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Approfondimenti e Curiosità

PopChop Express: The Mask, dal folle fumetto allo sfumeggiante film

Oggi su Popchop Express parliamo di The Mask, il film incredibile con Jim Carrey tratto da un fumetto dai toni decisamente diversi

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Nel 1994, in un’epoca in cui la parola cinecomic era ancora pura fantascienza, arrivò nelle sale italiane The Mask – Da zero a mito, film che raccontava le avventure di un timido impiegato di banca di nome Stanley Ipkiss che, indossando la maschera magica di Loki, si trasformava nello sfumeggiante e coloratissimo The Mask.

Jim Carrey nella locandina di The Mask

Il film divenne in pochissimo tempo un vero fenomeno generazionale, anche grazie al suo protagonista: uno straripante Jim Carrey, in stato di grazia e nel pieno della sua esplosione mediatica. Al suo fianco c’era la donna dei sogni Tina Carlyle, interpretata da una giovanissima Cameron Diaz, vera bomba sexy che proprio grazie a The Mask diede il via a una fortunata carriera cinematografica.

Una splendida Cameron Diaz in The Mask

Ma dietro quel turbine di gag in stile cartoon, facce elastiche e comicità slapstick c’è molto di più. The Mask non è stato semplicemente un film con un Jim Carrey pittoresco trasformista dalla faccia verde e dagli abiti sgargianti: fu anche un esperimento tecnico, uno dei primi a utilizzare massicciamente la CGI per ottenere un effetto “cartoon”, invece della tecnica mista live-action/animazione utilizzata qualche anno prima da Robert Zemeckis in Chi ha incastrato Roger Rabbit.

Ma da dove nasce davvero The Mask? Per scoprirlo bisogna tornare indietro di qualche anno e parlare… di un fumetto.

The Mask: il folle e violento fumetto Dark Horse

La prima incarnazione del personaggio appare nel 1989 sulle pagine della rivista Mayhem della Dark Horse. A firmarla sono John Arcudi ai testi e Doug Mahnke ai disegni, a loro volta ispirati a un’opera di un paio d’anni prima intitolata The Masque (alla francese), creata da Mike Richardson e Mark Badger.

Tuffarsi in questo fumetto folle (termine tutt’altro che casuale per chi l’ha letto) è un’esperienza fottutamente affascinante e frenetica, soprattutto se lo si mette a confronto con il film del ’94. Se a livello estetico le due versioni condividono alcuni elementi, il tono è completamente diverso.

Il The Mask cartaceo è un prodotto che affonda le radici nello spirito degli anni Ottanta, anche se arriva verso la fine del decennio: sporco, eccessivo, violento. E lo si capisce dalle fonti di ispirazione degli autori per quanto riguarda il protagonista; il Joker di Batman, il Green Goblin di Spider-Man, Freddy KruegerDr. Jekill e Mr. Hyde, del romanzo letterario di Robert Louis Stevenson. Tutti personaggi accomunati da schizofrenia e sadica pazzia .

A differenza del film, vengono approfondite le origini della maschera e incontriamo personaggi familiari agli spettatori, ma filtrati da uno sguardo molto più cupo.

In questa incarnazione, The Mask è pura follia: un’esplosione di violenza sociopatica, senza freni né compromessi. Può essere visto come un mix disturbante tra, appunto, il Joker di Batman e il Pagliaccio di Terrifier, ma molto più loquace.

Ed è proprio all’interno delle pagine del fumetto che il personaggio riesce a esprimere al massimo il suo potenziale inquietante. Sangue, brutalità e black humor diventano il linguaggio di un’epoca lontanissima dalla commedia colorata del film che andava a suon di Chick Chicky Boom.

Stanley Ipkiss tra fumetto e film: due personaggi agli antipodi

Il divario più evidente tra fumetto e film riguarda l’uomo sotto la maschera: Stanley Ipkiss.

Nella versione di Jim Carrey, Ipkiss è un impiegato di banca ingenuo e gentile, appassionato di cartoni animati, un eterno sognatore un po’ sfigato… insomma, un nerd a 360 gradi (inteso secondo la rappresentazione tipica dell’epoca). Un personaggio cucito su misura per permettere a Jim Carrey di esaltarsi e sprigionare tutta la sua verve comica.

Nel fumetto, invece, Stanley è un individuo profondamente disturbato: un disadattato sociale represso, con seri problemi psicologici. Quando indossa la maschera, questa non lo trasforma in ciò che avrebbe voluto essere, ma libera il suo lato più violento e perverso. Amplifica tutto ciò che di peggio si porta dentro, cancellando ogni residuo di morale.

Il risultato è un sociopatico fuori controllo, ossessionato dalla vendetta e totalmente indifferente alla vita altrui. Teste mozzate, organi esplosi, pagine grondanti sangue: The Mask fumettistico è un concentrato di violenza gore che spiazza chiunque conosca solo la versione cinematografica.

Una maschera (quasi) senziente

A differenza della pellicola, nel fumetto la maschera non è soltanto un oggetto magico, ma sembra possedere una propria identità e una volontà autonoma, legandosi in modo morbosamente simbiotico al suo ospite. Lo stile grafico, coloratissimo e caricaturale, enfatizza le conseguenze immediate e sanguinose delle azioni del portatore.

The Mask Returns (1992–1993)

La maschera, inoltre, non appartiene mai davvero a qualcuno: Stanley è solo uno degli ‘ospiti’ del manufatto che passa di mano in mano lasciando dietro di sé una scia di sangue e caos. In The Mask (1991) Stanley Ipkiss trova la maschera di giada in un negozio di antiquariato e diventa Big Head, un assassino sadico che scatena la propria sete di vendetta contro criminali e forze dell’ordine senza distinzione.

In The Mask Returns (1992–1993) è il tenente Kellaway, personaggio che appare anche nel film del 1994, a indossarla per combattere il crimine organizzato, ma il confine tra giustizia e follia si dissolve rapidamente.

In The Mask Strikes Back (1995), invece, la maschera finisce nelle mani di un gruppo di adolescenti convinti di poter migliorare le proprie vite, ottenendo l’effetto opposto.

Da lì in avanti, l’oggetto continua il suo viaggio in numerose miniserie come The Hunt for Green October e Southern Discomfort, fino ad arrivare a The Mask: I Pledge Allegiance to the Mask! (2019), dove il politico Abner Mead utilizza la maschera per candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti, trasformando violenza, assenza di filtri e brutalità in strumenti di consenso popolare. Una situazione folle che però sembra aver anticipato i tempi, visto la status quo attuale degli USA e il suo ‘condottiero biondo’.

The Mask: I Pledge Allegiance to the Mask! (2019)

Il film: stessi temi, tono opposto

Nel passaggio al cinema, tutto questo viene ripulito, smussato e rielaborato. The Mask del 1994 parla ancora di identità, repressione e maschere sociali, ma lo fa attraverso la lente della commedia. Una scelta vincente, che trasforma una storia pulp-horror in un successo per famiglie.

Anche qui Stanley usa la maschera per i propri scopi, ma resta sempre entro i confini della morale comune. Il suo “testone verde” non spaventa mai davvero: è un anarchico infantile sopra le righe che sfoga anni di repressione, ma rimane fondamentalmente innocuo. Merito soprattutto di Jim Carrey, che rende il personaggio irresistibile, sfumeggiante e mai realmente minaccioso. Di seguito riproponiamo la prima iconica trasformazione che si vede nel film.

Eppure, il film ha rischiato di essere molto diverso.

Il ‘The Mask’ che poteva essere e che (per fortuna) non abbiamo mai visto

In pochi sanno che la prima sceneggiatura di The Mask, scritta nel 1991, era molto più fedele al fumetto: violenta, splatter, con forti elementi horror. La maschera aveva origini haitiane, era quasi impossibile da rimuovere e il protagonista era molto più vicino allo Stanley disturbato della carta stampata.

In foto: Chuck Russell e Jim Carrey

Alla regia era stato scelto Chuck Russell (Nightmare 3, Blob), perfetto per questo tipo di visione. Ma problemi di budget, rating e mercato portarono a un cambio di rotta totale. Russell optò per una riscrittura in chiave comedy e, prima dell’arrivo di Jim Carrey, pare fosse stato considerato persino Nicolas Cage.

Lo stesso Russell raccontò anni dopo, durante una masterclass, quanto fosse difficile far comprendere il potenziale di Carrey, arrivando persino ad adattare completamente la sceneggiatura su di lui:

Dopo aver diretto Nightmare 3, avevo stretto amicizia con quelli della New Line. Poi ho fatto The Blob e la New Line voleva un altro film horror scioccante. C’era un fumetto intitolato The Mask che era un horror formidabile. Pensai però che sarebbe stato troppo simile al personaggio di Freddy Krueger di Nightmare. Sarebbe stato orribile. Ma c’era questo ragazzo di nome Jim Carrey che era appena uscito con In Living Color [sit-com degli anni ’90 ndr] .

È stata l’unica volta nella mia carriera in cui è stato molto difficile spiegare agli altri quale fosse il potenziale di questo particolare attore […]. Era una fonte d’ispirazione unica. Ho adattato la sceneggiatura fino al punto che divenisse perfetta per Jim Carrey.*

*estratto da La Scimmia Pensa

La decisione di puntare su una storia più leggera e un protagonista genuino e comico si rivelò vincente, portando The Mask fino alla candidatura agli Oscar per i Migliori Effetti Speciali.

The Mask: tra fumetto, cinema e animazione

Il successo del film generò una serie animata nel 1995 (54 episodi in tre stagioni) e, nel 2005, il disastroso Son of the Mask, stroncato dalla critica e premiato ai Razzie come peggior sequel/remake.

Il terrificante Son of the Mask

Se il sequel cinematografico fu un clamoroso passo falso, la serie animata ottenne invece un buon riscontro. Ambientata dopo il film, vede Stanley Ipkiss (doppiato da Rob Paulsen) decidere di usare la maschera di Loki per fare del bene. A differenza del film, nella serie la maschera può essere utilizzata sia di giorno che di notte.

The Mask la serie animata

Vengono introdotti nuovi villain memorabili, come il geniale ma squilibrato Dr. Pretorius, e il cane di Stanley, Milo, torna persino a indossare la maschera, come accade in uno dei momenti più esilaranti del film. La serie si conclude con un crossover in due parti con Ace Ventura, altro franchise cinematografico che vedeva protagonista sempre Jim Carrey nel ruolo dell’Acchiappanimali più irriverente del cinema.

Due facce della stessa maschera

The Mask è stato un film che andò oltre ogni aspettativa, realizzando un ottimo riscontro al botteghino, portando sullo schermo una storia pop accessibile a tutta la famiglia e rinnegando l’animo underground e violento del fumetto. Nel mezzo, una riflessione sempre attuale su ciò che siamo, ciò che reprimiamo e ciò che potremmo diventare se togliessimo la maschera.

Un viaggio che parte dalle pagine più sporche dei comics e arriva al grande schermo, trasformando The Mask in piccolo cult degli anni ’90 ancora oggi esilarante e fresco da vedere in compagnia, magari, dei propri figli e che conserva un’identità… sfumeggiante!

Vi ricordo di andare a vedere sui social il video relativo all’articolo curato dagli amici di Nerd Chop Express!

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Anime e Cartoni

Perché Inuyasha è un fantasy totalmente diverso dagli altri

Inuyasha è una delle opere più amate della fine anni 90 inizi 2000. Scopri adesso nel nostro speciale tutti i dettagli

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Esistono opere capaci di cristallizzare un’epoca, e Inuyasha è senza dubbio il gioiello della corona di Rumiko Takahashi, la Principessa del Manga.

Pubblicato per la prima volta nel 1996 sulla rivista Weekly Shōnen Sunday, questo racconto epico ha saputo mescolare con maestria il folklore giapponese, l’avventura pura e una tensione romantica mai banale, diventando un fenomeno globale sia su carta che su schermo.

Il risultato finale di questo epserimento è un’opera che vive di contrasti che si incastrano perfettamente. Come il moderno e l’arcaico, l’umano e il demoniaco, l’ironia e la tragedia.

Il manga di Inuyasha si sviluppa lungo un arco narrativo ampio e volutamente dilatato, scelta che permette all’autrice di esplorare a fondo relazioni, traumi e ambiguità morali.

La Genesi: come avviene l’intreccio tra due mondi

La storia prende il via con Kagome Higurashi, una studentessa delle medie che, nel giorno del suo quindicesimo compleanno, viene trascinata all’interno di un antico pozzo nel tempio di famiglia. Si ritrova così nell’epoca Sengoku, un Giappone feudale popolato da demoni (yokai) e conflitti sanguinosi.

Qui incontra Inuyasha, un mezzosangue (hanyō) sigillato a un albero sacro da una freccia incantata scagliata dalla sacerdotessa Kikyō (con la quale ha avuto una combattuta storia d’amore) cinquant’anni prima.

Il motore dell’intera vicenda è la Sfera dei Quattro Spiriti (Shikon no Tama): un amuleto capace di esaudire i desideri che, frantumandosi in mille frammenti a causa di un incidente, costringe i due protagonisti a un’alleanza forzata per recuperarne i pezzi prima che cadano nelle mani sbagliate.

Inuyasha

Da questo nucleo narrativo si diramano decine di sottotrame che trasformano Inuyasha in un vero viaggio iniziatico, più che in una semplice avventura fantasy. Nel manga emerge con forza uno dei temi centrali dell’opera: l’identità.

Non a caso, Inuyasha resta costantemente sospeso tra due mondi, rifiutato dai demoni perché incompleto e temuto dagli umani perché diverso. La sua rabbia non è solo caratteriale, ma nasce da una frattura profonda.

Kagome, dal canto suo, rappresenta un ponte tra epoche e sensibilità, una ragazza moderna che deve confrontarsi con una realtà brutale, fatta di guerra, superstizione e morte. Takahashi utilizza il loro rapporto per parlare di accettazione, crescita e responsabilità, evitando soluzioni facili.

L’arrivo dell’anime negli anni 2000

L’anime, prodotto da Sunrise e trasmesso a partire dal 2000, amplifica questi elementi aggiungendo una dimensione emotiva ancora più marcata. La colonna sonora, le atmosfere crepuscolari e l’uso del silenzio in alcune scene chiave contribuiscono a rendere l’esperienza più immersiva.

Se il manga permette una lettura più introspettiva, l’anime punta sull’impatto visivo e sul ritmo, alternando episodi fortemente drammatici a momenti di leggerezza quasi slapstick. Questa oscillazione è una delle cifre stilistiche più riconoscibili di Inuyasha.

La particolare caratterizzazione di ogni personaggio 

Un ruolo fondamentale lo giocano i personaggi e parliamo di tutti, anche i secondari. Miroku, Sango, Shippo e persino antagonisti come Sesshomaru (fratello di Inuyasha), già dalle prime apparizioni dimostrano non essere semplici comparse funzionali alla trama.

Ognuno incarna una diversa risposta al dolore e alla perdita. Sesshomaru, in particolare, è uno dei personaggi più affascinanti: demone puro, apparentemente freddo e distaccato, diventa una sorta di specchio per Inuyasha, mostrando cosa significa scegliere l’orgoglio o, al contrario, l’empatia. La sua evoluzione è lenta, quasi impercettibile, ma estremamente coerente.

Sesshomaru

Dal punto di vista narrativo, sia manga che anime adottano una struttura episodica che può sembrare ripetitiva, soprattutto nelle fasi centrali. Tuttavia questa ripetizione ha una funzione precisa: costruire familiarità con il mondo e con i suoi rituali.

I combattimenti non sono mai solo scontri di forza, ma occasioni per mettere in discussione motivazioni e desideri. Anche il villain principale, ovvero Naraku, è meno lineare di quanto sembri, incarnando una forma di male frammentato, nato dall’avidità e dall’odio umano prima ancora che demoniaco.

Un classico cresciuto assieme a noi degli anni 80/90

Con il passare degli anni, Inuyasha si è trasformato in un classico, capace di parlare a generazioni diverse. Il manga offre una visione più compatta e autoriale, mentre l’anime ha contribuito enormemente alla sua diffusione globale, soprattutto grazie alla serializzazione televisiva e, più tardi, a The Final Act, che chiude la storia adattando l’arco conclusivo del fumetto.

In entrambi i casi, l’opera resta un esempio riuscito di come lo shōnen possa farsi racconto di formazione, riflessione sull’alterità e dichiarazione d’amore per il mito.

Inuyasha

Questa impostazione permette di sviluppare, nelle fasi successive, focus tematici più specifici: il ruolo del folklore giapponese, la rappresentazione del tempo, il confronto tra destino e libero arbitrio, fino all’eredità culturale lasciata da Inuyasha nell’animazione e nel manga contemporanei. Un viaggio lungo, a tratti imperfetto, ma proprio per questo profondamente umano.

Confronto con altre opere dell’autore

Se confrontato con le altre opere di Rumiko Takahashi, Inuyasha rappresenta una deviazione netta e consapevole, sia per tono sia per ambizione narrativa, e questa scelta ha inciso profondamente anche sulla sua accoglienza.

Serie come Urusei Yatsura (meglio conosciuta in Italia con il nome Lamù), Maison Ikkoku e Ranma ½ avevano costruito la fama dell’autrice come maestra della commedia romantica, brillante nel gestire equivoci, tempi comici e personaggi larger than life.

Inuyasha, pur conservando tracce di umorismo, si muove invece su un terreno più cupo e drammatico, abbracciando il fantasy storico e una mitologia intrisa di violenza, morte e solitudine.

Inuyasha Rumiko Takahashi

Questa svolta ha inizialmente sorpreso una parte del pubblico, ma si è rivelata vincente: il manga ha raggiunto cifre di vendita molto elevate, diventando una delle opere più vendute di Takahashi e superando abbondantemente decine di milioni di copie in circolazione.

Anche l’anime ha goduto di ascolti solidi e costanti, sia in Giappone sia all’estero, contribuendo a trasformare Inuyasha in un fenomeno globale, soprattutto nei primi anni Duemila, quando la sua trasmissione televisiva ha intercettato una generazione di spettatori più ampia rispetto alle precedenti serie dell’autrice.

Accoglienza del pubblico

Dal punto di vista critico, Inuyasha è stato spesso letto come l’opera della maturità: meno episodica rispetto a Ranma ½, più strutturata emotivamente di Urusei Yatsura, e soprattutto più lunga e complessa nella costruzione di un conflitto centrale.

Non è un caso che Rumiko Takahashi abbia più volte raccontato di essersi documentata a lungo sul periodo Sengoku e sul folklore giapponese, spinta anche da un interesse personale verso le leggende tradizionali e le figure degli yōkai, presenti già in forma embrionale in lavori precedenti.

Inuyasha nasce quindi dall’incontro tra la sua esperienza di autrice affermata e il desiderio di esplorare temi più seri, come l’identità e l’emarginazione, senza rinnegare del tutto quella leggerezza che aveva reso il suo nome così popolare.

Un successo che va oltre la sfera commerciale

Il successo commerciale e mediatico dell’opera dimostra come questa svolta oscura non abbia allontanato il pubblico, ma anzi abbia ampliato l’orizzonte creativo di Takahashi, consolidandola non solo come regina della commedia romantica, ma come una delle voci più versatili e influenti del manga moderno.

Possiamo quindi concludere, che a distanza di decenni, quest’opera continua a influenzare il genere fantasy. Continua ad insegnare che un protagonista non deve essere perfetto, ma può essere scontroso e vulnerabile allo stesso tempo.

Inuyasha

Inoltre, ha mostrato che l’amore può attraversare il tempo, ma che accettare la perdita è parte fondamentale della crescita. Che lo si legga per l’azione o lo si guardi per il legame profondo tra i personaggi, Inuyasha rimane un viaggio indimenticabile attraverso sentimenti in tempesta e folklore giapponese.

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Approfondimenti e Curiosità

Nevermore’s Library: Due chiacchiere con H.P. Lovecraft su… Stranger Things

Ispirazioni e parallelismi fra Stranger Things e l’universo di H.P. Lovecraft, ciò che i fratelli Duffer hanno tratto dai suoi racconti

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H.P. Lovecraft è l’autore per eccellenza del genere letterario Cosmic Horror, noto anche come Weird Fiction (unione fra horror, fantasy e fantascienza) ed è stato (ed è tutt’ora) fonte di ispirazione per migliaia di autori moderni. Film, serie TV, fumetti, altrettanti libri prendono spunto dalle sue opere, e in questo novero non possiamo non citare anche i famigerati Fratelli Duffer e il loro successo internazionale, la serie TV Stranger Things.

Quali elementi avranno portato i due registi nella loro opera? La nostra redattrice, nome in codice Nevermore’s Library, ha condotto una seduta spiritica ed è riuscita a richiamare lo spirito del grande scrittore per poter discutere con lui sulle cose che accomunano la sua letteratura e lo show sul Sottosopra.

Preparatevi a un viaggio affascinante e metafisico!


H.P. Lovecraft e Stranger Things

Nevermores Library: Onorata di far la sua conoscenza signor Lovecraft, si presenti pure al pubblico…

LOVECRAFT: Salve a tutti, mi chiamo Howard Phillips Lovecraft, sono nato il 20 agosto 1890 nella ridente cittadina di Providence (Rhode Island, Stati Uniti) e ho centotrentasei anni. In questa foto che ho portato ne avevo un pò meno, ci tenevo a fare bella figura. Dal 1937 mi sono ritirato nelle Terre del Sogno che io stesso ho creato, ma continuo a ricevere offerte di lavoro da registi importanti e l’ultima collaborazione è stata con i fratelli Duffer per la serie tv Stranger Things.

Nevermores Library: Grazie, apprezziamo molto. Dunque, come lei stesso ha subito menzionato è reduce dalla grande collaborazione con i fratelli Duffer, ma prima di parlare del nesso fra lei e Stranger Things, ci dica qualcosa riguardo le sue origini per comprendere meglio come abbia avuto inizio la sua carriera in ambito letterario…

LOVECRAFT: Partiamo dal fatto che ho ricevuto un’educazione familiare estremamente rigida, raramente mi era consentito di uscire di casa e così fin da piccolo ho sviluppato delle fobie verso il mondo esterno. Mi sentivo caratterialmente fragile per riuscire a stringere amicizie con altri coetanei. Ecco perché vengo anche ricordato con il soprannome “Il Solitario di Providence”. Avevo spesso incubi spaventosi e per esorcizzarne la paura, mettevo tutto per iscritto prima di dimenticarli. Rileggendoli con il senno di poi ho compreso che non avevo solo convogliato tutte le paure che provavo su dei fogli, ma avevo creato una nuova forma di terrore letterario: l’orrore cosmico. Concetto presente anche in Stranger Things.

Nevermores Library: Interessante, quindi i suoi racconti si basavano su incubi che lei aveva fin da piccolo. Ci spieghi meglio cos’è l’orrore cosmico…

LOVECRAFT: Immagini di osservare un cielo stellato, noterà subito la sua vastità rispetto al piccolo punto in cui noi ci troviamo. In confronto siamo piccoli, soli e così vulnerabili, mentre l’universo è infinito, una massa multidimensionale e probabilmente popolato da entità mostruose che ignorano le leggi della fisica umana. Queste entità sono talmente grandi che in confronto non si accorgono nemmeno della nostra presenza.

Nevermores Library: Quindi il concetto di “orrore cosmico”e quello che gli studiosi definiscono “universo lovecraftiano” è all’incirca la stessa cosa?

LOVECRAFT: In sostanza sì, il cosiddetto “universo lovecraftiano” è l’insieme più generale che include tutto, fra cui il pantheon delle divinità, i luoghi onirici e terrestri, le galassie e l’orrore cosmico che in confronto è un sottoinsieme. La mia concezione del Cosmo si distacca da quella tradizionale fatta da pianeti e stelle che si studiano a scuola, io lo definisco anche “Abisso Caotico” poiché non c’è un ordine, né una morale e nemmeno una direzione, solo caos che genera altro caos con a capo il dio Azathoth….Non a caso nella quinta serie di Stranger Things c’è proprio una dimensione chiamata Abisso dove risiede il Mind Flayer come entità suprema.

Nevermores Library: Interessante, approfondiamo questo parallelismo fra i personaggi

LOVECRAFT: Si certamente. Per la creazione del Mind Flayer, i fratelli Duffer mi hanno chiesto il permesso di ispirarsi a Chtulhu, come dire di no ad una proposta così? E’ la divinità più nota dello schieramento dei Grandi Antichi che io stesso ho creato e l’unico scopo di queste entità è di espandersi e consumare, senza alcun interesse verso soldi, potere o vendetta. Anche a livello visivo il Mind Flayer presenta somiglianze fedeli alla descrizione di Chtulhu dei miei racconti, hanno entrambi un corpo antropomorfo con tratti cefalopodi ed enormi tentacoli.

Il Mind Flayer di Stranger Things

Un’immagine di Chtulhu creatura di Lovecraft

Nevermore’s Library: Riguardo Vecna?

LOVECRAFT: Quanto a Vecna ha caratteristiche compatibili con diversi personaggi dei miei racconti. Uno è Nyarlathotep, detto anche “Il Caos Strisciante”, il messaggero delle divinità aliene che avevo creato nei primi anni del ‘900 a cui avevo attribuito l’abilità di poter invadere l’umanità attraverso la mente nel corso dei sogni.

Sia lui che Vecna difatti hanno in comune le capacità manipolative di ingannare la mente e far cadere in trappola le loro vittime. Vecna rappresenta la versione cinematografica più moderna di questa divinità in quanto crea una sorta di ponte fra la psiche delle vittime e l’Abisso.

In foto: Vecna di Stranger Things

Nevermore’s Library: Quest’ultimo concetto che ritroviamo nella serie tv relativo alla connessione fra la psiche delle vittime e l’Abisso ha molto di familiare con la sua personale concezione dei sogni signor Lovecraft..

LOVECRAFT: Esatto. Sono sempre stato fermamente convinto che quando sogniamo non stiamo solo immaginando, la mente compie un vero e proprio viaggio dal luogo fisico in cui si trova il soggetto ad un altro luogo altrettanto fisico e reale ma fatto di regni e divinità.

Nevermore’s Library: Mi ricorda molto il personaggio Max Mayfield che nel suo stato di trance nel mondo terrestre si era ritrovata proiettata con la mente nella dimensione fisica e reale di Camazotz dove risiedono le divinità aliene Mind Flayer e Vecna che le dava la caccia. Ha altro da aggiungere a riguardo?

LOVECRAFT: Proprio così. Certo c’è ancora molto da aggiungere, ma andiamo con ordine. Nei miei racconti le divinità vivono in vere e proprie dimensioni o anche solo spazi situati fra l’una e l’altra con rampicanti e spore che aleggiano nell’aria, il tutto avvolto da un’atmosfera di un colore innaturale, proprio come il titolo del mio racconto “Il colore venuto dallo Spazio” …non le ricorda il Sottosopra?

Nevermore’s Library: assolutamente vero…ce ne sono altri?

LOVECRAFT: il Laboratorio di Hawkins diretto dal Dr. Brenner è un luogo dove si svolgono esperimenti al fine di espandere la mente umana, ma viene aperto un portale che scatena un orrore che la scienza non può controllare. In almeno due dei miei racconti esistono affinità fra Brenner e gli scienziati protagonisti.

Il primo racconto è “Herbert West Reanimator” in cui questo scienziato, pur di superare i confini dell’esistenza umana, cerca di rianimare ciò che non è più impossibile riportare indietro. Nel secondo racconto “From Beyond”, Crawford Tillinghast inventa una macchina che stimola la ghiandola pineale per riuscire a percepire una possibile dimensione parallela oltre a quella terrestre.

Nevermore’s Library: Un’ultima domanda, esiste anche qualche legame fra le sue opere e i Demogorgoni?

LOVECRAFT: Certo che sì. Innanzitutto i Demogorgoni sono da considerarsi la prole del Mind Flayer e si rifanno alle mie crearure suddivise nei due schieramenti denominati Abitatori del Buio e Abitatori degli Abissi (questi ultimi noti anche come Deep Ones) che per la precisione compaiono nel racconto “La Maschera di Innsmouth”.

Sia nella serie tv e sia nei miei racconti si tratta di creature che agiscono per obbedire ad una forza più grande.

Nevermore’s Library: Signor Lovecraft, per oggi l’intervista finisce qui, me ne concederà un’altra?

LOVECRAFT: Ne sarei onorato. Nell’attesa della prossima intervista, porgo anche un saluto a voi che avete letto l’articolo. Come avrete forse compreso l’intervista è avvenuta attraverso un sogno, un collegamento mentale dell’intervistatrice fra mondo terrestre e la Terra dei Sogni in cui mi trovo, com’è avvenuta anche la collaborazione con i fratelli Duffer e altri registi di film, fumetti e opere artistiche di cui vi parlerò prossimamente.

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Anteprime

The Beauty: conferenza stampa sullo show Disney+ dove la perfezione è ossessione

Si è tenuta il 19 gennaio la conferenza stampa a Roma di The Beauty, la nuova serie di Ryan Murphy in arrivo il 22 gennaio su Disney+. Presenti Evan Peters, Anthony Ramos, Jeremy Pope, Ashton Kutcher e Rebecca Hall. Ecco com’è andata…

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Roma è stato per un giorno il cuore pulsante di The Beauty, la nuova serie Original FX prodotta da Ryan Murphy, la mente dietro serie horror thriller come Monster e American Horror Story, presentata in anteprima durante la conferenza stampa italiana.

I primi tre episodi arriveranno su Disney+ dal 22 gennaio, e la scelta dell’anteprima a Roma non è un caso, visto che parte della serie è stata girata proprio nella capitale italiana.  Dalle parole del cast è chiaro che The Beauty non sia un semplice thriller, ma una riflessione inquietante e attualissima sull’ossessione per la perfezione.

All’evento ha partecipato gran parte del cast: Ashton Kutcher, Jeremy Pope, Evan Peters, Anthony Ramos, Rebecca Hall, che hanno raccontato genesi, temi e lavorazione di un progetto che mette al centro l’ossessione contemporanea per la bellezza e il prezzo da pagare per raggiungerla.

Il lavoro con Ryan Murphy: “Bisogna arrivare sul set con la mente aperta”

Fin dalle prime battute, il cast ha sottolineato come The Beauty sia un thriller globale che utilizza il genere per riflettere su concetti estremamente attuali: perfezione, sacrificio, immagine pubblica e identità. Lavorare con Ryan Murphy, raccontano Rebecca Hall e Evan Peters, che nella serie formano la coppia investigativa dell’FBI, Jordan Bennett e Cooper Madsen, è stato un’esperienza entusiasmante e fuori dagli schemi: Murphy ha presentato la serie più come una visione che come una sceneggiatura tradizionale, lasciando ampio spazio alla trasformazione del materiale scritto, una volta arrivati sul set.

Rebecca Hall:
«Ryan non mi ha nemmeno fatto leggere subito la sceneggiatura. Mi ha raccontato l’idea a colazione. È stato uno dei momenti più divertenti e stimolanti della mia carriera.»

Evan Peters:

«Questa serie parla di quanto siamo disposti a sacrificarci per sentirci accettati. La bellezza diventa una forma di potere, ma anche una trappola.»

Murphy viene descritto come un creatore capace di trasportare sul set ciò che è scritto sulle pagine della sceneggiatura.

Jeremy Pope:
«Con Ryan devi essere pronto a tutto. Quello che leggi cambia forma nella realtà, e devi essere disposto a usare il tuo corpo esattamente come serve alla storia.»

L’importanza della dimensione fisica dei personaggi di The Beauty

Trattandosi di un thriller internazionale, la serie ha richiesto un forte impegno fisico, tra combattimenti, inseguimenti e scene d’azione girate tra Roma, Venezia e New York. Grande importanza è stata data alla dimensione fisica dei personaggi.

Anthony Ramos, il letale sicario “The Assassin”, e Jeremy Pope, l’emarginato Jeremy nella serie, hanno parlato di una preparazione intensa tra combattimenti, allenamenti e stunt, ma anche del forte legame personale che ha reso il lavoro sul set naturale e divertente. Entrambi hanno evidenziato come Murphy richieda agli attori una totale disponibilità, sia fisica che emotiva, perché nulla resta uguale tra copione e riprese.

Anthony Ramos:
«Io e Jeremy ci conosciamo da una vita, abbiamo studiato insieme. Girare questa serie non sembrava lavoro: ridevamo anche dopo 14 ore di set.»

Jeremy Pope:
«Ci siamo allenati duramente: boxe, stunt, preparazione fisica. Dovevamo essere pronti a tutto.»

Roma non solo set ma parte del cast: “La città parla da sola”

Le riprese in Italia sono state uno degli elementi più sorprendenti dell’esperienza. Roma e Venezia non sono semplici sfondi, ma veri e propri personaggi della serie. Girare in luoghi iconici come il Foro Romano, spesso in condizioni irripetibili, ha dato a The Beauty un’identità visiva unica. Il cast ha più volte ribadito come l’architettura, i colori e la storia delle città italiane abbiano elevato il racconto, rendendo superfluo, in alcune inquadrature, qualsiasi dialogo.

Rebecca Hall:
«Roma non è solo uno sfondo. È un personaggio della serie. Alcune inquadrature non hanno bisogno di dialoghi: la città parla da sola.»

Evan Peters:

«Girare in Italia è stato incredibile perché i luoghi raccontavano già una storia. In certi momenti non serviva nemmeno parlare: bastava stare lì, dentro quello spazio.»

Ashton Kutcher: la bellezza sintetica e il lato oscuro del potere

Ashton Kutcher, interprete di The Corporation, l’oscuro miliardario che ha inventato il farmaco La Beauty, ha raccontato il lavoro sul suo personaggio, uno dei più ambigui e disturbanti della serie. Per interpretarlo si è ispirato a figure reali appartenenti a un’élite economica che affronta ogni problema con arroganza e senso di impunità. La chiave, spiega l’attore, è stata trovare una giustificazione “nobile” a comportamenti moralmente orribili, rendendoli credibili dall’interno.

Ashton Kutcher:
«Ho osservato persone molto ricche, il loro modo di attraversare il mondo come se nulla fosse un problema. Se vai in prigione, compri la prigione e la rendi più bella.»

Particolarmente intensa è stata la collaborazione con Isabella Rossellini: lavorare accanto a un’icona del cinema italiano è stato per Kutcher intimidatorio ma fondamentale per costruire la complessa dinamica tra bellezza “artigianale” e bellezza artificiale che attraversa tutta la serie.

Ashton Kutcher:
«Aggredirla verbalmente in scena è stato terrificante. Lei è un’icona. Cercavo la sua approvazione in ogni singola scena.»

Perfezione, imperfezione e giudizio

Durante il Q&A con la stampa emerge uno dei temi centrali di The Beauty: cosa saremmo disposti a sacrificare per essere perfetti?

Rebecca Hall:
«Quando arrivai a Hollywood mi dissero che avevo “denti troppo britannici”. Io non li ho cambiati per anni. L’imperfezione può essere affascinante.»

Evan Peters:
«Il vero orrore non è la trasformazione in sé, ma il motivo per cui la desideriamo.»

Kutcher ha ampliato il discorso collegandolo alla società dei consumi e alla pressione sociale: il desiderio di apparire migliori porta spesso a sacrificare benessere, stabilità e identità. Il punto, secondo l’attore, non è proibire il cambiamento, ma interrogarsi sulle motivazioni profonde: lo facciamo per noi stessi o per aderire a uno standard imposto dall’esterno?

Ashton Kutcher:
«Credo che i danni stiano già accadendo. I ragazzi oggi crescono sommersi da modelli irraggiungibili, senza avere ancora gli strumenti emotivi per difendersi.»

Kutcher racconta anche un’esperienza personale molto intensa, legata al fratello gemello con paralisi cerebrale, riflettendo sul concetto di empatia e sul valore di vivere l’unica vita che abbiamo.

Ashton Kutcher:
«Tutti noi viviamo l’unica vita che conosceremo mai. Forse non sappiamo nemmeno quanto l’aspetto fisico abbia influenzato il nostro percorso.»

In questo senso, The Beauty non è solo intrattenimento, ma una riflessione sulle conseguenze psicologiche di un sistema che normalizza il confronto continuo e la sensazione di inadeguatezza.

Intelligenza artificiale e nuovi modelli di perfezione

Non poteva mancare una riflessione sull’intelligenza artificiale e sui nuovi modelli di bellezza digitale. Jeremy Pope ha definito la questione “in movimento”, sottolineando come il vero rischio non sia la tecnologia in sé, ma la perdita della distinzione tra reale e artificiale.

Jeremy Pope:
«Viviamo un periodo estremamente interessante. La linea tra ciò che è reale e ciò che non lo è diventa sempre più sottile.»

Anthony Ramos:
«L’intelligenza artificiale è solo un nuovo mezzo. Anche il teatro esiste ancora, anzi è più vivo che mai.»

Evan Peters:

«La cosa più inquietante di The Beauty è che non parla di un futuro lontano. Molte delle scelte dei personaggi sono già parte della nostra quotidianità.»

Tuttavia, il cast concorda sul fatto che ogni nuova tecnologia sia semplicemente un mezzo: ciò che conta è come viene usata. L’arte, il teatro e l’esperienza diretta restano insostituibili proprio perché imperfette, irripetibili e umane.

The Beauty come specchio del nostro presente

In chiusura, si è parlato anche della preparazione estetica dei personaggi: costumi, trucco e acconciature sono stati fondamentali per raccontare chi sono questi individui e cosa cercano di comunicare al mondo. Non una bellezza uniforme, ma una costruzione mirata, coerente con il ruolo e con il messaggio della serie.

The Beauty si presenta così come un thriller elegante e disturbante, capace di usare il linguaggio della serialità per interrogare il presente. Una storia che parla di bellezza, sì, ma soprattutto di identità, potere e delle crepe che si nascondono dietro l’apparenza della perfezione.

Condividiamo, infine, con i nostri lettori lo speciale video realizzato dalla produzione, che mostra la Fontana di Trevi al centro di un emozionante video mapping.

Ringraziamo l’ufficio stampa Disney+ per l’invito, la condivisione del materiale fotografico, per aver assistito alla conferenza stampa di The Beauty.

 


The Beauty

Nella serie FX The Beauty, il mondo dell’alta moda viene sconvolto quando alcune top model internazionali cominciano a morire in circostanze misteriose e raccapriccianti. Gli agenti dell’FBI “Cooper Madsen” (Evan Peters) e “Jordan Bennett” (Rebecca Hall) vengono mandati a Parigi per scoprire la verità. Man mano che approfondiscono il caso, vengono a sapere di un virus sessualmente trasmissibile che trasforma le persone comuni in esseri fisicamente perfetti, ma con conseguenze terrificanti.

La loro indagine li porta direttamente nel mirino di “The Corporation” (Ashton Kutcher), un oscuro miliardario del settore tecnologico che ha creato in segreto un farmaco miracoloso chiamato “La Beauty” e che è disposto a tutto pur di proteggere il suo impero da mille miliardi di dollari, persino scatenare il suo letale sicario, “The Assassin” (Anthony Ramos). Mentre l’epidemia dilaga, “Jeremy” (Jeremy Pope), un emarginato disperato, viene coinvolto nel caos in cerca di uno scopo; nel frattempo, gli agenti si precipitano a Parigi, Venezia, Roma e New York per fermare una minaccia che potrebbe alterare il futuro dell’umanità. The Beauty è un thriller globale che chiede: cosa saresti disposto a sacrificare per la perfezione?

Tra le guest star della serie ci sono Amelia Gray Hamlin, Ari Graynor, Bella Hadid, Ben Platt, Billy Eichner, Isabella Rossellini, Jaquel Spivey, Jessica Alexander, Jon Jon Briones, John Carroll Lynch, Julie Halston, Lux Pascal, Meghan Trainor, Nicola Peltz Beckham, Peter Gallagher e Vincent D’Onofrio.

Creata e scritta da Ryan Murphy & Matthew Hodgson, la serie FX The Beauty vede come executive producer Murphy, Hodgson, Evan Peters, Anthony Ramos, Jeremy Pope, Eric Kovtun, Scott Robertson, Nissa Diederich, Michael Uppendahl, Alexis Martin Woodall, Eric Gitter, Peter Schwerin e Jeremy Haun. È basata sulla serie a fumetti scritta da Haun e Jason A. Hurley, coinvolto come consulente. The Beauty è prodotta da 20th Television.

La nuova serie thriller internazionale di FX The Beauty debutterà il 22 gennaio sulla piattaforma streaming in Italia con i primi 3 episodi. Composta da 11 episodi, la serie proseguirà ogni giovedì con un nuovo episodio e si concluderà, per ciascuna delle due settimane finali, con un doppio episodio.

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