riferimento principale. Leggevo fumetto americano in particolare Conan il Barbaro tratto dalla saga di Howard mentre ero meno interessato ai supereroi. Durante la formazione le influenze sono state molte, autori italiani come Casertano, Dall’Agnol, Brindisi, Castellini, Villa e maestri internazionali come Dave Gibbons, Barry Windsor-Smith, Bernie Wrightson, Simon Bisley, Katsuhiro Otomo, Masamune Shirow, Hermann, Schuiten e Moebius.

All’inizio ero affascinato dalla sintesi del segno ma ho capito che la sintesi è un punto d’arrivo e non di partenza. La mia indole è descrittiva, amo tavole dense ricche di dettagli quasi cinematografiche. Compreso questo ho assecondato la mia natura. Non so quanto le influenze siano riconoscibili nei miei lavori, forse possono dirlo meglio gli altri. Posso però dire che non lavoro mai con fumetti aperti sul tavolo. Se voglio richiamare uno stile lo faccio a memoria. Evito l’imitazione diretta, preferisco che le influenze si sedimentino e si trasformino in qualcosa di personale.

What’s next..?

Cosa prevede il futuro? Puoi rivelarci qualcosa su eventuali nuove uscite Bonelli sulle quali stai lavorando?

Antonio Marinetti – Attualmente sto lavorando a un nuovo Dylan Dog di cui ovviamente non posso dire molto, posso solo dire che è un albo dalle atmosfere buie e crepuscolari, in linea con il tema trattato.

Sto inoltre ultimando la mia seconda storia per Nathan Never: la prima, già completata, sarà uno speciale previsto indicativamente per il 2027; quella a cui sto lavorando ora dovrebbe invece uscire nella serie regolare, probabilmente entro l’anno.

Parallelamente sto collaborando con Edizioni Inkiostro a un progetto con [Rossano ndr] Piccioni dal titolo Lo Strozzino, destinato a fumetterie e librerie. Sono già circolate alcune anteprime e copertine. La data di uscita non è ancora definita: il lavoro è tuttora in corso.

Sai Rossano, il nostro lavoro è così: un momento ti ritrovi a gestire due o tre progetti contemporaneamente, e quello dopo sei al parco a dare da mangiare ai colombi perché il “telefono” non squilla. Anzi, sembra quasi rotto.

Lo Strozzino #1, di Rossano Piccioni e Antonio Marinetti pubblicato da Edizioni Inkiostro

Colgo l’occasione per ringraziare ancora Antonio per averci concesso questa intervista e per fargli un grande in bocca al lupo, da parte di tutta la redazione di Popcornerd, per i suoi progetti futuri.

Se siete interessati al suo lavoro, potete trovarlo su Instagram e Facebook.

Lobo, realizzato da Antonio Marinetti

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