Animazione
PopChop Express: Spider-Man: The Animated Series e l’Uomo Ragno degli anni ’90
Nella nuova puntata del PopChop Express, parliamo di Spider-Man: The Animated Series, la serie animata pazzesca che ha fatto innamorate i bambini degli anni ’90 dell’Uomo Ragno
Siamo nei primi anni ’90 e gli X-Men sono gli eroi più popolari della Marvel Comics, al punto che nel 1992 ricevono una serie animata prodotta dalla Fox Kids intitolata X-Men: The Animated Series capace di ottenere un successo clamoroso. Dopo aver dimostrato, con Batman: The Animated Series, che un cartoon poteva essere adulto e cinematografico senza rinunciare a un pubblico giovane, l’industria dell’animazione supereroistica è pronta a compiere un nuovo salto di qualità. Sulla scia di quell’entusiasmo, la Marvel pensa al rilancio animato del suo eroe più rappresentativo: il sempre amichevole Spider-Man di quartiere.
Nel 1994 arriva così Spider-Man: The Animated Series, una serie animata destinata a diventare un vero e proprio cult. Anche in Italia, dove debutta nel 1995 su Rai Uno con il titolo Spider-Man: L’Uomo Ragno (già perché all’epoca il personaggio era ancora conosciuto nella sua versione italianizzata complici gli 883), lo show animato diventa uno degli appuntamenti fissi pomeridiani per i bambini dell’epoca.
Questa serie non è stata soltanto una delle produzioni di punta della Fox Kids, ma ha saputo modernizzare il mito di Spider-Man rispetto alla storica serie animata degli anni ’60, rendendolo più in linea con i gusti dei bambini e adolescenti dell’epoca, introducendo personaggi e tematiche dei fumetti del Tessiragnatele più recenti.
Le origini della serie e il ruolo di John Semper Jr.
Il progetto di Spider-Man: The Animated Series non viene affidato alla Saban, ma ai Marvel Films Animation, una divisione della New World Entertainment fortemente voluta e finanziata da Avi Arad. Per la realizzazione delle animazioni vien coinvolta la Tokyo Movie Shinsha (TMS), già impegnata anche su Batman.
A tenere le redini creative dello show c’è una figura chiave, un uomo al quale va riconosciuto gran parte del merito per la riuscita della serie: John Semper Jr.
Semper arriva a Spider-Man: The Animated Series con un background tutt’altro che supereroistico: ha scritto per serie come I Puffi, DuckTales e Gli Snorky, e ha all’attivo un solo episodio dei Super Friends (I Superamici), serie di Hanna & Barbera basata sui personaggi della JLA. Eppure, la scelta si rivela vincente oltre ogni aspettativa.
Semper firma come autore o co-autore ben 60 dei 65 episodi totali, affiancato da sceneggiatori provenienti soprattutto dal team di Batman: TAS, come Brynne Chandler (futura co-creatrice di Gargoyles) e Marty Isenberg. A questi si aggiungono vere e proprie leggende del fumetto americano come Stan Lee (presente nei credits di alcuni episodi iniziali), Marv Wolfman, Gerry Conway, Len Wein, Carl Potts e J.M. DeMatteis: autori che di Spider-Man e di fumetti ne sanno davvero ‘a palate’.
Il fatto che la Marvel, in quegli anni, stesse navigando in acque finanziarie difficili permise paradossalmente a Semper di ottenere una maggiore libertà creativa, diventando sempre più centrale nel controllo del progetto.
L’incredibile (e stramba) sigla animata
La prima cosa che colpisce dello show è senza dubbio la sigla. Musicalmente si tratta di un rock martellante, accompagnato da una voce metallica che ripete ossessivamente “Spider-Man” e altre parole spesso difficili da decifrare. Visivamente, la sigla utilizza una tecnica di animazione 3D oggi decisamente grezza, ma che all’epoca rappresentava una scelta all’avanguardia, pensata per dare maggiore profondità alle sequenze in cui l’eroe volteggia tra i grattacieli di New York, il tutto mescolato con l’animazione tradizionale tipica degli anni ’90.
Questa tecnica “ibrida” (e alcune delle scene stesse) verrà riutilizzata spesso anche all’interno degli episodi. Il motivo è semplice: problemi di budget.
Realizzare ogni sfondo in CGI, come previsto inizialmente, si rivela impossibile, e così i grattacieli della New York dell’Uomo Ragno, realizzati dalla Kronos Digital Entertainment (software house nota per videogiochi come Criticom, Fear Effect, Cardinal Syn e Dark Rift), vengono mescolati all’animazione classica 2D e riciclati più volte nel corso della serie.
Una curiosità legata alla sigla: la Mercury Zeitgeist Film Studios ebbe un problema tecnico in fase di produzione e fu necessario trovare una soluzione alternativa. Il tema originale della serie animata del 1967 non poté essere utilizzato a causa dei costi dei diritti. Venne così coinvolto Joe Perry degli Aerosmith, che prestò la chitarra e la voce “metallica” che scandisce il celebre “Spi-der-Man”. Per le immagini si optò per un collage di sequenze tratte dagli episodi e da spot promozionali dei giocattoli Toy Biz. Et voilà! Con qualche rattoppo Spider-Man The Animated Series ottenne una sigla decisamente strana per un cartone animato, ma che divenne iconica.
Peter Parker, il “mascellone” degli anni ’90
Un altro elemento che colpisce immediatamente è il design di Peter Parker: anatomie ipertrofiche, figlie dell’era post-McFarlane, e un “mascellone” alla Ridge di Beautiful che si discosta dallo stereotipo del Parker timido e impacciato dei fumetti classici.
Inoltre questo Spider-Man non è un adolescente alle prime armi, ma uno studente universitario fotografo per il Daily Bugle dell’iracondo J. Jonah Jamenson, già confidente con i suoi poteri e consapevole del peso delle responsabilità legate ad essi. Il senso di colpa per la morte di zio Ben, ovviamente è centrale, e viene rievocato costantemente.
Anche chi inizialmente storceva il naso davanti a questo character design finiva, episodio dopo episodio, per affezionarsi a questa versione di Peter Parker e agli altri personaggi dall’aspetto rivisitato, che in parte, però, conservano tanto dell’originale cast fumettistico.
Uno dei veri punti di forza della serie, a mio parere, è stato replicare il modello vincente degli X-Men del 1992: portare davvero i fumetti dentro una serie animata, sia attraverso i personaggi comprimari sia tramite trame serializzate.
Sul piano sentimentale, Peter è conteso tra due figure femminili iconiche: da un lato Mary Jane Watson, la rossa e sexy storica fidanzata di Parker; dall’altro Felicia Hardy, che in questa serie inizialmente sembra ricoprire il ruolo della Gwen Stacy dei fumetti, ma che nel corso dello show diventa quello che è destinato a essere: l’affascinante e ambigua Gatta Nera figura ricorrente nei comics di quegli anni.
Villain memorabili e grandi saghe
I villain presenti in Spider-Man: The Animated Series sono tra quelli che più hanno messo alla prova l’Uomo Ragno nei fumetti e che erano stati poco sfruttati nei precedenti adattamenti animati. Accanto ai nemici storici compaiono anche antagonisti più recenti, già amatissimi dai fan dell’epoca.
Kingpin, Doctor Octopus, Venom/Eddie Brock, Carnage, Goblin e Hobgoblin, Mysterio, Lizard, Lo Scorpione, l’Avvoltoio e molti altri compongono una galleria di antagonisti sviluppati con grande attenzione e costumi fedeli all’essenza del personaggio nonostante alcuni subissero un ovvio restyling per renderli più accattivanti ai giovani spettatori degli anni ’90 (Octopus e Alistair Smythe su tutti).
In particolare, la storyline dedicata al costume alieno e alla nascita di Venom rimane ancora oggi una delle migliori trasposizioni extra-fumettistiche del personaggio, anche grazie alla popolarità che Venom stava rapidamente conquistando nei primi anni ’90 come uno dei villain più pericolosi e iconici di Spider-Man.
Tutti i 65 episodi, suddivisi in 5 stagioni, alternano episodi autoconclusivi a mini-saghe di più puntate, soprattutto nelle fasi finali, costruendo però una narrazione continua, proprio come accadeva nei fumetti.
Curiosità: stranamente nella versione italiana sono stati messi in onda solo 63 episodi, risultando inediti gli episodi 59 e 60, inspiegabilmente, anche perché cruciali per la storyline in corso.
La serie ebbe il coraggio di adattare storie cardine dell’universo dell’Uomo Ragno, introducendo per la prima volta in animazione concetti come il Multiverso (o meglio, il Ragno-Verso), le Secret Wars e numerosi team-up con altri eroi Marvel. I crossover con X-Men, Daredevil, Doctor Strange, Blade, Fantastici Quattro, Iron Man e Capitan America anticiparono di molti anni, in qualche modo, l’idea stessa di un Marvel Cinematic Universe.
Censura, fine della serie ed eredità
Le restrizioni imposte dalla censura americana costrinsero la serie a compromessi evidenti: niente armi da fuoco realistiche, pochissimi pugni diretti, morti quasi sempre fuori scena o mediate da dimensioni alternative. All’Uomo Ragno fu persino impedito di tirare pugni e calci: difatti le scene di violenza vennero pesantemente ridimensionate, eliminando gran parte dei momenti in cui Spider-Man colpisce o viene colpito.
Eppure, grazie alla solidità della scrittura, il tono della serie rimase sorprendentemente maturo e spesso cupo.
E allora come mai lo show terminò la sua corsa dopo sole 5 stagioni? Nonostante gli ottimi ascolti stagione dopo stagione, però, nel 1998 Spider-Man: The Animated Series venne cancellata a causa di disaccordi con il network, legati proprio all’eccesso di censure. Erano pianificati almeno altri 20 episodi, ma la serie si concluse lasciando un finale sospeso. La sesta stagione, mai realizzata, avrebbe dovuto rispondere a una domanda fondamentale: che fine aveva fatto la vera Mary Jane Watson, scomparsa durante un episodio dell’ultima stagione per lasciare spazio a un suo clone?
La risposta è arrivata solo molti anni dopo, nei fumetti ispirati alla serie animata.
I fumetti ispirati alla serie animata
Come accadde anche per gli X-Men, la serie animata di Spider-Man ispirò una trasposizione a fumetti. Il cartone animato di un fumetto, ispirò… un altro fumetto!
Spider-Man Adventures adattò liberamente le trame degli episodi per 15 numeri, pubblicati tra dicembre 1994 e febbraio 1996 a cui seguirono altri 12 numeri, con storie originali, pubblicati tra l’aprile 1996 e il marzo 1997 con il titolo Adventures of Spider-Man.
In parallelo venne pubblicata anche Spider-Man Magazine, sempre ispirata alla serie animata, che durò 19 numeri tra il marzo 1994 e il marzo 1997, più due speciali nel 1995.
Nel 2025, infine, è arrivata una nuova miniserie a fumetti intitolata Spider-Man ’94, scritta da J.M. DeMatteis, uno degli scrittori di comics dietro il progetto animato, e disegnata da Jim Towe. La storia riprende direttamente dal cliffhanger della quinta stagione, con Peter impegnato a cercare di salvare Mary Jane Watson nel multiverso, prima di fare ritorno a New York e riprendere la sua attività come eroe.
Questo Spider-Man, il MIO Uomo Ragno
Come tutti i bambini dell’epoca, anche io rimasi affascinato da questa serie animata: imperfetta sotto tanti aspetti, ma capace di puntare tutto sulla storia e sui personaggi. Il coinvolgimento di nomi importanti del mondo dei comics non è stato un caso e, alla fine, ha pagato.
I cattivi erano davvero temibili, erano tantissimi e soprattutto amatissimi dal pubblico in questa versione animata (il mio preferito resta Hobgoblin!). E quando uscì la linea di action figure (quando ancora si chiamavano pupazzetti….) fu l’incubo di ogni genitore di ogni fan minorenne di Spider-Man!
A distanza di anni, rivedere oggi quella serie da adulto non è facile: è invecchiata senza dubbio male sotto il profilo tecnico, ma riesaminando alcune delle tematiche sviluppate ci si rende conto di quanto fosse realmente all’avanguardia, soprattutto se si pensa a storie arrivate nei fumetti molti anni dopo, come lo Spider-Verse.
Il me bambino, però, non può che ricordare con affetto quei pomeriggi in cui, su Rai Uno, partiva la schitarrata iniziale e il rumore della tela che annunciavano l’inizio della sigla di Spider-Man: L’Uomo Ragno. Merenda da una parte e telecomando dall’altra, dopo la sigla iniziava l’ennesima avventura del Tessiragnatele contro uno dei suoi letali nemici.
Nonostante conoscessi già lo Spider-Man del ’67 e L’Uomo Ragno e i suoi fantastici amici, Spider-Man: The Animated Series è stato per me il primo vero Spider-Man, coinciso con l’innamoramento per il personaggio e il mio avvicinamento ai fumetti Marvel proprio in quegli anni (e in particolare alla testata dell’Uomo Ragno).
È stato quello che mi ha insegnato cosa significhi essere un eroe: non perché si hanno dei poteri, ma perché si sceglie di fare la cosa giusta anche quando può voler dire sacrificare tutto. Un ponte ideale tra i fumetti e il grande pubblico, molto prima che il Marvel Cinematic Universe rendesse “normale” l’idea di un universo condiviso.
Spider-Man: The Animated Series è una pietra miliare, un’opera che ha formato una generazione di lettori, spettatori ma anche futuri autori che oggi hanno l’opportunità di scrivere la storia di Spidey.
E ancora oggi, rivedendo quelle puntate, quel tema rock e quel Ragno che oscilla tra i grattacieli di New York, è impossibile non pensare che sì: da un grande potere derivano grandi responsabilità, ma anche grandi storie destinate a non invecchiare mai.
Animazione
Hajime no Ippo: Cosa significa, davvero, essere forti?
La mia riflessione sui primi episodi di Hajime no Ippo, controparte animata dell’omonimo manga dedicato al pugilato creato da George Morikawa
Si dice che la dedizione e la costanza battono il talento. Che non importa quanto tu sia portato per qualcosa. Se sei disposto a lavorare più duramente degli altri, a rialzarti quando cadi e a continuare quando ogni fibra del tuo corpo ti chiede di fermarti, prima o poi riuscirai a colmare qualsiasi distanza. È una di quelle frasi che abbiamo sentito ripetere così tante volte da essere diventata quasi un luogo comune.
Eppure, guardando l’adattamento anime di Hajime no Ippo, ho iniziato a chiedermi quanto ci sia di vero.
Conosciuto anche con il titolo di Fighting Spirit, l’opera nasce nel 1989 sulle pagine del Weekly Shōnen Magazine, per poi essere adattata in una serie televisiva nei primi anni Duemila. Nonostante il manga del maestro George Morikawa goda di una certa popolarità, al momento non esiste un’edizione italiana dei circa 145 tankōbon pubblicati fino a gennaio 2026.
Nonostante questo vuoto nel panorama manga italiano, l’anime è disponibile su Netflix e conta ben tre stagioni per un totale di 127 episodi.
Come dice il proverbio, le cose belle accadono quando meno te le aspetti, e non posso che confermarlo. Ho iniziato a guardare Hajime no Ippo quasi per caso e mi sento davvero fortunato ad aver scoperto quello che considero uno degli spokon più entusiasmanti di sempre.
Una storia di riscatto sociale
Hajime no Ippo segue il percorso di crescita di Ippo Makunouchi, un timido studente delle superiori, vittima di bullismo e insicuro. L’incontro con la boxe cambia radicalmente la sua vita, permettendogli di scoprire una forza che non sapeva di possedere e una passione per il pugilato destinata a trasformarsi in qualcosa di molto più grande.
Da ragazzo insicuro e introverso, Ippo intraprende così un lungo percorso fatto di allenamenti, sacrifici, sconfitte e vittorie, fino a trasformarsi in un temibile pugile. Ma il vero viaggio di Ippo non consiste soltanto nel diventare più forte sul ring, ma anche nella ricerca continua della risposta a una domanda apparentemente semplice, ma tutt’altro che banale: cosa significa, davvero, essere forti?

Ippo Makunouchi
Lo sviluppo dei personaggi è al centro della narrazione
Nonostante sia un anime incentrato sul pugilato e ricco di combattimenti al cardiopalma, il vero cuore pulsante della serie è il character development. Ogni personaggio porta con sé un passato importante che, in un modo o nell’altro, finisce per influire sulla crescita di Ippo.
Questo vale tanto per chi fa il tifo per lui quanto per i suoi avversari. Basti pensare al rapporto di amicizia e rivalità che nasce con Miyata, al rispetto reciproco con il temibile russo Volg Zangief o al legame con il suo allenatore Genji Kamogawa, che Ippo vede come una figura paterna e del quale si fida ciecamente.
Al momento della scrittura di questo speciale ho guardato i primi 59 dei 127 episodi che compongono la serie e mi sono sinceramente affezionato ad alcuni dei personaggi che circondano Ippo.
Primo tra tutti Mamoru Takamura, campione dei pesi medi e mentore di Ippo sin dai suoi primi passi sul ring. Anche se può sembrare una persona superficiale e spesso sopra le righe, i suoi consigli e il suo supporto sono fondamentali per la crescita di Ippo, che lo stima profondamente. Takamura regala inoltre alcuni dei momenti più esilaranti della serie, soprattutto a causa della sua incontenibile passione… per le donne.
Secondo solo a Takamura per importanza e peso nella storia di Ippo c’è il coach Genji Kamogawa. Il rapporto tra i due è paragonabile a quello tra padre e figlio. Ippo, da quello che sappiamo fino all’episodio 59, è cresciuto senza il padre e vede in Kamogawa una figura paterna di cui si fida ciecamente, oltre che un allenatore esperto e intelligente. Il loro rapporto di fiducia sembra però incrinarsi irreparabilmente quando il coach Kamogawa sottopone Ippo a un allenamento estenuante, portandolo quasi al burnout. Per la prima volta vediamo Ippo dubitare delle capacità del suo allenatore e chiedersi se i suoi metodi siano davvero quelli giusti. Sarà uno scontro memorabile contro “White Fang” Volg a costringerlo a ricredersi.

Coach Genji Kamogawa (a sinistra) e Mamoru Takamura
Ultimo, ma non certo per importanza, c’è Ichiro Miyata, l’eterno rivale di Ippo. Dotato di un’elasticità impressionante, Miyata è il primo avversario di Ippo, anche se non in veste ufficiale. Il loro primo sparring, che avviene nei primissimi episodi, mette in evidenza l’enorme divario tecnico tra i due e non fa che alimentare in Ippo il desiderio di migliorare. I due prendono strade diverse quando Miyata parte per la Thailandia, dopo essere stato sconfitto da Ryo Mashiba in un incontro del Eastern Japan Rookie King Tournament, competizione alla quale Ippo partecipa per la prima volta come pugile professionista. Sono sicuro che prima o poi i due si scontreranno di nuovo e, quando accadrà, sarà un incontro carico di emozioni.
È grazie a personaggi come questi tre, e ad altri che non ho menzionato, che assistiamo alla graduale ma profonda trasformazione di Ippo, che passa dall’essere un timido ragazzo vittima di bullismo a diventare un temibile combattente, spinto da un’enorme forza di volontà e dal desiderio di non deludere quelli che credono in lui.

Scambio di pugni tra Takeshi Sendō (a sinistra) e Ippo
Hajime no Ippo non è una serie perfetta
Nonostante i feroci combattimenti, i momenti carichi di tensione e una rappresentazione abbastanza fedele del nobile sport del pugilato, Hajime no Ippo non è una serie esente da difetti.
Dopo aver guardato una cinquantina di episodi mi sono reso conto di quanto la serie segua uno schema ben preciso e, alla lunga, ripetitivo, quasi fosse una combinazione di colpi. Lo schema prevede il susseguirsi di diverse “fasi”: lo studio dell’avversario, la presa di coscienza di non essere all’altezza dello scontro, l’allenamento, il combattimento, le difficoltà sul ring, il colpo di scena e, infine, la vittoria.
Questo schema ha accompagnato i primi otto incontri di Ippo, guidandolo verso altrettanti KO consecutivi. Una formula che funziona e che sa regalare momenti di grande tensione, ma che rischia di diventare prevedibile quando viene riproposta quasi invariata.
Almeno fino all’incontro contro Eiji Date, il campione giapponese dei pesi piuma.
Il peso dei pugni di un campione
Eiji Date è uno degli avversari più interessanti che Ippo incontra sul suo cammino. Nonostante sia nella fase discendente della sua carriera, Date è un pugile esperto, capace di combattere con tecnica e cervello. È proprio lui a porre fine all’incessante serie di knockouts di Ippo, in uno scontro valido per il titolo nazionale dei pesi piuma.

Eiji Date, il campione giapponese dei pesi piuma
Il divario tecnico tra i due sembra assottigliarsi sempre più nel corso dell’incontro carico di tensione, anche grazie al coraggio e alla caparbietà del giovane challenger Makunouchi, capace di tenere testa al campione e al suo colpo migliore: il corkscrew, il “cavatappi”. Nonostante ciò, il match vede Ippo sconfitto, cadere al tappeto privo di sensi proprio mentre il coach lancia l’asciugamano sul ring, decretando la resa.
Questo incontro, che vede Ippo perdere per la prima volta, rappresenta uno spartiacque per il giovane pugile. Attanagliato dal rimorso di non aver fatto abbastanza, non riesce ad accettare la sconfitta e ripensa incessantemente alle parole di Date: “I tuoi pugni sono leggeri”. Parole che fanno riflettere Ippo, fino a fargli comprendere che il campione non si riferiva al peso o alla potenza dei suoi pugni, bensì a tutto ciò che un pugno porta con sé: rabbia, rancore e voglia di riscatto. In altre parole, lo spirito combattivo e il rifiuto di arrendersi.
È chiaro come la sconfitta contro Eiji Date sarà un tassello importante per la carriera pugilistica di Ippo.

“Avrei voluto vincere”, qualche giorno dopo la sconfitta contro Date
L’animazione e il sound design portano lo spettatore nel ring
Nulla da dire nemmeno sull’animazione, che conserva tutto il sapore degli anime degli anni Novanta, curata dallo studio Madhouse con il contributo di Nippon Television e la regia di Satoshi Nishimura.
Non avendo ancora letto il manga, non ho termini di paragone per valutare il livello artistico della sua controparte animata. Posso però dire che Hajime no Ippo rispetta e soddisfa pienamente le aspettative che si possono avere da un anime di questo tipo.
Le scene di combattimento, che si tratti di un allenamento o di un match ufficiale, sono realistiche sia nei movimenti dei pugili sia nella cura dei suoni. Si può sentire il rumore delle catene che sostengono il sacco mentre viene martellato di colpi, il fischio delle suole degli stivali dei pugili che si muovono agilmente sul tappeto del ring o persino il semplice impatto di un gancio destro capace di spezzare il fiato dell’avversario.
Insomma, guardando Hajime no Ippo mi è quasi sembrato di essere lì sul ring, con il fiato corto e la fatica che si fa sentire nelle gambe, in attesa della prima occasione utile per affondare un colpo.

Ippo e il suo letale “dash and dart”
Il viaggio continua…
Hajime no Ippo è lo spokon dedicato alla nobile arte del pugilato creato dal mangaka George Morikawa e tutt’oggi pubblicato in Giappone da Kodansha sulle pagine del celebre Weekly Shōnen Magazine. Nonostante il manga non sembri essere ancora giunto alla sua conclusione, la controparte animata dell’opera conta tre stagioni per un totale di 127 episodi, tutti disponibili sul catalogo italiano di Netflix.
Hajime no Ippo non è una semplice storia sul pugilato, ma un’opera che comunica un messaggio ben preciso: l’impegno e la dedizione verso qualcosa possono ripagare molto più del solo talento. Una lezione che la serie ci ricorda costantemente, attraverso ogni allenamento, ogni sconfitta e ogni vittoria, invitandoci a fare del nostro meglio nella vita, indipendentemente dalla situazione in cui ci troviamo.
Ho iniziato a guardare questo anime quasi per caso, senza aspettarmi molto, e mi sono ritrovato sul ring, a soffrire insieme a Ippo per ogni pugno, ogni sconfitta e ogni allenamento. Dopo 59 episodi non so ancora dove porterà il suo viaggio, ma so che continuerò a seguirlo. Perché forse è proprio questo che rende grande questo spokon: non importa quanto sia difficile l’incontro, finché hai ancora la forza di continuare a rialzarti.
Anime
Mob Psycho 100: Reigen, il mentore per caso di Shigeo Kageyama
In Mob Psycho 100 c’è un personaggio che è un mentore diverso dagli altri senza poteri e bugiardo: Reigen. Eppure per Mob risulta tanto importante quanto fondamentale nella sua crescita da eroe.
Negli anime shonen esiste una regola quasi non scritta: prima o poi, il protagonista incontra un maestro più anziano, più esperto e soprattutto più potente. Goku ha ricevuto i primi insegnamenti dal Maestro Muten, Naruto ha avuto Jiraiya, Izuku Midoriya quale modello si è ispirato a All Might e così via. Insomma, è nel destino del protagonista incronciare la strada di qualcuno che gli insegni a combattere, a controllare le proprie capacità e a raggiungere il livello successivo.
Poi c’è Reigen Arataka che non ha alcuna di queste caratteristiche. Non è un grande combattente, non è un guerriero leggendario e non è nemmeno un sensitivo. Anzi, non possiede alcun potere psichico.
È un sedicente esperto del paranormale che ha costruito la propria attività sulla capacità di parlare, convincere le persone e uscire dalle situazioni più assurde con una sicurezza quasi disarmante. Eppure è lui il mentore di Shigeo Kageyama, meglio conosciuto come Mob protagonista di Mob Psycho 1000 il manga (e poi anime) di ONE, autore anche di One Punch Man.
Reigen non è il classico maestro degli shonen e questa cosa in Mob Psycho 1000 funziona perché Mob non ha bisogno di qualcuno che gli insegni a diventare più forte perché lo è già. Quello di cui ha bisogno è qualcuno che gli insegni a rimanere umano.
Reigen non ha poteri e proprio per questo risulta fondamentale nonché uno dei personaggi più divertenti di Mob Psycho 100 proprio perché, sulla carta, non dovrebbe avere alcun motivo per essere lì.
Fa discorsi teatrali, utilizza trucchi da quattro soldi e si spaccia per un potente sensitivo. Riesce a convincere molte persone perché possiede una sicurezza tale da trasformare anche la più grande assurdità in qualcosa di credibile.
Il problema è che Mob sa perfettamente che Reigen non possiede alcun potere e continua comunque a considerarlo il suo maestro.
In un altro anime, un personaggio del genere sarebbe probabilmente destinato a diventare una semplice spalla comica, mentre Mob Psycho 100 fa l’esatto contrario; Reigen rimane importante perché comprende una cosa fondamentale: non tutti i problemi di Mob possono essere risolti con i poteri psichici.
Mob non ha bisogno di qualcuno che gli insegni a vincere, ma ha bisogno di qualcuno che gli insegni quando non vale la pena combattere.
Possedere un potere non significa avere il diritto di usarlo contro gli altri. Essere più forte non significa essere una persona migliore. Essere diverso non significa essere superiore. Sono concetti semplici, ma per Mob sono fondamentali.
Il vero ruolo di Reigen? Ricordare a Mob che è ancora un ragazzo

Uno dei problemi più ricorrenti degli anime shonen è che i loro protagonisti sono costretti a crescere troppo in fretta.
Devono diventare più forti, proteggere gli altri, sconfiggere il nemico e dimostrare di essere all’altezza del proprio potenziale e Mob potrebbe facilmente finire dentro questo meccanismo.
È uno dei ragazzi più potenti del mondo, ma allo stesso tempo è semplicemente uno studente delle scuole medie e Reigen lo capisce.
Mob dovrebbe poter vivere la propria adolescenza, dovrebbe poter entrare in un club scolastico, avere una cotta, preoccuparsi di problemi apparentemente insignificanti e persino fallire nelle cose più normali della vita.
Non dovrebbe essere trasformato in un’arma soltanto perché possiede un talento fuori dal comune e per questo Reigen non gli dice semplicemente di diventare più forte ma gli insegna, soprattutto, a vivere.
Lo invita a fare un passo indietro, a calmarsi e a ricordare che ha delle scelte. Lo aiuta a comprendere che la rabbia non lo definisce, che la paura non lo rende debole e che amore, vergogna e speranza fanno parte della sua vita tanto quanto i suoi poteri.
Reigen non può risolvere questi problemi al posto suo, ma può offrirgli un punto di partenza sicuro ed è proprio permettendo a Mob di essere un ragazzo che diventa il mentore adulto di cui ha realmente bisogno.
Reigen: bugiardo, egoista, idiota, ma presente per Mob quando serve

La cosa migliore di Reigen è che Mob Psycho 100 non cerca mai di trasformarlo in un santo.
Utilizza i poteri di Mob per migliorare la propria attività, mente, manipola le situazioni a proprio vantaggio ed è spesso egoista, orgoglioso e incredibilmente sciocco. È un impostore, ma non è una semplice macchietta.
Quando Mob è confuso, Reigen cerca di aiutarlo. Quando rischia di perdere il controllo, prova a proteggerlo. E quando gli altri iniziano a considerare il suo potere come qualcosa di straordinario o pericoloso, Reigen continua a parlargli come se fosse semplicemente un ragazzo. Questa è la sua vera forza.
Reigen è la giusta contrapposizione al classico stereotipo di maestro shonen

Quando gli altri personaggi trasformano il potere in una questione di destino, Reigen riporta tutto con i piedi per terra.
Non gli interessa quanto Mob sia speciale, ma gli importa che non utilizzi i suoi poteri per fare del male agli altri, che non si consideri superiore e che impari a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.
In un mondo nel quale tutti sembrano chiedersi “Quanto sei forte?“, Reigen pone una domanda completamente diversa: “Che persona vuoi essere?“
È una differenza apparentemente piccola, ma rappresenta il cuore di Mob Psycho 100.
Il rapporto tra Mob e Reigen, però, non rimane sempre uguale. Mob con il tempo comprende di non averne più bisogno nello stesso modo di prima. Ma questo invece di portare a una rottura del rapporto, ha come risultato la crescita del legame tra il protagonista e Reigen. Mentre Mob diventa progressivamente più consapevole di se stesso, anche Reigen è costretto a confrontarsi con i propri limiti.
Questo perché non è un mentore perfetto così come non è nemmeno un adulto perfetto, ma è una persona piena di contraddizioni che cerca, spesso goffamente, di fare la cosa giusta e finisce per imparare a sua volta qualcosa da Mob. È questo che rende il loro rapporto molto più umano del classico schema “maestro-allievo”.
Il miglior mentore per Mob?

Alla fine di Mob Psycho 100, Reigen si rivela il mentore ideale per questa storia proprio perché non è perfetto.
È rumoroso, bugiardo, debole, falso, spesso imbarazzante ed egoista. eppure, quando guarda Mob, riesce a vedere qualcosa che molti altri personaggi non vedono.
Non vede un’arma o il ragazzo che potrebbe diventare il più potente di tutti, ma vede Shigeo Kageyama un semplice ragazzo che può sbagliare, avere paura, innamorarsi, perdere, crescere e scegliere chi vuole diventare.
E Reigen è il maestro giusto al momento giusto.
*Fonte del presente articolo: CBR.com
Anime
5 nuovi anime arrivati nel 2026 assolutamente da vedere
Oggi vi presentiamo 5 nuove serie anime uscite nel 2026 e che meritano di essere tolte dalla vostra Watchlist semplicemente perchè devono essere viste
Il 2026 si sta confermando come uno degli anni più interessanti dell’era moderna degli anime. Le nuove produzioni non sono mancate e, contemporaneamente, numerose serie già affermate sono tornate con nuove stagioni, creando un’offerta talmente ampia da rendere quasi impossibile seguire tutto.
La stagione invernale ha puntato soprattutto sui ritorni importanti, riportando sul piccolo schermo titoli come Jujutsu Kaisen, Hell’s Paradise, Fire Force e molte altre serie. Con l’arrivo della primavera e dell’estate, però, l’attenzione si è spostata anche sulle produzioni completamente inedite.
E qui arriva il problema: con decine di nuovi anime distribuiti nel corso del 2026, riuscire a stare dietro a ogni uscita è tutt’altro che semplice. Inevitabilmente, alcune serie finiscono nella “watchlist” e rimangono lì, in attesa di essere recuperate.
Ma quali meritano davvero di essere visti? Abbiamo selezionato cinque nuovi anime del 2026 da vedere.
Sentenced to Be a Hero – Crunchyroll

Sentenced to Be a Hero ha impressionato fin dal debutto, tanto che Crunchyroll l’ha già indicata come il miglior nuovo anime del 2026 dopo la messa in onda del primo episodio. A contribuire all’impatto della première è stata anche la sua durata speciale, quasi un’ora, accompagnata da una qualità produttiva che non ha nulla da invidiare a molte moderne produzioni cinematografiche d’azione.
Ma sarebbe riduttivo attribuire il successo dell’anime esclusivamente alle sue animazioni e alla qualità della produzione. Uno dei suoi punti di forza è infatti la storia dark fantasy, capace di proporre una narrazione coinvolgente e originale senza appoggiarsi ai soliti cliché degli isekai che caratterizzano numerose produzioni contemporanee.
Se avete continuato a rimandare la visione nonostante tutto il parlare che si è fatto della serie, questo potrebbe essere il momento giusto per recuperarla.
Daemons of the Shadow Realm – Crunchyroll

Fin dal suo debutto, Daemons of the Shadow Realm è stato indicato da molti come il possibile erede di uno dei più grandi anime di sempre: Fullmetal Alchemist.
Il motivo è tutt’altro che casuale. Si tratta infatti della seconda serie realizzata dalla stessa autrice, Hiromu Arakawa, e presenta diverse delle caratteristiche che hanno contribuito al successo mondiale della sua precedente opera.
L’anime sceglie di non avere fretta e dedica grande attenzione alla costruzione del proprio mondo. I primi episodi, inoltre, hanno già regalato diversi colpi di scena capaci di sorprendere anche gli spettatori più attenti.
A questo si aggiunge il lavoro di Bones Film, che sta portando avanti la produzione con la stessa cura e dedizione riservate alle altre sue importanti produzioni.
L’anime ha debuttato durante la stagione primaverile del 2026 ed è ancora in corso. Questo significa che questo è probabilmente il momento migliore per iniziare a guardarlo: gli episodi da recuperare sono ancora relativamente pochi e aspettare troppo potrebbe trasformare il recupero in un’impresa decisamente più impegnativa.
Soprattutto perché, se le premesse saranno confermate, potremmo davvero trovarci davanti al successore di un autentico capolavoro.
Chainsmoker Cat – Netflix

Il mondo degli anime ci ha abituati alle storie più assurde, spettacolari e fantastiche che si possano immaginare. Molto più rare, invece, sono le produzioni che scelgono di raccontare storie realistiche attraverso personaggi adulti.
Nel 2026, però, due serie hanno cercato di colmare proprio questa lacuna: Smoking Behind the Supermarket With You e Chainsmoker Cat.
Entrambe meritano attenzione, ma è soprattutto la seconda a distinguersi grazie a un’idea tanto assurda quanto particolare.
Il suo elemento più curioso è infatti proprio il concept alla base della serie: una ragazza-gatto che spende tutti i suoi soldi in sigarette. Una premessa che potrebbe far pensare esclusivamente a una commedia dai toni bizzarri e irriverenti.
In realtà, dietro la sua comicità nera si nasconde una storia decisamente più toccante, che cerca di esplorare le motivazioni e le conseguenze delle abitudini autodistruttive delle protagoniste.
Chainsmoker Cat riesce così a essere contemporaneamente strano, divertente e sorprendentemente originale.
Se era già finito nella vostra lista degli anime da recuperare, consideratelo un segnale: è arrivato il momento di iniziarlo.
Jaadugar: A Witch in Mongolia – Crunchyroll

Con appena due episodi trasmessi, Jaadugar: A Witch in Mongolia si è già imposto come una delle produzioni più cupe della stagione estiva 2026 e come uno dei candidati più interessanti al titolo di miglior nuovo anime dell’anno.
Il titolo potrebbe far pensare a una classica storia soprannaturale fatta di streghe, magia e incantesimi. La realtà è però molto diversa.
Jaadugar: A Witch in Mongolia è infatti un seinen storico che racconta la storia di una schiava determinata a contribuire alla caduta dell’Impero Mongolo dall’interno.
La protagonista è Sitara, una ragazza cresciuta all’interno di una famiglia di studiosi. La sua vita cambia radicalmente quando la sua patria viene invasa e devastata dall’Impero Mongolo.
La tragedia alimenta in lei un forte desiderio di vendetta e Sitara decide quindi di dedicarsi a un’impresa apparentemente impossibile: orchestrare la caduta dell’impero dall’interno.
Naturalmente, trasformare questo proposito in realtà è molto più complicato di quanto possa sembrare.
E proprio con il susseguirsi degli episodi, la serie sta dimostrando di avere tutte le carte in regola per trasformarsi in un’avvincente storia di spionaggio, capace di lasciare il segno.
Witch Hat Atelier – Crunchyroll

Se c’è un nuovo anime del 2026 che non dovrebbe assolutamente mancare nella vostra lista, quello è Witch Hat Atelier.
Il fantasy ha raccontato la magia in innumerevoli modi, spesso trasformandola in una forza misteriosa e quasi inspiegabile. Witch Hat Atelier sceglie invece una strada differente: la magia viene affrontata attraverso una struttura precisa e una vera e propria logica interna.
Ed è proprio questo approccio a renderla ancora più affascinante. La serie riesce infatti a dare alla magia delle regole ben definite senza privarla del suo senso di meraviglia e mistero, offrendo allo spettatore un modo completamente diverso di comprenderla.
A fare la differenza è anche il lavoro di Bug Films, che ha saputo tradurre sullo schermo il mondo magico della serie con un’esecuzione estremamente curata.
L’entusiasmo del pubblico è esploso in particolare con il quinto episodio, accolto con grande entusiasmo dalla community degli appassionati di anime e indicato da molti come l’episodio dell’anno.
Per tutti questi motivi, Witch Hat Atelier non è semplicemente uno dei migliori nuovi anime del 2026: è una delle serie che meritano di essere viste senza ulteriori rinvii.
E voi quale recupererete? Fatecelo sapere!
*Fonte del presente articolo: Comicbook.com
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