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VAGA racconta FUJAKKÀ

Valentina Galluccio, in arte VAGA, racconta la sua opera FUJAKKÀ e risponde alle domande dei lettori della fumetteria Funside di Pescara

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FUJAKKÀ, che in dialetto napoletano significa “fuggire, andare via”, è la più recente graphic novel scritta e disegnata da Valentina Galluccio, in arte VAGA. Pubblicata da Edizioni BD e presentata in occasione del COMICON Napoli 2026, l’opera è stata accolta con entusiasmo dai lettori e ha confermato il talento dell’autrice campana.

Nei giorni scorsi VAGA è stata ospite della fumetteria Funside di Pescara, dove ha presentato FUJAKKÀ raccontando al pubblico il percorso creativo che ha dato vita alla graphic novel. Un incontro che ha permesso ai lettori di approfondire i temi dell’opera, il suo processo di realizzazione e il modo in cui l’autrice affronta la scrittura e il disegno.

Dai festival al rapporto con i lettori

L’intervista ha toccato numerosi temi, dal rapporto che VAGA coltiva con i lettori e con il circuito dei festival del fumetto al suo ruolo di docente presso la Scuola Italiana di Comix. La conversazione si è poi spostata su Dog, la sua opera prima, per arrivare infine a FUJAKKÀ, la graphic novel con cui l’autrice prosegue la propria ricerca artistica ed emotiva.

Per VAGA il contatto con il pubblico rappresenta ormai una parte fondamentale del suo lavoro. Dopo gli anni trascorsi nel circuito dell’autoproduzione, le fiere sono diventate un luogo di incontro e confronto con i lettori, oltre che un’occasione per mantenere vivi i rapporti costruiti con colleghi e organizzatori.

«Mi piace tanto stare con la gente», racconta l’autrice. «Mi piace il momento in cui si scrive e si disegna, ma quando penso che quel lavoro arriverà in fiera e incontrerà i lettori mi entusiasmo sempre.»

Un legame che si riflette anche nelle tante esperienze vissute durante signing e presentazioni. VAGA ricorda con particolare affetto le persone che, negli anni, sono tornate a salutarla portandole piccoli regali simbolici o condividendo emozioni nate dalla lettura di DOG, la sua opera d’esordio.

L'insegnamento e il confronto con i nuovi autori

Accanto all’attività di autrice, VAGA è oggi anche docente presso la Scuola Italiana di Comix, la stessa scuola in cui si è formata. Un ruolo che le permette di accompagnare le nuove generazioni di fumettisti, confrontandosi quotidianamente con portfolio, dubbi e aspirazioni di chi sogna di trasformare il fumetto in una professione.

Da DOG a FUJAKKÀ

Parlando del proprio percorso creativo, l’autrice ripercorre poi il passaggio da DOG a FUJAKKÀ. Se il primo nasceva dall’esigenza di raccontare un’esperienza realmente vissuta, il nuovo lavoro rappresenta invece un viaggio molto più introspettivo.

«Con DOG parlavo di qualcosa che mi era successo davvero. FUJAKKÀ, invece, nasce da un momento della mia vita in cui mi sentivo completamente in balia delle mie emozioni. È stato un viaggio dentro la mia psiche e il mio mondo emotivo.»

Dog, opera prima di VAGA edita da Edizioni BD
Dog, opera prima di VAGA edita da Edizioni BD

Un fumetto che lascia spazio al lettore

Per VAGA ogni opera prende realmente vita soltanto quando arriva nelle mani del pubblico. Per questo motivo rifiuta l’idea di offrire interpretazioni univoche o messaggi definitivi, preferendo lasciare al lettore la libertà di trovare un significato personale.

«Non mi interessa dare un messaggio conclusivo. Quando consegno una storia al lettore mi piace pensare che ognuno possa trovarci qualcosa di diverso, in base al momento della propria vita.»

La ricerca di uno stile in continua evoluzione

La conversazione si conclude affrontando uno degli aspetti più caratteristici del lavoro dell’autrice: il rapporto con il disegno. Per VAGA lo stile non è un punto di arrivo, ma un linguaggio che cambia insieme alle emozioni e alle storie che desidera raccontare.

«La ricerca dello stile può diventare una gabbia. Mi piace cambiare, fare ricerca e sperimentare. Lo stile deve seguire quello che la storia ha bisogno di raccontare, non il contrario.»

Al termine dell’evento abbiamo avuto l’occasione di scambiare qualche parola con VAGA, che ha risposto alle nostre domande raccontandoci il suo percorso artistico, la nascita delle sue opere e il suo personale approccio al fumetto.

Prima di lasciarvi all’intervista, desideriamo ringraziare lo staff di Funside Pescara e Edizioni BD per la disponibilità, l’organizzazione dell’evento e per averci dato l’opportunità di incontrare l’autrice.

Ciao Valentina, grazie per averci concesso qualche minuto. Prima domanda di carattere più personale, riguardo all’autrice che c’è dietro l’opera. Immagino che ogni fumetto sia, in qualche modo, il risultato delle esperienze vissute dal suo autore. Qual è stato il tuo primo approccio al fumetto, prima come lettrice e poi come professionista?

Le prime letture che ricordo da ragazzina sono Topolino e tutti quei fumetti che leggevamo un po’ tutti. Ero una grandissima fan delle W.I.T.C.H. e ricordo benissimo che, nelle pagine finali, c’erano dei piccoli corsi di disegno. I disegnatori spiegavano come realizzare un personaggio, come costruire un character design, e quello è stato probabilmente il mio primo vero contatto con il fumetto.

Con il tempo i miei gusti sono cambiati e mi sono avvicinata soprattutto a fumetti più underground. Adoro ancora le W.I.T.C.H., sia chiaro, ma crescendo si scoprono anche tante altre cose. Ho letto moltissimo anche dal mondo dell’autoproduzione e, infatti, continuo a sentirmi molto legata a quella realtà.

Negli ultimi tempi, invece, sto cercando di avvicinarmi ai manga. Me li stanno consigliando anche i ragazzi della mia casa editrice. Finora non sono mai stata una grande lettrice di manga, anche se all’epoca adoravo Nana. Adesso, però, voglio recuperare tante opere perché mi rendo conto di conoscere poco quel linguaggio e sono curiosa di capire quanto possa influenzarmi.

Potrebbe anche diventare una fonte di ispirazione per la tua ricerca stilistica, come accennavi durante la presentazione.

In realtà lo è già stata. Anche in FUJAKKÀ mi sono lasciata ispirare, almeno in parte, dal linguaggio del manga, soprattutto dal punto di vista grafico.

Da quello che hai raccontato, lavorare nel mondo del fumetto per te non è stato un percorso lineare. È sempre stato il tuo sogno oppure ci sei arrivata gradualmente?

In realtà è una storia piuttosto complicata. Da bambina dicevo sempre a mia madre che avrei voluto fare fumetti. Li disegnavo davvero: vignette, balloon, piccole storie di una o due pagine. Era il mio modo di giocare.

Poi ho iniziato a praticare danza e quella è diventata tutta la mia vita. Mi assorbiva completamente, tra allenamenti, scuola e lavoro. Ho continuato a disegnare per passione e ho frequentato l’Istituto d’Arte, indirizzo moda, ma non riuscivo più a dedicare al disegno il tempo che avrei voluto.

A un certo punto, però, mi sono infortunata. Facevo la ballerina professionista e, improvvisamente, quella che era stata la mia vita fino a quel momento è crollata.

Avevo sempre desiderato frequentare una scuola di fumetto e così decisi di iscrivermi. Alla Scuola Italiana di Comix di Napoli, però, il professore che esaminò il mio portfolio mi disse una cosa che mi colpì molto: secondo lui non ero portata per il fumetto, ma per l’illustrazione. Così ho scelto quel percorso e ho studiato illustrazione.

Successivamente ho iniziato a lavorare al Teatro Bellini di Napoli, dove lavoro ancora oggi. In quel periodo stavamo realizzando Kobane Calling on Stage, tratto dall’opera di Zerocalcare. Il mio responsabile aveva letto il soggetto di DOG, che inizialmente volevo trasformare in un cortometraggio d’animazione. Poi ho deciso di farne un fumetto, semplicemente perché non avevo il budget necessario per produrre un progetto animato.

Durante quella produzione erano presenti anche persone legate a Lucca Comics & Games e il mio responsabile mi suggerì di partecipare a un contest dedicato ai fumetti [Lucca Project Contest 2022 n.d.r.]. Mi disse di provarci.

Così inviai il progetto.

Vinsi il concorso e, in modo del tutto inaspettato, nacque il mio primo fumetto.

Il fumetto d’autore italiano ha spesso raccontato storie profondamente personali attraverso un forte legame con il territorio. Penso, ad esempio, alle opere di Andrea Pazienza, che raccontano Bologna, o a quelle di Zerocalcare, in cui Roma e Rebibbia diventano parte integrante del racconto e contribuiscono a creare un forte legame con i lettori. Nel tuo percorso da autrice senti di inserirti, almeno in parte, in questa tradizione? E quanto è importante, per te, raccontare Napoli come elemento identitario delle tue storie? [domanda a cura di Gianluca Dotta n.d.r.]

In FUJAKKÀ non nomino mai esplicitamente Napoli. Il lettore capisce dove si trova perché i personaggi parlano in “slang” napoletano e ci sono diversi elementi che rimandano alla città, ma non c’è una volontà di spettacolarizzarla.

Per me è importante parlare di un luogo soltanto quando quel luogo è funzionale a raccontare qualcos’altro. Non avrei ambientato questa storia a Napoli se non avessi sentito il bisogno di legare la città ai comportamenti dei personaggi e alle emozioni che volevo raccontare.

Sicuramente provo un forte senso di appartenenza verso la mia città, ma non mi sento obbligata a parlarne in ogni opera. È inevitabile che mi influenzi: influenza il mio modo di scrivere, di costruire i dialoghi e di raccontare i personaggi. Però non credo che raccontare Napoli debba essere sempre l’obiettivo.

In questo caso la storia è ambientata a Napoli perché è il luogo che conosco meglio e che mi permetteva di raccontare determinate sensazioni. Allo stesso tempo, però, il contesto avrebbe potuto essere anche un’altra città. Napoli è importante per questa storia, ma soprattutto perché mi aiuta a raccontare quello che provano i personaggi, non perché volessi fare un racconto sulla città in sé.

Mi è sembrato di capire che FUJAKKÀ sia nata in un periodo particolare della tua vita. C’è stato un momento preciso che ha dato origine all’opera oppure questa storia ha sempre avuto questo tono fatto di incertezza, precarietà e inquietudine?

Sì, c’è stato un momento ben preciso. L’instabilità emotiva che vivono i personaggi è strettamente legata al luogo in cui vivo, ai Campi Flegrei.

È un territorio instabile, non soltanto dal punto di vista geologico. È un luogo in cui conviviamo con qualcosa di potenzialmente pericoloso e, allo stesso tempo, continuiamo a vivere come se fosse normale. Ce ne dimentichiamo, andiamo avanti con le nostre vite, ma quella sensazione di instabilità rimane sempre lì.

Per questo, in questa storia, parlare di Napoli era importante. Mi permetteva di raccontare un sentimento che conosco molto bene e che condividono anche i personaggi. Il modo in cui vivono è profondamente influenzato dal territorio che abitano.

La storia è nata proprio in un periodo in cui i terremoti legati ai Campi Flegrei erano particolarmente forti. Quella situazione mi ha fatto riflettere. Ho iniziato a pensare che l’instabilità che percepivo nel territorio fosse la stessa che provavo dentro di me.

E non parlo soltanto dei terremoti. Parlo anche di un senso di precarietà più ampio: sociale, quotidiano, emotivo. Tutto questo è confluito nella storia.

Napoli, in questo caso, è diventata quasi uno specchio del mio stato d’animo. Mi ha aiutato a raccontare quello che provavo, perché ciò che sentivo dentro era molto simile a quello che percepivo vivendo in quel territorio.

Nel corso del fumetto i protagonisti vengono spesso associati ai topi, animali estremamente resistenti e molto legati al territorio in cui vivono ma che scappano quando avvertono il pericolo. Che significato ha questa scelta?

I topi, per me, non rappresentano tanto l’idea della fuga. Quando scappano lo fanno per sopravvivere, non perché siano codardi.

I personaggi di FUJAKKÀ vivono una situazione simile. Rimangono ancorati a un luogo che conoscono, anche quando quel luogo fa loro del male, perché l’alternativa è l’ignoto. Non è tanto una questione di amore per quel territorio, quanto della difficoltà di lasciarlo.

Quello che mi interessava raccontare era proprio questo istinto di sopravvivenza. I topi continuano ad adattarsi, cercano un modo per andare avanti, e credo che i personaggi del fumetto facciano esattamente la stessa cosa.

Chiudiamo con una domanda che facciamo a tutti gli autori e che fa parte di un nostro format, A cena con…. Se potessi invitare a cena una persona che ha avuto un ruolo fondamentale nel plasmare l’artista e la persona che sei oggi, chi sceglieresti? E di cosa parlereste?

È una domanda difficile, perché in realtà sono tante le persone che hanno contribuito a formarmi.

Se dovessi sceglierne una, direi Davide Toffolo. Tra l’altro ho avuto anche l’occasione di conoscerlo: qualche giorno fa ero a Milano per un evento alla Fondazione Feltrinelli e ci siamo ritrovati a bere una birra insieme. È stato surreale, perché sono cresciuta con le canzoni dei Tre allegri ragazzi morti.

Davide Toffolo, storica voce dei Tre allegri ragazzi morti. Credits corriere.it
Davide Toffolo, storica voce dei Tre allegri ragazzi morti. Credits corriere.it

Più che un idolo, per me è un punto di riferimento nel modo di immaginare e raccontare le storie. Sia con i fumetti sia con la musica ha questa straordinaria capacità di rimanere un eterno adolescente e di costruire racconti che sembrano incredibilmente veri.

Ci sono canzoni dei Tre allegri ragazzi morti che ascolti e ti chiedi se quello che raccontano sia successo davvero. È la stessa sensazione che provo leggendo alcune storie di Zerocalcare: i personaggi sembrano persone che esistono realmente e con cui finisci quasi per fare amicizia.

C’è un brano che amo particolarmente, I Cacciatori. Racconta la storia di un ragazzo di quindici anni ritrovato morto e riconosciuto dai denti e dai capelli blu. Sono dettagli così precisi che ti portano a chiederti se quella storia sia realmente accaduta.

È questo che mi affascina del suo modo di raccontare: la capacità di rendere una storia talmente credibile da far dimenticare al lettore che si tratta di una finzione. È un tipo di narrazione che mi piace moltissimo e che, nel mio piccolo, cerco di raggiungere anch’io.

Chi è VAGA

Valentina Galluccio, in arte VAGA, ha frequentato l’istituto d’arte, indirizzo abbigliamento, moda e disegno.

Finito il liceo, ha vinto una borsa di studio in una scuola di danza a Firenze dove ha vissuto per due anni per poter diventare una ballerina di danza contemporanea, lasciando in secondo piano la sua passione per il disegno.

Nel 2016 ha deciso di riprendere gli studi, così ha frequentato un corso d’illustrazione della durata di tre anni alla Scuola Italiana di Comics a Napoli. Durante gli studi, si è appassionata al mondo dell’animazione 2D che le ha permesso di esplorare nuovi campi dell’arte ampliando i suoi orizzonti.

Vincitrice del Lucca Project Contest 2022, la giovane autrice ha presentato a Lucca Comics & Games 2023 l’opera d’esordio DOG, graphic novel sulle insidie di una relazione tossica raccontate attraverso le esperienze e i sentimenti della giovane ragazza alternativa Mia.

L’opera è stata candidata ai premi Micheluzzi 2024 nella categoria “Miglior Opera Prima” e l’autrice ai Premi Boscarato come “Autore rivelazione dell’anno”.

A COMICON Napoli 2026 ha presentato FUJAKKÀ, storia ambientata in una Napoli sospesa tra realtà e allucinazione.

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Fumetti

Dylan Dog Horror Show, il debutto a teatro dell’Indagatore dell’Incubo

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BUON COMPLEANNO, DYLAN DOG!

L’INDAGATORE DELL’INCUBO CREATO DA TIZIANO SCLAVI FESTEGGIA 40 ANNI DI EMOZIONI, PAURA, IRONIA E

DEBUTTA IN ANTEPRIMA NAZIONALE AL TEATRO ELISEO DI ROMA

DYLAN DOG
HORROR SHOW

regia di Valter Malosti

IN SCENA DAL 28 OTTOBRE 2026
(anteprime speciali dal 22 ottobre)

Dalle pagine del fumetto al palcoscenico prende vita il primo spettacolo teatrale dedicato a Dylan Dog

Il foyer del Teatro Eliseo sarà trasformato per l’occasione in un percorso ispirato all’universo dell’Indagatore dell’Incubo

DAL 31 LUGLIO APERTE LE PREVENDITE
DA OGGI PRE-SALE ESCLUSIVA PER GLI ISCRITTI ALLA NEWSLETTER SERGIO BONELLI EDITORE

Quest’anno Dylan Dog compie quarant’anni!

Era il 26 settembre del 1986 quando l’Indagatore dell’Incubo creato da Tiziano Sclavi sbarcò per la prima volta in edicola per Sergio Bonelli Editore con L’alba dei morti viventi – scritto da Sclavi, disegnato da Angelo Stano e con la copertina di Claudio Villa – primo albo di una serie che da allora ha raccolto milioni di lettori. In questi quarant’anni Dylan Dog ha attraversato l’orrore senza mai negarlo, scegliendo invece di osservarlo, interrogarlo e raccontarlo. Ed è proprio da questo sguardo che nasce il filo conduttore delle celebrazioni che punteggeranno i prossimi mesi e culmineranno con il DEBUTTO DI DYLAN DOG SUL PALCOSCENICO.

Dal 28 ottobre 2026 andrà in scena al Teatro Eliseo di Roma DYLAN DOG HORROR SHOW, diretto da Valter Malosti, la prima produzione teatrale Sergio Bonelli Editore, un grande evento che porterà per la prima volta a teatro l’universo dell’Indagatore dell’Incubo. Le anteprime speciali si svolgeranno a partire dal 22 ottobre. Online da oggi il trailer www.youtube.com/watch?v=aax1j1C6Gtc.

Proprio con questo spettacolo, il Teatro Eliseo, chiuso dal 2020, “dopo un lungo silenzio” riprenderà la sua prestigiosa storia teatrale, sotto la direzione artistica di Alessandro Longobardi per Viola Produzioni CPT.

Le prevendite per il pubblico saranno aperte da venerdì 31 luglio su Ticketone.

Da oggi, 29 luglio, gli iscritti alla newsletter di Sergio Bonelli Editore potranno invece accedere all’esclusiva pre-sale. È sempre possibile iscriversi alla newsletter a questo link https://bit.ly/SBENL per ricevere tutti gli aggiornamenti sulle celebrazioni.

Con il debutto di Dylan Dog Horror Show entreranno infatti nel vivo le celebrazioni per il 40° anniversario di Dylan Dog. Il foyer del Teatro Eliseo sarà trasformato per l’occasione in un percorso ispirato all’universo creato da Tiziano Sclavi, con installazioni, ambientazioni e attività esperienziali pensate per accompagnare il pubblico all’interno dell’immaginario dell’Indagatore dell’Incubo, rendendo l’evento un’esperienza unica. Gli spettatori non faranno semplicemente ingresso in un teatro, ma varcheranno la soglia della Casa di Dylan Dog”.

L’avvicinamento al debutto teatrale sarà scandito da un ricco calendario di appuntamenti che accompagnerà i festeggiamenti per i 40 anni di Dylan Dog.  Le celebrazioni prenderanno il via già nella settimana del compleanno ufficiale dell’Indagatore dell’Incubo, il 26 settembre 2026, con pubblicazioni speciali, eventi e iniziative dedicate. Fino al debutto di Dylan Dog Horror Show, i fan avranno numerose occasioni per incontrare Dylan Dog attraverso appuntamenti in tutta Italia che coinvolgeranno librerie, fumetterie, fiere e altri luoghi simbolo della sua comunità di lettori.

Il calendario completo delle iniziative sarà svelato nei prossimi mesi.

INFORMAZIONI DYLAN DOG HORROR SHOW

TEATRO ELISEO – Via Nazionale, 183, 00184 Roma RM

INFO E BIGLIETTI: botteghino@eliseoteatro.it – www.eliseoteatro.it

PREZZI Da 45€ e 18€

PREZZI ANTEPRIME SPECIALI (dal 22 ottobre) Da 25€ e 18€

Durante le Anteprime Speciali lo spettacolo potrà essere eccezionalmente interrotto per consentire al regista di apportare le ultime indicazioni artistiche in scena. Un’occasione esclusiva per assistere al processo creativo che precede il debutto ufficiale.

 

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Comics

Spider-Man Special: da One More Day a Brand New Day

Ripercorriamo uno dei momenti più controversi della storia editoriale di Spider-Man, quello che ha portato da One More Day all’operazione Brand New Day

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Spider-Man: Brand New Day è ormai alle porte. Il quarto film dei Marvel Studios con protagonista Spider-Man è atteso da milioni di fan in tutto il mondo. Dopo la campagna promozionale internazionale che ha visto principalmente protagonisti Tom Holland e Zendaya, impegnati in un tour mondiale per promuovere Spider-Man: Brand New Day, finalmente il film sta per arrivare nelle sale e, secondo gli attori e il regista Destin Daniel Cretton, sarà qualcosa di incredibile.

Addirittura Tom Holland, ormai consacrato come lo Spider-Man ufficiale delle nuove generazioni, ha dichiarato che quel Brand New Day (in italiano Un nuovo giorno) del titolo riguarderà la scena finale, prima della chiusura del film, e rappresenterà un momento di svolta per il futuro del personaggio. Per comprendere di cosa stia parlando, dovremo recarci tutti nelle sale e vedere Spider-Man: Brand New Day.

Guardando alla storia dei comics, il quarto film sull’Arrampicamuri del MCU sembra molto più legato ai fumetti rispetto alle pellicole precedenti. Nei trailer e nelle immagini promozionali rilasciate da Sony e Disney, il film pare riproporre alcune scene iconiche tratte da copertine storiche degli albi di Amazing Spider-Man. Ma, andando più a fondo, lo stesso Brand New Day riporta alla mente dei lettori un periodo di rinnovamento per Spidey anche nei fumetti.

Si tratta di una mossa editoriale che vede in Joe Quesada, all’epoca Editor in Chief Marvel, il principale fautore e che è stata preceduta da una delle storie più controverse e chiacchierate della storia di Spider-Man: One More Day. Stiamo parlando di un capitolo della vita editoriale dell’Arrampicamuri che fece insorgere gran parte dei lettori, i quali non accettarono affatto la direzione intrapresa dalla Casa delle Idee per Spider-Man, destinata a cambiare per sempre non solo l’eroe, ma soprattutto l’uomo sotto la maschera, Peter Parker.

Spider-Man: One More Day – Ritorno alle origini

Joe Quesada è stato uno degli Editor in Chief più importanti della Marvel dagli inizi del nuovo millennio. Grazie a lui, la Casa delle Idee ha vissuto un periodo florido, fatto di idee originali e di giovani autori di talento in rampa di lancio. Sotto la sua guida, scrittori come Brian Bendis, Jonathan Hickman e Mark Millar sono diventati tra le migliori penne del fumetto statunitense, contribuendo al successo della Marvel di quegli anni, che l’ha vista primeggiare sulla rivale di sempre, la DC Comics, e avviare quello che poi sarebbe diventato il MCU.

In foto: Joe Quesada

Tra le tante decisioni, a lui si imputa principalmente la scelta di apportare una fondamentale modifica alla vita di Peter Parker con One More Day. Questo perché, nel bene o nel male, One More Day ha segnato per sempre, da quel momento in poi, le storie di Spider-Man.

L’idea di base di Quesada era semplice: Peter Parker/Spider-Man non funzionava più come prima ed era cresciuto troppo. Era cambiato eccessivamente nel corso degli anni rispetto al personaggio originale creato da Stan Lee e Steve Ditko, e questo poteva impedire ai giovani lettori di immedesimarsi in Peter, l’eroe di tutti. Il matrimonio con Mary Jane Watson aveva contribuito a una crescita eccessiva del personaggio e del suo parco comprimari, così come l’affrontare tematiche decisamente adulte (ricordiamo che la coppia, durante la Saga del Clone, ha perso una figlia). Per Quesada, un Peter Parker adulto aveva perso quello smalto del ragazzo eterno ritardatario, squattrinato e affetto dalla classica “sfortuna dei Parker”.

In una vecchia intervista a Spotlight, pubblicata in Italia su L’Uomo Ragno #487, Quesada aveva dichiarato:

«Per me Peter Parker è il classico imbranato dell’Universo Marvel. E’ una persona normale come te e come me. Ciascuno di noi può confrontarsi con lui e trovarvi una piccola parte di sè. […]credo che tornare allo status quo, alle radici di Peter, sia molto importante per ciò che accadrà a tutti i personaggi nei prossimi venti o trent’anni» – Joe Quesada

Insomma, a sua detta Spider-Man aveva bisogno di quella che oggi viene chiamata retcon, un ritorno alle origini, a situazioni più tipicamente “da Spider-Man”, e di un cast rinnovato. Per questo nacque One More Day, storia scritta insieme a J. Michael Straczynski, autore di una lunga e importante run su Testa di Tela, e disegnata dallo stesso Quesada.

L’obiettivo? Eliminare dalla storia di Spider-Man il matrimonio tra Peter Parker e M.J.

Più che una retcon, però, quello che fecero Quesada & Co. con questa mossa fu spazzare via (o meglio ‘modificare’) oltre vent’anni di storie che avevano visto Peter e M.J. sposati. Un colpo di spugna che non piacque praticamente a nessuno.

E se questo fosse l’ultimo giorno con la tua metà?

La vicenda si svolge dopo gli eventi di Civil War, durante i quali Spider-Man decide di rivelare pubblicamente la propria identità segreta. Questa scelta ha conseguenze devastanti: numerosi criminali iniziano a prendere di mira Peter Parker e le persone a lui più care. Tra questi c’è Wilson Fisk, il Kingpin del crimine, il cui piano porta zia May a rimanere gravemente ferita nel fuoco incrociato.

Disperato e determinato a salvarle la vita, Peter si rivolge a chiunque possa offrirgli una soluzione, da Tony Stark, in quel momento nemico giurato dei vigilanti come Spidey, fino al Doctor Strange. Quando ogni speranza sembra svanire, compare Mefisto, il demone che gli propone un terribile patto: in cambio della guarigione di zia May, Peter dovrà rinunciare all’amore e al suo matrimonio con Mary Jane Watson.

Spinto dalla disperazione, Peter accetta l’accordo insieme a Mary Jane, dando vita a una delle decisioni più controverse nella storia editoriale del personaggio.

Quello che racconta One More Day è, quindi, l’ultimo giorno di Peter e MJ come marito e moglie. Un amore a termine che li vede pienamente consapevoli di ciò che stanno per perdere e che costituisce uno dei momenti più struggenti, intensi e intimi della coppia.

Mefisto altera la realtà riscrivendo la linea temporale: Peter e Mary Jane non si sono mai sposati, Spider-Man non ha mai rivelato la propria identità segreta al mondo e zia May non è mai morta.

Il finale di One More Day, che funge da prequel a Brand New Day, costituisce anche l’occasione per riportare in scena alcuni personaggi del cast delle origini, come Harry Osborn e Flash Thompson, per rimetterli al centro delle storie. Personaggi che avevano contribuito al successo di Spider-Man e che, in maniera nostalgica, vennero ricollocati nel ruolo che gli competeva (almeno secondo il grande Joe Quesada) in Brand New Day.

Rileggendola a distanza di quasi vent’anni e digerita l’amara pillola della separazione tra Peter e M.J., la trama imbastita da Straczynski e Quesada si distingue per essere una storia, certo, dalle discutibili finalità prettamente commerciali, ma dal fortissimo carico emotivo.

Un racconto che attraversa le diverse fasi del dolore del protagonista e mostra uno Spider-Man impotente e disperato come non mai. Un Peter Parker che si ritrova a ricadere nello stesso errore che anni prima aveva portato all’assassinio dello zio Ben e che, per un’altra sua leggerezza, rischia ora di causare la morte della persona più importante della sua vita, zia May, dimostrando di non aver imparato fino in fondo il significato del motto «da grandi poteri derivano grandi responsabilità».

Un Peter costretto a scegliere quale perdita sia per lui meno dolorosa: l’amore della sua vita o la donna che lo ha cresciuto. Una decisione struggente che si riflette nelle spettacolari tavole di Quesada, il quale, in ogni caso, rimane un disegnatore di assoluto livello.

Probabilmente, se uscisse oggi, anche alla luce di alcuni cicli recenti di Spider-Man, One More Day non verrebbe etichettata come la “peggiore storia di Spider-Man di tutti i tempi“.

I dietro le quinte: i disaccordi tra Quesada e J.M. Straczynski

In foto: J. Michael Straczynski

Oltre a dare origine alla furia dei lettori quando scoprirono il finale di One More Day, la storia in quattro parti ebbe anche una gestazione piuttosto travagliata.

Lo stesso sceneggiatore, J.M. Straczynski, fu in totale disaccordo con Quesada su alcune delle direzioni che questi voleva imprimere alla trama, al punto che, a un certo momento, non voleva nemmeno comparire nei credits della storia. Ecco un estratto di una sua dichiarazione:

«Nella trama attuale, ci sono molte cose con cui non sono d’accordo, e l’ho fatto capire chiaramente a tutti quelli che erano a portata di voce alla Marvel, soprattutto a Joe. Sarò sincero: a un certo punto ho deciso, e l’ho comunicato a Joe, di togliere il mio nome dagli ultimi due numeri dell’arco narrativo di OMD. Alla fine Joe mi ha convinto a cambiare idea perché, in fin dei conti, non voglio sabotare né Joe né la Marvel, e ho molto rispetto per entrambi.» – J.M. Straczynski 

JMS, inoltre, aveva intenzione di inserire alcuni viaggi magici nel tempo che avrebbero permesso a Peter di “aggiustare” alcune cose del proprio passato: avrebbe aiutato Harry a superare il suo problema di droga, Norman non sarebbe tornato a essere Goblin e, soprattutto, Gwen non sarebbe morta e sarebbe rimasta la ragazza di Pete. Tutte idee che Quesada e, più in generale, la Marvel non approvarono e che portarono alla storia di One More Day che tutti conosciamo.

Di fatto, One More Day fu l’ultima storia scritta da JMS per Spider-Man per molti e molti anni. È tornato solo recentemente con una miniserie ambientata nel passato di Spidey, intitolata Torn, attualmente in corso di pubblicazione in Italia sulla testata ammiraglia di Spider-Man.

Brand New Day: nuovo giorno, nuova vita per Spidey

Archiviato One More Day, scattò l’operazione Brand New Day.

La Marvel decise di intraprendere una nuova strada per Amazing Spider-Man, affidando la testata a più team creativi che, a rotazione, avrebbero raccontato le gesta del rinnovato Spider-Man di quartiere per ben tre uscite al mese.

Si trattava di qualcosa di unico per la Marvel: tre uscite mensili della stessa testata, che necessitavano di una vera e propria task force di autori, chiamata all’epoca Spider-Trust, composta da quattro scrittori (Dan Slott, Marc Guggenheim, Bob Gale e Zeb Wells) e altrettanti disegnatori (Steve McNiven, Salvador Larroca, Phil Jimenez e Chris Bachalo). Solo Bachalo e Jimenez furono gli unici a rimanere sulla testata per un lungo periodo. A sostituire gli altri disegnatori vennero chiamati Mike McKone, Marcos Martin, Barry Kitson e John Romita Jr., mentre Mark Waid prese il posto di Wells, impegnato nel frattempo in altri progetti televisivi.

Tom Brevoort, figura storica di riferimento della Marvel e della vita editoriale di Spider-Man, creò per Brand New Day un vero e proprio manifesto organizzativo destinato agli autori coinvolti, con l’obiettivo di fissare i punti chiave attorno ai quali avrebbero dovuto ruotare le storie di Spider-Man da quel momento in poi. Tra questi troviamo:

  • Mettere Peter Parker al centro dell’attenzione;
  • Spider-Man è l’eroe sfortunato che fa anche scelte sbagliate ed errori, ma è divertente;
  • Peter Parker si deve comportare come un venticinquenne;
  • Guardare avanti;
  • Avventure ricche di mistero e questioni da risolvere;
  • L’importanza della cerchia di amici;
  • Nuovi nemici ma anche vecchi rinnovati, rispettandone la caratterizzazione;

Una ventata di freschezza per Spider-Man

Il Peter Parker che troviamo in Brand New Day è uno scapolo, senza memoria dei fatti di One More Day, che intreccia nuovi rapporti amorosi che spesso durano quanto un “Thwip!”, a causa dei suoi impegni ragneschi e della sua classica sbadataggine nella vita privata.

Anche zia May beneficiò del patto con Mefisto, non solo ritornando in vita, ma anche ottenendo un apparente ringiovanimento e diventando direttrice del F.E.A.S.T., il centro di accoglienza per i senzatetto.

E Mary Jane? Inizialmente fu messa completamente da parte, quasi a voler “cancellare” non solo il matrimonio, ma anche il personaggio stesso, evidentemente considerato scomodo per un’operazione di rilancio di questo genere, prima di essere reintegrata dopo molto, molto tempo.

L’operazione durò quasi tre anni e coprì quasi 100 albi, dal n. 546 al n. 647 di Amazing Spider-Man.

Una piccola curiosità riguarda l’edizione italiana: Panini Comics, fino all’albo d’esordio di Brand New Day (L’Uomo Ragno #546), aveva mantenuto Uomo Ragno come nome della collana, che cambiò proprio con l’avvento di Brand New Day in Spider-Man, segnando anche in questo caso un cambiamento importante e la fine di un’era.

Guardando al passato, l’operazione imbastita dalla Marvel fu molto complessa, ma ottimamente orchestrata, e offrì ai lettori trame fresche, un Peter ringiovanito, uno Spider-Man più spensierato e dinamico rispetto al passato e una vasta gamma di nuovi nemici e comprimari interessanti, come Mister Negativo, Jackpot, Dexter Bennett, Carlie Cooper e Menace, alcuni dei quali fanno ancora oggi parte del cast di Spidey. Per quanto riguarda Mister Negativo, dovrebbe essere uno dei nemici che compariranno nel film con Tom Holland in uscita.

L’aver ingaggiato diversi autori, ciascuno con un bagaglio di esperienze e soprattutto con uno stile differente, si rivelò una mossa vincente perché, soprattutto nei primi archi narrativi, permise di sviluppare trame originali e mai banali per Spider-Man.

Brand New Day rappresenta un momento cruciale nel rilancio fumettistico di Spider-Man e, da quel poco che si è visto finora, la pellicola del MCU potrebbe riuscire a mantenere lo spirito dell’operazione editoriale compiuta ben diciannove anni fa dalla Marvel Comics, portando lo Spider-Man di Tom Holland verso nuovi lidi, anche considerando il fatto che (notizia non ufficiale) dovrebbe tornare a indossare i panni dell’Arrampicamuri per altri cinque film. Cominciamo a vedere, però, dove lo porterà questo Nuovo Giorno, prima di guardare troppo avanti.

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Cinema

Chi è Jean DeWolff? La storica alleata di Spider-Man arriva nel MCU

Tutto quello che devi sapere su Jean DeWolff, la storica alleata di Spider-Man arriva nel MCU in Spider-Man: Brand New Day

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Prima di diventare protagonista di una delle storie più celebri dell’Uomo Ragno, Jean DeWolff era una figura nata con discrezione, non troppo particolare ma fondamentale dell’universo Marvel. Capitana del Dipartimento di Polizia di New York e tra le pochissime autorità a riporre piena fiducia in Spider-Man, Jean rappresentava il ponte tra il mondo dei supereroi e quello della giustizia ordinaria. Il suo coraggio, il suo forte senso del dovere e il legame di stima reciproca con Peter Parker l’hanno resa uno dei comprimari più apprezzati della mitologia del Tessiragnatele, tanto che la sua tragica scomparsa avrebbe cambiato per sempre il modo di raccontare le avventure dell’eroe Marvel. Oggi il personaggio è tornato sotto i riflettori grazie al suo debutto nel Marvel Cinematic Universe: in Spider-Man: Brand New Day è interpretata dall’attrice americana Liza Colón-Zayas e, secondo quanto mostrato dal materiale promozionale, sarà una detective del NYPD e una preziosa alleata di Spider-Man, alimentando le speculazioni su un possibile omaggio alla storica saga La morte di Jean DeWolff.

La prima apparizione di Jean DeWolff

Jean DeWolff debutta nell’agosto del 1976 in Marvel Team-Up #48, in una storia scritta da Bill Mantlo e disegnata da Sal Buscema. L’albo vede Spider-Man allearsi con Iron Man per fermare una serie di attentati, ma il vero elemento di novità è l’introduzione della giovane capitano della polizia di New York, destinata a diventare una delle alleate più fidate dell’Arrampicamuri.

Fin dal suo ingresso in scena, Jean si distingue dai tradizionali rappresentanti delle forze dell’ordine dell’universo Marvel. È determinata, intelligente e sicura di sé, tanto da riuscire a tenere testa sia a Spider-Man sia a Iron Man senza lasciarsi intimidire dalla loro fama. Il suo atteggiamento pragmatico conquista immediatamente i lettori e la rende una presenza diversa dai classici comprimari destinati a fare da semplice spalla agli eroi.

Ciò che colpisce della prima apparizione di Jean è il rapporto che instaura con Spider-Man. In un periodo in cui l’Uomo Ragno è spesso guardato con sospetto dalla polizia e attaccato dalla stampa di J. Jonah Jameson, Jean sceglie di valutarlo per le sue azioni piuttosto che per la sua reputazione. Tra i due nasce fin da subito un rapporto di rispetto reciproco, destinato a consolidarsi nelle apparizioni successive.

Dal punto di vista editoriale, il debutto di Jean DeWolff rappresenta un momento importante anche perché introduce un personaggio destinato a lasciare un segno profondo nella mitologia di Spider-Man. Sebbene le sue apparizioni nei successivi anni Settanta e nei primi anni Ottanta siano piuttosto sporadiche, ogni intervento contribuisce a rafforzarne il ruolo di punto di contatto tra l’Uomo Ragno e il Dipartimento di Polizia di New York.

A distanza di quasi dieci anni dal suo esordio, Peter David recupererà proprio questo personaggio per costruire La morte di Jean DeWolff, trasformando una comprimaria amata ma poco utilizzata nel fulcro di una delle storie più importanti e influenti della storia editoriale di Spider-Man. È anche questo uno dei motivi per cui la sua morte colpisce così duramente i lettori: Jean non era un personaggio creato per essere sacrificato, ma una presenza costruita nel tempo, il cui legame con Peter Parker si era consolidato albo dopo albo.

La morte di Jean DeWolff: la saga che rese Spider-Man più adulto

Tra le storie che hanno segnato un punto di svolta nella lunga carriera dell’Uomo Ragno, La morte di Jean DeWolff occupa un posto speciale. Pubblicata su Peter Parker, The Spectacular Spider-Man #107-110 tra il 1985 e il 1986, la saga scritta da Peter David e disegnata da Rich Buckler rappresenta una delle opere più influenti degli anni Ottanta, capace di trasformare un classico fumetto supereroistico in un intenso thriller poliziesco.

L’inizio della run di Peter David

Quando Peter David approda su The Spectacular Spider-Man, la serie ha bisogno di una nuova identità. Dopo alcuni episodi introduttivi, lo sceneggiatore decide di scuotere profondamente il mondo di Peter Parker con una scelta coraggiosa: eliminare Jean DeWolff, una comprimaria presente fin dal 1976 e una delle poche persone appartenenti alle istituzioni a fidarsi davvero di Spider-Man.

L’idea di uccidere Jean nacque dall’editor Jim Owsley (oggi Christopher Priest), che desiderava dare un tono più maturo alla testata. Peter David trasformò quella richiesta in una storia destinata a diventare un classico, dimostrando fin dai suoi primi numeri di voler privilegiare la caratterizzazione psicologica rispetto alla spettacolarità.

Un noir in costume

La vicenda si apre con una scena destinata a entrare nella storia del fumetto: Jean DeWolff viene assassinata nel sonno da un misterioso killer armato di fucile. Non c’è una grande battaglia né un sacrificio eroico. La morte arriva improvvisa, brutale e profondamente umana.

È una scelta narrativa rivoluzionaria per l’epoca. Invece di raccontare lo scontro tra un supereroe e un supercriminale, Peter David costruisce una vera indagine poliziesca, in cui il mistero, la tensione e il dramma personale prendono il posto delle tradizionali battaglie contro villain in costume. Il principale antagonista, il Mangiapeccati (Sin-Eater), è infatti un serial killer mosso da un fanatismo religioso, molto più vicino ai criminali dei thriller che ai classici nemici dell’Uomo Ragno.

Il lato più oscuro di Peter Parker

Il cuore della saga non è però l’identità del Mangiapeccati, bensì la trasformazione di Peter Parker.

Jean non era soltanto un’alleata della polizia: rappresentava una delle poche figure istituzionali che avevano sempre creduto in Spider-Man. La sua morte riapre tutte le ferite del protagonista, riportando in superficie il senso di colpa che lo accompagna fin dalla morte di zio Ben.

Per la prima volta vediamo un Peter disposto a oltrepassare il limite, a volersi lasciare abbandonare di fronte a quanto accaduto. Il desiderio di trovare il colpevole si trasforma progressivamente in sete di vendetta, mettendo seriamente in discussione il codice morale che definisce Spider-Man. Secondo me è davvero importante soffermarsi su questo aspetto. Il supereroe è anche un umano, oltre ad avere pregi ha anche difetti e soprattutto prova emozioni che vanno a modificarne il comportamento, il codice morale ed etico autoimposto, e nel farlo mette a repentaglio la propria “reputazione” di fronte alla gente comune. Vengono messe più volte in dubbio le sue azioni proprio dai passanti o da chi si trova in una scena di vita quotidiana piuttosto che un’altra: i cittadini iniziano a dubitare del supereroe, di colui che ha giurato di proteggerli da ogni avvenimento più o meno catastrofico che potrebbe accadere. E’ un po quello che abbiamo visto anni dopo, con tutto un filone di fumetti che parla di decostruzione del supereroe, di quello che mette il proprio ego o il proprio tornaconto davanti a qualsiasi altra cosa.

Il fatto che Peter indossi ancora il costume nero rende l’atmosfera ancora più cupa, ma è importante ricordare che in questa storia il costume non influenza il suo comportamento: la rabbia del protagonista nasce esclusivamente dal trauma della perdita, non da fattori esterni.

Spider-Man e Daredevil: il team-up che mette alla prova due eroi

Se La morte di Jean DeWolff è ricordata come una delle migliori storie dell’Uomo Ragno, gran parte del merito va al modo in cui Peter David costruisce il rapporto tra Spider-Man e Daredevil. Più che un semplice crossover tra due supereroi, la saga è infatti un confronto tra due uomini accomunati dallo stesso senso di responsabilità, ma profondamente diversi nel modo di interpretare la giustizia.

Spider-Man e Daredevil condividono molto. Entrambi proteggono le strade di New York, hanno perso persone care e vivono con il peso di un costante senso di colpa. Tuttavia, quando Jean DeWolff viene assassinata dal Mangiapeccati, le loro strade iniziano a divergere.

Per Peter Parker la vicenda è personale. Jean non era soltanto una poliziotta, ma una delle pochissime persone appartenenti alle istituzioni ad aver sempre creduto in lui. La sua morte riapre vecchie ferite e alimenta una rabbia che il protagonista fatica a controllare. Per tutta la saga Peter si muove più per impulso che per razionalità, lasciando che il desiderio di vendetta prenda gradualmente il sopravvento.

Matt Murdock affronta invece il caso con uno sguardo completamente diverso. Oltre a essere Daredevil, è un avvocato che dedica la propria vita alla difesa della legge. Anche lui desidera fermare il Mangiapeccati, ma ritiene che il suo compito sia consegnarlo alla giustizia, non sostituirsi a essa. È proprio questa convinzione a renderlo il contrappeso morale dell’intera storia.

Peter David evita il classico schema del team-up in cui due eroi collaborano senza attriti. Al contrario, costruisce una tensione crescente tra Spider-Man e Daredevil, alimentata dalla sfiducia e da obiettivi sempre più incompatibili. Matt comprende fin da subito che Peter sta oltrepassando un limite pericoloso, mentre Spider-Man interpreta l’atteggiamento dell’amico come un ostacolo alla cattura del killer.

Il momento più intenso arriva quando i due si affrontano direttamente. Non è uno scontro spettacolare basato sui superpoteri, ma una collisione tra due idee di giustizia. Peter è ormai disposto a usare una violenza che normalmente rifiuterebbe, mentre Matt è determinato a impedirgli di commettere un errore irreparabile. In questo senso Daredevil non combatte contro Spider-Man, ma contro la rabbia che lo sta consumando.

Uno degli aspetti più significativi della saga è che Daredevil comprende Peter meglio di chiunque altro. Anche Matt ha conosciuto il desiderio di vendetta e sa quanto sia facile giustificare la violenza quando si è travolti dal dolore. Proprio per questo non si limita a rimproverare l’amico: sceglie di affrontarlo, consapevole che lasciarlo agire significherebbe condannarlo a convivere per sempre con il peso delle proprie azioni.

La fiducia tra i due raggiunge il culmine quando Matt Murdock rivela a Peter la propria identità segreta. È un momento di straordinaria importanza, soprattutto considerando il contesto degli anni Ottanta, quando le identità dei supereroi erano custodite con estrema attenzione. Matt non compie quel gesto per stupire il lettore, ma perché comprende che solo abbattendo ogni barriera può convincere Peter a fidarsi di lui. È una dimostrazione di amicizia e rispetto che rafforza il legame tra i due personaggi.

L’intervento di Daredevil si rivela decisivo anche per l’evoluzione di Spider-Man. Senza la presenza di Matt Murdock, Peter avrebbe probabilmente ceduto alla vendetta, tradendo il principio che da sempre guida la sua vita: con un grande potere derivano grandi responsabilità. Daredevil diventa così la coscienza esterna dell’Uomo Ragno, ricordandogli chi è davvero nel momento in cui lui stesso rischia di dimenticarlo.

A distanza di decenni, questo rimane uno dei team-up più apprezzati della Marvel proprio perché non si fonda sulla spettacolarità, ma sulla caratterizzazione dei protagonisti. Peter David dimostra che Spider-Man e Daredevil funzionano al meglio quando non sono semplicemente alleati contro un nemico comune, ma quando le loro convinzioni vengono messe alla prova. La morte di Jean DeWolff non racconta soltanto la caccia a un serial killer: racconta come due eroi, pur partendo dagli stessi ideali, possano arrivare a conclusioni diverse su cosa significhi davvero fare giustizia.

Il debutto del Mangiapeccati

La saga segna anche la prima apparizione del Mangiapeccati, destinato a diventare uno degli avversari più inquietanti dell’Uomo Ragno.

A differenza dei tradizionali supercriminali Marvel, il personaggio non cerca ricchezza o potere. È convinto di avere una missione divina: eliminare chi considera moralmente corrotto. Questa motivazione rende il villain imprevedibile e contribuisce a creare un’atmosfera di costante tensione.

Negli anni successivi Peter David tornerà sul personaggio con Il ritorno del Mangiapeccati (The Spectacular Spider-Man #134-136), approfondendone il passato e mostrando le conseguenze psicologiche degli eventi della saga principale.

L’eredità di La morte di Jean DeWolff: una storia che ha cambiato Spider-Man

A quarant’anni dalla sua pubblicazione, La morte di Jean DeWolff continua a essere considerata una delle opere fondamentali della bibliografia dell’Uomo Ragno. Non solo per la qualità della scrittura di Peter David, ma perché ha contribuito a ridefinire il modo in cui Spider-Man poteva essere raccontato, anticipando molte delle tendenze che avrebbero caratterizzato il fumetto supereroistico dalla seconda metà degli anni Ottanta in poi.

Il primo grande lascito della saga riguarda la caratterizzazione di Peter Parker. Fino a quel momento Spider-Man aveva certamente affrontato tragedie personali – dalla morte di zio Ben a quella di Gwen Stacy – ma raramente lo avevamo visto così vicino a oltrepassare il confine tra giustizia e vendetta. Peter David dimostra che la forza dell’Uomo Ragno non risiede nei suoi poteri, ma nella capacità di rimanere fedele ai propri principi anche quando ogni emozione lo spingerebbe a infrangerli.

La saga ha inoltre ridefinito il ruolo dei comprimari in generale. Jean DeWolff non era un personaggio creato per morire: compariva nelle storie di Spider-Man da quasi dieci anni e aveva conquistato, seppur con poche apparizioni, un posto ben preciso nella vita di Peter Parker. La sua morte dimostrò che anche una figura secondaria poteva avere un impatto enorme sulla narrazione, a patto che fosse costruita con pazienza e credibilità.

Anche il Mangiapeccati lasciò un segno profondo nella mitologia di Spider-Man. Il personaggio rappresentava una rottura rispetto ai classici supercriminali incontrati sino a quel momento: niente armature, esperimenti scientifici o piani di conquista, ma un serial killer mosso da un fanatismo religioso. La sua presenza contribuì a rendere più credibile e pericoloso il mondo di Spider-Man, aprendo la strada a villain psicologicamente complessi e radicati nella realtà urbana.

La saga contribuì inoltre ad affermare un modello narrativo destinato a diventare sempre più frequente negli anni successivi: quello del fumetto supereroistico contaminato dal noir e dal poliziesco. Peter David dimostrò che un’avventura di Spider-Man poteva funzionare anche senza invasioni aliene o battaglie spettacolari, puntando invece sull’investigazione, sulla tensione psicologica e sul conflitto morale. Un approccio che avrebbe influenzato non solo le future storie dell’Arrampicamuri, ma anche molte serie dedicate agli eroi “urban” della Marvel, in particolare Daredevil, Punisher e Moon Knight.

Anche il rapporto tra Spider-Man e Daredevil uscì profondamente trasformato dalla vicenda. Se in precedenza i loro incontri erano spesso semplici collaborazioni contro un nemico comune, La morte di Jean DeWolff mostrò come il vero interesse del loro legame risiedesse nel confronto tra due uomini che condividono gli stessi ideali ma li interpretano in modo diverso. Da quel momento in poi molti autori avrebbero ripreso questa dinamica, rendendo il loro sodalizio uno dei più solidi e apprezzati dell’universo Marvel.

In mezzo ad una storia editoriale lunga decenni, sono pienamente convinto che questa sia una lettura imprescindibile per gli amanti dell’Uomo Ragno. E per mio gusto personale da mettere tra le più importanti di sempre per la brillantezza di Peter David nel fare un passo avanti nella vita di Peter Parker e non relegarlo al solito “amichevole Spider-Man di quartiere” che nonostante fosse stato il fulcro, e da dove era partito tutto, probabilmente lascia per strada diversi lettori che, come me, divenuti adulti hanno bisogno di qualcosa di più intenso ed intimistico.

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