Cinema
PopChop Express: The Mask, dal folle fumetto allo sfumeggiante film
Oggi su Popchop Express parliamo di The Mask, il film incredibile con Jim Carrey tratto da un fumetto dai toni decisamente diversi
Nel 1994, in un’epoca in cui la parola cinecomic era ancora pura fantascienza, arrivò nelle sale italiane The Mask – Da zero a mito, film che raccontava le avventure di un timido impiegato di banca di nome Stanley Ipkiss che, indossando la maschera magica di Loki, si trasformava nello sfumeggiante e coloratissimo The Mask.

Jim Carrey nella locandina di The Mask
Il film divenne in pochissimo tempo un vero fenomeno generazionale, anche grazie al suo protagonista: uno straripante Jim Carrey, in stato di grazia e nel pieno della sua esplosione mediatica. Al suo fianco c’era la donna dei sogni Tina Carlyle, interpretata da una giovanissima Cameron Diaz, vera bomba sexy che proprio grazie a The Mask diede il via a una fortunata carriera cinematografica.

Una splendida Cameron Diaz in The Mask
Ma dietro quel turbine di gag in stile cartoon, facce elastiche e comicità slapstick c’è molto di più. The Mask non è stato semplicemente un film con un Jim Carrey pittoresco trasformista dalla faccia verde e dagli abiti sgargianti: fu anche un esperimento tecnico, uno dei primi a utilizzare massicciamente la CGI per ottenere un effetto “cartoon”, invece della tecnica mista live-action/animazione utilizzata qualche anno prima da Robert Zemeckis in Chi ha incastrato Roger Rabbit.
Ma da dove nasce davvero The Mask? Per scoprirlo bisogna tornare indietro di qualche anno e parlare… di un fumetto.
The Mask: il folle e violento fumetto Dark Horse

La prima incarnazione del personaggio appare nel 1989 sulle pagine della rivista Mayhem della Dark Horse. A firmarla sono John Arcudi ai testi e Doug Mahnke ai disegni, a loro volta ispirati a un’opera di un paio d’anni prima intitolata The Masque (alla francese), creata da Mike Richardson e Mark Badger.
Tuffarsi in questo fumetto folle (termine tutt’altro che casuale per chi l’ha letto) è un’esperienza fottutamente affascinante e frenetica, soprattutto se lo si mette a confronto con il film del ’94. Se a livello estetico le due versioni condividono alcuni elementi, il tono è completamente diverso.
Il The Mask cartaceo è un prodotto che affonda le radici nello spirito degli anni Ottanta, anche se arriva verso la fine del decennio: sporco, eccessivo, violento. E lo si capisce dalle fonti di ispirazione degli autori per quanto riguarda il protagonista; il Joker di Batman, il Green Goblin di Spider-Man, Freddy Krueger e Dr. Jekill e Mr. Hyde, del romanzo letterario di Robert Louis Stevenson. Tutti personaggi accomunati da schizofrenia e sadica pazzia .
A differenza del film, vengono approfondite le origini della maschera e incontriamo personaggi familiari agli spettatori, ma filtrati da uno sguardo molto più cupo.

In questa incarnazione, The Mask è pura follia: un’esplosione di violenza sociopatica, senza freni né compromessi. Può essere visto come un mix disturbante tra, appunto, il Joker di Batman e il Pagliaccio di Terrifier, ma molto più loquace.
Ed è proprio all’interno delle pagine del fumetto che il personaggio riesce a esprimere al massimo il suo potenziale inquietante. Sangue, brutalità e black humor diventano il linguaggio di un’epoca lontanissima dalla commedia colorata del film che andava a suon di Chick Chicky Boom.
Stanley Ipkiss tra fumetto e film: due personaggi agli antipodi

Il divario più evidente tra fumetto e film riguarda l’uomo sotto la maschera: Stanley Ipkiss.
Nella versione di Jim Carrey, Ipkiss è un impiegato di banca ingenuo e gentile, appassionato di cartoni animati, un eterno sognatore un po’ sfigato… insomma, un nerd a 360 gradi (inteso secondo la rappresentazione tipica dell’epoca). Un personaggio cucito su misura per permettere a Jim Carrey di esaltarsi e sprigionare tutta la sua verve comica.

Nel fumetto, invece, Stanley è un individuo profondamente disturbato: un disadattato sociale represso, con seri problemi psicologici. Quando indossa la maschera, questa non lo trasforma in ciò che avrebbe voluto essere, ma libera il suo lato più violento e perverso. Amplifica tutto ciò che di peggio si porta dentro, cancellando ogni residuo di morale.
Il risultato è un sociopatico fuori controllo, ossessionato dalla vendetta e totalmente indifferente alla vita altrui. Teste mozzate, organi esplosi, pagine grondanti sangue: The Mask fumettistico è un concentrato di violenza gore che spiazza chiunque conosca solo la versione cinematografica.
Una maschera (quasi) senziente

A differenza della pellicola, nel fumetto la maschera non è soltanto un oggetto magico, ma sembra possedere una propria identità e una volontà autonoma, legandosi in modo morbosamente simbiotico al suo ospite. Lo stile grafico, coloratissimo e caricaturale, enfatizza le conseguenze immediate e sanguinose delle azioni del portatore.

The Mask Returns (1992–1993)
La maschera, inoltre, non appartiene mai davvero a qualcuno: Stanley è solo uno degli ‘ospiti’ del manufatto che passa di mano in mano lasciando dietro di sé una scia di sangue e caos. In The Mask (1991) Stanley Ipkiss trova la maschera di giada in un negozio di antiquariato e diventa Big Head, un assassino sadico che scatena la propria sete di vendetta contro criminali e forze dell’ordine senza distinzione.
In The Mask Returns (1992–1993) è il tenente Kellaway, personaggio che appare anche nel film del 1994, a indossarla per combattere il crimine organizzato, ma il confine tra giustizia e follia si dissolve rapidamente.
In The Mask Strikes Back (1995), invece, la maschera finisce nelle mani di un gruppo di adolescenti convinti di poter migliorare le proprie vite, ottenendo l’effetto opposto.
Da lì in avanti, l’oggetto continua il suo viaggio in numerose miniserie come The Hunt for Green October e Southern Discomfort, fino ad arrivare a The Mask: I Pledge Allegiance to the Mask! (2019), dove il politico Abner Mead utilizza la maschera per candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti, trasformando violenza, assenza di filtri e brutalità in strumenti di consenso popolare. Una situazione folle che però sembra aver anticipato i tempi, visto la status quo attuale degli USA e il suo ‘condottiero biondo’.

The Mask: I Pledge Allegiance to the Mask! (2019)
Il film: stessi temi, tono opposto
Nel passaggio al cinema, tutto questo viene ripulito, smussato e rielaborato. The Mask del 1994 parla ancora di identità, repressione e maschere sociali, ma lo fa attraverso la lente della commedia. Una scelta vincente, che trasforma una storia pulp-horror in un successo per famiglie.

Anche qui Stanley usa la maschera per i propri scopi, ma resta sempre entro i confini della morale comune. Il suo “testone verde” non spaventa mai davvero: è un anarchico infantile sopra le righe che sfoga anni di repressione, ma rimane fondamentalmente innocuo. Merito soprattutto di Jim Carrey, che rende il personaggio irresistibile, sfumeggiante e mai realmente minaccioso. Di seguito riproponiamo la prima iconica trasformazione che si vede nel film.
Eppure, il film ha rischiato di essere molto diverso.
Il ‘The Mask’ che poteva essere e che (per fortuna) non abbiamo mai visto
In pochi sanno che la prima sceneggiatura di The Mask, scritta nel 1991, era molto più fedele al fumetto: violenta, splatter, con forti elementi horror. La maschera aveva origini haitiane, era quasi impossibile da rimuovere e il protagonista era molto più vicino allo Stanley disturbato della carta stampata.

In foto: Chuck Russell e Jim Carrey
Alla regia era stato scelto Chuck Russell (Nightmare 3, Blob), perfetto per questo tipo di visione. Ma problemi di budget, rating e mercato portarono a un cambio di rotta totale. Russell optò per una riscrittura in chiave comedy e, prima dell’arrivo di Jim Carrey, pare fosse stato considerato persino Nicolas Cage.
Lo stesso Russell raccontò anni dopo, durante una masterclass, quanto fosse difficile far comprendere il potenziale di Carrey, arrivando persino ad adattare completamente la sceneggiatura su di lui:
Dopo aver diretto Nightmare 3, avevo stretto amicizia con quelli della New Line. Poi ho fatto The Blob e la New Line voleva un altro film horror scioccante. C’era un fumetto intitolato The Mask che era un horror formidabile. Pensai però che sarebbe stato troppo simile al personaggio di Freddy Krueger di Nightmare. Sarebbe stato orribile. Ma c’era questo ragazzo di nome Jim Carrey che era appena uscito con In Living Color [sit-com degli anni ’90 ndr] .
È stata l’unica volta nella mia carriera in cui è stato molto difficile spiegare agli altri quale fosse il potenziale di questo particolare attore […]. Era una fonte d’ispirazione unica. Ho adattato la sceneggiatura fino al punto che divenisse perfetta per Jim Carrey.*
*estratto da La Scimmia Pensa
La decisione di puntare su una storia più leggera e un protagonista genuino e comico si rivelò vincente, portando The Mask fino alla candidatura agli Oscar per i Migliori Effetti Speciali.
The Mask: tra fumetto, cinema e animazione
Il successo del film generò una serie animata nel 1995 (54 episodi in tre stagioni) e, nel 2005, il disastroso Son of the Mask, stroncato dalla critica e premiato ai Razzie come peggior sequel/remake.

Il terrificante Son of the Mask
Se il sequel cinematografico fu un clamoroso passo falso, la serie animata ottenne invece un buon riscontro. Ambientata dopo il film, vede Stanley Ipkiss (doppiato da Rob Paulsen) decidere di usare la maschera di Loki per fare del bene. A differenza del film, nella serie la maschera può essere utilizzata sia di giorno che di notte.

The Mask la serie animata
Vengono introdotti nuovi villain memorabili, come il geniale ma squilibrato Dr. Pretorius, e il cane di Stanley, Milo, torna persino a indossare la maschera, come accade in uno dei momenti più esilaranti del film. La serie si conclude con un crossover in due parti con Ace Ventura, altro franchise cinematografico che vedeva protagonista sempre Jim Carrey nel ruolo dell’Acchiappanimali più irriverente del cinema.
Due facce della stessa maschera
The Mask è stato un film che andò oltre ogni aspettativa, realizzando un ottimo riscontro al botteghino, portando sullo schermo una storia pop accessibile a tutta la famiglia e rinnegando l’animo underground e violento del fumetto. Nel mezzo, una riflessione sempre attuale su ciò che siamo, ciò che reprimiamo e ciò che potremmo diventare se togliessimo la maschera.
Un viaggio che parte dalle pagine più sporche dei comics e arriva al grande schermo, trasformando The Mask in piccolo cult degli anni ’90 ancora oggi esilarante e fresco da vedere in compagnia, magari, dei propri figli e che conserva un’identità… sfumeggiante!
Vi ricordo di andare a vedere sui social il video relativo all’articolo curato dagli amici di Nerd Chop Express!
Cinema
COMICON Napoli 2026 – La figura del foley artist
Durante il COMICON Napoli 2026 abbiamo scoperto quanto importante sia la figura del foley artist nel cinema
Cinema
KILL BILL: THE WHOLE BLOODY AFFAIR: trailer del film di Tarantino di nuovo al cinema dal 28 maggio al 3 giugno
Trailer di Kill Bill: The Whole Bloody Affair, il film che unisce i due capitoli di Tarantino in un’unica pellicola che torna al cinema dal 28 maggio al 3 giugno
Presentano
Scritto e diretto da Quentin Tarantino
IL TRAILER ITALIANO PRESENTA LA VENDETTA DEFINITIVA, DAL 28 MAGGIO AL 3 GIUGNO AL CINEMA
Plaion Pictures e Midnight Factory sono orgogliosi di diffondere il trailer italiano di Kill Bill: The Whole Bloody Affair, che arriverà al cinema dal 28 maggio al 3 giugno in un evento speciale di 7 giorni, dopo averne acquisito i diritti da Lionsgate. A oltre vent’anni dalla sua uscita, il film arriva finalmente nelle sale italiane nella forma in cui Quentin Tarantino l’aveva concepito sin dall’inizio: un’unica, travolgente esperienza cinematografica di 281 minuti, che riunisce i due volumi in un flusso continuo, potente e senza compromessi.
Non si tratta solo di una versione estesa, ma della forma più completa e fedele alla visione originaria di Kill Bill, che nella testa di Tarantino sarebbe sempre dovuto uscire nelle sale come un film unico, poi suddiviso per esigenze distributive. Un’opera, quindi, che abbandona la divisione in Volume 1 e Volume 2 per restituire tutta la forza di un racconto pensato come un unico grande affresco sulla vendetta. Il nuovo montaggio elimina le cesure tra i due capitoli, riorganizza il ritmo e apre lo sguardo su sequenze completamente nuove, regalando al pubblico un’esperienza ancora più intensa.
Sulle note dell’inconfondibile fischio del brano Twisted Nerve, il trailer italiano ricorda l’appuntamento storico segnato da questa release e regala ai fan attimi di puro godimento mostrando immagini fugaci delle novità più attese di questa release tra cui il leggendario scontro con gli 88 folli per la prima volta integralmente a colori e 7 minuti e mezzo aggiuntivi del celebre flashback in stile anime dedicato a O-Ren Ishii (Lucy Liu), realizzato dallo studio Production I.G. Ciliegina sulla torta di questa uscita senza precedenti è la presenza di The Lost Chapter: Yuki’s Revenge, un vero e proprio cortometraggio nato da un’idea di Tarantino rimasta per anni nel cassetto e ora portato alla luce grazie al noto motore grafico Unreal Engine, con la sorella della letale Gogo Yubari in cerca di vendetta.
In questa versione compatta e definitiva del capolavoro di Tarantino, il viaggio della Sposa interpretata da Uma Thurman acquista un respiro ancora più ampio e inarrestabile: un percorso di vendetta insanguinata che si dispiega senza tagli né censure, trasformandosi in uno spettacolo totale capace di fondere generi, linguaggi e suggestioni in modo radicale e inconfondibile.
È il cinema di Tarantino nella sua forma più pura, quella che ha reso immortali titoli come Pulp Fiction e Bastardi senza gloria, qui portata all’estremo in un’opera che travolge lo spettatore dall’inizio alla fine. Kill Bill: The Whole Bloody Affair non è solo un ritorno, ma un evento irripetibile: l’occasione imperdibile per i fan di Tarantino e le giovani generazioni di vivere finalmente sul grande schermo un film culto come non è mai stato visto prima, nella sua versione più completa e spettacolare.
Kill Bill: The Whole Bloody Affair unisce il Volume 1 e il Volume 2 in un unico racconto epico senza censure, interamente presentato proprio come Tarantino aveva sempre immaginato, completo di una nuova sequenza anime mai vista prima. Uma Thurman interpreta La Sposa, creduta morta dal suo ex mentore e amante Bill, che le tende un’imboscata durante le prove del suo matrimonio, sparandole in testa e privandola del bambino che portava in grembo. Per ottenere la sua vendetta, la donna si mette sulle tracce dei quattro componenti rimasti della Deadly Viper Assassination Squad prima della resa dei conti finale con Bill.
Dall’impianto maestoso, l’azione frenetica e lo stile iconico, il film si erge come una delle saghe di vendetta più significative della storia del cinema, raramente proiettata nella sua versione integrale e ora presentata con un intervallo tipico del Cinema dei tempi d’oro.
Kill Bill: The Whole Bloody Affair vede nel cast Uma Thurman, Lucy Liu, Vivica A. Fox, Michael Madsen, Daryl Hannah, Gordon Liu, Michael Parks e David Carradine nel ruolo di “Bill.” Il film è prodotto da Lawrence Bender, scritto e diretto da Quentin Tarantino, basato sul personaggio de “La Sposa” creato da Q&U.
Kill Bill: The Whole Bloody Affair arriverà al cinema per una settimana dal 28 maggio al 3 giugno con Plaion Pictures e Midnight Factory
*Fonte: comunicato stampa Plaion Pictures e Midnight Factory
Cinema
Il Diavolo Veste Prada 2 va visto in una sala piena
Il Diavolo Veste Prada 2 è un sequel fatto bene. Brillante, attuale, a tratti riflessivo, è un film che va visto in una sala piena.
Moderno, emozionante, profondo. Potremmo definire così il sequel de Il Diavolo Veste Prada.
In questo secondo capitolo vediamo Andrea “Andy” Sachs, interpretata da Anne Hathaway, 20 anni dopo la sua esperienza nel magazine di moda RUNAWAY. È una giornalista affermata e premiata, sempre estremamente appassionata del suo lavoro e soprattutto attenta all’etica. Questa è una chiave importante all’interno dello svolgimento della storia.
Per colpa, o per fortuna, viene richiamata a RUNAWAY, che è ancora guidato da una meravigliosa Meryl Streep nei panni di Miranda Priestly.
Miranda e Andrea negli anni hanno dovuto – nolenti o volenti – mettersi al passo dei tempi, seguire le innovazioni del mondo giornalistico. Dalla carta stampata, all’online, alle applicazioni fino al futuro e al confronto con l’Intelligenza Artificiale.
A proposito di questo ci sarà una battuta estremamente riflessiva e toccante sul finale del film, per cui prestate particolare attenzione.
Fattore nostalgia e nuove generazioni
Uno degli aspetti affrontati dal film è proprio quello di mettersi in gioco, a confronto con le nuove generazioni, rimanendo sulla cresta dell’onda, senza lasciarsi affossare.
I più giovani non sono però demonizzati, anzi, vengono visti come una risorsa.
Dall’assistente sulla sedia, all’assistente di Andrea, la nuova generazione è pronta a mettersi in gioco.
Importante e quasi trainante nella prima parte del film è il fattore nostalgia, questo però senza esserne eccessivamente legato o confinato. Come a darvi il benvenuto in questo nuovo capitolo.
Sono dettagli e sfumature, che vi faranno dire: “Guarda, quell’ambulante riprende la scena delle cinture completamente diverse.” Dettagli curati e sottili, che fanno la differenza tra un money grab e un omaggio ai fan.

Il Diavolo Veste Prada 2, Simone Ashley è Amira
Citazioni iconiche in arrivo
Quello che segue nella storia è una sorpresa dopo l’altra tra risate e frasi che fanno riflettere:
“Hai voluto questo lavoro? Hai ottenuto questo lavoro? Fai in modo di ottenere il risultato.” Frase parafrasata di Nigel, interpretato sempre da Stanley Tucci, a Andrea, a tratti ispirazionale, a tratti tossica.
Miranda deve fare i conti anche con questo: se 20 anni fa poteva lanciare i cappotti sulle scrivanie delle collaboratrici, adesso deve fare i conti con le risorse umane del 2026.
In questo viene in suo aiuto Amari, una perfetta Simone Ashley, che durante le riunioni la redarguisce su frasi che non può più dire, come quando qualcuno nomina… i marsupi. Vi lascio immaginare la reazione di Miranda.
Frasi e stralci ispirazionali e frasi che porteremo con noi tutti i giorni:
“I carboidrati condivisi non contano”.
Qual è il contenuto?
L’etica abbiamo detto farà parte della storia.
Questo perché, come nel primo film, si pensa a RUNAWAY o altri magazine di settore, come contenitori vuoti, senza anima.
Andrea servirà un po’ a portare questo, con articoli sulla NASA o argomenti che potrebbero avvicinare lettori di altro tipo alla rivista.
All’inizio sembra quasi una sconfitta, i suoi titoli generano engagement online, ma quanti vengono letti veramente?
È un po’ una metafora dei tempi che viviamo: ci fermiamo alla superficie senza approfondire.
Io per prima passo le serate a ‘doom scrollare’ TikTok piuttosto che fare qualsiasi altra cosa.
Come facciamo a rompere il cerchio? Sto divagando, però un buon modo per uscire dall’algoritmo potrebbe essere quello di andare a vedere Il Diavolo Veste Prada 2 al cinema.

Il Diavolo Veste Prada 2, i protagonisti
Sì al budget
Milano è la grande protagonista della seconda parte del film, tra il Duomo, Pinacoteca di Brera e Villa Arconati.
L’aumento di budget si percepisce: riprese con i droni, ville, macchine private e barche tra Como e Milano…
Tantissimi camei imperdibili, sia americani che italiani; Law Roach, lo stilista di Zendaya, Amelia Dimoldenberg, la presentatrice di Chicken Shop Date, Donatella Versace e… anche lui. Michele Morrone al suo più grande cameo. Seduto, senza battute, di fianco a Miranda Priestly.
Ecco, forse Amari non mi avrebbe fatto scrivere questo.
Il Diavolo Veste Prada 2 è un sequel fatto bene
Il Diavolo Veste Prada 2 correva un grandissimo rischio, poteva essere un grosso buco nell’acqua e invece non lo è stato.
Soprattutto per come è stato montato il primo trailer con un possibile invecchiamento un po’ troppo repentino di Miranda, che non si ricorda di Andy e Emily, capiamo poi che è semplicemente lei che fa fatica a ricordare i nomi.
Per reference, riportate alla mente la scena della serata di RUNAWAY, in cui si deve far suggerire i nomi di tutti.
Lo snaturamento dei personaggi non c’è stato. Sono cresciuti, quello sì.
L’ho trovato brillante, attuale, a tratti riflessivo e al passo con i tempi, specchio perfetto della società in cui viviamo oggi.
Si tratta di un film che va visto al cinema, per lo spirito di comunità che si porta dietro e per ridere insieme delle battute.
Un fenomeno culturale e pop che vi trascinerà con sé.
VOTO POPCORNERD: 9/10
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