Cinema
Kill Bill: The Whole Bloody Affair: al cinema dal 28 maggio al 3 giugno
Kill Bill: The Whole Bloody Affair è la nuova formula che ripropone il capolavoro di Quentin Tarantino al cinema dal 28 maggio al 3 giugno
Presentano
Scritto e diretto da Quentin Tarantino
DAL 28 MAGGIO AL 3 GIUGNO AL CINEMA
Plaion Pictures e Midnight Factory sono liete di annunciare che Kill Bill: The Whole Bloody Affair, acquisito da Lionsgate, arriverà al cinema dal 28 maggio al 3 giugno, in un evento speciale di 7 giorni, come svela il poster ufficiale. Per la prima volta, il capolavoro di Quentin Tarantino sarà proposto nelle sale italiane come un unico film di 281 minuti, superando la divisione in Volume 1 (2003) e Volume 2 (2004): una scelta che restituisce al pubblico l’idea originaria del regista, che aveva concepito Kill Bill come un’opera unica prima della separazione per esigenze distributive.
A oltre vent’anni dall’uscita, il pubblico italiano potrà così vedere il quarto film di Tarantino nella forma più completa e fedele alla sua visione. Proprio la locandina italiana ricorda cosa rende imperdibile questa versione del cult immortale, finalmente nei cinema senza tagli, con scene mai viste e in un’unica opera.
Il montaggio di Kill Bill: The Whole Bloody Affair elimina infatti il cliffhanger finale del primo capitolo e il riassunto iniziale del secondo, introducendo novità significative come il celebre scontro con gli 88 folli presentato per la prima volta interamente a colori e sequenze totalmente inedite che arrivano in Italia in versione originale sottotitolata.
Fra queste, 7 minuti e mezzo inediti dell’iconico flashback in stile anime, prodotto dal leggendario studio Production I.G., che esplora il tormentato passato di O-Ren Ishii (Lucy Liu). A coronare questa edizione definitiva, inoltre, la presenza di The Lost Chapter: Yuki’s Revenge, un vero e proprio cortometraggio nato da un’idea di Tarantino rimasta per anni nel cassetto e ora portato alla luce grazie al noto motore grafico Unreal Engine, con la sorella della letale Gogo Yubari in cerca di vendetta.
In Kill Bill: The Whole Bloody Affair, Uma Thurman interpreta La Sposa, creduta morta dal suo ex mentore e amante Bill, che le tende un’imboscata durante le prove del suo matrimonio, sparandole in testa e privandola del bambino che portava in grembo. Per ottenere la sua vendetta, la donna si mette sulle tracce dei quattro componenti rimasti della Deadly Viper Assassination Squad prima della resa dei conti finale con Bill.
Sono proprio La Sposa e la sua arma prediletta, la micidiale katana forgiata da Hattori Hanzo, ad essere al centro del poster italiano: un’immagine iconica che restituisce immediatamente tutta la potenza visiva, l’estetica inconfondibile e lo spirito che attraversano l’intero film.
Kill Bill: The Whole Bloody Affair non è soltanto una versione estesa, ma la possibilità di riscoprire Kill Bill come un’unica grande opera sulla vendetta, fra le migliori mai girate: uno spettacolo continuo in cui Tarantino fonde cinema di arti marziali, chambara giapponese ed exploitation in un linguaggio personale, visivamente esplosivo e profondamente cinefilo, costruito attraverso rimandi e reinvenzioni della storia del cinema.
La visione integrale valorizza così la struttura ritmica e narrativa del film, permettendo di cogliere appieno l’evoluzione della Sposa e restituendo tutta la forza di una saga epica contemporanea. Un evento davvero unico e irripetibile che consentirà alle nuove generazioni e ai “vecchi” fan di Kill Bill di vivere sul grande schermo tutti insieme e tutto d’un fiato l’affresco di sangue dipinto da Tarantino esattamente come lo aveva sempre desiderato.
Kill Bill: The Whole Bloody Affair arriverà al cinema per una settimana dal 28 maggio al 3 giugno con Plaion Pictures e Midnight Factory.
@plaionpicturesit
@Midnightfactoryit
#KillBill #TheWholeBloodyAffair
*Fonte: Comunicato stampa Echo Group per Midnight Factory
Cinema
Obsession: il film che sta ossessionando il mondo
Obsession è il film sulla bocca di tutti con protagonista Inde Navarrette. Analizziamo e capiamo cosa davvero rende questo film… ossessivo
Da quando è uscito al cinema Obsession, non si parla d’altro.
Il film horror del giovane regista americano Curry Barker sta spopolando nelle sale di tutto il mondo; dal 14 maggio, giorno dell’uscita ufficiale, la pellicola ha incassato finora 108.742.650 dollari. Mica male, soprattutto se si tiene conto dei costi di produzione davvero contenuti: meno di un milione di dollari.
Su Rotten Tomatoes ha raggiunto il 96% di recensioni positive dalla critica e circa il 95% di gradimento del pubblico verificato, un risultato raro per un horror indipendente.

Content creator, critica e riviste del settore tessono le lodi di Obsession, mentre i meme spopolano sul web. È davvero scoppiata una Obsession-mania e, in particolare, tutti i riflettori sono puntati sulla giovane attrice statunitense protagonista e star della pellicola: Inde Navarrette, che nel film interpreta la terrificante Nikki Freeman.
Ma perché Obsession sta facendo parlare tanto di sé?
Inde Navarrette, vero motore trainante di Obsession con la sua spaventosa Nikki

Quello che colpisce più di tutto è il coinvolgimento e l’interpretazione viscerale e terrificante di Inde Navarrette nel ruolo di Nikki, vittima di un “desiderio” esaudito dal suo amico e collega di lavoro Bear (Michael Johnston), innamorato segretamente di lei da tempo, che spezzando un bastoncino della fortuna desidera che lei si innamori follemente di lui. Ed è proprio quello che accade. Questa, a grandi linee, è la trama di Obsession: semplice e diretta.
Ed è qui che nasce l’ossessione di Nikki, ma anche quella degli spettatori verso il suo personaggio. La Navarrette porta sullo schermo una figura instabile, fuori controllo, ma allo stesso tempo spaesata, completamente sottomessa e incapace di rinunciare alla presenza di Bear.
Il vero orrore è proprio la deriva graduale che colpisce Nikki: da amica e confidente di Bear diventa la ragazza servizievole e innamorata. Nonostante inizialmente appaia consapevole della sua situazione e cosciente dell’amore che prova inspiegabilmente per l’amico, più il film prosegue e più l’affetto si trasforma in amore (non consensuale sia chiaro) e l’amore in un’inevitabile incontrollabile ossessione: fisica, psicologica e violenta.

La Navarrette riesce a evolvere e a mettere in atto diverse sfaccettature del suo personaggio, cambiando atteggiamento svariate volte nel corso del film, anche nel giro di pochissimi attimi, passando da un animo apparentemente tranquillo e amorevole a veri e propri scatti d’ira e follia che aumentano gradualmente l’angoscia e il terrore dietro i suoi gesti e comportamenti, spaventando tutti e, in primis, lo stesso Bear.
Ma l’attrice è davvero in gamba anche nel rappresentare la sofferenza interiore e la molestia fisica e psicologica subita da Nikki, spettatrice involontaria e non più padrona del proprio corpo, condizione che si manifesta in diverse occasioni all’interno della pellicola.

Il talento della ragazza è sotto gli occhi di tutti e, se c’è davvero un punto di forza di Obsession, è proprio la sua protagonista: l’indemoniata, l’impossessata, l’ossessionata Nikki, che ha stregato chiunque con la sua esplosione di talento.
Ma evidentemente Barker ha compreso di essere davanti a una grande attrice nel momento in cui l’ha scelta per la parte di Nikki. Il regista è rimasto colpito dalla giovane attrice perché riusciva a essere “folle e spaventosa” senza perdere l’umanità del personaggio.
Inoltre il feeling che si è creato tra i due, ha permesso la creazione di un personaggio complesso e strutturato come quello che la ragazza interpreta.
La stessa attrice, durante un’intervista ha sottolineato l’importanza del rapporto con il regista e della visione che li accomunava riguardo al personaggio di Nikki:
Sviluppare il ruolo con lui è stato fenomenale! Siamo entrati così in sintonia che a un certo punto la nostra intesa è diventata non verbale; dopo una ripresa, sapevo già cosa avrebbe voluto, e lui, girando l’angolo, si accorgeva che lo sapevo. Poi correva verso il monitor e urlava: “AZIONE!”. –Inde Navarrette a schonmagazine.com
E l’attrice ha voluto sottolineare il tipo di personaggio che ha voluto portare sullo schermo e che è stata la fonte del suo successo recente:
Per me era fondamentale che Nikki sembrasse naturale e con i piedi per terra. Non volevo assolutamente che il pubblico dimenticasse la persona che si celava dietro a quell’apparenza. Per questo motivo, ho interpretato Nikki come se non fosse posseduta, ma semplicemente una persona con forti emozioni. Questo sembra andare contro il tradizionale antagonista horror, che spesso appare soprannaturale. Per me è importantissimo che il pubblico veda Nikki come una persona, nonostante tutte le sue intense emozioni nei panni di Nikki dei Desideri. – Inde Navarrette a schonmagazine.com
Le influenze di Obsession: horror soprannaturale, sprazzi di slasher/splatter e… i Simpson?

Curry Barker
Se Nikki è il personaggio più interessante del film, Obsession colpisce anche per come Barker costruisce la trama intorno a lei, affrontando diverse tematiche molto serie come la violenza sotto ogni aspetto, la gelosia ossessiva e l’impotenza dietro certi meccanismi delle relazioni tossiche. E lo fa a tratti in maniera grottesca e quasi umoristica, a tratti invece davvero inquietante e terrificante.
Il fatto che Nikki sia un personaggio imprevedibile dà ampia libertà al regista, che può condurre la storia esattamente dove vuole, passando dall’horror soprannaturale allo slasher o allo splatter nel giro di pochi attimi.
Gli horror del passato sono stati sicuramente fonte di ispirazione per il giovane Barker, come ha dichiarato durante un’intervista:
L’idea di base è nata dal fatto che noi esseri umani possiamo ossessionarci per certe cose. Film come ‘Misery’ mi hanno ispirato… ‘Oh, questo è il racconto di una donna ossessionata da uno scrittore, che si è immaginata nella sua testa un uomo perfetto, ha un’idea precisa di chi sia e riesce a conquistarlo’. Questa era l’idea generale. Poi, quando mi è venuta in mente la parte del desiderio, tutto ha iniziato ad avere un senso. – Curry Barker a indiewire.com
Se Nikki si nasconde di notte a guardare Bear dormire, si può riscontrare la follia di Misery non deve morire e i movimenti quasi innaturali di una versione moderna dell’indemoniata Regan MacNeil de L’esorcista. Se Nikki compie uno scatto d’ira, ecco manifestarsi la pazzia nello sguardo e negli atteggiamenti del Jack Torrance di Shining.
Questo porta il giovane Barker a prendere un pezzetto da ognuno dei peggiori villain degli horror movie del passato e inserirli nella sua Nikki.
Ma tra le fonti dichiarate dello stesso Barker ci sono anche i… Simpson!?

Il regista ha spiegato che una delle fonti d’ispirazione citate è stata persino una celebre puntata de I Simpson ispirata al racconto horror “The Monkey’s Paw” (“La zampa di scimmia”), dove un desiderio apparentemente innocente genera conseguenze devastanti. I gialli personaggi di Matt Groening fanno parlare ancora una volta di loro (involontariamente).
Gli altri pregi di Obsession: ma è davvero Nikki la cattiva del film?
L’attenzione per l’intera pellicola è focalizzata su Nikki e sulle sue terrificanti azioni.. ma è lei il vero villain di Obsession?

Finora abbiamo solo accennato al giovane Bear, protagonista sin dai primi minuti. È un nerd timido, goffo e impacciato, innamorato da tempo della sua migliore amica. Vorrebbe confessarle il suo amore, ma non ne ha il coraggio. Non sembra affatto un personaggio negativo: ma Barker e Obsession ribaltano tutte le prospettive nel corso del film.
Bear, inavvertitamente, quasi per scherzo, senza crederci davvero inizialmente, esprime il desiderio che cambia ogni cosa, ma invece di riportare la situazione alla normalità, per lunghi tratti del film si comporta in maniera egoistica.
Non ha intenzione di liberare Nikki, perché sta vivendo il sogno della sua vita, ben consapevole dell’irrealtà di quell’amore, dell’evoluzione tossica della loro relazione, di quanto la situazione stia precipitando e sia pericolosa. Ma, soprattutto, è ben conscio della sofferenza della ragazza e non fa nulla per aiutarla.

Il ragazzo è complice del degrado e principale colpevole di ciò che accade a Nikki e degli eventi tragici (siamo pur sempre in un horror!) che ne conseguono, involvendo a sua volta verso lo stereotipo di personaggio malsano, patetico e viscido del cinema horror. Quindi è davvero Nikki la cattiva del film? Assolutamente no: Nikki è la vittima e il vero cattivo è proprio Bear. E questo è un aspetto originale e geniale.
Obsession è il miglior film horror dell’anno?
Il ritorno in pompa magna del genere horror tra i preferiti degli spettatori negli ultimi anni ha sicuramente spinto giovani talenti come Barker a portare le proprie idee al cinema. E di questo non possiamo che essere felici, soprattutto quando si traduce in ottimi incassi al botteghino, dando respiro a un settore spesso in difficoltà.

Per quanto mi riguarda, Obsession è un ottimo film horror che intrattiene, diverte e fa fare anche un paio di balzi sulla poltroncina del cinema. Ha alcuni difetti evidenti, come una trama a tratti troppo semplicistica e personaggi secondari appena accennati. La pellicola si regge soprattutto sulla mastodontica interpretazione della Navarrette e sul rapporto con Bear, unico altro personaggio sviluppato a dovere.
Gli incassi registrati in poco tempo, però, sembrano indicare che il pubblico abbia gradito molto e sia rimasto a sua volta ossessionato da questo film e dalla sua protagonista. Inoltre, gli spettatori stanno dimostrando di apprezzare opere dalle emozioni forti come questa. Weapons dell’anno scorso, insegna.
Non so se sia il miglior film horror dell’anno, ma Obsession è il fenomeno del momento e vera e propria ossessione per molti, a distanza di oltre 15 giorni dal suo arrivo al cinema.
Ed ha tutti gli attributi per dare battaglia all’altro film spaventoso molto atteso, arrivato da poco nelle sale: Backrooms. Altra pellicola di paura, altro giovane regista. Il genere horror pare possa dormire sonni tranquilli. Noi no.

Cinema
Backrooms: Recensione dell’horror disturbante di A24 diretto da Kane Parsons
Abbiamo visto Backrooms, il nuovo horror di A24 e I Wonder Pictures, basato su un fenomeno nato sul web grazie a Kane Parsons, regista della pellicola. Questa è la nostra recensione!
Fin dal primo trailer Backrooms mi ha attratto perché non cercava di essere il solito classico horror da jumpscare, ma faceva intuire di essere un film che puntava maggiormente sull’ansia, sul terrore causato dall’ignoto e sul senso claustrofobico che gli ambienti mostrati nei pochi frame potevano generare nello spettatore. Insomma, una pellicola che insinuava la paura a livello psicologico, entrandoti in testa ben oltre la fine della visione.
Una volta visto il film, arrivato finalmente nelle sale italiane, posso affermare che molte delle mie aspettative sul fatto che fossimo davanti a una pellicola originale e intrigante sono state fortunatamente confermate. Del resto, negli ultimi anni gli horror prodotti dalla A24 sono stati quasi sempre film capaci di stupire e spaventare lo spettatore attraverso reinterpretazioni originali anche delle più classiche tematiche del cinema dell’orrore.
Questa volta però, con Backrooms, la A24 e James Wan (il cineasta che ha dato vita a saghe come Saw, Insidious e The Conjuring) hanno preso un fenomeno horror nato sul web (oltre 76 milioni di visualizzazioni solo per il primo video della serie) insieme al suo creatore, Kane Parsons, trasformando quest’idea davvero disturbante in un film pensato per il grande schermo.
Ma prima di entrare nello specifico del film, che vede protagonisti i candidati agli Oscar Chiwetel Ejiofor (Doctor Strange, Bridget Jones – Un amore di ragazzo) e Renate Reinsve (Sentimental Value), assieme a Mark Duplass, Finn Bennett e Lukita Maxwell, spieghiamo brevemente, per chi non lo sapesse, che cosa sono le Backrooms.
L’origine delle Backrooms

La foto delle ‘Backrooms’ originali
Le Backrooms sono una leggenda horror nata su internet, diventata negli anni una delle creepypasta più famose del web. L’idea di base è semplice ma inquietante: esisterebbe una realtà nascosta “dietro” il nostro mondo, composta da stanze infinite, corridoi vuoti e uffici abbandonati da cui è impossibile uscire. Una sorta di labirinto infinito.
Tutto nasce nel 2019 su 4chan, quando un utente pubblicò l’immagine di un ufficio giallastro e vuoto accompagnata da questo testo:
“If you’re not careful and you noclip out of reality in the wrong areas, you’ll end up in the Backrooms…”
La parola “noclip” viene dai videogiochi: indica un bug o un comando che permette di attraversare muri e oggetti. Secondo il mito, nelle Backrooms puoi finirci per errore, “uscendo” dalla realtà normale. E questa idea divenne rapidamente virale in rete.
Ma il vero boom arrivò nel 2022 proprio con Kane Parsons, aka Kane Pixels, che pubblicò una serie di video su YouTube in cui, usando finti filmati ritrovati (“found footage”), mostrava persone intrappolate in ambienti realistici e inquietanti.
Backrooms il film: Clark attraverso lo specchio
Siamo nel 1990. Clark (Chiwetel Ejiofor) è il titolare di uno showroom di mobili in crisi. Nonostante cerchi di rilanciare l’attività con espedienti pubblicitari decisamente pittoreschi — che oggi potremmo definire “cringe” — nei quali impersona un venditore di mobili pirata, le cose non vanno affatto bene. Inoltre Clark è stato lasciato dalla moglie ed è in cura dalla psicologa Mary Kline (Renate Reinsve), nel tentativo di ritrovare una certa stabilità emotiva. Nel frattempo vive all’interno del suo showroom.
Una sera, mentre sta guardando la televisione, l’ennesimo blackout notturno lo costringe a scendere nel seminterrato, dove si trova il quadro elettrico. Cercando di capire quale sia il guasto, l’uomo nota qualcosa di particolare: una fessura, un passaggio quasi impercettibile che sembra condurre verso un altro ambiente. Così Clark, come una moderna Alice di Lewis Carroll, attraversa il muro e si ritrova in una backroom.
Muri gialli e monotoni, stanze prive di finestre e oggetti accatastati caratterizzano gran parte di questo ambiente, che sembra composto da stanze infinite sempre diverse, collegate da porte e varchi di ogni tipo.
Clark diventa ossessionato da quel luogo e ne parla con la dott.ssa Kline, che inizialmente lo prende quasi per pazzo. Ma ogni sera, dopo il lavoro, l’uomo torna nella backroom nascosta sotto il suo negozio per esplorarla sempre più a fondo e scoprire cosa si nasconda dietro quel misterioso posto. Ben presto, però, si rende conto che quell’ambiente infinito e angosciante, proprio come il Paese delle Meraviglie di Alice, è popolato anche da creature pericolose. Del resto, ogni backroom ha le proprie entità maligne e le proprie regole.
Un film che affonda le radici nei videogame, ma costruito sulla tensione e i silenzi
Il regista Kane Parsons, con Backrooms, dimostra una grandissima personalità nonostante la giovane età, appena 20 anni, e il fatto che la sua prima pellicola affronti un argomento che lui stesso ha contribuito a rendere celebre. Insomma, per usare un termine calcistico, il ragazzo “giocava in casa”.
Nel suo Backrooms si possono ritrovare diverse influenze provenienti dal mondo videoludico horror; del resto i noclip, come abbiamo detto, nascono proprio dai videogiochi. C’è qualcosa di Resident Evil (soprattutto del settimo capitolo, in particolare per una scena ben precisa) e persino un omaggio a P.T. di Hideo Kojima, ma non solo.
Parsons guarda anche all’horror cinematografico classico: come La Casa di Sam Raimi, anche la backroom di Clark pare avere una propria ‘vita’, e come in The Blair Witch Project l’utilizzo della videocamera anni ’90 aumenta la sensazione di angoscia nei momenti più critici. Inoltre il film strizza anche l’occhiolino al “Sottosopra” di Stranger Things.
Si tratta però soltanto di spunti dai quali Parsons parte per costruire una pellicola originale in cui due elementi risultano fondamentali nel terrorizzare lo spettatore: la tensione e i silenzi.
Backrooms è un film in cui si parla poco, o meglio: i dialoghi sono concentrati in momenti specifici e servono soprattutto a fornire allo spettatore le informazioni necessarie per comprendere l’evoluzione della trama. Per gran parte della pellicola, però, tutto funziona proprio perché i personaggi parlano pochissimo: la loro attenzione, e di conseguenza anche quella dello spettatore, è interamente focalizzata sull’esplorazione degli ambienti della backroom.
Respiri affannati, sussulti, ansimi e sguardi terrorizzati dei protagonisti diventano così il mezzo comunicativo più efficace utilizzato dal film, mentre i protagonisti esplorano questi ambienti fatti di muri con carta da parati gialla e oggetti che ‘affondano’ nelle pareti, nei pavimenti e nei soffitti. E il risultato è che funziona.
La tensione resta costantemente alta ogni volta che i personaggi si trovano all’interno della backroom. Questo anche grazie alla bravura dei due attori principali i candidati all’Oscar Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve, che dimostrano di saper reggere da soli il film sulle loro spalle per la maggior parte del tempo.
Un altro elemento tipico dell’horror che Parsons recupera in Backrooms è la paura dell’ignoto, di ciò che non si vede ma si percepisce. Ce lo ha insegnato Steven Spielberg con Lo Squalo: basta una pinna e molto spazio lasciato all’immaginazione per terrorizzare il pubblico.
In Backrooms, l’entità che si nasconde all’interno della backroom di Clark incute timore proprio perché è una presenza costante, asfissiante e disturbante… ma non viene mai mostrata davvero se non molto avanti nel film. Giochi di luci e ombre contribuiscono a rendere il tutto ancora più spaventoso.
Per essere così giovane, Parsons ha già compreso una regola fondamentale dell’horror: per spaventare davvero lo spettatore bisogna costringerlo a usare la fantasia.
Infine, l’ambientazione anni ’90, l’utilizzo della cinepresa e l’effetto volutamente amatoriale della pellicola in 16mm, simile a una vecchia videocassetta, con cui sono girate alcune sequenze aggiungono un ulteriore livello di inquietudine a un’atmosfera già di per sé molto tesa. Un effetto che richiama (come detto) inevitabilmente The Blair Witch Project e il modo in cui, alla fine degli anni ’90, il found footage riuscì ad angosciare milioni di spettatori.
Atmosfere fascinose compensano una trama da ‘loop’ che poteva dire di più
Se l’ambientazione e le atmosfere sono il vero punto di forza di Backrooms, la pellicola pecca invece di una trama accennata, che avrebbe potuto raccontare qualcosa in più.
La storia sembra sempre partire per ingranare e poi non lo fa: rimane concentrata sulle ambientazioni e le suggestioni invece che proseguire, perdendosi negli ambienti infiniti delle backrooms.
Verrebbe da dire che sia colpa dell’inesperienza del giovane regista, ma in realtà la sceneggiatura è stata affidata a Will Soodik, veterano del cinema e delle serie TV che ha lavorato a progetti come Homeland (2011), Westworld (2016) e Ash vs Evil Dead (2015). Parsons ha quindi adattato e diretto una storia non sua. Come mai? Mancanza di coraggio da parte della produzione o dello stesso giovane videomaker?
Quale che sia la risposta, Backrooms potrebbe non piacere a chi predilige storie dalla trama più articolata e complessa.
Il film funziona grazie all’estetica, all’esperienza dei personaggi all’interno di un ambiente da incubo e al loro sottile equilibrio psicologico; convince meno, invece, sul piano della narrazione, dove alcuni aspetti della trama avrebbero meritato uno sviluppo più approfondito.
Evidentemente Soodik non ha compreso fino in fondo l’essenza di Backrooms e non è riuscito a entrare davvero in sintonia con il fenomeno.
Perché il portale si trova proprio nel seminterrato di Clark? Perché sia lui sia Mary sono attratti dalla Backroom? Chi ha creato gli ambienti preesistenti prima del loro arrivo? E da dove arrivano gli oggetti? Sono solo alcuni dei quesiti che rimangono senza risposta e che, al termine del film, lasciano la sensazione che la storia abbia ancora qualcosa da dire, ma resti lì, incompiuta, quasi strozzata in gola.
Sono domande che lo spettatore inevitabilmente si pone, ma che non compromettono la visione di un buon film, capace di valorizzare altri elementi. Per essere la prima prova di Parsons, direi che è ampiamente superata.
Perché vedere Backrooms?
Per descrivere in poche parole Backrooms si può definire come “Il labirinto del minotauro che si scontra con le angoscie e ansie dell’horror lynchiano“.
È un film che racconta l’horror contemporaneo partendo da uno dei fenomeni web più affascinanti degli ultimi anni. E lo fa in maniera intelligente, giocando sul lato psicologico e sull’ansia, sfruttando, sempre con intelligenza, ambienti, suoni e musiche, anche grazie alle ottime interpretazioni dei due protagonisti, Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve.
Una storia un po’ povera e ripetitiva è l’unico vero difetto che ho riscontrato in Backrooms. Ma siamo comunque in un contesto horror e, prima di tutto, il film deve riuscire a instillare inquietudine e paura. E, almeno per quanto mi riguarda, ci riesce pienamente.
La monotonia claustrofobica e la costante sensazione di pericolo mi hanno intrattenuto per tutta la durata del film, e sono convinto che questo sia soltanto il “primo livello” di Backrooms.
Se il pubblico risponderà presente e il film andrà bene al botteghino, questa potrebbe essere soltanto la prima visita all’interno delle Backrooms. Perché la sensazione è che questa storia sia tutt’altro che finita.
VOTO POPCORNERD: 7/10
Cinema
Amarga Navidad: occorre scriversi un film
La recensione dell’ultima fatica di Pedro Almodóvar, un complesso affresco sulla sceneggiatura ed il suo morboso raggiungimento
Sceneggiatura all’americana. Sceneggiatura alla francese. Sceneggiatura all’italiana. Se ripensiamo alle varie tipologie di scritti cinematografici del passato vien quasi da sorridere.
Alla fine ciò per cui si distinguevano era semplicemente il posizionamento delle due colonne riguardanti le informazioni di audio e immagine. Dopo un periodo di convivenza, alla fine fu il modello d’oltreoceano a rimanere e prendersi la scena mondiale.
Tuttavia, quanto è importante questo strumento ai fini del risultato di un film odierno?
La verità è che oggi tanti di noi sentono la mancanza di buone sceneggiature, non solo nel panorama del cinema. Storie semplici, lineari, magari in tre atti ben distinti e con un cattivo palese o (peggio) inesistente ormai stanno sempre più diventando prassi dell’industria.
Tutto viene spiegato nei minimi dettagli, il non-detto diventa un errore poiché “potrebbe non essere chiaro agli spettatori”.

Elsa e Patricia
Io, padrone della mia storia
Chi diventa eccezione di queste regole, volente o nolente, è più visibile agli occhi degli orfani delle belle storie, ma il grande pubblico difficilmente si avvicinerà proprio a causa di questa natura considerata fuori dall’ordinario.
Ma questo credo importi ben poco a Pedro Almodóvar, regista spagnolo che, con una carriera invidiabile di oltre 50 anni di grande cinema, sceglie la sua ultima fatica Amarga Navidad per sfogarsi un po’ con il concetto di sceneggiatura e di scrittura della pellicola.
Rispondere a quesiti riguardanti la trama potrebbe essere già superficiale. Sulla carta questo è un lungometraggio su una regista di spot pubblicitari che decide di prendersi una pausa dal lavoro andando a Lanzarote con la sua amica. Poi però ci si rende conto che Elsa, la protagonista, è solo l’alter-ego di Raúl, regista cinematografico che sta scrivendo una auto-fiction nella speranza di uscire dal blocco dello scrittore.
Si tratta di un multiplo strato di lettura che, sebbene all’inizio risulti ben visibile, col passare del tempo si contorce su sé stesso creando influenze impreviste in tutti i suoi livelli.

Mónica e Raúl
Elsa ha la sua dimensione: il suo fidanzato Bonifacio, la sua amica Patricia, il suo lavoro e le sue nevrosi. Raùl inizialmente serve questo mondo, limitandosi ad introdurlo e a creare immagini correlate.
Nel suo primo segmento il film si equipaggia infatti della sua forza visiva: la scena dello strip club o i momenti iniziali all’ospedale sono frutto di guizzi registici, raccontati con pochi dialoghi e con un ritmo lento volto a calare lo spettatore nel movimento di macchina.
Poi però la vita di Raúl, fra la ex assistente Monica e il nuovo segretario Santi, continua e si sovrascrivono eventi personali che danno ulteriori strati alla storia di Elsa.
Il regista elabora cautamente una sempre più amara vicenda, della quale per altro si discute la fine molteplici volte, scavando e rielaborando ciò che accade intorno a sé. In questo senso, è proprio il mezzo della sceneggiatura che collega la fiction alla “realtà”: senza anticipazioni, il cartello con la scritta “Fine” arriva a metà pellicola, eppure il racconto continua.

Bonifacio e Elsa
Artista prima di tutto
Amarga Navidad non è un film di immagini. Il lavoro di Almodóvar non ha tempo per preoccuparsi del suo visivo, è troppo occupato a capire come raccontare una storia.
È un film che domanda la sua morale, chiedendo quanto sia giusto narrare una vita privata e quanta sintesi sia necessaria al fine di non farla assomigliare troppo alla realtà.
Ecco che Raúl si mostra come artista anche da un lato inaspettatamente morboso: continua a rifiutare conferenze sui suoi romanzi, ignora la fama portata da premi e riconoscimenti per lasciar spazio ad un vuoto che può essere solo colmato dal cinema.
Portare a termine la sceneggiatura è la cosa più importante. Una scrittura che dallo schermo del cinema racconta un corrispettivo femminile osservatore di un universo di donne che amano e che faticano a vivere, con ormai in testa il pensiero che il finale per loro sarà tutto tranne che lieto.
Chi è dunque l’artista? Fin dove si può spingere per creare la sua arte nel rispetto altrui?
Basterebbe l’iniziale spiegazione del “film di culto” dell’infermiera o le battute dette davanti ad una foto sgranata del cellulare per bollare Amarga Navidad come una delle sceneggiature più brillanti dell’anno.
Dall’alto del suo gioco, Pedro Almodóvar commuove i suoi stessi personaggi. È il mezzo della musica che più volte smuove gli animi degli attori, non per forza artisti, che con gli occhi lucidi rimangono fermi ad ascoltare melodie che li fanno vibrare nel profondo. Sono momenti in cui un film che parla anche di arte si ferma per mostrare e commentare il potere più viscerale di quest’ultima, in chiave anche popolare per il suo paese con il brano folk spagnolo la llorona.

Scrivo la parola fine
Per lungo tempo si potrebbe discutere su Almodóvar, su quanto è presente la sua persona in questo film e quanto si continui a prendere in giro nei suoi stessi sfizi.
È innegabile che Amarga Navidad sia il compimento di una libertà, uno sfogo sull’essere artisti, sullo scrivere una sceneggiatura e su tutte le dinamiche personali che possono portare la realtà a mischiarsi con la fiction anche tramite violenza.
Questo è un film complesso, per certi versi difficilmente decifrabile a pieno con all’attivo una sola visione. Eppure non fatico a vedere quei dieci minuti finali sui futuri manuali di regia cinematografica. Una masterclass di primordine sulla scrittura, un’ardua lezione da assimilare e da studiare per chiunque ami questo medium, per il quale forse non c’è ancora un finale amaro.
VOTO POPCORNERD: 9 / 10

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