Interviste
Comics Legends: intervista a Erik Larsen, ‘recordman’ dei comics con Savage Dragon
Per inaugurare la nuova rubrica Comics Legends abbiamo l’onore di ospitare il grande Erik Larsen, fumettista amatissimo dai fan di Spider-Man per una sua storica run, co-fondatore di Image Comics e creatore nonché autore unico di Savage Dragon
Ci sono autori di comics diventati grandi raccontando storie su personaggi nati dalla mente di altri scrittori e disegnatori.
E poi ci sono autori che non solo contribuisco a quelle storie, ma creano anche i personaggi che le abitano, rendendoli immortali, anzi: vere e proprie leggende.
È il caso dell’ospite di questo primo appuntamento di Comics Legends, Erik Larsen, scrittore e disegnatore amatissimo, nonché uno dei “magnifici sette” che lasciarono le major per trasformare in una solida realtà il proprio sogno: fare fumetti su personaggi originali da loro creati. Sotto questa filosofia viene fondata la Image Comics.
Il cartoonist di Minneapolis ha dato vita, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, a una delle incarnazioni più dinamiche e supereroistiche di Spider-Man. Da autore di storie rimaste indelebili nella memoria dei Ragno-lettori, Larsen è riuscito in pochi anni a diventare un’icona e modello per gli autori venuti dopo di lui su Spidey, tornando di tanto in tanto a volteggiare tra i grattacieli di New York insieme all’Amichevole Spider-Man di quartiere (anche molto recentemente come scoprirete).
Ma la creatura più importante nata dalla mente di Erik Larsen ha un solo nome: Savage Dragon. Un progetto concepito già da ragazzino, che aspettava soltanto di trovare la forma giusta per emergere e diventare il fumetto più longevo della storia dei comics portato avanti dallo stesso autore, sia ai testi che ai disegni, dai suoi esordi nel 1992 fino a oggi, pronto a frantumare il traguardo dei 300 (!) numeri.
L’obiettivo di Comics Legends sarà quello di portarvi i più grandi autori del fumetto di sempre, attraverso le loro parole ma anche con approfondimenti a loro dedicati. E con il grande Erik Larsen non potevamo che iniziare nel modo migliore.
Erik Larsen: una carriera tra uomini ragno e poliziotti (verdi) a squame
Grazie mille, Erik Larsen, per essere ospite su PopCorNerd. È un grande onore e un privilegio per la nostra pagina ospitare un artista internazionale così importante. Ti ringraziamo di cuore per il tuo tempo prezioso.
Vorrei partire dall’inizio: se lo ricordi, come è nata la tua passione per i fumetti? So che sei un grande fan di Capitan Marvel. È iniziato tutto con lui?
Erik Larsen – Mio padre collezionava fumetti quando era ragazzo e sono cresciuto con la sua collezione di fumetti della Golden Age. Capitan Marvel e molti altri hanno avuto un grande impatto su di me, ma è stato Incredible Hulk #156 di Herb Trimpe l’albo che reputo ‘la vera droga’ che mi ha introdotto a questo mondo.

Variant di Savage Dragon #156 che omaggia Incredible Hulk #156 di Herb Trimpe, albo fondamentale per Erik Larsen
Il tuo approdo in Marvel avviene grazie a Jim Shooter. Puoi raccontarci come sono andate le cose?
Erik Larsen – Inizialmente mandavo con una certa regolarità dei campioni del mio lavoro a Jim Shooter. Avevo ricevuto diverse lettere di rifiuto da parte sua quando cercavo di entrare nel mondo dei fumetti, e ho sempre apprezzato il fatto che si prendesse del tempo di rispondermi.
Ricevetti un “Close but no cigar” [l’equivalente di ‘Ci sei andato vicino, ma non abbastanza’ n.d.r.] e poi un “Closer, but still no cigar”. [‘Ancora più vicino, ma non abbastanza’ n.d.r.]
Un paio d’anni dopo gli mostrai il mio lavoro di persona a una convention a Chicago. A quel punto stavo già lavorando per alcune case editrici più piccole. Shooter guardò i miei lavori e disse: “Quindi ora sei un professionista.” Al che io risposi: “Sì, lo sono.”
Jim mi chiese: “Ti piacerebbe fare una storia per Marvel Fanfare?” E io risposi: “Certo, perché non la sviluppiamo qui alla convention?” Cosa che sembrò coglierlo di sorpresa. Più tardi ci sedemmo insieme al bar dell’hotel e buttammo giù la trama di massima di quello che sarebbe diventato il mio primo fumetto Marvel: The Mighty Thor #385. Bei tempi.

Cover del primo albo Marvel di Erik Larsen: The Mighty Thor #385
Pensando al tuo lavoro in Marvel, il tuo nome è inevitabilmente associato a Spider-Man, un personaggio che nel corso degli anni sei tornato a disegnare più volte. Cosa ti spinge ancora oggi a dedicarti a Spidey? E… è solo una mia impressione o è diventato una sorta di “comfort zone” per te?
Erik Larsen – Non so se sia tanto io a essere attratto da Spider-Man, quanto gli editor ad associarlo a me, ed è probabilmente per questo che continuano a chiedermi di fare ancora Spider-Man. Se negli anni ’90 avessi lavorato sui Fantastici Quattro, probabilmente mi chiederebbero quello.
E, come per ogni cosa, una volta che fai qualcosa per un po’ sviluppi una sorta di memoria muscolare. Non devo sudare per capire come disegnare Spider-Man. Mi viene piuttosto naturale. Se fosse Batman, dovrei pensare a come disegnare Batman. Ma con Spider-Man ho già risolto tutto. Mi viene facile.

Ricordo con enorme piacere tutto il tuo ciclo su Spider-Man come disegnatore, ma Il ritorno dei Sinistri Sei è quasi certamente la mia storia preferita, un vero e proprio blockbuster: nemici all’altezza e brutali, alleati di ogni tipo e uno Spider-Man spinto all’estremo, armato anche di gadget in puro stile anni ’90. La consideri una delle tue migliori prove artistiche sul personaggio?
Erik Larsen – Ho fatto tutto quello che potevo fare. Mi sono trovato ad affrontare molte discipline tutte insieme. All’epoca non avevo scritto molte storie per la Marvel, in pratica solo quel fill-in su Spider-Man con Bestia. Inoltre stavo ancora cercando di capire come inchiostrare.
Prima non inchiostravo le mie matite, quindi quella parte era relativamente nuova per me. E, in più, la mia casa andò a fuoco nel mezzo della serie, quindi dovetti arrangiarmi per rimettermi in carreggiata mentre sistemavo la mia vita. È quasi un miracolo che sia riuscito a terminarlo, a pensarci bene.
Per Otto Octavius hai scelto un restyling molto particolare: il tuo Doctor Octopus è meno scienziato e più gangster dal cervello sopraffino, quasi una versione di Tony Montana con braccia metalliche. Cosa ti ha ispirato per questa reinterpretazione di Doc Ock?
Erik Larsen – Avevo un amico che faceva illustrazioni commerciali per la ColorForms e stava lavorando a un progetto di Dick Tracy, basato sul film di Warren Beatty. Gli avevano mandato pile di foto e style guide per i villain e pensai che quello sarebbe stato un look più forte per Ock rispetto al body che indossava fino a quel momento.

L’elegante Doc Ock di Erik Larsen
Cardiac è una delle tue creazioni, insieme a David Michelinie, per la Marvel: nelle tue storie ha funzionato benissimo come comprimario di Spider-Man, ma in seguito è finito un po’ nel dimenticatoio. Ti è dispiaciuto vedere che, al di fuori della tua gestione, il personaggio non sia stato sfruttato come magari avevi immaginato inizialmente?
Erik Larsen – Certo. È sempre un po’ una seccatura vedere un personaggio trascurato, ucciso o ridisegnato. Pensavo che Cardiac avesse un impatto visivo forte.

Cardiac
C’è stato un momento in cui ho pensato — forse dovrei semplicemente cancellare questo tizio e tenermelo per dopo — perché lo sto regalando?
Ma alla fine sono andato avanti. Se me lo fossi tenuto per me, probabilmente lo avrei usato di più. È uno dei pochi personaggi che ho disegnato e che pensavo avesse un vero potenziale. Cardiac e Knockout alla Marvel e Shrapnel e Lagoon Boy alla DC. Ma c’est la vie — non ha senso piangerci sopra. Non è che mi manchino i personaggi.
Venom è stato creato da Todd McFarlane e David Michelinie, ma tu hai contribuito in modo decisivo a rendere indelebile nell’immaginario collettivo l’idea di un Venom spaventoso e “mangia-cervelli”: lingua lunghissima, denti aguzzi e una bocca mostruosa. Cosa ti ha portato a disegnare l’alter ego di Eddie Brock in quel modo, diventato poi il vero simbolo del V-Man anni ’90?
Erik Larsen – Non è stato così volontaria la cosa. In realtà è stato in parte un incidente.
Anni fa, Todd McFarlane disegnò una copertina per un trade paperback di Spider-Man vs. Venom che raccoglieva le storie di Spider-Man contro Venom che aveva disegnato lui.
Non comprai il volume perché avevo già i singoli albi, ma la mia impressione fu che Todd gli avesse dato una lingua. Determinato a spingermi oltre, diedi a Venom una lingua ancora più grande e folle.
Per anni ho attribuito a Todd il merito della lingua e citavo quella copertina del TPB. Immagina la mia sorpresa quando, anni dopo, rividi davvero la copertina di Todd e mi resi conto che non somigliava affatto a come la ricordavo.
Todd non aveva fatto nulla di speciale o insolito con la lingua — era una lingua perfettamente normale e insignificante. Era solo visibile. C’era una piccola, normale lingua rossa sulla copertina di Todd. Si scoprì che ero stato io, dopotutto, a dargli quella lingua folle!

In Marvel non c’è stato solo Spider-Man: hai lavorato anche su Punisher, Nova, Excalibur, Wolverine… Guardando indietro, c’è qualche rimpianto legato al tuo lavoro su questi personaggi?
Erik Larsen – Nessun rimpianto, davvero. Ho sempre cercato di fare del mio meglio con il tempo che avevo a disposizione. Non passo molto tempo a rimuginare sul passato. Non ho molti rimpianti nella mia vita.
Con Image Comics tu e gli altri fondatori avete realizzato qualcosa di incredibile e fortemente ispirazionale. Anche una redazione piccola e giovane come la nostra guarda al modello Image come a un riferimento (ovviamente in maniera proporzionata). Quando hai capito che il salto fatto da te, Todd, Jim, Rob e gli altri era davvero la strada giusta?
Erik Larsen – Lo abbiamo capito subito che si trattava di qualcosa di grosso. Le vendite erano fenomenali. La reazione del pubblico travolgente.
Alla Marvel persero completamente la testa e la partenza dei principali artisti Marvel per fondare Image Comics nel 1992 fu un fattore determinante dell’instabilità che portò al fallimento della Marvel. Fu un effetto a catena enorme.
Certo, c’erano anche altri fattori — lo scoppio della bolla dell’industria, un debito massiccio dovuto ad acquisizioni aziendali e una ristrutturazione aggressiva e fallimentare del loro modello di distribuzione. Ma resta folle pensare che sette artisti che se ne vanno possano avere un impatto del genere.

I Magnifici 7 che hanno fondato Image Comics
Sei stato anche editor di Image Comics: qual è stato l’aspetto più complesso di questo ruolo rispetto a quello di autore?
Erik Larsen – Le cose erano un po’ turbolente. Molte testate si interrompevano bruscamente a metà storia e la sensazione era che i giorni migliori di Image fossero alle spalle. Il mio obiettivo era rimettere la nave sulla rotta, fermare l’emorragia e riportarla sulla giusta traiettoria, e questo significava parlare molto con i creator e intervenire più direttamente su alcuni fumetti che avevano bisogno di aiuto. Ero attivamente coinvolto nell’aiutare le testate, nel progettare loghi e persino nel ridisegnare alcuni personaggi. Era un sacco di lavoro. Ma non era per questo che ero entrato nei fumetti. Volevo creare fumetti, non gestire i creator. Me ne sono andato una volta che tutto è tornato in carreggiata.
Puoi raccontarci come e quando nasce il personaggio più importante della tua carriera, Savage Dragon? Sappiamo che era un’idea che avevi in testa da molto tempo, in attesa del momento giusto per emergere.
Erik Larsen – Savage Dragon è stato creato quando ero bambino. All’inizio era un clone di Batman, ma presto ha preso vita propria. Non sono nemmeno sicuro di quando sia stato creato esattamente.
Originariamente indossava mantello e maschera e guidava una specie di versione dell’auto di Speed Racer. Con il passare degli anni ho continuato a introdurre nuove versioni e a rivedere quelle vecchie. A un certo punto era diventato un tizio che si trasformava da uomo normale in un supereroe muscoloso, e mi sono semplicemente stancato della parte dell’uomo normale e di disegnare tutti gli aspetti del costume.
Ho separato Dragon dalla sua persona umana e a quel punto è diventato finalmente un eroe dalla pelle verde. Ho scritto e disegnato le sue avventure dall’infanzia fino alle superiori e oltre. Quando avevo 19 anni ho scritto e disegnato una storia di Savage Dragon perché pensavo di poterla pubblicare su Charlton Bullseye. Ma quella rivista fu cancellata prima che potessi mandargliela. Finì per auto-pubblicarla come parte di un fumetto chiamato Graphic Fantasy, che stampai sulla piccola offset da tavolo di mio padre. Quella storia era il culmine di tutto ciò che avevo fatto da bambino.
Ne feci un’altra dopo, poi iniziai a ricevere i primi incarichi per lavori professionali. Avrei rivisitato quelle due storie di Dragon anni dopo.

Cover del primo volume della nuova ed. italiana di Savage Dragon della Cosmo Editore
Ogni autore inserisce inevitabilmente una parte di sé nei propri personaggi. Quali aspetti di Erik Larsen e della sua vita possiamo ritrovare in Savage Dragon?
Erik Larsen – Non c’è molto, onestamente. Voglio dire—sì, c’è qualche cosa nei dialoghi. Frasi che potrei dire io, ma difficilmente è autobiografico. È un’opera di finzione. Abbiamo la stessa età. Siamo entrambi calvi. Non va molto più in profondità di così.
Con Savage Dragon sei autore unico praticamente da sempre: un record incredibile, considerando che la serie è una delle più longeve mai realizzate su un supereroe con un solo autore al comando. Ti capita mai di pensare ai record che stai battendo numero dopo numero?
Erik Larsen – Non spesso. La prendo una pagina alla volta. Pensare di fare così tanti numeri—così tante pagine—è travolgente. Quindi tendo a scomporre tutto in parti più gestibili. Una pagina alla volta. Un numero alla volta.

Savage Dragon è ormai vicino al numero 300. C’è un aneddoto legato alla realizzazione di un numero, una run o semplicemente qualcosa che ti è rimasto impresso legato al tuo lavoro su Dragon?
Erik Larsen – Ci sono molti numeri. Nel corso degli anni mi sono lanciato varie sfide per mantenerlo divertente. Un numero composto solo da splash page. Un numero che conta alla rovescia da 20 vignette a una. Un numero in cui ogni vignetta è un quadrato. In cui ogni vignetta rappresenta un singolo giorno. Uno in cui ogni due pagine sono una doppia pagina. In cui le pagine emulano celebri strisce a fumetti. Non c’è un singolo numero che domini la mia mente. È tutto un unico pezzo.
Così come Savage Dragon, anche Spawn è un personaggio che Todd McFarlane aveva in mente fin da ragazzo. Come ti sei trovato a lavorare sulla creatura di Todd durante la tua run su Spawn? E com’è nata la collaborazione che ha portato al team-up Spawn / Savage Dragon?
Erik Larsen – All’inizio è stato divertente, ma è diventato frustrante piuttosto in fretta. Abbiamo una sensibilità e un ritmo molto diversi.
Io stavo scrivendo, disegnando e inchiostrando il fumetto e Todd riscriveva e reinchiostrava le pagine man mano che le facevo. Pensavo che sarebbe stato divertente fare un crossover, ma anche quello è stato frustrante. Todd riscriveva i dialoghi di Malcolm e Maxine Dragon. Voglio dire—che diavolo, amico? Capisco che potrei non azzeccare la voce di Spawn, ma sicuramente sono in grado di mettere parole in bocca ai miei personaggi! È arrivato a un punto in cui ho dovuto andarmene.

Spawn e Dragon insieme!
In un periodo in cui cinema e televisione sono dominati da film e serie TV sui fumetti, c’è mai stata un’occasione concreta o anche solo l’idea di realizzare uno show o un film dedicato a Savage Dragon?
Erik Larsen – Ce n’è stata una. Un cartone animato sul network USA. È andato avanti per due stagioni. Da allora ci sono state conversazioni con varie realtà, ma non si è mai arrivati fino in fondo. Non è per mancanza di tentativi, ma non è mai una cosa semplice come “farlo e basta”. Ci sono molte parti che si muovono insieme. Posso fare un fumetto da solo, se serve. Non posso fare un film da solo.

Immagine tratta dalla serie animata di Savage Dragon
Recentemente sei tornato su Spider-Man, ma non su una versione qualsiasi: Spider-Noir. Cosa ti ha spinto ad accettare questo progetto? Hai cambiato approccio nel lavorare su una versione ambientata negli anni ’30 rispetto allo Spider-Man classico su cui avevi lavorato in passato?
Erik Larsen – Sembrava un’idea divertente. Mi piaceva che la lavagna fosse quasi vuota e che potessi contribuire a dare forma al suo mondo. Da un po’ parlavo con l’editor della possibilità di fare qualcosa, questa idea è venuta fuori e lui ha pensato che potessi essere una buona scelta. È un “animale” molto diverso sotto molti aspetti a causa dell’ambientazione. Abituarsi a come i personaggi possono e non possono parlare richiede un po’ di tempo, ma per fortuna sono un grande fan di diversi film e radiodrammi di quel periodo, e questo mi ha aiutato.

Abbiamo avuto l’opportunità di scambiare due parole con Andrea Broccardo, disegnatore di Spider-Noir sui tuoi testi, e si è detto entusiasta e onorato del lavoro insieme a te. Com’è stato concentrarti solo sulla scrittura e lasciare le matite a un altro (bravissimo) artista, forse per la prima volta nel tuo lavoro su Spider-Man?
Erik Larsen – È stato molto divertente. Naturalmente nulla appare esattamente come lo immagino io, ma mi ha sorpreso più volte superando le mie aspettative. Era la sua prima volta a lavorare partendo da una trama e io ho imparato alcune cose lungo la strada, sotto questo aspetto. Nel complesso direi che è stata un’esperienza positiva.
Spider-Noir è una serie ancora inedita in Italia, ma parliamo di un personaggio che ha già avuto tre incarnazioni molto diverse tra loro. Che tipo di Spider-Noir dobbiamo aspettarci dalla versione di Erik Larsen?
Erik Larsen – Ho riflettuto a lungo sull’approccio. Alla fine sono arrivato alla conclusione che, se l’editor avesse voluto ciò che era stato fatto in precedenza, avrebbe dovuto riprendere quei creatori. Se li avessi emulati, non avrebbe funzionato per nessuno.

Ho i miei punti di forza come scrittore e ho pensato fosse meglio fare leva su quelli. Volevo realizzare una versione che sembrasse più Peter Parker. Volevo fare qualcosa che ricordasse in una certa misura il personaggio del film. E volevo davvero fare qualcosa di nuovo. La precedente galleria di nemici di Spider-Man Noir era composta da reinterpretazioni noir dei classici villain di Spider-Man e il suo cast di supporto era formato da versioni reimmaginate del cast di supporto tradizionale. Io sono entrato con l’idea di dargli un cast di supporto tutto suo che andasse oltre il familiare e un set completamente nuovo di villain che fossero interamente suoi. Questo, e dato che è un detective—ho pensato che fosse una buona idea giocare con alcuni di quegli elementi.
Questa era l’ultima domanda. Ancora una volta, grazie a Erik Larsen per aver trovato il tempo di parlare con noi.
Erik Larsen: biografia

Erik Larsen nasce nel 1962 a Minneapolis (Minnesota) e fa il suo esordio giovanissimo disegnando alcune pubblicazioni per Marvel, Eclipse e DC Comics. Il suo stile dinamico lo rende immediatamente popolare tanto da fargli guadagnare, nel 1990, la promozione alla collana principale dell’Uomo Ragno, “The Amazing Spider-Man”, in sostituzione del grande Todd McFarlane.
Nel 1992 fonda, assieme allo stesso McFarlane e a Jim Lee, Rob Liefeld, Jim Valentino, Marc Silvestri, Whilce Portacio e Chris Claremont, l’etichetta indipendente Image Comics, lanciando il suo personaggio più famoso, “Savage Dragon”. Da allora, Larsen ha continuato a occuparsi della serie regolare del Dragone che ha raggiunto ad oggi il numero 279, in uscita a febbraio 2026, e che non intende fermarsi…
Fumetti
La storia di Caravaggio secondo Ken Mora nel graphic novel pubblicato da Zen Comics
Abbiamo intervistato Ken Mora, autore di Caravaggio: A Light Before The Darkness, fumetto edito da Zen Comics che si concentra sulla turbolenta vita privata del famoso pittore cinquecentesco
La vita di Michelangelo Merisi è stata caratterizzata da luci e ombre. Nonostante l’indiscutibile talento di colui che si fece chiamare Caravaggio, l’artista è conosciuto anche per la sua vita privata e per il suo carattere tutt’altro che mite.
Forse anche per questo, le vicende che hanno segnato l’esistenza di Caravaggio affascinano da sempre artisti e autori della Nona Arte, che negli anni gli hanno dedicato numerose opere.
Tra questi c’è anche Ken Mora, figura estremamente versatile nel mondo del cinema e dell’animazione, noto per essere sceneggiatore, regista, produttore e doppiatore statunitense. C’è stato però un momento in cui Ken ha deciso di avvicinarsi al fumetto, scegliendo di raccontare le turbolente vicende del pittore di origine lombarda nella graphic novel A Light Before The Darkness (pubblicata in Italia con il semplice titolo Caravaggio), realizzata insieme al disegnatore filippino Cyrus Mesarcia e con i colori della napoletana Francesca D’Aniello.
Dalla mente di Ken è nata un’opera acclamata dalla critica, capace di analizzare la vita di Merisi da un punto di vista originale, offrendo una visione personale di quello che è stato Caravaggio non solo come artista, ma soprattutto come uomo.
Grazie a Zen Comics, che ha portato l’opera in Italia, abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con Ken Mora. Quello che segue è il resoconto della nostra intervista.
Intervista a Ken Mora: luci e ombre della vita di Caravaggio

Buongiorno Ken e benvenuto su PopCornerd. Grazie ancora per il tuo tempo.
In A Light Before The Darkness la storia di Caravaggio non inizia dalle sue origini, come accade in molte opere dedicate all’artista, ma ci catapulta direttamente nel vivo dell’azione, dando per acquisite alcune situazioni e alcuni personaggi. Come mai hai scelto questa struttura narrativa invece di partire dalla nascita o dalla formazione di Caravaggio come artista?
Ken Mora – Ci sono due ragioni. La prima riguarda i limiti del medium del graphic novel e le aspettative dei suoi lettori. La seconda è legata alla volontà di affrontare le motivazioni di un artista tanto imprevedibile e i numerosi enigmi che circondano la scarsità di documentazione e le deliberatamente distorte ricostruzioni di alcuni momenti cruciali della sua vita, elementi che rendono la sua biografia così affascinante. Una biografia coinvolgente non solo per gli intrighi personali, ma anche per la sua influenza trasformativa sulla società dell’epoca della Controriforma.

Caravaggio ha avuto una vita estremamente travagliata, ma nel fumetto hai deciso di concentrarti soprattutto sull’uomo più che sull’artista. Ti affascinava maggiormente esplorare il suo lato più intimo oppure ritenevi che fosse la prospettiva migliore per raccontare la storia che avevi in mente?
Ken Mora – Il tumulto, l’azione e il dramma della sua vita personale rappresentavano la metafora perfetta della trasformazione e del conflitto della Riforma e della Controriforma, della repressione, del desiderio nascosto di essere accettati e, infine, dell’incompatibilità tra le pratiche corrotte della Chiesa e la ricerca di accettazione attraverso la fede. Era questa la storia più ampia che desideravo raccontare in modo simbolico attraverso le avventure viscerali dell’artista.
Nel tuo fumetto il rapporto tra Caravaggio e Mario Minniti viene rappresentato come una vera e propria storia d’amore, una scelta narrativa che va oltre la semplice collaborazione artistica descritta da molte fonti. Da dove nasce questa interpretazione e quali elementi storici o personali ti hanno spinto a svilupparla in questo modo?
Ken Mora – In origine avevo immaginato di raccontare tre fasi dell’evoluzione personale di Caravaggio, sia dal punto di vista artistico sia nella sua lotta con la politica e con la propria natura violenta, mettendo in scena le relazioni con tre diversi amanti, uno per ciascuna fase e luogo: Roma, Napoli e Malta. Tuttavia, il tema finiva per diventare confuso e le vicende di Minniti e dei modelli delle altre epoche distraevano dall’arco di trasformazione dello stesso Caravaggio. Così ho dovuto prendere la decisione editoriale di fondere tutti questi personaggi in un’unica figura, Mario, al quale non ho attribuito alcun cognome, sebbene sia modellato in gran parte sul rapporto tra Minniti e Caravaggio a Roma, come modello e musa.
All’inizio del secondo volume Caravaggio ha un breve scambio di battute con il capitano della nave, un personaggio che sembra avere una certa somiglianza con te. È curioso che sia proprio lui a convincere l’artista a sbarcare a Malta, una tappa fondamentale della sua vita. Prima di tutto: quel capitano è davvero ispirato alle tue sembianze? E, se sì, come mai hai scelto di inserirti proprio in quel momento della storia?
Ken Mora – Malta è sempre stata la destinazione di Caravaggio, ed è proprio l’Ordine “più elevato perfino di quello dello stesso D’Arpino“, introdotto nel capitolo precedente. Il capitano era un personaggio incidentale, pensato per offrire un consiglio metaforico: Caravaggio avrebbe dovuto abbandonare alcune delle sue cattive abitudini, per quanto redditizie, altrimenti esse avrebbero continuato a inseguirlo ovunque fosse fuggito. Soprattutto se il passare da un pericolo all’altro fosse stato estenuante quanto un viaggio per mare capace di farlo ammalare.

A Light Before The Darkness è stata la tua prima sceneggiatura per un fumetto e, fin da subito, ha ottenuto importanti riconoscimenti nel panorama delle graphic novel indipendenti. Ti aspettavi un’accoglienza così calorosa? E che effetto ti ha fatto vedere il tuo primo lavoro premiato in questo modo?
Ken Mora – È stato estremamente gratificante. In precedenza, quando era ancora una sceneggiatura cinematografica, aveva già ricevuto alcuni riconoscimenti e persino un’opzione per il cinema molti anni prima, arrivando perfino sulla scrivania del manager di Johnny Depp per una possibile interpretazione del ruolo principale nel 2005.
Ma questo non garantiva affatto che il suo adattamento a fumetti avrebbe funzionato altrettanto bene.
Per questo devo un enorme debito di gratitudine al grande Neal Adams, il cui lavoro riportò Batman fuori dall’era del kitsch televisivo per bambini degli anni Sessanta, elevò Green Lantern/Green Arrow e contribuì a rilanciare anche il franchise di Superman.
Non voglio esagerare definendo il nostro rapporto “stretto”, perché Neal era incredibilmente generoso nel condividere con chiunque fosse disposto ad ascoltarlo la sua schiettezza, la sua sincerità e la sua esperienza, oltre ai suoi affascinanti racconti sul funzionamento interno dell’industria del fumetto.
Lo incontrai al San Diego Comic-Con e trovai il coraggio di avvicinarlo per chiedergli quanto avrebbe chiesto per adattare la mia sceneggiatura. Con grande disponibilità mi disse che non avrei mai potuto permettermelo e, subito dopo, mi regalò una vera e propria masterclass di venti minuti su come un autore indipendente avrebbe potuto affrontare il suo primo adattamento a fumetti.
Poi mi diede l’indirizzo e-mail di suo figlio, che era anche il suo manager, e da lì iniziò una corrispondenza che, con il tempo, mi portò persino a scrivere direttamente al suo indirizzo personale. Racconto gran parte di questa storia nei contenuti extra dell’edizione britannica pubblicata dalla casa editrice Markosia appena sei mesi dopo la mia autoproduzione, avvenuta seguendo proprio i consigli di Neal. È un percorso che condivido con chiunque me lo chieda, come tributo alla generosità del mio grande mentore, che oggi non c’è più.

Cover del secondo volume dell’edizione italiana Zen Comics
Considerando la tua esperienza anche nel mondo dell’animazione, ti piacerebbe vedere A Light Before The Darkness adattato in un film o in una serie animata? Come immagini potrebbe essere trasposto sullo schermo?
Ken Mora – Conservo ancora la sceneggiatura originale. Inoltre ho accumulato abbastanza appunti per sviluppare un’intera miniserie, che è la direzione presa oggi da molti racconti epici. Ci sono temi che ho potuto soltanto sfiorare: la peste e il suo impatto sulla fede e sui fedeli; l’attività militare della Chiesa come ultimo nucleo sopravvissuto dell’Impero Romano; il paradosso della guerra e della conquista come veicoli degli ideali di amore e pacifismo; l’ottica e la scienza nella ricerca della verità, insieme alla segretezza e al potere custoditi nelle corporazioni artistiche; e l’arte come canale diplomatico alternativo tra le fazioni “in guerra” del Cristianesimo.
C’è poi l’influenza delle idee buddhiste e confuciane provenienti dall’Asia, giunte quasi di nascosto insieme alle loro teorie sulla luce e sulla composizione: splendide, enigmatiche e affascinanti metafore della lotta, dell’ipocrisia, della chiarezza e dell’illuminazione, trattenute e imprigionate nell’eterno ciclo di decadenza e rinascita, trasmesse attraverso il simbolismo e le società segrete alle generazioni successive affinché potessero ricostruire ciò che era stato represso e cancellato secoli prima.
Un adattamento animato? Immagina ogni scena costruita fino a culminare nel tenebrismo, nell’astrazione, nell’espressionismo. Il potenziale sarebbe enorme. Forse, un giorno.
Ultima domanda: dopo l’esperienza di A Light Before The Darkness, ti piacerebbe realizzare un’opera simile dedicata a un altro grande artista della storia, non necessariamente italiano? Se sì, c’è qualcuno che ti affascina particolarmente?
Ken Mora – Forse ci sarebbe una storia che meriterebbe di essere esplorata nella biografia di René Descartes, filosofo, matematico, uomo di Stato e mercenario. È un progetto sul quale torno a fare ricerche di tanto in tanto, cercando di trovare un punto di vista che riesca a coniugare intrattenimento e riflessione.
Grazie ancora a Ken Mora per averci concesso questa intervista.
Rinnoviamo lo speciale ringraziamento a Zen Comics che ci ha messo in contatto con l’autore statunitense e che ha portato in Italia i due volumi che compongono la graphic novel di Caravaggio. Oltre che nel formato fisico Caravaggio vol. 1 – Chiaro e Caravaggio vol. 2 – Scuro sono disponibili per l’acquisto sull’applicazione digitale Koomy.it a questo link.
Ken Mora: Biografia*

Ken Mora è il visionario creatore di Caravaggio: A Light Before The Darkness, l’acclamata graphic novel biografica del maestro barocco Caravaggio. In qualità di stimato editore di graphic novel, Mora continua ad ampliare il suo raggio d’azione, portando avvincenti fumetti serializzati a un pubblico internazionale. Distribuito in inglese in tutto il mondo da Markosia (giugno 2019) e in italiano da Fumetti Collettivo Zen / Zen Comics (maggio 2025).
Il percorso creativo di Mora, radicato in una passione di lunga data per i fumetti e il cinema, si è evoluto in una dinamica carriera nell’editoria, nella scrittura e nell’animazione. La sua dedizione alla narrazione artistica gli è valsa prestigiosi riconoscimenti, tra cui il premio per il miglior fumetto digitale al New Media Film Festival (2022), l‘Independent Press Award (2020) e lo Screencraft Cinematic Book Award (2019).
In ambito cinematografico, dopo che la sua sceneggiatura di Caravaggio è stata opzionata, Mora ha adattato la sua seconda sceneggiatura pluripremiata nei cortometraggi d’animazione Magnum Farce: Along Came A Sniper e A Shot In The Park. Questi progetti hanno ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui Miglior Parodia all’Action On Film (2009), Primo Premio nella categoria Cortometraggi d’Animazione all’Indie Gathering (2009) e Premio del Pubblico per la Miglior Animazione al Cinema City International Film Festival (2009).
Attualmente, Mora sta sviluppando due nuove graphic novel: Caged Birds (pubblicata a puntate dal 2020) e Ms. Valkyrie, entrambe basate sulle sue sceneggiature pluripremiate. Collabora inoltre attivamente con una rete globale di creatori indipendenti, contribuendo come produttore, attore ed editore. Tra i suoi crediti di produzione figurano la produzione esecutiva di Adventures in Plymptoons (2011), la coproduzione di Autumn of Route 66 (2013) e la consulenza per la sceneggiatura di Townies (2009).
Come doppiatore, Mora ha prestato il suo talento a produzioni animate di lungometraggio, tra cui The Full Fungus (2025) di Jim Lujan, Slide (2024) di Bill Plympton e Revengeance (2016) di Bill Plympton e Jim Lujan.
*estratto dal sito ufficiale di Ken Mora
Comics
Salvador Larroca: L’artista spagnolo dal tratto elegante che ha incantato la Marvel
Ai microfoni di PopCorNerd, un grande talento spagnolo che ha fatto la storia in Marvel su X-Men, Iron Man e molto altro: Salvador Larroca
Tra i disegnatori spagnoli che aprirono la strada alla Spagna verso le grandi case editrici di comics americane, c’è stato Salvador Larroca. Oggi vedere sulle pagine di Marvel e DC artisti come Jorge Jimenez, Iban Coello, Pepe Larraz, Carmen Carnero, Belen Ortega e molti altri è normale, ma all’inizio degli anni ’90 era cosa molto rara.
L’artista spagnolo, per la precisione di Valencia, ha sin da subito incantato la Marvel con il suo stile aggraziato e dettagliato e non c’è voluto molto prima che la Casa delle Idee gli desse le chiavi di alcuni dei più importanti personaggi della sua scuderia.
Fantastici 4 e, soprattutto, X-Men sono stati i team che ha disegnato con maestria per molto tempo in uno dei periodi di maggior fama di entrambi i gruppi.
Sugli X-Men ha contribuito, inoltre, a lasciare il proprio marchio personale, creando insieme alla leggenda Chris Claremont, il gruppo X-treme X-Men, serie dei primi anni duemila che è un vero e proprio gioiello sotto l’aspetto artistico e di sceneggiatura.
Ma il talento di Salvador è stato riconosciuto anche sulle pagine di Iron Man, dove ha vinto un Eisner nel 2009 con un ciclo mozzafiato insieme a Matt Fraction. E la lista di cose incredibili che ha fatto Larroca è davvero lunga.
Tutto questo per dirvi che al Comicon Bergamo ho avuto l’occasione e il privilegio di intervistarlo e di porgli alcune domande sulla sua incredibile carriera.
Quindi è con grande piacere vi lascio alle parole di Salvador Larroca, l’artista valenciano in grado di ammaliare la Marvel (e anche tutti i suoi lettori).
Salvador Larroca: dagli X-Men ad Iron Man, sino a Star Wars

Grazie mille Salvador per il tuo tempo. E’ un vero privilegio avere l’occasione di poterti ospitare su PopCorNerd.
Qualche tempo fa ho intervistato David López e abbiamo parlato della cosiddetta “rotta transatlantica” seguita dagli autori spagnoli: il percorso iniziato da voi, da te e Carlos Pacheco, prima in Marvel UK e poi in Marvel Comics negli Stati Uniti. Che cosa puoi raccontarci di quella fase della tua carriera?
Salvador Larroca – Fu un periodo molto emozionante, perché fino a quel momento realizzavo soltanto alcune collaborazioni per l’editore spagnolo che pubblicava i fumetti americani in Spagna. Facevo qualche poster, brevi storie di una pagina e piccoli lavori collegati agli interni.
Poi Jim Lee, Rob Liefeld, Todd McFarlane e tutti gli altri lasciarono la Marvel Comics per fondare Image Comics. Si creò quindi un vuoto alla Marvel americana e decisero di cercare nuovi talenti in Europa. Fu così che iniziai a lavorare per Marvel UK. In realtà quell’esperienza durò molto poco, circa tre anni.
Quel vuoto lasciato dagli autori americani venne colmato dalla “cantera” degli autori europei. Tra quelli che entrarono c’eravamo io, Gary Frank, Carlos Pacheco e, successivamente, Pasqual Ferry.
Alla fine quell’esperienza servì soprattutto a farci ottenere un’offerta dagli Stati Uniti, perché Marvel UK ebbe vita molto breve.
Nel mio caso, ad esempio, stavo lavorando a una serie intitolata Dark Angel, che portava il marchio Marvel ma che praticamente nessuno conosceva.
Quando passai negli Stati Uniti iniziai invece a lavorare su Ghost Rider, poi su Flash per la DC e successivamente realizzai l’annual di Hulk [The Incredible Hulk Annual n. 20 n.d.r.] con Peter David, autore che purtroppo oggi non c’è più.
Fu un periodo davvero entusiasmante perché, da quel momento, mi offrirono un contratto di esclusiva che sarebbe durato molti anni.
Il tuo stile artistico si è sempre contraddistinto per l’enorme cura dei dettagli, sia negli sfondi sia nei personaggi. Inoltre era decisamente più realistico in un’epoca in cui predominava lo stile esasperato e iper-muscoloso dei primi anni Novanta.
Pensi che, in qualche modo, il tuo lavoro abbia contribuito a riportare il fumetto americano verso anatomie più realistiche e che abbia influenzato la nuova generazione di disegnatori?
Salvador Larroca – In realtà, quando mi metto a lavorare, non penso mai se influenzerò qualcuno oppure una determinata tendenza. Cerco semplicemente di scegliere lo stile che ritengo più adatto alla storia che sto raccontando.
Per esempio, quando ho realizzato Iron Man con Matt Fraction ho utilizzato uno stile molto realistico perché mi sembrava quello più adatto al personaggio.
Quando invece ho disegnato gli X-Men, come in X-treme X-Men, il tratto diventò più cartoon.
In generale, però, quello che ho sempre cercato di fare è rendere il disegno più naturale, evitando quell’esagerazione tipica di molti fumetti dei primi anni Novanta.
Oggi, quando riguardo quei lavori, mi sembrano molto lontani dai canoni artistici che preferisco. Mi piace di più quello che faccio oggi.
Detto questo, non sento sempre il bisogno di essere realistico. Quando disegno mi piace anche lasciare un piccolo margine di imperfezione, per ottenere un tratto più libero. Dipende tutto dal progetto a cui sto lavorando.
Posso essere più o meno realistico a seconda delle esigenze della storia, ma ormai non tornerei più a uno stile completamente cartoon come quello degli anni della mia maturità artistica.

Vorrei passare a uno degli autori con cui hai lavorato e che apprezzo maggiormente: il leggendario Chris Claremont, lo sceneggiatore che ha trasformato gli X-Men in uno dei più grandi successi Marvel a partire dagli anni Settanta. Com’è stato collaborare con lui?
Salvador Larroca – È stato davvero emozionante. In realtà il primo lavoro che ho realizzato con lui non è stato X-Men, ma Fantastic Four, una serie che ha contribuito enormemente alla mia crescita professionale.
I Fantastici Quattro erano già una delle serie più amate dai lettori e poter lavorare con Chris fu qualcosa di speciale. Successivamente arrivarono anche gli X-Men.
Alla fine ottenemmo perfino una nostra serie regolare, X-treme X-Men, fin dal numero uno.
Credo che, dal punto di vista grafico, il mio lavoro fosse migliorato rispetto al periodo dei Fantastic Four, ma questo era dovuto soprattutto all’entusiasmo che provavo. Furono anni davvero straordinari. Ogni giorno ricevevo una buona notizia. Oggi una cosa del genere è davvero molto rara.

Fu una tua idea ambientare parte della storia a Valencia, la tua città natale? Com’è stata l’esperienza di disegnare la tua città all’interno di un fumetto Marvel?
Salvador Larroca – Successe perché Chris Claremont venne in Spagna per una convention e rimase una settimana a casa mia.
In quei giorni gli feci praticamente da guida turistica. Gli mostrai tutta la città e, in particolare, la parte moderna progettata dall’architetto Santiago Calatrava.
Vide tutti quegli edifici contemporanei e pensò che, dopo tanti grattacieli americani, sarebbe stato interessante utilizzare una città europea, perché anche la vecchia Europa ha un fascino tutto suo.
Io gli dissi: “Tu raccontami la storia e al resto penso io.”
E la verità è che fu molto divertente lavorare in questo modo e poter disegnare il mio ambiente quotidiano, trasformando Valencia in uno scenario dell’universo Marvel.
Inoltre disegnasti anche i nuovi costumi della squadra, creando uniformi molto diverse rispetto ai design classici. Che cosa ti spinse a prendere questa decisione?
Salvador Larroca – I costumi classici degli X-Men erano sempre stati caratterizzati dal giallo e nero, oppure dal blu scuro e giallo.
Noi pensammo che, per creare una rottura visiva, sarebbe stato interessante utilizzare il rosso e il nero. Ci sembrò una combinazione che potesse funzionare.
E ancora oggi continuo a pensare che rosso e nero siano un’ottima scelta. Alla fine funzionò.
Credo che facemmo davvero un buon lavoro, anche perché l’entusiasmo che avevamo superava perfino le aspettative. Mi divertii tantissimo.
Avevo la sensazione che tutto fosse davvero mio, come se lo stessi creando completamente da zero. Dal punto di vista creativo fu un’esperienza davvero entusiasmante.

Nel 2009 hai vinto il Premio Eisner per il tuo lavoro insieme a Matt Fraction su Iron Man, una serie che ho apprezzato moltissimo. Ti aspettavi di ricevere un riconoscimento così prestigioso? Che cosa ha significato per te e che cosa hai provato in quel momento?
Salvador Larroca – Assolutamente no! Non me lo aspettavo!
Quando scoprii che eravamo stati nominati agli Eisner, molte persone mi dissero subito:
“Non vincerete. Questi premi vengono assegnati soprattutto alle case editrici indipendenti, non a Marvel o DC.” Mi dissero addirittura: “Io al posto tuo non andrei nemmeno a San Diego.”
E infatti non ci andai. La mattina successiva, come faccio sempre lavorando dall’Europa per gli Stati Uniti, controllai la posta elettronica. Normalmente le notizie arrivano durante la notte, quindi ero abituato a leggerle la mattina. Aprii la mail e trovai un messaggio di Matt Fraction che diceva semplicemente:
“We won.”
Non riuscivo a crederci. Non mi ero creato alcuna aspettativa. Fu come se qualcuno ti dicesse che hai vinto alla lotteria… senza che tu abbia mai comprato un biglietto. Qualche giorno dopo ricevetti un pacco perfettamente imballato con il premio.
Fu una sensazione molto strana. Non c’era nessuno a consegnarmelo, nessuna cerimonia, nessuno che mi dicesse qualcosa. Mi arrivò semplicemente a casa, come se avessi comprato qualcosa su eBay. È stato davvero curioso.
Ma alla fine il valore più grande del premio è rappresentato dal riconoscimento del lavoro svolto. E questo fa sempre molto piacere. A dire la verità è l’unico premio davvero importante che abbia ricevuto nella mia carriera. E penso che non me ne servano altri.

Da un’armatura all’altra, dall’Universo Marvel a Star Wars. Hai lavorato sul franchise a fumetti di Star Wars, in particolare su Darth Vader. È stato complicato rispettare tutte le direttive e i riferimenti visivi imposti dall’universo di Star Wars? In cosa si differenzia disegnare Darth Vader rispetto a un personaggio come Iron Man?
Salvador Larroca – Beh, in realtà ho disegnato praticamente tutte le armature della Marvel, perché ho lavorato anche su Doctor Doom.
Il problema, però, quando lavori con licenze così importanti, è che ci sono tantissime persone che supervisionano il tuo lavoro. Tu realizzi una tavola e quella tavola viene esaminata da quaranta persone.
Ti arrivano una quantità enorme di note, richieste di modifica, cambiamenti… alcuni persino assurdi, come la fibbia dei pantaloni o dettagli davvero insignificanti.
Quando iniziai a lavorare su Darth Vader, Marvel aveva appena riottenuto la licenza di Star Wars e ci lasciavano ancora una certa libertà. Ma quando passai alla serie principale di Star Wars, diventò un vero inferno.

Per un paio d’anni lavorai su Darth Vader, poi passai a Star Wars e iniziarono ad arrivare continuamente note, correzioni e richieste di modifica.
Una dopo l’altra. Alla fine arrivai a odiarlo. Lasciai la serie e non volevo più avere niente a che fare con Star Wars. È vero, sono i fumetti che pagano meglio. Però, dal punto di vista creativo… zero.
Non puoi fare praticamente nulla. Tutto è controllato e supervisionato.Se provi a fare qualcosa di appena un po’ più personale o artisticamente libero, immediatamente ti dicono che va cambiato. Dal punto di vista della carriera, avere titoli come Star Wars o Darth Vader nel proprio curriculum è sicuramente importante. Ma artisticamente non è stata una bella esperienza. Era come lavorare dentro un corsetto strettissimo.
Ed è questo il principale problema che vedo nelle licenze come Star Wars. Con Alien, ad esempio, è successa una cosa molto simile. C’è sempre qualcuno che ti dice:
“Cambia questo.” “Cambia quell’altro.”
Ti arriva una sceneggiatura e magari, dopo una riunione, è piena di annotazioni di colori diversi, perché sette persone differenti hanno espresso la propria opinione.
Uno dice: “Io qui farei questo.” Un altro risponde: “E tu cosa ne pensi?”
Un altro ancora propone qualcosa di completamente diverso. Alla fine non osi nemmeno dire: “Io questa scena la farei in controluce.”
Perché sai già che sarà un problema. Lavorare con queste licenze è davvero molto complicato.
Anni fa un editore assumeva un artista perché illustrasse una serie. Tu cercavi semplicemente di disegnarla nel miglior modo possibile e di dare il tuo contributo personale al personaggio.
Oggi, invece, l’editor ti dice esattamente cosa devi fare. E tu hai pochissimo margine creativo, perché se proponi qualcosa di diverso ti chiedono semplicemente di rifarlo.
Le cose sono cambiate moltissimo rispetto al passato. Ed è proprio per questo motivo che non volevo più rimanere lì. Così ho lasciato la Marvel. Adesso preferisco dedicarmi ai miei progetti personali.
Grazie mille, Salvador. È stato davvero un piacere.
Salvador Larroca – Grazie a voi.
Salvador Larroca: Biografia*

Nato a Valencia, Salvador Larroca è un celebre artista di fumetti spagnolo noto soprattutto per il suo lavoro nell’industria statunitense del fumetto, in particolare per Marvel Comics.
Dopo aver iniziato la carriera come cartografo, Larroca si avvicinò al mondo del fumetto nei primi anni ’90 con Marvel UK, lavorando su serie come Dark Angel e Death’s Head II. Poco dopo si trasferì negli Stati Uniti dove iniziò una lunga collaborazione con Marvel Comics, diventando uno degli artisti più prolifici e riconoscibili dell’editore.
Nel corso della sua carriera ha disegnato numerose serie di rilievo, tra cui Fantastic Four, X-Men, The Invincible Iron Man (con il quale ha ottenuto un Premio Eisner nel 2009) e Star Wars.
È riconosciuto per il suo stile dettagliato, caratterizzato da un forte realismo visivo, sebbene talvolta discusso da parte dei fan per l’uso di tecniche di riferimento nell’illustrazione.
Tra i suoi lavori più recenti c’è il graphic novel The Horror Country, creata con lo scrittore Manuel Carballal.
*biografia estratta dal sito Comicon Festival
Comics
Intervista a Lee Bermejo: Con Amazing Visions 25 ‘diapositive’ della vita di Spider-Man
Al Comicon Bergamo, abbiamo avuto l’occasione di parlare con uno dei più grandi autori in attività nel campo dei comics: Lee Bermejo. L’artista ci ha raccontato il progetto che lo vede protagonista insieme a Spider-Man: Amazing Visions
Lee Bermejo è da sempre un artista meticoloso che con la sua arte unica e dall’ estetica inconfondibile, dona un tocco personale a ogni supereroe che disegna.
Con Amazing Visions, l’artista ha abbracciato un progetto importante per conto della Marvel, con protagonista il suo eroe più iconico e famoso: Spider-Man.
Attraverso 25 cover che sono veri e propri ‘scatti’ di momenti fondamentali dell’Amichevole Spider-Man di Quartiere, Bermejo, come un abile Peter Parker, ci sta regalando dei capolavori, con immagini emozionali dal forte impatto visivo, che hanno l’obiettivo di accompagnare i lettori di Spider-Man al fatidico Amazing Spider-Man#1000, in uscita a settembre 2026.
Grazie alla disponibilità di Lee Bermejo, abbiamo avuto l’occasione di poterlo intervistare durante il Comicon Bergamo di quest’anno, concentrandoci principalmente proprio su Amazing Visions e sul rapporto dell’autore statunitense con Spider-Man.
E nella settimana che vede l’uscita al cinema di Spider-Man: Brand New Day, non potevamo esimerci dal proporre ai nostri lettori l’arte di Lee Bermejo che racconta Spider-Man.
Lee Bermejo: Amazing Visions è puro divertimento

Innanzitutto grazie mille, Lee, per questa intervista. Volevo parlare con te di Amazing Visions, questo progetto che ripercorre la storia editoriale di Spider-Man nei suoi momenti più importanti e che ti vede protagonista con 25 copertine che accompagnano il personaggio fino al numero 1000 di Amazing Spider-Man. Come nasce questo progetto?
Lee Bermejo – Volevo fare qualcosa con Marvel. C’erano stati vari approcci con altri progetti, però non si erano concretizzati. A un certo punto è arrivata questa possibilità.
In realtà io volevo realizzare qualcosa che avesse lo stesso tipo di approccio artistico che avevo avuto con Batman: Dear Detective. È stata quindi un’idea di C.B. Cebulski quella di raccontare la storia editoriale di Spider-Man attraverso una lunga serie di copertine.

È il tuo progetto più ambizioso? In fondo significa ripercorrere più di sessant’anni di storia editoriale di uno dei personaggi più iconici del fumetto.
Lee Bermejo – No, perché il progetto più ambizioso che abbia mai realizzato è A Vicious Circle, uscito l’anno scorso. Quello è, senza dubbio, il lavoro più impegnativo che abbia mai fatto. Questo, invece, è stato puro divertimento.
Che rapporto hai con Spider-Man? È un personaggio che seguivi già da ragazzo?
Lee Bermejo – Certo. Da piccolo mi sono innamorato del personaggio leggendo i primi numeri attraverso i Marvel Masterworks. Per me Steve Ditko è sempre stato la versione “pura” di Spider-Man.
E poi guardavo anche la serie televisiva animata degli anni Settanta, quella classica. Quindi sì, Spider-Man è sempre stato un personaggio importante per me.

Tu sei conosciuto soprattutto per i tuoi lavori in DC, con personaggi come Joker, Lex Luthor e Batman, figure molto più oscure. Com’è stato approcciarti invece a un personaggio così positivo come l’amichevole Spider-Man di quartiere? Anche dal punto di vista della rappresentazione visiva immagino sia stato molto diverso rispetto a Batman.
Lee Bermejo – Sì, però credo che alla fine si tratti sempre di interpretare il personaggio attraverso la propria visione artistica. È proprio questo il motivo per cui il progetto si chiama Amazing Visions.
Fin dall’inizio ho detto che non volevo realizzare uno Spider-Man classico. Volevo disegnarlo come l’ho sempre immaginato io e dargli un’impronta artistica personale, che per Marvel è una cosa piuttosto insolita.
Di solito non lavorano in questo modo, quindi per me era importante affrontare Spider-Man esattamente come avevo fatto con Batman e con gli altri personaggi: filtrandoli attraverso la mia estetica.
A questo proposito ho una domanda proprio sull’estetica. Perché hai scelto di rappresentare Spider-Man con i lancia-ragnatele esterni al costume?
Lee Bermejo – Perché normalmente vengono sempre rappresentati come completamente nascosti all’interno dei guanti.
Questa idea nasce un po’ dalla serie televisiva degli anni Settanta, ma anche da una mia ossessione fin da bambino.
Mi chiedevo sempre: se davvero avesse questi lancia-ragnatele, possibile che sotto il guanto non si vedesse mai nulla? Nessuna sporgenza, nessun segno del metallo… niente.
La stessa cosa vale per la maschera. Lui la sfila continuamente, eppure viene sempre disegnata come se fosse un unico pezzo. Sono dettagli che, anche quando ero piccolo, mi davano parecchio fastidio.
Accettavo tranquillamente che Spider-Man potesse arrampicarsi sui muri o sollevare una macchina, ma questi dettagli mi sembravano poco realistici.
Più che altro, per me Spider-Man è un ragazzo normale. Non è perfetto.
La versione “pura” del personaggio è quella di un ragazzo che deve gestire una casa con una zia anziana, che ha molte più responsabilità rispetto ai suoi coetanei e che deve anche costruirsi un’identità da supereroe.
Ma Peter Parker non è un artista. Non ha il gusto estetico perfetto per progettare un costume impeccabile o tutti gli altri dettagli. Per questo motivo cerco sempre di rappresentare ogni personaggio attraverso quello che, secondo me, sarebbe il suo modo naturale di vedere le cose.
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Passiamo un attimo a Batman: Noël. In quel volume sei stato non solo il disegnatore, ma anche lo sceneggiatore. Com’è stato il tuo approccio alla scrittura?
Lee Bermejo – In realtà non è stata la prima volta.
Credo di aver scritto quello, sì… anzi, prima avevo realizzato una storia breve e poi Batman: Noël.
Ma, a dire il vero, ho sempre scritto. Anche da bambino realizzavo i miei fumetti e ne scrivevo le storie.
Quando ho iniziato a lavorare nel mercato americano, verso la fine degli anni Novanta, era molto difficile entrare come autore completo, cioè sia sceneggiatore sia disegnatore.
Spesso volevano che scegliessi una sola strada. E, per un ragazzo di diciannove anni come ero allora, la cosa più importante era riuscire a entrare nell’industria.
Però la mia intenzione è sempre stata quella di scrivere, appena ne avessi avuto la possibilità.
Quindi è stato un insieme di circostanze, ma non è certo una cosa che ho iniziato a fare con Batman: Noël.
Ti piacerebbe quindi, magari in futuro, cimentarti con Spider-Man anche come sceneggiatore? Oppure come autore completo, occupandoti sia della storia sia dei disegni interni?
Lee Bermejo – Realizzare una storia interna è molto diverso.
Marvel funziona in modo diverso rispetto alla DC. Alla Marvel non hai la stessa libertà di creare storie fuori continuity. Si può fare, certo, ma è molto più complicato trovare il progetto giusto.
In effetti avevo anche proposto una storia di Spider-Man, però non era quello che stavano cercando. Quindi mai dire mai.
Però, per quanto mi riguarda, collaborare con Marvel a livello di storytelling è più difficile. Sulle copertine, invece, è decisamente più semplice.

Tra tutti i personaggi che hai disegnato nelle copertine di Amazing Visions, quale ti sei divertito di più a rappresentare… escluso Spider-Man?
Lee Bermejo – Mi è piaciuto molto Electro.
Nell’ultima copertina che ho realizzato avevo parecchia paura di affrontarlo, perché non sapevo davvero come interpretarlo. Ero un po’ in difficoltà, ma alla fine, proprio all’ultimo momento, ho trovato il modo giusto per rappresentarlo.
Mi ha sorpreso tantissimo.
Poi Goblin è sempre bellissimo da disegnare. In generale adoro i villain classici. Per me restano i migliori.
Dopo Marvel Visions puoi già anticiparci qualcosa sui tuoi prossimi lavori? Hai qualche progetto in cantiere di cui puoi parlarci?
Lee Bermejo – Sì. Ho scritto e sto disegnando un altro progetto. Però ci vorranno ancora un paio d’anni prima che venga pubblicato, quindi è ancora troppo presto per parlarne.
Si tratta di un progetto più autoriale oppure di un lavoro per una grande casa editrice?
Lee Bermejo – No, è per una major.
Perfetto. Allora ti ringrazio davvero per il tempo che ci hai dedicato. Grazie mille, Lee.
Lee Bermejo – Grazie a voi. Grazie mille.
Lee Bermejo: Biografia*

Lee Bermejo è tra i fumettisti più apprezzati del panorama americano, noto per il suo inconfondibile stile realistico. È celebre soprattutto come illustratore di Batman/Deathblow: After the Fire, Luthor, Before Watchmen: Rorschach e del graphic novel best seller del New York Times Joker, tutte opere realizzate per DC in collaborazione con lo scrittore Brian Azzarello.
Altri suoi lavori per la DC Comics includono Global Frequency (con Warren Ellis), Superman/Gen13 (con Adam Hughes) e Hellblazer (con Mike Carey) e il graphic novel best seller Batman: Noel, scritto e illustrato interamente da Bermejo.
Per Vertigo ha creato la serie acclamata dalla critica Suiciders e Batman: Damned, scritto ancora una volta da Azzarello per la linea Black Label della DC.
Il suo lavoro più recente per la DC è l’artbook narrativo Batman: Dear Detective, che ha scritto e illustrato.
I suoi lavori più recenti includono un progetto intitolato A Vicious Circle con lo sceneggiatore Mattson Tomlin e una serie di copertine che descrivono in dettaglio la storia di Spider-Man per la Marvel Comics. Bermejo vive e lavora in Italia.
*biografia estratta dal sito Comicon Festival
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