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VAGA racconta FUJAKKÀ

Valentina Galluccio, in arte VAGA, racconta la sua opera FUJAKKÀ e risponde alle domande dei lettori della fumetteria Funside di Pescara

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FUJAKKÀ, che in dialetto napoletano significa “fuggire, andare via”, è la più recente graphic novel scritta e disegnata da Valentina Galluccio, in arte VAGA. Pubblicata da Edizioni BD e presentata in occasione del COMICON Napoli 2026, l’opera è stata accolta con entusiasmo dai lettori e ha confermato il talento dell’autrice campana.

Nei giorni scorsi VAGA è stata ospite della fumetteria Funside di Pescara, dove ha presentato FUJAKKÀ raccontando al pubblico il percorso creativo che ha dato vita alla graphic novel. Un incontro che ha permesso ai lettori di approfondire i temi dell’opera, il suo processo di realizzazione e il modo in cui l’autrice affronta la scrittura e il disegno.

Dai festival al rapporto con i lettori

L’intervista ha toccato numerosi temi, dal rapporto che VAGA coltiva con i lettori e con il circuito dei festival del fumetto al suo ruolo di docente presso la Scuola Italiana di Comix. La conversazione si è poi spostata su Dog, la sua opera prima, per arrivare infine a FUJAKKÀ, la graphic novel con cui l’autrice prosegue la propria ricerca artistica ed emotiva.

Per VAGA il contatto con il pubblico rappresenta ormai una parte fondamentale del suo lavoro. Dopo gli anni trascorsi nel circuito dell’autoproduzione, le fiere sono diventate un luogo di incontro e confronto con i lettori, oltre che un’occasione per mantenere vivi i rapporti costruiti con colleghi e organizzatori.

«Mi piace tanto stare con la gente», racconta l’autrice. «Mi piace il momento in cui si scrive e si disegna, ma quando penso che quel lavoro arriverà in fiera e incontrerà i lettori mi entusiasmo sempre.»

Un legame che si riflette anche nelle tante esperienze vissute durante signing e presentazioni. VAGA ricorda con particolare affetto le persone che, negli anni, sono tornate a salutarla portandole piccoli regali simbolici o condividendo emozioni nate dalla lettura di DOG, la sua opera d’esordio.

L'insegnamento e il confronto con i nuovi autori

Accanto all’attività di autrice, VAGA è oggi anche docente presso la Scuola Italiana di Comix, la stessa scuola in cui si è formata. Un ruolo che le permette di accompagnare le nuove generazioni di fumettisti, confrontandosi quotidianamente con portfolio, dubbi e aspirazioni di chi sogna di trasformare il fumetto in una professione.

Da DOG a FUJAKKÀ

Parlando del proprio percorso creativo, l’autrice ripercorre poi il passaggio da DOG a FUJAKKÀ. Se il primo nasceva dall’esigenza di raccontare un’esperienza realmente vissuta, il nuovo lavoro rappresenta invece un viaggio molto più introspettivo.

«Con DOG parlavo di qualcosa che mi era successo davvero. FUJAKKÀ, invece, nasce da un momento della mia vita in cui mi sentivo completamente in balia delle mie emozioni. È stato un viaggio dentro la mia psiche e il mio mondo emotivo.»

Dog, opera prima di VAGA edita da Edizioni BD
Dog, opera prima di VAGA edita da Edizioni BD

Un fumetto che lascia spazio al lettore

Per VAGA ogni opera prende realmente vita soltanto quando arriva nelle mani del pubblico. Per questo motivo rifiuta l’idea di offrire interpretazioni univoche o messaggi definitivi, preferendo lasciare al lettore la libertà di trovare un significato personale.

«Non mi interessa dare un messaggio conclusivo. Quando consegno una storia al lettore mi piace pensare che ognuno possa trovarci qualcosa di diverso, in base al momento della propria vita.»

La ricerca di uno stile in continua evoluzione

La conversazione si conclude affrontando uno degli aspetti più caratteristici del lavoro dell’autrice: il rapporto con il disegno. Per VAGA lo stile non è un punto di arrivo, ma un linguaggio che cambia insieme alle emozioni e alle storie che desidera raccontare.

«La ricerca dello stile può diventare una gabbia. Mi piace cambiare, fare ricerca e sperimentare. Lo stile deve seguire quello che la storia ha bisogno di raccontare, non il contrario.»

Al termine dell’evento abbiamo avuto l’occasione di scambiare qualche parola con VAGA, che ha risposto alle nostre domande raccontandoci il suo percorso artistico, la nascita delle sue opere e il suo personale approccio al fumetto.

Prima di lasciarvi all’intervista, desideriamo ringraziare lo staff di Funside Pescara e Edizioni BD per la disponibilità, l’organizzazione dell’evento e per averci dato l’opportunità di incontrare l’autrice.

Ciao Valentina, grazie per averci concesso qualche minuto. Prima domanda di carattere più personale, riguardo all’autrice che c’è dietro l’opera. Immagino che ogni fumetto sia, in qualche modo, il risultato delle esperienze vissute dal suo autore. Qual è stato il tuo primo approccio al fumetto, prima come lettrice e poi come professionista?

Le prime letture che ricordo da ragazzina sono Topolino e tutti quei fumetti che leggevamo un po’ tutti. Ero una grandissima fan delle W.I.T.C.H. e ricordo benissimo che, nelle pagine finali, c’erano dei piccoli corsi di disegno. I disegnatori spiegavano come realizzare un personaggio, come costruire un character design, e quello è stato probabilmente il mio primo vero contatto con il fumetto.

Con il tempo i miei gusti sono cambiati e mi sono avvicinata soprattutto a fumetti più underground. Adoro ancora le W.I.T.C.H., sia chiaro, ma crescendo si scoprono anche tante altre cose. Ho letto moltissimo anche dal mondo dell’autoproduzione e, infatti, continuo a sentirmi molto legata a quella realtà.

Negli ultimi tempi, invece, sto cercando di avvicinarmi ai manga. Me li stanno consigliando anche i ragazzi della mia casa editrice. Finora non sono mai stata una grande lettrice di manga, anche se all’epoca adoravo Nana. Adesso, però, voglio recuperare tante opere perché mi rendo conto di conoscere poco quel linguaggio e sono curiosa di capire quanto possa influenzarmi.

Potrebbe anche diventare una fonte di ispirazione per la tua ricerca stilistica, come accennavi durante la presentazione.

In realtà lo è già stata. Anche in FUJAKKÀ mi sono lasciata ispirare, almeno in parte, dal linguaggio del manga, soprattutto dal punto di vista grafico.

Da quello che hai raccontato, lavorare nel mondo del fumetto per te non è stato un percorso lineare. È sempre stato il tuo sogno oppure ci sei arrivata gradualmente?

In realtà è una storia piuttosto complicata. Da bambina dicevo sempre a mia madre che avrei voluto fare fumetti. Li disegnavo davvero: vignette, balloon, piccole storie di una o due pagine. Era il mio modo di giocare.

Poi ho iniziato a praticare danza e quella è diventata tutta la mia vita. Mi assorbiva completamente, tra allenamenti, scuola e lavoro. Ho continuato a disegnare per passione e ho frequentato l’Istituto d’Arte, indirizzo moda, ma non riuscivo più a dedicare al disegno il tempo che avrei voluto.

A un certo punto, però, mi sono infortunata. Facevo la ballerina professionista e, improvvisamente, quella che era stata la mia vita fino a quel momento è crollata.

Avevo sempre desiderato frequentare una scuola di fumetto e così decisi di iscrivermi. Alla Scuola Italiana di Comix di Napoli, però, il professore che esaminò il mio portfolio mi disse una cosa che mi colpì molto: secondo lui non ero portata per il fumetto, ma per l’illustrazione. Così ho scelto quel percorso e ho studiato illustrazione.

Successivamente ho iniziato a lavorare al Teatro Bellini di Napoli, dove lavoro ancora oggi. In quel periodo stavamo realizzando Kobane Calling on Stage, tratto dall’opera di Zerocalcare. Il mio responsabile aveva letto il soggetto di DOG, che inizialmente volevo trasformare in un cortometraggio d’animazione. Poi ho deciso di farne un fumetto, semplicemente perché non avevo il budget necessario per produrre un progetto animato.

Durante quella produzione erano presenti anche persone legate a Lucca Comics & Games e il mio responsabile mi suggerì di partecipare a un contest dedicato ai fumetti [Lucca Project Contest 2022 n.d.r.]. Mi disse di provarci.

Così inviai il progetto.

Vinsi il concorso e, in modo del tutto inaspettato, nacque il mio primo fumetto.

Il fumetto d’autore italiano ha spesso raccontato storie profondamente personali attraverso un forte legame con il territorio. Penso, ad esempio, alle opere di Andrea Pazienza, che raccontano Bologna, o a quelle di Zerocalcare, in cui Roma e Rebibbia diventano parte integrante del racconto e contribuiscono a creare un forte legame con i lettori. Nel tuo percorso da autrice senti di inserirti, almeno in parte, in questa tradizione? E quanto è importante, per te, raccontare Napoli come elemento identitario delle tue storie? [domanda a cura di Gianluca Dotta n.d.r.]

In FUJAKKÀ non nomino mai esplicitamente Napoli. Il lettore capisce dove si trova perché i personaggi parlano in “slang” napoletano e ci sono diversi elementi che rimandano alla città, ma non c’è una volontà di spettacolarizzarla.

Per me è importante parlare di un luogo soltanto quando quel luogo è funzionale a raccontare qualcos’altro. Non avrei ambientato questa storia a Napoli se non avessi sentito il bisogno di legare la città ai comportamenti dei personaggi e alle emozioni che volevo raccontare.

Sicuramente provo un forte senso di appartenenza verso la mia città, ma non mi sento obbligata a parlarne in ogni opera. È inevitabile che mi influenzi: influenza il mio modo di scrivere, di costruire i dialoghi e di raccontare i personaggi. Però non credo che raccontare Napoli debba essere sempre l’obiettivo.

In questo caso la storia è ambientata a Napoli perché è il luogo che conosco meglio e che mi permetteva di raccontare determinate sensazioni. Allo stesso tempo, però, il contesto avrebbe potuto essere anche un’altra città. Napoli è importante per questa storia, ma soprattutto perché mi aiuta a raccontare quello che provano i personaggi, non perché volessi fare un racconto sulla città in sé.

Mi è sembrato di capire che FUJAKKÀ sia nata in un periodo particolare della tua vita. C’è stato un momento preciso che ha dato origine all’opera oppure questa storia ha sempre avuto questo tono fatto di incertezza, precarietà e inquietudine?

Sì, c’è stato un momento ben preciso. L’instabilità emotiva che vivono i personaggi è strettamente legata al luogo in cui vivo, ai Campi Flegrei.

È un territorio instabile, non soltanto dal punto di vista geologico. È un luogo in cui conviviamo con qualcosa di potenzialmente pericoloso e, allo stesso tempo, continuiamo a vivere come se fosse normale. Ce ne dimentichiamo, andiamo avanti con le nostre vite, ma quella sensazione di instabilità rimane sempre lì.

Per questo, in questa storia, parlare di Napoli era importante. Mi permetteva di raccontare un sentimento che conosco molto bene e che condividono anche i personaggi. Il modo in cui vivono è profondamente influenzato dal territorio che abitano.

La storia è nata proprio in un periodo in cui i terremoti legati ai Campi Flegrei erano particolarmente forti. Quella situazione mi ha fatto riflettere. Ho iniziato a pensare che l’instabilità che percepivo nel territorio fosse la stessa che provavo dentro di me.

E non parlo soltanto dei terremoti. Parlo anche di un senso di precarietà più ampio: sociale, quotidiano, emotivo. Tutto questo è confluito nella storia.

Napoli, in questo caso, è diventata quasi uno specchio del mio stato d’animo. Mi ha aiutato a raccontare quello che provavo, perché ciò che sentivo dentro era molto simile a quello che percepivo vivendo in quel territorio.

Nel corso del fumetto i protagonisti vengono spesso associati ai topi, animali estremamente resistenti e molto legati al territorio in cui vivono ma che scappano quando avvertono il pericolo. Che significato ha questa scelta?

I topi, per me, non rappresentano tanto l’idea della fuga. Quando scappano lo fanno per sopravvivere, non perché siano codardi.

I personaggi di FUJAKKÀ vivono una situazione simile. Rimangono ancorati a un luogo che conoscono, anche quando quel luogo fa loro del male, perché l’alternativa è l’ignoto. Non è tanto una questione di amore per quel territorio, quanto della difficoltà di lasciarlo.

Quello che mi interessava raccontare era proprio questo istinto di sopravvivenza. I topi continuano ad adattarsi, cercano un modo per andare avanti, e credo che i personaggi del fumetto facciano esattamente la stessa cosa.

Chiudiamo con una domanda che facciamo a tutti gli autori e che fa parte di un nostro format, A cena con…. Se potessi invitare a cena una persona che ha avuto un ruolo fondamentale nel plasmare l’artista e la persona che sei oggi, chi sceglieresti? E di cosa parlereste?

È una domanda difficile, perché in realtà sono tante le persone che hanno contribuito a formarmi.

Se dovessi sceglierne una, direi Davide Toffolo. Tra l’altro ho avuto anche l’occasione di conoscerlo: qualche giorno fa ero a Milano per un evento alla Fondazione Feltrinelli e ci siamo ritrovati a bere una birra insieme. È stato surreale, perché sono cresciuta con le canzoni dei Tre allegri ragazzi morti.

Davide Toffolo, storica voce dei Tre allegri ragazzi morti. Credits corriere.it
Davide Toffolo, storica voce dei Tre allegri ragazzi morti. Credits corriere.it

Più che un idolo, per me è un punto di riferimento nel modo di immaginare e raccontare le storie. Sia con i fumetti sia con la musica ha questa straordinaria capacità di rimanere un eterno adolescente e di costruire racconti che sembrano incredibilmente veri.

Ci sono canzoni dei Tre allegri ragazzi morti che ascolti e ti chiedi se quello che raccontano sia successo davvero. È la stessa sensazione che provo leggendo alcune storie di Zerocalcare: i personaggi sembrano persone che esistono realmente e con cui finisci quasi per fare amicizia.

C’è un brano che amo particolarmente, I Cacciatori. Racconta la storia di un ragazzo di quindici anni ritrovato morto e riconosciuto dai denti e dai capelli blu. Sono dettagli così precisi che ti portano a chiederti se quella storia sia realmente accaduta.

È questo che mi affascina del suo modo di raccontare: la capacità di rendere una storia talmente credibile da far dimenticare al lettore che si tratta di una finzione. È un tipo di narrazione che mi piace moltissimo e che, nel mio piccolo, cerco di raggiungere anch’io.

Chi è VAGA

Valentina Galluccio, in arte VAGA, ha frequentato l’istituto d’arte, indirizzo abbigliamento, moda e disegno.

Finito il liceo, ha vinto una borsa di studio in una scuola di danza a Firenze dove ha vissuto per due anni per poter diventare una ballerina di danza contemporanea, lasciando in secondo piano la sua passione per il disegno.

Nel 2016 ha deciso di riprendere gli studi, così ha frequentato un corso d’illustrazione della durata di tre anni alla Scuola Italiana di Comics a Napoli. Durante gli studi, si è appassionata al mondo dell’animazione 2D che le ha permesso di esplorare nuovi campi dell’arte ampliando i suoi orizzonti.

Vincitrice del Lucca Project Contest 2022, la giovane autrice ha presentato a Lucca Comics & Games 2023 l’opera d’esordio DOG, graphic novel sulle insidie di una relazione tossica raccontate attraverso le esperienze e i sentimenti della giovane ragazza alternativa Mia.

L’opera è stata candidata ai premi Micheluzzi 2024 nella categoria “Miglior Opera Prima” e l’autrice ai Premi Boscarato come “Autore rivelazione dell’anno”.

A COMICON Napoli 2026 ha presentato FUJAKKÀ, storia ambientata in una Napoli sospesa tra realtà e allucinazione.

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Comics

Chip Zdarsky e Valerio Schiti portano Capitan America nel mondo post 11/09/2001

La prima run di Chip Zdarsky e Valerio Schiti su Capitan America si intitola La Nostra Guerra Segreta, storia che vede Steve Rogers confrontarsi con un altro Capitan America: David Colton, il Super Soldato post 11 settembre 2001

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Capitan America è prima di tutto un simbolo.

Quel costume, quello scudo e, soprattutto, quella bandiera sono l’emblema degli Stati Uniti e della libertà, che negli anni ’40 servivano a far forza a chi stava al fronte, e la Seconda Guerra Mondiale la viveva in prima persona.

Oltre a Steve Rogers, diversi sono stati i portatori dello scudo nel corso degli anni e ogni uomo che ha ricoperto quel ruolo ha messo in atto onore, giustizia e coraggio mostrando, anche nei fumetti, come il sogno americano rispecchiasse una nazione forte e a tratti invincibile.

Poi è arrivato il 2001. Quel maledetto 11 settembre.

L’America è stata messa in ginocchio dallo scioccante attentato alle Torri Gemelle, che ha pietrificato tutto il mondo e ha dimostrato che anche i potenti Stati Uniti possono sanguinare dall’interno.

Una serie come quella di Cap non può rimanere estranea a certi eventi e scandali politici, che sono stati anche solo citati all’interno della testata o che hanno dato voce a uno schieramento attraverso le azioni del Capitano. Tra questi, la Guerra in Vietnam, il Watergate e, per l’appunto, l’11/09/2001, il giorno più buio del recente passato degli U.S.A.

Con il rilancio della serie di Capitan America, Chip Zdarsky e Valerio Schiti decidono di partire proprio da quel giorno, da quel momento fatidico in cui, per gli americani (ma non solo), tutto è cambiato.

Nel giorno che celebra i 25 anni da quel tragico e scellerato attacco al World Trade Center, abbiamo deciso di parlare proprio della prima saga del Cap di Zdarsky e Schiti, La nostra Guerra Segreta, che si è prefissata di “svecchiare” il mito fumettistico di Capitan America, applicando una sorta di soft reboot, e di presentarci un inedito personaggio che ha indossato i panni del Discobolo proprio negli anni successivi al 2001.

Ed anzi: per David Colton, quell’11/09/01 è stato il momento che gli ha fatto decidere che avrebbe difeso l’America e i suoi cittadini a ogni costo.

Il team creativo dietro la nuova serie di Cap: Chip Zdarsky e Valerio Schiti

Marvel punta a un rinnovamento in grande stile per Capitan America e lo fa scegliendo uno degli scrittori di grido degli ultimi anni: quello Zdarsky che ha ammaliato tutti con il suo Daredevil, riconosciuto tra le migliori interpretazioni a fumetti del Diavolo di Hell’s Kitchen, che poi ha scritto Batman (dove ha brillato decisamente meno rispetto a DD) prima di lasciare il posto a Matt Fraction, per tornare alla Casa delle Idee e curare la serie di Cap (e altri futuri progetti legati all’Universo Marvel).

Dopo aver testato il suo rapporto con Steve Rogers all’interno del futuro orwelliano della maxiserie Avengers: Twilight, Chip è stato scelto per portare la serie di Capitan America al posto che merita, dopo qualche anno di alti e bassi.

Alle matite troviamo un ottimo Valerio Schiti, talento romano reduce dalla sfortunata miniserie G.O.D.S. scritta da Jonathan Hickman, decisamente a suo agio tra le pagine di Cap, con diversi spunti creativi che dimostrano l’affiatamento con Chip Zdarsky.

Risvegliarsi in un America ferita

La prima cosa che decide di fare Chip Zdarsky è “spostare in avanti” lo scongelamento di Steve Rogers di qualche anno. Quando Steve viene ritrovato e viene tolto dal ghiaccio, quello che gli si para davanti è il mondo post-11/09/2001. Una realtà in cui Steve si trova spaesato, disorientato e, mai come in questo caso, si sente fuori dal tempo.

Contemporaneamente facciamo la conoscenza di David Colton, partendo dal passato con un’immagine davvero di impatto: un giovanissimo David, di schiena, di fronte all’orrore delle Torri Gemelle che crollano, manifestando ancora di più l’impotenza, la paura e lo sgomento di un popolo. E siamo solo a pagina 1 del primo numero della gestione Zdarsky/Schiti.

Nel corso dei numeri, attraverso alcuni flashback e salti temporali, capiamo meglio chi è David: un ragazzo rimasto scioccato dall’attacco aereo, che ha deciso di intraprendere la carriera militare, per essere uno degli uomini al fronte pronto a difendere l’America ed evitare che possa vivere un altro 11 settembre in futuro.

Ma David è gracile, proprio come Steve, viene preso di mira dai superiori e picchiato. La sua determinazione attira l’attenzione di qualcuno che decide di riprovare l’esperimento del Super Soldato… e funziona.

David Colton è il Cap del nuovo millennio, quello che va in Afghanistan e che partecipa alle missioni sul campo, che è testimone di tutti gli orrori che ne derivano e che lo lasceranno segnato.

Nel presente Steve viene arruolato per una missione top-secret dal Generale Thaddeus E. “Thunderbolt” Ross che, insieme a una nuova formazione di Howling Commandos e al nuovo Cap deve liberare alcuni ostaggi all’ambasciata di Latveria, stato che da poco ha visto salire al potere un nuovo sovrano: Victor Von Doom, il Dottor Destino!

Ovviamente, la missione in cui si trovano invischiati i due Cap nasconde alcuni segreti che metteranno sotto una luce diversa il Governo americano e, soprattutto, metteranno a confronto Steve Rogers con Victor Von Doom e il suo modello di sovranità, che agli occhi di Steve si avvicina molto alla dittatura nazista.

Inoltre i due capitani si troveranno anche a divergere sulle strategie da usare sul campo. Steve e David hanno gli stessi ideali, ma esperienze diverse e questo significa avere un senso di giustizia differente, che li metterà faccia a faccia.

Steve e David: due lati della stessa bandiera

La nuova serie di Capitan America mette subito a confronto Steve Rogers con un altro Capitano: David Colton. Un personaggio inedito, creato per la serie da Zdarsky e Schiti, che fa capire che l’America, in un’era moderna in cui Steve Rogers è ancora congelato, dopo l’attacco alle Torri Gemelle non può permettersi altri errori e ha bisogno di un nuovo simbolo per risollevare la nazione. E così dà lo scudo a David Colton, un ragazzo con gli stessi ideali e motivazioni del vecchio Cap.

In realtà, Steve e David hanno origini molto simili. Sono entrambi determinati ma fisicamente deboli, disposti a tutto (anche ad assumere un siero che potrebbe ucciderli) pur di diventare i difensori della nazione che hanno giurato di proteggere sino alla fine.

E allora, come mai sono così diversi? Steve e David sono figli della guerra, ma di due conflitti diversi. Rogers, come sappiamo, è il simbolo della lotta americana contro un nemico che ha un volto ben delineato: Hitler e i nazisti. Colton, invece, oltre a essere di un’epoca diversa, ha tutto un altro percorso.

David è il Capitano che rappresenta l’America in Afghanistan. Il suo nemico è diverso rispetto ai nazisti affrontati da Rogers. Spesso è silenzioso, si nasconde tra i civili e compie azioni che mettono in pericolo anche donne e bambini, vittime sacrificali per gli uomini di Osama Bin Laden e potenziali pericoli per gli americani che si muovono tra quelle strade e che non sanno cosa e chi li potrà colpire. E nel frattempo esseri umani muoiono per una guerra che non hanno chiesto venisse combattuta.

La guerra che affronta e vive David è qualcosa che lo smuove internamente, lo turba, lo fa dubitare e lo sgretola psicologicamente, sino a renderlo più duro, spavaldo e un’arma a tutti gli effetti del Governo americano più che un simbolo degli Stati Uniti.

Un evento specifico e struggente che accade all’interno di un flashback di Colton in Capitan America #3 lo spezza e lo rende un Capitan America decisamente vulnerabile emotivamente e dall’equilibrio molto instabile.

Sino a che punto ci si deve spingere per vincere una guerra? Quello che accade in quello specifico numero è uno dei momenti più crudi, intensi e reali di un fumetto Marvel degli ultimi anni.

Il dualismo e il diverso modo di agire che vede da un lato Steve Rogers, ancora ancorato a uno stile di lotta più idealista, e dall’altro David Colton, più votato all’azione militare e al portare a termine la missione, è una delle cose più interessanti portate in scena da Chip Zdarsky, che ancora una volta si dimostra un ottimo scrittore in fatto di dialoghi e personaggi.

Il suo David Colton è un Capitano davvero interessante da conoscere e scoprire e sappiamo che avrà un ruolo fondamentale nell’immediato futuro dell’Universo Marvel.

Un Chip Zdarsky davvero in forma ma che riscrive il passato di Steve Rogers

Sulle indiscutibili doti di Chip Zdarsky non ci sono dubbi e si conferma uno dei migliori sulla piazza anche in Capitan America.

Lo sceneggiatore, come già detto, ha un’ottima capacità di sviluppo narrativo ed è abile a caratterizzare i personaggi, a descrivere i loro sentimenti e atmosfere e a raccontare storie che tengono incollato il lettore, anche se ha spesso il difetto di non essere troppo originale (questo va detto) nelle sue trame.

Con Capitan America decide di spostare le lancette dell’iceberg dove era congelato Steve in avanti di qualche decina di anni. In questa maniera riscrive il passato di Steve Rogers, proiettandolo in un’epoca più moderna, ma allo stesso tempo dando un bel colpo di spugna al passato editoriale.

Storie uscite all’epoca dell’attacco alle Torri Gemelle sulla testata di Cap, scritta da John Ney Rieber e disegnata dal compianto John Cassaday, o anche semplicemente lo struggente ed emozionante albo speciale Amazing Spider-Man #36, intitolato 11/09/2001 di J. Michael Straczynski e John Romita Jr., che vedevano Steve di fronte all’orrore di Ground Zero, in questa maniera sono state “cancellate” dal passato di Steve.

Un vero peccato per storie che hanno segnato un’epoca.

Al netto di questo, Zdarsky imbastisce un’ottima trama che alterna momenti molto intensi, ripresentando la storia delle origini di Steve, ribaltandola su David e mostrando la guerra vissuta da Colton, a bei momenti d’azione in cui mette ottimamente a confronto i due Cap e Steve contro Destino, senza dimenticare anche la parte thriller spy che si svolge in Latveria.

Inoltre, Zdarsky ci presenta anche una versione di Destino e una situazione di Latveria decisamente interessanti. Si tratta di un Von Doom appena divenuto il regnante di Latveria, ancora “acerbo” rispetto al nemico temibile dei Fantastici 4 e prossimo villain del MCU, ma con le idee ben chiare.

La rappresentazione di Victor e il confronto con Steve Rogers sono un’altra dimostrazione di qualità da parte dello sceneggiatore quando si tratta di esaltare personaggi di peso.

Anche la situazione riguardante la nazione comandata dal neo-sovrano è controversa e vede da un lato chi sta dalla parte di Destino, sperando che porti un futuro migliore, e dall’altro i ribelli già pronti a rovesciare quello che è, a tutti gli effetti, un tiranno che comanda con i suoi Doombot e che negli anni a venire farà rimpiangere ai suoi abitanti il passato.

Valerio Schiti: un italiano capace di tener testa a due Super Soldati

Se Zdarsky è lo sceneggiatore di questo film a fumetti di Cap, Valerio Schiti ne è l’assoluto regista.

L’artista romano fa già intendere di che pasta è fatto e di aver assimilato la sceneggiatura di Zdarsky sin dalle prime battute. La prima e l’ultima pagina di Capitan America #1 sono due tavole dall’impatto visivo pazzesco che mostrano Colton di schiena in entrambi i casi: a pagina 1, bambino di fronte al crollo delle Torri Gemelle e nell’ultima pagina del numero David nei panni di Capitan America mentre assiste alla caduta della Torre di Saddam Hussein.

Due momenti della storia recente delicati e ben registrati nella memoria di chi quegli anni se li ricorda e li ha vissuti, anche solo tramite i notiziari.

L’apporto grafico di Schiti è di prim’ordine in tutti i primi 6 numeri a livello visivo, dimostrando di saper domare due Capitani, e raggiunge picchi altissimi in diverse occasioni.

Un altro esempio? L’ultima pagina di Capitan America #3: pagina divisa in due, con la parte superiore con protagonista Colton e quella inferiore Steve. Entrambi arrivano, dopo un crescendo, a situazioni di sconfitta e disperazione personale, ma anche di resa simbolica di Capitan America, con un utilizzo dei colori rosso e blu (i colori di Cap) pressoché perfetto.

Ma Schiti è fondamentale in questo nuovo corso di Capitan America anche e soprattutto dal punto di vista creativo. Costumi nuovi e più moderni, come quello di Steve o quello di Colton, personaggi inediti accattivanti o vecchi reinterpretati, sono parte integrante dell’operato del disegnatore italiano, che non si è fermato alle sole matite.

Una co-produzione, quella Zdarsky/Schiti, che vede entrambi egualmente protagonisti di questa rinascita di Capitan America. E non posso che esserne felice.

Una fiction a fumetti che non vuole dimenticare la cinica e cruda realtà

Con la storia La nostra Guerra Segreta, Capitan America riparte da Steve Rogers, ma soprattutto da un momento cupo della storia degli Stati Uniti: l’11 settembre 2001.

Ma quello che cercano di mostrare Chip Zdarsky e Valerio Schiti in questa prima run è che la guerra, in ogni tempo e in ogni luogo, è capace di segnare le persone in maniera indelebile, lasciando ferite che per alcuni sono difficili da rimarginare.

E lo fanno attraverso David Colton, un personaggio che riparte dal dolore di una nazione, davvero bello da esplorare e da leggere, che rende partecipe il lettore della sua storia personale e delle sue scelte.

Ma è anche e soprattutto la testata di Steve Rogers e quello che vediamo in queste prime storie è il solito e vecchio Steve, il Capitan America “perfetto”, l’unico che, in fondo, sembra in grado di sostenere quel ruolo e di opporsi sempre e comunque ai tiranni in ogni epoca; sia che abbiano i baffetti e portino una fascetta rossa con la svastica, sia che abbiano una maschera di metallo e un cappuccio verde.

Un (nuovo) inizio promettente per il Vendicatore a stelle e strisce.

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Fumetti italiani

Dylan Dog: Per i 40° anni del personaggio il 25 settembre sarà la Dylan Dog Horror Night

Per festeggiare i 40 anni dall’esordio editoriale di Dylan Dog, la Sergio Bonelli Editore aprirà i festeggiamenti il 25 settembre con la Dylan Dog Horror Night

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A quarant’anni dal debutto in edicola di Dylan Dog

VENERDÌ 25 SETTEMBRE

SI APRONO LE CELEBRAZIONI

DEI 40 ANNI CON LA

DYLAN DOG. HORROR NIGHT

In attesa del

DYLAN DOG. HORROR SHOW

di Tiziano Sclavi e Nicola Russo

regia di Valter Malosti

dal 28 ottobre al Teatro Eliseo di Roma

Prevendite aperte

A quarant’anni dal suo debutto in edicola, avvenuto il 26 settembre 1986, e in attesa dell’arrivo a teatro con DYLAN DOG. HORROR SHOW di Tiziano Sclavi e Nicola Russo diretto dal regista Valter Malosti, si aprono le celebrazioni dei 40 anni dell’Indagatore dell’Incubo con un evento dedicato ai lettori di tutta Italia.

Venerdì 25 settembre arriva DYLAN DOG. HORROR NIGHT, una serata di festa che coinvolgerà una selezione di 80 sedi sparse in tutta Italia tra librerie Ubik e fumetterie Funside. Al Bonelli Store di Milano è invece in programma una matinée speciale dedicata ai lettori proprio sabato 26 settembre. Ogni sede sarà impreziosita da allestimenti dedicati a Dylan Dog e al suo universo narrativo, offrendo ai fan un’esperienza pensata per festeggiare insieme i primi quarant’anni di una leggenda del fumetto. In diverse librerie e fumetterie, sceneggiatori e disegnatori della serie incontreranno il pubblico per raccontare curiosità, aneddoti e retroscena di uno dei personaggi più iconici del fumetto italiano. Tantissimi le autrici e gli autori già confermati. Tra gli altri: a Milano il Direttore Editoriale Michele Masiero, Barbara Baraldi, Davide Furnò, Claudio Villa, Angelo Stano, Sergio Gerasi, Franco Busatta e Luigi Mignacco; a Roma Mauro Uzzeo, Alessandro Bilotta, Riccardo Torti; a Palermo Rita Porretto; a Napoli Bruno Brindisi, Raul Cestaro, Gianluca Cestaro, Fabiana Fiengo; a Bologna Andrea Venturi, Paolo Martinello, Marco Nizzoli; a Catania Luigi Siniscalchi; a Cagliari ⁠⁠Bruno Enna… Tutti i dettagli e gli orari sui singoli appuntamenti saranno disponibili e in continuo aggiornamento su www.DylanDog40.it.

Per l’occasione, dal 22 settembre arriva inoltre in libreria e fumetteria il volume celebrativo con la storia inedita scritta da Barbara Baraldi e disegnata da Davide Furnò intitolata “Prima che sia l’alba”: il volume in bianco e nero proporrà la storia dell’albo dell’anniversario, “Dylan Dog 481”, con in più otto tavole a fumetti inedite che ne arricchiranno la trama.

Ma anche chi non vivesse in una delle città raggiunte da questi primi eventi potrà festeggiare. In edicola proprio dal 26 settembre arriverà l’albo n. 481, “Prima che sia l’alba” di Barbara Baraldi e Davide Furnò, eccezionalmente a colori. Si tratterà di un albo unico, proposto in una confezione sigillata che cela l’aspetto della copertina a sorpresa: una volta aperta, i lettori potranno trovare la copertina regular o una delle tre rare variant, stampate in un numero limitato di copie. Gli autori delle diverse copertine sono Gianluca e Raul Cestaro, autori della copertina regular, e Claudio Villa, Corrado Roi e Angelo Stano, autori delle tre copertine variant.

Le celebrazioni in programma il 25 settembre riuniranno i fan nel calore di una passione condivisa e contribuiranno a rendere ancora più intensa l’attesa per DYLAN DOG. HORROR SHOW di Tiziano Sclavi e Nicola Russo con regia di Valter Malosti – lo spettacolo in scena al Teatro Eliseo di Roma dal 28 ottobre con anteprime speciali dal 22 ottobre – che rappresenterà il culmine delle iniziative per il quarantennale. Proprio con questo spettacolo, lo storico teatro romano riaprirà le sue porte e per l’occasione trasformerà il suo foyer in uno spazio esperienziale dedicato all’universo visivo e narrativo dell’Indagatore dell’Incubo. Le prevendite sono aperte su Ticketone.

I festeggiamenti continueranno nei prossimi mesi con nuove pubblicazioni e iniziative speciali dedicate al protagonista dal 1986 di un successo editoriale senza tempo e punto di riferimento per generazioni di lettori. Tutti i dettagli sugli appuntamenti dedicati ai festeggiamenti dei 40 anni di Dylan Dog verranno svelati via via sul sito della Casa editrice.

*Ringraziamo gli uffici stampa Sergio Bonelli Editore per la condivisione del comunicato di cui sopra

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Fumetti

Le candidature ai Lucca Comics Awards 2026

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Tornano i Lucca Comics Awards, i premi dedicati all’eccellenza del Fumetto. Il Comitato di Lettori e Lettrici di LC&G ha a questo scopo selezionato 33 opere finaliste tra le oltre 200 proposte pervenute dagli editori.

Ed è tra queste che la Giuria sarà chiamata a scegliere i vincitori e le vincitrici che saranno poi annunciati nell’attesissima serata di premiazione che si terrà al Teatro del Giglio Giacomo Puccini di Lucca il 29 ottobre.

I titoli candidati

Il Comitato, composto dai contributori e contributrici culturali del festival, ha selezionato (qui in ordine alfabetico): 

  • Absolute Martian Manhunter 1 di Deniz Camp e Javier Rodríguez (Panini Comics, traduzione di Lorenzo Corti);
  • Animal Pound di Tom King, Peter Gross e Tamra Bonvillain (BAO Publishing, traduzione di Leonardo Favia);
  • Assorted Crisis Events vol. 1 di Deniz Camp, Eric Zawadzki, Jordie Bellaire e Tom Muller (Panini Comics, traduzione di Lorenzo Corti);
  • Barrier di Brian K. Vaughan, Marcos Martín e Muntsa Vicente (BAO Publishing, traduzione di Michele Foschini);
  • Deflagrazione di Miguel Vila (Coconino Press);
  • Domenica di Olivier Schrauwen (Coconino Press, traduzione di Olga Amagliani e Claudia Cozzi);
  • Due ragazze nude di Luz (Coconino Press, traduzione di Emanuelle Caillat);
  • Figli della foresta. Due vite africane rapite dal colonialismo italiano di Igiaba Scego e Chiara Abastanotti (BeccoGiallo);
  • Giangiacomo Feltrinelli. Rivoluzione permanente di Davide Toffolo e Giulio D’Antona (Feltrinelli Comics);
  • Guerra giusta di Danijel Žeželj (Eris Edizioni, traduzione di Valerio Stivè);
  • I doni di Ananke di Sabrina Gabrielli (Tunué);
  • I nostri mondi perduti di Marion Montaigne (BAO Publishing, traduzione di Michele Foschini);
  • Il mio traditore di Pierre Alary (ReNoir Comics, traduzione di Isabella Donato);
  • Il sogno della cicala di Raffaele Sorrentino e Dario Sostegni (Canicola);
  • Jaadugar – A Witch in Mongolia di Tomato Soup (J-POP Manga, traduzione di Silvia Ricci);
  • Kappa Notebook – Deep Water di Manuela Schiano (Hollowpress);
  • La Fortezza vol. 7 di Joann Sfar, Lewis Trondheim, David B., Boulet e Bastien Quignon (BAO Publishing, traduzione di Francesco Savino);
  • Medea di Rita Petruccioli (BAO Publishing);
  • Mentre ero via di Rina Jost (Diabolo Edizioni, traduzione di Giulia Bertoldo);
  • Ombre di famiglia. Feeding Ghosts di Tessa Hulls (Tunué, traduzione di Martina Fermato);
  • Paperone in Atlantide di Fabio Celoni (Panini Comics);
  • Piena! di Alison Bechdel (Rizzoli Lizard, traduzione di Aurelia Di Meo);
  • Pino di Takashi Murakami (J-POP Manga, traduzione di Marco Franca);
  • Racconti vagabondi di Daisuke Igarashi (Toshokan, traduzione di Roberto Pesci);
  • Souzie-Q. Un ritratto di Rocky Marciano di Francesco Colafella, Carmine Di Giandomenico e Tanino Liberatore (Bonelli);
  • Sto con il mio santo di Chihoi (Canicola, traduzione di Anastasia Genovese);
  • Tales of Paranoia di Robert Crumb (COMICON Edizioni, traduzione di Andrea Toscani e Vania Vitali);
  • Tapum di Leo Ortolani (Feltrinelli Comics);
  • The Great 1-2 di Jimmy e Kwang Jin (ReNoir Comics / Gaijin, traduzione di Irene Lustrissimi);
  • The moon is following us vol. 2 (di 2) di Daniel Warren Johnson e Riley Rossmo (saldaPress, traduzione di Stefano Menchetti);
  • Tokyo Tarareba Girls di Akiko Higashimura (BAO Publishing, traduzione di Teresa Gallicchio);
  • Troppo libera. L’arte, l’amore, la lotta di Camille Claudel di Assia Petricelli e Sergio Riccardi (Tunué);
  • Wamu e le pelose avventure di Stanislaw Voderak di Wamu (Oblomov).

È ora il momento di dare spazio alla lettura delle opere da parte dei componenti della Giuria, composta quest’anno da Lorenzo La Neve (autore), Bianca Bagnarelli (autrice), Alessandro Tota (autore), Leonardo Merlini (giornalista) e Veruska Motta (Responsabile programmazione culturale Comics – Lucca Comics & Games). Saranno loro a dover decretare i vincitori che calcheranno il palco del Teatro del Giglio Giacomo Puccini nella serata di premiazione.

* Ringraziamo l’Ufficio Stampa Lucca Comics & Games per il comunicato di cui sopra, che abbiamo condiviso con i nostri lettori.

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