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Interviste

Comics Legends: intervista a Erik Larsen, ‘recordman’ dei comics con Savage Dragon

Per inaugurare la nuova rubrica Comics Legends abbiamo l’onore di ospitare il grande Erik Larsen, fumettista amatissimo dai fan di Spider-Man per una sua storica run, co-fondatore di Image Comics e creatore nonché autore unico di Savage Dragon

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Ci sono autori di comics diventati grandi raccontando storie su personaggi nati dalla mente di altri scrittori e disegnatori.

E poi ci sono autori che non solo contribuisco a quelle storie, ma creano anche i personaggi che le abitano, rendendoli immortali, anzi: vere e proprie leggende.

È il caso dell’ospite di questo primo appuntamento di Comics Legends, Erik Larsen, scrittore e disegnatore amatissimo, nonché uno dei “magnifici sette” che lasciarono le major per trasformare in una solida realtà il proprio sogno: fare fumetti su personaggi originali da loro creati. Sotto questa filosofia viene fondata la Image Comics.

Il cartoonist di Minneapolis ha dato vita, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, a una delle incarnazioni più dinamiche e supereroistiche di Spider-Man. Da autore di storie rimaste indelebili nella memoria dei Ragno-lettori, Larsen è riuscito in pochi anni a diventare un’icona e modello per gli autori venuti dopo di lui su Spidey, tornando di tanto in tanto a volteggiare tra i grattacieli di New York insieme all’Amichevole Spider-Man di quartiere (anche molto recentemente come scoprirete).

Ma la creatura più importante nata dalla mente di Erik Larsen ha un solo nome: Savage Dragon. Un progetto concepito già da ragazzino, che aspettava soltanto di trovare la forma giusta per emergere e diventare il fumetto più longevo della storia dei comics portato avanti dallo stesso autore, sia ai testi che ai disegni, dai suoi esordi nel 1992 fino a oggi, pronto a frantumare il traguardo dei 300 (!) numeri.

L’obiettivo di Comics Legends sarà quello di portarvi i più grandi autori del fumetto di sempre, attraverso le loro parole ma anche con approfondimenti a loro dedicati. E con il grande Erik Larsen non potevamo che iniziare nel modo migliore.


Erik Larsen: una carriera tra uomini ragno e poliziotti (verdi) a squame

Grazie mille, Erik Larsen, per essere ospite su PopCorNerd. È un grande onore e un privilegio per la nostra pagina ospitare un artista internazionale così importante. Ti ringraziamo di cuore per il tuo tempo prezioso.

Vorrei partire dall’inizio: se lo ricordi, come è nata la tua passione per i fumetti? So che sei un grande fan di Capitan Marvel. È iniziato tutto con lui?

Erik Larsen  – Mio padre collezionava fumetti quando era ragazzo e sono cresciuto con la sua collezione di fumetti della Golden Age. Capitan Marvel e molti altri hanno avuto un grande impatto su di me, ma è stato Incredible Hulk #156 di Herb Trimpe l’albo che reputo  ‘la vera droga’ che mi ha introdotto a questo mondo.

Variant di Savage Dragon #156 che omaggia Incredible Hulk #156 di Herb Trimpe, albo fondamentale per Erik Larsen

Il tuo approdo in Marvel avviene grazie a Jim Shooter. Puoi raccontarci come sono andate le cose?

Erik Larsen  – Inizialmente mandavo con una certa regolarità dei campioni del mio lavoro a Jim Shooter. Avevo ricevuto diverse lettere di rifiuto da parte sua quando cercavo di entrare nel mondo dei fumetti, e ho sempre apprezzato il fatto che si prendesse del tempo di rispondermi.

Ricevetti un “Close but no cigar” [l’equivalente di ‘Ci sei andato vicino, ma non abbastanza’ n.d.r.] e poi un “Closer, but still no cigar”. [‘Ancora più vicino, ma non abbastanza’ n.d.r.]

Un paio d’anni dopo gli mostrai il mio lavoro di persona a una convention a Chicago. A quel punto stavo già lavorando per alcune case editrici più piccole. Shooter guardò i miei lavori e disse: “Quindi ora sei un professionista.” Al che io risposi: “Sì, lo sono.”

Jim mi chiese: “Ti piacerebbe fare una storia per Marvel Fanfare?” E io risposi: “Certo, perché non la sviluppiamo qui alla convention?” Cosa che sembrò coglierlo di sorpresa. Più tardi ci sedemmo insieme al bar dell’hotel e buttammo giù la trama di massima di quello che sarebbe diventato il mio primo fumetto Marvel: The Mighty Thor #385. Bei tempi.

Cover del primo albo Marvel di Erik Larsen: The Mighty Thor #385

Pensando al tuo lavoro in Marvel, il tuo nome è inevitabilmente associato a Spider-Man, un personaggio che nel corso degli anni sei tornato a disegnare più volte. Cosa ti spinge ancora oggi a dedicarti a Spidey? E… è solo una mia impressione o è diventato una sorta di “comfort zone” per te?

Erik Larsen  – Non so se sia tanto io a essere attratto da Spider-Man, quanto gli editor ad associarlo a me, ed è probabilmente per questo che continuano a chiedermi di fare ancora Spider-Man. Se negli anni ’90 avessi lavorato sui Fantastici Quattro, probabilmente mi chiederebbero quello.

E, come per ogni cosa, una volta che fai qualcosa per un po’ sviluppi una sorta di memoria muscolare. Non devo sudare per capire come disegnare Spider-Man. Mi viene piuttosto naturale. Se fosse Batman, dovrei pensare a come disegnare Batman. Ma con Spider-Man ho già risolto tutto. Mi viene facile.

Ricordo con enorme piacere tutto il tuo ciclo su Spider-Man come disegnatore, ma Il ritorno dei Sinistri Sei è quasi certamente la mia storia preferita, un vero e proprio blockbuster: nemici all’altezza e brutali, alleati di ogni tipo e uno Spider-Man spinto all’estremo, armato anche di gadget in puro stile anni ’90. La consideri una delle tue migliori prove artistiche sul personaggio?

Erik Larsen  – Ho fatto tutto quello che potevo fare. Mi sono trovato ad affrontare molte discipline tutte insieme. All’epoca non avevo scritto molte storie per la Marvel, in pratica solo quel fill-in su Spider-Man con Bestia. Inoltre stavo ancora cercando di capire come inchiostrare.

Prima non inchiostravo le mie matite, quindi quella parte era relativamente nuova per me. E, in più, la mia casa andò a fuoco nel mezzo della serie, quindi dovetti arrangiarmi per rimettermi in carreggiata mentre sistemavo la mia vita. È quasi un miracolo che sia riuscito a terminarlo, a pensarci bene.

Per Otto Octavius hai scelto un restyling molto particolare: il tuo Doctor Octopus è meno scienziato e più gangster dal cervello sopraffino, quasi una versione di Tony Montana con braccia metalliche. Cosa ti ha ispirato per questa reinterpretazione di Doc Ock?

Erik Larsen  – Avevo un amico che faceva illustrazioni commerciali per la ColorForms e stava lavorando a un progetto di Dick Tracy, basato sul film di Warren Beatty. Gli avevano mandato pile di foto e style guide per i villain e pensai che quello sarebbe stato un look più forte per Ock rispetto al body che indossava fino a quel momento.

L’elegante Doc Ock di Erik Larsen

Cardiac è una delle tue creazioni, insieme a David Michelinie, per la Marvel: nelle tue storie ha funzionato benissimo come comprimario di Spider-Man, ma in seguito è finito un po’ nel dimenticatoio. Ti è dispiaciuto vedere che, al di fuori della tua gestione, il personaggio non sia stato sfruttato come magari avevi immaginato inizialmente?

Erik Larsen  – Certo. È sempre un po’ una seccatura vedere un personaggio trascurato, ucciso o ridisegnato. Pensavo che Cardiac avesse un impatto visivo forte.

Cardiac

C’è stato un momento in cui ho pensato — forse dovrei semplicemente cancellare questo tizio e tenermelo per dopo — perché lo sto regalando?

Ma alla fine sono andato avanti. Se me lo fossi tenuto per me, probabilmente lo avrei usato di più. È uno dei pochi personaggi che ho disegnato e che pensavo avesse un vero potenziale. Cardiac e Knockout alla Marvel e Shrapnel e Lagoon Boy alla DC. Ma c’est la vie — non ha senso piangerci sopra. Non è che mi manchino i personaggi.

Venom è stato creato da Todd McFarlane e David Michelinie, ma tu hai contribuito in modo decisivo a rendere indelebile nell’immaginario collettivo l’idea di un Venom spaventoso e “mangia-cervelli”: lingua lunghissima, denti aguzzi e una bocca mostruosa. Cosa ti ha portato a disegnare l’alter ego di Eddie Brock in quel modo, diventato poi il vero simbolo del V-Man anni ’90?

Erik Larsen  – Non è stato così volontaria la cosa. In realtà è stato in parte un incidente.
Anni fa, Todd McFarlane disegnò una copertina per un trade paperback di Spider-Man vs. Venom che raccoglieva le storie di Spider-Man contro Venom che aveva disegnato lui.

Non comprai il volume perché avevo già i singoli albi, ma la mia impressione fu che Todd gli avesse dato una lingua. Determinato a spingermi oltre, diedi a Venom una lingua ancora più grande e folle.

Per anni ho attribuito a Todd il merito della lingua e citavo quella copertina del TPB. Immagina la mia sorpresa quando, anni dopo, rividi davvero la copertina di Todd e mi resi conto che non somigliava affatto a come la ricordavo.

Todd non aveva fatto nulla di speciale o insolito con la lingua — era una lingua perfettamente normale e insignificante. Era solo visibile. C’era una piccola, normale lingua rossa sulla copertina di Todd. Si scoprì che ero stato io, dopotutto, a dargli quella lingua folle!

In Marvel non c’è stato solo Spider-Man: hai lavorato anche su Punisher, Nova, Excalibur, Wolverine… Guardando indietro, c’è qualche rimpianto legato al tuo lavoro su questi personaggi?

Erik Larsen  – Nessun rimpianto, davvero. Ho sempre cercato di fare del mio meglio con il tempo che avevo a disposizione. Non passo molto tempo a rimuginare sul passato. Non ho molti rimpianti nella mia vita.

Con Image Comics tu e gli altri fondatori avete realizzato qualcosa di incredibile e fortemente ispirazionale. Anche una redazione piccola e giovane come la nostra guarda al modello Image come a un riferimento (ovviamente in maniera proporzionata). Quando hai capito che il salto fatto da te, Todd, Jim, Rob e gli altri era davvero la strada giusta?

Erik Larsen  – Lo abbiamo capito subito che si trattava di qualcosa di grosso. Le vendite erano fenomenali. La reazione del pubblico travolgente.

Alla Marvel persero completamente la testa e la partenza dei principali artisti Marvel per fondare Image Comics nel 1992 fu un fattore determinante dell’instabilità che portò al fallimento della Marvel. Fu un effetto a catena enorme.

Certo, c’erano anche altri fattori — lo scoppio della bolla dell’industria, un debito massiccio dovuto ad acquisizioni aziendali e una ristrutturazione aggressiva e fallimentare del loro modello di distribuzione. Ma resta folle pensare che sette artisti che se ne vanno possano avere un impatto del genere.

I Magnifici 7 che hanno fondato Image Comics

Sei stato anche editor di Image Comics: qual è stato l’aspetto più complesso di questo ruolo rispetto a quello di autore?

Erik Larsen  – Le cose erano un po’ turbolente. Molte testate si interrompevano bruscamente a metà storia e la sensazione era che i giorni migliori di Image fossero alle spalle. Il mio obiettivo era rimettere la nave sulla rotta, fermare l’emorragia e riportarla sulla giusta traiettoria, e questo significava parlare molto con i creator e intervenire più direttamente su alcuni fumetti che avevano bisogno di aiuto. Ero attivamente coinvolto nell’aiutare le testate, nel progettare loghi e persino nel ridisegnare alcuni personaggi. Era un sacco di lavoro. Ma non era per questo che ero entrato nei fumetti. Volevo creare fumetti, non gestire i creator. Me ne sono andato una volta che tutto è tornato in carreggiata.

Puoi raccontarci come e quando nasce il personaggio più importante della tua carriera, Savage Dragon? Sappiamo che era un’idea che avevi in testa da molto tempo, in attesa del momento giusto per emergere.

Erik Larsen  – Savage Dragon è stato creato quando ero bambino. All’inizio era un clone di Batman, ma presto ha preso vita propria. Non sono nemmeno sicuro di quando sia stato creato esattamente.

Originariamente indossava mantello e maschera e guidava una specie di versione dell’auto di Speed Racer. Con il passare degli anni ho continuato a introdurre nuove versioni e a rivedere quelle vecchie. A un certo punto era diventato un tizio che si trasformava da uomo normale in un supereroe muscoloso, e mi sono semplicemente stancato della parte dell’uomo normale e di disegnare tutti gli aspetti del costume.

Ho separato Dragon dalla sua persona umana e a quel punto è diventato finalmente un eroe dalla pelle verde. Ho scritto e disegnato le sue avventure dall’infanzia fino alle superiori e oltre. Quando avevo 19 anni ho scritto e disegnato una storia di Savage Dragon perché pensavo di poterla pubblicare su Charlton Bullseye. Ma quella rivista fu cancellata prima che potessi mandargliela. Finì per auto-pubblicarla come parte di un fumetto chiamato Graphic Fantasy, che stampai sulla piccola offset da tavolo di mio padre. Quella storia era il culmine di tutto ciò che avevo fatto da bambino.

Ne feci un’altra dopo, poi iniziai a ricevere i primi incarichi per lavori professionali. Avrei rivisitato quelle due storie di Dragon anni dopo.

Cover del primo volume della nuova ed. italiana di Savage Dragon della Cosmo Editore

Ogni autore inserisce inevitabilmente una parte di sé nei propri personaggi. Quali aspetti di Erik Larsen e della sua vita possiamo ritrovare in Savage Dragon?

Erik Larsen  – Non c’è molto, onestamente. Voglio dire—sì, c’è qualche cosa nei dialoghi. Frasi che potrei dire io, ma difficilmente è autobiografico. È un’opera di finzione. Abbiamo la stessa età. Siamo entrambi calvi. Non va molto più in profondità di così.

Con Savage Dragon sei autore unico praticamente da sempre: un record incredibile, considerando che la serie è una delle più longeve mai realizzate su un supereroe con un solo autore al comando. Ti capita mai di pensare ai record che stai battendo numero dopo numero?

Erik Larsen  – Non spesso. La prendo una pagina alla volta. Pensare di fare così tanti numeri—così tante pagine—è travolgente. Quindi tendo a scomporre tutto in parti più gestibili. Una pagina alla volta. Un numero alla volta.

Savage Dragon è ormai vicino al numero 300. C’è un aneddoto legato alla realizzazione di un numero, una run o semplicemente qualcosa che ti è rimasto impresso legato al tuo lavoro su Dragon?

Erik Larsen  – Ci sono molti numeri. Nel corso degli anni mi sono lanciato varie sfide per mantenerlo divertente. Un numero composto solo da splash page. Un numero che conta alla rovescia da 20 vignette a una. Un numero in cui ogni vignetta è un quadrato. In cui ogni vignetta rappresenta un singolo giorno. Uno in cui ogni due pagine sono una doppia pagina. In cui le pagine emulano celebri strisce a fumetti. Non c’è un singolo numero che domini la mia mente. È tutto un unico pezzo.

Così come Savage Dragon, anche Spawn è un personaggio che Todd McFarlane aveva in mente fin da ragazzo. Come ti sei trovato a lavorare sulla creatura di Todd durante la tua run su Spawn? E com’è nata la collaborazione che ha portato al team-up Spawn / Savage Dragon?

Erik Larsen  – All’inizio è stato divertente, ma è diventato frustrante piuttosto in fretta. Abbiamo una sensibilità e un ritmo molto diversi.

Io stavo scrivendo, disegnando e inchiostrando il fumetto e Todd riscriveva e reinchiostrava le pagine man mano che le facevo. Pensavo che sarebbe stato divertente fare un crossover, ma anche quello è stato frustrante. Todd riscriveva i dialoghi di Malcolm e Maxine Dragon. Voglio dire—che diavolo, amico? Capisco che potrei non azzeccare la voce di Spawn, ma sicuramente sono in grado di mettere parole in bocca ai miei personaggi! È arrivato a un punto in cui ho dovuto andarmene.

Spawn e Dragon insieme!

In un periodo in cui cinema e televisione sono dominati da film e serie TV sui fumetti, c’è mai stata un’occasione concreta o anche solo l’idea di realizzare uno show o un film dedicato a Savage Dragon?

Erik Larsen  – Ce n’è stata una. Un cartone animato sul network USA. È andato avanti per due stagioni. Da allora ci sono state conversazioni con varie realtà, ma non si è mai arrivati fino in fondo. Non è per mancanza di tentativi, ma non è mai una cosa semplice come “farlo e basta”. Ci sono molte parti che si muovono insieme. Posso fare un fumetto da solo, se serve. Non posso fare un film da solo.

Immagine tratta dalla serie animata di Savage Dragon

Recentemente sei tornato su Spider-Man, ma non su una versione qualsiasi: Spider-Noir. Cosa ti ha spinto ad accettare questo progetto? Hai cambiato approccio nel lavorare su una versione ambientata negli anni ’30 rispetto allo Spider-Man classico su cui avevi lavorato in passato?

Erik Larsen  – Sembrava un’idea divertente. Mi piaceva che la lavagna fosse quasi vuota e che potessi contribuire a dare forma al suo mondo. Da un po’ parlavo con l’editor della possibilità di fare qualcosa, questa idea è venuta fuori e lui ha pensato che potessi essere una buona scelta. È un “animale” molto diverso sotto molti aspetti a causa dell’ambientazione. Abituarsi a come i personaggi possono e non possono parlare richiede un po’ di tempo, ma per fortuna sono un grande fan di diversi film e radiodrammi di quel periodo, e questo mi ha aiutato.

Abbiamo avuto l’opportunità di scambiare due parole con Andrea Broccardo, disegnatore di Spider-Noir sui tuoi testi, e si è detto entusiasta e onorato del lavoro insieme a te. Com’è stato concentrarti solo sulla scrittura e lasciare le matite a un altro (bravissimo) artista, forse per la prima volta nel tuo lavoro su Spider-Man?

Erik Larsen  – È stato molto divertente. Naturalmente nulla appare esattamente come lo immagino io, ma mi ha sorpreso più volte superando le mie aspettative. Era la sua prima volta a lavorare partendo da una trama e io ho imparato alcune cose lungo la strada, sotto questo aspetto. Nel complesso direi che è stata un’esperienza positiva.

Spider-Noir è una serie ancora inedita in Italia, ma parliamo di un personaggio che ha già avuto tre incarnazioni molto diverse tra loro. Che tipo di Spider-Noir dobbiamo aspettarci dalla versione di Erik Larsen?

Erik Larsen  – Ho riflettuto a lungo sull’approccio. Alla fine sono arrivato alla conclusione che, se l’editor avesse voluto ciò che era stato fatto in precedenza, avrebbe dovuto riprendere quei creatori. Se li avessi emulati, non avrebbe funzionato per nessuno.

Ho i miei punti di forza come scrittore e ho pensato fosse meglio fare leva su quelli. Volevo realizzare una versione che sembrasse più Peter Parker. Volevo fare qualcosa che ricordasse in una certa misura il personaggio del film. E volevo davvero fare qualcosa di nuovo. La precedente galleria di nemici di Spider-Man Noir era composta da reinterpretazioni noir dei classici villain di Spider-Man e il suo cast di supporto era formato da versioni reimmaginate del cast di supporto tradizionale. Io sono entrato con l’idea di dargli un cast di supporto tutto suo che andasse oltre il familiare e un set completamente nuovo di villain che fossero interamente suoi. Questo, e dato che è un detective—ho pensato che fosse una buona idea giocare con alcuni di quegli elementi.

Questa era l’ultima domanda. Ancora una volta, grazie a Erik Larsen per aver trovato il tempo di parlare con noi.


Erik Larsen: biografia

Erik Larsen nasce nel 1962 a Minneapolis (Minnesota) e fa il suo esordio giovanissimo disegnando alcune pubblicazioni per Marvel, Eclipse e DC Comics. Il suo stile dinamico lo rende immediatamente popolare tanto da fargli guadagnare, nel 1990, la promozione alla collana principale dell’Uomo Ragno, “The Amazing Spider-Man”, in sostituzione del grande Todd McFarlane.

Nel 1992 fonda, assieme allo stesso McFarlane e a Jim Lee, Rob Liefeld, Jim Valentino, Marc Silvestri, Whilce Portacio e Chris Claremont, l’etichetta indipendente Image Comics, lanciando il suo personaggio più famoso, “Savage Dragon”. Da allora, Larsen ha continuato a occuparsi della serie regolare del Dragone che ha raggiunto ad oggi il numero 279, in uscita a febbraio 2026, e che non intende fermarsi…

Animazione

Intervista a Bruno Bozzetto, regista e pioniere dell’animazione italiana

Abbiamo avuto l’immenso piacere di avere ai nostri microfoni uno dei più grandi esponenti dell’animazione del nostro paese: Bruno Bozzetto. Ecco l’intervista completa al regista che ha reso l’animazione italiana, parte del cinema

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Non capita tutti i giorni di intervistare un regista, così come non capita tutti i giorni di avere ai propri microfoni un vincitore del David di Donatello. Bruno Bozzetto è entrambe le cose.

Se l’animazione italiana ha compiuto un determinato percorso ed è diventata ciò che conosciamo oggi, gran parte del merito va al lavoro e alla carriera di Bruno Bozzetto. Potete quindi immaginare quanto sia importante e prestigioso per PopCorNerd avere avuto l’opportunità di ospitare una personalità di tale caratura.

Ascoltare i racconti e gli aneddoti del sig. Bozzetto, dagli esordi della sua carriera fino ai giorni nostri, è stato un viaggio affascinante.

Parliamo dell’uomo che ha contribuito a trasformare il cortometraggio animato in una vera forma d’arte in Italia, che ha portato l’animazione a intrecciarsi con la musica classica e con il cinema dal vivo. Un artigiano dell’animazione, un pioniere che ha perfezionato il linguaggio del disegno animato e lo ha elevato a forma cinematografica. Un autore che, attraverso il Signor Rossi, ha saputo raccontare e continua a raccontare con semplicità ed efficacia l’italiano medio.

Tutto questo è Bruno Bozzetto. E questa è l’intervista che ci ha concesso. Mettetevi comodi, perché state per intraprendere un viaggio attraverso la storia dell’animazione italiana. La storia di Bruno Bozzetto.


Bruno Bozzetto: una vita ad animare storie

In primis ringrazio il sig. Bruno Bozzetto. Per me e tutta PopCorNerd è un vero onore averla qui. Siamo una piccola realtà e poter ospitare uno dei più grandi animatori italiani è davvero un grande privilegio.

Bruno Bozzetto – Buongiorno a tutti.

Allora, io comincio subito con una precisazione: non mi sento un animatore. So animare, so muovere le cose, ma non sono mai stato e non sarò mai un animatore nel senso più completo del termine. Mi considero un regista, uno scrittore di soggetti e sceneggiature.

Gli animatori veri sono tantissimi e molto più bravi di me. Io animo in maniera funzionale: se devo far compiere un gesto a un personaggio, glielo faccio fare. Ma l’animazione è un’altra cosa. Animazione significa dare vita ai personaggi, renderli credibili. Questo, onestamente, lo faccio fare ad altri. Perciò quando mi definiscono un grande animatore rispondo sempre di no: non sono un animatore, sono un regista.

Vorrei cominciare… dal presente (o dal passato recentissimo, se vogliamo dirla tutta). Il 6 maggio scorso ha ricevuto, durante la cerimonia dei prestigiosi David di Donatello, un premio speciale per celebrare la sua incredibile carriera. Un premio sicuramente importante, ma non è il primo che Bruno Bozzetto riceve e (speriamo) non sia neanche l’ultimo. Che effetto le fa ricevere oggi, a questo punto della sua carriera, un premio così importante?

Bruno Bozzetto – Mi ha fatto molto piacere. Intanto perché il David di Donatello è oggettivamente un bellissimo premio e averlo tra le mani è già una soddisfazione rispetto alle tante targhe e ai tanti riconoscimenti ricevuti negli anni.

Ma soprattutto mi ha fatto piacere perché arriva dal mondo del cinema. Io ho ricevuto parecchi premi alla carriera… non so neanche più quanti. Però in genere arrivano dal mondo dell’animazione o da ambienti specifici che danno importanza a determinate cose.

Quando invece il riconoscimento arriva dal cinema, significa che viene riconosciuta la tua capacità di fare film. Ed è questo che interessa a me e credo a tutti i registi di animazione.

Noi siamo sempre stati un po’ relegati all’idea del cinema per bambini. Quando si parla di animazione, la gente pensa automaticamente a un film per bambini, e non è corretto.

Noi realizziamo film esattamente come un regista di cinema dal vero. Scriviamo il soggetto, la sceneggiatura, realizziamo lo storyboard, creiamo i personaggi. Sono aspetti che il regista tradizionale spesso non fa direttamente. Lui deve trovare gli attori che corrispondano alla sua idea. Per il resto, montaggio, musica, effetti, sono gli stessi strumenti.

Eppure, quando un film animato è finito, non viene definito commedia, film d’avventura, western o fantascienza. Viene definito semplicemente “film d’animazione”.

È come se, davanti a un film di Paolo Sorrentino, io scrivessi “film con attori”. È assurdo.

L’animazione è una tecnica, non un genere. Se faccio un western, ho fatto un western. Se faccio un giallo, ho fatto un giallo.

Per questo ricordo sempre con piacere Piero Angela. Lui era una persona intelligentissima. I nostri lavori non li definiva mai “film d’animazione”, ma li chiamava “film di divulgazione scientifica”. Se poi l’animazione aiutava a spiegare meglio i concetti, tanto meglio, ma il genere restava quello.

Ecco, questo David di Donatello ha in qualche modo consacrato l’idea che anche noi facciamo cinema. E per me questo è stato molto importante.

In foto: Bruno Bozzetto con il David di Donatello ricevuto come premio alla carriera

Prima ha citato Piero Angela, che è stata una figura importante per la sua carriera. Nel suo ultimo libro, Il Signor Bozzetto. Una vita animata, parla specificatamente di lui, ma anche di suo nonno e di suo padre, due persone che hanno avuto un ruolo altrettanto importante nella sua crescita professionale. Come hanno contribuito questi tre uomini alla formazione del Bruno Bozzetto regista?

Bruno Bozzetto – Mio nonno, pittore, mi ha formato inconsciamente, attraverso il DNA.

Fin da giovane mi sono ritrovato con una certa predisposizione al disegno; le proporzioni, i punti di fuga, tutto ciò che riguarda la rappresentazione grafica mi veniva naturale.

Non ho mai dovuto studiare particolarmente queste cose: se un disegno aveva qualcosa di sbagliato, lo vedevo subito.

Questo lo devo a lui, anche se purtroppo l’ho frequentato poco perché è morto quando ero ancora giovane.

Ricordo però l’impressione che mi faceva vederlo dipingere affreschi enormi, di due, tre o quattro metri. Per me era qualcosa di magico.

Lui aveva uno stile realistico, completamente diverso dal mio. Era un pittore vero e proprio. Ha realizzato affreschi in molte chiese, ha lavorato anche per La Scala e ha eseguito opere molto importanti. Poteva dipingere enormi scene di battaglia con decine di cavalieri.

Il suo lavoro era lontanissimo da quello che ho fatto io. Però mi ha trasmesso la passione e soprattutto quella capacità istintiva di riconoscere ciò che funziona e ciò che non funziona in un disegno.

Io poi ho scelto una strada completamente diversa: semplice, caricaturale, ironica. Ma la facilità nell’affrontare il disegno la devo sicuramente a lui.

In foto: un giovane Bruno Bozzetto

E invece suo padre Umberto?

Bruno Bozzetto – Mio padre è stato una figura fondamentale nella mia vita.

Mi ha sostenuto e aiutato in tutti i modi possibili. Quando ho iniziato, alla fine degli anni Cinquanta, l’unico vero concorrente era Walt Disney. Pensare di poter fare un lavoro del genere in Italia era quasi impensabile.

Io stesso non avevo mai immaginato di trasformarlo in una professione: era semplicemente un hobby.

La cosa più importante è che lui mi aiutò nella parte tecnica. Il cinema d’animazione è composto da due aspetti distinti: quello artistico e quello tecnico.

La parte tecnica è molto complessa. Non basta prendere una macchina da presa e filmare. Bisogna fotografare i disegni uno per uno, avere luci adeguate, filtri per evitare riflessi, meccanismi che consentano alla macchina di avanzare e arretrare.

E poi c’era tutta la tecnica della realizzazione. Disegnare su un foglio è una cosa, realizzare centinaia di fogli perforati con precisione è un’altra.

Chi costruiva i registri metallici? Chi preparava i materiali? Non esisteva nulla.

Io avevo imparato la teoria da un libro, ma fu mio padre a costruire concretamente tutto quello che serviva. Mi aiutò a reperire fogli trasparenti, colori e strumenti che in Italia erano praticamente sconosciuti. Era un piccolo genio della tecnica. Avere un supporto del genere è stato fondamentale.

Tra l’altro ho scoperto che nel mondo dell’animazione quasi tutti i grandi lavoravano in coppia. Walt Disney aveva suo fratello che si occupava della parte commerciale e organizzativa. Molti altri autori erano affiancati da una seconda figura complementare.

Io ho avuto mio padre, si chiamava Umberto Bozzetto ed è stato una persona fondamentale: il mio primo collaboratore, il mio primo sostenitore e probabilmente anche il mio primo tifoso.

Mi ha aiutato anche nella parte commerciale, nel trovare persone e opportunità. È stato davvero un partner eccezionale.

Uno dei disegni animati realizzati da Bruno Bozzetto e tratti da Quark

Quark e Carosello sono i programmi televisivi dove lei è stato protagonista. Ci può raccontare qualche aneddoto particolare o curioso legato a questi due programmi che hanno segnato la storia della televisione italiana?

Bruno Bozzetto – Carosello è stato fondamentale perché mi ha permesso di aprire lo studio. Grazie ai primi guadagni ho potuto assumere collaboratori e costruire una vera struttura professionale.

Ma non solo; in seguito è stato proprio Carosello a finanziare i cortometraggi e i lungometraggi. I soldi che guadagnavo li reinvestivo nei progetti in cui credevo. Non mi sono costruito una piscina personale, per intenderci: ho fatto dei film.

Carosello è stata anche una grande scuola. Mi ha insegnato a rispettare le consegne, i tempi stretti e soprattutto una serie di regole molto rigide.

Esisteva una censura severissima all’epoca. Non si potevano usare determinate parole. Ad esempio non si poteva dire “olio vergine“, bisognava dire “puro olio d’oliva“. La parola “vergine” era vietata. Erano cose assurde e oggi fanno sorridere, ma all’epoca bisognava attenersi alle regole.

Per quanto riguarda Quark, invece, la collaborazione con Piero Angela nacque in modo molto semplice.

Io leggevo i suoi libri, che continuo a considerare straordinari, perché erano scritti in maniera chiara, accessibile e pieni di esempi visivi.

Avendo, io, una grande capacità di visualizzazione, mentre leggevo, vedevo già un film nella mia testa. Così gli scrissi una lettera dicendogli:

“Caro dottor Piero Angela, leggendo i suoi libri vedo dei film. Perché non realizzare un’animazione basata su quello che scrive?”

Lui già mi conosceva, aveva visto Allegro non troppo e mi stimava. Mi rispose che l’idea gli piaceva molto, ma che produrre un film tratto da un libro era economicamente rischioso. Aggiunse però che, alla prima occasione, ci saremmo risentiti.

Dopo alcuni mesi mi telefonò. Mi disse: “Mi hanno affidato una nuova trasmissione Rai che si chiamerà Quark. Vorrei inserire in ogni puntata un breve filmato di divulgazione scientifica e vorrei realizzarlo con i disegni animati.”

Mi indicò un articolo uscito quel giorno su La Repubblica e mi chiese di trasformarlo in uno storyboard. Lo preparai, glielo mandai e lui mi rispose: “Perfetto. Andiamo avanti.”

E da lì è iniziata la nostra collaborazione.

Abbiamo realizzato circa sessanta filmati da otto o dieci minuti e una quarantina di contributi più brevi per Miniquark.

Abbiamo lavorato insieme per dieci anni senza avere mai un problema, una discussione o uno screzio. Lavorare con lui era un piacere, anzi: non sembrava nemmeno lavoro.

Immagine tratta da Quark, realizzata dallo studio Bozzetto

Passiamo ora a una delle sue creazioni più celebri: il Signor Rossi. Come è nata la creatura probabilmente più importante della sua carriera, simbolo dell’italiano medio?

Bruno Bozzetto – Nasce da una vendetta personale.

Ero molto giovane, avevo circa diciannove anni. Avevo realizzato il mio primo film, Tapum! La storia delle armi, e successivamente un secondo lavoro dedicato alla storia delle invenzioni, realizzato in coproduzione con John Halas, autore del celebre adattamento animato de La fattoria degli animali di Orwell.

Non è un film straordinario e con Halas avevo avuto alcune divergenze creative: io avrei voluto un approccio più forte e personale, mentre lui preferiva un’impostazione più didattica.

Comunque ero molto giovane e stavo realizzando qualcosa che in quel periodo praticamente nessuno faceva.

Decisi di mandare il film a un festival che si teneva a Bergamo, città alla quale sono sempre stato molto legato. Il film, però, non venne accettato e la cosa mi sembrò davvero ingiusta.

Primo: ero uno dei pochissimi italiani che realizzavano animazione. Secondo: ero di Bergamo. Terzo: andai a vedere il festival e trovai film che, francamente, ritenevo molto peggiori del mio.

Mi sembrò una bocciatura incomprensibile.

Lei in precedenza aveva già partecipato al Festival di Cannes con un altro film, se non sbaglio.

Bruno Bozzetto – Sì, con Tapum! La storia delle armi.

Però bisogna ricordare che all’epoca non c’era l’attenzione mediatica di oggi. Oggi basta sollevare un bicchiere e finisci sui giornali. Allora non era così.

Comunque quella bocciatura mi diede molto fastidio e decisi di raccontare la vicenda in modo ironico, inventando un personaggio che chiamai Signor Rossi.

Nel film cerca di realizzare un’opera, la presenta a un festival, viene respinto e allora, per rabbia, rovina la pellicola, la sporca e la getta all’interno del palazzo della manifestazione. E proprio quella pellicola vince l’Oscar.

Era una storia chiaramente autobiografica, ma la cosa divertente è che, senza accorgermene, avevo disegnato il direttore del festival di Bergamo.

Non l’ho fatto apposta: me ne sono reso conto solo dopo, ma era identico: basso, pelato, con i baffetti. Non ci fu alcuna cattiveria, ma fu una coincidenza assolutamente inconscia.

Lui se ne accorse?

Bruno Bozzetto – Non gliel’ho mai detto. Era una persona molto conosciuta e rispettata a Bergamo, impegnata nell’organizzazione di mostre, eventi e festival. Solo dopo la sua morte ho iniziato a raccontare questo episodio. Ripeto: non c’era nessuna intenzione polemica.

Da quel primo film nacque poi tutto il resto.

L’anno successivo volevo raccontare la storia di un uomo comune che va a sciare. Poi mi venne in mente quello che va al mare. Poi quello che va in campeggio.

Avrei potuto inventare ogni volta un personaggio diverso, ma mi resi conto che avevo già il Signor Rossi. Piaceva al pubblico, era simpatico e ormai sapevamo come animarlo, così continuai a usarlo.

In pratica nacque una delle prime vere serie animate italiane: otto film con lo stesso protagonista. Ed è proprio questo che rese il Signor Rossi così popolare.

E c’è anche un bell’aneddoto che coinvolge suo padre Umberto e il “salvataggio” del Signor Rossi.

Bruno Bozzetto – Sì, ed è una storia incredibile.

Per poter essere distribuiti nei cinema, questi cortometraggi dovevano partecipare a un concorso ministeriale. Era necessario presentare documentazione, soggetti e pratiche burocratiche per ottenere il cosiddetto “premio di qualità”.

Conobbi una società romana specializzata in questo tipo di procedure. Loro si occupavano di tutta la parte burocratica mentre io mi sarei occupato di realizzare il film. Sembrava una soluzione comoda.

Dopo un po’, però, mio padre mi fece notare una cosa e mi disse:

“Bruno, se sono loro a presentare tutta la documentazione ufficiale, sulla carta il Signor Rossi appartiene a loro.”

Io rimasi sconvolto. Avevo creato il personaggio, scritto la storia, investito i soldi, prodotto e disegnato tutto, eppure rischiavo di non esserne il proprietario. Mi sembrava una follia.

Fu mio padre a convincermi ad andare a Roma per chiarire la situazione. All’inizio non volevo nemmeno crederci, ma alla fine ci andai e riuscimmo a risolvere il problema e meno male. Ancora oggi mi sembra assurdo pensare che qualcuno, senza aver contribuito creativamente, potesse diventare proprietario di un personaggio. Ma la burocrazia funziona così.

Quindi suo padre ha salvato il Signor Rossi, ma anche lei.

Bruno Bozzetto – Esattamente, ma direi soprattutto il Signor Rossi.

A proposito del Signor Rossi, il personaggio ha avuto anche una vita a fumetti sulle pagine del Corriere dei Piccoli. Fare un fumetto e fare un film sono due cose molto diverse e quindi volevo chiederle come si è trovato nel creare un fumetto? Quali differenze ha riscontrato rispetto alla realizzazione di un film d’animazione?

Bruno Bozzetto – Allora, i fumetti del Corriere dei Piccoli non li ho fatti direttamente io, ma li ha realizzati il mio studio, perché era una cosa abbastanza meccanica. Li ho seguiti poco.

Ho invece realizzato un libro che si chiamava Il Signor Rossi e le donne, che è interamente a fumetti e in cui ho utilizzato il Signor Rossi come personaggio fumettistico.

La differenza sostanziale è che fare un fumetto è molto più semplice. Per fare un film devo coinvolgere sei, sette, otto, dieci persone; il fumetto invece posso realizzarlo interamente da me. Posso modificarlo in corsa, cambiare ciò che mi viene in mente, correggere e sperimentare continuamente.

È anche più divertente, devo dire, perché molte idee nascono all’ultimo momento. L’ho trovato molto simpatico come mezzo espressivo.

Non sono particolarmente appassionato di fumetti, nel senso che, avendo fatto film per tutta la vita, un film con dialoghi, musica e rumori mi offre molto di più. C’è un ritmo narrativo che trovo più stimolante.

Però devo dire che ultimamente faccio più fumetti che film. Faccio vignette, disegni, cose di questo genere. Ed è chiaramente una specie di gioco: ci si mette lì, ci si diverte, si prova.

Oggi poi, con la tavoletta grafica, è meraviglioso. Uno può fare una cosa, poi cambiarla, cancellarla, rifarla dieci volte, fare esperimenti. È molto bello.

La cosa fondamentale, sia nel fumetto sia nel cinema, però, è l’idea. Più ancora del disegno.

Ecco perché prima dicevo che mi considero soprattutto un regista o un soggettista. Senza un soggetto non nasce nulla di particolarmente interessante.

Possono nascere dei disegni meravigliosi, certo, ma io sono meno interessato al disegno in sé. Non sono un pittore. Io voglio comunicare.

Quello che mi interessa è la storia, ciò che ho da dire. Se non ho un’idea per il fumetto e se non ho un’idea per il film, non faccio niente. Rimango praticamente fermo, immobile.

Sono completamente d’accordo con lei. Alla storia ci si può appassionare, ci si può affezionare. Del disegno si può dire “che bello” e finisce lì, senza nulla togliere al lavoro degli artisti. Almeno dal punto di vista emotivo.

Bruno Bozzetto – Secondo me il discorso va impostato così: io considero il cinema e il fumetto dei mezzi di comunicazione.

Se ho un microfono davanti ma non ho niente da dire, non comunico nulla. Posso usare parole bellissime, fare discorsi eleganti, ma non comunico niente.

Allora posso anche fare una mostra grafica, mostrare disegni meravigliosi in un palazzo o in una galleria.

Nel momento in cui utilizzo il dialogo, la musica, i rumori, lo faccio per comunicare un concetto. Senza concetti non nasce nulla. Questo è sempre stato il mio punto di vista e l’ho mantenuto fin dal primo film.

Bruno Bozzetto con in braccio una riproduzione della sua creatura più importante: il Signor Rossi

Sono assolutamente d’accordo. Senta, recentemente è stata annunciata una nuova serie animata dedicata al Signor Rossi che arriverà su RaiPlay e Rai Gulp. Come dicevamo prima, il Signor Rossi rappresentava l’italiano medio degli anni in cui è stato creato. Nel 2026 è ancora lo stesso personaggio oppure è diventato un Signor Rossi più moderno, che deve confrontarsi con una società completamente diversa da quella delle sue origini?

Bruno Bozzetto – Io considero il Signor Rossi come l’uomo medio.

L’uomo medio esiste ed esisterà sempre, perché tutti noi siamo uomini medi e ogni giorno abbiamo a che fare con problemi nuovi e situazioni nuove.

L’aspetto estetico del personaggio è una cosa. Il contenuto è sempre nuovo.

Prendiamo I Simpson, la serie animata più longeva mai realizzata. Perché funziona da così tanto tempo? Perché parla di persone normali che ogni giorno hanno problemi con il vicino, con la scuola, con le vacanze. Sono situazioni universali.

Io mi metto nei panni dell’uomo medio e vedo che oggi ho molti problemi con la tecnologia moderna. Alcuni riesco a risolverli, altri no.

Come il Signor Rossi, affronto tutto con entusiasmo, ma spesso vado a sbattere contro un muro.

Mi accorgo che la domotica può essere meravigliosa, ma può anche fare brutti scherzi. Mi accorgo che l’automazione può essere utilissima, ma a volte complica le cose. Queste situazioni mi sembrano divertenti da raccontare.

Perciò ho fatto lo stesso ragionamento che feci cinquant’anni fa e mi sono detto: perché creare un personaggio nuovo? Il Signor Rossi è l’uomo medio e posso metterlo ovunque.

Gli cambierò l’abbigliamento, magari gli metterò gli occhiali o un cappellino diverso, ma resta l’uomo che si alza al mattino e scopre che Siri non risponde più, oppure che il navigatore lo porta in mezzo ai campi invece che a destinazione. Sono situazioni in cui tutti possiamo riconoscerci.

Ovviamente, dovendo realizzare cinquanta episodi, i soggetti diventano molto diversi tra loro. Si inventano situazioni nuove, magari anche un po’ più forzate. L’idea di base, però, è questa.

Ci tengo a precisare che questa serie è seguita soprattutto da mio figlio Andrea. Io faccio un po’ il papà che conosce il Signor Rossi e supervisiona il lavoro.

Ma è lui che sta cercando gli sceneggiatori, sviluppando i soggetti e seguendo concretamente la produzione. La serie è già entrata nelle prime fasi di lavorazione e sarà piuttosto lunga, perché gli episodi sono molti, cinquanta o cinquantuno, non ricordo con precisione.

Se avessi dovuto realizzarli tutti personalmente ci avrei lasciato le penne, perché è un lavoro enorme.

A un certo punto ci si ritrova con quindici episodi in lavorazione contemporaneamente, che si intrecciano tra loro. È davvero un lavoro molto complesso da seguire.

Il ritorno del Sig. Rossi, in arrivo prossimamente con una nuova serie animata

Passando a uno dei suoi lungometraggi cult, Allegro non troppo quest’anno compie 50 anni. È il lavoro che hai realizzato che reputa personalmente il migliore? Quello di cui va più orgoglioso?

Bruno Bozzetto – Direi di sì, anche perché ho avuto dei collaboratori e degli animatori di altissimo livello.

Ho avuto Giovanni Ferrari e Walter Cavazzuti, che hanno realizzato l’animazione del Bolero, quella dell’Ape di Vivaldi e anche l’episodio dell’Uccello di fuoco. Non posso non citare, poi, Giuseppe Laganà, direttore artistico del Bolero e del Preludio al pomeriggio di un fauno e Maurizio Nichetti, che fu molto importante nelle riprese dal vero.

Insomma, ho avuto degli animatori che erano veramente al top e questo ha dato un valore enorme all’estetica del film.

Il gatto sul Valzer triste di Jean Sibelius, per esempio, è stato animato da Giovanni Ferrari.

Il gatto dell’episodio Valzer triste

Però vorrei fare una precisazione; più che i lungometraggi, io adoro i cortometraggi, perché mi permettono di raccontare storie molto ricche in pochi minuti, di cambiare stile, di essere più graffiante e, se vogliamo, anche più cattivo.

Vorrei chiarire che Allegro non troppo non è propriamente un lungometraggio: è un insieme di cortometraggi. Ed è proprio nei cortometraggi che mi ritrovo meglio.

I film che amo di più, come La vita in scatola, Cavallette o Mister Tao, sono film di pochi minuti.

Con Allegro non troppo mi sono ritrovato ad avere un modo di espressione che sentivo molto mio.

Ho avuto delle musiche meravigliose che amavo profondamente e sono riuscito a realizzare un lungometraggio fatto di cortometraggi. Quindi ho raggiunto molti degli obiettivi che mi ero prefissato. Sicuramente è il film a cui sono più affezionato.

Anche se, dal punto di vista emotivo e sentimentale, quello che porto più nel cuore è West and Soda. Lo abbiamo realizzato quando eravamo giovani.

Eravamo un po’ pazzi, non sapevamo esattamente cosa stessimo facendo, non avevamo mai realizzato un lungometraggio e c’era una carica, un entusiasmo molto forti.

Quindi quello è il film che tengo più nel cuore. Però il film più bello resta Allegro non troppo.

Dovesse fare oggi Allegro non troppo o un suo potenziale secondo capitolo, c’è qualcosa che cambierebbe? Con le nuove tecnologie, rispetto all’epoca, (e specifico che non mi riferisco all’I.A.!), sperimenterebbe qualcosa di nuovo, utilizzando magari anche solo un genere musicale diverso rispetto alla musica classica o lo ritiene perfetto così?

Bruno Bozzetto – Due anni fa ho realizzato un altro film che, tra me e me, ho definito Allegretto non troppo. [risata n.d.r.]

Il titolo vero era Sapiens?, con il punto interrogativo [corto realizzato nel 2024 n.d.r.].  È composto da tre brani di musica classica e, tutto sommato, rappresenta una continuazione di Allegro non troppo. Ho visto che, sostanzialmente, non ho cambiato molto.

L’unica novità importante è stata un episodio basato sul Notturno di Chopin, che ho fatto realizzare in 3D da Adriano Marigo. Ho quindi sperimentato una tecnologia che mi affascinava molto.

La storia è quella di un ragnetto, molto stilizzato, che cade in un lavandino e non riesce più a uscirne. Da questa situazione nascono una serie di momenti divertenti. È un film in difesa degli insetti, che io tendo sempre a difendere, così come con qualunque animale.

Il primo episodio, basato su un brano di Giuseppe Verdi, parla della guerra e ne mostra la stupidità e l’inutilità. Il terzo episodio, costruito sul Coriolano di Beethoven, racconta la distruzione degli animali da parte dell’uomo, fin dalla comparsa dell’essere umano sulla Terra.

È quindi un episodio chiaramente ecologista e in difesa degli animali. In sostanza non ho cambiato molto.

Ho sperimentato il 3D, ma mi sono trovato bene seguendo le stesse orme di Allegro non troppo.

Per me il risultato perfetto non dipende necessariamente dalla musica classica, perché potrebbe essere anche musica moderna, ma quello che mi interessa è far combaciare perfettamente la musica con un’idea che ho in testa.

Quando questa fusione funziona, per me si raggiunge la perfezione.

Ci sono riuscito con Allegro non troppo e anche con Sapiens?, perché i film che avevo immaginato sono usciti esattamente come li avevo pensati. Potrei farne un altro anche utilizzando musica moderna. Non avrei alcun problema. Devo soltanto trovare l’idea giusta e verificare che funzioni davvero.

Le faccio una domanda legata proprio a questo. Quando ha realizzato Allegro non troppo, ascoltava la musica e immaginava le scene, oppure aveva già le immagini in testa e poi le collegava alla musica?

Bruno Bozzetto – Ascoltavo la musica. La ascoltavo dieci, venti, trenta, quaranta volte, piano piano cercavo un’idea e, poco alla volta, costruivo il racconto. Era un lavoro molto difficile.

Se si vuole mantenere una sincronizzazione corretta, bisogna percepire il mood della musica e adattare la storia a quel mood, a quei suoni.

Bisogna creare qualcosa che si avvicini il più possibile allo spirito della musica, senza però tradire la storia. Perché la storia, a un certo punto, prende una sua direzione e pretende di seguirla.

Ha una struttura drammaturgica che va rispettata. Non posso far uscire tre personaggi da una porta e, nella scena successiva, ritrovarli improvvisamente in mezzo al mare senza alcuna logica. Tutto deve avere coerenza, e questa coerenza deve convivere con la musica.

Per questo è un lavoro molto complesso e molto difficile, ma anche estremamente stimolante e bellissimo.

Immagine tratta da ‘Sapiens?’

C’è un progetto che reputa il più complesso, il più stressante, il più complicato? Quello che le ha fatto passare la maggior parte delle notti insonni tra tutti quelli che ha realizzato?

Bruno Bozzetto – Ce n’è uno, ma non è un cortometraggio e non è nemmeno un film d’animazione: è Sotto il ristorante cinese [film del 1987 n.d.r.]

Lì ho perso davvero il sonno, perché mi sono trovato ad affrontare un lavoro che non era il mio. Ma ho avuto anche parecchia sfortuna: quando mi serviva il sole pioveva, quando mi serviva la pioggia c’era il sole.

E poi era la prima volta che lavoravo con attori, fotografi e con tutto il mondo del cinema dal vero.

Ho scoperto che un lavoro del genere significa affrontare, dalla mattina alle sette fino alla sera, un imprevisto dietro l’altro. E io non ero abituato.

Nel cinema d’animazione lavoriamo con molta più tranquillità. Abbiamo il nostro tavolo, riflettiamo, ci fermiamo a bere un bicchiere d’acqua e poi torniamo a lavorare. Nel cinema dal vero non è così.

Si arriva sul set, si monta tutto e magari si scopre che il luogo che si doveva filmare è stato rovinato durante la notte.

Oppure arriva un’attrice con un forte mal di testa e non se la sente di recitare. Insomma, gli imprevisti sono continui. Lì ho veramente perso il sonno.

Mi sono divertito perché mi piace fare cinema con gli attori e con la macchina da presa, ma mi sono reso conto che è un lavoro molto difficile.

Sicuramente molto lontano dallo spirito di chi è abituato a realizzare film d’animazione con più calma e con tempi più lunghi.

Foto tratta dalla pellicola ‘Sotto il ristorante cinese’

Le chiedo di raccontarci, per l’ennesima volta, quello che è uno dei suoi racconti più interessanti, ovvero la sua personale notte degli Oscar del 1991. So che ha avuto modo di conoscere Kim Basinger, ma quello è solo uno dei tanti aneddoti legati a quell’esperienza.

Bruno Bozzetto – Non è vero che l’ho conosciuta, ma è stato Simone Tempia, nel libro a ricamarci sopra parecchio. [Il libro si intitolaIl signor Bozzetto – Una vita animata’ n.d.r.]

Io ho semplicemente detto che non l’avevo mai ritenuta particolarmente bella per i miei gusti e che, quando l’ho vista di persona, mi sono ricreduto perché è bellissima. Ho detto solo questo. Lui ci ha ricamato molto sopra. L’ho anche sgridato. [risata n.d.r.]

La notte degli Oscar è stata divertente soprattutto per l’arrivo davanti al cinema.

Il produttore-distributore di Cavallette che si chiamava Spike [della società “Spike & Mike”, molto famosa all’epoca nell’ambito dell’animazione n.d.r.] ha portato me, Nick Park, che era l’altro candidato agli Oscar, l’autore di Wallace & Gromit, e Roberto Frattini, il compositore delle musiche dei miei film, che era con me a Hollywood.

Ci ha accompagnati alla cerimonia su una Cadillac scoperta. Lui era vestito da pirata, con tanto di cappello da pirata. Una cosa completamente folle. Sembrava di andare a una festa di Carnevale.

Ci ha scaricati davanti all’ingresso in queste condizioni e credo che abbiano avuto una certa sorpresa nel vederci arrivare così. Però è stato molto divertente. Mi ha colpito soprattutto l’organizzazione, che era pazzesca.

C’è un episodio che racconto sempre perché è molto divertente.

Ero seduto vicino a Nick Park e a Roberto Frattini. A un certo punto, durante una pausa, Roberto si è alzato per andare in bagno. Immediatamente è arrivata una splendida bionda molto scollata che si è seduta accanto a me.

Successivamente abbiamo scoperto che tutti questi giovani, uomini e donne molto belli, erano stati preparati per riempire eventuali posti vuoti. Non volevano che le telecamere inquadrassero sedie libere.

Quindi c’erano ragazzi e ragazze pronti a intervenire: appena qualcuno si alzava, uno di loro prendeva immediatamente il suo posto. Questo dà l’idea del livello di organizzazione.

Però appena Roberto è tornato, la ragazza si è alzata immediatamente. Erano tutti perfettamente coordinati.

Immagine tratta da ‘Cavallette’, opera animata che ha portato alla candidatura all’Oscar 1991 Bruno Bozzetto

Il panorama dell’animazione si è evoluto tantissimo negli ultimi anni, con un’internazionalizzazione e una contaminazione degli stili e delle culture. È molto più facile vedere opere animate di altri Paesi anche al cinema, che fino a qualche anno fa non sarebbero mai arrivate. E di conseguenza c’è anche una maggiore contaminazione di stili. Riguardo proprio al concetto di contaminazione ed evoluzione, l’Italia a che punto è in questo momento e cosa può trarre dalle altre culture dell’animazione?

Bruno Bozzetto – Può imparare moltissimo. Le contaminazioni sono sempre positive.

Poi dipende dalla storia che si vuole raccontare. Nessuno copia davvero un altro autore, però può essere influenzato.

Una cosa che ho notato è che, ultimamente, molti ragazzi che vengono a mostrarmi i loro lavori presentano disegni chiaramente influenzati dal Giappone. Direi che il novanta per cento porta disegni di quel tipo. Secondo me questo è un po’ eccessivo, però è inevitabile che, vedendo così tanto materiale, certe influenze entrino nel proprio modo di disegnare.

Io torno sempre al discorso della storia: prima si pensa alla storia e poi si decide quale sia la strada migliore da seguire per raccontarla.

A Napoli, per esempio, c’è la Mad Entertainment, che ha realizzato film con uno stile diverso, più legato al personaggio realistico. Sono tutti cambiamenti positivi, perché aprono nuove strade e nuove esperienze.

Alla fine, però, tutto ricade sempre sulla storia; se il racconto è interessante, funziona indipendentemente dallo stile utilizzato.

Potrei usare anche uno stile vecchio e ottenere successo, se la storia è buona. Viceversa, se la storia è debole, non funziona nemmeno con lo stile più moderno.

Credo che questo sia un momento molto interessante, perché arrivano tante idee nuove, tanti stimoli e tante strade diverse da esplorare. Per me va benissimo. Penso che sia utile per tutti vedere il maggior numero possibile di film e lasciarsi contaminare il più possibile. In questo modo si cresce, si cambia e si aprono nuovi orizzonti.

Siamo arrivati all’ultima domanda, che ci tengo particolarmente a farle. Lei è un amante delle barzellette, ma dice di non essere bravo a raccontarle. Ecco… c’è o c’è stata una persona nella sua vita che reputa la migliore nel raccontarle a lei agli amici o al pubblico?

Bruno Bozzetto – Sì, c’è una persona e la sua storia è anche molto interessante.

Questa persona è capace di raccontarne trenta di seguito ed è un genio nel far ridere tutti. Si tratta di Roberto Frattini, il compositore delle musiche dei miei ultimi film.

Roberto oltre a essere un bravissimo compositore e direttore d’orchestra, è simpaticissimo e possiede un umorismo straordinario. Io mi sono detto che era la persona ideale per fare la musica dei miei film.

Ho sempre basato moltissime situazioni e moltissimi film sull’umorismo. Perciò ho pensato: se trovo qualcuno che è un bravo compositore e che in più ha il senso dell’umorismo, allora ho trovato il massimo. Infatti ci ho azzeccato, perché lui ha realizzato alcune delle più belle colonne sonore dei miei film.

Ma la cosa interessante è che riesce a mantenere anche nella musica quelle pause, quei tempi e quei momenti che rendono una situazione divertente. A un certo punto gli ho addirittura chiesto, come favore, di realizzare anche gli effetti sonori, perché l’effetto sonoro fa parte della musica. Diventa un ritmo narrativo, musicale e sonoro.

E lui, con il suo spirito, ha creato rumori eccezionali, persino utilizzando la propria voce e devo dire che, grazie al suo umorismo, ha realizzato alcune tra le colonne sonore più belle che io abbia avuto.

Quindi sì, ce l’ho una persona che ammiro particolarmente: Roberto Frattini.

In foto da sinistra: Roberto Frattini, Bruno Bozzetto e Silvio Orlando

Sulle barzellette, prima di chiudere, le racconto un episodio, che forse può interessare anche lei: ha mai conosciuto qualcuno che abbia inventato una barzelletta?

Effettivamente no.

Bruno Bozzetto – Tutti dicono sempre: “Ti racconto una barzelletta che ho sentito”.

Esiste una teoria affascinante secondo la quale le barzellette ci arrivano dagli extraterrestri, che vogliono controllare il senso dell’umorismo dell’umanità. Quando noi non rideremo più alle barzellette, ci elimineranno tutti. [risata n.d.r.]

Effettivamente è una teoria bellissima. Speriamo allora che continuino a esistere barzellette ancora per molto tempo e se nei prossimi anni dovesse arrivare un’invasione aliena, sapremo che è perché nessuno ride più.

Bruno Bozzetto – Anche perché io dico sempre che l’umorismo è una forma di civiltà.

Un popolo che non ha umorismo è un popolo pericolosissimo, perché prende tutto troppo seriamente. Nel momento in cui le cose si mettono davvero male, bisogna sempre conservare un po’ di leggerezza.

L’altro giorno eravamo a Bergamo ed è venuto al nostro festival Lillo. È fantastico dal punto di vista dell’umorismo.

Parlavamo proprio di questo argomento e lui diceva: “Anche nelle situazioni più drammatiche riesco a ridere. Non riesco ad arrabbiarmi“. Ecco, io credo che questo sia un modo per smussare gli angoli e accettare tante cose.

La ringrazio davvero tantissimo per il suo prezioso tempo. Ero anche un po’ emozionato, quindi mi perdoni se magari ho detto qualche strafalcione.

Bruno Bozzetto – Ma no, assolutamente. Grazie molte e buona serata.


Bruno Bozzetto – Biografia

Bruno Bozzetto (Milano, 1938) è uno dei più importanti autori e registi dell’animazione italiana, nonché una figura fondamentale nella storia del cinema d’animazione europeo. Creatore dell’indimenticabile Signor Rossi, simbolo dell’italiano medio alle prese con le contraddizioni della società contemporanea, nel corso della sua carriera ha realizzato lungometraggi diventati cult come West and Soda, Vip – Mio fratello superuomo e Allegro non troppo, considerato uno dei capolavori dell’animazione mondiale.

Attivo dagli anni Cinquanta, Bozzetto ha saputo coniugare satira, innovazione tecnica e sensibilità artistica, collaborando anche con Piero Angela per i celebri filmati divulgativi di Quark. Nel 1991 è stato candidato al Premio Oscar per il cortometraggio Cavallette e, nel corso della sua carriera, ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui l’Orso d’Oro al Festival di Berlino e due David di Donatello Speciali, l’ultimo nel 2026.

Ancora oggi continua a raccontare con ironia e intelligenza i vizi, le virtù e le trasformazioni della società contemporanea, confermandosi uno dei più autorevoli e amati maestri dell’animazione italiana.

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Fumetti italiani

Intervista a Dado, autore di Dragon Village nel segno del fantasy, cibo e… Toriyama

Su PopCorNerd ospite Dado, autore e co-fondatore di Gigaciao, con cui al Comicon di Napoli abbiamo parlato della nuova edizione di Dragon Village, la sua opera che unisce un’ambientazione da Trono di Spade alla comicità tipica dei manga di Toriyama (oltre che al cibo!)

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Si può unire il genere fantasy al cibo e creare un fumetto? La risposta è all’interno di Dragon Village, l’opera edita da Gigaciao di Dado, tra i fondatori della casa editrice, nonché direttore editoriale e amministratore unico, che è riuscito a trovare il tempo di tornare a fare ‘anche’ l’autore di fumetti.

In Dragon Village Dado unisce quali ingredienti proprio il fantasy, un padre cuoco e una figlia peperina decisamente forzuta, alcuni personaggi dalle caratteristiche e dai nomi strambi e un ‘Villaggio di Draghi’ (anche se di draghi non vi è l’ombra!).

In occasione del Comicon di Napoli abbiamo avuto l’opportunità di scambiare quattro chiacchiere con Dado sulla nuova edizione della sua opera nata sulle pagine di Scottecs Gigazine, e ora finalmente in volume.

E tra le fonti di ispirazione c’è un noto sensei che ha formato l’immaginario di milioni di persone grazie alle sue opere: Akira Toriyama. Per quale motivo? Non vi resta che leggere l’intervista che segue…


Dado su PopCorNerd!

Grazie mille Dado di essere con noi su PopCornerd. Partiamo con il parlare di Dragon Village: è un fantasy a tutti gli effetti. Ci racconti un po’ come è nato questo grande progetto?

Dado – Sì, nasce letteralmente perché serviva una storia a capitoli per la rivista Scottecs Gigazine, che è stata la nostra prima uscita editoriale come Gigaciao. Servivano circa 14 pagine all’interno della rivista da riempire ogni mese, quindi volevo pensare qualcosa che fosse adattabile a capitoli e che poi potesse essere raccolto anche in una storia unica. È una delle poche storie che poi ha anche una trama orizzontale.

Avevo diverse idee in testa ed essendo anche un giocatore di ruolo da tanti anni, soprattutto di D&D, avevo già tanto immaginario fantasy. Ho tirato fuori un po’ di roba per capire cosa potesse divertirmi a raccontare.

Perché, avendo anche poco tempo e dovendo gestire tutta la parte editoriale come direttore editoriale di Gigaciao, se devo fare una cosa voglio almeno che sia quella che mi diverte di più.

Quali sono state le opere (letterarie, cinematografiche, fumetti) da cui hai tratto spunto per Dragon Village?

Dado – Dragon Village pesca dal lato fantasy classico: mostri, terre selvagge, ambiente medievale con magia. Ho cercato di interpretare alcuni stilemi e archetipi aggiungendo qualcosa di mio.

Per quanto riguarda lo stile di disegno e di racconto, mi sono ispirato a vari fumetti che mi hanno formato. In primis, sfogliandolo si vede molto di Dr. Slump & Arale: c’è quella dinamica umoristica del papà con la bambina dotata di superpoteri che devono rimanere nascosti.

Poi anche Dragon Ball, soprattutto la prima parte con Goku bambino, che è una delle mie preferite, dove c’era ancora molto l’umorismo tipico di Toriyama.

Ci sono poi influenze occidentali: fumetto francese, italiano e americano. Ho fatto la Scuola del Fumetto, quindi mi hanno aperto a quel mondo. Io sono cresciuto coi manga, poi ho avuto una fase in cui non li leggevo più e ho scoperto altro. Questo mi ha aperto la mente, e oggi mescolo tutto: influenze occidentali e cose che mi piacciono dei manga. Ne è venuto fuori uno stile che è un mix tra i due mondi e che mi diverte fare.

Hai citato Toriyama, ed era proprio una delle domande l’influenza del mangaka in quest’opera. Anche il titolo richiama qualcosa come Dragon Quest, videogioco la cui ambientazione e personaggi erano disegnati da lui. Anche quest’ultimo è stata una fonte di ispirazione?

Dado – Diciamo che la parola “Dragon” aiuta. Mi piaceva richiamare quell’immaginario, anche se poi i draghi non hanno un ruolo nella storia.

Mi piaceva anche l’idea che il vero protagonista non fossero tanto i personaggi, ma proprio il villaggio: Dragon Village. È un luogo con un ecosistema e una socialità tutta sua, perché si trova ai confini estremi del regno, l’ultimo baluardo della razza umana. Dopo ci sono solo mostri e terre selvagge.

Gli abitanti sono abituati a vivere alla giornata, a invasioni di mostri e cose strane. È la normalità per loro. Ed è anche il motivo per cui i protagonisti si trasferiscono lì: le loro stranezze vengono più tollerate.

Tutti i personaggi principali hanno nomi di cibi o ingredienti: Chily, Brisee, nonno Miso, Nashi Soup, Lord Mela ecc… sei appassionato di cucina ? E c’è un collegamento tra i personaggi e l’ingrediente/ cibo a cui  sono associati?

Dado – Sì, tutti i personaggi hanno nomi di cibo. Cerco spesso di legare il nome all’aspetto fisico: Mela ha una testa a forma di mela, Brisée ha tonalità arancioni come la pasta cotta, Chili è “piccante”.

Spesso nasce prima il personaggio e poi cerco un nome di qualcosa di commestibile che si adatti. Anche Ortica, per esempio, è commestibile e funzionava bene.

Il cibo è importante anche nella storia: il protagonista è un cuoco che porta una cucina più raffinata in un posto dove si mangia per sopravvivere. Prima si cucinavano bistecche di mostro e patate giusto per riempirsi la pancia. Lui introduce una cucina quasi gourmet.

Anche una semplice omelette diventa qualcosa di incredibile, perché è fatta con uova di mostro. È anche una citazione sempre a Toriyama, che spesso dava nomi legati a cibo o oggetti. È una cosa che mi ha sempre fatto sorridere e ho voluto riportarla nel mio mondo.

I primi due capitoli sono disegnati da Carlo Cid Lauro, grande artista italiano. Come è nata la collaborazione con lui?

Dado – In quel momento stavo “costruendo” Gigaciao e serviva materiale. Mi sono accorto che non sarei riuscito a fare tutto subito. Conoscevo Carlo da tanti anni, è un bravissimo professionista, e gli ho chiesto se voleva occuparsi dei primi capitoli. Dovevano essere 3 o 4, ma poi sono riuscito a liberarmi prima e ho ripreso io dal terzo.

È nato tutto dall’amicizia e dal rispetto reciproco. E posso anticipare che tornerà nella prossima stagione come disegnatore regolare, perché io sarò impegnato su altre cose. Continuerò a scrivere, ma lui sarà il disegnatore. Nei primi capitoli io facevo le matite e lui le rifiniva, ora invece farà tutto lui.

Il tuo approccio cambia quando lavori con un altro artista rispetto a quando lavori da solo?

Dado – Sì. Quando lavoro da solo non faccio una vera sceneggiatura: parto da un’idea, butto giù un soggetto e costruisco direttamente a matita.

Quando lavoro con altri devo scrivere sceneggiature vere e proprie. Cerco comunque di non essere troppo rigido: evito di dare troppe indicazioni sulle inquadrature e mi concentro più sulle emozioni dei personaggi. Lascio molta libertà all’artista. Mi piace vedere come interpreta quello che scrivo.

E poi quando scrivo per altri sono più “spietato”: metto scene con folle e ambienti complessi che io magari eviterei se dovessi disegnarle!

Il fumetto nasce in bianco e nero su Gigazine, ma ora è raccolto in un volume a colori. Cambia l’esperienza di lettura?

Dado – Sì, sicuramente. I colori di Silvia “savuland” Landucci aggiungono molto: atmosfera, momenti del giorno, emozioni che il bianco e nero non può rendere.

Il volume è anche molto corposo, circa 300 pagine, e contiene come extra, un bestiario con schede di mostri, alcuni presenti nella storia e altri no. Serve ad arricchire l’ambientazione senza appesantire la narrazione con spiegoni.

Io adoro approfondire il mondo, ma nel fumetto può risultare pesante. Così ho inserito queste schede per dare qualcosa in più.

Leggerlo tutto insieme è un’altra esperienza: non devi aspettare un mese tra un capitolo e l’altro. Puoi leggerlo tutto in un pomeriggio. Inoltre è una versione rivista e corretta: ho sistemato dialoghi e piccoli errori accumulati nei due anni e mezzo di pubblicazione. Quindi sì, è il modo migliore per leggere Dragon Village.

Cosa dobbiamo aspettarci dalla seconda stagione di Dragon Village? Perché le cose si sono fatte molto serie alla fine del volume con un cliffangher importante! Sarà una seconda stagione sempre all’insegna della comicità e delle gag o ci sarà più spazio per la parte (possiamo chiamarla) Drama?

Dado – Sarà sempre un mix. Mi piace alternare le due cose.

La prossima stagione partirà da quella situazione più grave, ma inizialmente dal punto di vista dei bambini, in particolare di Chili e dei suoi compagni, che non percepiscono davvero la gravità di ciò che è successo.

Vedremo quindi le conseguenze in modo più leggero, mentre gli adulti affrontano la situazione. Poi la storia si svilupperà e approfondirà tutto. I piani ci sono.

Grazie mille Dado per questa intervista!

Dado – Grazie mille a te!


Dado: Biografia

Davide “Dado” Caporali muove i primi passi nel mondo del fumetto online nel 2008, durante l’ultimo anno di Liceo Scientifico. Successivamente, nel 2011, consegue il diploma presso la Scuola Internazionale di Comics.

Nel corso della sua carriera ha svolto numerose attività professionali nel settore, lavorando come disegnatore, inchiostratore, colorista, flattista e sceneggiatore.

Sia come autore indipendente sia collaborando con altri professionisti, ha realizzato e pubblicato diversi volumi per alcune tra le più importanti case editrici italiane, ottenendo anche vari riconoscimenti.

Il suo profilo Instagram, dove condivide strisce umoristiche ispirate alla quotidianità e allo stile “slice of life”, conta oggi circa 200 mila follower.

Nel 2022 è tra i fondatori di Gigaciao, nata insieme a Sio, Fraffrog e Giacomo Bevilacqua. All’interno della casa editrice ricopre il ruolo di direttore editoriale e amministratore unico, affiancando a queste responsabilità l’attività di autore di fumetti e di altri contenuti… e tra le sue opere c’è Dragon Village!

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Fumetti

Intervista a Simone Pace, raccontare la libertà

Durante Comicon Napoli 2026 abbiamo avuto il piacere di intervistare Simone Pace, autore di ‘Belmiele’ edito da Edizioni BD.

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Simone Pace è un giovane fumettista che da qualche anno si sta ritagliando un suo spazio all’interno del panorama italiano.

Ha uno stile visivo riconoscibile e particolare, oltre ad avere idee ben precise sulla vita. Scrive, disegna e colora egregiamente le sue opere, dimostrando in più occasioni di essere un autore a tutto tondo.  Dall’unione di questi aspetti sono, appunto, nate tre graphic novel edite da Edizioni BD: Fiaba di cenere (2022), Cuore (2024) e Belmiele (2026).

Proprio in occasione dell’uscita di quest’ultimo, avendo apprezzato molto le precedenti, ho scelto di porgli delle domande che ripercorressero un po’ il suo percorso personale e artistico.


Ciao Simone, grazie per questa intervista! Comincio subito con le domande.
Ho notato un’evoluzione nel tuo stile di disegno da Tom Sawyer ad oggi con Belmiele. Prima i tuoi personaggi erano più “puliti”, caratterizzati visivamente al meglio, con pochi tratti. Ora mi sembra che tu abbia adottato un tratto più articolato e “sporco” ma altrettanto efficace.
Anche le tinte piatte sembrano aver lasciato infatti il posto ad un uso più sfumato del colore. Pensi di aver trovato il tuo stile “definitivo” o è una fase per arrivare a qualcosa di diverso?

Simone Pace – Ti ringrazio per la domanda perché è molto interessante. Affrontare questioni stilistiche è sempre qualcosa che si fa poco in realtà, secondo me troppo poco.
Allora è assolutamente vero, specialmente se partiamo da Tom Sawyer, che è un’opera di tanti tanti anni fa.
Diciamo che la mia è una direzione e una dichiarazione di intenti. Ho una mia personale formazione letteraria sul fumetto pop, però ho avuto una formazione artistica un po’ più underground, all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Ma col tempo ho capito che voglio ricongiungermi al mio gusto pop. Quindi praticamente sto facendo un percorso per avvicinarmi a quello. La mia mira è comunque un gusto più americano o anche giapponese, ma pop, ciò che mi interessa è essere collocato lì.
Per fare questo sto facendo degli step. È un percorso che non è sempre lineare perché ci sono delle cose dell’underground che non voglio abbandonare di per sé. Però il mio gusto mi porta sempre più lì in maniera molto naturale; quindi, non penso che sia arrivato al mio stile definitivo ma, se penso ai miei più grandi autori del cuore, il loro stile è mutato nel corso del tempo. Però sì, sicuramente la direzione è tracciata.

© 2026 Simone Pace © 2026 per questa edizione Edizioni BD srl

Rimanendo sull’uso dei colori, in un’intervista passata hai dichiarato “Sono diventato noto per i miei colori. Ho sempre pensato che il fumetto bianco e nero fosse il massimo del massimo.”. Lo pensi ancora ed è in programma, in futuro, più o meno lontano, un fumetto che vada in direzione completamente opposta a quelli che hai fatto fino ad ora?

Simone Pace – Devo arricchire quella risposta. Io penso che il fumetto sia un mezzo che riesce a raccontare in maniera potentissima anche l’essenziale, cioè anche solo col bianco e col nero, con lo zero e con l’uno. Puoi veramente fare tutto.
Il colore è un enorme strumento. Uno strumento potentissimo per settare l’atmosfera, per suggerire, per raccontare…e a forza di usarlo mi rendo conto quanto spesso sia un mezzo per evitare didascalismo. Cioè se tu vuoi raccontare una situazione di tensione e usi il colore in un certo modo può evitare di scrivere. Quindi è uno strumento importantissimo.
Detto ciò, i miei fumetti preferiti sono in bianco e nero e in gran parte sono manga. Ho in testa, in futuro, di fare un fumetto puramente in bianco e nero, magari coi retini, anche per misurarmi con quel tipo di gusto ma attualmente non ho nulla di concreto.

© 2026 Simone Pace © 2026 per questa edizione Edizioni BD srl

Sui social, Instagram in particolare, ci rendi spesso partecipe dei tuoi work in progress, delle tue commission e delle nuove graphic novel su cui stai lavorando, ma ti esponi anche tanto politicamente. Personalmente apprezzo molto la scelta, ma mi chiedevo se ciò ti avesse mai creato dei problemi con gli editori e i followers o se invece lo reputi un vantaggio.

Simone Pace – Un vantaggio no. Assolutamente no. Cerco di farlo sempre meno e, in generale, mi rendo conto che sui social sto esponendo sempre meno gli aspetti della mia vita privata. Sono un po’ allergico al culto della persona dietro all’opera. È una cosa in cui tutti quanti incappano, perché i social funzionano così. Però, a costo di faticare di più, vorrei che fosse solo l’opera ad arrivare.
In Belmiele c’è tanta politica e ci sono espressioni di una posizione politica molto molto precisa, ma lo faccio dire all’opera. Detto ciò, non ho mai avuto nessun problema perché penso che il mondo editoria, specialmente quello italiano, sia molto schierato, in realtà. Chi più, chi meno.
Non ho conosciuto quasi nessuna realtà che non avesse un’idea politica piuttosto progressista. Però non so il mondo americano, perché lo conosco troppo poco da quel punto di vista ma credo sia più sfaccettato.

Cover regular Belmiele di Simone Pace © 2026 Simone Pace © 2026 per questa edizione Edizioni BD srl

Cover variant Belmiele di Wether Dell’Edera © 2026 Simone Pace © 2026 per questa edizione Edizioni BD srl

 

Le tue idee sulla vita, poi, si evincono facilmente dalle tue opere realizzate per Edizioni BD, di cui hai il pieno controllo creativo.

Fiaba di Cenere, Cuore e Belmiele sono tre storie che mettono al centro di tutto i rapporti tra le persone e con sé stessi durante un periodo di guerra. Tutti e tre finiscono in maniera dolce-amara, in particolare quest’ultimo, secondo me. Se dovessi scrivere oggi le tue prime due graphic novel, visto l’attuale clima geopolitico, avrebbero lo stesso finale o saresti più cinico?

Simone Pace – Non lo so.
La connessione col reale c’è sempre ma cerco sempre di astrarre, non mi baso mai su una situazione precisa; anche perché in questo senso, le cose mutano così tanto e allo stesso tempo non mutano mai.
Adesso sembra che ci sia la guerra in tutto il mondo, ma in realtà non c’è mai stato un momento senza guerra. Quindi se uno si guarda intorno, purtroppo certe situazioni sono così da tempo. Ora, magari, sono esacerbate. Quindi diciamo che se vogliamo il cinismo ci può sempre stare come risposta e non è biasimabile.
Comunque, penso che in realtà le scriverei così perché rimangono storie che raccontano quel mondo lì con quei personaggi lì; i bambini di Fiaba di Cenere sono, appunto, dei bambini e rimarranno naif rispetto ad alcune cose. Sono così e rimarrebbero così anche se li scrivessi adesso, magari con qualche minima variazione.

Belmiele è forse più dolce-amara, ma perché è un personaggio più incattivito. Sicuramente è un personaggio che in questo periodo storico mi sentivo di raccontare più di altri, forse. Ha trovato il momento storico per essere raccontato. Però lei è così, questo è il suo carattere.

Dei quattro protagonisti delle tre storie è sicuramente la più arrabbiata.

Simone Pace – Sì, sicuramente sì. Tra i personaggi in generale, no: il più arrabbiato è il generale di Cuore.

© 2026 Simone Pace © 2026 per questa edizione Edizioni BD srl

Dopo aver raccontato il fantasy e il sci-fi, attraverso l’ambientazione medievale, poi cyberpunk e, infine, in stile western, hai considerato di cimentarti in un altro genere o sottogenere, magari come noir, l’horror o il supereroistico, di cui comunque sei fan? Oppure hai voglia, invece, di espandere gli Universi già creati, un po’ come hai fatto con Sorbo Rosso in passato?

Simone Pace – Chiaramente, l’idea di espandere gli universi è una cosa stimolante. In un certo senso, creo sempre tasselli in cui immagino delle coerenze potenziali anche tra i vari libri, anche se nessuno è sequel di un altro.
Non voglio cadere in una logica di serialità, specialmente con racconti autoconclusivi. Non voglio che il lettore, venendo in fiera, trovi il “volume 3” di una serie di cartonati che possono avere un costo importante, magari di 30€.
Secondo me non è il tipo d’approccio giusto rispetto al mio tipo di storie. Per cui se io mi imbarco in un sequel di Fiaba di Cenere che necessita la lettura del capostipite, è un po’ controproducente.
In più, ogni volta che penso di allargare un Universo (di cui comunque ho qualche idea), allo stesso tempo ho tantissima voglia di sperimentare su un altro genere o altre storie.
Ad esempio, adesso ho in mente un progetto cyberpunk che è vicino a Cuore, anche come tipi di personaggi, però è un’altra storia.
Ho la fortuna di poter lavorare rendendo conto solo all’editore e a me; non ci stanno terze persone le cui idee poi inficiano sulla storia e posso scegliere in base all’ispirazione del momento. Quindi è probabile che vedrete anche storie di genere completamente diverso, sì.

Torno un attimo su Fiaba di Cenere. Ciò che mi ha spinto, anni fa, in un ormai lontano Lucca Comics, all’acquisto di questo volume sono stati, appunto, i colori. Ciò che me lo ha fatto amare, però, sono i personaggi. Marlo e Marfisa hanno un bellissimo rapporto fraterno, spontaneo e naturale.

Mi ha ricordato in un contesto diverso, ovviamente, quello tra me e mio fratello quando eravamo piccoli. Tutto ciò deriva da esperienze personali o solo da un’ottima capacità di scrittura?

Simone Pace – Ho un fratello e con lui ho un buon rapporto, però è sempre stato un po’ litigioso. Due fratelli maschi, tre anni di differenza: non è esattamente lo stesso rapporto di Marlo e Marfisa.
Sicuramente tante dinamiche tra loro derivano da esperienze personali: non ci sono riferimenti a momenti ben precisi, però il mood sì.

Marfisa è diversa da me. Io, come lei, sono il maggiore. Lei è molto più protettiva di me, ma per fortuna noi abbiamo fatto una vita normale, loro meno. Sicuramente l’esperienza diretta c’è e conta, però lei non è me e Marlo non è mio fratello, sicuramente.

© 2026 Simone Pace © 2026 per questa edizione Edizioni BD srl

Parliamo di Cuore. Il momento in cui Alma capisce che tutto sta volgendo al termine mi ha messo i brividi. È una delle poche volte in cui lo vediamo sorridere. Lui non è un umano, ma molto più cuore, appunto, di tanti altri umani. Come sei riuscito a creare un momento così intenso con un personaggio che la maggior parte del tempo è volutamente mono espressivo e malinconico?

Simone Pace Io l’ho sempre considerato molto umano, anche se per sua programmazione non dimostra l’umanità e l’espressività che dimostrano gli esseri umani è un personaggio profondamente sensibile a dinamiche umane. È cresciuto con gli umani, quindi ho pensato che non fosse così innaturale che si avvicinasse agli esseri umani in un momento così culminante. È la cosa più vicina all’umanità che ha fatto, in un certo senso.

© 2026 Simone Pace © 2026 per questa edizione Edizioni BD srl

 

Anche su Belmiele libertà, guerra, rabbia, natura (il fuoco, particolare) e il rapporto genitori-figli sono la spina dorsale del racconto. È quasi sempre la figura femminile il tramite per esprimere questi temi. Belmiele e la Strega-Drago, Nuvia ed Estrella, Marfisa, la Strega del Fuoco e Pupa. Come mai?

Simone Pace – Non c’è una scelta a monte, in realtà.
Belmiele è un personaggio che ho in testa da tanti anni ed è sempre stato un personaggio femminile. In realtà, riflettendoci questi giorni in cui mi hanno chiesto diverse cose, c’è sicuramente un riferimento a Queen Emeraldas di Leiji Matsumoto, che è un personaggio femminile molto forte e mi è sempre piaciuto molto e, probabilmente, mi ha ispirato.
Però non ne vorrei fare una questione di genere, perché, di base, è una scelta naturale. Probabilmente mi viene naturale far sì che personaggi femminili siano in quelle posizioni, muovono l’azione in quel modo, forse. Però non è una scelta presa a tavolino.

© 2026 Simone Pace © 2026 per questa edizione Edizioni BD srl

Nei mesi scorsi ti sei messo alla prova con nuove avventure. Sei tra gli artisti scelti da Tomodachi Press per realizzare una carta di Release the Creatures: Dinosaurs!, set di carte curato da Dario Moccia, e stai lavorando con Curtis Clow su A Place Where Time Doesn’t Exist, space-opera nata su Kickstarter del quale curi le illustrazioni. Com’è stato il processo di realizzazione della carta e come cambia il modo di lavorare quando sei a contatto con uno sceneggiatore e non sei tu a scrivere la storia?

Simone Pace – Per quanto riguarda la carta, in realtà, è stato tutto molto frenetico perché i tempi erano molto stretti. È stato un lavoro abbastanza “cotto e mangiato” ed è andata benissimo così. Mi ha dato un dinosauro disegnare e già così ero felice.
Abbiamo avuto un’interazione di editing in due/tre giorni e ho realizzato la carta; quindi è stato un lavoro molto interessante. Spero di farne ulteriori perché comunque disegnare carte è molto bello.
Tutti quanti abbiamo avuto contatti con le carte, quindi poterle realizzare è un po’ un piccolo sogno.

Il problema dell’altro del progetto è che, purtroppo, è arenato, per ragioni che non dipendono da me.
C’è stato un processo anche molto bello, è stato un bel lavoro. Ho lavorato con sceneggiatori in altre piccole cose, è sempre una cosa che mi piace fare.

Il problema è che è un progetto in cui io ero ingaggiato come disegnatore. Ho fatto la mia parte. Lo sceneggiatore, che è anche il creatore e curatore, chi detiene i diritti e chi si occupa della gestione del crowfunding purtroppo non dà più notizie. Non so se è per problemi personali, non mi è dato saperlo.
Ne approfitto per dire che io, purtroppo, non posso che invitarvi a scrivere allo sceneggiatore e sperare di spronarlo. Purtroppo non dipende da me, davvero.

Mi dispiace per il progetto e per questa nota amara nel finale, ma ti ringrazio di cuore per quest’intervista!

Simone Pace – Grazie mille a te!


Simone Pace: Biografia

Simone Pace è nato a Rieti. Fin da bambino è affascinato dai racconti fantastici, mitologici e dai miti del folklore della sua terra. L’amore per il disegno e la scrittura lo spinge a raccontare a fumetti. Si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Nel 2016 fonda con altri colleghi il collettivo Sciame, con cui autoproduce, pubblica e promuove storie a fumetti di genere. Nel 2022 esce in edizione cartacea a marchio Edizioni BD Fiaba di Cenere, opera inizialmente pubblicata sulla piattaforma di webtoon Tacotoon. Nel 2023 vince il premio Nuovi Talenti a Romics, mentre la sua autoproduzione Sorbo Rosso è candidata ai premi Boscarato come Miglior Fumetto Web. Dopo una incursione nel cyberpunk con Cuore (edito nel 2024 da Edizioni BD) presenta a COMICON Napoli 2026 la sua ultima opera: il fantasy dalle atmosfere western Belmiele.

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