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Dylan Dog Horror Stories – Le Nebbie di Praga: Recensione

Dylan Dog Horror Stories – Le Nebbie di Praga di Nucci e Roi, è l’albo che inaugura un nuovo corso per gli Speciali dell’Indagatore dell’Incubo, con una storia gotica dove misticismo e mistero si intersecano tra le vie della città magica

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Nell’anno che celebra il quarantennale della nascita di Dylan Dog, ci sono diverse iniziative che riguardano l’Indagatore dell’Incubo tese a festeggiare questo incredibile traguardo raggiunto da uno dei personaggi più celebri della scuderia Sergio Bonelli Editore.

Tra queste proposte ritengo che vada inserito anche il Dylan Dog Special #40 dal titolo Le Nebbie di Praga di Marco Nucci e Corrado Roi, che risulta importante per diversi motivi.

Questo albo, prima di tutto, omaggia i primi speciali usciti, dove il creatore di Dylan Dog, Tiziano Sclavi, spesso raccontava più storie all’interno di un’unica trama, interconnesse tra loro, che portavano il lettore a scovare tutti gli indizi e i collegamenti necessari per comprendere appieno l’avventura extralarge di Dylan.

E proprio con questo 40esimo volume, parte quindi un nuovo appuntamento annuale che sarà intitolato Dylan Dog Horror Stories e che sarà l’edizione primaverile dello speciale, che affiancherà la consueta uscita autunnale.

Inoltre questo albo segna il ritorno alle copertine (almeno per quanto riguarda gli Speciali) di Angelo Stano, grandissimo disegnatore e colonna portante della storia editoriale di Dylan Dog, che per anni ha illustrato, oltre che diversi interni della serie regolare e altresì di albi fuori serie, anche numerose copertine sino a Dylan Dog #361 – Mater Dolorosa, ultima cover da lui disegnata prima di Le Nebbie di Praga. Si tratta di un graditissimo ‘rientro in campo‘, per utilizzare un gergo sportivo, che non potrà che far piacere a tutti i fan dell’investigatore di Craven Road 7.

Ma passiamo ora al contenuto dell’albo.

Il fascino di Praga colpisce anche l’indagatore dell’Incubo

Londra, 1928. Dylan Dog riceve una lettera da un cliente che lo invita a seguire il suo caso, chiedendogli di raggiungerlo in una delle città europee più legate alla magia: Praga.

Nonostante il suo “quinto senso e mezzo” pizzichi, Dylan decide di partire e raggiungere Josif Krubach, il suo cliente, nella capitale della Cecoslovacchia (oggi Repubblica Ceca).

Il viaggio non è certo dei più tranquilli: dal momento in cui entra nella Città d’Oro, Dylan comincia ad avere alcune inquietanti visioni. Tra le nebbie di Praga riesce, in qualche modo, a raggiungere il quartiere di Malá Strana, dove si trova Josif, che lo accoglie nella sua bottega, la Nihilampa, ereditata dal padre Gustav Krubach, morto suicida.

Josif racconta a Dylan che quella bottega custodisce un segreto legato al genitore e ad alcune presenze che gli tolgono il sonno, ma soprattutto a cinque anelli magici che Gustav Krubach avrebbe recuperato nel corso della sua vita e che permetterebbero al possessore di risvegliare la leggendaria creatura d’argilla: il Golem.

Dylan, con qualche reticenza, accetta di aiutare Josif e, al contempo, di indagare sui misteri che circondano e infestano la Nihilampa, il suo precedente proprietario e tutte le storie di cui l’Indagatore dell’Incubo verrà a conoscenza, le quali raccontano come l’inquietante Gustav Krubach sia entrato in possesso degli anelli. Un mistero tanto complesso e fitto quanto le nebbie che dominano le vie di Praga.

Praga: una città che si sposa con le storie di Dylan Dog

Marco Nucci, da tempo penna dietro gli orrori di Dylan Dog e co-autore de La Divina Congrega, trasporta il lettore in una storia ricca di pathos e mistero, anche grazie alle atmosfere gotiche dell’affascinante località in cui è ambientato Dylan Dog Special #40.

Praga è da sempre una delle tre città che fanno da vertice al triangolo della magia bianca, insieme a Torino e Lione, e non credo sia un caso che l’arrivo di Dylan da Londra, città facente parte del triangolo della magia nera, porti con sé qualche disallineamento nell’equilibrio magico.

Il fatto che Le Nebbie di Praga abbia come sfondo una città che trasuda magia e misticismo amplifica la sensazione di inquietudine e angoscia, tipica di quello che potrebbe essere un film di Roman Polański.

Inoltre, lo sceneggiatore riesce a inserire sapientemente tradizioni e leggende praghesi (come quella del Golem) nelle diverse mini-trame, in cui il misterioso Gustav Krubach intraprende azioni enigmatiche che lo portano a entrare in possesso dei cinque anelli.

Per quanto riguarda la storia principale, protagonista è un Dylan Dog davvero singolare, che ha in comune, all’apparenza, solo il mestiere e poco più con il classico personaggio a cui siamo abituati. Si differenzia sia nel modo di vestire sia, in parte, nella fisionomia.

Il tutto fa pensare che questa storia sia ambientata in una “realtà alternativa”, un’ipotesi che sembrerebbe confermata dal finale, in cui le indagini di “questo” Dylan trovano un epilogo che collega il tutto a un personaggio (e a un luogo) ricorrente nella storia editoriale dell’Indagatore dell’Incubo.

Lo stile maestoso di Corrado Roi in Le Nebbie di Praga

Già disegnatore del primo speciale di Dylan Dog, Corrado Roi torna nel quarantesimo volume e lo fa da vero e proprio maestro e artista di razza dell’horror, dimostrando ancora una volta che, più va avanti, più il suo livello qualitativo si alza.

Lo stile distintivo dell’artista, a metà tra il dark e il gotico, che gioca molto sulle ombre, è perfetto per Le Nebbie di Praga e per le atmosfere che deve rappresentare, tra visioni, allucinazioni e macabri avvenimenti.

So di essere di parte, in quanto è uno degli artisti a cui sono più legato quando penso a Dylan Dog, ma credo di non essere l’unico a definirlo ‘l’artista definitivo’ per raccontare visivamente le storie più cupe, surreali e spaventose dell’Indagatore dell’Incubo. E Le Nebbie di Praga rientra pienamente in questa categoria di storie.

Perché leggere Dylan Dog Horror Stories – Le Nebbie di Praga?

Le Nebbie di Praga è una storia a metà tra il surreale e il mistico che mi fa riassaporare le stesse vibes di alcuni vecchi albi di Dylan Dog. Quelle trame in cui tutti (o quasi) i nodi vengono al pettine solo alla fine, ma che ti lasciano un po’ disorientato, con l’amaro in bocca alla chiusura del volume. Non perché non vi sia una reale conclusione, ma semplicemente perché un fumetto, come qualsiasi altro mezzo di comunicazione, a volte non deve raccontare per forza tutto, lasciando invece spazio all’immaginazione. Questo è l’effetto che ha fatto su di me Le Nebbie di Praga.

Prova magistrale, ancora una volta, di Corrado Roi, che riproduce fedelmente sia le atmosfere sia le location della bellissima Praga, contribuendo alla buona riuscita di questo nuovo format degli speciali, Dylan Dog Horror Stories, che parte sotto i migliori auspici.


VOTO POPCORNERD: 7,5/10

Fumetti italiani

Intervista a Dado, autore di Dragon Village nel segno del fantasy, cibo e… Toriyama

Su PopCorNerd ospite Dado, autore e co-fondatore di Gigaciao, con cui al Comicon di Napoli abbiamo parlato della nuova edizione di Dragon Village, la sua opera che unisce un’ambientazione da Trono di Spade alla comicità tipica dei manga di Toriyama (oltre che al cibo!)

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Si può unire il genere fantasy al cibo e creare un fumetto? La risposta è all’interno di Dragon Village, l’opera edita da Gigaciao di Dado, tra i fondatori della casa editrice, nonché direttore editoriale e amministratore unico, che è riuscito a trovare il tempo di tornare a fare ‘anche’ l’autore di fumetti.

In Dragon Village Dado unisce quali ingredienti proprio il fantasy, un padre cuoco e una figlia peperina decisamente forzuta, alcuni personaggi dalle caratteristiche e dai nomi strambi e un ‘Villaggio di Draghi’ (anche se di draghi non vi è l’ombra!).

In occasione del Comicon di Napoli abbiamo avuto l’opportunità di scambiare quattro chiacchiere con Dado sulla nuova edizione della sua opera nata sulle pagine di Scottecs Gigazine, e ora finalmente in volume.

E tra le fonti di ispirazione c’è un noto sensei che ha formato l’immaginario di milioni di persone grazie alle sue opere: Akira Toriyama. Per quale motivo? Non vi resta che leggere l’intervista che segue…


Dado su PopCorNerd!

Grazie mille Dado di essere con noi su PopCornerd. Partiamo con il parlare di Dragon Village: è un fantasy a tutti gli effetti. Ci racconti un po’ come è nato questo grande progetto?

Dado – Sì, nasce letteralmente perché serviva una storia a capitoli per la rivista Scottecs Gigazine, che è stata la nostra prima uscita editoriale come Gigaciao. Servivano circa 14 pagine all’interno della rivista da riempire ogni mese, quindi volevo pensare qualcosa che fosse adattabile a capitoli e che poi potesse essere raccolto anche in una storia unica. È una delle poche storie che poi ha anche una trama orizzontale.

Avevo diverse idee in testa ed essendo anche un giocatore di ruolo da tanti anni, soprattutto di D&D, avevo già tanto immaginario fantasy. Ho tirato fuori un po’ di roba per capire cosa potesse divertirmi a raccontare.

Perché, avendo anche poco tempo e dovendo gestire tutta la parte editoriale come direttore editoriale di Gigaciao, se devo fare una cosa voglio almeno che sia quella che mi diverte di più.

Quali sono state le opere (letterarie, cinematografiche, fumetti) da cui hai tratto spunto per Dragon Village?

Dado – Dragon Village pesca dal lato fantasy classico: mostri, terre selvagge, ambiente medievale con magia. Ho cercato di interpretare alcuni stilemi e archetipi aggiungendo qualcosa di mio.

Per quanto riguarda lo stile di disegno e di racconto, mi sono ispirato a vari fumetti che mi hanno formato. In primis, sfogliandolo si vede molto di Dr. Slump & Arale: c’è quella dinamica umoristica del papà con la bambina dotata di superpoteri che devono rimanere nascosti.

Poi anche Dragon Ball, soprattutto la prima parte con Goku bambino, che è una delle mie preferite, dove c’era ancora molto l’umorismo tipico di Toriyama.

Ci sono poi influenze occidentali: fumetto francese, italiano e americano. Ho fatto la Scuola del Fumetto, quindi mi hanno aperto a quel mondo. Io sono cresciuto coi manga, poi ho avuto una fase in cui non li leggevo più e ho scoperto altro. Questo mi ha aperto la mente, e oggi mescolo tutto: influenze occidentali e cose che mi piacciono dei manga. Ne è venuto fuori uno stile che è un mix tra i due mondi e che mi diverte fare.

Hai citato Toriyama, ed era proprio una delle domande l’influenza del mangaka in quest’opera. Anche il titolo richiama qualcosa come Dragon Quest, videogioco la cui ambientazione e personaggi erano disegnati da lui. Anche quest’ultimo è stata una fonte di ispirazione?

Dado – Diciamo che la parola “Dragon” aiuta. Mi piaceva richiamare quell’immaginario, anche se poi i draghi non hanno un ruolo nella storia.

Mi piaceva anche l’idea che il vero protagonista non fossero tanto i personaggi, ma proprio il villaggio: Dragon Village. È un luogo con un ecosistema e una socialità tutta sua, perché si trova ai confini estremi del regno, l’ultimo baluardo della razza umana. Dopo ci sono solo mostri e terre selvagge.

Gli abitanti sono abituati a vivere alla giornata, a invasioni di mostri e cose strane. È la normalità per loro. Ed è anche il motivo per cui i protagonisti si trasferiscono lì: le loro stranezze vengono più tollerate.

Tutti i personaggi principali hanno nomi di cibi o ingredienti: Chily, Brisee, nonno Miso, Nashi Soup, Lord Mela ecc… sei appassionato di cucina ? E c’è un collegamento tra i personaggi e l’ingrediente/ cibo a cui  sono associati?

Dado – Sì, tutti i personaggi hanno nomi di cibo. Cerco spesso di legare il nome all’aspetto fisico: Mela ha una testa a forma di mela, Brisée ha tonalità arancioni come la pasta cotta, Chili è “piccante”.

Spesso nasce prima il personaggio e poi cerco un nome di qualcosa di commestibile che si adatti. Anche Ortica, per esempio, è commestibile e funzionava bene.

Il cibo è importante anche nella storia: il protagonista è un cuoco che porta una cucina più raffinata in un posto dove si mangia per sopravvivere. Prima si cucinavano bistecche di mostro e patate giusto per riempirsi la pancia. Lui introduce una cucina quasi gourmet.

Anche una semplice omelette diventa qualcosa di incredibile, perché è fatta con uova di mostro. È anche una citazione sempre a Toriyama, che spesso dava nomi legati a cibo o oggetti. È una cosa che mi ha sempre fatto sorridere e ho voluto riportarla nel mio mondo.

I primi due capitoli sono disegnati da Carlo Cid Lauro, grande artista italiano. Come è nata la collaborazione con lui?

Dado – In quel momento stavo “costruendo” Gigaciao e serviva materiale. Mi sono accorto che non sarei riuscito a fare tutto subito. Conoscevo Carlo da tanti anni, è un bravissimo professionista, e gli ho chiesto se voleva occuparsi dei primi capitoli. Dovevano essere 3 o 4, ma poi sono riuscito a liberarmi prima e ho ripreso io dal terzo.

È nato tutto dall’amicizia e dal rispetto reciproco. E posso anticipare che tornerà nella prossima stagione come disegnatore regolare, perché io sarò impegnato su altre cose. Continuerò a scrivere, ma lui sarà il disegnatore. Nei primi capitoli io facevo le matite e lui le rifiniva, ora invece farà tutto lui.

Il tuo approccio cambia quando lavori con un altro artista rispetto a quando lavori da solo?

Dado – Sì. Quando lavoro da solo non faccio una vera sceneggiatura: parto da un’idea, butto giù un soggetto e costruisco direttamente a matita.

Quando lavoro con altri devo scrivere sceneggiature vere e proprie. Cerco comunque di non essere troppo rigido: evito di dare troppe indicazioni sulle inquadrature e mi concentro più sulle emozioni dei personaggi. Lascio molta libertà all’artista. Mi piace vedere come interpreta quello che scrivo.

E poi quando scrivo per altri sono più “spietato”: metto scene con folle e ambienti complessi che io magari eviterei se dovessi disegnarle!

Il fumetto nasce in bianco e nero su Gigazine, ma ora è raccolto in un volume a colori. Cambia l’esperienza di lettura?

Dado – Sì, sicuramente. I colori di Silvia “savuland” Landucci aggiungono molto: atmosfera, momenti del giorno, emozioni che il bianco e nero non può rendere.

Il volume è anche molto corposo, circa 300 pagine, e contiene come extra, un bestiario con schede di mostri, alcuni presenti nella storia e altri no. Serve ad arricchire l’ambientazione senza appesantire la narrazione con spiegoni.

Io adoro approfondire il mondo, ma nel fumetto può risultare pesante. Così ho inserito queste schede per dare qualcosa in più.

Leggerlo tutto insieme è un’altra esperienza: non devi aspettare un mese tra un capitolo e l’altro. Puoi leggerlo tutto in un pomeriggio. Inoltre è una versione rivista e corretta: ho sistemato dialoghi e piccoli errori accumulati nei due anni e mezzo di pubblicazione. Quindi sì, è il modo migliore per leggere Dragon Village.

Cosa dobbiamo aspettarci dalla seconda stagione di Dragon Village? Perché le cose si sono fatte molto serie alla fine del volume con un cliffangher importante! Sarà una seconda stagione sempre all’insegna della comicità e delle gag o ci sarà più spazio per la parte (possiamo chiamarla) Drama?

Dado – Sarà sempre un mix. Mi piace alternare le due cose.

La prossima stagione partirà da quella situazione più grave, ma inizialmente dal punto di vista dei bambini, in particolare di Chili e dei suoi compagni, che non percepiscono davvero la gravità di ciò che è successo.

Vedremo quindi le conseguenze in modo più leggero, mentre gli adulti affrontano la situazione. Poi la storia si svilupperà e approfondirà tutto. I piani ci sono.

Grazie mille Dado per questa intervista!

Dado – Grazie mille a te!


Dado: Biografia

Davide “Dado” Caporali muove i primi passi nel mondo del fumetto online nel 2008, durante l’ultimo anno di Liceo Scientifico. Successivamente, nel 2011, consegue il diploma presso la Scuola Internazionale di Comics.

Nel corso della sua carriera ha svolto numerose attività professionali nel settore, lavorando come disegnatore, inchiostratore, colorista, flattista e sceneggiatore.

Sia come autore indipendente sia collaborando con altri professionisti, ha realizzato e pubblicato diversi volumi per alcune tra le più importanti case editrici italiane, ottenendo anche vari riconoscimenti.

Il suo profilo Instagram, dove condivide strisce umoristiche ispirate alla quotidianità e allo stile “slice of life”, conta oggi circa 200 mila follower.

Nel 2022 è tra i fondatori di Gigaciao, nata insieme a Sio, Fraffrog e Giacomo Bevilacqua. All’interno della casa editrice ricopre il ruolo di direttore editoriale e amministratore unico, affiancando a queste responsabilità l’attività di autore di fumetti e di altri contenuti… e tra le sue opere c’è Dragon Village!

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Comics

The Walking Dead: il fumetto sugli zombie che parla di umanità

The Walking Dead, un fumetto che ha fatto la storia, consacrando Robert Kirkman come autore di punta dell’industria comics americana.

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Rick Grimes è un vice sceriffo che, risvegliatosi in una stanza di ospedale dopo essere stato in coma, si ritrova ingabbiato in un mondo che non riconosce. Niente elettricità, niente persone, stato di abbandono totale del territorio. Ma non è solo. Infatti le strade, i vicoli, le corsie ospedaliere dove si risveglia sono saturi di zombie. Inizia il suo viaggio, così come quello di The Walking Dead, il fumetto di cui parleremo in questo articolo.

Nella società moderna, appagati da ogni tipo di comodità a portata di mano e dalla sedentarietà cui siamo abituati, Rick si ritrova a doversi mettere in viaggio e riscoprire così l’anima nomade dell’uomo. Ogni tappa è mossa da una speranza e da un obiettivo: quella di ritrovare in vita sua moglie Lori e suo figlio Carl, quella di trovare maggiore protezione, quella di trovare amministratori che sappiano cosa stia accadendo a questo pazzo mondo. Ed ogni volta è più difficile partire perché come detto in precedenza, è facile galleggiare nella comodità piuttosto che avanzare verso qualcosa di ignoto. Lungo il cammino avvengono incontri, scontri, attriti. Decisioni sempre più complesse ed articolate da dover prendere per il bene comune. E così il concetto di famiglia si allarga a quello che dapprima è un gruppo ristretto di sopravvissuti sino a diventare la guida di un’intera comunità.

Il tempo passa, le difficoltà aumentano, le persone cambiano.

Carl, che abbiamo conosciuto bambino, lo ritroveremo adolescente e poi adulto. Vivere un mondo del genere, una situazione del genere, porta a saltare alcune delle fasi della crescita e di quelle che sono considerate basilari per la formazione del carattere e della solidità di una persona.

Si è trovato ad affrontare situazioni decisamente troppo grandi per lui e troppo in fretta: dall’abbandonare la propria casa, suo padre sul letto di un ospedale senza sapere se mai l’avrebbe rivisto. Padre che si trova a difendere dalla minaccia di Shane, uccidendo quest’ultimo. A sette anni la sua infanzia, la sua fragilità, la sua innocenza sparisce per sempre rendendolo uno dei personaggi più freddi ed induriti emotivamente dell’intera opera.

Durante la sua adolescenza conosce Negan, il leader della fazione dei Salvatori, nel quale vede il risvolto più cinico e folle dell’essere una guida e col quale instaura nel corso degli anni un rapporto uno a uno: discepolo e mentore da poter testare per scoprire il proprio io, per conoscere sino a che punto potersi spingere nelle emozioni e nelle azioni.

Nel salto temporale finale, Carl sarà il punto d’incontro tra vecchio e nuovo, una sorta di memoria storica che tramanda gli insegnamenti di Rick affinché non si dimentichi il percorso fatto per raggiungere lo stato attuale di pace della città e delle colonie.

Nonostante Rick sia il personaggio centrale attorno al quale ruotano le scelte, le decisioni e l’intera trama principale della storia, Negan resta il personaggio che più di tutti mi ha affascinato. Lo conosciamo come capo dei Salvatori, perfetto stereotipo di crudeltà e follia al servizio della comunità che guida col “pugno di ferro” e che con la stessa metodologia vuole conquistare il rispetto – e le risorse – delle comunità più piccole che incontra per strada. Dopo il massacro di Glenn sino a quel momento centrale e tra i più fidati compagni di Rick, l’estorsione psicologica verso lo stesso Rick, la derisione verso Carl per testarne l’integrità, inizia il suo vero percorso di decostruzione. Durante la sua prigionia ad Alexandria riceve sistematicamente le visite da parte di Carl, ma soprattutto quelle di Rick. Diventa un confidente, un amico, una sorta di voce della coscienza cui poter fare affidamento nonostante le divergenze. Addirittura in alcuni passaggi il lettore ha come l’impressione che la differenza tra i due leader si assottigli sino a quasi sparire. Il rispetto reciproco tra i due trova il suo culmine nel momento in cui Negan, evaso dalla sua cella, fa ritorno consegnando a Rick la testa di Alpha, leader dei Sussurratori e più grande minaccia per quella porzione di mondo che viene presa in considerazione. Infine Negan riuscirà a fare pace con se stesso e col suo passato sanguinario liberandosi di Lucille, la sua amata mazza da baseball coronata di filo spinato, simbolo della sua tirannia e delle sofferenze vissute prima della venuta dei vaganti.

Rick, l’eroe che prende in pugno le redini della situazione e della sua squadra non per scelta ma per necessità dopo la morte di Shane. Si trova inizialmente spaesato, legato com’è alla legge ed all’ordine. Lo vediamo in difficoltà quando deve prendere le prime decisioni contro tutto e tutti, e nonostante ciò riesce sempre ad avere l’appoggio e la fiducia del gruppo che guida e che si espande, che plasma in base ai suoi principi. Si troverà a dover prendere decisioni forti, drastiche ed in contrasto con i suoi ideali a tal punto da fargli ammettere “siamo noi i morti viventi”. Seppur spezzato nella sua morale, è sempre pronto a rialzarsi con l’unico obiettivo della salvaguardia degli altri e del gruppo, e del non perdere l’unica cosa che ci distingue dai vaganti: l’umanità. Per lui il percorso di crescita e cambiamento avviene anche dal punto di vista del fisico. Gli viene amputata la mano destra dal Governatore – altro antagonista degno di menzione – perché non vuole svelare la posizione esatta della prigione nella quale si è stanziato col suo gruppo, così come subirà un grave danno alla gamba causato da una colluttazione con Negan che lo costringerà alla zoppia.

Eppure non ci sono solo leader carismatici tra le pagine di questo fumetto, infatti trova spazio anche Eugene. Presentatoci come scienziato del governo centrale con in mano la chiave della cura per la pandemia, ben presto scopriamo che questa era solo una copertura per circondarsi di persone capaci di difenderlo o quantomeno non attaccarlo nel bel mezzo dell’azione. Un codardo, ma abbastanza scaltro da scamparla per diverso tempo, finché la fiducia dei suoi compagni d’avventura viene meno in virtù della scoperta della verità. Ed anche qui la crescita, la rinascita di un personaggio apparentemente inutile nel contesto in cui si ritrova, che si rimbocca le maniche sino a diventare fondamentale grazie alle sue conoscenze e competenze in campo scientifico/tecnologico. E’ grazie a lui ed al suo intelletto se vengono ripristinate le comunicazioni via radio, ed il funzionamento della ferrovia per collegare le cittadine che negli anni sono sorte. Ogni personaggio che incontriamo sarebbe meritevole di approfondimento, visto lo spessore narrativo che l’autore gli dedica. 

Ogni personaggio è mosso dal suo vissuto, dalle sue esperienze pre catastrofe, da quello che la vita gli ha dato da vivere dopo gli eventi iniziali. Sono legato a The Walking Dead proprio per questo, per come un espediente narrativo – quello dell’avvento di un’apocalisse zombie – diventi un viaggio introspettivo, la discesa nella profondità dell’animo umano e dell’emotività di ognuno dei superstiti che fa la differenza tra una scelta piuttosto che un’altra. Così come l’influenza degli altri, di chi abbiamo di fronte e chi incontriamo sia importante per la nostra esperienza e possa influenzare le scelte. Il lettore viene portato a riflettere, a ponderare assieme ai protagonisti aprendo ogni volta uno “sliding door” su cosa sarebbe potuto accadere se Rick o chiunque altro avesse preso una decisione differente.

Conclusioni, spin off e crossmedialità.

Come ogni storia che incontra il favore di pubblico e di critica, anche nel caso di The Walking Dead non sono mancate proposte sotto forma di altri media. Lo stesso Kirkman ha collaborato nella trasposizione come serie tv, che per sua ammissione e volontà ha preso una strada diversa rispetto alla trama originale. Prendono vita personaggi che non esistono nella versione cartacea ed allo stesso tempo vengono prese vie alternative da parte dei protagonisti rispetto al fumetto per creare qualcosa di nuovo e differente. Oltre a questa serie tv ne sono nate altre spinoff o sequel della stessa a seguire le vicende di alcuni personaggi o gruppi di superstiti, altre sono state annunciate e non è dato sapere se prenderanno o meno vita. Oltre al piccolo schermo è nato un videogioco ispirato al mondo creato dall’autore, che comprende i cameo di alcuni personaggi noti prima che incontrassero Rick sul loro cammino. Da questo è nato un sequel sotto forma di fumetto considerato canonico a tutti gli effetti in questo universo narrativo.

Con The Walking Dead Robert Kirkman tocca il suo apice narrativo, secondo lo scrivente. La forza di questa opera sta proprio nella sua capacità di raccontare la vita dei superstiti e della forza delle relazioni, di rendere partecipe il lettore e metterlo nella condizione di empatizzare anche con i villain. E’ capace di farci mettere piede nelle diverse località e di farci vivere secondo le leggi che le governano.

Ogni arco narrativo ci tiene col fiato sospeso ed ogni volta che pensiamo si stia attraversando un periodo di stabilità ecco che accade qualcosa che ci fa ricordare che in fondo è la lotta per la sopravvivenza e per l’autoconservazione che fa agire i vari attori, con uno sguardo al futuro ed alle generazioni che verranno. Il discorso finale di Rick è un manifesto di quelle che vogliono essere le fondamenta da cui la civiltà dovrà ripartire: la vera sopravvivenza coincide con la pace, la giustizia, la comunità e la cooperazione. Per quanto riguarda invece il comparto artistico, Tony Moore ha dato vita al mondo immaginato dall’autore utilizzando un tratto dettagliato ed espressivo che risulta sin troppo morbido per gli eventi che vengono narrati. Dal settimo numero viene sostituito da Charlie Adlard che riappacifica attraverso un tratto più grezzo, sporco, intriso di bianco/nero più marcati le macerie di un mondo alla rovina e di un’umanità oramai spezzata.

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Manga

I migliori manga sul calcio da leggere durante i Mondiali 2026

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I Mondiali di calcio 2026 sono finalmente arrivati (anche se per noi italiani si tratta dell’ennesima Coppa del Mondo che ci vede come semplici spettatori).

Le nazionali di tutto il mondo stanno già dando spettacolo sui campi di Stati Uniti, Canada e Messico. Ma tra una partita e l’altra, ogni appassionato di calcio sa che c’è sempre tempo per vivere altre grandi storie legate al pallone.

Il manga sportivo, e quello calcistico in particolare, ha regalato nel corso degli anni alcune delle opere più emozionanti del fumetto giapponese, capaci di raccontare non solo le partite, ma anche sacrifici, sogni, rivalità e crescita personale. Se l’atmosfera mondiale vi ha fatto venire voglia di altro calcio, ecco i manga imperdibili da recuperare!

Giant Killing: la vera partita si gioca anche fuori dal campo

La maggior parte dei manga sportivi mette al centro i giocatori. Giant Killing, scritto da Masaya Tsunamoto e illustrato da Tsujitomo, sceglie invece una strada diversa, concentrandosi sul ruolo dell’allenatore e su tutto ciò che accade dietro le quinte di una squadra professionistica.

Il protagonista è Tatsumi Takeshi, ex stella dell’East Tokyo United che, dopo aver lasciato il Giappone per trasferirsi in Inghilterra, si è costruito una reputazione come tecnico brillante e imprevedibile. Quando la sua vecchia squadra, ormai in crisi e vicina alla retrocessione, decide di richiamarlo, Tatsumi si trova davanti a una sfida apparentemente impossibile.

Ciò che rende Giant Killing così affascinante è la sua attenzione alla tattica, alla gestione dello spogliatoio e alle dinamiche economiche e sociali che ruotano attorno a un club. Una lettura perfetta per chi, guardando i Mondiali, ama analizzare schemi e strategie tanto quanto i gol.

Giant Killing è pubblicato in Italia da Panini Comics.

Blue Lock: il manga che ha rivoluzionato il calcio giapponese

Se c’è un titolo che negli ultimi anni è diventato sinonimo di manga calcistico, quello è senza dubbio Blue Lock.

Creato da Muneyuki Kaneshiro e Yusuke Nomura, il manga parte dalla delusione del Giappone ai Mondiali del 2018 e immagina una soluzione radicale: creare l’attaccante perfetto attraverso un programma di selezione spietato.

Trecento giovani talenti vengono rinchiusi nella struttura chiamata Blue Lock e costretti a competere tra loro. Solo uno potrà emergere come il bomber destinato a guidare il Giappone verso la gloria mondiale. Chi fallisce perde per sempre la possibilità di indossare la maglia della nazionale.

Con il suo mix di sport, tensione psicologica e competizione estrema, Blue Lock ha portato una ventata d’aria fresca nel genere. Non sorprende che, mentre i Mondiali 2026 stanno infiammando i tifosi di tutto il pianeta, molti lettori continuino a considerarlo il manga calcistico più influente dell’ultimo decennio.

Blue Lock è pubblicato in Italia da Panini Comics.

Captain Tsubasa: il manga che ha fatto innamorare il mondo del calcio

Prima di Blue Lock, prima di Giant Killing e prima ancora che molti lettori scoprissero i manga sportivi, esisteva Captain Tsubasa. Conosciuto in Italia come Holly e Benji, il capolavoro di Yoichi Takahashi ha ridefinito il genere calcistico e ha trasformato il pallone in un’epopea fatta di sogni, amicizia e rivalità. Ancora oggi rappresenta il punto di riferimento assoluto per qualsiasi manga dedicato al calcio e una lettura obbligata per chiunque stia vivendo l’entusiasmo dei Mondiali 2026.

La storia segue le avventure di Tsubasa Ozora (Oliver Hutton nell’adattamento italiano), un ragazzo che sogna di vincere la Coppa del Mondo con il Giappone. Tra tiri impossibili, rivalità leggendarie e partite interminabili, il manga è diventato un fenomeno culturale mondiale.

Captain Tsubasa è stato pubblicato in Italia da Star Comics.

Hungry Heart: il manga di Takahashi dopo Captain Tsubasa

Dopo aver rivoluzionato il genere con Captain Tsubasa, Yoichi Takahashi tornò a parlare di calcio con Hungry Heart, una serie più realistica e moderna rispetto alle sue opere precedenti.

Il protagonista è Kyosuke Kano, fratello minore di una superstar del calcio giapponese, che ha abbandonato questo sport proprio per sfuggire ai continui paragoni con il celebre familiare. Quando però riscopre la passione per il pallone, Kyosuke decide di tornare in campo e costruire il proprio percorso, lontano dall’ingombrante ombra del fratello. Con uno stile più vicino al calcio reale e una maggiore attenzione ai rapporti umani, Hungry Heart rappresenta una lettura imperdibile per chi cerca una storia di sport, amicizia e riscatto personale firmata da uno dei più importanti autori di manga sportivi di tutti i tempi.

Hungry Heart è stato pubblicato in Italia da Star Comics.

Per chi mastica l’inglese ecco tre chicche imperdibili!

Di seguito, invece, tre opere inedite in Italia, ma disponibili in lingua inglese e da ricercare per chi sta vivendo il Mondiale direttamente negli Stati Uniti, Canada o Messico!

Whistle!: il classico racconto dell’underdog

Prima di Blue Lock e dell’esplosione moderna dei manga calcistici, c’era Whistle! di Daisuke Higuchi, una delle serie più amate dagli appassionati del genere.

La storia segue Shō Kazamatsuri, ragazzo di bassa statura che sogna di diventare un calciatore nonostante venga continuamente sottovalutato. Dopo essere stato escluso dalla prestigiosa squadra della sua scuola, decide di trasferirsi e ricominciare da capo.

Da quel momento prende vita una classica ma efficacissima storia di sacrificio, allenamento e determinazione. Whistle! riesce ancora oggi a emozionare grazie a un protagonista con cui è facile identificarsi e a un messaggio universale: il talento conta, ma la volontà può fare la differenza.

Sayonara, Football: passione e riscatto

Tra i manga dedicati al calcio femminile, Sayonara, Football occupa un posto speciale.

L’opera di Naoshi Arakawa racconta la storia di Nozomi Onda, una quattordicenne che vive per il calcio e che si allena costantemente per migliorare. Nonostante il suo talento, si trova spesso a confrontarsi con pregiudizi e ostacoli che sembrano rallentare la sua crescita rispetto ai compagni maschi.

Determinata a dimostrare il proprio valore, Nozomi decide di affrontare ogni limite e inseguire il suo sogno senza compromessi.

Il risultato è una storia intensa e coinvolgente che affronta temi come la determinazione, l’identità e il ruolo delle donne nello sport, senza mai perdere di vista l’emozione del gioco.

Farewell, My Dear Cramer: il calcio femminile incontra il dramma sportivo

Sempre firmato da Naoshi Arakawa, Farewell, My Dear Cramer rappresenta il naturale proseguimento delle tematiche affrontate in Sayonara, Football.

Le protagoniste sono Sumire Suō e Midori Soshizaki, due talentuose giocatrici che durante le scuole medie si sono affrontate come rivali. Con l’arrivo al liceo, però, le due finiscono per ritrovarsi nella stessa squadra, quella della Warabi Seinan, formazione in difficoltà che cerca disperatamente di tornare competitiva.

Tra partite, rivalità, amicizie e problemi personali, il manga costruisce un racconto sportivo maturo e appassionante, capace di alternare momenti di grande intensità agonistica a un forte approfondimento dei personaggi.

Il compagno perfetto tra una partita e l’altra? Un ottimo manga!

Che preferiate le sfide tattiche di Giant Killing, la crescita personale di Whistle!, la competizione feroce di Blue Lock o le storie legate al calcio femminile raccontate da Naoshi Arakawa, l’importante è che troviate una lettura capace di accompagnarvi per tutta la durata del torneo.

*Fonte del presente articolo: CBR.com

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