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Intervista a Pasqual Ferry, l’artista spagnolo che ha reso ‘mortale’ Thor!

Al Be Comics! Be Games! Torino abbiamo intervistato Pasqual Ferry, artista spagnolo dal tratto dinamico che ha disegnato pagine di fumetto Marvel sci-fi e fantasy e attualmente è impegnato sul Mortale Thor!

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Dopo la British Invasion, Marvel ha voluto cercare di replicare l’esperimento andando a pescare questa volta in Spagna nuovi talenti che portassero nuove idee e stili originali alla Casa delle Idee. Tra questi c’è Pasqual Ferry, artista dal tratto fluido e dinamico che grazie a uno stile davvero personale si è fatto strada soprattutto su testate dalle forti connotazioni sci-fi, come Ultimate Fantastic Four, e fantasy, come Thor o Doctor Strange.

Al Be Comics! Be Games! Torino abbiamo avuto la possibilità di scambiare quattro chiacchiere con l’artista che ci ha raccontato gli inizi della sua carriera e il suo lavoro tra cui l’ultimo incarico che lo vede attualmente protagonista su Il Mortale Thor insieme a Al Ewing.

Un altro grande autore spagnolo su queste pagine, un’altra grande intervista su PopCorNerd. Ecco a voi Pasqual Ferry!


Pasqual Ferry: da Marvel UK alle pagine di Doctor Strange, Fantastic Four e Thor

Ciao Pasqual e benvenuto su PopCorNerd! Il tuo debutto nel mondo del fumetto è avvenuto con Marvel UK, prima di approdare negli Stati Uniti. Come è avvenuto il passaggio alla Marvel Comics?

Pasqual Ferry – Marvel UK nacque come un’opportunità della divisione americana della Marvel per espandersi. Cominciarono quindi a cercare artisti al di fuori degli Stati Uniti e dell’Inghilterra e, attraverso un agente, Gavin Rodríguez, iniziarono a selezionare disegnatori spagnoli che avessero familiarità con il fumetto supereroistico.

Contattò me, così come molti altri: Salvador Larroca, Carlos Pacheco, Óscar Giménez Font e tanti altri.

Quello che accadde fu che l’espansione non ebbe il successo sperato e durò molto poco. Tuttavia servì da trampolino affinché una serie di artisti passasse dalla divisione inglese a quella americana. I primi furono Larroca e Pacheco, e poco dopo arrivai anch’io. In sostanza è andata così.

Abbiamo iniziato lì, ci avevano promesso che quel progetto sarebbe durato a lungo. Non è stato così, ma in compenso abbiamo avuto la possibilità di entrare nella Marvel americana.

Hai lavorato a diversi progetti di fantascienza, come Ultimate Fantastic Four o Adam Strange, e a opere fantasy come Thor e Doctor Strange. In quale stile e genere ti senti più a tuo agio?

Pasqual Ferry – In realtà adoro sia il fantasy sia la fantascienza, ma adesso con Thor, che è diventato più urbano, mi sto divertendo moltissimo.

Credo che ogni progetto richieda di innamorarsi della storia e del personaggio. Thor lo conosco bene perché l’avevo già disegnato in passato, ma questa nuova versione è diversa e mi offre nuove opportunità.

La vera sfida è disegnare scene che inizialmente pensi possano non piacerti, per poi scoprire che in realtà ti diverti moltissimo a realizzarle.

Detto questo, Doctor Strange, Adam Strange e Fantastic Four sono probabilmente le serie che mi sono divertito di più a disegnare.

Ho adorato il tuo Doctor Strange, realizzato insieme a Jed McKay. Pur considerando il tuo stile molto moderno e cinematografico nelle inquadrature, la tua versione del personaggio mi sembra profondamente legata a quella originale di Steve Ditko. Cosa ne pensi?

Pasqual Ferry – Sono un grande fan di Steve Ditko. Oggi può sembrare un autore “vecchio stile” o vintage, ma credo che il suo dominio della figura umana in Spider-Man e la sua incredibile capacità creativa nel costruire i mondi magici di Doctor Strange abbiano definito un linguaggio che tutti noi abbiamo finito per seguire.

Quando finalmente ho avuto l’occasione di lavorare su Doctor Strange,  era un personaggio che desideravo disegnare da sempre, ho inserito nella casa del Dottore diversi quadri che in realtà sono frammenti delle scenografie create da Ditko.

Sono quindi molto influenzato dal suo lavoro, ma volevo anche costruire un mondo magico ambiguo e psichedelico. Qualcosa che partisse dall’universo di Ditko ma che fosse allo stesso tempo profondamente mio.

Sei un artista che nel fantasy si muove con grande naturalezza. Si è visto soprattutto in Doctor Strange, dove hai dimostrato una notevole abilità nelle scene d’azione. Tuttavia la serie lascia spazio anche a momenti più intimi e quotidiani del Dottore, persino insieme a Clea. Come vivi questa alternanza tra azione, dialoghi e scene di vita normale?

Pasqual Ferry – Per me è fondamentale. Nelle storie contano i personaggi, ma anche tutto ciò che li circonda.

Ogni stanza della casa deve avere una ragione di esistere ed essere collegata a ciò che sta accadendo nella storia. Ma c’è un altro elemento che considero essenziale: il linguaggio del corpo.

I personaggi devono esprimersi, guardarsi, sembrare vivi. Altrimenti la storia si trasforma in una successione di vignette fredde, prive di fluidità.

L’obiettivo è far sì che la pagina scorra naturalmente, che il lettore non abbia la sensazione di stare leggendo un fumetto, ma di assistere a qualcosa che il cervello percepisce come vivo.

Per me le scene intime sono importanti quanto quelle di battaglia, perché, in fondo, le battaglie finiscono spesso per assomigliarsi, a meno che non si introducano elementi creativi come la magia di Doctor Strange.

Ogni stanza della serie cercavo di renderla speciale. Mi sono ispirato a un architetto scozzese, purtroppo ora non ricordo il nome, raccogliendo moltissimo materiale sul suo stile architettonico e sul suo design.

L’intera casa è costruita seguendo quei riferimenti e mi sono divertito moltissimo anche nelle scene più intime e dialogate.

L’idea di mettere Dormammu in giacca e cravatta da dove nasce?

Pasqual Ferry: È stata un’idea di Jad McKay.

Io contribuisco soprattutto con gli aspetti visivi e di design. Ad esempio, l’Occhio di Agamotto che rimane costantemente attorno a Doctor Strange è stata una mia idea: volevo che fosse sempre presente insieme al personaggio e a lui è piaciuta.

L’idea del completo con giacca e cravatta di Dormammu, invece, è stata sua. E a me è piaciuta moltissimo, l’ho trovata davvero divertente.

In Spider-Man: Spider’s Shadow, insieme a Chip Zdarsky, presenti una versione molto oscura di Spider-Man. Ti sei divertito a trasportare un personaggio normalmente luminoso e ironico nel tono cupo del simbionte di Venom?

Pasqual Ferry: Assolutamente sì. È stato divertentissimo massacrare Jameson… insomma, uccidere tutti…

Inoltre la sceneggiatura era davvero eccellente. Quando il copione è buono e senti di raccontare qualcosa di diverso, con una forte impronta personale, il lavoro diventa ancora più appagante.

E poi Spider-Man… sono un grandissimo fan del personaggio e desideravo disegnarlo da sempre. Per di più con il costume nero, che adoro, e ho avuto anche l’occasione di ridisegnarlo. È stato fantastico.

Sei il disegnatore della nuova serie regolare di Mortal Thor. Rispetto alla tua prima esperienza con il personaggio ti sei trovato davanti un Thor molto diverso. Come è cambiato il personaggio e, di conseguenza, come sei cambiato tu come artista?

Pasqual Ferry – È diverso perché ora è umano. Non ha poteri, non è un dio ed è inserito in un contesto urbano. Tutto si svolge nella realtà, più o meno.

Come artista credo che con il tempo si evolva continuamente, a volte consapevolmente, altre senza nemmeno rendersene conto.

Anche gli strumenti fanno la loro parte. Un tempo lavoravo con la matita, poi scannerizzavo le tavole e realizzavo i grigi in digitale. Oggi invece il processo è completamente digitale.

Cambiano molto le modalità con cui utilizzi gli strumenti. Non è la stessa cosa lavorare con pennino e pennello oppure con una matita più morbida o più dura. Tutto questo influenza inevitabilmente anche il tuo stile.

E naturalmente, con gli anni, impari qualcosa. Se così non fosse, ci sarebbe davvero da preoccuparsi.

Sei conosciuto anche per reinterpretare i costumi dei personaggi. Cosa dobbiamo aspettarci da questo Thor?

Pasqual Ferry: Sicuramente un martello diverso. Un martello… umano. Non ha nulla di speciale, è un martello che può persino rompersi.

E poi ci sarà qualcosa nel numero 800 che definirà ciò che Thor diventerà in futuro, ma purtroppo non posso rivelare altro.

Ho letto che hai realizzato un progetto personale al quale hai dedicato circa sette anni. Puoi raccontarci qualcosa?

Pasqual Ferry: È il progetto della mia vita. Si intitola Alice.

Ne ho scritto la sceneggiatura, l’ho disegnato e colorato personalmente. È una storia che ha preso forma dentro di me per tutta la vita e che, a un certo punto, ho deciso di mettere finalmente su carta.

Sono 264 pagine che raccolgono tutto ciò che amo: avventura, mistero, fantasy e rapporti umani. È la storia di una famiglia.

Succede qualcosa che naturalmente non vi racconterò, ma che viene svelato poco alla volta durante la narrazione.

Spero che venga pubblicato nel corso di quest’anno e ne sono davvero entusiasta, perché ci sono voluti tantissimi anni per completarlo.

Il libro è terminato ed è già in fase di lavorazione presso l’editore. Sono molto felice, perché molti pensavano che non sarebbe mai uscito, invece uscirà.

Verrà pubblicato in spagnolo e, almeno per il momento, uscirà qui in Spagna. Spero poi anche negli Stati Uniti.

Negli Stati Uniti, comunque, i diritti sono già stati acquistati.

Ultima domanda: ti vedremo soltanto su Thor oppure anche in qualche altro progetto?

Pasqual Ferry: Per il momento ho davanti cinque o sei numeri di Thor.

Che, credetemi, equivalgono a una vita intera. Poi si vedrà. Magari continuerò ancora con Thor… e quello che arriverà dopo mi diverte ancora di più.

Bene, benissimo. Grazie mille, Pasqual. È stato un piacere.

Pasqual Ferry: Grazie a voi, grazie.


Pasqual Ferry: Biografia

Pasqual Ferrándiz Arroyo (nato il 24 marzo 1961), noto con lo pseudonimo di Pasqual Ferry, è un fumettista e disegnatore spagnolo. Si è interessato ai fumetti fin da piccolo, affermando che il suo primo amore sono stati Franquin, Mézières, in particolare, e Moebius. Il suo interesse per i fumetti di supereroi nasce dopo una visita agli uffici della Marvel Comics a New York.

In Spagna ha lavorato per lo studio di animazione di Albert Rué, oltre a pubblicare lavori su numerose riviste di fumetti iberiche. Nel 1993 ha creato il personaggio Plasmer con lo scrittore Glenn Dakin per una miniserie omonima di 4 numeri per la Marvel UK.

Quando la Marvel UK ha chiuso nel 1995, Ferry è passato a lavorare direttamente per la Marvel Comics. Dopo aver firmato diversi numeri di fumetti legati agli X-Men, ha lanciato la prima serie Heroes for Hire nel 1997 con Roger Stern e John Ostrander, prestando le matite su 15 dei 19 numeri, cosa che ha poi replicato anche nel 1999 per tutti i nove numeri della miniserie Warlock, scritta da Louise Simonson.

Dopo aver lasciato la Marvel, Ferry ha lavorato su diversi fumetti DC, tra cui Superboy (1994), Action Comics (2000) e Adam Strange (2004).

Nel 2005 lui e lo scrittore Grant Morrison hanno lavorato sulla serie limitata Seven Soldiers of Victory –  Mister Miracle.

Nel 2006 Ferry torna alla Case delle Idee divenendo il nuovo disegnatore della testata Ultimate Fantastic Four con lo scrittore Mike Carey.

Nel 2010 è diventato l’artista fisso di Thor della Marvel in coppia con lo scrittore Matt Fraction.

Nel 2016 ha lanciato una campagna di crowdfunding per un fumetto intitolato ALICE, ispirato ad Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Caroll.

Nel 2021 ha collaborato con Chip Zdarsky su una nuova serie What If per la Marvel, intitolata Spider-Man: Spider’s Shadow.

Nel marzo 2023, dopo aver firmato l’acclamata miniserie “Namor: Conquered Shores” sui testi di Christopher Cantwell, ha rilanciato la nuova serie di Doctor Strange con lo scrittore Jed MacKay.

Attualmente è impegnato su Il Mortale Thor serie che vede ai testi Al Ewing.

Sempre per Marvel, nel corso degli anni, firma numerose variant cover.*

biografia tratta dal sito del Comicon Bergamo

Comics

Chip Zdarsky e Valerio Schiti portano Capitan America nel mondo post 11/09/2001

La prima run di Chip Zdarsky e Valerio Schiti su Capitan America si intitola La Nostra Guerra Segreta, storia che vede Steve Rogers confrontarsi con un altro Capitan America: David Colton, il Super Soldato post 11 settembre 2001

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Capitan America è prima di tutto un simbolo.

Quel costume, quello scudo e, soprattutto, quella bandiera sono l’emblema degli Stati Uniti e della libertà, che negli anni ’40 servivano a far forza a chi stava al fronte, e la Seconda Guerra Mondiale la viveva in prima persona.

Oltre a Steve Rogers, diversi sono stati i portatori dello scudo nel corso degli anni e ogni uomo che ha ricoperto quel ruolo ha messo in atto onore, giustizia e coraggio mostrando, anche nei fumetti, come il sogno americano rispecchiasse una nazione forte e a tratti invincibile.

Poi è arrivato il 2001. Quel maledetto 11 settembre.

L’America è stata messa in ginocchio dallo scioccante attentato alle Torri Gemelle, che ha pietrificato tutto il mondo e ha dimostrato che anche i potenti Stati Uniti possono sanguinare dall’interno.

Una serie come quella di Cap non può rimanere estranea a certi eventi e scandali politici, che sono stati anche solo citati all’interno della testata o che hanno dato voce a uno schieramento attraverso le azioni del Capitano. Tra questi, la Guerra in Vietnam, il Watergate e, per l’appunto, l’11/09/2001, il giorno più buio del recente passato degli U.S.A.

Con il rilancio della serie di Capitan America, Chip Zdarsky e Valerio Schiti decidono di partire proprio da quel giorno, da quel momento fatidico in cui, per gli americani (ma non solo), tutto è cambiato.

Nel giorno che celebra i 25 anni da quel tragico e scellerato attacco al World Trade Center, abbiamo deciso di parlare proprio della prima saga del Cap di Zdarsky e Schiti, La nostra Guerra Segreta, che si è prefissata di “svecchiare” il mito fumettistico di Capitan America, applicando una sorta di soft reboot, e di presentarci un inedito personaggio che ha indossato i panni del Discobolo proprio negli anni successivi al 2001.

Ed anzi: per David Colton, quell’11/09/01 è stato il momento che gli ha fatto decidere che avrebbe difeso l’America e i suoi cittadini a ogni costo.

Il team creativo dietro la nuova serie di Cap: Chip Zdarsky e Valerio Schiti

Marvel punta a un rinnovamento in grande stile per Capitan America e lo fa scegliendo uno degli scrittori di grido degli ultimi anni: quello Zdarsky che ha ammaliato tutti con il suo Daredevil, riconosciuto tra le migliori interpretazioni a fumetti del Diavolo di Hell’s Kitchen, che poi ha scritto Batman (dove ha brillato decisamente meno rispetto a DD) prima di lasciare il posto a Matt Fraction, per tornare alla Casa delle Idee e curare la serie di Cap (e altri futuri progetti legati all’Universo Marvel).

Dopo aver testato il suo rapporto con Steve Rogers all’interno del futuro orwelliano della maxiserie Avengers: Twilight, Chip è stato scelto per portare la serie di Capitan America al posto che merita, dopo qualche anno di alti e bassi.

Alle matite troviamo un ottimo Valerio Schiti, talento romano reduce dalla sfortunata miniserie G.O.D.S. scritta da Jonathan Hickman, decisamente a suo agio tra le pagine di Cap, con diversi spunti creativi che dimostrano l’affiatamento con Chip Zdarsky.

Risvegliarsi in un America ferita

La prima cosa che decide di fare Chip Zdarsky è “spostare in avanti” lo scongelamento di Steve Rogers di qualche anno. Quando Steve viene ritrovato e viene tolto dal ghiaccio, quello che gli si para davanti è il mondo post-11/09/2001. Una realtà in cui Steve si trova spaesato, disorientato e, mai come in questo caso, si sente fuori dal tempo.

Contemporaneamente facciamo la conoscenza di David Colton, partendo dal passato con un’immagine davvero di impatto: un giovanissimo David, di schiena, di fronte all’orrore delle Torri Gemelle che crollano, manifestando ancora di più l’impotenza, la paura e lo sgomento di un popolo. E siamo solo a pagina 1 del primo numero della gestione Zdarsky/Schiti.

Nel corso dei numeri, attraverso alcuni flashback e salti temporali, capiamo meglio chi è David: un ragazzo rimasto scioccato dall’attacco aereo, che ha deciso di intraprendere la carriera militare, per essere uno degli uomini al fronte pronto a difendere l’America ed evitare che possa vivere un altro 11 settembre in futuro.

Ma David è gracile, proprio come Steve, viene preso di mira dai superiori e picchiato. La sua determinazione attira l’attenzione di qualcuno che decide di riprovare l’esperimento del Super Soldato… e funziona.

David Colton è il Cap del nuovo millennio, quello che va in Afghanistan e che partecipa alle missioni sul campo, che è testimone di tutti gli orrori che ne derivano e che lo lasceranno segnato.

Nel presente Steve viene arruolato per una missione top-secret dal Generale Thaddeus E. “Thunderbolt” Ross che, insieme a una nuova formazione di Howling Commandos e al nuovo Cap deve liberare alcuni ostaggi all’ambasciata di Latveria, stato che da poco ha visto salire al potere un nuovo sovrano: Victor Von Doom, il Dottor Destino!

Ovviamente, la missione in cui si trovano invischiati i due Cap nasconde alcuni segreti che metteranno sotto una luce diversa il Governo americano e, soprattutto, metteranno a confronto Steve Rogers con Victor Von Doom e il suo modello di sovranità, che agli occhi di Steve si avvicina molto alla dittatura nazista.

Inoltre i due capitani si troveranno anche a divergere sulle strategie da usare sul campo. Steve e David hanno gli stessi ideali, ma esperienze diverse e questo significa avere un senso di giustizia differente, che li metterà faccia a faccia.

Steve e David: due lati della stessa bandiera

La nuova serie di Capitan America mette subito a confronto Steve Rogers con un altro Capitano: David Colton. Un personaggio inedito, creato per la serie da Zdarsky e Schiti, che fa capire che l’America, in un’era moderna in cui Steve Rogers è ancora congelato, dopo l’attacco alle Torri Gemelle non può permettersi altri errori e ha bisogno di un nuovo simbolo per risollevare la nazione. E così dà lo scudo a David Colton, un ragazzo con gli stessi ideali e motivazioni del vecchio Cap.

In realtà, Steve e David hanno origini molto simili. Sono entrambi determinati ma fisicamente deboli, disposti a tutto (anche ad assumere un siero che potrebbe ucciderli) pur di diventare i difensori della nazione che hanno giurato di proteggere sino alla fine.

E allora, come mai sono così diversi? Steve e David sono figli della guerra, ma di due conflitti diversi. Rogers, come sappiamo, è il simbolo della lotta americana contro un nemico che ha un volto ben delineato: Hitler e i nazisti. Colton, invece, oltre a essere di un’epoca diversa, ha tutto un altro percorso.

David è il Capitano che rappresenta l’America in Afghanistan. Il suo nemico è diverso rispetto ai nazisti affrontati da Rogers. Spesso è silenzioso, si nasconde tra i civili e compie azioni che mettono in pericolo anche donne e bambini, vittime sacrificali per gli uomini di Osama Bin Laden e potenziali pericoli per gli americani che si muovono tra quelle strade e che non sanno cosa e chi li potrà colpire. E nel frattempo esseri umani muoiono per una guerra che non hanno chiesto venisse combattuta.

La guerra che affronta e vive David è qualcosa che lo smuove internamente, lo turba, lo fa dubitare e lo sgretola psicologicamente, sino a renderlo più duro, spavaldo e un’arma a tutti gli effetti del Governo americano più che un simbolo degli Stati Uniti.

Un evento specifico e struggente che accade all’interno di un flashback di Colton in Capitan America #3 lo spezza e lo rende un Capitan America decisamente vulnerabile emotivamente e dall’equilibrio molto instabile.

Sino a che punto ci si deve spingere per vincere una guerra? Quello che accade in quello specifico numero è uno dei momenti più crudi, intensi e reali di un fumetto Marvel degli ultimi anni.

Il dualismo e il diverso modo di agire che vede da un lato Steve Rogers, ancora ancorato a uno stile di lotta più idealista, e dall’altro David Colton, più votato all’azione militare e al portare a termine la missione, è una delle cose più interessanti portate in scena da Chip Zdarsky, che ancora una volta si dimostra un ottimo scrittore in fatto di dialoghi e personaggi.

Il suo David Colton è un Capitano davvero interessante da conoscere e scoprire e sappiamo che avrà un ruolo fondamentale nell’immediato futuro dell’Universo Marvel.

Un Chip Zdarsky davvero in forma ma che riscrive il passato di Steve Rogers

Sulle indiscutibili doti di Chip Zdarsky non ci sono dubbi e si conferma uno dei migliori sulla piazza anche in Capitan America.

Lo sceneggiatore, come già detto, ha un’ottima capacità di sviluppo narrativo ed è abile a caratterizzare i personaggi, a descrivere i loro sentimenti e atmosfere e a raccontare storie che tengono incollato il lettore, anche se ha spesso il difetto di non essere troppo originale (questo va detto) nelle sue trame.

Con Capitan America decide di spostare le lancette dell’iceberg dove era congelato Steve in avanti di qualche decina di anni. In questa maniera riscrive il passato di Steve Rogers, proiettandolo in un’epoca più moderna, ma allo stesso tempo dando un bel colpo di spugna al passato editoriale.

Storie uscite all’epoca dell’attacco alle Torri Gemelle sulla testata di Cap, scritta da John Ney Rieber e disegnata dal compianto John Cassaday, o anche semplicemente lo struggente ed emozionante albo speciale Amazing Spider-Man #36, intitolato 11/09/2001 di J. Michael Straczynski e John Romita Jr., che vedevano Steve di fronte all’orrore di Ground Zero, in questa maniera sono state “cancellate” dal passato di Steve.

Un vero peccato per storie che hanno segnato un’epoca.

Al netto di questo, Zdarsky imbastisce un’ottima trama che alterna momenti molto intensi, ripresentando la storia delle origini di Steve, ribaltandola su David e mostrando la guerra vissuta da Colton, a bei momenti d’azione in cui mette ottimamente a confronto i due Cap e Steve contro Destino, senza dimenticare anche la parte thriller spy che si svolge in Latveria.

Inoltre, Zdarsky ci presenta anche una versione di Destino e una situazione di Latveria decisamente interessanti. Si tratta di un Von Doom appena divenuto il regnante di Latveria, ancora “acerbo” rispetto al nemico temibile dei Fantastici 4 e prossimo villain del MCU, ma con le idee ben chiare.

La rappresentazione di Victor e il confronto con Steve Rogers sono un’altra dimostrazione di qualità da parte dello sceneggiatore quando si tratta di esaltare personaggi di peso.

Anche la situazione riguardante la nazione comandata dal neo-sovrano è controversa e vede da un lato chi sta dalla parte di Destino, sperando che porti un futuro migliore, e dall’altro i ribelli già pronti a rovesciare quello che è, a tutti gli effetti, un tiranno che comanda con i suoi Doombot e che negli anni a venire farà rimpiangere ai suoi abitanti il passato.

Valerio Schiti: un italiano capace di tener testa a due Super Soldati

Se Zdarsky è lo sceneggiatore di questo film a fumetti di Cap, Valerio Schiti ne è l’assoluto regista.

L’artista romano fa già intendere di che pasta è fatto e di aver assimilato la sceneggiatura di Zdarsky sin dalle prime battute. La prima e l’ultima pagina di Capitan America #1 sono due tavole dall’impatto visivo pazzesco che mostrano Colton di schiena in entrambi i casi: a pagina 1, bambino di fronte al crollo delle Torri Gemelle e nell’ultima pagina del numero David nei panni di Capitan America mentre assiste alla caduta della Torre di Saddam Hussein.

Due momenti della storia recente delicati e ben registrati nella memoria di chi quegli anni se li ricorda e li ha vissuti, anche solo tramite i notiziari.

L’apporto grafico di Schiti è di prim’ordine in tutti i primi 6 numeri a livello visivo, dimostrando di saper domare due Capitani, e raggiunge picchi altissimi in diverse occasioni.

Un altro esempio? L’ultima pagina di Capitan America #3: pagina divisa in due, con la parte superiore con protagonista Colton e quella inferiore Steve. Entrambi arrivano, dopo un crescendo, a situazioni di sconfitta e disperazione personale, ma anche di resa simbolica di Capitan America, con un utilizzo dei colori rosso e blu (i colori di Cap) pressoché perfetto.

Ma Schiti è fondamentale in questo nuovo corso di Capitan America anche e soprattutto dal punto di vista creativo. Costumi nuovi e più moderni, come quello di Steve o quello di Colton, personaggi inediti accattivanti o vecchi reinterpretati, sono parte integrante dell’operato del disegnatore italiano, che non si è fermato alle sole matite.

Una co-produzione, quella Zdarsky/Schiti, che vede entrambi egualmente protagonisti di questa rinascita di Capitan America. E non posso che esserne felice.

Una fiction a fumetti che non vuole dimenticare la cinica e cruda realtà

Con la storia La nostra Guerra Segreta, Capitan America riparte da Steve Rogers, ma soprattutto da un momento cupo della storia degli Stati Uniti: l’11 settembre 2001.

Ma quello che cercano di mostrare Chip Zdarsky e Valerio Schiti in questa prima run è che la guerra, in ogni tempo e in ogni luogo, è capace di segnare le persone in maniera indelebile, lasciando ferite che per alcuni sono difficili da rimarginare.

E lo fanno attraverso David Colton, un personaggio che riparte dal dolore di una nazione, davvero bello da esplorare e da leggere, che rende partecipe il lettore della sua storia personale e delle sue scelte.

Ma è anche e soprattutto la testata di Steve Rogers e quello che vediamo in queste prime storie è il solito e vecchio Steve, il Capitan America “perfetto”, l’unico che, in fondo, sembra in grado di sostenere quel ruolo e di opporsi sempre e comunque ai tiranni in ogni epoca; sia che abbiano i baffetti e portino una fascetta rossa con la svastica, sia che abbiano una maschera di metallo e un cappuccio verde.

Un (nuovo) inizio promettente per il Vendicatore a stelle e strisce.

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Absolute Batman Annual: Un Cavaliere Oscuro da Eisner Awards

Absolute Batman Annual #1 è stato protagonista agli Eisner Awards 2026 con una vittoria nella categoria Best Single Issue/One-Shot. Non potevamo non prendere in esame l’albo scritto e disegnato da tre grandi autori del fumetto americano: Daniel Warren Johnson, James Harren e Meredith McCLaren

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È proprio il caso di dire che il Cavaliere Oscuro ha colpito ancora.

Questo perché vincere un Eisner Award, prestigioso riconoscimento in ambito fumettistico, non è mai facile né scontato. Se a conquistarlo è un one-shot di Batman realizzato da tre grandi autori come Daniel Warren Johnson, James Harren e Meredith McCLaren, la notizia fa ancora più parlare di sé.

Bisogna dire che, quest’anno, l’Uomo Pipistrello in versione “Absolute” si è portato a casa ben due Eisner Awards al San Diego Comic-Con 2026: sia come Best Continuing Series per la serie regolare di Scott Snyder e Nick Dragotta, sia, appunto, come Best Single Issue/One-Shot per Absolute Batman 2025 Annual #1.

Che la serie ideata da Snyder e Dragotta sia una delle punte di diamante dell’ultima era di DC Comics ormai è un dato di fatto, ma il sottoscritto non avrebbe mai immaginato che anche il primo Annual di Absolute Batman potesse arrivare a vincere l’ambito premio dedicato al maestro Will Eisner.

L’albo in questione, pubblicato in Italia da Panini Comics su Absolute Batman #15, racchiude al suo interno le tre storie realizzate da Johnson, Harren e McCLaren. Si tratta di tre racconti molto diversi tra loro, che esplorano i primi passi di Absolute Batman come giustiziere di Gotham City e, al contempo, esaltano lo stile personale di ciascuno dei tre autori.

La forza di questo one-shot sta nel rappresentare in maniera esaustiva, nelle poche pagine a disposizione, questa versione del Cavaliere Oscuro, permettendo anche a chi non ha mai preso in mano un numero di Absolute Batman di conoscerne le sfaccettature, i punti di forza e le debolezze.

Allo stesso tempo, le tre storie mostrano l’oscuro mondo in cui Batman vive e agisce come vigilante, dove regnano odio, malvagità e disprezzo: un vero e proprio girone infernale nel quale un eroe deve prendere misure drastiche per la propria sopravvivenza e per quella delle persone che ama.

L’Absolute Batman di Daniel Warren Johnson: non il modo giusto, ma il mio

Daniel Warren Johnson è uno dei fumettisti più interessanti degli ultimi anni, come dimostrano i numerosi riconoscimenti ricevuti dalla critica e dal pubblico nel corso della sua carriera, oltre agli Eisner Awards conquistati in passato per l’opera creator-owned Do a Powerbomb!, nel 2023, e per il rilancio di Transformers per Skybound, nel 2024.

Siamo di fronte a un autore che, nel corso degli anni, ha perfezionato uno stile unico e dinamico, caratterizzato da numerose contaminazioni artistiche orientali e da un’estetica metal. Johnson ha, inoltre, la capacità di costruire storie drammatiche e dal forte carico emotivo, utilizzando spesso la violenza come elemento di grande impatto visivo per amplificare ulteriormente la forza delle sue tavole.

La scelta di DC Comics di affidare la storia principale di Absolute Batman 2025 Annual #1 a Daniel Warren Johnson è stata quasi naturale, perché chi meglio di lui avrebbe potuto ideare una trama perfetta per la versione dell’Uomo Pipistrello più brutale mai creata nei comics, che si muove nel mondo oscuro, sudicio e malato di Darkseid?

Quello che fa Johnson è molto semplice: trasporta Bruce Wayne fuori dal contesto urbano e tossico di Gotham City e lo conduce nella cosiddetta “Palude del Massacro”, dove vivono alcuni senzatetto, per lo più clandestini e stranieri, che ricevono aiuto da Padre Peters.

Uomini, donne e bambini alla ricerca di una speranza e di una vita normale vengono presi di mira da un gruppo di estremisti che, capitanati da un certo Deejay, hanno intenzione di “ripulire” con ogni mezzo a disposizione la Tendopoli che si è creata ai confini del paese dove vive il prete. Batman non è d’accordo e farà prevalere la sua giustizia spietata su chi cercherà di uccidere quella povera gente.

La storia di Johnson costituisce il piatto forte di Absolute Batman Annual e imbastisce una trama carica di drama, prendendo spunto da situazioni brutali e fatti di cronaca reale. Impossibile non notare il parallelismo tra i villain e le azioni portate avanti negli ultimi tempi dalla I.C.E. statunitense, che ha contribuito, con metodi poco ortodossi e spesso violenti, a far rispettare le leggi sull’immigrazione. Ma, senza citare le sole forze governative, basti pensare alla piaga razzista che da sempre attanaglia gli Stati Uniti, soprattutto nelle zone di periferia di alcuni Stati, dove il Ku Klux Klan e altre forme di propaganda razziale non sono mai state completamente debellate.

Johnson porta la realtà all’interno delle pagine di Absolute Batman, e appare quasi ironico che il Mondo Oscuro creato da Darkseid, dove vive questa versione del Crociato Incappucciato, sia quello più vicino al nostro.

L’autore statunitense coglie in pieno l’essenza del Batman Assoluto e porta allo stremo la brutalità e la violenza dell’Uomo Pipistrello, trasformandolo quasi in un emulo del Charles Bronson de Il Giustiziere della Notte, o semplicemente nella versione più rabbiosa del Punisher Marvel. In questa storia Batman raggiunge vette di aggressività mai viste, colpito emotivamente dalla situazione che lo circonda, che lo porta ad applicare nella forma più risoluta la sua concezione di giustizia, superando la sottile linea che lo separa dalle persone che spesso combatte.

Ed è il momento di riflessione, il ricordo di una persona che non c’è più, a far comprendere all’uomo sotto la maschera, Bruce Wayne, che per essere un eroe quello non è il modo giusto di combattere il crimine.

Sulle matite, Johnson è… semplicemente il “solito” spettacolare Johnson, con tavole ricche di azione in puro stile cinematografico, che da sempre contraddistingue la sua arte, aiutato da onomatopee che bucano la pagina, alternate a tavole di dialogo che spesso sono un vero e proprio pugno nello stomaco, per quanto risultino immersive grazie all’espressività dei disegni dell’autore.

E, leggendo questa storia, era impossibile non pensare che meritasse un premio.

L’Absolute Batman di James Harren: Sanctuary

James Harren è un altro autore dall’identità artistica ben definita. Co-creatore di Rumble insieme a John Arcudi, Harren si distingue per uno stile decisamente action e personale, che anche lui strizza l’occhio all’Oriente. Per chi non l’avesse ancora recuperato, è assolutamente consigliato il suo Ultra Mega, saga che è una vera e propria lettera d’amore alla cultura orientale e, in particolare, ai kaiju, che Saldapress ha portato in Italia in cinque volumi.

In Sanctuary, Harren porta il suo tratto alla corte di Batman, raccontando una storia che vede protagonisti, oltre al Cavaliere Oscuro, anche i Party Animals, gli scagnozzi di Maschera Nera.

Un giovane ragazzo di nome Victor è entrato nei Party Animals e conduce alcuni di loro all’interno della casa di suo padre, un pastore che vive in una chiesa di Gotham, per rapinarla. Ma Batman è nei paraggi e darà molto filo da torcere agli uomini di Maschera Nera, nemico con cui incrocerà di nuovo la strada nel primo ciclo di storie che hanno inaugurato il mito di Absolute Batman.

In questa breve storia, Harren presenta ancora una volta una vicenda violenta, con al centro un gruppo di persone traviato, ancora uomini di chiesa sullo sfondo e Batman nel mezzo. Il tratto e lo stile di Harren, da sempre caratterizzati da personaggi con caratteristiche spesso “mostruose” e proporzioni caricaturali al limite dell’umanità, ci offrono un Crociato Incappucciato che, nella versione dell’autore, è silenzioso, all’apparenza più mostruoso e mastodontico, con un mantello che, nei momenti di lotta, pare muoversi in autonomia quasi fosse vivo.

Una versione decisamente interessante, dove a parlare sono soprattutto i villain della storia e Batman appare quasi come una creatura soprannaturale e leggendaria, metà uomo e metà pipistrello, mossa solamente dalla sua personale missione di purificare Gotham.

Una visione interessante del personaggio, che si intreccia con una storia familiare fatta di incomprensioni e dolore e con un gruppo di criminali che approfittano della fragilità di un ragazzo.

L’Absolute Batman di Meredith McCLaren: Alla scoperta dei pipistrelli

In chiusura di albo troviamo la storia di due pagine di Meredith McCLaren, artista dallo stile manga che racconta una vicenda bizzarra fatta di social, post e tweet relativi agli avvistamenti della “creatura della notte” da parte della popolazione di Gotham.

In questa storia, Absolute Batman non è il protagonista diretto, ma lo è attraverso gli occhi delle persone che salva, aiuta e persino dei criminali che cattura. È la percezione che gli abitanti hanno del loro protettore a manifestarsi nei commenti degli stessi, contribuendo a portare avanti la leggenda dell’Uomo Pipistrello.

Contaminazione e talento: il segreto del successo agli Eisner di Absolute Batman

Come anticipato sopra, l’Annual di Absolute Batman è caratterizzato da tre autori con stili molto diversi tra loro, ma che hanno due cose in comune: il talento cristallino e la contaminazione con la cultura fumettistica orientale, ormai entrata prepotentemente anche nei gusti del pubblico americano attraverso manga e anime.

E Absolute Batman ne è l’emblema: un prodotto con protagonista un’icona supereroistica del mercato comics americano, che da subito ha sottolineato, attraverso omaggi, storie e stili, quanto la cultura manga e anime sia divenuta di dominio internazionale e sia seguita e apprezzata anche oltreoceano.

Ma non c’è solo questo dietro Absolute Batman, una serie contraddistinta dal talento dei suoi autori e da idee capaci di reinterpretare in maniera fresca e originale un personaggio in giro da 87 anni. E questo si è riflesso nell’albo speciale attraverso le parole e le matite di altrettanti autori incredibili come Daniel Warren Johnson, James Harren e Meredith McCLaren, che hanno saputo cogliere gli aspetti più importanti del personaggio, tanto da valere loro un Eisner Award.

Il Cavaliere Oscuro ha colpito ancora una volta. E non sarà l’ultima.

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Transformers: perché la serie di Daniel Warren Johnson è il cuore dell’Energon Universe

Ecco perchè Transformers (Image Comics, Saldapress) di Daniel Warren Johnson è il cuore pulsante dell’Energon Universe.

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L'Energon Universe arriva in Italia

Nel nostro precedente approfondimento dedicato a G.I. Joe abbiamo visto come la nascita della nuova squadra e l’ascesa di Cobra siano strettamente legate agli eventi che sconvolgono il mondo. 

Per comprendere davvero le origini di quel conflitto, però, bisogna tornare al punto da cui tutto ha avuto inizio: la guerra tra Autobot e Decepticon raccontata nella serie Transformers di Daniel Warren Johnson. È qui che l’Energon diventa il fulcro dell’intero universo condiviso, dando il via a una catena di eventi destinata a influenzare tutte le serie pubblicate da SaldaPress.

I quattro volumi: il cuore della nuova saga

Transformers Vol. 1 – L'inizio della guerra

Il primo volume rappresenta molto più di un semplice nuovo inizio per i Transformers: è una vera e propria dichiarazione d’intenti. Daniel Warren Johnson evita le classiche storie di origine e catapulta il lettore nel pieno della guerra tra Autobot e Decepticon, mostrando fin dalle prime pagine quanto il conflitto sia brutale e senza esclusione di colpi. La Terra diventa il nuovo teatro dello scontro e gli esseri umani si trovano coinvolti in una battaglia combattuta da fazioni infinitamente più potenti di loro. Al centro della vicenda c’è un Optimus Prime profondamente diverso dall’eroe infallibile di molte incarnazioni precedenti: è un comandante segnato dalle perdite, costretto a prendere decisioni dolorose pur di garantire un futuro ai suoi compagni. L’autore riesce così a coniugare l’azione spettacolare con una forte componente emotiva, gettando le basi narrative dell’intero Energon Universe.

Transformers Vol. 2 – Le ferite del conflitto

Nel secondo volume il ritmo non rallenta, ma la serie cambia prospettiva. Se il primo tomo era dedicato principalmente alla presentazione del conflitto, qui l’attenzione si sposta sulle sue conseguenze. Gli Autobot devono affrontare perdite, difficoltà logistiche e continui dubbi sulla propria missione, mentre i Decepticon mostrano crepe sempre più evidenti nella loro catena di comando. Johnson dedica maggiore spazio alla caratterizzazione dei personaggi, rendendo figure come Starscream, Soundwave e Optimus Prime sorprendentemente sfaccettate. Parallelamente cresce anche il ruolo degli esseri umani, che non sono più semplici spettatori ma diventano parte integrante degli eventi. È inoltre il volume che inizia a collegare in maniera più evidente Transformers alle altre serie dell’Energon Universe, preparando il terreno ai futuri sviluppi che coinvolgeranno Void Rivals e G.I. Joe.

Transformers Vol. 3 – L'escalation della guerra

Con il terzo volume la serie raggiunge uno dei suoi momenti più spettacolari. L’ingresso in scena dei Combiner porta il conflitto a un livello completamente nuovo, offrendo alcune delle sequenze d’azione più impressionanti dell’intera collana. Tuttavia Daniel Warren Johnson dimostra ancora una volta che il vero punto di forza della serie non è soltanto la spettacolarità dei combattimenti. Dietro ogni scontro si nascondono infatti rapporti di fiducia, rivalità, sacrifici e scelte morali che rendono la guerra sempre più complessa. Il volume approfondisce anche il tema della leadership, mostrando quanto il peso delle responsabilità ricada su Optimus Prime e quanto le ambizioni personali rischino di compromettere il fronte dei Decepticon. È probabilmente il capitolo che meglio sintetizza il perfetto equilibrio tra intrattenimento e sviluppo dei personaggi.

Transformers Vol. 4 – Il passato che cambia il futuro

Il quarto volume rappresenta una svolta importante per la serie. Pur continuando a raccontare la guerra sulla Terra, Johnson sceglie di guardare anche al passato di Cybertron, approfondendo le origini del conflitto e il rapporto tra Optimus Prime e Megatron. Attraverso flashback e nuove rivelazioni, scopriamo come la guerra non sia nata semplicemente dalla contrapposizione tra bene e male, ma da ideali differenti, errori e decisioni che hanno cambiato il destino di un intero pianeta. Parallelamente la Matrice del Comando assume un ruolo centrale, mettendo in discussione il concetto stesso di leadership e il futuro degli Autobot. L’inclusione dell’Energon Universe Special 2025 amplia ulteriormente la portata della storia, consolidando i legami con le altre serie dell’universo condiviso e preparando il terreno agli eventi che verranno. Questo volume conferma definitivamente come il nuovo Transformers non sia soltanto una serie ricca d’azione, ma un racconto corale capace di dare profondità e spessore a uno dei franchise più iconici del fumetto e dell’animazione.

I due fronti della guerra

Cybertron: un mondo perduto

Sebbene gran parte della serie si svolga sulla Terra, l’ombra di Cybertron incombe costantemente su ogni evento. Attraverso flashback, ricordi e rivelazioni, Daniel Warren Johnson mostra un pianeta devastato da milioni di anni di guerra civile, un tempo culla di una civiltà straordinariamente avanzata e ormai ridotto a un simbolo di ciò che il conflitto può distruggere. È proprio su Cybertron che affondano le radici dello scontro tra Optimus Prime e Megatron e che prendono forma le profonde divisioni ideologiche tra Autobot e Decepticon. Nel quarto volume, il ritorno al passato permette di comprendere meglio le origini della guerra e il peso delle scelte compiute dai due leader, dimostrando come il conflitto non sia nato da una semplice lotta tra bene e male, ma da visioni opposte del futuro del loro popolo. Cybertron diventa così molto più di uno sfondo narrativo: è una ferita aperta che continua a influenzare ogni decisione presa dai suoi sopravvissuti.

La Terra al centro della guerra

Se Cybertron rappresenta il passato della guerra, la Terra ne è il presente e, soprattutto, il futuro. Per Autobot e Decepticon il nostro pianeta non è soltanto un rifugio o un nuovo campo di battaglia, ma una risorsa strategica destinata a cambiare gli equilibri dell’intero universo. La presenza dell’Energon e delle tecnologie cybertroniane attira entrambe le fazioni, trasformando città, basi militari e piccoli centri abitati in scenari di scontri devastanti. Daniel Warren Johnson racconta questo fronte con grande attenzione alle conseguenze del conflitto: edifici distrutti, civili costretti a convivere con una guerra che non appartiene loro e governi impreparati ad affrontare una minaccia di tale portata. È proprio sulla Terra che i destini di esseri umani e Cybertroniani finiscono per intrecciarsi, gettando le basi per gli sviluppi dell’Energon Universe e preparando il terreno all’arrivo delle organizzazioni che saranno protagoniste di G.I. Joe e Cobra. In questo modo il pianeta diventa il crocevia di tutte le principali linee narrative dell’universo condiviso, nonché il luogo in cui si deciderà il destino di entrambe le specie.

Dentro la guerra: i protagonisti del conflitto. Due leader, due ideali

Optimus e Megatron: lo scontro che decide il destino di Cybertron

Il cuore della serie Transformers non è soltanto la guerra tra Autobot e Decepticon, ma il profondo dualismo tra Optimus Prime e Megatron. Daniel Warren Johnson recupera uno degli elementi più affascinanti della mitologia dei Transformers: i due leader non sono semplicemente eroe e villain, ma rappresentano due idee opposte di giustizia, libertà e potere. Entrambi desiderano un futuro migliore per Cybertron, ma i mezzi scelti per raggiungerlo li conducono su strade inconciliabili.

Optimus Prime incarna la convinzione che una guida debba conquistare il rispetto attraverso il sacrificio, la compassione e l’esempio. Ogni decisione che prende è accompagnata dal peso delle responsabilità verso i suoi compagni e dalla volontà di preservare la vita, anche quando ciò comporta enormi rischi personali. La sua leadership non nasce dalla forza, ma dalla fiducia che gli altri ripongono in lui. Megatron, al contrario, vede nel potere l’unico strumento capace di cambiare davvero il mondo. La sua esperienza gli ha insegnato che il dialogo e la diplomazia non bastano a spezzare un sistema corrotto e che solo la forza può garantire un nuovo ordine. Proprio questa convinzione lo porta a trasformare una rivoluzione in una guerra senza fine, in cui il fine finisce spesso per giustificare qualsiasi mezzo.

Uno degli aspetti più riusciti della serie è proprio il modo in cui Johnson evita una contrapposizione semplicistica tra bene e male. Attraverso i flashback e le rivelazioni sul passato di Cybertron, emerge come Optimus Prime e Megatron condividessero inizialmente il desiderio di costruire un futuro più giusto per il loro pianeta. È la diversa interpretazione di quel sogno a renderli nemici, trasformando il loro confronto in una vera e propria tragedia. Per questo motivo il conflitto tra Autobot e Decepticon assume una dimensione che va oltre le battaglie: è lo scontro tra due ideali destinati a influenzare il destino di un’intera civiltà.

I Decepticon: un impero costruito sul tradimento

Uno degli aspetti più interessanti della serie di Daniel Warren Johnson è il modo in cui vengono rappresentati i Decepticon. Lontani dall’essere un esercito compatto e disciplinato, sono una fazione profondamente divisa, in cui ambizioni personali, sete di potere e rivalità interne rischiano continuamente di compromettere gli obiettivi comuni. Con Megatron assente per buona parte della storia, il comando passa a Starscream, ma la sua leadership è tutt’altro che indiscussa. Ogni decisione viene messa in discussione e il timore di perdere il controllo alimenta un clima di sospetto costante.

Le tensioni emergono soprattutto nel rapporto tra Starscream e gli altri alti ufficiali, ciascuno con una propria visione del futuro dei Decepticon. Personaggi come Soundwave dimostrano una lealtà più rivolta alla causa che al singolo comandante, mentre altri sono pronti a sfruttare ogni occasione per migliorare la propria posizione. Questo equilibrio precario rende i Decepticon imprevedibili: spesso le sconfitte non derivano dalla superiorità degli Autobot, ma dalle divisioni che li consumano dall’interno.

Johnson utilizza queste rivalità per raccontare una fazione molto più complessa rispetto alle incarnazioni classiche. I Decepticon non sono semplicemente “i cattivi”: sono un’organizzazione in cui il potere si conquista con la forza, l’inganno e il tradimento, e dove la fiducia è una risorsa rara. Le continue lotte intestine non solo arricchiscono la caratterizzazione dei personaggi, ma contribuiscono a rendere la guerra ancora più instabile, dimostrando che, a volte, il nemico più pericoloso non è l’esercito avversario, bensì chi combatte al tuo fianco.

Spike e Carly: due umani in una guerra di giganti

In una serie dominata da giganteschi robot alieni, Spike Witwicky e Carly svolgono un ruolo fondamentale: sono gli occhi attraverso cui il lettore osserva il conflitto tra Autobot e Decepticon. Daniel Warren Johnson recupera due personaggi storici della mitologia dei Transformers e li reinterpreta in chiave moderna, evitando di relegarli al ruolo di semplici comprimari. La loro presenza non serve soltanto a creare un collegamento tra il mondo umano e quello dei Cybertroniani, ma contribuisce a dare una dimensione più concreta alle conseguenze della guerra.

Spike rappresenta l’umanità più istintiva e impulsiva. Coinvolto suo malgrado negli eventi, si trova rapidamente a confrontarsi con una realtà molto più grande di lui, imparando che il coraggio non significa essere invincibili, ma scegliere di agire anche quando si ha paura. Il suo rapporto con Optimus Prime e gli Autobot si sviluppa gradualmente, fondandosi sulla fiducia reciproca piuttosto che sull’ammirazione cieca, fino a renderlo uno degli alleati più importanti della resistenza terrestre. 

Carly, dal canto suo, offre una prospettiva diversa e complementare. Intelligente, determinata e capace di mantenere la lucidità anche nelle situazioni più disperate, non è la classica “spalla” dell’eroe, ma un personaggio attivo che partecipa agli eventi e contribuisce concretamente alle decisioni del gruppoIl rapporto con Spike aggiunge inoltre una dimensione emotiva alla storia, ricordando continuamente ciò che è davvero in gioco: non soltanto la sopravvivenza dei Cybertroniani, ma anche il futuro dell’umanità. Attraverso Spike e Carly, Johnson sottolinea uno dei temi centrali della serie: la guerra non coinvolge soltanto chi la combatte. Le loro vicende mostrano come il conflitto tra Autobot e Decepticon abbia un impatto diretto sulla vita delle persone comuni, trasformando due giovani apparentemente ordinari in protagonisti indispensabili di una storia che unisce fantascienza spettacolare e forte coinvolgimento umano.

La visione di Daniel Warren Johnson, l'autore che ha reinventato i Transformers

Quando nel 2023 è stato annunciato che Daniel Warren Johnson avrebbe scritto e disegnato la nuova serie di Transformers, le aspettative erano alte. Autore acclamato per opere come Murder Falcon, Do a Powerbomb! ed Extremity, Johnson aveva già dimostrato di saper coniugare azione travolgente e forte intensità emotiva. Con Transformers, però, la sfida era ancora più ambiziosa: rilanciare uno dei franchise più iconici della cultura pop senza tradirne l’identità.

Il risultato è una delle interpretazioni più convincenti mai dedicate ai Cybertroniani. Johnson sceglie di non limitarsi a raccontare una guerra tra robot giganti, ma costruisce una storia in cui i protagonisti sono prima di tutto personaggi. Optimus Prime, Starscream, Bumblebee e gli altri non combattono soltanto per vincere una battaglia: affrontano dubbi, sacrifici, perdite e conflitti interiori che li rendono incredibilmente umani, pur restando fedeli alla loro natura aliena.

Fondamentale è anche la sua doppia veste di sceneggiatore e disegnatore. Questa gli permette di orchestrare ogni tavola con un perfetto equilibrio tra testo e immagini, trasformando le spettacolari sequenze d’azione in strumenti di narrazione e non in semplici esercizi di stile. Le trasformazioni, gli scontri e perfino i momenti di silenzio raccontano qualcosa dei personaggi, dando vita a un fumetto in cui il linguaggio visivo ha la stessa importanza dei dialoghi.

Johnson riesce inoltre a trovare un equilibrio raro tra tradizione e innovazione. I design richiamano chiaramente l’estetica Generation 1, i personaggi conservano le caratteristiche che li hanno resi celebri e la mitologia classica viene rispettata, ma ogni elemento è reinterpretato con una sensibilità moderna. Il risultato è una serie capace di soddisfare i fan di lunga data e, allo stesso tempo, di rappresentare un punto di ingresso ideale per chi si avvicina per la prima volta all’universo dei Transformers.

È proprio questa visione a rendere la serie il cuore dell’Energon Universe. Daniel Warren Johnson dimostra che i Transformers possono essere molto più di un simbolo degli anni Ottanta: possono raccontare storie mature, emozionanti e coinvolgenti, senza rinunciare al senso di meraviglia che li accompagna fin dalla loro nascita. Il suo lavoro non si limita a rilanciare il franchise, ma ne ridefinisce il potenziale narrativo, ponendo le basi per quella che molti lettori e critici considerano una delle migliori incarnazioni dei Transformers mai realizzate.

L'arte della trasformazione

Uno degli aspetti più affascinanti dei primi quattro volumi di Transformers è il modo in cui Daniel Warren Johnson rappresenta la natura meccanica dei Cybertroniani. Le loro trasformazioni non sono semplici effetti spettacolari, ma processi complessi e credibili, in cui ogni ingranaggio, pistone, pannello e componente sembra avere una funzione precisa. L’autore dedica grande attenzione al funzionamento dei corpi dei Transformers, mostrando come siano vere e proprie macchine viventi: danneggiamenti, guasti e riparazioni hanno conseguenze concrete e contribuiscono a rendere ogni scontro ancora più intenso.

Le sequenze di trasformazione sono tra i momenti più iconici della serie. Johnson riesce a trasmettere tutta la complessità di questi esseri, illustrando il continuo movimento di parti meccaniche che si ricompongono fino a dare vita ai loro veicoli alternativi. Ogni personaggio possiede una trasformazione unica, studiata per rifletterne la personalità e il ruolo sul campo di battaglia: Optimus Prime diventa un possente camion, simbolo di forza e protezione, mentre altri Cybertroniani assumono forme più rapide, aggressive o specializzate, sfruttandole come parte integrante della propria strategia. Ma le trasformazioni non rappresentano soltanto una caratteristica estetica. Nella serie assumono un preciso valore narrativo: permettono ai personaggi di adattarsi rapidamente alle situazioni, di sorprendere gli avversari e di sfruttare al meglio le proprie capacità in combattimento. Daniel Warren Johnson utilizza questo elemento con grande creatività, costruendo scene d’azione dinamiche in cui il passaggio dalla modalità robot a quella veicolo diventa parte integrante della coreografia dello scontro, senza mai risultare gratuito.

Anche il design dei Cybertroniani contribuisce a rafforzare questa impressione di realismo meccanico. Pur richiamando le iconiche versioni Generation 1, ogni Transformer appare come una macchina credibile, fatta di metallo, bulloni, cavi e componenti in continuo movimento. Il risultato è una delle rappresentazioni più convincenti del franchise: le trasformazioni non sono soltanto il marchio di fabbrica della serie, ma l’espressione della natura stessa dei Cybertroniani, esseri viventi la cui identità è inscindibilmente legata alla loro straordinaria biomeccanic.

Quando l'azione prende vita

Uno dei motivi per cui Transformers è diventato uno dei fumetti più apprezzati dell’Energon Universe è il perfetto equilibrio tra sceneggiatura e comparto grafico. Daniel Warren Johnson non è soltanto lo scrittore della serie, ma anche il principale disegnatore dei primi archi narrativi, e questa doppia veste gli permette di costruire tavole in cui ogni scelta visiva è al servizio della narrazione. L’azione non è mai fine a sé stessa: la disposizione delle vignette, il ritmo della tavola e le inquadrature guidano il lettore attraverso combattimenti spettacolari senza sacrificare la chiarezza. Ogni trasformazione, ogni esplosione e ogni colpo hanno un peso narrativo preciso, contribuendo a trasmettere la tensione e la brutalità della guerra.

L’aspetto forse più sorprendente è la capacità di Johnson di rendere espressivi personaggi privi di un volto umano. Attraverso posture, movimenti, inclinazioni della testa e dettagli delle ottiche, Optimus Prime, Starscream, Soundwave e gli altri Cybertroniani riescono a comunicare emozioni profonde come paura, rabbia, dolore e speranza. È una narrazione fortemente visiva, in cui spesso basta una singola vignetta silenziosa per raccontare ciò che le parole non potrebbero esprimere con la stessa efficacia.

A partire dai volumi successivi, il testimone passa a Jorge Corona, che raccoglie un’eredità importante senza snaturare l’identità della serie. Il suo tratto mantiene il dinamismo e l’impatto spettacolare delle scene d’azione, ma introduce una maggiore fluidità e un’attenzione particolare alle espressioni e ai momenti più intimi, accompagnando la progressiva evoluzione della storia verso temi sempre più emotivi e introspettivi.
A completare il lavoro c’è il fondamentale contributo del colorista Mike Spicer, il cui utilizzo della luce e del colore diventa parte integrante della narrazione. Le tonalità calde e fredde scandiscono il ritmo emotivo del racconto, enfatizzano la monumentalità dei Cybertroniani e rendono immediatamente riconoscibili gli ambienti e le atmosfere. Il risultato è un fumetto in cui sceneggiatura, matite e colori dialogano continuamente tra loro, dimostrando come il comparto artistico non sia un semplice accompagnamento al testo, ma uno dei principali strumenti con cui Daniel Warren Johnson e gli altri autori costruiscono il coinvolgimento del lettore.

Perché questa serie conquista il lettore

Le emozioni dietro il metallo

Uno degli elementi che distingue il Transformers di Daniel Warren Johnson da molte interpretazioni precedenti del franchise è il grande spazio dedicato alle emozioni dei suoi protagonisti. Pur essendo esseri meccanici, gli Autobot e i Decepticon vengono raccontati come individui capaci di  provare sentimenti autentici: soffrono per la perdita dei compagni, stringono legami profondi, covano rancore e affrontano dubbi che influenzano ogni loro scelta. La guerra non è soltanto uno scontro tra fazioni, ma una tragedia che lascia cicatrici emotive su tutti i personaggi.

Optimus Prime è forse l’esempio più evidente di questo approccio. Nel corso dei quattro volumi il leader degli Autobot vive costantemente il peso delle responsabilità: ogni caduto rappresenta un fallimento personale e ogni decisione è accompagnata dal timore di sacrificare chi ha giurato di proteggere. La sua forza non deriva dalla superiorità fisica, ma dalla capacità di mettere sempre il bene collettivo davanti ai propri desideri, anche quando questo significa convivere con il senso di colpa e con il dolore.

Nel quarto volume questa dimensione diventa ancora più evidente, quando la crisi della Matrice del Comando si riflette anche sul suo equilibrio interiore, mettendo in discussione la sua stessa identità di leader. Anche tra i Decepticon le emozioni hanno un ruolo fondamentale, sebbene assumano una forma diversa. Orgoglio, ambizione, invidia e desiderio di rivalsa alimentano le continue lotte intestine che attraversano la fazione. Starscream è mosso dall’ossessione di dimostrare il proprio valore, mentre personaggi come Soundwave incarnano una lealtà quasi assoluta verso la causa. Questi sentimenti rendono i Decepticon molto più di semplici antagonisti: sono individui con convinzioni, paure e obiettivi spesso in conflitto tra loro, rendendo il fronte nemico tanto pericoloso quanto instabile. Johnson dedica inoltre grande attenzione ai rapporti di fiducia e fratellanza tra gli Autobot. I milioni di anni trascorsi a combattere insieme hanno trasformato la squadra in una vera famiglia, dove il sacrificio di un compagno pesa quanto quello di un fratello. È proprio questo legame a dare forza emotiva alle battaglie: ogni scontro non riguarda soltanto la vittoria o la sconfitta, ma la sopravvivenza di persone che condividono un passato, ricordi e ideali comuni. È anche grazie a questa profondità emotiva che la serie riesce a distinguersi.

Daniel Warren Johnson dimostra che i Transformers non sono soltanto giganteschi robot che si affrontano in spettacolari combattimenti, ma personaggi complessi, capaci di trasmettere emozioni universali. Dietro il metallo, gli ingranaggi e le trasformazioni si nascondono temi come il sacrificio, il senso di appartenenza, il lutto, la speranza e la ricerca della propria identità, rendendo questi quattro volumi tra i racconti più maturi e coinvolgenti mai dedicati ai Cybertroniani.

Conclusioni: molto più di una guerra tra robot

I primi quattro volumi di Transformers pubblicati da SaldaPress dimostrano come un franchise nato negli anni Ottanta possa ancora raccontare storie moderne, mature e sorprendentemente profonde. Daniel Warren Johnson e il team artistico costruiscono un’opera capace di andare oltre la spettacolarità delle trasformazioni e dei combattimenti, mettendo al centro temi universali come il sacrificio, la leadership, il peso delle proprie scelte, l’amicizia e la speranza. Ne nasce un racconto in cui ogni battaglia ha conseguenze concrete e ogni personaggio, da Optimus Prime a Starscream, contribuisce ad arricchire un universo narrativo in continua evoluzione.

Questi quattro volumi rappresentano inoltre il cuore pulsante dell’Energon Universe, gettando le basi per gli eventi che coinvolgono Void Rivals e G.I. Joe. Se nel nostro precedente approfondimento abbiamo visto come la guerra tra Cobra e G.I. Joe sia destinata a cambiare il destino della Terra, è proprio qui che tutto ha origine. Comprendere la lotta tra Autobot e Decepticon significa comprendere l’intera architettura dell’universo condiviso costruito da Skybound e portato in Italia da SaldaPress.

Che siate lettori storici dei Transformers o semplicemente curiosi di scoprire uno dei fumetti americani più acclamati degli ultimi anni, questa serie rappresenta un punto di partenza imprescindibile. Non è soltanto un rilancio di un marchio iconico, ma la dimostrazione che, quando grandi personaggi incontrano autori capaci di rileggerli con rispetto e ambizione, il risultato può diventare qualcosa di davvero speciale.

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