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Comics Legends: Intervista a Joe Rubinstein l’inchiostratore dei Supereroi
Nella rubrica Comics Legends abbiamo avuto l’onore di intervistare Joe Rubinstein, storico inchiostratore delle major, Marvel e DC Comics, celebre per essere stato l’apprendista di Dick Giordano e per aver lavorato su Wolverine insieme a Frank Miller e Chris Claremont
Per diventare una Leggenda, devi lavorare insieme alle Leggende. E Joe Rubinstein lo ha fatto.
Ha lavorato al fianco di alcuni dei più grandi autori della storia dei comics: Dick Giordano, Joe Kubert, Jim Starlin, Wally Wood, Russ Heath, Frank Miller e molti altri.
In questa rubrica abbiamo ospitato sceneggiatori e disegnatori, ma questa è la prima volta che abbiamo la possibilità di parlare con un inchiostratore. E non potevamo che intervistare uno dei più grandi di sempre.
Joe ha portato avanti la professione di inchiostratore fin dagli inizi della sua carriera, lavorando con onore e nel pieno rispetto degli artisti con cui ha collaborato, con un unico obiettivo: esaltare l’arte e il tratto di ogni disegnatore.
Il ruolo dell’inchiostratore nella resa finale di una tavola è fondamentale e, purtroppo, si parla sempre troppo poco di questi grandi artisti e del loro lavoro spesso relegato al ‘dietro le quinte‘.
Joe ha voluto raccontarci la sua senza filtri, in questa lunghissima intervista in cui ha parlato della sua incredibile carriera, degli autori che ha incontrato nel corso della sua vita, della sua visione del lavoro e del ruolo dell’inchiostratore, oltre che dell’evoluzione che questa professione ha avuto nel fumetto americano moderno.
Ma ora spazio a Joe Rubinstein, che ringraziamo per tutto quello che ci ha raccontato con assoluta franchezza e spontaneità.
Joe Rubinstein: la Leggenda che ha lavorato con i migliori autori di comics della storia

Ciao Joe, grazie mille per essere qui con PopCorNerd e benvenuto in Italia, anche se solo virtualmente!
Joe Rubinstein: Va benissimo. Cominciamo.
I fumetti sono diventati subito una parte importante della tua vita, soprattutto nei primi anni dopo il trasferimento dalla Polonia agli Stati Uniti. Cosa ti ha affascinato fin da subito del mondo dei comics?
Joe Rubinstein: In realtà con la mia famiglia ci siamo trasferiti dalla Polonia a Israele e poi negli Stati Uniti. Credo avessi circa cinque anni quando siamo arrivati negli U.S.A. Mio cugino più grande aveva un sacco di albi della Superman Family. Siccome non parlavo la lingua e non sapevo leggere, rimasi completamente affascinato dai fumetti semplicemente perché riuscivo a capire le immagini.
Come tanti bambini, usavo fogli a righe e pastelli a cera per disegnare i miei fumetti. Quando avevo undici anni iniziai a frequentare i corsi dell’Art Students League di New York, dove vivevo all’epoca.
A soli tredici anni lavoravi già nello studio di Neal Adams e Dick Giordano. Com’è stato entrare così giovane nel mondo del fumetto professionistico?
Joe Rubinstein: Non esageriamo. A tredici anni facevo semplicemente commissioni, preparavo il caffè e spazzavo il pavimento.
Quando ne avevo quindici ero diventato l’assistente di Dick e Neal. Ebbi anche l’opportunità di fare da assistente ad artisti incredibili come Wally Wood e Russ Heath.
All’epoca non esistevano né Internet tantomeno Federal Express. Se lavoravi nel mondo dei fumetti, praticamente dovevi vivere nell’area metropolitana di New York. Tutti conoscevano tutti.
Gli artisti passavano spesso dallo studio di Neal dopo essere stati alla Marvel o alla DC, perché erano poco distanti. Si fermavano lì, parlavano di fumetti e, naturalmente, veneravano Neal. Lo studio era diventato il posto dove bisognava essere. Molti artisti affittavano uno spazio lì dentro, ed è così che per un periodo diventai l’assistente di Wally Wood. Aveva bisogno di un posto dove lavorare.
- Wally Wood
- Russ Heath
Quanto è stato importante lavorare accanto a figure come Dick Giordano e Neal Adams? Qual è stata la lezione più preziosa che hai imparato da ognuno di loro?
Joe Rubinstein: Dick era una persona meravigliosa. Neal no. Dick ti aiutava, ti insegnava, ti dava consigli. Neal non aveva alcuna voglia di farlo.
Neal non era una brava persona: era offensivo sotto ogni punto di vista. Siccome era il mio idolo e io avevo solo tredici, quattordici o quindici anni, pensavo semplicemente che fosse normale essere trattato in quel modo. Ma non ero l’unico.
All’ora di pranzo ci sedevamo tutti insieme e parlavamo di quanto odiassimo Neal e di quello che ci aveva fatto quel giorno. La gente rimaneva lì perché aveva bisogno dei soldi, aveva bisogno di lavorare e pensava di poter imparare qualcosa. Credimi, esistono innumerevoli storie su come Neal trattasse male le persone. Io l’ho vissuto sulla mia pelle.
Lavorai lì fino ai diciassette anni. Un giorno sentii alcune persone parlare nella stanza accanto e uno disse: “Joe lavora come un matto qui dentro.”
Un altro rispose: “Sì, è vero. E Neal lo tratta davvero male.”
Per me fu una rivelazione. All’improvviso capii che non era quello il modo in cui avrei dovuto essere trattato. Prima di allora non avevo alcun termine di paragone. Così, poco dopo, me ne andai.
Anni dopo, per una serie di circostanze, tornai a lavorare lì per un breve periodo, quando avevo circa ventuno o ventiquattro anni. Sinceramente non ricordo quale delle due età. Dopo quell’esperienza non parlai più con Neal per i successivi quarant’anni, e la cosa mi andò benissimo.
Dick, invece, era una persona splendida. Gentile, affascinante, tutto ciò che si possa desiderare da un insegnante e da un essere umano.
Quando morì, la DC organizzò una commemorazione alla quale parteciparono centinaia di persone. Questo dice tutto. Dick era l’esatto opposto di Neal sotto ogni aspetto. Lavoravano bene insieme perché realizzavano fumetti straordinari.
Neal era senza dubbio un genio, uno dei più grandi disegnatori di fumetti mai esistiti, ma alla fine Dick si stancò del suo comportamento e del suo modo di gestire gli affari. Lasciò lo studio, fondò il suo e in seguito divenne Editor-in-Chief della DC Comics.
- Dick Giordano
- Neal Adams
Prima di parlare di alcune delle tue opere più famose, secondo te cosa rende così speciale il ruolo dell’inchiostratore nell’industria del fumetto? Personalmente credo sia una parte fondamentale del risultato finale di un fumetto.
Joe Rubinstein: Lo è assolutamente. Ma fin dagli albori del fumetto gli editori hanno sempre cercato di capire come eliminare gli inchiostratori per risparmiare denaro. Le aziende sono sempre felici quando possono risparmiare tagliando del personale.
E sono sicuro che, non appena l’intelligenza artificiale sarà perfezionata, proveranno a sostituire anche i disegnatori.
Se prendi uno splendido disegno di John Buscema o Gene Colan e lo affidi a qualcuno che non sa inchiostrare, il risultato sarà terribile. La narrazione rimarrà, ma il disegno verrà completamente rovinato. Non tutti gli attori possono interpretare qualsiasi ruolo.
Negli Stati Uniti c’è una comica che si chiama Roseanne Barr, una donna molto corpulenta. Se venisse scelta per interpretare Cleopatra, probabilmente farebbe del suo meglio, ma resta il fatto che non dovrebbe essere scelta per quel ruolo.
Molti editor si comportavano come se gli inchiostratori fossero intercambiabili.
“Basta trovare qualcuno che finisca il lavoro entro martedì.” Ma non è così che funziona.
Sì, il fumetto è arte, ma è anche un’attività commerciale.
Se la tipografia è già stata prenotata e le tavole non arrivano in tempo, quello spazio di stampa viene comunque pagato e l’azienda perde denaro. Per questo gli editor spesso danno la priorità alle scadenze piuttosto che alla qualità artistica perché, certo, vogliono un buon lavoro, ma prima di tutto hanno bisogno che il lavoro arrivi per tempo.
E se questo significa assumere artisti inesperti, lo fanno.
Ci sono stati tantissimi inchiostratori geniali: Alfredo Alcala, Tony DeZuniga, Tom Palmer che trasformavano qualsiasi tavola utilizzando il proprio stile. Il risultato era magnifico, ma era il loro stile.
La mia filosofia è sempre stata diversa; io voglio preservare ciò che mi viene affidato.
Se mi consegnassero sei tavole inedite a matita di Frank Frazetta, non vorrei che i lettori comprassero il fumetto chiedendosi: “Dov’è Frazetta?”
Se le inchiostrasse Alfredo Alcala, diventerebbero tavole di Alfredo Alcala, bellissime, ma non sarebbero più di Frazetta.
Il mio obiettivo è fare in modo che il lettore veda prima di tutto l’artista originale poi, magari, aggiungo un po’ di rifinitura, un pizzico di eleganza, ma deve continuare a essere il lavoro dell’artista originale.
Ricordo di un fumetto dedicato a Cesare disegnato da Russ Heath. Russ era uno dei più grandi disegnatori mai esistiti e a un certo punto la scadenza divenne impossibile da rispettare.
La Marvel chiamò allora il famoso gruppo di collaboratori dello studio di Neal Adams, i Crusty Bunkers [pseudonimo di un gruppo di inchiostratori di fumetti dell’agenzia di arte e design di New York City Continuity Studios di Neal Adams e Dick Giordano n.d.r.] e nemmeno loro riuscirono a terminare il volume.
Così la Marvel arrivò letteralmente a distribuire le tavole a chiunque si trovasse in ufficio e alcuni non erano nemmeno artisti. Gli dicevano semplicemente: “Inchiostra questa tavola.” e i risultati furono terribili, degli scarabocchi amatoriali, eppure il fumetto venne pubblicato lo stesso. Era questo ciò che contava.
Naturalmente avrebbero preferito che il risultato fosse bello da vedere, ma la priorità era rispettare la scadenza. Un editor che fa perdere soldi all’azienda con continui ritardi non mantiene il proprio posto di lavoro molto a lungo.
A cosa stai lavorando in questo momento?
Joe Rubinstein: In questo momento sto inchiostrando un’illustrazione di Brett Booth che raffigura tutti gli X-Men dell’epoca in cui ho lavorato sulla serie, con indosso i loro costumi classici. [Joe mostra l’incredibile tavola, che purtroppo non possiamo far vedere anche a voi! n.d.r.]
Brett lavora moltissimo e questa illustrazione è piena di dettagli. Purtroppo ho una scadenza di tre giorni e, sinceramente, spero di riuscire a finirla in tempo. Ecco perché sto lavorando mentre parlo con te.
Un lavoro fantastico! Ma riuscirai almeno a dormire nei prossimi tre giorni?
Joe Rubinstein: [Ride.n.d.r.] In realtà è proprio questo uno dei motivi per cui molte persone abbandonano il mondo dei fumetti. Semplicemente non riescono più a reggere le scadenze.
Non riescono più a lavorare tutta la notte, durante il Natale, le festività o i compleanni e alla fine si esauriscono.
La produzione di un fumetto è diventata una vera e propria catena di montaggio, perché c’è semplicemente troppo lavoro da svolgere per realizzare un albo mensile nell’arco di ventuno giorni.
Così gli editori hanno suddiviso il lavoro: c’è chi realizza le matite, chi inchiostra e chi colora. A volte c’è persino un artista che si occupa esclusivamente degli sfondi, mentre il disegnatore principale si concentra sui personaggi.
Quando ero assistente di Dick Giordano e prima ancora di Wally Wood, mi capitava spesso di disegnare gli sfondi, ovvero alberi, automobili, astronavi, personaggi secondari e tutto ciò che circondava le figure principali. Sono piuttosto veloce e cerco di essere sia bravo sia rapido. Altri artisti, invece, sono molto più lenti.
Alcuni riescono a completare appena un albo ogni due mesi. Ma gli editori hanno bisogno di artisti che siano in grado di rispettare le scadenze con continuità.
George Pérez, per esempio, ha realizzato un numero dopo l’altro di Justice League per anni. Non si è mai fermato e gli piaceva farlo.

La replica di Joe Rubinstein dell’iconica cover di John Byrne di X-Men #136
Il tuo debutto professionale come inchiostratore arrivò grazie a Mike Nasser e Gerry Conway. Mike Nasser fu uno dei tuoi primi collaboratori. Come nacque l’opportunità di lavorare con loro?
Joe Rubinstein: Come dicevo prima, lo studio di Neal Adams era il posto giusto dove bisognava essere.
Attirava tutti i giovani artisti, persone come Michael Kaluta e Bernie Wrightson, ma anche moltissimi disegnatori fortemente influenzati dallo stile di Neal. Mike Nasser, che in seguito cambiò nome in Mike Netzer, era uno di loro e disegnava con uno stile fortemente ispirato a Neal Adams.
Dal momento che Neal aveva talvolta bisogno di assistenti capaci di imitare il suo stile, Mike, che ha solo un paio d’anni più di me, finì per lavorare nel suo studio.
Come tutti, all’inizio volevo diventare un disegnatore. Poi lessi un’intervista a Gil Kane nella quale diceva che, se avesse potuto ricominciare da capo, sarebbe diventato prima un inchiostratore per comprendere meglio il mestiere.
Mi sembrò un consiglio eccellente, soprattutto perché avevo accanto Dick Giordano, il mio inchiostratore preferito al mondo, dal quale potevo imparare. Così iniziai a esercitarmi.
Chiesi a Mike se potevo fare delle fotocopie delle sue tavole a matita per esercitarmi a inchiostrarle, ma lui mi rispose: “No. Inchiostra gli originali.” Non riuscivo a crederci, ma è così che iniziai a inchiostrare direttamente le tavole originali.
Mostrammo un paio di tavole di prova a Gerry Conway, che all’epoca era l’editor di Mike. Gerry assunse Mike e disse: “Perfetto. Assumeremo anche l’inchiostratore di queste tavole.”
Naturalmente all’epoca non mi resi conto che Gerry mi aveva assegnato la tariffa per pagina più bassa dell’intero settore, ma gli editor cercavano sempre di risparmiare dove potevano.
Il nostro primo incarico si intitolava Tales of the Great Disaster e successivamente realizzammo due storie su Kamandi, poi lavorammo su uno o due numeri di Claw the Unconquered.
In seguito Mike passò a serie come Legion of Super-Heroes e io continuai a inchiostrare le sue tavole.

Nessuno disse mai ufficialmente che dovessimo continuare a lavorare come coppia, ma gli editor continuarono ad assumerci insieme, finché alla fine Mike passò ad altri progetti, mentre io iniziai a lavorare con molti artisti diversi.
A diciassette anni ricevetti il mio primo incarico per la DC, poi, quando ne avevo diciannove, partecipai a una festa dove era presente Jim Starlin, anche se in realtà all’epoca non sapevo nemmeno chi fosse.
Mi chiese se volevo inchiostrare il suo Avengers Annual e rimasi entusiasta, soprattutto perché pensavo che, una volta entrato alla Marvel, avrei finalmente potuto inchiostrare John Buscema, Gene Colan e tutti quei disegnatori leggendari.
Quel progetto diventò poi Avengers/Marvel Two-in-One Annual, un fumetto che anni dopo avrebbe ispirato alcune idee viste in Avengers: Endgame.
Ancora oggi non so bene come Jim riuscì a farmi ottenere quell’incarico, anche perché tecnicamente avrebbe dovuto essere l’editor a scegliere l’inchiostratore, ma credo che inizialmente Jim dovesse inchiostrare lui stesso quelle tavole.
Invece consegnò direttamente le pagine già inchiostrate da me e la Marvel le accettò.
La tua collaborazione con Michael Golden su Micronauts è ancora oggi considerata rivoluzionaria. Cosa rese quel progetto così speciale?
Joe Rubinstein: Mike Golden è un genio e il suo lavoro era semplicemente incredibile.
Io, in pratica, mi limitavo a seguirlo, ma la verità è che…a Mike non piaceva il mio lavoro e anzi, cercò perfino di farmi licenziare.
La cosa ironica è che, mentre succedeva tutto questo, io continuavo a difendere le sue tavole dagli editor che volevano eliminare dettagli o aggiungere grandi campiture nere. Continuavo a ripetere: “Questo ragazzo è un genio. Lasciatelo lavorare.”
Alla fine, dopo il numero 7, mi stancai di sapere che non era soddisfatto del mio lavoro.
Non mi piace lavorare dove non sono il benvenuto e così lasciai la serie.

Nel 1982 hai inchiostrato la celebre miniserie di Wolverine scritta da Chris Claremont e disegnata da Frank Miller. All’epoca avevi già la sensazione di stare lavorando a un fumetto destinato a diventare un classico?
Joe Rubinstein: È un po’ come quando lavori a Via col vento, Quarto Potere o Il Padrino. Vai al lavoro, fai il tuo mestiere, pranzi e poi torni a casa. Cerchi semplicemente di dare il massimo, sia perché vuoi essere orgoglioso di quello che fai, sia perché desideri lavorare ancora.
All’epoca Frank [Miller] mi raggiunse negli uffici della Marvel. Eravamo amici e, quando lui era un ragazzo con pochi soldi in tasca, spesso capitava che gli offrissi il pranzo.
Mi pare che Frank abbia circa un anno più di me e all’epoca io avevo sedici anni e lui diciassette. Io vivevo ancora con i miei genitori e avevo qualche soldo in più, mentre lui doveva già pagarsi l’affitto. Così gli offrivo il pranzo e gli davo una mano.
Conosco anche piuttosto bene l’anatomia classica e quindi capitava che Frank mi mostrasse alcuni suoi disegni. Ogni tanto gli facevo notare qualche piccolo errore anatomico. Ma non voglio essere frainteso: non disegnavo nulla e non impostavo le tavole, gli indicavo semplicemente dove certi muscoli avrebbero dovuto collegarsi in modo diverso.
Credo che proprio perché si fidava di me mi chiese di inchiostrare la prima copertina che realizzò per Daredevil.
Quando arrivò il momento della miniserie di Wolverine, venne da me negli uffici Marvel e mi disse: “Stiamo facendo questa miniserie di Wolverine. Ti va di inchiostrarla?” Io risposi: “Sì, certo.”
Non avevo la minima idea che quel lavoro sarebbe diventato uno dei momenti più importanti della mia vita e avrebbe cambiato tutto. Per fortuna è andata così, ma all’epoca era semplicemente un altro incarico. Frank me lo offrì e io cercai di fare il miglior lavoro possibile.
Pensavo che quello che Klaus Janson faceva sulle matite di Frank fosse semplicemente perfetto, mentre non credo che il mio lavoro fosse perfetto.
La differenza era che a Klaus, Frank, consegnava matite completamente rifinite, mentre a me affidava dei semplici layout. Questo significava che c’era molto più spazio per l’interpretazione perché le tavole erano più abbozzate e lasciavano molte decisioni aperte.
Per questo dovendo fare delle scelte, telefonavo spesso a Frank chiedendogli: “Che cosa vuoi in questa vignetta?” “Posso aggiungere un’ombra qui?” “Che cosa sta succedendo in questa scena?”
Mi limitavo a fare il miglior lavoro possibile e poi passavo alla tavola successiva. Credo che questo sia un aspetto fondamentale del rapporto tra un disegnatore e il suo inchiostratore.
Per quanto riguarda Chris Claremont, invece, ebbi pochissimi contatti con lui, perché tutto passava attraverso Frank.
Una cosa che ricordo bene è che io e Frank stavamo tornando insieme dal San Diego Comic-Con ed eravamo sullo stesso aereo, seduti vicini. Avevo appena comprato una montagna di fumetti di Joe Kubert: Tarzan, Sgt. Rock e molti altri.
Li mostrai a Frank e sono convinto che, osservando i layout della miniserie di Wolverine, si possa vedere chiaramente l’influenza di Joe Kubert. Ci sono anche diversi grandi primi piani, come quello nella penultima pagina del numero 3, in cui Wolverine guarda verso l’alto immerso nei suoi pensieri. Frank stava attingendo allo stile di Kubert e anch’io.
Naturalmente nessuno dei due riusciva a farlo bene quanto Kubert stesso, ma entrambi stavamo cercando di catturare quello stile.

Cover di Wolverine #1, la miniserie di Claremont e Miller, inchiostrata da Joe Rubinstein
Hai spesso raccontato che associ i personaggi dei fumetti ad attori reali per comprenderli meglio. Per Wolverine, ad esempio, hai citato Jack Nicholson e Clint Eastwood. Quanto hanno influenzato il cinema e la recitazione il tuo modo di interpretare i personaggi?
Joe Rubinstein: Non proprio nel modo in cui potresti pensare. In realtà non fa parte del mio processo di inchiostrazione, penso però spesso a persone reali.
Per esempio, mia nipote mi ricordava Kitty Pryde perché le assomigliava moltissimo. Mio fratello aveva una forma del viso che mi faceva pensare a Colosso. E conoscevo una donna afroamericana che faceva regolarmente cosplay di Tempesta.
I fumettisti hanno sempre utilizzato persone reali come riferimento. Per esempio, Ray Palmer, cioè Atom, era stato ispirato all’attore Robert Taylor, Hal Jordan era ispirato a Paul Newman.

L’incredibile somiglianza tra Hal Jordan e Paul Newman, attore che ne ha ispirato l’aspetto
Quando John Byrne progettò il Club Infernale, molti personaggi erano basati sugli attori di un episodio della serie televisiva britannica The Avengers. Credo che uno di loro fosse persino ispirato a Donald Sutherland.
Ci sono artisti, invece, che disegnano sempre lo stesso volto ed è il loro marchio di fabbrica e funziona.
Io non riesco a lavorare così, ho bisogno che la realtà alimenti i miei disegni.
Anche se i fumetti non sono realistici, cerco comunque di inserire un’anatomia credibile, un’illuminazione convincente, muscoli realistici… qualsiasi cosa renda le figure più solide.
Questo, però, non significa rendere tutti realistici. Quando inchiostravo le tavole di Bernie Wrightson, non cercavo di renderle “più realistico”. Era Bernie Wrightson e il suo stile era già perfetto.
Quello che cerco di fare è rafforzare il senso di realtà senza distruggere lo stile unico dell’artista. Lo stesso vale per Neal Adams.
Molti pensano che il suo stile sia realistico, mentre in realtà non è così, perché è estremamente stilizzato, con anatomie allungate e pose esasperate. Tutto è spinto oltre la realtà, ma tutto parte comunque dalla realtà.
Perfino le prime figure di Jack Kirby, per quanto il suo stile possa sembrare estremo, erano lunghe ed eleganti, probabilmente influenzate da Alex Raymond.
Se si ripercorre davvero la storia del fumetto, quasi tutti gli artisti, che ne siano consapevoli o meno, sono stati influenzati da quella che io chiamo la Santissima Trinità:
- Alex Raymond che aveva uno stile realistico;
- Hal Foster anche lui disegnava con un tratto ispirato alla realtà;
- Milton Caniff, che aveva un’arte più stilizzata.
Io studio arte classica da quando avevo undici anni ed è naturale che tutto quel bagaglio culturale finisca inevitabilmente nel mio lavoro.
Hai lavorato con autentiche leggende come Jack Kirby, Joe Kubert, John Buscema, Gil Kane e molti altri. Quale collaborazione ti ha intimorito di più e quale ti ha lasciato il ricordo più intenso dal punto di vista emotivo?
Joe Rubinstein: Prima di tutto… visto che sei italiano, immagino che tu pronunci correttamente il cognome di John Buscema, mentre noi americani l’abbiamo pronunciato nel modo sbagliato per tutti questi anni.
[Risata n.d.r.] Sì, per me è semplice trattandosi di un cognome italiano.
Joe Rubinstein: Esatto! Dimmi, qual è il cognome dell’attore che interpretava Hulk nella serie TV degli anni Settanta?
Lou Ferrigno.
Joe Rubinstein: Si proprio lui! E ogni americano lo pronuncia nel modo sbagliato! [Risata n.d.r.]
Comunque, tornando alla tua domanda… Jack Kirby metteva davvero soggezione. Non per colpa di Jack come persona, ma per l’enorme responsabilità.
Kirby è il più grande autore di fumetti di tutti i tempi, ma il mio artista preferito è sempre stato Joe Kubert.
Per questo motivo, inchiostrare Joe Kubert è stata probabilmente l’esperienza più intimidatoria della mia carriera, ma per fortuna credo di esserci riuscito.
Quando oggi riguardo quelle tavole, sembrano ancora disegnate da Joe Kubert.
È sempre stato questo il mio obiettivo: voglio che il lettore veda prima di tutto l’artista originale, non me.

In foto: Il grande Joe Kubert idolo di Joe Rubinstein (e non solo)
Lo stesso vale per Gene Colan, John Buscema e Gil Kane. Stiamo parlando di autentiche leggende e l’ultima cosa che vuoi fare è rovinare il loro lavoro. Perfino quando lavoravo sulle tavole di Neal Adams a volte mi bloccavo.
Negli Stati Uniti diciamo to choke: significa non riuscire a dare il meglio di sé perché ci si sente intimoriti. È esattamente quello che succedeva a me perché Neal era il mio idolo.
Dall’altra parte, però, Dick Giordano si fidava di me al punto da affidarmi le sue stesse tavole da inchiostrare e per me significava moltissimo, perché Dick era il mio insegnante. È stato lui a insegnarmi a inchiostrare ed è stato il mio mentore.
Una cosa curiosa è che Dick ammetteva apertamente di non aver mai davvero studiato anatomia; anzi, sembrava quasi andarne fiero.
Una volta mi disse: “Solo tu e altre due persone vi accorgereste degli errori che faccio.”
Io gli risposi: “Ma perché non impararla? Sapere qualcosa in più non può che fare bene.”
Ogni volta che inchiostravo i lavori supereroistici di Dick, soprattutto su Batman, correggevo discretamente qualche dettaglio anatomico quando ritenevo fosse necessario.
Sei famoso anche per aver inchiostrato quasi per intero l’Official Handbook of the Marvel Universe. Com’è stato confrontarsi con centinaia di personaggi e centinaia di disegnatori diversi? È stato un lavoro enorme.
Joe Rubinstein: In realtà credo sia stato il miglior incarico della mia carriera, anche perché non l’ho trovato particolarmente impegnativo. Nella maggior parte dei casi c’era soltanto una figura da inchiostrare, e io mi annoio facilmente.
C’è ancora chi parla delle tre uscite di The Incredible Hulk che realizzai insieme a Sal Buscema, che piacciono moltissimo ai lettori, ma dopo tre numeri ero già pronto a fare qualcos’altro. Per me erano più che sufficienti.
Con l’Official Handbook of the Marvel Universe, invece, mi impegnai personalmente per poter lavorare con determinati disegnatori. Avevo sempre desiderato inchiostrare Joe Kubert, che accettò, e José Luis García-López realizzò una tavola. Insomma, riuscii finalmente a inchiostrare Joe Kubert!
Anche gli editor erano fantastici. Arrivarono persino a chiedere a Curt Swan di disegnare Guardian, perché in fondo è la versione Marvel di Superman. Erano dettagli come questo a rendere il progetto così stimolante.
Ma come dicevo, il lavoro era piuttosto semplice perché nella maggior parte dei casi si trattava di una sola figura. A volte inchiostravo più volte lo stesso disegnatore: alcuni erano discreti, altri eccellenti e altri ancora autentiche leggende.
Nel complesso è stato probabilmente il miglior progetto a cui abbia mai lavorato ma la cosa divertente è che ottenni quel lavoro quasi per caso. Esisteva una rivista chiamata Comics Scene e conoscevo il suo editor, Bob Greenberger, che in seguito sarebbe diventato editor alla DC Comics.
Continuavo a tormentarlo chiedendogli: “Quando farete finalmente un articolo dedicato agli inchiostratori?” perchè tutti tendevano sempre a ignorare gli inchiostratori. Era come se fossimo semplicemente quelli che aggiungevano i colori o qualcosa del genere.
Alla fine realizzò davvero quell’articolo. Organizzò una tavola rotonda con Bob Layton, Klaus Janson, Tom Palmer e me. Per mostrare concretamente cosa facesse un inchiostratore, chiese a Mike Mignola di disegnare Hulk.
Consegnò la stessa identica tavola a tutti e quattro, chiedendoci di inchiostrarla indipendentemente gli uni dagli altri e poi pubblicò le quattro versioni affiancate, così che i lettori potessero vedere chiaramente quale contributo apportasse davvero un inchiostratore.
Quando Mark Gruenwald vide quell’articolo, ritenne che la mia interpretazione fosse quella più fedele al disegno originale di Mike. Fu proprio per questo che mi propose di lavorare all’Official Handbook of the Marvel Universe.
In pratica, mi procurai quel lavoro quasi per caso. All’inizio mi affidò tre personaggi da inchiostrare. Quando glieli riportai mi disse: “Perfetto. Quanti ne vuoi?” Io risposi: “Tutti.”
Perché avrei dovuto rispondere diversamente? Così, mentre ovviamente facevo il mio interesse, allo stesso tempo semplificavo enormemente anche il lavoro di Mark. Lui doveva coordinare centinaia di disegnatori diversi, ma tutte le tavole finite passavano attraverso di me, rendendo l’intero processo molto più semplice.

Official Handbook of the Marvel Universe, il lavoro dei record di Joe Rubinstein
Hai citato Mark Gruenwald. Hai lavorato anche con Jim Shooter. Che tipo di editor erano e quale impatto hanno avuto sulla Marvel in quegli anni?
Joe Rubinstein: Mark Gruenwald amava i fumetti più di qualsiasi altra cosa. Era una persona splendida con cui lavorare, molto tranquilla. Purtroppo, verso la fine della sua carriera, era diventato quello che alla Marvel chiamavano il “boia”.
Era lui a dover prendere le decisioni più difficili, licenziare le persone e gestire tutte le situazioni spiacevoli e sinceramente credo che sia stato proprio questo a ucciderlo. Penso che abbia avuto un infarto perché gli si era spezzato il cuore.

Mark Gruenwald
Anche Jim Shooter amava profondamente i fumetti. Aveva una personalità fortissima e idee molto precise su come dovessero essere realizzati e, a dire il vero, non credo ci sia nulla di sbagliato in questo, perché qualcuno deve pur prendere le decisioni.
Quando realizzi un film, non può appartenere a tutti. Deve essere il film di Martin Scorsese oppure quello di Steven Spielberg.
Certo, ci sono collaboratori e tutti contribuiscono con idee, ma alla fine deve esserci una visione chiara e unitaria e Jim Shooter era così. Il problema era che spesso esprimeva le sue opinioni in modo estremamente autoritario.
Se Jim Shooter era l’editor diretto di un mio lavoro, sapevo già che sarebbe stato un autentico incubo.
Ad esempio ricordo di aver disegnato una volta una donna e lui guardando il disegno disse: “Non è abbastanza bella.”
Io gli risposi: “E chi sei tu per stabilire che non sia abbastanza bella? Secondo me è bellissima.” Lui replicò: “Qualcuno deve fare l’arbitro, e quel qualcuno sono io. Deve essere più bella.”
A quel punto pensai: “Davvero l’intero fumetto è rovinato perché un volto non corrisponde ai tuoi gusti personali?”
Era questo il suo modo di lavorare e continuava a chiedere modifiche di questo tipo.
Shooter, inoltre, adorava le inquadrature a figura intera, quelle a media distanza e non gli piacevano né i primi piani né le panoramiche.
Quando impostava una storia, avevo sempre l’impressione che le tavole diventassero piuttosto monotone.
Era solito scrivere le sceneggiature realizzando piccoli layout che, in realtà era una buona idea, perché aiutava il disegnatore a capire cosa volesse ottenere, ma il problema era che non era particolarmente bravo a disegnarli e i layout erano rigidi e privi di energia.
Come persona, però, Jim era davvero un bravo uomo. Ha aiutato moltissime persone, ha reso l’industria del fumetto un posto migliore e ha fatto guadagnare moltissimi soldi agli autori. Se avevi un problema, era qualcuno a cui potevi rivolgerti. Come artista, invece, secondo me era nella media, nulla di più.
Ed è anche il motivo per cui non ha mai vissuto facendo il disegnatore: era soprattutto uno sceneggiatore e un editor.
Quindi sì, quando Jim Shooter era il mio editor, sapevo già che mi aspettavano una lunga serie di correzioni… e altrettante lamentele.
- Jim Shooter
Hai sempre sostenuto, come hai anche sottolineato durante questa intervista, che il ruolo dell’inchiostratore sia quello di rispettare l’identità del disegnatore e adattarsi completamente al suo stile. Pensi che questa filosofia si stia progressivamente perdendo nell’industria del fumetto contemporanea?
Joe Rubinstein: All’epoca in cui Jim Shooter lavorava con artisti come John Buscema o Sal Buscema, spesso riteneva superfluo chiedere loro di realizzare matite completamente rifinite. La loro capacità narrativa e il loro senso del movimento erano già così forti che potevano limitarsi a realizzare dei layout e lasciare che fossero degli straordinari inchiostratori a completare il lavoro.
Tony DeZuniga su Conan, Tom Palmer su The Avengers, Kerry Gammill, Joe Sinnott… c’erano tantissimi disegnatori eccezionali che erano anche inchiostratori di altissimo livello.
Oggi, per quanto ne so, i layout sono praticamente scomparsi e tutto viene disegnato a matita in modo estremamente dettagliato, quasi ossessivo.
Credo che una delle ragioni sia che gli editor non sapessero mai davvero cosa si sarebbero ritrovati quando affidavano dei layout piuttosto essenziali a inchiostratori diversi.
Prendiamo Gil Kane, per esempio; Gil era un artista straordinario, alcuni inchiostratori riuscivano a valorizzare il suo lavoro, altri invece lo rovinavano completamente.
Ce n’erano alcuni le cui chine, a mio parere, erano assolutamente terribili. Ma le scadenze andavano rispettate. Gli editor dicevano semplicemente: “Ha bisogno di lavoro, date le tavole a lui“.
Oggi le matite sono così incredibilmente rifinite che, certo, l’inchiostrazione richiede ancora abilità ed esperienza, ma molti inchiostratori sono diventati praticamente intercambiabili.
Prendiamo Scott Williams quando inchiostra Jim Lee. Le matite di Jim sono già straordinarie e Scott aggiunge una rifinitura elegante che tutti apprezzano, ma quando ti vengono affidate tavole già così rifinite, resta pochissimo spazio per dare un contributo creativo.
Non credo che oggi gli editor vogliano che un inchiostratore aggiunga una propria interpretazione. Vogliono semplicemente che le tavole vengano restituite esattamente come sono state consegnate, limitandosi a ripassare con l’inchiostro le matite di Brett Booth, David Finch o di chiunque altro le abbia disegnate.
Quindi, non credo che agli inchiostratori rimanga molto spazio per fare qualcosa che vada oltre il ricalcare fedelmente ciò che viene loro consegnato.
Conosco un inchiostratore che possiede una coordinazione occhio-mano assolutamente incredibile. Riesce a tracciare due o tre dozzine di linee perfettamente misurate e distanziate in modo uniforme senza il minimo sforzo. È semplicemente parte della sua personalità artistica. Il mio modo di lavorare, invece, è molto più grezzo e spontaneo.
A me, spesso, sembra quasi un tentativo di impressionare il lettore mostrando quanti più dettagli possibile all’interno di una singola vignetta.
Ma se a quello stesso inchiostratore venisse affidata una tavola di Curt Swan, Gene Colan o John Byrne, sinceramente non credo che saprebbe cosa farne. Applicherebbe quelle stesse linee perfettamente distanziate, anche se risulterebbero completamente inappropriate per lo stile di quegli artisti.
Gene Colan, per esempio, aveva uno stile incredibilmente dinamico ed energico. A volte gli editor gli affiancavano un inchiostratore che finiva praticamente per versare della melassa sulle sue tavole, smussando e uniformando ogni cosa, rendendo tutto più ordinato. Sono sicuro che quell’inchiostratore pensasse di fare un ottimo lavoro, e forse lo pensava anche l’editor.
Personalmente, invece, credo che stesse distruggendo l’intenzione originale dell’artista, perciò no; non credo che oggi ci sia ancora molto spazio per il tipo di filosofia dell’inchiostrazione in cui credo.
E anche quando quello spazio esiste, molti inchiostratori non reagiscono davvero a ciò che hanno davanti. Si limitano a trasformare qualsiasi tavola nel proprio stile personale.
Io preferirei di gran lunga guardare una vera tavola di José Luis García-López piuttosto che una tavola che gli assomigli solo vagamente perché qualcuno vi ha imposto il proprio stile.

Thanos by Joe Rubinstein
Ultima domanda. Con la diffusione degli strumenti digitali e dell’intelligenza artificiale, secondo te il ruolo tradizionale dell’inchiostratore sopravvivrà ancora a lungo oppure stiamo assistendo alla fine di un’epoca?
Joe Rubinstein: Lo spero davvero. Ma, a essere sincero… non sono nemmeno sicuro che sopravvivranno gli stessi disegnatori a matita.
Di recente ho visto una pubblicità dove rispondi ad alcune domande, dici al software se vuoi una storia di supereroi, di mostri o qualsiasi altro genere, carichi una fotografia del protagonista e il programma genera un fumetto di venti pagine dall’aspetto assolutamente professionale. Certo, ha quel look tipico e inconfondibile dell’intelligenza artificiale, dove è tutto molto pulito, molto rifinito. Ho visto solo alcune pagine di esempio online, ma se fossi un editore, perché non dovrei semplicemente dire ogni mese a un computer: “Disegnami un nuovo numero di Conan nello stile di John Buscema”? È ovvio che potrebbero essere tentati.
La fotografia non ha distrutto la pittura, ma ha costretto la pittura a diventare qualcosa di diverso.
Anni fa, se volevi una rappresentazione fedele della realtà, avevi bisogno di un artista. Non esistevano alternative. Poi è arrivata la fotografia, capace di catturare la realtà in modo più rapido e accurato. A quel punto gli artisti hanno dovuto ridefinire cosa potesse essere davvero l’arte.
Oggi puoi acquistare una stampa di un mio disegno e appenderla al muro, ma credo che la maggior parte dei collezionisti preferisca ancora possedere l’opera originale. È lì che l’arte tradizionale conserva ancora un valore enorme.
Alle aziende forse questo non interessa… ai collezionisti, invece, sì, ma, sinceramente, non vedo alcun motivo per cui gli editori, prima o poi, non possano decidere di sostituire gli artisti, se ne avranno la possibilità.

Sono d’accordo, ma anche se la tecnologia digitale diventerà sempre più diffusa, credo che tenere un fumetto tra le mani e leggerlo rimanga un’esperienza unica.
Joe Rubinstein: Forse un giorno i fumetti diventeranno completamente digitali. Forse non ci saranno nemmeno più copie cartacee da autografare.
Non so se accadrà la prossima settimana, ma se la carta dovesse diventare una risorsa sempre più scarsa, oppure se gli editori decidessero di smettere di stampare fumetti, allora tutto potrebbe diventare digitale.
Naturalmente c’è qualcosa di speciale nello sfogliare pagine vere e tenere in mano un albo stampato, ma pensa al cinema. I film non hanno mai sostituito il teatro dal vivo perché c’è ancora qualcosa di magico nel vedere degli attori esibirsi davanti ai tuoi occhi.
Poi si diceva che la televisione avrebbe sostituito il cinema e non è successo, ma anzi: il cinema, si è evoluto. Gli schermi sono diventati più grandi e gli spettacoli sempre più grandiosi.
Puoi guardare Star Wars sul telefono, ma se vuoi davvero vivere quell’esperienza fino in fondo vai al cinema. Vai a vedere Superman o The Avengers sullo schermo più grande possibile. È quello il luogo a cui quei film appartengono davvero.
Eppure c’è sempre chi dice: “Aspetterò un paio di mesi. Costerà meno e me lo guarderò a casa.” Forse è semplicemente questa la direzione verso cui stanno andando tutte le forme di intrattenimento.
Grazie mille Joe per il tuo tempo e alla prossima!
Joe Rubinstein: Biografia*

Joe Rubinstein è un fumettista e inchiostratore statunitense, noto soprattutto per il lavoro su The Official Handbook of the Marvel Universe e sulla celebre miniserie Wolverine del 1982, scritta da Chris Claremont e disegnata da Frank Miller.
Nato a Breslavia, in Polonia, il 4 giugno 1958, emigrò con la famiglia negli Stati Uniti, dove ottenne la cittadinanza nel 1972. Iniziò a lavorare nel mondo dei fumetti ancora adolescente, alla Continuity Associates, sotto la guida di Neal Adams e Dick Giordano. Quest’ultimo fu il suo primo vero maestro nell’inchiostrazione e Rubinstein ha sempre riconosciuto l’importanza dei suoi insegnamenti.
A 17 anni iniziò a collaborare con il disegnatore Mike Nasser, inchiostrando alcune sue matite. I risultati convinsero l’editor Gerry Conway ad affidargli il suo primo incarico professionale. Da quel momento, Rubinstein iniziò una lunga e prolifica carriera nell’industria dei comics.
Nel 1982 inchiostrò Wolverine di Claremont e Miller, un’opera destinata a diventare un classico Marvel. Nello stesso periodo iniziò a lavorare a The Official Handbook of the Marvel Universe, progetto al quale dedicò circa vent’anni. Il suo stile versatile, capace di adattarsi ai diversi disegnatori senza uniformarne il tratto, lo rese particolarmente adatto a un’opera enciclopedica di tale portata.
Nel corso della carriera Rubinstein ha inchiostrato più di 2.500 fumetti, collaborando con artisti come Michael Golden (Micronauts), Jim Starlin (Warlock) e Don Newton (Aquaman), oltre a numerosi progetti per Marvel, DC Comics e Dark Horse.
Nel 2016 è stato inserito nella Joe Sinnott Inkwell Hall of Fame. Durante il discorso di accettazione ha voluto ricordare e ringraziare Dick Giordano, il suo primo mentore, sottolineando ancora una volta quanto il suo insegnamento sia stato fondamentale per la sua carriera.
*biografia estratta dal sito ufficiale joerubinsteinart.com
Comics
Cosmic Odyssey: il più grande fallimento di John Stewart come Lanterna Verde
38 anni fa Cosmic Odyssey mise John Stewart davanti alla sua più grande sfida come Lanterna Verde. Il fallimento su Xanshi avrebbe segnato per sempre il suo percorso eroico
La serie Lanterns rappresenta l’ennesima occasione per riportare Lanterna Verde al centro dell’universo DC, questa volta con John Stewart tra i grandi protagonisti.
Per molti spettatori che non frequentano abitualmente i fumetti, il personaggio è diventato famoso soprattutto grazie alle serie animate Justice League e Justice League Unlimited. Nei fumetti, invece, Stewart è ormai da decenni uno dei principali Green Lantern della Terra. Ma arrivare a quel ruolo non è stato semplice.
Nel 1988, Jim Starlin e il futuro creatore di Hellboy, Mike Mignola, collaborarono a Cosmic Odyssey, un evento destinato a diventare fondamentale per la storia di John Stewart. Proprio qui il personaggio affrontò infatti uno dei più grandi fallimenti della propria carriera come Lanterna Verde, un errore che avrebbe continuato a perseguitarlo per anni.
Cosmic Odyssey e l’incontro tra Justice League e Nuovi Dei

I personaggi del Quarto Mondo creati da Jack Kirby non erano certo estranei all’universo principale DC. Per oltre un decennio avevano già interagito con gli altri eroi della casa editrice, ma Cosmic Odyssey contribuì a integrare ancora di più i Nuovi Dei all’interno degli eventi dell’universo principale.
Il crossover di Jim Starlin e Mike Mignola offrì inoltre alcuni interessanti team-up tra i membri della Justice League e i personaggi del Quarto Mondo.
In questa situazione persino Darkseid decise di schierarsi temporaneamente dalla parte degli eroi per cercare di fermare l’Entità Anti-Vita, anche se, naturalmente, il suo obiettivo segreto era riuscire a controllarla.
L’Entità Anti-Vita creò quattro Aspetti e li inviò nell’universo DC. Ognuno di loro piazzò delle bombe capaci di distruggere interi pianeti, innescando una reazione a catena che avrebbe potuto portare alla distruzione dell’universo.
Darkseid preparò quindi delle armi speciali per contenere gli Aspetti e divise il gruppo di eroi in diverse squadre, formate da membri della Justice League e dai Nuovi Dei.
John Stewart venne affiancato a J’onn J’onzz, il Martian Manhunter, per una missione sul pianeta Xanshi.
La scelta sembrava avere senso. Stewart aveva già avuto a che fare con quel mondo e, anche se all’epoca aveva lasciato il proprio ruolo all’interno del Corpo delle Lanterne Verdi, sembrava essere la persona giusta per affrontare la missione. Ma sarebbe stato proprio Xanshi a trasformarsi nel più grande fallimento della sua carriera.
John Stewart era convinto di poter salvare Xanshi da solo

Quando arrivarono su Xanshi, John Stewart e Martian Manhunter scoprirono che il pianeta era stato colpito da un virus devastante.
J’onn avvertì subito Stewart che il tempo a disposizione stava rapidamente diminuendo. Il problema, però, era che la sicurezza di John nelle proprie capacità stava iniziando a trasformarsi in qualcosa di molto più pericoloso.
Stewart decise infatti di prendersi del tempo supplementare per preparare una cura miracolosa che avrebbe potuto salvare la popolazione, prima di concentrarsi sulla minaccia principale.
Anche Martian Manhunter commentò la potenza dell’anello di Lanterna Verde, incoraggiando ulteriormente la sicurezza di Stewart. Ma la situazione peggiorò rapidamente.
L’Aspetto aveva preso il controllo di una stazione meteorologica computerizzata globale per rallentare ulteriormente i due eroi e riuscì persino a distruggere il loro dispositivo di contenimento.
Nonostante tutto, Stewart rimase impassibile. Il nemico non sembrava preoccuparlo e questo iniziò a mettere seriamente in allarme Martian Manhunter. E poi arrivò la decisione che avrebbe condannato l’intera missione.
John Stewart scoprì la debolezza di Martian Manhunter al fuoco e decise di abbandonarlo. Lasciò J’onn intrappolato all’interno di una bolla protettiva e si diresse da solo verso il loro obiettivo.
La cosa più amara è che Stewart arrivò persino a dire ironicamente al marziano esiliato che non era esattamente nel suo elemento quando si trattava di affrontare questioni intergalattiche. Una frase destinata a diventare terribilmente significativa.
La bomba gialla e la distruzione di Xanshi

John continuò a fare affidamento sull’enorme potere del suo anello mentre volava verso il luogo in cui si trovava la bomba. Era convinto che nulla avrebbe potuto fermarlo.
Quando finalmente arrivò davanti all’ordigno, però, scoprì la terribile verità: l’Aspetto aveva dipinto la bomba di giallo. E, in quella fase della continuity, gli anelli del potere delle Lanterne Verdi non erano in grado di alterare ciò che era di quel colore.
John era quindi impotente. Martian Manhunter era ancora lontano e sul conto alla rovescia rimanevano soltanto pochi secondi. Stewart non riuscì a disinnescare la bomba.
L’ordigno esplose.
Il potente anello di John riuscì a proteggere lui e Martian Manhunter, ma Xanshi venne completamente distrutto.
E la tragedia fu ancora più terribile perché la distruzione non avvenne in maniera istantanea.
Martian Manhunter fu costretto ad assistere all’onda di devastazione che si propagava lentamente attraverso la popolazione del pianeta.
Cosmic Odyssey #2 dedica diverse pagine alla carneficina e alla distruzione di Xanshi. I mari del pianeta ribollono mentre i cittadini bruciano in agonia e metà del mondo viene devastata dall’esplosione. Poi arriva una seconda detonazione catastrofica.
Il cuore di Xanshi viene trasformato in antimateria e il pianeta viene scagliato contro la stella del proprio sistema, che viene a sua volta distrutta dal primo attacco dell’Anti-Vita.
Martian Manhunter trova infine John Stewart tra le macerie, completamente sotto shock. Attraverso il suo anello ha percepito il grido di morte di Xanshi.
Prova a spiegarsi, ma J’onn lo interrompe immediatamente e lo accusa di averlo costretto ad assistere alla distruzione di due mondi e gli promette che non lo perdonerà mai per quello che ha fatto.
Il fallimento di John Stewart diventa il suo trauma più grande

Le altre squadre riescono a portare a termine le rispettive missioni, avendo a disposizione molto più tempo per disinnescare le bombe rispetto a Green Lantern e Martian Manhunter.
L’Entità Anti-Vita viene infine fermata in Cosmic Odyssey #4, anche se la maggior parte degli eroi terrestri viene esclusa dallo scontro finale.
Martian Manhunter nota però che John Stewart, completamente devastato da ciò che è accaduto, si è allontanato dal gruppo e decide di andare a controllare come sta. John si assume completamente la responsabilità della distruzione di Xanshi.
Non attribuisce la colpa ai veri responsabili, ovvero coloro che avevano piazzato la bomba, ma considera il fallimento come una propria colpa. La situazione precipita fino a un punto estremamente oscuro.
In un momento di disperazione, Stewart arriva persino a puntarsi una pistola alla tempia e a contemplare il suicidio.
Martian Manhunter, però, non si lascia fermare dalla rabbia che prova nei confronti di John e interviene con un discorso che, pur essendo necessario, finisce anche per rafforzare alcune delle convinzioni sbagliate che Stewart ha sviluppato nei confronti della propria responsabilità. John reagisce con rabbia, giura di continuare a combattere e di diventare una Lanterna Verde migliore, maledicendo Martian Manhunter mentre lascia cadere la pistola e si allontana.
Ma accettare il proprio ruolo nella distruzione di Xanshi avrebbe richiesto molto più tempo.
Ed è proprio questo a rendere l’evento così importante nella sua storia.
La distruzione di Xanshi continua a perseguitare John Stewart

Cosmic Odyssey ha lasciato un’eredità piuttosto controversa per quanto riguarda John Stewart.
L’arroganza e l’eccessiva sicurezza mostrate dal personaggio e diventate la causa del suo fallimento su Xanshi erano infatti caratteristiche introdotte quasi esclusivamente proprio attraverso questa storia.
Prima di Cosmic Odyssey, Stewart si era distinto soprattutto per il suo senso di responsabilità. Era arrivato persino a chiedere un addestramento supplementare finché non si fosse sentito davvero all’altezza del proprio ruolo.
La storia di Starlin e Mignola aveva quindi modificato alcuni aspetti del personaggio per trasformarlo nel capro espiatorio perfetto della tragedia di Cosmic Odyssey.
Fortunatamente, gli autori che sarebbero arrivati negli anni successivi riuscirono a utilizzare quel fallimento per costruire storie molto più significative, permettendo a John Stewart di evolversi rispetto alla versione mostrata nell’evento.
Questo non significa però che la distruzione di Xanshi abbia smesso di tormentarlo, anzi: Green Lantern: Mosaic raccontò proprio il modo in cui Stewart affrontò il disturbo da stress post-traumatico derivato dall’evento, su un pianeta mosaico composto da razze e culture differenti.
Il personaggio venne inoltre preso di mira per vendetta da Fatality, l’unica sopravvissuta di Xanshi, e fu perseguitato dalle Lanterne Nere resuscitate durante l’evento Blackest Night della DC.
Anche il rapporto tra Stewart e J’onn J’onzz sarebbe stato ripreso e approfondito decenni più tardi da Scott Snyder durante la sua gestione della Justice League.
John Stewart non era mai caduto così in basso come dopo il fallimento su Xanshi.
E proprio per questo Cosmic Odyssey rappresenta ancora oggi uno dei momenti più importanti della sua storia editoriale.
L’evento affrontò immediatamente alcune delle conseguenze della tragedia, ma per raccontare davvero il trauma di John Stewart gli autori avrebbero avuto bisogno di anni.
È proprio questa lunga eredità a dimostrare quanto la distruzione di Xanshi abbia continuato a influenzare John Stewart, non soltanto come Lanterna Verde ma soprattutto come uomo.
*Fonte del presente articolo: CBR.com
Comics
Avengers: Sotto Assedio – 40 anni fa la più brutale sconfitta degli Avengers
40 anni fa iniziava Avengers Sotto Assedio, una delle saghe più celebri della Marvel dove i Signori del Male sconfissero brutalmente gli Avengers
Da decenni, gli Avengers rappresentano una delle squadre più celebri, potenti e amate della Marvel. Eppure, nella lunga storia del gruppo, sono poche le saghe riuscite a lasciare un segno profondo quanto quella che, esattamente 40 anni fa, avrebbe portato gli Eroi più potenti della Terra ad affrontare una delle sconfitte più clamorose e devastanti della loro storia.
Tutto ebbe inizio nel 1986. Il 5 agosto di quell’anno, Marvel pubblicò The Avengers #273, albo realizzato da Roger Stern e John Buscema, con una storia intitolata “Riti di Conquista”.
La vicenda prendeva le mosse da una serie di battaglie che avevano visto protagonisti gli Avengers e che culminarono nello scontro tra Namor e Attuma per il controllo di Atlantide. Al termine di questa storia, gli Avengers decisero di prendersi una pausa per motivi personali. Una pausa che, però, avrebbe avuto conseguenze tutt’altro che tranquille.
Fu infatti proprio durante questo momento di relativa vulnerabilità che la squadra venne colpita da un attacco a sorpresa destinato a cambiare per sempre la storia degli Avengers.
Con questo albo prendeva infatti il via “Avengers Sotto Assedio”, una delle saghe più celebri della storia del gruppo e quella che avrebbe visto i Signori del Male infliggere agli Eroi più potenti della Terra uno dei pestaggi più brutali mai subiti.
40 anni fa Marvel dava il via ad “Avengers Sotto Assedio”

Quarant’anni fa, proprio con The Avengers #273, iniziava quindi “Avengers Sotto Assedio“, una saga destinata a riportare in scena una nuova incarnazione dei Signori del Male.
A guidare questa nuova formazione c’era il Barone Helmut Zemo, figlio dell’uomo che molti anni prima aveva fondato la prima versione dei Signori del Male. Al suo fianco si trovavano Goliath (Erik Josten), Yellowjacket (Rita DeMara), Moonstone, Blackout, Mister Hyde, Fixer, Absorbing Man, Titania e Tiger Shark.
A loro si aggiunse anche la Squadra di Demolizione.
Una formazione del genere rappresentava una minaccia enorme e, soprattutto, si sarebbe rivelata una forza quasi impossibile da fermare per gli Avengers.
All’inizio della storia, inoltre, gli Eroi più potenti della Terra non erano certamente nella loro formazione migliore. Gli unici membri disponibili erano Black Knight, Captain Marvel (Monica Rambeau), Hercules, Wasp e Capitan America.
Fu proprio in questa situazione che Helmut Zemo dimostrò di essere un leader ancora più diabolico e brillante di suo padre. Zemo aveva infatti capito una cosa fondamentale: prima di colpire gli Avengers, doveva conoscerli. Doveva studiare il gruppo, comprenderne le dinamiche e analizzare il loro modus operandi.
Da qui nacque un piano quasi senza precedenti: guidare i propri Signori del Male in una vera e propria eliminazione metodica degli Eroi più potenti della Terra. Il primo colpo fu particolarmente scioccante.
I Signori del Male e la Squadra di Demolizione irruppero infatti nella Avengers Mansion e catturarono Jarvis.
Un numero più tardi, il gruppo riuscì a sconfiggere Black Knight e utilizzò i poteri di Blackout per tenere sotto controllo Monica Rambeau. Poi fu il turno di Capitan America e Hercules. Alla fine, l’unica componente degli Avengers rimasta era Wasp.
Vedere gli Eroi più potenti della Terra cadere uno dopo l’altro rappresentò un autentico shock per i lettori. Ma la situazione era destinata a peggiorare ulteriormente.
Soltanto due numeri più tardi, con la storia “Anche un dio può morire“, lo scontro sarebbe diventato ancora più pericoloso, contribuendo a trasformare “Avengers Sotto Assedio” da quella che avrebbe potuto essere una semplice battaglia tra supereroi e supercriminali in una delle più grandi storie mai dedicate agli Avengers.
“Avengers Sotto Assedio” è ancora oggi un capolavoro degli Avengers

Quello che era iniziato 40 anni fa si trasformò quindi in una saga lunga e avvincente, fondamentale non soltanto perché mostrava la sconfitta degli Avengers, ma anche perché riusciva a dimostrare una cosa importante: i Signori del Male non erano semplicemente l’ennesimo gruppo di cattivi destinato a essere sconfitto nel giro di pochi numeri, ma una minaccia concreta.
Per riuscire a ribaltare la situazione fu necessario persino il ritorno di Thor, che a sua volta rischiò seriamente di essere sconfitto durante lo scontro.
Nel frattempo, il Barone Zemo si trasformò definitivamente in un nemico spregevole e profondamente odiato, arrivando persino a distruggere il forziere di Capitan America, contenente alcuni dei suoi oggetti più sacri.
Eppure, nonostante la potenza dei Signori del Male, la storia arrivò infine alla loro stessa implosione.
Zemo perse il controllo di Blackout, che era stato inizialmente reclutato proprio per tenere a bada Captain Marvel. Il motivo era semplice: Zemo considerava Monica Rambeau il membro più potente degli Avengers.
Blackout finì per morire a causa di una grave emorragia cerebrale mentre combatteva e cercava contemporaneamente di resistere al controllo mentale esercitato da Zemo. Ma questo non fu l’unico errore commesso dal Barone.
Zemo finì infatti per inimicarsi anche Moonstone, da sempre considerata una delle figure più potenti all’interno dei Signori del Male.
Il piano del Barone era geniale, ma presentava anche un enorme problema: mettere insieme così tanti membri estremamente pericolosi, ognuno caratterizzato da una personalità altrettanto forte e diversa dalle altre, rendeva estremamente complicato mantenere il controllo della situazione.
E le conseguenze di quella scelta si sarebbero fatte sentire.
La storia iniziata 40 anni fa con The Avengers #273 ebbe infatti conseguenze durature, non soltanto all’interno dell’universo narrativo Marvel, ma anche nel modo in cui gli autori avrebbero raccontato le successive avventure degli Avengers.
Una saga destinata a cambiare gli Avengers

Dal punto di vista dell’universo Marvel, fu proprio questa incarnazione dei Signori del Male a definire il gruppo per i decenni successivi.
Si trattava della formazione di base che, circa dieci anni più tardi, si sarebbe trasformata nei Thunderbolts, dopo che Onslaught avrebbe annientato gli Avengers.
Ancora una volta, alcuni dei protagonisti di “Avengers Sotto Assedio”, tra cui Barone Zemo, Moonstone e Goliath, sarebbero tornati al centro della scena, questa volta nei panni di quelli che si sarebbero presentati come falsi eroi.
Ma l’importanza della saga non si limitò ai cambiamenti interni alla continuity. Questa storia dimostrò infatti anche quanto potesse essere potente, dal punto di vista narrativo e commerciale, una storia nella quale gli eroi perdono davvero.
Perché, in fondo, cosa c’è di più prevedibile di un fumetto nel quale i protagonisti vincono ogni singola battaglia?
“Avengers Sotto Assedio” durò da The Avengers #273 fino a The Avengers #277 e, per gran parte dello scontro, furono proprio i Signori del Male a dominare la situazione.
Il loro dominio proseguì fino a The Avengers #276, quando Wasp dimostrò quanto Zemo l’avesse sottovalutata.
Da quel momento in poi, il concetto delle sconfitte degli Avengers come momenti capaci di trasformarsi anche in grandi successi di vendita sarebbe tornato più volte nella storia Marvel.
Basti pensare a “Onslaught” e “Avengers Divisi”, due esempi particolarmente evidenti di cosa può accadere quando, almeno per una volta, sono gli eroi a perdere.
Ed è proprio qui che risiede una parte fondamentale dell’eredità di The Avengers #273 e di “Avengers Sotto Assedio”.
Quarant’anni fa, Marvel dimostrò che anche gli Eroi più potenti della Terra potevano essere sconfitti. E che, a volte, è proprio quando gli eroi cadono che una storia può diventare davvero memorabile.
*Fonte del presente articolo: Comicbook.com
Comics
Lanterns: Chi sono le Lanterne Verdi? Da Hal Jordan a John Stewart protagonisti della serie HBO Max
Scopriamo insieme chi sono le Lanterne Verdi protagoniste di Lanterns, la serie TV dei DC Studios in arrivo il 17 agosto su HBO Max
«Nel giorno più splendente, nella notte più profonda, nessun malvagio sfugga alla mia ronda. Colui che nel buio del male si perde, si guardi dal mio potere… la luce di Lanterna Verde!»
Per chi non lo conosce, questo è il giuramento delle Lanterne Verdi e sono sicuro che lo sentirete recitare più di una volta all’intero di Lanterns.
Ma prima ancora che Hal Jordan e John Stewart accendano i loro anelli nel nuovo show DC Universe, c’è una cosa che vale la pena sapere: essere una Lanterna Verde significa molto più che indossare un costume verde e creare giganteschi pugni di energia (di colore verde, ovviamente).
Dietro Lanterns, la nuova serie di HBO Max targata DC Studios, esiste infatti una delle mitologie più vaste e affascinanti della storia di DC Comics. Un universo fatto di pianeti alieni, guerre cosmiche, anelli del potere, organizzazioni millenarie e soprattutto di una forza apparentemente semplice, ma fondamentale: la volontà.
La serie debutterà il 17 agosto 2026 e avrà come protagonisti Kyle Chandler nei panni di Hal Jordan e Aaron Pierre in quelli di John Stewart. La storia sarà però ambientata principalmente sulla Terra e partirà da un misterioso omicidio nel cuore dell’America, trascinando le due Lanterne Verdi in un’indagine destinata ad avere implicazioni molto più grandi.
È un’impostazione che pare portare sullo schermo un mix tra avventura sci-fi in stile X-Files e il concetto di Lanterna Verde come ‘poliziotto intergalattico’ espresso da Grant Morrison nel suo ciclo qualche anno fa.
Ma è arrivato il momento di capire chi sono le Lanterne Verdi, cosa sono Oa e i Guardiani e quali sono i personaggi dei fumetti che potremmo vedere entrare in gioco nella serie.
Il Corpo delle Lanterne Verdi: la polizia dell’universo

Per capire chi siano Hal Jordan e John Stewart bisogna partire dal Green Lantern Corps (Corpo delle Lanterne Verdi).
In termini molto semplici, possiamo considerarlo una sorta di polizia intergalattica, anche se in alcuni cicli viene rappresentata più come con un’organizzazione dalla forte disciplina militare. I suoi membri appartengono a specie completamente diverse proveniente da diversi pianeti e hanno il compito di proteggere i vari settori dell’universo.
Secondo la mitologia DC, il Corpo esiste da oltre tre miliardi di anni ed è composto da migliaia di Lanterne, distribuite nei diversi settori dello spazio. La loro base è Oa, il pianeta che rappresenta il centro del potere delle Lanterne Verdi.
Il loro strumento principale è naturalmente l’anello del potere, che permette di volare, creare campi di forza, costruire armi e oggetti attraverso la cosiddetta luce solida e, in generale, trasformare la volontà di chi lo indossa in una forza concreta.
Ma è proprio qui che nasce il concetto fondamentale della mitologia moderna di Green Lantern: l‘anello non è potente soltanto perché utilizza una tecnologia aliena, ma lo è perché viene alimentato dalla forza di volontà di chi lo utilizza.
È un’idea introdotta nella mitologia moderna di Green Lantern e diventata progressivamente sempre più importante, soprattutto durante la lunga gestione dello sceneggiatore Geoff Johns.
Per capire il Green Lantern moderno, infatti, uno dei fumetti fondamentali da recuperare è Green Lantern: Rebirth del 2004, realizzato da Johns ed Ethan Van Sciver e tutto il ciclo di DC Deluxe: Il Corpo delle Lanterne Verdi di Geoff Johns, Dave Gibbons, Keith Champagne, Patrick Gleason. È proprio con queste storie che DC rilancia Hal Jordan e il Corpo, e prepara il terreno per una nuova, enorme espansione della mitologia delle Lanterne.
Ma dobbiamo tornare ancora più indietro per spiegare dove nasce il mito di Hal Jordan, non la prima Lanterna Verde terrestre, ma sicuramente la più carismatica e tra le più amate dai lettori.
Hal Jordan, la prima grande Lanterna Verde umana

Nel 1959, Showcase #22 di John Broome e Gil Kane introduce quello che sarebbe diventato il Green Lantern più famoso di tutti: Hal Jordan.
Hal è un pilota collaudatore e la sua vita cambia quando un’astronave precipita sulla Terra. A bordo c’è Abin Sur, un alieno appartenente al Green Lantern Corps e ormai prossimo alla morte. Il suo anello cerca un nuovo possessore e sceglie proprio Hal. Da quel momento, l’uomo diventa la Lanterna Verde del Settore 2814, quello che comprende la Terra.
Hal è coraggioso, impulsivo e spesso insofferente nei confronti delle autorità. Non è quindi sorprendente che il suo rapporto con i Guardiani dell’Universo, coloro che governano il Green Lantern Corps, sia stato spesso tutt’altro che semplice.
La stessa DC ha anticipato che, nella serie, Hal sarà una lanterna veterana che sta allenando John da circa due mesi e, tra i due esiste già un rapporto piuttosto complicato. John non è semplicemente il suo allievo, ma potrebbe diventare il suo sostituto.
Ed è proprio questo rapporto a rappresentare uno degli elementi più interessanti della serie, perché Hal e John sono due Green Lantern molto diversi.
John Stewart: disciplina contro istinto

John Stewart debutta nel 1971 sulle pagine di Green Lantern #87, grazie a Dennis O’Neil e Neal Adams.
La sua storia è molto diversa da quella di Hal. John è un ex Marine e un architetto e viene scelto inizialmente come Lanterna di riserva nel caso Hal non possa svolgere il proprio compito. Con il tempo, però, diventa molto più di una semplice alternativa.
John Stewart diventa uno dei leader più importanti del Green Lantern Corps e uno dei personaggi più rispettati della mitologia delle Lanterne.
Anche il suo modo di utilizzare l’anello riflette la sua personalità. Essendo un architetto e un ex marine abituato alla disciplina militare, John costruisce i propri costrutti di luce solida con una precisione quasi maniacale, realizzandoli dall’interno verso l’esterno.
È una differenza apparentemente piccola, ma racconta perfettamente il personaggio.
John è inoltre protagonista di alcune delle storie più importanti del Green Lantern Corps, soprattutto quando il fumetto ha iniziato a raccontare il Corpo come una vera e propria squadra, dando sempre più spazio alle Lanterne aliene e alle loro vicende.
La serie rappresenterà finalmente il debutto live action di John Stewart, interpretato da Aaron Pierre, dopo anni nei quali il personaggio è stato particolarmente popolare nelle produzioni animate DC.
Guy Gardner, il ‘bullo irascibile’ delle Lanterni Verdi

E poi c’è Guy Gardner, arrogante, irriverente, aggressivo e spesso incapace di tenere la bocca chiusa, Gardner è uno dei personaggi più particolari del Green Lantern Corps.
La cosa curiosa è che, nei fumetti, Guy avrebbe potuto essere il primo essere umano a ricevere l’anello di Abin Sur al posto di Hal. Semplicemente, si trovava più lontano dal luogo dello schianto. Guy debutta nel 1968, in Green Lantern #59, e nel corso degli anni diventa una presenza sempre più importante nel Corpo.
La sua personalità esplode soprattutto nelle storie degli anni Ottanta, trasformandolo nella Lanterna che tutti amano odiare.
Nel nuovo DC Universe lo abbiamo già visto in Superman (2015), interpretato da Nathan Fillion, e tornerà anche in Lanterns.
Il suo ruolo nella serie dovrebbe essere più limitato rispetto a quello di Hal e John, ma la sua presenza è importante perché permette di mostrare ancora una volta quanto possa essere variegato il Green Lantern Corps. Non esiste un unico modo di essere una Lanterna.
OA, il cuore del Green Lantern Corps

Ma chi decide chi può diventare una Lanterna Verde? E soprattutto, da dove arrivano gli anelli? La risposta è una sola e ha il nome di OA.
Il pianeta è il centro del Green Lantern Corps e ospita la Batteria Centrale del Potere, la gigantesca batteria che alimenta gli anelli verdi.
OA è anche la casa dei Guardiani dell’Universo, una delle razze più antiche dell’intero universo DC.

I Guardiani hanno creato il Green Lantern Corps per proteggere l’universo e mantenere l’ordine. Sono esseri estremamente intelligenti, razionali e apparentemente privi delle debolezze emotive che caratterizzano le altre specie. Ed è proprio questo che, nel corso dei fumetti, ha creato più di un problema.
Perché i Guardiani sono talmente ossessionati dall’ordine da arrivare spesso a prendere decisioni discutibili. Le Lanterne, invece, sono esseri viventi con emozioni, dubbi, paure e soprattutto una propria idea di ciò che è giusto.
Il rapporto tra il Corpo e i suoi creatori è quindi molto più complicato di quello tra semplici soldati e comandanti.
Sinestro, il maestro di Hal diventato suo nemico

Se Hal Jordan è il Green Lantern più famoso, Sinestro è probabilmente il personaggio che meglio rappresenta il lato oscuro di questa mitologia.
Prima di diventare il suo più grande nemico, il korugariano Thaal Sinestro era una delle migliori Lanterne del Corpo oltre ad essere soprattutto il maestro di Hal Jordan.
Sinestro crede fermamente nell’ordine, ma il suo concetto di ordine diventa progressivamente sempre più estremo. Per lui la libertà può trasformarsi in caos e, di conseguenza, l’universo deve essere controllato.
Quando i Guardiani scoprono i suoi metodi, Sinestro viene espulso dal Corpo.
Ma non accetta la sconfitta; il personaggio finirà per creare il Sinestro Corps, un’organizzazione che utilizza l’energia gialla della paura.
È uno dei passaggi fondamentali della grande gestione di Geoff Johns e trova una delle sue massime espressioni in Green Lantern: Sinestro Corps War.
E questo rende particolarmente interessante la sua presenza in Lanterns: sarà fino in fondo parte del Corpo delle Lanterne Verdi, o nel corso della stagione prevarranno le sue ideologie che lo porteranno lontano da OA?
A interpretarlo sarà Ulrich Thomsen, mentre il suo rapporto con Hal sarà chiaramente uno degli elementi più importanti della serie.
I Manhunters: il lato più inquietante della mitologia

Ed è qui che Lanterns potrebbe cominciare a mostrare il proprio lato più fantascientifico.
I Manhunters sono macchine create dai Guardiani prima della nascita del Green Lantern Corps.
Il loro compito originale era mantenere l’ordine, ma la loro incapacità di comprendere realmente le emozioni li trasformò progressivamente in una minaccia. Nei fumetti rappresentano quindi uno dei primi grandi errori dei Guardiani.
E proprio i Manhunters sono stati mostrati nel trailer ufficiale di Lanterns come una delle minacce legate alla storia della serie. Il materiale promozionale suggerisce inoltre che potrebbero essersi infiltrati sulla Terra assumendo sembianze umane.
Questo dettaglio è particolarmente interessante perché permette alla serie di mantenere l’impostazione da thriller investigativo senza rinunciare alla componente cosmica.
Le altre Lanterne che potremmo vedere

Naturalmente Hal, John e Guy non sono gli unici esseri umani ad aver indossato un anello verde.
Tra le Lanterne più importanti della storia DC troviamo Kyle Rayner, artista scelto in un momento particolarmente drammatico per il Corpo, e due personaggi più recenti come Simon Baz e Jessica Cruz.

Ma nella mitologia dei fumetti sulle Lanterne Verdi, risulta impossibile non inserire tra le più importanti Lanterne Verdi di altri pianeti, il celebre pianeta senziente Mogo, l’addestratore brutale ma dal cuore d’oro Kilowog, il leggendario e potentissimo custode della profezia Sodam Yat, la saggia spia pesci-uccello Tomar-Re e la diplomatica aliena Arisia Rrab. Chissà chi di questi comparirà all’interno della prima stagione della serie…
Lanterns: dal 17 agosto su HBO Max
La vera curiosità, a questo punto, è capire come tutto questo verrà portato sul piccolo schermo.
James Gunn e Peter Safran hanno descritto fin dall’inizio Lanterns come una storia investigativa ambientata sulla Terra, con Hal e John al centro di un mistero destinato però a collegarsi alla più ampia storia del nuovo DC Universe.
È una scelta che può sembrare quasi in contrasto con la natura cosmica di Green Lantern, ma potrebbe rivelarsi esattamente il modo migliore per introdurre questo mondo.
Insomma, non ci resta che attendere il 17 agosto per entrare nel mondo delle Lanterne Verdi. Appuntamento su HBO Max!
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