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Sergio Bonelli Editore presenta la nuova edizione di PASOLINI di Davide Toffolo

Sergio Bonelli Editore presenta la nuova edizione di Pasolini di Davide Toffolo in uscita il 29 maggio in libreria e fumetteria

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Sergio Bonelli

SERGIO BONELLI EDITORE 

presenta

PASOLINI

DI DAVIDE TOFFOLO

Dal 29 maggio in libreria e fumetteria 

la nuova edizione della biografia fuori dagli schemi 

scritta e disegnata

dal frontman dei Tre Allegri Ragazzi Morti 

La mia indipendenza
che è la mia forza,
implica la solitudine,
che è la mia debolezza.
P.P.P.

Sergio Bonelli Editore celebra l’indimenticato intellettuale novecentesco Pier Paolo Pasolini (1922-1975) a cinquant’anni alla scomparsa riportando in libreria e in fumetteria un volume che è un racconto su una figura emblematica della cultura italiana e sulla relazione tra la parola di Pasolini e la sua contemporaneità. Essendo stato uno dei primi volumi a segnare la via italiana alla graphic novel, a venticinque anni dalla prima edizione, PASOLINI è ormai considerato un classico del fumetto, portato in scena in un dialogo vivo con l’autore, il fumettista-cantautore Davide Toffolo, frontman dei Tre Allegri Ragazzi Morti.

La postfazione, intitolata Davide Toffolo e il lungo viaggio con Pasolini, è firmata da Paola Bristot.

Davide Toffolo è nato a Pordenone e si è formato artisticamente a Bologna. Con le riviste “Dinamite”, “Fandango” e “Mondo Naif” ha segnato la via del fumetto italiano negli anni ’90. Negli anni Zero ha firmato i graphic novel Carnera, Pasolini e Il Re Bianco. Ha poi dato alle stampe le autobiografie in forma di commedia Graphic Novel is dead e Graphic novel is back, accompagnato dagli omonimi spettacoli comici portati sui palchi di tutta Italia. Nella stessa direzione si muove il volume L’ultimo vecchio sulla Terra, incentrato sulle filastrocche di Remo Remotti.

Dopo il reportage Il Cammino della Cumbia, viaggio alla ricerca delle origini della omonima musica caraibica, ha pubblicato, prima sulla rivista “Linus” e poi in volume, la biografia favolistica Come rubare un Magnus, dedicata al maestro del fumetto Roberto Raviola. Creatore della serie “Cinque Allegri Ragazzi Morti”, voce e chitarra della band Tre Allegri Ragazzi Morti, ha dato vita a un cortocircuito unico di musica e fumetto. La sua immagine pubblica è una maschera a forma di teschio.

PASOLINI

Testi e disegni: Davide Toffolo

Copertina: Davide Toffolo

Formato: 18×25, b/n

Tipologia: cartonato

Pagine: 160

ISBN code: 9791256291823 

Prezzo: 21,00 euro

Online e sui social:

https://www.instagram.com/sergiobonellieditoreufficiale/

https://www.facebook.com/SergioBonelliEditoreUfficiale

https://www.sergiobonelli.it/prodotto/pasolini/

*Ringraziamo l’Ufficio Stampa Sergio Bonelli Editore per il comunicato di cui sopra, che abbiamo condiviso con i nostri lettori

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Fumetti

Toni Bellasalma 6 – Il taxi delle anime perdute – Recensione

Recensione del sesto capitolo del consulente di stocastica esoterica più famoso di Torino, a cura di Luca Blengino e Vincenzo Odore.

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Il taxi delle anime perdute, scritto da Luca Blengino con i disegni di Vincenzo Odore e pubblicato da Bugs Comics, è il volume che ha cambiato completamente la percezione iniziale che avevo del personaggio di Toni Bellasalma.

Quello che mi aspettavo fosse “la classica storia alla Toni”, fatta di ironia, situazioni assurde e horror leggero, si è invece rivelato essere un racconto sorprendentemente malinconico e profondo, capace di nascondere sotto il velo del soprannaturale una riflessione molto più umana sul dolore, sulla solitudine e sull’essere prigionieri di qualcosa più grande di noi.

Ambientato in una Torino cupa e piovosa, Il taxi delle anime perdute veste Toni dei panni di una sorta di moderno Caronte, intrappolato in una maledizione che lo costringe a convivere con anime incapaci di trovare pace mentre lui stesso sembra essere, in fondo, una delle anime più perdute della storia.

Toni, il traghettatore di anime

Uno degli aspetti che più mi ha colpito de Il taxi delle anime perdute è il parallelismo che Blengino fa tra Toni Bellasalma e la figura mitologica di Caronte. Toni, infatti, non si limita semplicemente a guidare un taxi in una Torino piovosa e malinconica, ma accompagna vere e proprie anime perdute verso un misterioso locale che sembra rappresentare l’aldilà.

Ed è proprio durante questi tragitti che il fumetto trova alcuni dei suoi momenti migliori. Ogni anima salita sul taxi porta con sé una storia diversa, fatta di rimpianti, dolore, rabbia o cose lasciate in sospeso, e attraverso questi racconti il volume costruisce un’atmosfera tanto soprannaturale quanto profondamente umana.

Toni ascolta, osserva e accompagna queste anime verso la loro destinazione finale, ma la sensazione è che questo viaggio non riguardi soltanto i suoi passeggeri. Più la storia va avanti, più sembra evidente che anche Toni stesso sia intrappolato in qualcosa da cui non riesce a liberarsi.

I disegni di Vincenzo Odore

Grande merito dell’atmosfera cupa e malinconica di questo sesto volume va senza dubbio ai disegni di Vincenzo Odore.

Il tratto marcato di Odore, quasi come se volesse lasciare dei graffi sulla pagina, riesce infatti a trasmettere perfettamente quella sensazione di malinconia che soltanto una lunga giornata di pioggia sembra portarsi dietro. Ed è proprio questa scelta stilistica a dare alla storia un tono ancora più oscuro e pesante.

Una delle tavole che più mi è rimasta impressa è proprio quella iniziale, che vede Toni Bellasalma a bordo del taxi maledetto mentre si fa strada tra le vie fradice di pioggia di Torino alla ricerca della prossima anima da trasportare. Una scena semplice, ma incredibilmente evocativa, che riesce già dalle prime pagine a definire perfettamente il tono dell’intera opera.

La maledizione di Toni Bellasalma

Il finale de Il taxi delle anime perdute, oltre al classico umorismo che caratterizza la serie, offre anche un inaspettato colpo di scena che aggiunge finalmente profondità al personaggio di Toni Bellasalma.

Nel corso delle ultime pagine, infatti, viene svelato un dettaglio fondamentale del suo passato: a causa di una maledizione inflittagli dal misterioso Conte, Toni non può lasciare Torino. Per lui è come se l’intera provincia fosse circondata da un muro invisibile impossibile da oltrepassare.

Ed è proprio questa rivelazione a cambiare completamente la percezione che avevo del personaggio. Toni Bellasalma smette infatti di sembrare soltanto una figura ironica immersa in situazioni paranormali e inizia finalmente a mostrare un lato più tragico e malinconico, quello di un uomo intrappolato nella propria condanna.

Chissà, magari Luca Blengino sta lentamente costruendo il passato di Toni Bellasalma per arrivare, un giorno, ad uno scontro finale con il famigerato Conte che libererà Toni dalla maledizione..?

Tavola tratta da Toni Bellasalma 6 - Il taxi delle anime perdute

Conclusione

Toni Bellasalma 6 – Il taxi delle anime perdute di Luca Blengino e Vincenzo Odore veste Toni dei panni di un moderno Caronte urbano, impegnato ad accompagnare le anime dei morti verso il loro ultimo viaggio.

Ma sotto il velo dell’horror paranormale e dell’ironia che caratterizza la serie, questo sesto volume nasconde qualcosa di molto più malinconico e personale. Per la prima volta, infatti, veniamo a conoscenza di un elemento fondamentale del passato di Toni Bellasalma: la maledizione che lo costringe a restare intrappolato a Torino e che cambia completamente il modo in cui guardiamo il personaggio.

Il taxi delle anime perdute non è soltanto una buona storia horror dai toni noir, ma è soprattutto il volume che inizia finalmente a scavare dentro Toni Bellasalma, trasformandolo da semplice figura ironica dell’occulto ad un personaggio molto più tragico, umano e interessante di quanto immaginassi.

VOTO POPCORNERD 7.0/10

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Fumetti

TAPUM di Leo Ortolani – Recensione

Recensione di TAPUM, la graphic novel storica dedicata al corpo degli alpini scritta da Leo Ortolani e pubblicata da Feltrinelli Comics.

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«TAPUM, ovvero il suono che i soldati italiani sentivano quando il nemico sparava. TA, perchè arrivava prima la pallottola, a colpire la roccia, la trincea, la carne, e PUM, il suono della detonazione, a seguire, senza fretta.»

Racconta così il magister di COMICON Napoli 2026, Leo Ortolani, il significato racchiuso nel titolo del suo ultimo lavoro TAPUM, dedicato agli alpini che durante la Prima Guerra Mondiale sacrificarono le loro vite sul Monte Ortigara tra il 10 e il 29 giugno 1917.

TAPUM è un fumetto sulla guerra che non si accontenta semplicemente di descriverne gli orrori, ma ne racconta soprattutto il prezzo pagato in vite umane. E lo fa senza spettacolarizzare il conflitto e senza trasformarlo in retorica patriottica, bensì cercando di rendere omaggio agli alpini che persero la vita durante il conflitto del Monte Ortigara.

TAPUM porta alla luce un lato nuovo di Leo Ortolani

Parto con una premessa importante: non ho letto quasi nulla di Ortolani, se non Il Signore dei Ratti, fumetto-parodia del grande classico The Lord of the Rings. Ricordo quanto quel tipo di comicità non facesse al caso mio e come questo mi abbia inevitabilmente allontanato da qualsiasi altra opera dell’autore, come ad esempio la blasonata serie di Rat-Man.

Fino a qualche giorno fa.

In TAPUM, infatti, ho trovato un Ortolani completamente diverso da quello della comicità parodistica de Il Signore dei Ratti, un autore che si avvicina molto di più al mio gusto personale, complice anche il tema trattato nell’opera.

Quando si dice: “mai giudicare un libro dalla copertina…”.

La guerra raccontata dal punto di vista dei sacrificabili

Ma di cosa parla TAPUM?

Ridurre l’opera ad un semplice fumetto sulla guerra sarebbe estremamente limitante, perché TAPUM non racconta il conflitto dal punto di vista della strategia militare, delle vittorie o degli ideali patriottici, ma da quello degli uomini mandati a morire. Degli alpini.

Uomini spesso giovanissimi, chiamati a combattere e sacrificarsi sulle pendici del Monte Ortigara per difendere la patria, il Re e le proprie famiglie, nascondendo dietro il coraggio una paura costante: quella di non tornare più a casa.

Ed è proprio qui che Ortolani colpisce più duramente. In TAPUM la guerra non viene glorificata, ma mostrata nella sua forma più crudele e umana. Da una parte ci sono i soldati, costretti ad avanzare tra il fango, i cadaveri dei propri compagni e il rumore incessante dei colpi di fucile; dall’altra un Comando – quello di Cadorna – freddo, distante e calcolatore, disposto a sacrificare centinaia di uomini pur di portare a termine la missione.

Tavola tratta da TAPUM

L’umorismo amaro di Ortolani

Nonostante i temi trattati lascino davvero poco spazio all’ironia, Ortolani riesce comunque a raccontare questa storia con quel sottile umorismo che finisce inevitabilmente per lasciare l’amaro in bocca.

Ed è proprio questo uno degli aspetti che più mi ha sorpreso di TAPUM: l’ironia non viene mai utilizzata per alleggerire realmente il peso della guerra, ma piuttosto per evidenziarne ancora di più l’assurdità e la crudeltà.

Le battute e i momenti più leggeri strappano spesso un sorriso, ma è una risata che non nasce mai da un posto felice. È un umorismo amaro, umano, che convive costantemente con la paura, la disperazione e la consapevolezza che da un momento all’altro tutto possa finire.

Ed è proprio in questo equilibrio tra ironia e tragedia che Ortolani dimostra tutta la maturità della sua scrittura.

Tavola tratta da TAPUM

Il bianco e nero nasconde il rosso del sangue

Oltre allo storytelling intelligente, un altro aspetto che mi ha particolarmente incuriosito è stata la scelta di pubblicare TAPUM in bianco e nero.

Il tratto di Leo Ortolani non fa mai sentire la mancanza del colore e, forse, è persino meglio così. Perché in questa storia ci sarebbe stato davvero molto sangue da colorare.

Il bianco e nero contribuisce infatti a rendere l’opera ancora più cruda e malinconica, lasciando che siano le espressioni dei personaggi, i silenzi e la durezza delle tavole a trasmettere tutto il peso emotivo del conflitto. È una scelta stilistica che non impoverisce il fumetto, ma che anzi sembra quasi voler attenuare visivamente l’orrore della guerra senza però nasconderlo davvero agli occhi del lettore.

Tavola tratta da TAPUM

TAPUM, la crudeltà della guerra attraverso gli occhi di chi l'ha combattuta

In TAPUM, Leo Ortolani dà voce a chi non ne ha mai avuta una: gli alpini che sacrificarono la propria vita nel brutale conflitto combattuto sulle pendici del Monte Ortigara durante la Prima Guerra Mondiale.

E lo fa attraverso uno storytelling intelligente, accompagnato da un disegno che conserva tutti i tratti tipici e immediatamente riconoscibili del suo stile, ma che allo stesso tempo riesce a comunicare tutta la brutalità di uno degli scontri più sanguinosi della guerra.

Un conflitto destinato ad essere ricordato per sempre, insieme alle sue 25.752 vittime.

Anzi, venticinquemilasettecentocinquantadue.

VOTO POPCORNERD 9.5/10

 

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Fumetti italiani

Salone del Libro di Torino 2026: Bao e il panel “Il fumetto è una macchina della verità”

Durante il Salone Internazionale del Libro di Torino, Bao Publishing ha incantato il pubblico nel panel “Il fumetto è una macchina della verità” grazie ai suoi autori protagonisti di un talk e di una vera e propria jam session artistica

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Il Salone Internazionale del Libro di Torino da qualche anno vede sotto i riflettori anche il fumetto e, tra le grandi case editrici presenti, Bao Publishing è sempre mattatrice grazie ai suoi incredibili autori, ospiti ogni anno alla manifestazione.

Ma Bao è anche spesso protagonista di diversi panel molto interessanti che hanno un obiettivo chiaro: spiegare la nona arte e i fumetti che porta ai lettori attraverso le parole dei propri autori.

Tra questi appuntamenti, l’incontro di domenica 17 maggio intitolato “Il fumetto è una macchina della verità” si è trasformato in una lunga e divertita riflessione sul significato dell’onestà nel fumetto e nella narrazione.

Sul palco, insieme a Caterina Marietti e Michele Foschini, fondatori della casa editrice e moderatori per l’occasione, erano presenti diversi autori e autrici tra i più importanti dell’attuale panorama fumettistico italiano: Rita Petruccioli, Lorenzo Ceccotti (LRNZ ), Irene Marchesini, Carlotta Di Cataldo, Zerocalcare e Riccardo Atzeni.

L’atmosfera del confronto è stata sin dall’inizio ironica e spontanea, ma proprio attraverso il tono scherzoso è emersa una riflessione molto profonda sul rapporto tra autore, personaggi e verità emotiva.

Ah e non è tutto: il talk si è sviluppato mentre a turno gli artisti, come in una jam session, hanno disegnato diversi personaggi il cui risultato è stata una vera e propria opera d’arte collettiva.

Il fumetto è una macchina della verità: la parola agli artisti

Il punto di partenza del panel era l’idea che il fumetto riesca sempre a tradire, in senso positivo, l’autenticità o la falsità di chi racconta. Secondo i partecipanti, infatti, il lettore percepisce immediatamente quando un autore sta mettendo qualcosa di sincero nella propria opera. Non importa che il fumetto sia realistico, autobiografico o fantascientifico: quello che conta è la sincerità emotiva che attraversa le pagine.

La prima a intervenire è stata Rita Petruccioli, in libreria attualmente con la sua ultima fatica, Medea, e tra gli artisti protagonisti del film Generazione Fumetto di Omar Rashid, che ha spiegato come, quando realizza un fumetto da autrice completa, il primo pubblico sia sempre sé stessa.

«Quando scelgo di essere autrice unica di un fumetto, io disegno principalmente per me e poi soltanto in secondo luogo per il pubblico.» – Rita Petruccioli

Pur sapendo che i lettori leggeranno le sue storie, il suo obiettivo principale è raccontare qualcosa che senta autentico. Ha ammesso di provare spesso imbarazzo all’idea di esporsi, ma proprio quell’imbarazzo diventa la prova della sua sincerità: se non fosse onesta con sé stessa, non avrebbe senso creare un fumetto personale. Nei suoi libri, quindi, riversa inevitabilmente parti della propria sensibilità e della propria esperienza.

«Io voglio essere onesta con me stessa in quello che racconto, perché altrimenti non ha senso quello che sto facendo. Quindi si beccano tutta la mia onestà nei miei libri» – Rita Petruccioli

Lorenzo Ceccotti, in arte LRNZ  l’autore di Geist Maschine, ha ampliato il discorso parlando del fumetto come di un’arte “convergente”, cioè composta da una quantità enorme di scelte: dal layout delle tavole alle inquadrature, dal design dei personaggi al lettering, fino al tono del mondo narrativo.

In foto: Lorenzo Ceccotti in arte LRNZ

Secondo lui, proprio perché il fumetto richiede così tante decisioni creative, sarebbe impossibile realizzarlo senza coinvolgimento personale. Fare un fumetto senza sentire davvero proprie quelle scelte diventerebbe una tortura. Ceccotti ha anche sottolineato quanto sia importante costruire mondi narrativi pieni di desideri e volontà, non solo per i protagonisti ma anche per i personaggi che restano sullo sfondo. I mondi, secondo lui, devono sembrare vivi perché modellati dai sogni e dalle intenzioni di chi li abita.

Da questa riflessione è nata una domanda provocatoria rivolta a Zerocalcare: “Si possono fare fumetti quando si è felici?”. La questione riguardava il luogo comune secondo cui l’arte nascerebbe sempre dalla sofferenza.

Zerocalcare ha risposto con grande sincerità e ironia, dicendo di sperare che qualcuno riesca a fare fumetti anche da felice, altrimenti sarebbe un mestiere terribile.

«Se dovesse essere soltanto un’ attività per i depressi sofferenti sarebbe terribile e in generale non la consiglierei a nessuno al mondo.» – Zerocalcare

In foto: Zerocalcare

Tuttavia, ha ammesso che nel suo caso esiste una sorta di “sofferenza intermedia” che favorisce la creazione: se sta troppo bene non sente il bisogno di raccontare nulla, mentre se sta troppo male non ha la lucidità necessaria per trasformare il dolore in fumetto. Quando invece si trova in una zona emotiva più equilibrata, riesce a elaborare le proprie inquietudini e inserirle nelle storie. Ha anche sottolineato che non esiste un obbligo morale a esporsi completamente: ogni autore deve trovare il proprio equilibrio tra sincerità personale e necessità narrativa.

I personaggi delle opere a fumetti e la loro identità

Successivamente il discorso si è spostato sui personaggi e sulla loro identità. Irene Marchesini e Carlotta Di Cataldo, autrici di Rebis, hanno raccontato il modo in cui i personaggi, nel corso della scrittura, sembrano quasi prendere vita da soli. Irene ha spiegato che durante la realizzazione di una loro opera si è resa conto, dopo le prime pagine, che il protagonista aveva assunto una personalità diversa da quella inizialmente immaginata.

«E poi è successo a quella cosa che fa sembrare pazzi tutti gli scrittori e i fumettisti quando dicono che si sono cominciati a muovere per conto loro. Che ovviamente non è che prendono vita e si arrangiano però nella tua testa inconsciamente cominciano a ad assumere delle caratteristiche che poi hanno senso tra di loro e funzionano inconsciamente.» – Irene Marchesini

Di conseguenza, alcune scene già progettate non funzionavano più e sono state eliminate. Forzare il personaggio a compiere azioni incoerenti avrebbe spezzato la naturalezza del racconto. Secondo lei, il lettore percepisce immediatamente quando qualcosa è falso o costruito artificialmente, proprio come si riconosce una banconota falsa pur senza essere esperti.

Riccardo Atzeni ha poi raccontato la genesi del suo primo fumetto, Devo andare nello Spazio, una storia che affronta il rapporto padre-figlio all’interno di un contesto fantascientifico. All’inizio aveva paura di inserire elementi troppo autobiografici e aveva riempito il racconto di dettagli nonsense, personaggi assurdi e situazioni caotiche quasi per nascondersi dietro la fantasia. A un certo punto, però, si è accorto che il messaggio emotivo si stava perdendo. Ha quindi iniziato a eliminare il superfluo, mantenendo però l’ambientazione fantascientifica come filtro narrativo. Per Atzeni, infatti, la fantascienza permette di deformare la realtà per restituirla in modo ancora più autentico. Il suo obiettivo non era raccontare sé stesso in maniera diretta, ma creare una storia in cui il lettore potesse riconoscere le proprie questioni irrisolte.

Un’altra domanda centrale del panel riguardava la possibilità di lavorare su storie o temi che non interessano davvero gli autori. Le risposte hanno mostrato approcci differenti ma complementari. Riccardo Atzeni ha spiegato che, impiegando anni per realizzare un fumetto ad acquerello, gli sarebbe quasi impossibile dedicarsi a lungo a una storia che non lo coinvolga. Lorenzo Ceccotti ha invece detto che ciò che conta davvero non è tanto il tema, ma il modo in cui può essere rappresentato visivamente. Anche una storia banale può diventare stimolante se offre possibilità interessanti dal punto di vista grafico.

Diversi autori hanno però ammesso di avere alcuni limiti personali: Rita Petruccioli, per esempio, ha detto che non farebbe mai un libro di autoaiuto; altri hanno scherzato sul loro odio per le automobili, i cavalli o certi temi contemporanei.

Il panel si è trasformato così in una riflessione sul rapporto tra passione personale e mestiere. Tutti hanno concordato sul fatto che il fumetto richieda un investimento di tempo ed energie tale da rendere difficile lavorare su qualcosa di totalmente estraneo alla propria sensibilità. Anche quando si lavora su commissione, è necessario trovare almeno un elemento capace di stimolare interesse e partecipazione.

Zerocalcare ha parlato del rapporto tra solitudine e pubblico. Ha spiegato che il fumetto è un lavoro profondamente solitario, fatto di lunghi periodi passati da soli a disegnare. Gli incontri dal vivo con i lettori rappresentano quindi un momento importante perché danno senso al lavoro svolto. Diverso è invece il rapporto con i social network, che l’autore ha definito stancante e opprimente persino quando i commenti sono positivi.

Irene Marchesini ha raccontato quanto l’abbia colpita vedere il suo lavoro tradotto e apprezzato anche all’estero. La scoperta che persone con culture completamente diverse riuscissero a riconoscersi nelle stesse emozioni le ha fatto capire quanto certi sentimenti siano universali. È stata per lei una conferma del fatto che le storie sincere riescono davvero a superare confini geografici e culturali.

Tirando le somme…

La parte finale del panel si è trasformata in una performance collettiva. Riccardo Atzeni ha iniziato a colorare il disegno dal vivo realizzato da tutti gli artisti presenti in una divertente corsa contro il tempo, tra i commenti esilaranti dei colleghi. Il risultato è la dimostrazione pratica di ciò di cui si era discusso per tutto il tempo: il fumetto come processo umano, collettivo, imprevedibile e profondamente legato alla personalità di chi crea.

Nel complesso, il panel restituisce l’immagine di un gruppo di autori molto diversi tra loro ma accomunati da alcune convinzioni profonde: il fumetto nasce dalla curiosità verso il mondo, dalla sincerità emotiva e dal desiderio di raccontare qualcosa che abbia un significato personale. Anche quando si scherza su cavalli, automobili o alberi difficili da disegnare, emerge continuamente il legame tra tecnica e sensibilità umana. Disegnare non significa soltanto saper riprodurre immagini, ma osservare la realtà, filtrarla attraverso la propria esperienza e trasformarla in racconto condiviso.

Una visione decisamente romantica e molto sensibile del fumetto che ha incantato il Salone Internazionale del Libro di Torino e che rispecchia in maniera assoluta lo spirito di Bao Publishing e i suoi autori, poeti visivi e spiriti sognatori della nona arte.

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