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PopChop Express: Detective Conan, super detective con gli occhiali!

Nella nuova puntata di PopChop Express parliamo di un investigatore molto amato dai fan: il Detective Conan, protagonista indiscusso di una delle più importanti serie anime di sempre

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Se vi dico “bambino con gli occhiali e la mente di un genio” che ha la capacità di risolvere omicidi, smascherare criminali e inseguire un’organizzazione segreta che sembra sempre un passo avanti a lui.. chi vi viene in mente?

Vi do un altro indizio: non è un supereroe, non ha poteri speciali e non combatte mostri o demoni…eppure è diventato uno dei protagonisti più iconici dell’animazione giapponese e simbolo dell’anime investigativo.

Ora dovreste aver capito di chi sto parlando; naturalmente di Detective Conan, il piccolo investigatore protagonista di una serie anime epocale tratta dall’altrettanto longevo manga di Gosho Aoyama.

L’anime ha compiuto proprio quest’anno 30 anni ed è appena entrato nella sua 31esima (!) stagione.

E difatti le prime puntate di Detective Conan sono state trasmesse in Giappone nel lontano 1996 (in Italia è arrivato solo nel 2002) e continua a essere una serie trasmessa senza interruzioni in tutto il mondo. Un fenomeno che ha superato le mille puntate, generato decine di film cinematografici e creato un universo narrativo vastissimo oltre che una fandom importantissima.

Quello che potrebbe sembrare un semplice anime investigativo si è trasformato nel tempo in una delle saghe più lunghe della storia dell’animazione e tra le più amate dai fan. Un racconto che mescola il classico genere giallo alla Agatha Christie, con tanto di tensione thriller, a momenti di commedia in stile manga/anime.

E tutto ruota, ovviamente intorno al mistero principale che da oltre mille puntate vede Conan impegnato (tra un omicidio e l’altro): scoprire la verità dietro la misteriosa organizzazione che gli ha cambiato per sempre la vita.

I primi passi di Detective Conan… in TV

L’anime di Detective Conan debutta l’8 gennaio 1996 ed è prodotto dallo studio TMS Entertainment, realtà storica giapponese dietro a molte serie iconiche, tra cui Lupin III.

La serie viene trasmessa sulle emittenti giapponesi Nippon Television e Yomiuri TV, diventando rapidamente uno dei programmi più seguiti del palinsesto, mentre in Italia per anni è stato uno dei titoli di punta di Italia 1.

Inizialmente l’anime segue molto fedelmente il manga originale di Aoyama, ma con il passare degli anni e il pericolo di raggiungere il fumetto, introduce anche episodi originali pensati esclusivamente per la televisione. Questa strategia permette alla serie di proseguire senza raggiungere troppo velocemente la trama del fumetto.

Il risultato è impressionante: oggi Detective Conan conta oltre 1100 episodi, più di 25 film cinematografici ed è uno dei franchise più redditizi dell’animazione giapponese.

Detective Conan: Super detective con gli occhiali, che dà la caccia ai criminali

Shinichi e Ran

La storia ruota attorno a Shinichi Kudo, un brillante detective liceale noto per aver aiutato più volte la polizia a risolvere casi complicati.

Durante una serata al parco divertimenti insieme all’amica d’infanzia di cui è innamorato, Ran Mori, Shinichi assiste a un losco scambio di denaro tra due uomini misteriosi. Nel tentativo di indagare viene colto di sorpresa e catturato da una misteriosa organizzazione criminale.

Per eliminarlo gli viene somministrata una sostanza sperimentale chiamata APTX 4869. Il veleno dovrebbe ucciderlo senza lasciare tracce, ma l’effetto è completamente diverso: Shinichi sopravvive ma il suo corpo rimpicciolisce, tornando a essere quello di un bambino.

Assunta la nuova identità di Conan Edogawa, il protagonista si trasferisce a casa dell’amica d’infanzia Ran Mori e di suo padre, il detective privato Kogoro Mori, non proprio l’investigatore più brillante del Giappone. Spesso arriva vicino alla soluzione dei casi ma non riesce a collegare i dettagli giusti. Ed è qui che entra in gioco Conan.

Kogoro e Conan

Grazie a gadget tecnologici creati dal professor Hiroshi Agasa, il protagonista riesce a manipolare gli eventi dietro le quinte.

Il più famoso di questi strumenti è il papillon modulatore di voce, che gli permette di imitare la voce di Kogoro dopo averlo addormentato con un dardo anestetico. Nasce così la leggenda del “detective dormiente”.

Curiosità sull’anime

Il nome Conan è un omaggio diretto allo scrittore Arthur Conan Doyle, creatore di Sherlock Holmes. Non a caso Shinichi è un fan sfegatato del detective di Baker Street.

Un altro dettaglio curioso riguarda la cronologia interna della serie. Nonostante siano passati quasi trent’anni dalla prima pubblicazione del manga, nella storia sono trascorsi solo pochi mesi.

Il franchise è diventato talmente popolare in Giappone da generare mostre, musical teatrali, videogiochi e persino attrazioni nei parchi a tema.

L’ombra dell’Organizzazione Nera

La trama principale della serie ruota attorno alla misteriosa organizzazione criminale responsabile della trasformazione di Shinichi, che agisce nell’ombra e i cui obiettivi restano in gran parte sconosciuti.

I membri del gruppo utilizzano nomi in codice ispirati agli alcolici (Gin, Vodka, Vermouth, Bourbon), una scelta che ha contribuito a rendere l’organizzazione immediatamente riconoscibile.

Nel corso della serie Conan scopre lentamente nuovi dettagli sul gruppo, ma ogni risposta sembra portare a misteri ancora più profondi.

Ai e Kaito: personaggi amati e fondamentali per la serie

Uno dei personaggi più importanti introdotti nella serie è Ai Haibara, scienziata che in passato ha lavorato proprio per l’Organizzazione Nera e creatrice della droga APTX 4869.

Dopo la morte della sorella decide di ribellarsi all’organizzazione e ingerisce la sostanza per suicidarsi. Anche lei però sopravvive e torna bambina, diventando l’alleata più importante di Conan nella lotta contro l’organizzazione.

Kaito alle spalle di Conan

Altro personaggio molto amato è il misterioso ladro Kaito Kid, che non è un assassino né un criminale tradizionale: è un ladro spettacolare che ruba gioielli e opere d’arte con trucchi degni di un illusionista.

Il personaggio è stato creato su un’altra opera di Gosho Aoyama: il manga Magic Kaito, ma nel tempo è diventato una presenza ricorrente anche in Detective Conan, diventando a tutti gli effetti un comprimario molto amato dai fan.

Gli episodi più iconici

Ai Haibara

Con oltre mille episodi è impossibile citarli tutti, ma alcuni capitoli sono diventati veri punti di riferimento per i fan.

Il primo episodio della serie, ambientato su una montagna russa, introduce Shinichi, Ran e l’Organizzazione Nera ed è ancora oggi uno dei pilot più memorabili dell’animazione giapponese.

Tra gli episodi più amati c’è anche il caso del bus, che segna la prima apparizione di Ai Haibara e introduce un tono più oscuro nella serie.

Un altro episodio leggendario è quello che vede Conan confrontarsi direttamente con l’Organizzazione Nera in uno scontro pieno di tensione e rivelazioni.

Detective Conan: successo anche al cinema

Se la serie televisiva continua a essere un pilastro dell’animazione giapponese, negli ultimi anni sono stati soprattutto i film cinematografici a dimostrare la forza del franchise.

Dal 1997 viene prodotto e rilasciato un film cinematografico ogni anno. Una strategia molto rara nel mondo dell’animazione, che ha portato sino ad ora film di alta qualità rilasciati a brevissima distanza l’uno dall’altro (solo un anno per l’appunto).

Tra i più celebri troviamo: Detective Conan: The Phantom of Baker Street, Detective Conan: Zero the Enforcer, Detective Conan: The Million-Dollar Pentagram.

I film hanno spesso un tono più spettacolare rispetto alla serie televisiva e includono inseguimenti, esplosioni e misteri su larga scala.

Il successo degli anime al cinema ha coinvolto anche Conan che negli ultimi anni è diventato un vero fenomeno al botteghino giapponese, con incassi miliardari in yen.

Nel 2025 il lungometraggio Detective Conan: One-Eyed Flashback ha stabilito un nuovo record al botteghino giapponese. Distribuito da Toho, il film ha incassato oltre 1,05 miliardi di yen nel solo giorno di apertura, attirando circa 690.000 spettatori nelle prime 24 ore.

Perché Detective Conan continua a funzionare?

Dopo quasi tre decenni la serie continua a essere, inaspettatamente, seguita da milioni di spettatori. Solitamente dopo diversi anni il pubblico tende a stancarsi o, come è naturale che sia, c’è il classico cambio generazionale.

Per Conan non è così ed è una delle serie animate più durature nel tempo, che tiene testa a One Piece (come numero di episodi prodotti) in Giappone e ha superato da tempo in fatto di episodi The Simpsons, che è in giro da più tempo.

Il motivo? Semplice: Detective Conan riesce a combinare misteri intelligenti, personaggi memorabili e una trama più ampia ricca di segreti.

Inoltre uno degli elementi che rende Detective Conan così longevo è la sua struttura narrativa ibrida.

Le serie televisive solitamente seguono due modelli principali:

  • narrazione seriale continua, con episodi collegati tra loro e cliffhanger costanti
  • episodi autoconclusivi, in cui ogni puntata racconta una storia indipendente

Detective Conan si colloca esattamente nel mezzo tra questi due modelli.

Ogni episodio offre un enigma da risolvere, ma allo stesso tempo contribuisce ad ampliare un universo narrativo sempre più complesso. Questo sistema ricorda in parte quello di serie televisive poliziesche come La signora in giallo, dove ogni episodio racconta un caso diverso ma i personaggi restano gli stessi o i grandi romanzi gialli classici, ma adattati al linguaggio dell’animazione moderna.

Ma.. Shinichi Kudo crescerà prima o poi?

Uno dei dilemmi più frequenti tra i fan riguarda il destino di Shinichi: tornerà definitivamente adulto prima o poi?

Da un lato, far crescere il personaggio permetterebbe finalmente di concludere la lunga trama dell’Organizzazione Nera e spiegare completamente il mistero della droga APTX 4869.

Dall’altro lato, esistono forti motivazioni per cui ciò potrebbe non accadere.

Il genere investigativo su cui si basa la serie funziona perfettamente con episodi autoconclusivi: nuovi casi, nuovi sospetti e nuove ambientazioni permettono alla serie di rinnovarsi continuamente anche senza sviluppare troppo la trama principale.

Esiste poi un fattore commerciale non trascurabile. Il marchio di Detective Conan è fortemente legato all’immagine del piccolo Conan: cambiare definitivamente il protagonista significherebbe alterare un brand costruito in quasi trent’anni di merchandising, film e prodotti derivati.

Per questo motivo è probabile che Conan rimanga ancora a lungo un bambino detective.

Ancora tanti misteri da risolvere per il piccolo Conan

Nonostante siano passati trent’anni, pare che, come per il manga di Gosho Aoyama, anche per l’anime di Detective Conan la strada sia ancora lunga…

La serie animata continua a dimostrare, a distanza di tre decenni che la formula utilizzata è ancora oggi tanto semplice quanto vincente: mistero, deduzione e personaggi memorabili piacciono ancora e tanto ai fan del piccolo detective.

Il genere investigativo può funzionare nell’animazione seriale, creando una saga capace di attraversare generazioni di spettatori.

E finché esisterà un mistero da risolvere, una cosa è certa, ci sarà sempre il piccolo Conan Edogawa a cercare di risolvere il caso.

Perché  “Conan non commette mai uno sbaglio E centra sempre il suo bersaglio…” come canta Giorgio Vanni nella sigla italiana dell’anime!

E come ripete spesso il protagonista:

“C’è sempre una sola verità.”

Trovate tutti gli episodi e i film di Detective Conan su Anime Generation (Prime Video), canale tematico di Yamato Video dove stanno arrivando anche gli episodi inediti della 31°esima stagione, attualmente in corso in Giappone.

E non dimenticate di guardare il reel dedicato a Detective Conan degli amici di NerdChop Express!

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Anime

Il ritorno di Magic Knight Rayearth su Crunchyroll con il nuovo anime

30 anni dopo Magic Knight Rayearth torna con una nuova serie anime su Crunchyroll. Le 3 eroine di CLAMP sono tornate e vi diciamo cosa ne pensiamo della nuova trasposizione animata!

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Trent’anni dopo, Hikaru Shido, Umi Ryuzaki e Fu Hooji (conosciute in Italia come Luce, Marina e Anemone), le tre cavaliere magiche create dal collettivo CLAMP, tornano in azione con una nuova serie animata!

Il nuovo anime di Magic Knight Rayearth è arrivato su Crunchyroll il 7 ottobre, ma noi di PopcorNerd abbiamo avuto l’opportunità, grazie proprio alla piattaforma, di vedere in anteprima i primi due episodi al Cinema. L’effetto di vedere un anime sul grande schermo è sempre amplificato ed è innegabile che sia molto piacevole e ancora più immersivo.

Ma per chi non conosce o non sa di cosa stiamo parlando, facciamo un passo indietro per spiegare chi sono le eroine Hikaru Shido, Umi Ryuzaki e Fu Hooji.

Magic Knight Rayearth: le origini del fantasy delle CLAMP

Magic Knight Rayearth

Magic Knight Rayearth è un manga fantasy del collettivo CLAMP (Cardcaptor Sakura, X e Tsubasa) uscito sulla rivista shojo Nakayoshi da novembre 1993 a febbraio 1995, con un sequel pubblicato fino ad aprile 1996 che poi Kodansha ha raccolto in sei volumi. In Italia la serie è stata pubblicata da Star Comics, divenendo un piccolo cult in quegli anni tra i lettori di manga.

La trama mescola magical girl, mecha e fantasy a mondi paralleli: le protagoniste sono tre studentesse di seconda media, Hikaru, Umi e Fuu evocate dalla principessa Emeraude, convinta che siano le Cavaliere Magiche della profezia, uniche in grado di salvare il Regno.

Ad accoglierle trovano il guru Clef, che le guida e dà loro i poteri, armature e armi forgiate apposta per loro ma, soprattutto, le dota dei giganteschi Dei della Runa: sì perché nel mondo fantasy di Rayearth ci sono anche i Mashin, minacciosi mecha senzienti.

Sul mercato italiano è uno di quei titoli che molti ricordano con affetto, anche senza averlo letto o visto per intero.

Il primo adattamento animato, prodotto da TMS, è andato in onda dall’ottobre del 1994 con due stagioni per un totale di 49 episodi a cui è stato seguito nel 1997 da un Oav di tre episodi che rilegge la storia in modo alternativo.

La nuova serie Crunchyroll

Il rifacimento in uscita su Crunchyroll, è stato realizzato per celebrare i 30 anni di Magic Knight Rayearth ed è prodotto da E&H production insieme a TMS. Dietro la macchina da presa c’è Yui Miura, al debutto come regista di una serie, mentre le musiche sono co-firmate da Yuki Kajiura.

Le voci originali delle eroine sono affidate a Ayane Sakura (Hikaru), Rumi Okubo (Umi) e Rie Takahashi (Fuu).

Le (nostre) prime impressioni

Il modo più semplice per descrivere questi primi due episodi è: una serie nuova con l’anima e il design degli anni ’90.

Il character design delle CLAMP è subito riconoscibile, ed è proprio quello classico di trent’anni fa che ha reso un piccolo cult Magic Knight Rayearth. Non lo considero un difetto, anzi: fa parte del fascino, e in un’epoca di rifacimenti che tendono a “modernizzare” tutto, un tratto così fedele può avere il suo perché, anche se potrebbe non convincere l’intero pubblico, soprattutto quello abituato alla visione di anime di taglio moderno.

Le animazioni sono fluide e piacevoli da guardare: molto divertente la commistione tra stile “realistico” e quello “chibi” nei, tanti, momenti comici di questi primi due episodi.

Cosa non mi ha convinto al 100%? La regia. Appare un po’ pigra e, almeno per ora, si fa fatica a trovare un guizzo visivo che resti in mente. In questo inizio di serie, infatti, capita spesso che i personaggi siano più o meno fermi, l’uno accanto all’altro, a parlare. Alla lunga, questo può risultare un po’ pesante durante la visione.

Il ritmo, invece, è curioso, perché la serie sembra fare due cose opposte insieme. Da un lato Magic Knight Rayearth parte lentamente: due episodi che sono in realtà una lunga introduzione della storia, tanti dialoghi e una messa in scena, come detto, statica. Dall’altra vengono fornite subito tante informazioni che possono un po’ spiazzare l’osservatore. Naif, ma contestualizzato rispetto all’epoca nel quale il manga di riferimento è nato, invece, è il fatto che già nel secondo episodio una delle ragazze abbia già molta dimestichezza nell’utilizzo dei poteri, combattendo senza troppi tentennamenti.

Questa fretta, infatti, non credo sia un’ingenuità dovuta all’inesperienza di Miura, ma un voluto richiamo al prodotto originale degli anni ’90. E in fondo, questo, fa parte del gioco.

Magic Knight Rayearth: promosso o bocciato?

Al netto di quanto detto, Magic Knight Rayearth parte sotto ottimi auspici con buone premesse e un punto di arrivo che, se la storia seguirà il materiale originale, dovrebbe diventare molto interessante. Nonostante parta lenta, la regia ha margini di crescita e il fascino nostalgico ha il suo perché.

Il momento che attendo di più dopo la visione dei primi due episodi? Il tête-à-tête tra le tre protagoniste e i mecha!

Sinossi di Magic Knight Rayearth:

Hikaru Shidou, Umi Ryuuzaki e Fuu Hououji non sono originarie di Cephiro. Mentre erano in gita scolastica nella Tokyo Tower, le tre ragazze stanno pensando a tutto tranne ad altri mondi gremiti di magia e meraviglie. Questo finché la principessa Emeraude, il pilastro di Cephiro, invoca il potere delle Magic Knight per salvare il suo mondo e si scopre che sono proprio loro tre!

*Ringraziamo Crunchyroll per l’invito all’anteprima che ci ha permesso di vedere i primi due episodi!

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Animazione

The Ghost in the Shell: R3ceN§i0ne 1n C0d3

La recensione della nuova serie animata prodotta dallo studio Science Saru che omaggia l’enciclopedica visione cyberpunk di Masamune Shirow.

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“Il futuro dei manga saranno gli anime”

Questo è ciò che sosteneva Osamu Tezuka, il grande Dio del manga che inventò il concetto moderno del fumetto giapponese e contribuì in maniera significativa alla creazione dell’industria dei cartoni animati nipponici.

A distanza di molti anni e vista l’odierna situazione del rapporto tra manga e anime nel paese del Sol levante, le parole del maestro assumono un ruolo premonitorio.

Dall’ormai consolidato fenomeno de L’attacco dei giganti, passando per i più recenti Jujutsu Kaisen, Chainsaw Man, fino a tutti i record battuti da Demon Slayer, è ormai chiaro che le trasposizioni animate dei fumetti siano fondamentali al sistema d’intrattenimento giapponese, che in rapido tempo ha stregato anche l’occidente.

Si passa ovviamente anche al cinema: l’economia delle serie televisive si espande su grande schermo grazie a storie inedite dedicate ai personaggi più iconici nati dalle penne dei grandi mangaka. Tuttavia, non è impossibile la nascita di pellicole d’autore che vanno ben oltre il semplice allargamento di mercato, come dimostrano i casi di Lupin III e Hayao Miyazaki, Capitan Harlock e Shinji Aramaki, fino ad arrivare a Lamù gestita dal grande Mamoru Oshii.

Proprio quest’ultimo decise nel 1995 di intraprendere una strada apparentemente tortuosa, realizzando un lungometraggio animato ispirato al manga Ghost in the Shell, scritto e disegnato da Masamune Shirow.

Ghost in the Shell (1995, regia di Mamoru Oshii)

Gh0st Comm1ttee – Masamune Shirow

Tutto ciò che tocca Mamoru Oshii viene ribaltato e messo in simbiosi con la sua visione del mondo. Il capolavoro cinematografico realizzato dal maestro compie in questo caso un’operazione di sottrazione al materiale originale.

Tra il marzo 1998 e il settembre 1991, quando il fumetto del buon Masamune viene serializzato sulla rivista Young Magazine, il pubblico si trova improvvisamente confuso.

Sebbene da una parte si capiscano subito le chiare ispirazioni verso il grande Katsuhiro Otomo, soprattutto per alcuni evidenti furti al suo peculiare modo di bilanciare lo spazio nella tavola con grattacieli e panorami futuristici, dall’altra si rimane spiazzati dall’eccessiva presenza di balloon esplicativi.

La costruzione del mondo di Motoko Kusanagi e della Sezione 9 è precisissima: l’informatica, la robotica, le tipologie di nanotecnologie, le tensioni geopolitiche e tutti i ranghi delle forze dell’ordine e del governo vengono spiegati al lettore nel corso di tutte le episodiche vicende.

È chiaro che Shirow volesse riprendere la grande scuola di William Gibson e del Neuromante proiettandola in un manga comunque riconoscibile dal fenomeno Akira.

Se dunque Oshii si distanzia da Shirow proponendo una visione sicuramente più generale, ma allo stesso tempo più profonda e meno chiassosa rispetto al fumetto di partenza, c’è comunque una squadra che in questi anni non si è lasciata spaventare e ha voluto provare a mettere sullo schermo della TV una trasposizione fedele dell’opera originale: lo studio Science Saru decide di realizzare The Ghost in the Shell, serie animata diretta da Moko-chan.

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Un team di talenti formatosi sotto la bandiera del grandissimo Masaaki Yuasa, il quale ha sempre trovato stimolo nelle più importanti opere a fumetti nipponiche (Ping Pong di Taiyo Matsumoto, Devilman di Go Nagai) per raccontare il suo stile.

Moko-chan, nome d’arte del talentuoso allievo del buon Yuasa, oggi è a capo di operazioni come DanDaDan e del nuovo The Ghost in the Shell, assieme ad uno studio Science Saru che, seppur senza il suo leggendario fondatore, sta cercando di ritagliarsi una sua dimensione all’interno dell’industria.

Un posto meritato anche grazie alla loro quotidiana dose di follia e irriverenza nel gettarsi a capofitto in adattamenti fuori dall’ordinario. L’articolo determinativo posto davanti al titolo originale sembra voler infatti chiarire qualsiasi tipo di dubbio: il manga di Masamune Shirou verrà onorato in maniera fedele anche in animazione.

Motoko Kusanagi, protagonista di The Ghost in the Shell

Il primo impatto è quindi confusionario: come vuole la filosofia dell’autore di riferimento, anche la serie animata comincia con scritte, discorsi e situazioni che lo spettatore deve elaborare in pochi minuti, prima che cominci la frenetica sparatoria.

Si manifesta subito la prima grande complicanza: trovare un giusto equilibrio tra testo, azione e maturità della situazione all’interno del media audiovisivo.

Se nel fumetto tutto questo bilanciamento veniva forzato dalla penna di Shirow, costringendo il lettore a trovare un proprio metodo di lettura pacato per smaltire la mole di informazioni, con un minutaggio prestabilito le difficoltà vengono a galla.

Moko-chan e il suo team utilizzano un elemento ripudiato da Oshii per stemperare la complessità appena descritta: lo humor e la comicità demenziale del manga sono sempre presenti, tanto da far sembrare anche l’attentato terroristico più grave una situazione comica per la protagonista Motoko Kusanagi.

Tutto questo deve ulteriormente confrontarsi coi temi filosofici dell’opera: dall’identità personale alla fusione uomo-macchina, fino al domandarsi il valore e i diritti di un essere artificiale con il potere che esso esercita.

Tuttavia, non sempre queste situazioni risultano omogenee, soprattutto nei primi episodi dove gli sbalzi di situazioni tragicomiche sono troppo affrettati e fanno perdere mordente alle scene principe.

Ghost = ≠ Brain

La struttura delle dieci puntate che riprendono i nomi originali dei capitoli del manga finiscono per comporre un poliziesco episodico, seppur con un filo sottile di linearità che si aggroviglia sempre di più fino alla parte finale, dove la grande caccia al “marionettista” trova finalmente esito.

Se l’iniziale approccio alla serie può risultare ostico, non si può non rimanere attratti dallo splendido lavoro di ricostruzione del tratto originale di Shirow. La cyborg Motoko si mangia la scena continuamente, e questo tutte le parti in causa lo sanno bene.

Il voice acting, le espressioni e il design lontano dall’interpretazione che Ilya Kuvshinov propose a Mamoru Oshii rendono fresco e distintivo il “nuovo” Ghost in the Shell.

Tutto è stato mantenuto e, in certi casi, spinto all’eccesso: dalle spudorate scene sessuali alla collisione di impianti neurali, ovvero la migliore scusa per sperimentare con l’animazione imparata dal maestro Yuasa.

Signal: Off

Tralasciando sequel più o meno canonici, che rasentano l’inadattabilità al medium televisivo, lo studio Science Saru capitanato da Moko-chan è riuscito ad onorare la prima grande serie di Masamune Shirow, proponendo un adattamento fedele e che riesce a dare e ridare vigore all’eccentrico ed enciclopedico universo creato dal mangaka, anche con un comparto musicale ritmato e azzeccato per lo spirito della produzione.

Rimangono alcune criticità di ritmo dovute alla traslazione da fumetto a serie animata, ma il risultato rimane un godibilissimo show per tutti quelli che vogliono approfondire questa porta sull’universo cyberpunk giapponese alternativa.

Oshii rimarrà inarrivabile, ma questo gruppo di creativi ha dimostrato più volte di poter sfidare l’industria dell’animazione con le operazioni più improbabili, come solo i grandi autori sanno fare.


Serie animate The Ghost in the Shell
3.5
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Anime

San Diego Comic-Con Málaga 2026 – Come nasce un anime: il panel di Miyako Jingū e Mitsumasa Kimura

Il San Diego Comic Con Malaga ha ospitato per la prima volta in Europa due tra i più importanti e veterani animatori di serie anime celebri: Miyako Jingū e Mitsumasa Kimura. Dragon Ball, Naruto e molti, molti altri

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San Diego Comic-Con Málaga 2026

Nel primo giorno del San Diego Comic-Con Málaga 2026 (1-4 ottobre, FYCMA) abbiamo assistito a uno panel che ogni appassionato di anime avrebbe voluto vedere.

Nello Studio M, Miyako Jingū e Mitsumasa Kimura, per la prima volta in Europa, hanno parlato di decenni passati a dare vita ad alcune tra le serie anime più iconiche del passato. Per chi non sapesse chi sono, stiamo parlando di due artisti che hanno contribuito a rendere le nostre infanzie senza dubbio migliori con il loro lavoro.

Jingū e Kimura sono due veterani dell’animazione giapponese che hanno lavorato su Dragon Ball Z, Naruto, Sailor Moon e Mobile Suit Zeta Gundam.

Con il supporto della traduttrice Camila, hanno fatto qualcosa di unico che personalmente chi scrive non aveva mai visto in un panel: hanno mostrato dal vivo come si crea una scena anime.

Gli inizi, tra passione e fatica

Jingū è cresciuta guardando anime “nazionali” e ha ricordato quanto sia stato un privilegio lavorare a produzioni arrivate in tutto il mondo. Kimura è entrato nel settore per caso: un compagno di università, che già lavorava nell’animazione, lo ha invitato a provare. All’inizio faticava a contenere l’entusiasmo, perché voleva muovere i personaggi velocemente, ma doveva lavorare con disegni fissi e animarli poco alla volta.

Jingū ha raccontato invece dei primi anni, molto duri. La paga era così bassa da costringerla a un secondo lavoro serale in un negozio. Poi lo studio le ha affidato altri compiti, tra cui la colorazione, e così ha potuto affinare le sue abilità fino a entrare nella produzione vera e propria. Una formazione faticosa, ma decisiva per tutta la carriera.

Le influenze

Tra i riferimenti sono stati citati i programmi Toei, Tatsuo Yoshida (fondatore di Tatsunoko), Heidi, Hayao Miyazaki, Ashita no Joe, Cobra e Nausicaä. Cyborg 009 è la serie che ha fatto nascere in Jingū il desiderio di diventare animatrice.

La dimostrazione: un secondo e mezzo in un’ora

Il momento più atteso è stata la ricostruzione di una scena di Dragon Ball Z. Si è trattato di una replica, rifatta da zero per il pubblico, di una scena originale di circa 30 anni fa. Gli originali sono in collezioni private e coperti da copyright. Il percorso mostrato è stato questo:

  • Storyboard e layout. Il riquadro nero del layout è più grande dell’area realmente visibile in TV, indicata dalla linea tratteggiata.
  • Hoja de tiempos. È il foglio giallo con le tempistiche: ogni parola del dialogo ha un numero o una lettera che indica il disegno da usare.
  • Correzioni del regista. Se la scena non corrisponde alla sua idea, il regista disegna su carta azzurra la modifica. In questo caso ha chiesto una posizione intermedia della bocca.
  • Disegno chiave, ovvero un contorno senza volto, che è la parte fissa. Gli animatori disegnano solo le parti in movimento. Anche gli occhi vengono ridisegnati ogni volta, perché una leggera vibrazione dà più vita al personaggio.
  • Riordino e controlli. Un codice di lettere e numeri a lato dei fogli segnala se l’ordine va cambiato o se un disegno va ripetuto. Più revisioni, poi la ripresa. A volte le scadenze impongono di rinunciare alle correzioni.

Il dato più impressionante: una scena in cui si muove solo la bocca ha richiesto circa un’ora di lavoro per un secondo e mezzo di animazione. E questo non conta il lavoro a monte, dal design dei personaggi alle revisioni della regia.

Le domande del pubblico

Alla domanda su quale personaggio preferissero, Jingū ha risposto che Goku era uno dei suoi preferiti da disegnare. Interagendo con i fan, però, ha imparato ad apprezzare in seguito molto di più Majin Bu e Vegeta. Sulle sfide, ha ricordato quanto fosse difficile animare personaggi semplicissimi come quelli di Anpanman, famosissima serie per bambini creata da Takashi Yanase e prodotta da TMS Entertainment, proprio perché ogni errore si nota.

Kimura ha invece indicato le scene d’azione molto lunghe, perché si lavora a lungo sullo stesso materiale. Ha citato anche i gesti quotidiani, come afferrare una bottiglia, che devono sembrare naturali.

Sul turno di lavoro più lungo, Jingū ha ricordato 24 ore consecutive, Kimura 30 ore in produzione, senza dimenticare pasti e pause in bagno.

Il panel si è chiuso con applausi e foto con gli ospiti. A fine incontro rimaneva un’idea semplice: dietro mezz’ora di anime vista sul divano c’è un lavoro di squadra che il pubblico quasi non vede ed immenso. Ed è grazie all’operato di persone come Miyako Jingū e Mitsumasa Kimura se oggi abbiamo moltissimi anime da vedere, rivedere e amare.

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