Interviste
Comics Legends: intervista a Erik Larsen, ‘recordman’ dei comics con Savage Dragon
Per inaugurare la nuova rubrica Comics Legends abbiamo l’onore di ospitare il grande Erik Larsen, fumettista amatissimo dai fan di Spider-Man per una sua storica run, co-fondatore di Image Comics e creatore nonché autore unico di Savage Dragon
Ci sono autori di comics diventati grandi raccontando storie su personaggi nati dalla mente di altri scrittori e disegnatori.
E poi ci sono autori che non solo contribuisco a quelle storie, ma creano anche i personaggi che le abitano, rendendoli immortali, anzi: vere e proprie leggende.
È il caso dell’ospite di questo primo appuntamento di Comics Legends, Erik Larsen, scrittore e disegnatore amatissimo, nonché uno dei “magnifici sette” che lasciarono le major per trasformare in una solida realtà il proprio sogno: fare fumetti su personaggi originali da loro creati. Sotto questa filosofia viene fondata la Image Comics.
Il cartoonist di Minneapolis ha dato vita, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, a una delle incarnazioni più dinamiche e supereroistiche di Spider-Man. Da autore di storie rimaste indelebili nella memoria dei Ragno-lettori, Larsen è riuscito in pochi anni a diventare un’icona e modello per gli autori venuti dopo di lui su Spidey, tornando di tanto in tanto a volteggiare tra i grattacieli di New York insieme all’Amichevole Spider-Man di quartiere (anche molto recentemente come scoprirete).
Ma la creatura più importante nata dalla mente di Erik Larsen ha un solo nome: Savage Dragon. Un progetto concepito già da ragazzino, che aspettava soltanto di trovare la forma giusta per emergere e diventare il fumetto più longevo della storia dei comics portato avanti dallo stesso autore, sia ai testi che ai disegni, dai suoi esordi nel 1992 fino a oggi, pronto a frantumare il traguardo dei 300 (!) numeri.
L’obiettivo di Comics Legends sarà quello di portarvi i più grandi autori del fumetto di sempre, attraverso le loro parole ma anche con approfondimenti a loro dedicati. E con il grande Erik Larsen non potevamo che iniziare nel modo migliore.
Erik Larsen: una carriera tra uomini ragno e poliziotti (verdi) a squame
Grazie mille, Erik Larsen, per essere ospite su PopCorNerd. È un grande onore e un privilegio per la nostra pagina ospitare un artista internazionale così importante. Ti ringraziamo di cuore per il tuo tempo prezioso.
Vorrei partire dall’inizio: se lo ricordi, come è nata la tua passione per i fumetti? So che sei un grande fan di Capitan Marvel. È iniziato tutto con lui?
Erik Larsen – Mio padre collezionava fumetti quando era ragazzo e sono cresciuto con la sua collezione di fumetti della Golden Age. Capitan Marvel e molti altri hanno avuto un grande impatto su di me, ma è stato Incredible Hulk #156 di Herb Trimpe l’albo che reputo ‘la vera droga’ che mi ha introdotto a questo mondo.

Variant di Savage Dragon #156 che omaggia Incredible Hulk #156 di Herb Trimpe, albo fondamentale per Erik Larsen
Il tuo approdo in Marvel avviene grazie a Jim Shooter. Puoi raccontarci come sono andate le cose?
Erik Larsen – Inizialmente mandavo con una certa regolarità dei campioni del mio lavoro a Jim Shooter. Avevo ricevuto diverse lettere di rifiuto da parte sua quando cercavo di entrare nel mondo dei fumetti, e ho sempre apprezzato il fatto che si prendesse del tempo di rispondermi.
Ricevetti un “Close but no cigar” [l’equivalente di ‘Ci sei andato vicino, ma non abbastanza’ n.d.r.] e poi un “Closer, but still no cigar”. [‘Ancora più vicino, ma non abbastanza’ n.d.r.]
Un paio d’anni dopo gli mostrai il mio lavoro di persona a una convention a Chicago. A quel punto stavo già lavorando per alcune case editrici più piccole. Shooter guardò i miei lavori e disse: “Quindi ora sei un professionista.” Al che io risposi: “Sì, lo sono.”
Jim mi chiese: “Ti piacerebbe fare una storia per Marvel Fanfare?” E io risposi: “Certo, perché non la sviluppiamo qui alla convention?” Cosa che sembrò coglierlo di sorpresa. Più tardi ci sedemmo insieme al bar dell’hotel e buttammo giù la trama di massima di quello che sarebbe diventato il mio primo fumetto Marvel: The Mighty Thor #385. Bei tempi.

Cover del primo albo Marvel di Erik Larsen: The Mighty Thor #385
Pensando al tuo lavoro in Marvel, il tuo nome è inevitabilmente associato a Spider-Man, un personaggio che nel corso degli anni sei tornato a disegnare più volte. Cosa ti spinge ancora oggi a dedicarti a Spidey? E… è solo una mia impressione o è diventato una sorta di “comfort zone” per te?
Erik Larsen – Non so se sia tanto io a essere attratto da Spider-Man, quanto gli editor ad associarlo a me, ed è probabilmente per questo che continuano a chiedermi di fare ancora Spider-Man. Se negli anni ’90 avessi lavorato sui Fantastici Quattro, probabilmente mi chiederebbero quello.
E, come per ogni cosa, una volta che fai qualcosa per un po’ sviluppi una sorta di memoria muscolare. Non devo sudare per capire come disegnare Spider-Man. Mi viene piuttosto naturale. Se fosse Batman, dovrei pensare a come disegnare Batman. Ma con Spider-Man ho già risolto tutto. Mi viene facile.

Ricordo con enorme piacere tutto il tuo ciclo su Spider-Man come disegnatore, ma Il ritorno dei Sinistri Sei è quasi certamente la mia storia preferita, un vero e proprio blockbuster: nemici all’altezza e brutali, alleati di ogni tipo e uno Spider-Man spinto all’estremo, armato anche di gadget in puro stile anni ’90. La consideri una delle tue migliori prove artistiche sul personaggio?
Erik Larsen – Ho fatto tutto quello che potevo fare. Mi sono trovato ad affrontare molte discipline tutte insieme. All’epoca non avevo scritto molte storie per la Marvel, in pratica solo quel fill-in su Spider-Man con Bestia. Inoltre stavo ancora cercando di capire come inchiostrare.
Prima non inchiostravo le mie matite, quindi quella parte era relativamente nuova per me. E, in più, la mia casa andò a fuoco nel mezzo della serie, quindi dovetti arrangiarmi per rimettermi in carreggiata mentre sistemavo la mia vita. È quasi un miracolo che sia riuscito a terminarlo, a pensarci bene.
Per Otto Octavius hai scelto un restyling molto particolare: il tuo Doctor Octopus è meno scienziato e più gangster dal cervello sopraffino, quasi una versione di Tony Montana con braccia metalliche. Cosa ti ha ispirato per questa reinterpretazione di Doc Ock?
Erik Larsen – Avevo un amico che faceva illustrazioni commerciali per la ColorForms e stava lavorando a un progetto di Dick Tracy, basato sul film di Warren Beatty. Gli avevano mandato pile di foto e style guide per i villain e pensai che quello sarebbe stato un look più forte per Ock rispetto al body che indossava fino a quel momento.

L’elegante Doc Ock di Erik Larsen
Cardiac è una delle tue creazioni, insieme a David Michelinie, per la Marvel: nelle tue storie ha funzionato benissimo come comprimario di Spider-Man, ma in seguito è finito un po’ nel dimenticatoio. Ti è dispiaciuto vedere che, al di fuori della tua gestione, il personaggio non sia stato sfruttato come magari avevi immaginato inizialmente?
Erik Larsen – Certo. È sempre un po’ una seccatura vedere un personaggio trascurato, ucciso o ridisegnato. Pensavo che Cardiac avesse un impatto visivo forte.

Cardiac
C’è stato un momento in cui ho pensato — forse dovrei semplicemente cancellare questo tizio e tenermelo per dopo — perché lo sto regalando?
Ma alla fine sono andato avanti. Se me lo fossi tenuto per me, probabilmente lo avrei usato di più. È uno dei pochi personaggi che ho disegnato e che pensavo avesse un vero potenziale. Cardiac e Knockout alla Marvel e Shrapnel e Lagoon Boy alla DC. Ma c’est la vie — non ha senso piangerci sopra. Non è che mi manchino i personaggi.
Venom è stato creato da Todd McFarlane e David Michelinie, ma tu hai contribuito in modo decisivo a rendere indelebile nell’immaginario collettivo l’idea di un Venom spaventoso e “mangia-cervelli”: lingua lunghissima, denti aguzzi e una bocca mostruosa. Cosa ti ha portato a disegnare l’alter ego di Eddie Brock in quel modo, diventato poi il vero simbolo del V-Man anni ’90?
Erik Larsen – Non è stato così volontaria la cosa. In realtà è stato in parte un incidente.
Anni fa, Todd McFarlane disegnò una copertina per un trade paperback di Spider-Man vs. Venom che raccoglieva le storie di Spider-Man contro Venom che aveva disegnato lui.
Non comprai il volume perché avevo già i singoli albi, ma la mia impressione fu che Todd gli avesse dato una lingua. Determinato a spingermi oltre, diedi a Venom una lingua ancora più grande e folle.
Per anni ho attribuito a Todd il merito della lingua e citavo quella copertina del TPB. Immagina la mia sorpresa quando, anni dopo, rividi davvero la copertina di Todd e mi resi conto che non somigliava affatto a come la ricordavo.
Todd non aveva fatto nulla di speciale o insolito con la lingua — era una lingua perfettamente normale e insignificante. Era solo visibile. C’era una piccola, normale lingua rossa sulla copertina di Todd. Si scoprì che ero stato io, dopotutto, a dargli quella lingua folle!

In Marvel non c’è stato solo Spider-Man: hai lavorato anche su Punisher, Nova, Excalibur, Wolverine… Guardando indietro, c’è qualche rimpianto legato al tuo lavoro su questi personaggi?
Erik Larsen – Nessun rimpianto, davvero. Ho sempre cercato di fare del mio meglio con il tempo che avevo a disposizione. Non passo molto tempo a rimuginare sul passato. Non ho molti rimpianti nella mia vita.
Con Image Comics tu e gli altri fondatori avete realizzato qualcosa di incredibile e fortemente ispirazionale. Anche una redazione piccola e giovane come la nostra guarda al modello Image come a un riferimento (ovviamente in maniera proporzionata). Quando hai capito che il salto fatto da te, Todd, Jim, Rob e gli altri era davvero la strada giusta?
Erik Larsen – Lo abbiamo capito subito che si trattava di qualcosa di grosso. Le vendite erano fenomenali. La reazione del pubblico travolgente.
Alla Marvel persero completamente la testa e la partenza dei principali artisti Marvel per fondare Image Comics nel 1992 fu un fattore determinante dell’instabilità che portò al fallimento della Marvel. Fu un effetto a catena enorme.
Certo, c’erano anche altri fattori — lo scoppio della bolla dell’industria, un debito massiccio dovuto ad acquisizioni aziendali e una ristrutturazione aggressiva e fallimentare del loro modello di distribuzione. Ma resta folle pensare che sette artisti che se ne vanno possano avere un impatto del genere.

I Magnifici 7 che hanno fondato Image Comics
Sei stato anche editor di Image Comics: qual è stato l’aspetto più complesso di questo ruolo rispetto a quello di autore?
Erik Larsen – Le cose erano un po’ turbolente. Molte testate si interrompevano bruscamente a metà storia e la sensazione era che i giorni migliori di Image fossero alle spalle. Il mio obiettivo era rimettere la nave sulla rotta, fermare l’emorragia e riportarla sulla giusta traiettoria, e questo significava parlare molto con i creator e intervenire più direttamente su alcuni fumetti che avevano bisogno di aiuto. Ero attivamente coinvolto nell’aiutare le testate, nel progettare loghi e persino nel ridisegnare alcuni personaggi. Era un sacco di lavoro. Ma non era per questo che ero entrato nei fumetti. Volevo creare fumetti, non gestire i creator. Me ne sono andato una volta che tutto è tornato in carreggiata.
Puoi raccontarci come e quando nasce il personaggio più importante della tua carriera, Savage Dragon? Sappiamo che era un’idea che avevi in testa da molto tempo, in attesa del momento giusto per emergere.
Erik Larsen – Savage Dragon è stato creato quando ero bambino. All’inizio era un clone di Batman, ma presto ha preso vita propria. Non sono nemmeno sicuro di quando sia stato creato esattamente.
Originariamente indossava mantello e maschera e guidava una specie di versione dell’auto di Speed Racer. Con il passare degli anni ho continuato a introdurre nuove versioni e a rivedere quelle vecchie. A un certo punto era diventato un tizio che si trasformava da uomo normale in un supereroe muscoloso, e mi sono semplicemente stancato della parte dell’uomo normale e di disegnare tutti gli aspetti del costume.
Ho separato Dragon dalla sua persona umana e a quel punto è diventato finalmente un eroe dalla pelle verde. Ho scritto e disegnato le sue avventure dall’infanzia fino alle superiori e oltre. Quando avevo 19 anni ho scritto e disegnato una storia di Savage Dragon perché pensavo di poterla pubblicare su Charlton Bullseye. Ma quella rivista fu cancellata prima che potessi mandargliela. Finì per auto-pubblicarla come parte di un fumetto chiamato Graphic Fantasy, che stampai sulla piccola offset da tavolo di mio padre. Quella storia era il culmine di tutto ciò che avevo fatto da bambino.
Ne feci un’altra dopo, poi iniziai a ricevere i primi incarichi per lavori professionali. Avrei rivisitato quelle due storie di Dragon anni dopo.

Cover del primo volume della nuova ed. italiana di Savage Dragon della Cosmo Editore
Ogni autore inserisce inevitabilmente una parte di sé nei propri personaggi. Quali aspetti di Erik Larsen e della sua vita possiamo ritrovare in Savage Dragon?
Erik Larsen – Non c’è molto, onestamente. Voglio dire—sì, c’è qualche cosa nei dialoghi. Frasi che potrei dire io, ma difficilmente è autobiografico. È un’opera di finzione. Abbiamo la stessa età. Siamo entrambi calvi. Non va molto più in profondità di così.
Con Savage Dragon sei autore unico praticamente da sempre: un record incredibile, considerando che la serie è una delle più longeve mai realizzate su un supereroe con un solo autore al comando. Ti capita mai di pensare ai record che stai battendo numero dopo numero?
Erik Larsen – Non spesso. La prendo una pagina alla volta. Pensare di fare così tanti numeri—così tante pagine—è travolgente. Quindi tendo a scomporre tutto in parti più gestibili. Una pagina alla volta. Un numero alla volta.

Savage Dragon è ormai vicino al numero 300. C’è un aneddoto legato alla realizzazione di un numero, una run o semplicemente qualcosa che ti è rimasto impresso legato al tuo lavoro su Dragon?
Erik Larsen – Ci sono molti numeri. Nel corso degli anni mi sono lanciato varie sfide per mantenerlo divertente. Un numero composto solo da splash page. Un numero che conta alla rovescia da 20 vignette a una. Un numero in cui ogni vignetta è un quadrato. In cui ogni vignetta rappresenta un singolo giorno. Uno in cui ogni due pagine sono una doppia pagina. In cui le pagine emulano celebri strisce a fumetti. Non c’è un singolo numero che domini la mia mente. È tutto un unico pezzo.
Così come Savage Dragon, anche Spawn è un personaggio che Todd McFarlane aveva in mente fin da ragazzo. Come ti sei trovato a lavorare sulla creatura di Todd durante la tua run su Spawn? E com’è nata la collaborazione che ha portato al team-up Spawn / Savage Dragon?
Erik Larsen – All’inizio è stato divertente, ma è diventato frustrante piuttosto in fretta. Abbiamo una sensibilità e un ritmo molto diversi.
Io stavo scrivendo, disegnando e inchiostrando il fumetto e Todd riscriveva e reinchiostrava le pagine man mano che le facevo. Pensavo che sarebbe stato divertente fare un crossover, ma anche quello è stato frustrante. Todd riscriveva i dialoghi di Malcolm e Maxine Dragon. Voglio dire—che diavolo, amico? Capisco che potrei non azzeccare la voce di Spawn, ma sicuramente sono in grado di mettere parole in bocca ai miei personaggi! È arrivato a un punto in cui ho dovuto andarmene.

Spawn e Dragon insieme!
In un periodo in cui cinema e televisione sono dominati da film e serie TV sui fumetti, c’è mai stata un’occasione concreta o anche solo l’idea di realizzare uno show o un film dedicato a Savage Dragon?
Erik Larsen – Ce n’è stata una. Un cartone animato sul network USA. È andato avanti per due stagioni. Da allora ci sono state conversazioni con varie realtà, ma non si è mai arrivati fino in fondo. Non è per mancanza di tentativi, ma non è mai una cosa semplice come “farlo e basta”. Ci sono molte parti che si muovono insieme. Posso fare un fumetto da solo, se serve. Non posso fare un film da solo.

Immagine tratta dalla serie animata di Savage Dragon
Recentemente sei tornato su Spider-Man, ma non su una versione qualsiasi: Spider-Noir. Cosa ti ha spinto ad accettare questo progetto? Hai cambiato approccio nel lavorare su una versione ambientata negli anni ’30 rispetto allo Spider-Man classico su cui avevi lavorato in passato?
Erik Larsen – Sembrava un’idea divertente. Mi piaceva che la lavagna fosse quasi vuota e che potessi contribuire a dare forma al suo mondo. Da un po’ parlavo con l’editor della possibilità di fare qualcosa, questa idea è venuta fuori e lui ha pensato che potessi essere una buona scelta. È un “animale” molto diverso sotto molti aspetti a causa dell’ambientazione. Abituarsi a come i personaggi possono e non possono parlare richiede un po’ di tempo, ma per fortuna sono un grande fan di diversi film e radiodrammi di quel periodo, e questo mi ha aiutato.

Abbiamo avuto l’opportunità di scambiare due parole con Andrea Broccardo, disegnatore di Spider-Noir sui tuoi testi, e si è detto entusiasta e onorato del lavoro insieme a te. Com’è stato concentrarti solo sulla scrittura e lasciare le matite a un altro (bravissimo) artista, forse per la prima volta nel tuo lavoro su Spider-Man?
Erik Larsen – È stato molto divertente. Naturalmente nulla appare esattamente come lo immagino io, ma mi ha sorpreso più volte superando le mie aspettative. Era la sua prima volta a lavorare partendo da una trama e io ho imparato alcune cose lungo la strada, sotto questo aspetto. Nel complesso direi che è stata un’esperienza positiva.
Spider-Noir è una serie ancora inedita in Italia, ma parliamo di un personaggio che ha già avuto tre incarnazioni molto diverse tra loro. Che tipo di Spider-Noir dobbiamo aspettarci dalla versione di Erik Larsen?
Erik Larsen – Ho riflettuto a lungo sull’approccio. Alla fine sono arrivato alla conclusione che, se l’editor avesse voluto ciò che era stato fatto in precedenza, avrebbe dovuto riprendere quei creatori. Se li avessi emulati, non avrebbe funzionato per nessuno.

Ho i miei punti di forza come scrittore e ho pensato fosse meglio fare leva su quelli. Volevo realizzare una versione che sembrasse più Peter Parker. Volevo fare qualcosa che ricordasse in una certa misura il personaggio del film. E volevo davvero fare qualcosa di nuovo. La precedente galleria di nemici di Spider-Man Noir era composta da reinterpretazioni noir dei classici villain di Spider-Man e il suo cast di supporto era formato da versioni reimmaginate del cast di supporto tradizionale. Io sono entrato con l’idea di dargli un cast di supporto tutto suo che andasse oltre il familiare e un set completamente nuovo di villain che fossero interamente suoi. Questo, e dato che è un detective—ho pensato che fosse una buona idea giocare con alcuni di quegli elementi.
Questa era l’ultima domanda. Ancora una volta, grazie a Erik Larsen per aver trovato il tempo di parlare con noi.
Erik Larsen: biografia

Erik Larsen nasce nel 1962 a Minneapolis (Minnesota) e fa il suo esordio giovanissimo disegnando alcune pubblicazioni per Marvel, Eclipse e DC Comics. Il suo stile dinamico lo rende immediatamente popolare tanto da fargli guadagnare, nel 1990, la promozione alla collana principale dell’Uomo Ragno, “The Amazing Spider-Man”, in sostituzione del grande Todd McFarlane.
Nel 1992 fonda, assieme allo stesso McFarlane e a Jim Lee, Rob Liefeld, Jim Valentino, Marc Silvestri, Whilce Portacio e Chris Claremont, l’etichetta indipendente Image Comics, lanciando il suo personaggio più famoso, “Savage Dragon”. Da allora, Larsen ha continuato a occuparsi della serie regolare del Dragone che ha raggiunto ad oggi il numero 279, in uscita a febbraio 2026, e che non intende fermarsi…
Eventi
COMICON Napoli 2026 – Intervista agli sviluppatori di KOOMY
Al COMICON Napoli 2026 abbiamo incontrato il team di sviluppatori di Koomy, l’app per leggere i fumetti italiani in formato digitale.
Comics
Intervista a Giuseppe Camuncoli, artista al servizio del fumetto (e Foodmetto)
PopCorNerd intervista un grandissimo artista italiano: Giuseppe Camuncoli. Tra Foodmetti e fumetti, tra cui gli ultimi progetti (come le cover speciali realizzate per il Comicon di Napoli 2026) ecco cosa ci ha raccontato
Di disegnatori del calibro di Giuseppe Camuncoli ce ne vorrebbero di più.
L’Italia è ricca di arte e di artisti talentuosi che stanno ottenendo grande successo oltreoceano nel campo dei comics. Giuseppe, detto anche “Cammo”, è uno di questi: lavora e ha lavorato per Image Comics, DC Comics, Marvel, Star Wars e, ultimamente, ha messo anche la “bandierina” in territorio Disney con il lavoro su Zio Paperone insieme a Jason Aaron, ma soprattutto con la sua cover variant di Topolino n. 3675, che sarà disponibile in anteprima al Comicon Napoli 2026 e che conterrà anche una storia da lui disegnata “Topolino e lo sbandieramento vacanziero”, firmata ai testi da Gianluca Fru (co-autore del soggetto), Roberto Gagnor (sceneggiatura).
Ma non è ‘solo’ il suo lavoro nel fumetto a renderlo un artista incredibile: dall’attività di docente alla Scuola di Comics di Reggio Emilia fino a Foodmetti, sono davvero tanti i progetti che lo vedono protagonista.
Dovete capire, quindi, che non è stato facile preparare una serie di domande per il Cammo, dalle cui risposte potesse trasparire tutta la sua arte e le sue attività in pochi minuti di conversazione… perché ci sarebbero volute ore e ore di chiacchiere!
E tra la Milan Games Week 2025 e un paio di domande fattegli recentemente sui suoi ultimi lavori (per cui ci ha concesso ancora un po’ del suo tempo) l’autore ha rilasciato a PopCorNerd una bellissima intervista che segue e che racconta principalmente quante cose fa (e ha fatto) Giuseppe Camuncoli.
Preparatevi, perché sono tante e tutte molto interessanti. Buona lettura!
Giuseppe Camuncoli: da Gotham a Paperopoli, passando per Napoli insieme a… Dr. Destino e Fru
Grazie mille, Giuseppe, per essere qui con noi su PopCorNerd. Prima di parlare del tuo lavoro da autore, vorrei partire da un progetto che ti vede molto coinvolto personalmente: Foodmetti. Come è nato e come hai convinto CB Cebulski, editor in chief della Marvel, e gli altri tuoi ‘compagni d’avventura’ a creare questa associazione?
Giuseppe Camuncoli – Foodmetti è una società dedicata al mondo del fumetto, formata da persone che amano sia i fumetti che il cibo. È nata principalmente da una chiacchierata a tavola con Cristiano Tomei, chef del ristorante L’Imbuto, di cui ero fan e cliente ancor prima che diventasse un amico.
Gli avevo proposto una semplice collaborazione per un’illustrazione del ristorante, e lui mi ha rilanciato dicendo: “Perché non facciamo qualcosa che unisca fumetti e cibo?”.
Abbiamo iniziato a parlare di progetti editoriali, poi insieme a SaldaPress e all’amico Carlo Spinelli, critico gastronomico appassionato di fumetti, è nata l’idea di proporre a Lucca un contenuto nuovo: un salone tematico dedicato appunto a cibo e fumetto.
Così abbiamo fatto incontrare due mondi molto creativi e aperti alla collaborazione: tantissimi chef hanno accettato subito di partecipare, e allo stesso modo molti fumettisti si sono messi in gioco cucinando o preparando cocktail.
Ieri sera [giovedì 27 novembre 2025 n.d.r.], ad esempio, a Parigi, nella libreria Les Merveilles, abbiamo organizzato un evento gestito da Foodmetti con gli autori Juan Díaz Canales e Juanjo Guarnido per i 25 anni di Blacksad. C’era anche Giovanni Rigano, autore dello spin-off Weekly, insieme alla chef stellata italiana ma che vive a Parigi, Alessandra Del Favero, che ha preparato piatti a tema Blacksad.
Organizziamo spesso anche eventi esterni come questo. La chef si è prestata molto, ha giocato e ha studiato per riprodurre dei piatti che fossero ispirati all’epoca di Blacksad.
A noi piace portare sul tavolo idee che nascono dal food e avvicinarle al fumetto, o viceversa, e creare progetti che funzionino da entrambi i lati e divertano tutti: chi li fa e chi li vive degustando, assaggiando… insomma, esplorando entrambe le cose.

C.B. Cebulski ritratto da Giuseppe Camuncoli per Foodmetti
Passiamo ora al tuo lavoro da autore. Negli ultimi tempi ti troviamo ovunque: sui fumetti Marvel, Image, DC Comics, ora anche Disney. Insomma non ti fermi mai!
Giuseppe Camuncoli – Eh, cosa vuoi… è un peccato di gola! [risata n.d.r.] Da piccolo leggevo un po’ di tutto. Quando sono diventato autore ho iniziato in DC Comics, poi sono passato in Marvel e non ho mai voluto abbandonare nessuna delle due.
Poi è arrivata Image, e ancora il progetto Disney per Marvel America con la storia di Zio Paperone [Uncle Scrooge: Earth’s Mightiest Duck scritto da Jason Aaron n.d.r.] … Sono tutte cose che mi divertono e che trovo stimolanti. Mi annoio facilmente se faccio sempre le stesse cose.
Il mercato americano ti permette di variare molto, anche se fai sei anni su Spider-Man come è capitato a me: i ritmi sono velocissimi e cambi spesso quello che devi disegnare. Se c’è un personaggio che mi piace e non ho mai fatto, mi butto.
La sfida di Uncle Scrooge, per esempio, era fuori dalla mia comfort zone, ma è stata divertentissima.
Tra i personaggi che più associamo al tuo nome ci sono Hellblazer, Spider-Man e Batman. Qual è quello in cui ti senti più a tuo agio?
Giuseppe Camuncoli – John Constantine mi è sempre piaciuto fin da adolescente: è tormentato, ha un lato “sporco”, è maledetto, pieno di contrasti, luci e ombre.
È un personaggio super sfaccettato, che può permettersi cose che altri non possono fare, tipo fumare, che sì, non è politicamente corretto, ma fa parte del personaggio e mi piace che abbia mantenuto questa caratteristica.
Batman mi ha sempre affascinato enormemente, da quando ho letto The Dark Knight Returns di Frank Miller.
Spider-Man è più solare, ma ha i suoi lati oscuri, le sue difficoltà e viene messo in ombra dai fatti della vita. È difficile scegliere: hanno tutti cast fortissimi e autori che hanno lasciato il segno. E io ho avuto la fortuna di lavorare con scrittori che hanno fatto la storia di questi personaggi.

Spider-Man è come Certi amori di Antonello Venditti: non finisce, fa dei giri immensi e poi ritorna. Dopo Superior eccoti su Radioactive Spider-Man, miniserie all’interno dell’evento mutante Age of Revelation e su Giant-Size Amazing Spider-Man 1
Giuseppe Camuncoli – Su Radioactive Spider-Man ho fatto solo le copertine. Le faccio sempre molto volentieri.
L’anno scorso, invece, ho lavorato su Giant-Size con Kevin Smith ed è stato incredibile: sono suo fan dai tempi di Clerks. L’avevo già incontrato anni fa a New York durante una signing Marvel.
Lavorare con lui è stato emozionante: la storia era davvero divertente. Tornare su Spider-Man è sempre una gioia. Nonostante i sei anni passati a disegnarlo, se arrivasse di nuovo l’occasione, direi subito di sì. Tra poco finirò Undiscovered Country, quindi avrò più tempo per pensare ai prossimi progetti. A Spider-Man si dice sempre di sì.

Pagina tratta da Giant-Size Amazing Spider-Man 1 disegnata dal Cammo
A proposito di Undiscovered Country, la saga co-creata con Scott Snyder e Charles Soule è arrivata quasi alla sua conclusione. Una lunghissima avventura on the road in giro per questi Stati Uniti dal futuro distopico. Ogni 5 capitoli corrispondono a un viaggio dei protagonisti all’interno di una regione completamente diversa da quella precedente. A livello artistico è stato complesso dover gestire ambientazioni totalmente diverse l’una dall’altra?
Giuseppe Camuncoli – No, anzi: è stato entusiasmante proprio perché cambiavo scenario ogni volta. Ambientazioni diverse, abitanti diversi, atmosfere diverse. Io spesso mi annoio facilmente, quindi cambiare sempre è stato fantastico.
La fase creativa iniziale è la mia preferita: lo storytelling, i layout, immaginare le pose, costruire la scena… Anche nelle copertine cerco sempre un’impronta narrativa. Poi l’esecuzione è un’altra fase, più “artigianale”, comunque bella ma meno eccitante.
Tornando su Undiscovered Country, poter ripartire da zero immaginare nuovi scenari, villain e comprimari diversi è stato molto bello. Mi sono fatto aiutare molto da Charles e Scott che, essendo americani, mi hanno informato su diversi aspetti culturali e storici sugli Stati Uniti che ignoravo. Sono stati fantastici collaboratori.

Undiscovered Country, opera distopica Image Comics arrivata alle battute finali
Dopo averlo conosciuto a Lucca l’anno scorso mi piace definire Scott Snyder il “Tarantino dei fumetti” per l’entusiasmo in cui scrive e racconta le sue storie..
Giuseppe Camuncoli – [risata n.d.r.] il paragone con Tarantino ci sta.
Restando in tema Scott Snyder: parliamo dell’Absolute Universe. Hai debuttato all’interno dello speciale Absolute Evil. In questo numero esordisce anche Absolute Green Arrow, graficamente creato da te. Cosa hai voluto mantenere del vecchio Oliver Queen e cosa invece hai voluto cambiare?
Giuseppe Camuncoli – Sì, ho disegnato una storia per il Free Comic Book Day: otto pagine che introducevano il villain Absolute Mirror Master. Poi ho fatto Absolute Evil, che introduce un sacco di personaggi in versione Absolute, compresi Hawkman e Lex Luthor.
Mi è stato chiesto anche di disegnare Green Arrow, ma non posso dire molto perché hanno dei piani. Ho cercato di renderlo riconoscibile e classico, non troppo diverso. Ma la sua caratterizzazione è diversa a livello di formazione: quando appare non è ancora l’arciere conosciuto dai lettori, ma si sta allenando.
Al Ewing voleva una sorta di tuta da palestra verde. Gli ho messo il cappuccio perché funzionava sia per quel contesto che come richiamo al costume tradizionale.
Certo, che poi… vabbè, non spoileriamo, ma dovrebbe uscire un progetto a lui dedicato [DC Comics ha annunciato Absolute Green Arrow in arrivo a maggio 2026 negli U.S.A. n.d.r.].
Lavorare su Absolute Evil è stato bellissimo: adoro i cattivi. Ci sono tanti dialoghi e tensioni interne: una Justice League al contrario che si riunisce per la prima volta per contrastare i “buoni” e le dinamiche interne tra i vari personaggi sono fantastiche.
In più ho la fortuna di lavorare sempre con scrittori molto bravi come Al Ewing o Jeff Lemire sulla storia breve. È stato un ottimo team. Non mi posso lamentare.

A Lucca Comics 2025 ho visto diversi robot sparsi per la città e ho scoperto dopo che sono frutto di un progetto che ti hanno visto collaborare con Hera. A livello grafico sei tu che hai ideato stilisticamente questi robot. Cosa ci puoi raccontare di questo progetto?
Giuseppe Camuncoli – Ho creato il design di questi ‘mecha’, 6 robot più un settimo che è stato creato per Ecomondo, fiera post Lucca Comics. Gli studenti di tre scuole d’arte hanno costruito i robot partendo dalle mie basi. Alla fine i robot sono cambiati molto, perché io avevo dato solo una traccia: non sapevo quali materiali avrebbero usato, erano tutti pezzi di recupero.
Quindi poi, ripartendo dalle foto dei robot ‘veri’, insieme al mio ex allievo Giacomo Gheduzzi abbiamo poi realizzato le illustrazioni definitive e ufficiali, che sono poi diventate magliette, portachiavi, tovagliette, e anche un portfolio a tiratura limitata e firmata.
All’inizio non sapevamo che nel progetto sarebbe entrata anche Lamborghini, arrivata in un secondo momento: quando è successo, hanno utilizzato parecchi pezzi di scarto ‘Lambo’, e questo ha dato ai robot una connotazione più “alla Transformers”.
L’idea di Hera è di riutilizzare materiali destinati allo scarto per creare opere d’arte. Ogni anno organizzano un progetto diverso, e quest’anno volevano superarsi con i robot.
Vederli dal vivo a Lucca è stato incredibile. Sono rimasto folgorato da come i bambini sono rimasti affascinati, perché anch’io da piccolo ne sarei rimasto estasiato da delle opere del genere, quasi a pensare che siano veri.
Ho conosciuto molti dei ragazzi che li hanno costruiti: hanno fatto un lavoro pazzesco. E anche Lamborghini ha espresso un apprezzamento, cosa non scontata.
Insomma, un bellissimo progetto che ha dato a tutti grandissime soddisfazioni!

In foto: Giuseppe Camuncoli in mezzo ad alcuni incaricati del progetto, con alle loro spalle i robot HERA
*In fase di adattamento dell’intervista, Giuseppe si è reso disponibile per rispondere a due ultime domande su progetti attualissimi e contemporanei!
Su Logan Black White e Blood 4 [disponibile attualmente negli U.S.A. n.d.r.] realizzi la tua prima storia come autore unico. Come è stato approcciarsi anche alla scrittura rispetto al lavorare su una sceneggiatura di altri colleghi?
Giuseppe Camuncoli – Beh, è stato emozionante, davvero quasi come se fosse il mio primo fumetto. Erano anni che mi chiedevo se prima o poi mi sarebbe mai capitato di scrivere qualcosa, mi veniva continuamente chiesto in conferenze e interviste, e mi sono sempre detto che l’avrei fatto solo se mi fossi sentito pronto a farlo. È capitato che l’editor Mark Basso mi abbia proposto di scrivere questa short story di Logan, personaggio che adoro da sempre, che avrei dovuto solo disegnare e mi sono detto che, perchè no, questa poteva essere l’occasione buona. Del resto erano solo dieci pagine e Mark mi ha seguito e aiutato davvero tantissimo, soprattutto in fase di elaborazione e sviluppo dell’idea.
Mi sono sentito subito a mio agio, e del resto ci speravo perchè in tutti questi decenni (che ormai sono quasi tre) di lavoro a stretto contatto con scrittori bravissimi un qualcosa l’ avrò pur imparato. Sono rimasto davvero molto soddisfatto di questo piccolo ma importantissimo lavoro, e ho atteso come un debuttante le recensioni che finora sono state davvero molto lusinghiere. Ripeto, questo lavoro mi ha fatto tornare a emozionarmi come non capitava da anni.
Poi peraltro è successo che, altrettanto casualmente, poco dopo Peach Momoko mi ha chiesto di scrivere e disegnare un’altra sequenza breve di cinque pagine per il suo progetto antologico Sai: Dimensional Rivals, e dato che ero ancora ‘caldo’ dalla prima esperienza ho accettato.
Devo dire che mi piace molto questo assetto da ‘autore unico’. Vado molto per gradi e naturalmente ancora non saprei dire se potrò essere in grado di gestire qualcosa di più complesso rispetto qualche storia breve e semplice. Ma intanto il passo è stato fatto, e anche se non dovessi mai più scrivere nessun fumetto, almeno mi sono tolto la soddisfazione.

Ultima domanda: per il Comicon di Napoli 2026 hai realizzato due cover variant cover incredibili: una per Topolino con protagonista Fru dei The Jackal, comico napoletano in versione disneyzzata, e una per l’ottavo numero della maxi-serie Un mondo sotto Destino che vede Victor Von Doom ritratto su un muro al posto di un mito e dio per i tifosi di calcio napoletani: Maradona! Come nasce la realizzazione di queste copertine così speciali?
Giuseppe Camuncoli – Beh intanto avere questo doppio incarico è un grande onore e un grande piacere, dato che Napoli è una città per me molto importante. Non solo perché la amo e frequento da trent’anni, e non solo perché al Comicon io e Matteo Casali vincemmo, tantissimi anni fa, il nostro primo premio per il nostro fumetto d’esordio, Bonerest, ma anche (e soprattutto) perché da Napoli viene mia moglie Jessica.
Sono legato a questa città in maniera viscerale, e queste due copertine, ognuna a modo loro, vogliono essere un omaggio sentito e in qualche modo sentimentale.
Quella di Topolino vede il nostro Topo preferito e Jean Luke Froow, l’alter ego Disney di Fru, zaini in spalla a spasso per San Gregorio Armeno, nei vicoli e in mezzo alla gente di Napoli, con in mano un trancio di pizza e una classica pizza a portafoglio. Mi sembrava un bel modo di raccontare un momento di pausa durante un viaggio, essendo la storia all’interno dell’albo dedicata a rocamboleschi viaggi per mare in compagnia del fido Pippo.
La location mi è stata suggerita da mia cognata Roberta, che conosce Napoli benissimo, e ho poi scoperto che anche lo stesso Fru è un amante dello street food, per cui la mia idea è risultata azzeccata.
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Invece la richiesta e l’idea per la variant di Destino viene dall’ottimo Nicola Peruzzi di Panini, e mi è sembrato subito un colpo di genio quello di rappresentare Doom l’usurpatore e spietato tiranno al posto del divino Diego, in un altro angolo di Napoli che è unico e iconico. Spero che queste copertine possano piacere ai lettori così come è piaciuto a me realizzarle. Ci ho messo un pezzo di cuore.

Grazie mille Giuseppe per essere stato con noi su PopCorNerd. Alla prossima, che, sicuramente, ci sarà!
Giuseppe Camuncoli – Volentieri! Grazie a voi.
Giuseppe Camuncoli: biografia

Giuseppe Camuncoli, disegnatore classe 1975, esordisce professionalmente con l’autoproduzione Bonerest, in seguito tradotta e pubblicata anche negli Stati Uniti da Image Comics.
Dopo alcune altre uscite italiane, sbarca sul mercato americano con Swamp Thing (scritta da Brian K. Vaughan). Da allora lavora principalmente per DC Comics e Marvel Comics su testate come Batman, Hellblazer, Batman: Europa, The Amazing Spider-Man e Darth Vader. È disegnatore e co-autore della serie Image Comics Undiscovered Country, scritta da Scott Snyder e Charles Soule.
Nel 2022 è l’ideatore e il co-fondatore di FOODMETTI, il salone che coniuga il mondo del fumetto con quello del food & beverage, che debutta lo stesso anno a Lucca Comics & Games.
È inoltre direttore artistico e docente di fumetto alla Scuola Internazionale di Comics di Reggio Emilia, città in cui vive con la moglie Jessica e la figlia Martina.
Cinema
IL RITORNO DI BRANDON LEE… E NON SOLO
Nevermore’s Library: buongiorno pubblico, come state? Siete pronti per un’altra avvincente avventura dai contorni macabri e oscuri? Oggi abbiamo l’onore di presentare un’altro intrus… ehm, volevo dire ospite, si era già autoinvit… ehm, dicevo che lo avevo invitato già il mese scorso.
Con grande onore è qui con noi il noto Eric Draven, ovvero l’iconico protagonista de Il Corvo. Scopriamo insieme com’è nato tutto il progetto.

Locandina del film “il Corvo” di Alex Proyas del 1994
Nevermore’s Library: Brandon, partiamo dall’inizio. Prima di essere un’icona del cinema, eri solo inchiostro su carta, nasci infatti dal fumetto di James O’Barr che ha preso spunto da fatti reali, giusto?
Brandon Lee: Oh, assolutamente, il mio amico James dopo aver perso la sua fidanzata a causa di un guidatore ubriaco e aver letto di due persone uccise per un anello da 20 dollari si è arruolato nei Marines in Germania nei primi anni ’80 e nel 1981 ha cominciato a dare vita al mio personaggio. Invece di darsi al giardinaggio, ha deciso di riversare ogni grammo di dolore, nichilismo e musica post-punk in una graphic novel. Io sono nato così!

Prime edizioni de “Il Corvo” di James O’Barr
Nevermore’s Library: Quindi Eric Draven è la medesima rappresentazione di James O’Barr?
Brandon Lee: Esatto. Quell’Eric che vedi disegnato nel fumetto è ciò che James voleva essere in quel momento: qualcuno capace di tornare indietro e aggiustare le cose con la violenza, perché la realtà non glielo permetteva. James viveva in un appartamento minuscolo, ascoltava i Joy Division a ripetizione e leggeva le poesie di Rimbaud e Baudelaire. Ecco perché parlo in rima nel film! James era ossessionato dalla poesia decadente e dal punk. Io sono il risultato di quel mix: un poeta maledetto e un ragazzo gothic con l’eye liner.


Riproduzioni dell’originale Eric Draven di James O’Barr
Nevermore’s Library: E come ti ha descritto graficamente?
Brandon Lee: Diciamo che se i The Cure e i Joy Division avessero avuto un figlio cresciuto a pane e vendetta, sarei stato io. James non disegnava solo un fumetto, stava esorcizzando dei demoni. Le sue intenzioni non erano quelle di creare un supereroe, con il trucco ispirato ad Alice Cooper anche perchè i suoi due volumi di fumetti sono un insieme di più storie in cui i protagonisti sono dei “revenant”. Dall’aldilà tornano sulla Terra per rimettere a posto delle ingiustizie rimaste in sospeso.



Immagini di Eric Draven di James O’Barr prese dal fumetto
Nevermore’s Library: Come sei finito nelle mani di Alex Proyas?
Brandon Lee: In primo luogo deduco che Alex dopo aver letto la saga di fumetti di O’Barr, sia rimasto particolarmente colpito dalla vicenda che vede me come protagonista. Allo stesso tempo aveva l’idea di una città che sembrasse uscita da un incubo in cui la storia si sarebbe svolta in un contesto notturno che rispecchiasse il fumetto in bianco e nero. Mi hanno scelto perché, sai, avevo quel mix di agilità da arti marziali e quella malinconia da “non ho dormito negli ultimi trent’anni”.

Nevermore’s Library: si dice che chiunque abbia visto il film Il Corvo abbia anche visto di sfuggita James O’Barr…
Brandon Lee: è verissimo, ha fatto una breve comparsa quando durante una scena di caos generale per la città era intento a rubare un televisore…..quel bravo ragazzo…
Nevermore’s Library: Parliamo delle riprese. Deduco che non si siano svolte in qualche paradiso tropicale…
Brandon Lee: Certo, se per paradiso intendi Wilmington, North Carolina, sotto una pioggia artificiale incessante a temperature polari. Il film è uscito nel 1994 e abbiamo girato quasi tutto agli EUE/Screen Gems Studios. Praticamente ho passato mesi al buio saltando fradicio da un tetto all’altro. Il catering era buono, ma il trucco mi finiva sempre nel caffè.

Nevermore’s Library: E l’atmosfera sul set? Si dice fosse… movimentata.
Brandon Lee: “Movimentata” è un eufemismo delizioso. È stato uno dei set più sfigati della storia, e lo dico io che sono il protagonista del film. Uragani che distruggono i set, carpentieri che si folgorano, camion che prendono fuoco spontaneamente. Sembrava che il corvo non fosse l’unico uccello del malaugurio in giro. Basti poi vedere che fine hanno fatto fare a me…

Nevermore’s Library: È vero che James inizialmente non voleva che il film si facesse?
Brandon Lee: Aveva il terrore che Hollywood trasformasse il suo dolore in un “Rambo con il trucco da clown”. Quando però ha incontrato me, Brandon Lee, e ha visto che non volevo solo fare l’eroe d’azione, ma che capivo il peso della sua perdita, si è convinto. Mi raccontò che inizialmente aveva pensato di chiamare il protagonista “James”, ma era troppo doloroso. Così scelse “Eric”. Fra l’altro il primo candidato per questa parte è stato Johnny Depp, ma era talmente impegnato in altre produzioni che non ha potuto accettare. Io mi sono presentato alle audizioni e sono rimasti tutti colpiti dalla mia abilità nelle arti marziali grazie anche a papà Bruce Lee, tanto che non ci sarebbe stato quasi per niente bisogno degli stunt men.
Nevermore’s Library: E come ha reagito quando ha visto il risultato finale?
Brandon Lee: James ha detto che guardare me sullo schermo era come vedere una versione più bella e carismatica del personaggio nato dalla sua penna. Ma c’è una cosa ironica: seppure lui avesse creato Il Corvo per superare una morte, il destino ha voluto che il film ne creasse un’altra, la mia, infatti io sono la prova viven…oops
Nevermore’s Library: Ecco meglio chiudere qui….Un’ultima cosa: come ci si sente a essere il paladino di tutti i goth del mondo dagli anni ’90?
Brandon Lee: È un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo. E poi, ammettiamolo: il nero snellisce tantissimo.
Primo ospite inatteso: anche a me piace vestire di nero ma purtroppo avendo le mani a forma di forbici mi strappo i vestiti…
Secondo ospite inatteso: si è vero anch’io sono sempre vestito di nero anche sotto Natale…sono uno spilungone alto più di due metri con la testa che sembra una zucca a forma di teschio e faccio fatica a trovare vestiti della mia tagla
Nevermore’s Library: potete dirci il vostro nome e come avete fatto ad entrare qui?
Primo ospite: piacere sono Edward, Edward mani di forbice…

Secondo Ospite Inatteso: molto piacere mi chiamo Jack….Jack Slellington o Skeletron a vostro piacimento….e lei è mia moglie Sally, una bambola di pezza

Nevermore’s Library: ma voi in realtà non esistete…siete una magistrale invenzione di Tim Burton…come siete arrivati fin qua?
Edward: Io stavo lavorando dal parrucchiere e ho visto la porta dello studio aperta…
Jack: riguardo me e Sally dovete sapere che presso la nostra città di Halloween c’è un bosco particolare chiamato Hinterland dove i tronchi degli alberi nascondono dei passaggi segreti attraverso i quali si accede ad altri mondi e altre festività….c’è l’albero del Natale, della Pasqua e quello di Popcornerd
Nevermore’s Library: allora avviso la redazione così per la vostra intervista ci catapultiamo tutti nel vostro mondo di Halloween…o meglio nella geniale mente di Tim Burton!!!
STAY TUNED!!!
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