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2025 Wrapped di Rossano: un anno di letture a fumetti

Le storie che hanno definito il mio anno di letture

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2025 Wrapped di Rossano: un anno di letture a fumetti

Disclaimer: l’immagine in evidenza è stata creata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale.

Da qualche anno, a fine dicembre, aspettiamo con una certa curiosità il nostro Spotify Wrapped: una raccolta di statistiche che prova a riassumere dodici mesi di ascolti tra musica e podcast. Alla fine del 2024 mi sono chiesto come questo stesso concept potesse essere applicato al mondo dei fumetti e delle graphic novel, e da lì è nata l’idea di questo esperimento: 2025 Wrapped: il mio anno di letture a fumetti.

Prima di iniziare voglio precisare che quello che segue non è una classifica – per quella rimando ai The Corny Awards 2025 – ma un racconto del mio 2025 da lettore di comics (e non solo), costruito a partire dai dati raccolti mese dopo mese.

Dando un primo sguardo ai numeri, emergono subito due elementi evidenti: Marvel e DC Comics continuano a rappresentare la parte più consistente delle mie letture, mentre Image Comics si avvicina in modo costante, fino a diventare – spoiler – una delle vere protagoniste del mio anno.

Infografica con l’aiuto dell’intelligenza artificiale

So che quando si parla di fumetti e arte in generale, il tema dell’intelligenza artificiale è un tabù. Ma in questo articolo si parla di arte attraverso i dati e chi meglio di ChatGPT poteva aiutarmi a trasformare i numeri che ho raccolto durante il 2025 in una rappresentazione chiara e leggibile? Spero quindi mi perdonerete se, per una volta, l’intelligenza artificiale diventa uno strumento e non il tema del dibattito.

Ho dato in pasto i dati a ChatGPT e ho chiesto di generare una infografica. Dopo svariati tentativi, ho ottenuto questo risultato:

Infografica sulle mie letture del 2025

Infografica sulle mie letture del 2025 generata da ChatGPT

Per citare il famoso meme, it ain’t much but it’s honest work. Grazie ChatGPT.

Marvel, pochi ma buoni

Più volte quest’anno mi sono espresso – su popcornerd.it e sui miei social – su quanto bassa sia la qualità editoriale Marvel di questo periodo. Nonostante ciò, eccola lì: la Casa delle Idee guadagna il terzo posto nella mia classifica Top Publishers, con ben 43 fumetti letti in 12 mesi. Tra questi, ai primi posti per rilevanza, troviamo:

  • Ultimate Spider-Man di Jonathan Hickman e Marco Checchetto
  • Ultimate Wolverine di Chris Condon e Alessandro Cappuccio
  • Spider-Man Noir di Erik Larsen e Andrea Broccardo
  • Wolverine di Chris Claremont e Frank Miller
  • Miles Morales Omnibus 1 & 2 di Brian Michael Bendis e Sara Pichelli

Spider-Man e Wolverine protagonisti

Ho un rapporto particolare con Spider-Man. Alterno periodi di completa assuefazione a periodi di rigetto totale. Ultimate Spider-Man di Hickman – Checchetto l’ho accolto con grande gioia in una delle mie fasi “ascendenti” ma devo ammettere che non mi ha lasciato molto. Una storia mediocre, condita dai bellissimi disegni di Checchetto, che verrà presto dimenticata.

Ultimate Spider-Man vol. 1, 2, 3

Ultimate Spider-Man vol. 1, 2, 3

Cosa che non si può dire su Ultimate Wolverine di Condon – CappuccioWolverine non è un personaggio semplice da scrivere se non si vuole cadere nella trappola della banalità e del “già visto”. Chris Condon, almeno nel primo volume, ci ha regalato Wolverine cupo, tormentato e violento, che veste i panni del Soldato d’Inverno. I disegni di Alessandro Cappuccio non fanno altro che mostrarci la scia di sangue che Logan lascia dietro di sé. Brutale.

Ultimate Wolverine vol. 1 The Winter Soldier

Ultimate Wolverine vol. 1 The Winter Soldier

Per concludere le nuove uscite Marvel, una lettura che ha catturato la mia attenzione è stata il rilancio di Spider-Man Noir, a cura di Erik Larsen e Andrea Broccardo. Al momento ho letto solo la prima delle cinque issues, quindi posso soltanto dire che si tratta di un inizio interessante. Non molto tempo fa ho anche pubblicato una breve intervista ad Andrea, artista della serie.

Spider-Man Noir #1

Spider-Man Noir #1

Recuperi dal passato

Chi mi conosce sa che Wolverine è il mio personaggio preferito, e mi sono sentito in dovere di recuperare una vera pietra miliare della sua bibliografia. Non saprei nemmeno da dove iniziare nel descrivere il Wolverine di Claremont e Frank Miller: la sceneggiatura e i disegni sono puro godimento. Non aggiungo altro, se non un consiglio: se non lo avete mai letto, fate lo sforzo di “farvi andare giù” i dialoghi un po’ prolissi. Ne vale davvero la pena.

Wolverine di Chris Claremont e Frank Miller Deluxe Edition

Wolverine di Chris Claremont e Frank Miller Deluxe Edition

Per quanto riguarda i due Omnibus di Miles Morales, arrivavo dalla recente conclusione della straordinaria run di Ultimate Spider-Man di Bendis (terminata nel 2024) e quindi… perché no? Una lettura “okay”, certamente non memorabile, se non per l’introduzione di Miles, ormai diventato un personaggio pienamente canonico all’interno dell’universo Marvel.

Omnibus 1 e 2 di Miles Morales scritto da Bendis e Sara Pichelli

Omnibus 1 e 2 di Miles Morales scritto da Bendis e Sara Pichelli

DC Comics, una sorpresa inaspettata

Una situazione simile si è verificata anche con DC Comics, con ben 54 fumetti letti nel corso dell’anno. Non mi considero un grande fan della DC, ma la linea Absolute – in particolare Batman e Martian Manhunter – ha contribuito in modo significativo a questa statistica. Tra i titoli che ho letto quest’anno, quelli che secondo me meritano una menzione sono:

  • Gotham Central di Greg Rucka, Ed Brubaker, Michael Lark e Stefano Gaudiano
  • Absolute Batman di Scott Snyder e Nick Dragotta
  • Batman Dark Patterns di Dan Watters e Hayden Sherman
  • Absolute Martian Manhunter di Deniz Camp e Javier Rodríguez

Batman, cosa farei senza di te?

Non credo di poter comunicare a parole quanto io abbia amato Gotham Central. Non pensavo fosse possibile scrivere un fumetto su Batman… senza Batman. E invece Mr. Brubaker e Mr. Rucka mi hanno mostrato la via. Di genere poliziesco, Gotham Central esplora le dinamiche del dipartimento di polizia del GCPD, il Gotham City Police Department, alle prese con criminali, super villain e un vigilante travestito da pipistrello.

Gotham Central Omnibus

Gotham Central Omnibus

Estratto di Gotham Central

Estratto di Gotham Central

Se in Gotham Central Batman non si vede quasi mai, in Absolute Batman di Snyder e Dragotta lo si vede parecchio. La run è ancora in corso e trovo prematuro dare un giudizio complessivo; posso però dire che ciò che ho letto finora ha superato di gran lunga le mie aspettative. Il primo volume, The Zoo, lo considero un preludio, quasi una introduzione a questo universo che non conosciamo. Nelle issues successive arriva l’arco narrativo su Absolute Bane..  e quello è follia pura.

Absolute Batman vol. 1 The Zoo

Absolute Batman vol. 1 The Zoo

Poi c’è Batman: Dark Patterns, un fumetto passato in sordina, del quale quasi nessuno ha parlato. In questa serie Batman torna a fare quello che sa fare meglio: il detective. Storyline interessanti – come quella del Wound Man, un uomo che crede nella purificazione dell’anima attraverso il dolore fisico – e casi da risolvere per niente scontati, il tutto accompagnato da disegni dal tratto duro e colori accesi di Hayden Sherman.

Batman Dark Patterns #1

Batman Dark Patterns #1

Absolute Martian Manhunter.. si, ma anche meno

Di solito, quando leggo un fumetto, mi piace riuscire a capirlo per apprezzarne appieno la trama. È qualcosa che ho faticato a fare con Absolute Martian Manhunter. Camp e Rodríguez si sono lasciati andare a un’opera psichedelica “alla Tradd Moore”, che ti investe con un uragano di colori e forme, lasciandoti a bocca aperta, sospeso tra stupore e confusione.

Bello, eh. Ma anche meno.

Absolute Martian Manhunter #1

Absolute Martian Manhunter #1

Image Comics, to infinity and beyond!

Image, meno male che esisti. Non saprei nemmeno da dove iniziare per descrivere questo 2025 dal lato Image Comics che, con ben 54 fumetti letti, e’ stata la protagonista – specialmente a livello qualitativo – del mio 2025.

Here we go.

  • Invincible Universe: Battle Beast di Robert Kirkman e Ryan Ottley
  • You’ll Do Bad Things di Tyler Boss e Adriano Turtulici
  • Outcast di Robert Kirkman e Paul Azaceta
  • Invincible Universe: Battle Beast di Robert Kirkman e Ryan Ottley
  • The Walking Dead Deluxe di Robert Kirkman, T. Moore e Charlie Adlard
  • Everything Dead & Dying di Tate Brombal e Jacob Phillips
  • Escape di Rick Remender e Daniel Acuna
  • Ain’t No Grave di Skottie Young e Jorge Corona

Robert Kirkman scrive, io leggo

Come si evince dal titolo, quest’anno ho fatto il pieno di letture Made by Kirkman.

Sono finito a leggere Outcast grazie a una serie TV basata sul fumetto. La serie mi è piaciuta e ho quindi pensato di dare una chance al materiale originale, perché si sa: “il libro è sempre meglio”. Per chi non la conoscesse, Outcast è una serie horror di 48 numeri che affronta temi come la possessione demoniaca e la fede in Dio. Una lettura particolare, diciamo. Per ora ho sentimenti contrastanti su questa serie, ma spero di riuscire a finirla nel 2026.

Outcast di Kirkman e Azaceta

Outcast di Kirkman e Azaceta

Poi c’è ovviamente Battle Beast. Kirkman e Ottley danno vita a uno spin-off dedicato a uno dei personaggi più interessanti della serie Invincible, anche se mi aspettavo qualcosa in più dalla trama, devo essere sincero. Il pretesto con cui la storia ha inizio sembra forzato e poco originale. La serie è ancora in corso – al momento in pausa fino a marzo 2026 – quindi ogni giudizio finale viene rimandato.

Invincible Universe: Battle Beast Heart of Gold

Invincible Universe: Battle Beast Heart of Glory

The Walking Dead non è una storia sugli zombie…

Ho iniziato a leggere The Walking Dead nel gennaio 2025 grazie a un amico che mi regalò il primo volume in edizione italiana. Non avendo visto la serie – tre episodi, poi ho messo in pausa – ne ero completamente all’oscuro e non mi sono mai interessato al genere perché pensavo non fosse adatto a me. Oh boy, quanto mi sbagliavo.

Ho iniziato la lettura recuperando le issue della nuova edizione a colori Deluxe, ma sono inevitabilmente arrivato in pari e non volevo aspettare le due uscite mensili. Così ho recuperato anche gli Omnibus, che contengono l’edizione originale in bianco e nero. Ammetto che l’aggiunta del colore aiuta, ma anche la lettura in bianco e nero non dispiace affatto. Credo che nel 2026 riuscirò a finire la lettura del quarto e ultimo Omnibus.

Fino ad allora… cercherò di stare alla larga dagli spoilers.

Per quanto riguarda la storia, mi sento di suggerirne la lettura a chiunque. The Walking Dead non è una storia che parla “semplicemente” di zombie: è una storia sui rapporti umani, su strutture sociali che crollano, sulla sopravvivenza e sui limiti che l’essere umano è disposto a oltrepassare pur di sopravvivere.

The Walking Dead di Kirkman, Tony Moore e Charlie Adlard

The Walking Dead di Kirkman, Tony Moore e Charlie Adlard

… cosi’ come non lo è Everything Dead & Dying

Questa miniserie mi è arrivata addosso come un treno in corsa. Già alle prese con la lettura di The Walking Dead, scopro che Image pubblicherà una nuova (mini)serie a tema zombie… e mi chiedo il perché. Sembra quasi voler vivere all’ombra dell’opera più famosa di Kirkman. Ma mi sbagliavo.

Come ho già scritto in The Corny Awards, Everything Dead & Dying è una storia intima che parla di famiglia, di legami, di discriminazione, di solitudine e di quanto l’amore per i propri cari possa spingerci a fare cose che non avremmo mai pensato di essere capaci di fare. Una storia bellissima che, purtroppo, è destinata a finire presto, trattandosi di una miniserie di soli cinque numeri.

Everything Dead & Dying #1

Everything Dead & Dying #1

Fantasy, warfare.. Image Comics ne ha per tutti i gusti

Parliamo ora di Escape. Rick Remender, come dichiarato nella sezione “Fan Mail” alla fine della issue 4, mette su carta – in forma romanzata, ovviamente – le avventure e soprattutto i traumi di suo nonno, soldato americano durante la Seconda Guerra Mondiale. Con un ritmo che trasmette urgenza e precarietà e accompagnato dai disegni di Acuña, Remender ci catapulta in una zona di guerra, dove per sopravvivere bisogna essere disposti a tutto, anche a ignorare il senso di colpa per le atrocità che si stanno per commettere. Io vivo per questa roba.

Escape #1

Escape #1

Concludo questa sezione dedicata a Image con un fumetto che non avrei mai pensato potesse interessarmi: Ain’t No Grave. Skottie Young rielabora le fasi del lutto – negazione, rabbia, patteggiamento, depressione e accettazione – in una storia di cinque capitoli, uno per ciascuna fase, raccontando il viaggio di Ryder in un universo fantasy alla caccia della Morte. Una lettura potente, che ricorderete a lungo, anche grazie ai disegni straordinari di Jorge Corona.

Ain't No Grave #1

Ain’t No Grave #1

Altre letture

L’infografica mostra come, anche se in dosi minori, altri editori come Sergio Bonelli Editore, BOOM! Studios e VIZ Media siano stati anch’essi protagonisti del mio 2025 con 45 fumetti letti. I più importanti per me sono stati:

  • Il lungo addio di Tiziano Sclavi e Carlo Ambrosini (Sergio Bonelli Editore)
  • Grim di Stephanie Phillips e Flaviano (BOOM! Studios)
  • 20th Century Boys di Naoki Urasawa (VIZ Media)

Benvenuto, Dylan!

Ad inizio anno sono stato introdotto – nemmeno fosse una setta segreta – all’universo e alle storie di Dylan Dog. La prima lettura “dylaniata” della mia vita è stata Il lungo addio di Tiziano Sclavi e Carlo Ambrosini. Scopro solo ora, dopo mesi di letture, che quella era probabilmente l’apice per qualità e intensità della sceneggiatura.

Tutti quelli che leggono Dylan Dog mi confermano che Il lungo addio è una delle storie più belle dell’intera antologia del personaggio, e non fatico a crederci: mi ha rapito. Da lì in poi è stato tutto in discesa. Ho iniziato a leggere le uscite mensili regolari, insieme ad altre pubblicazioni come Colorfest e Old Boy.

A volte resto stupito dalla qualità di alcune tavole che trovo in Dylan Dog, e questa cosa mi rende orgoglioso, essendo un prodotto Made in Italy.

Dylan Dog, Il lungo addio

Dylan Dog, Il lungo addio

Estratto di Dylan Dog, Il lungo addio

Estratto di Dylan Dog, Il lungo addio

Grim giunge al termine

Di tutt’altro genere, ma con tematiche simili, Grim mi ha conquistato dall’inizio alla fine. La serie si è conclusa con il venticinquesimo numero, a novembre 2025, mettendo fine alla collaborazione tra Phillips e l’artista italiano Flaviano.

Grim di Stephanie Phillips e Flaviano, pubblicato da BOOM! Studios

Grim di Stephanie Phillips e Flaviano, pubblicato da BOOM! Studios

C’è però una buona notizia per gli amanti della serie: Netflix ha annunciato che una serie animata ispirata al fumetto è attualmente in fase di sviluppo. Non ci resta che aspettare.

20th Century Boys

Premetto che non sono un grande lettore di manga. Ne ho letti pochi e, per questo, mi sento sempre un po’ in difetto quando si tratta di elogiare o criticare una serie giapponese, non avendo molti termini di paragone. Tra i titoli che ho letto e che ho messo in libreria ci sono Dragon Ball, Attack on Titan, Gannibal e il mio manga preferito di sempre, Naruto.

Potete quindi immaginare come mi sono sentito quando mi sono approcciato per la prima volta a un’opera di Naoki Urasawa, nello specifico 20th Century Boys. Pensavo di aver letto i manga più belli che ci fossero – pensate che ingenuo – e invece non avevo nemmeno scalfito la punta dell’iceberg. Chi ha già letto qualcosa di suo sa esattamente a cosa mi riferisco; chi invece non lo ha ancora fatto, provo a spiegarmi meglio.

20th Century Boys vol. 1 di Naoki Urasawa

20th Century Boys vol. 1 di Naoki Urasawa

Non sto cercando in alcun modo di sminuire i manga che ho menzionato poco fa – Naruto resta comunque il mio preferito – ma lo storytelling che ho trovato in 20th Century Boys non l’ho trovato in nessun altro fumetto giapponese. Sin dalle prime pagine si percepisce come Urasawa ti stia lentamente trascinando all’interno della spirale di eventi e misteri che ha architettato con precisione chirurgica, come un ragno che conduce la propria preda sempre più a fondo nella sua tela.

Quando ti rendi conto di quanto sia intricata la trama, è ormai troppo tardi: sei già perso in un labirinto fatto di flashback, misteri e dettagli che non sono mai casuali.

La stessa qualità si ritrova anche nei disegni, sempre a cura di Urasawa. È, a tutti gli effetti, un one-man show.

Kenji Endō

Kenji Endō

Ora non mi resta che leggere i tre volumi conclusivi per portare a termine questo viaggio nei primi mesi del 2026. Subito dopo 20th Century Boys, sarà finalmente il turno di Billy Bat.

È stato un anno interessante

La disamina delle letture più interessanti che hanno accompagnato questo mio 2025 giunge finalmente al termine. Ripercorrere dodici mesi di fumetti non è stato semplice, ma si è rivelato un esercizio sorprendentemente terapeutico e divertente. Più di quanto mi fosse mai capitato prima, mi sono reso conto di come i miei gusti stiano cambiando nel tempo – e non è una cosa che mi dispiace o mi spaventa, anzi. Credo sia un processo naturale: tutti attraversiamo fasi di crescita o di trasformazione, e questo si riflette inevitabilmente anche nelle scelte che facciamo in fumetteria, tra ciò che decidiamo di portare a casa e ciò che lasciamo sullo scaffale.

È stato anche un anno di novità, come il ritorno alla lettura dei manga, un terreno che avevo in parte abbandonato e che ho riscoperto con grande piacere.

Spero che questo Wrapped vi sia piaciuto e che possa essere d’ispirazione per chi, come me, è sempre alla ricerca di nuove avventure di carta ed è abbastanza coraggioso da uscire, ogni tanto, dalla propria comfort zone.

Per ora è tutto. Wrapped torna a dicembre 2026. A presto.

PS. Spero non vi siate arrabbiati o indignati per il ruolo che l’intelligenza artificiale ha avuto nella stesura di questo articolo.

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Comics

Salvador Larroca: L’artista spagnolo dal tratto elegante che ha incantato la Marvel

Ai microfoni di PopCorNerd, un grande talento spagnolo che ha fatto la storia in Marvel su X-Men, Iron Man e molto altro: Salvador Larroca

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Tra i disegnatori spagnoli che aprirono la strada alla Spagna verso le grandi case editrici di comics americane, c’è stato Salvador Larroca. Oggi vedere sulle pagine di Marvel e DC artisti come Jorge Jimenez, Iban Coello, Pepe Larraz, Carmen Carnero, Belen Ortega e molti altri è normale, ma all’inizio degli anni ’90 era cosa molto rara.

L’artista spagnolo, per la precisione di Valencia, ha sin da subito incantato la Marvel con il suo stile aggraziato e dettagliato e non c’è voluto molto prima che la Casa delle Idee gli desse le chiavi di alcuni dei più importanti personaggi della sua scuderia.

Fantastici 4 e, soprattutto, X-Men sono stati i team che ha disegnato con maestria per molto tempo in uno dei periodi di maggior fama di entrambi i gruppi.

Sugli X-Men ha contribuito, inoltre, a lasciare il proprio marchio personale, creando insieme alla leggenda Chris Claremont, il gruppo X-treme X-Men, serie dei primi anni duemila che è un vero e proprio gioiello sotto l’aspetto artistico e di sceneggiatura.

Ma il talento di Salvador è stato riconosciuto anche sulle pagine di Iron Man, dove ha vinto un Eisner nel 2009 con un ciclo mozzafiato insieme a Matt Fraction. E la lista di cose incredibili che ha fatto Larroca è davvero lunga.

Tutto questo per dirvi che al Comicon Bergamo ho avuto l’occasione e il privilegio di intervistarlo e di porgli alcune domande sulla sua incredibile carriera.

Quindi è con grande piacere vi lascio alle parole di Salvador Larroca, l’artista valenciano in grado di ammaliare la Marvel (e anche tutti i suoi lettori).


Salvador Larroca: dagli X-Men ad Iron Man, sino a Star Wars

Grazie mille Salvador per il tuo tempo. E’ un vero privilegio avere l’occasione di poterti ospitare su PopCorNerd.

Qualche tempo fa ho intervistato David López e abbiamo parlato della cosiddetta “rotta transatlantica” seguita dagli autori spagnoli: il percorso iniziato da voi, da te e Carlos Pacheco, prima in Marvel UK e poi in Marvel Comics negli Stati Uniti. Che cosa puoi raccontarci di quella fase della tua carriera?

Salvador Larroca – Fu un periodo molto emozionante, perché fino a quel momento realizzavo soltanto alcune collaborazioni per l’editore spagnolo che pubblicava i fumetti americani in Spagna. Facevo qualche poster, brevi storie di una pagina e piccoli lavori collegati agli interni.

Poi Jim Lee, Rob Liefeld, Todd McFarlane e tutti gli altri lasciarono la Marvel Comics per fondare Image Comics. Si creò quindi un vuoto alla Marvel americana e decisero di cercare nuovi talenti in Europa. Fu così che iniziai a lavorare per Marvel UK. In realtà quell’esperienza durò molto poco, circa tre anni.

Quel vuoto lasciato dagli autori americani venne colmato dalla “cantera” degli autori europei. Tra quelli che entrarono c’eravamo io, Gary Frank, Carlos Pacheco e, successivamente, Pasqual Ferry.

Alla fine quell’esperienza servì soprattutto a farci ottenere un’offerta dagli Stati Uniti, perché Marvel UK ebbe vita molto breve.

Nel mio caso, ad esempio, stavo lavorando a una serie intitolata Dark Angel, che portava il marchio Marvel ma che praticamente nessuno conosceva.

Quando passai negli Stati Uniti iniziai invece a lavorare su Ghost Rider, poi su Flash per la DC e successivamente realizzai l’annual di Hulk [The Incredible Hulk Annual n. 20 n.d.r.] con Peter David, autore che purtroppo oggi non c’è più.

Fu un periodo davvero entusiasmante perché, da quel momento, mi offrirono un contratto di esclusiva che sarebbe durato molti anni.

Il tuo stile artistico si è sempre contraddistinto per l’enorme cura dei dettagli, sia negli sfondi sia nei personaggi. Inoltre era decisamente più realistico in un’epoca in cui predominava lo stile esasperato e iper-muscoloso dei primi anni Novanta.

Pensi che, in qualche modo, il tuo lavoro abbia contribuito a riportare il fumetto americano verso anatomie più realistiche e che abbia influenzato la nuova generazione di disegnatori?

Salvador Larroca – In realtà, quando mi metto a lavorare, non penso mai se influenzerò qualcuno oppure una determinata tendenza. Cerco semplicemente di scegliere lo stile che ritengo più adatto alla storia che sto raccontando.

Per esempio, quando ho realizzato Iron Man con Matt Fraction ho utilizzato uno stile molto realistico perché mi sembrava quello più adatto al personaggio.

Quando invece ho disegnato gli X-Men, come in X-treme X-Men, il tratto diventò più cartoon.

In generale, però, quello che ho sempre cercato di fare è rendere il disegno più naturale, evitando quell’esagerazione tipica di molti fumetti dei primi anni Novanta.

Oggi, quando riguardo quei lavori, mi sembrano molto lontani dai canoni artistici che preferisco. Mi piace di più quello che faccio oggi.

Detto questo, non sento sempre il bisogno di essere realistico. Quando disegno mi piace anche lasciare un piccolo margine di imperfezione, per ottenere un tratto più libero.  Dipende tutto dal progetto a cui sto lavorando.

Posso essere più o meno realistico a seconda delle esigenze della storia, ma ormai non tornerei più a uno stile completamente cartoon come quello degli anni della mia maturità artistica.

Vorrei passare a uno degli autori con cui hai lavorato e che apprezzo maggiormente: il leggendario Chris Claremont, lo sceneggiatore che ha trasformato gli X-Men in uno dei più grandi successi Marvel a partire dagli anni Settanta. Com’è stato collaborare con lui?

Salvador Larroca – È stato davvero emozionante. In realtà il primo lavoro che ho realizzato con lui non è stato X-Men, ma Fantastic Four, una serie che ha contribuito enormemente alla mia crescita professionale.

I Fantastici Quattro erano già una delle serie più amate dai lettori e poter lavorare con Chris fu qualcosa di speciale. Successivamente arrivarono anche gli X-Men.

Alla fine ottenemmo perfino una nostra serie regolare, X-treme X-Men, fin dal numero uno.

Credo che, dal punto di vista grafico, il mio lavoro fosse migliorato rispetto al periodo dei Fantastic Four, ma questo era dovuto soprattutto all’entusiasmo che provavo. Furono anni davvero straordinari. Ogni giorno ricevevo una buona notizia. Oggi una cosa del genere è davvero molto rara.

 

Fu una tua idea ambientare parte della storia a Valencia, la tua città natale? Com’è stata l’esperienza di disegnare la tua città all’interno di un fumetto Marvel?

Salvador Larroca – Successe perché Chris Claremont venne in Spagna per una convention e rimase una settimana a casa mia.

In quei giorni gli feci praticamente da guida turistica. Gli mostrai tutta la città e, in particolare, la parte moderna progettata dall’architetto Santiago Calatrava.

Vide tutti quegli edifici contemporanei e pensò che, dopo tanti grattacieli americani, sarebbe stato interessante utilizzare una città europea, perché anche la vecchia Europa ha un fascino tutto suo.

Io gli dissi: “Tu raccontami la storia e al resto penso io.”

E la verità è che fu molto divertente lavorare in questo modo e poter disegnare il mio ambiente quotidiano, trasformando Valencia in uno scenario dell’universo Marvel.

Inoltre disegnasti anche i nuovi costumi della squadra, creando uniformi molto diverse rispetto ai design classici. Che cosa ti spinse a prendere questa decisione?

Salvador Larroca – I costumi classici degli X-Men erano sempre stati caratterizzati dal giallo e nero, oppure dal blu scuro e giallo.

Noi pensammo che, per creare una rottura visiva, sarebbe stato interessante utilizzare il rosso e il nero. Ci sembrò una combinazione che potesse funzionare.

E ancora oggi continuo a pensare che rosso e nero siano un’ottima scelta. Alla fine funzionò.

Credo che facemmo davvero un buon lavoro, anche perché l’entusiasmo che avevamo superava perfino le aspettative. Mi divertii tantissimo.

Avevo la sensazione che tutto fosse davvero mio, come se lo stessi creando completamente da zero. Dal punto di vista creativo fu un’esperienza davvero entusiasmante.

Nel 2009 hai vinto il Premio Eisner per il tuo lavoro insieme a Matt Fraction su Iron Man, una serie che ho apprezzato moltissimo. Ti aspettavi di ricevere un riconoscimento così prestigioso? Che cosa ha significato per te e che cosa hai provato in quel momento?

Salvador Larroca – Assolutamente no! Non me lo aspettavo!
Quando scoprii che eravamo stati nominati agli Eisner, molte persone mi dissero subito:

Non vincerete. Questi premi vengono assegnati soprattutto alle case editrici indipendenti, non a Marvel o DC.” Mi dissero addirittura: “Io al posto tuo non andrei nemmeno a San Diego.”

E infatti non ci andai. La mattina successiva, come faccio sempre lavorando dall’Europa per gli Stati Uniti, controllai la posta elettronica. Normalmente le notizie arrivano durante la notte, quindi ero abituato a leggerle la mattina. Aprii la mail e trovai un messaggio di Matt Fraction che diceva semplicemente:

We won.”

Non riuscivo a crederci. Non mi ero creato alcuna aspettativa. Fu come se qualcuno ti dicesse che hai vinto alla lotteria… senza che tu abbia mai comprato un biglietto. Qualche giorno dopo ricevetti un pacco perfettamente imballato con il premio.

Fu una sensazione molto strana. Non c’era nessuno a consegnarmelo, nessuna cerimonia, nessuno che mi dicesse qualcosa. Mi arrivò semplicemente a casa, come se avessi comprato qualcosa su eBay. È stato davvero curioso.

Ma alla fine il valore più grande del premio è rappresentato dal riconoscimento del lavoro svolto. E questo fa sempre molto piacere. A dire la verità è l’unico premio davvero importante che abbia ricevuto nella mia carriera. E penso che non me ne servano altri.

Da un’armatura all’altra, dall’Universo Marvel a Star Wars. Hai lavorato sul franchise a fumetti di Star Wars, in particolare su Darth Vader. È stato complicato rispettare tutte le direttive e i riferimenti visivi imposti dall’universo di Star Wars? In cosa si differenzia disegnare Darth Vader rispetto a un personaggio come Iron Man?

Salvador Larroca – Beh, in realtà ho disegnato praticamente tutte le armature della Marvel, perché ho lavorato anche su Doctor Doom.

Il problema, però, quando lavori con licenze così importanti, è che ci sono tantissime persone che supervisionano il tuo lavoro. Tu realizzi una tavola e quella tavola viene esaminata da quaranta persone.

Ti arrivano una quantità enorme di note, richieste di modifica, cambiamenti… alcuni persino assurdi, come la fibbia dei pantaloni o dettagli davvero insignificanti.

Quando iniziai a lavorare su Darth Vader, Marvel aveva appena riottenuto la licenza di Star Wars e ci lasciavano ancora una certa libertà. Ma quando passai alla serie principale di Star Wars, diventò un vero inferno.

Per un paio d’anni lavorai su Darth Vader, poi passai a Star Wars e iniziarono ad arrivare continuamente note, correzioni e richieste di modifica.

Una dopo l’altra. Alla fine arrivai a odiarlo. Lasciai la serie e non volevo più avere niente a che fare con Star Wars. È vero, sono i fumetti che pagano meglio. Però, dal punto di vista creativo… zero.

Non puoi fare praticamente nulla. Tutto è controllato e supervisionato.Se provi a fare qualcosa di appena un po’ più personale o artisticamente libero, immediatamente ti dicono che va cambiato. Dal punto di vista della carriera, avere titoli come Star Wars o Darth Vader nel proprio curriculum è sicuramente importante. Ma artisticamente non è stata una bella esperienza. Era come lavorare dentro un corsetto strettissimo.

Ed è questo il principale problema che vedo nelle licenze come Star Wars. Con Alien, ad esempio, è successa una cosa molto simile. C’è sempre qualcuno che ti dice:

Cambia questo.” Cambia quell’altro.”

Ti arriva una sceneggiatura e magari, dopo una riunione, è piena di annotazioni di colori diversi, perché sette persone differenti hanno espresso la propria opinione.

Uno dice: “Io qui farei questo.” Un altro risponde: “E tu cosa ne pensi?”

Un altro ancora propone qualcosa di completamente diverso. Alla fine non osi nemmeno dire: “Io questa scena la farei in controluce.”

Perché sai già che sarà un problema. Lavorare con queste licenze è davvero molto complicato.

Anni fa un editore assumeva un artista perché illustrasse una serie. Tu cercavi semplicemente di disegnarla nel miglior modo possibile e di dare il tuo contributo personale al personaggio.

Oggi, invece, l’editor ti dice esattamente cosa devi fare. E tu hai pochissimo margine creativo, perché se proponi qualcosa di diverso ti chiedono semplicemente di rifarlo.

Le cose sono cambiate moltissimo rispetto al passato. Ed è proprio per questo motivo che non volevo più rimanere lì. Così ho lasciato la Marvel. Adesso preferisco dedicarmi ai miei progetti personali.

Grazie mille, Salvador. È stato davvero un piacere.

Salvador Larroca – Grazie a voi.


Salvador Larroca: Biografia*

Nato a Valencia, Salvador Larroca è un celebre artista di fumetti spagnolo noto soprattutto per il suo lavoro nell’industria statunitense del fumetto, in particolare per Marvel Comics.

Dopo aver iniziato la carriera come cartografo, Larroca si avvicinò al mondo del fumetto nei primi anni ’90 con Marvel UK, lavorando su serie come Dark Angel e Death’s Head II. Poco dopo si trasferì negli Stati Uniti dove iniziò una lunga collaborazione con Marvel Comics, diventando uno degli artisti più prolifici e riconoscibili dell’editore.

Nel corso della sua carriera ha disegnato numerose serie di rilievo, tra cui Fantastic Four, X-Men, The Invincible Iron Man (con il quale ha ottenuto un Premio Eisner nel 2009) e Star Wars.

È riconosciuto per il suo stile dettagliato, caratterizzato da un forte realismo visivo, sebbene talvolta discusso da parte dei fan per l’uso di tecniche di riferimento nell’illustrazione.

Tra i suoi lavori più recenti c’è il graphic novel The Horror Country, creata con lo scrittore Manuel Carballal.

*biografia estratta dal sito Comicon Festival
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Comics

Spider-Man Brand New Day special: Ragnatele e proiettili

In Spider-Man Brand New Day vedremo il Punisher di John Bernthal al fianco dello Spidey di Tom Holland. Cosa lega questi due personaggi Marvel a tal punto da vederli insieme in un film MCU? Ve lo diciamo in questo speciale!

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Il 29 luglio 2026 è arrivato nelle sale italiane Spider-Man: Brand New Day, quarto capitolo delle avventure di Tom Holland nei panni dell’Uomo Ragno, questa volta diretto da Destin Daniel Cretton (Shang Chi e la leggenda dei Dieci Anelli, Wonder Man) alla sua prima prova da regista con Spider-Man.

Accanto a Peter Parker, in un ruolo che i fan attendevano da anni, ci sarà lui: Frank Castle, il Punisher, interpretato da un monumentale Jon Bernthal, che ha già indossato il teschio sul petto prima negli show Netflix (Daredevil, Punisher) e successivamente in quelli Marvel Studios (Daredevil: Born Again, The Punisher:One Last Kill).

Bernthal stesso ha raccontato di essersi sentito “enormemente protettivo” nei confronti del personaggio, consapevole di doverlo calare in un contesto PG-13 senza tradirne la natura.

Spider-Man: Brand New Day è il debutto sul grande schermo per Frank Castle nel Marvel Cinematic Universe, e secondo alcune interviste potrebbe addirittura ritagliarsi un ruolo simile a quello di “zio scomodo” per Peter, nel vuoto lasciato dalla morte di Tony Stark.

Molti però si chiederanno… come mai gli Studios hanno deciso di inserire il Punisher in un film di Spider-Man? In realtà la storia editoriale di Frank Castle e dell’Amichevole Spider-Man di quartiere è legata da diverso tempo ed anzi: il Punisher è nato proprio sulle pagine di Spider-Man!

Quindi questo è il momento perfetto, per ripercorrere una delle relazioni più affascinanti, contraddittorie e durature dei fumetti Marvel: quella tra il ragazzo vestito da ragno che non uccide mai e il vigilante dal teschio sul petto che non fa altro.

The Amazing Spider-Man #129: il 1° incontro e la nascita dell’antieroe Frank Castle

Frank Castle debutta nel febbraio 1974 su The Amazing Spider-Man #129, scritto da Gerry Conway e disegnato da Ross Andru. Non è un caso che la sua prima apparizione avvenga proprio tra le pagine dell’Uomo Ragno: il Punisher nasce esplicitamente come contraltare del personaggio, un modo per mettere in scena, fumetto dopo fumetto, il confronto tra due idee opposte di giustizia. In quella storia Castle viene ingaggiato dallo Sciacallo, grande nemico dell’epoca di Spidey, per eliminare Spider-Man, convincendo Frank che il ragno sia in realtà un criminale. Il risultato è un equivoco che si trasforma presto in uno scontro fisico, ma soprattutto etico: da una parte un giovane che ha giurato di non togliere mai la vita a nessuno, per quanto colpevole; dall’altra un ex militare, segnato dalla morte della famiglia per mano della criminalità organizzata, che ha fatto della pena di morte sommaria il proprio mestiere.

Quel primo incontro fissa uno schema che gli sceneggiatori Marvel ripeteranno per cinquant’anni: Spider-Man e Punisher si scontrano saltuariamente quasi sempre non per un fraintendimento superficiale, ma per un disaccordo di fondo sui limiti della giustizia personale.

Peter Parker vs. Frank Castle: due filosofie opposte a confronto

Ciò che rende il loro rapporto così ricco, rispetto a molte altre rivalità supereroistiche, è che nessuno dei due ha davvero “torto” nella logica della propria storia. Ma spieghiamoci meglio.

Peter Parker porta sulle spalle il peso della lezione di zio Ben: da un grande potere derivano grandi responsabilità, e l’onere più grande è non arrogarsi il diritto di decidere chi merita di vivere. Frank Castle, al contrario, ha visto la giustizia istituzionale fallire nel modo più brutale possibile, quando la sua famiglia fu uccisa in un regolamento di conti a cui erano estranei, e da quel momento ha smesso di credere che le regole del sistema legale possano proteggere gli innocenti.

Nel corso dei decenni gli sceneggiatori hanno sfruttato questo attrito per esplorare temi complessi: il confine tra vendetta e giustizia, il ruolo della violenza nella lotta al crimine, la sottile linea che separa l’eroe dal vigilante. Spider-Man, pur disapprovando i metodi di Castle, non lo considera quasi mai un cattivo puro come il Goblin o il Dottor Octopus: lo tratta piuttosto come un uomo pericoloso da fermare, ma la cui rabbia comprende fin troppo bene.

Gli anni ’80 e ’90: la crescita della popolarità di Frank e i team-up forzati con Spidey

Con l’esplosione di popolarità del Punisher negli anni ’80, complice il clima action-movie dell’epoca e il successo delle sue miniserie affidate a team creativi sempre più importanti, il personaggio inizia a comparire più spesso accanto a Spider-Man, quasi sempre in territorio di alleanza tattica piuttosto che di amicizia vera e propria.

Testate come Marvel Team-Up mettono spesso i due fianco a fianco contro nemici comuni: criminali organizzati, trafficanti, mercenari. In queste storie il canovaccio si ripete con leggere variazioni: i due collaborano finché gli obiettivi coincidono, per poi separarsi bruscamente non appena Castle decide di regolare i conti a modo suo.

Una delle storie più iconiche della coppia degli anni ’90 è la miniserie Spider-Man and the Punisher: Family Plot, scritto e disegnato da Tom Lyle, dove sotto il costume di Spidey non c’è Peter ma il suo clone Ben Reilly. Ma ancora più rappresentativo è il classico one-shot Spider-Man/Punisher/Sabretooth: Designer Genes del 1993 scritto da Terry Havanagh e disegnato da Scott McDaniel, dove Marvel mette insieme tre approcci radicalmente diversi alla violenza in un unico albo, quasi a voler sottolineare quanto Spider-Man si trovi a metà tra un mondo di supereroi tradizionali e uno più cupo, popolato da vigilanti senza scrupoli.

E’ un periodo florido per questo tipo di miniserie in casa Marvel, dove con titoli che portano il  marchio “Spider-Man/Punisher” si sfrutta la chimica scomoda dei personaggi come motore narrativo. Il pubblico degli anni ’90, affamato di antieroi (è l’epoca di Venom, Cable, Deadpool), premia proprio questo tipo di incontro-scontro.

Gli anni 2000: il Punisher MAX lontano dagli eroi in calzamaglia

Con l’arrivo della linea MAX all’inizio degli anni Duemila, Marvel decide di dare al Punisher una collocazione narrativa più adulta e realistica, separata dal resto dell’universo condiviso. Garth Ennis, autore della run MAX più celebrata, scrive un Frank Castle quasi del tutto slegato dai supereroi in calzamaglia: la sua è una guerra sporca, fatta di cartelli, mafie e traffici, raccontata con un tono crudo e cinico lontano anni luce dalle avventure di Peter Parker. In questo contesto gli incontri diretti tra i due si riducono drasticamente, e quando avvengono (come in alcuni annual o storie fuori continuity) servono soprattutto a ribadire quanto le loro strade si siano ormai divaricate.

Parallelamente, nasce l’Ultimate Universe (l’etichetta Marvel pensata per rilanciare i personaggi con un taglio più moderno e cinematografico) e nelle storie ‘ultimizzate‘ di Brian Bendis e Mark Bagley di Spider-Man, la Casa delle Idee propone una propria versione del rapporto, spesso più violenta e diretta rispetto alla continuity classica, con un Punisher che in alcune storie arriva persino a scontrarsi duramente con Peter Parker adolescente, mettendo in scena con ancora più crudezza il divario generazionale e morale tra i due.

Civil War riporta Frank tra Spider-Man e i supereroi

 

Un momento chiave per il rapporto arriva durante l’evento Civil War (2006-2007), quando l’universo Marvel si spacca sulla questione della registrazione dei superumani. Il Punisher, da sempre ai margini del sistema, si offre di unirsi alla fazione di Capitan America, ma viene respinto proprio per i suoi metodi. In quel periodo, e negli anni immediatamente successivi, tornano più frequenti gli incroci con Spider-Man, schierato dalla parte di Iron Man inizialmente, che si trova coinvolto in prima persona nel conflitto e si scontra ancora una volta con la domanda di fondo: fin dove può spingersi un eroe pur di fare la cosa giusta?

Iconica l’immagine, riproposta sopra, disegnata da Steve McNiven, che vede Peter Parker indossare il costume di Iron Spider, gravemente ferito tra le braccia del Punitore, che lo porta in salvo da Cap & Co.

Negli anni Dieci, testate come Amazing Spider-Man tornano periodicamente a mettere Frank Castle sulla strada di Peter, spesso in storie dove Spider-Man deve impedire a Castle di giustiziare un criminale che lui stesso ha appena catturato, ribadendo la dinamica originale del 1974 ma con una scrittura più matura e consapevole del peso morale della questione.

Dal fumetto allo schermo: un percorso parallelo

Gli ‘altri’ Punisher del cinema

Il salto dalla carta allo schermo ha seguito un percorso tutto suo. Il Punisher aveva già avuto vita cinematografica autonoma (il film del 1989 con Dolph Lundgren, quello del 2004 con Thomas Jane, Punisher: War Zone del 2008 con Ray Stevenson), sempre lontano dall’orbita di Spider-Man, complice la separazione dei diritti cinematografici tra vari studi che per anni ha reso impossibile immaginare un incontro sul grande schermo.

La svolta arriva con il Marvel Cinematic Universe televisivo: Jon Bernthal viene scelto per interpretare Frank Castle nella seconda stagione di Daredevil su Netflix nel 2016, ottenendo un consenso di critica e pubblico tale da guadagnarsi una serie spin-off, The Punisher, andata avanti per due stagioni. Dopo l’assorbimento dei contenuti Netflix nel canone Disney+, Bernthal è tornato nei panni di Castle in Daredevil: Born Again, confermando la centralità del personaggio nell’attuale fase del MCU.

Nel frattempo Tom Holland ha costruito la propria versione di Spider-Man attraverso Capitan America: Civil War, dove ha esordito, Homecoming, Far From Home e No Way Home, in un percorso che lo ha visto crescere da adolescente protetto da Tony Stark a giovane uomo costretto a fare i conti da solo con le conseguenze delle proprie scelte, specialmente dopo il finale di No Way Home, in cui il mondo dimentica la sua identità segreta ma Peter perde ogni legame diretto col proprio passato.

Brand New Day: cosa ci aspetta dal rapporto Spider-Man/Punisher?

È in questo contesto che arriva Brand New Day. Con Tony Stark ormai da tempo scomparso, Peter si trova privato della figura paterna che lo aveva guidato nei primi film, e secondo quanto raccontato dallo stesso Bernthal in alcune interviste, Frank Castle potrebbe ritagliarsi proprio quello spazio, sia pure in una forma decisamente più scomoda e ambigua rispetto a quella di Stark: non un mentore tecnologico e paterno, ma una sorta di “zio” imprevedibile, la cui sola presenza costringe Peter a interrogarsi di nuovo su cosa significhi davvero fare la cosa giusta.

È un’evoluzione naturale, in fondo, di quello che i fumetti raccontano da cinquant’anni: il Punisher come specchio deformante delle scelte di Spider-Man, la tentazione della scorciatoia violenta che Peter continua, storia dopo storia, a rifiutare. Portare questa dinamica al cinema, con un pubblico enormemente più vasto di quello dei lettori di fumetti, significa anche introdurre milioni di spettatori a una delle domande più antiche e mai risolte dell’universo Marvel: fino a che punto un eroe può spingersi per fermare il male, prima di diventarne parte? Gli spettatori saranno con Spider-Man o con Punisher? Solo dopo la visione di Brand New Day (forse) avranno la risposta a questo quesito.

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Intervista a Lee Bermejo: Con Amazing Visions 25 ‘diapositive’ della vita di Spider-Man

Al Comicon Bergamo, abbiamo avuto l’occasione di parlare con uno dei più grandi autori in attività nel campo dei comics: Lee Bermejo. L’artista ci ha raccontato il progetto che lo vede protagonista insieme a Spider-Man: Amazing Visions

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Lee Bermejo è da sempre un artista meticoloso che con la sua arte unica e dall’ estetica inconfondibile, dona un tocco personale a ogni supereroe che disegna.

Con Amazing Visions, l’artista ha abbracciato un progetto importante per conto della Marvel, con protagonista il suo eroe più iconico e famoso: Spider-Man.

Attraverso 25 cover che sono veri e propri ‘scatti’ di momenti fondamentali dell’Amichevole Spider-Man di Quartiere, Bermejo, come un abile Peter Parker, ci sta regalando dei capolavori, con immagini emozionali dal forte impatto visivo, che hanno l’obiettivo di accompagnare i lettori di Spider-Man al fatidico Amazing Spider-Man#1000, in uscita a settembre 2026.

Grazie alla disponibilità di Lee Bermejo, abbiamo avuto l’occasione di poterlo intervistare durante il Comicon Bergamo di quest’anno, concentrandoci principalmente proprio su Amazing Visions e sul rapporto dell’autore statunitense con Spider-Man.

E nella settimana che vede l’uscita al cinema di Spider-Man: Brand New Day, non potevamo esimerci dal proporre ai nostri lettori l’arte di Lee Bermejo che racconta Spider-Man.


Lee Bermejo: Amazing Visions è puro divertimento

Innanzitutto grazie mille, Lee, per questa intervista. Volevo parlare con te di Amazing Visions, questo progetto che ripercorre la storia editoriale di Spider-Man nei suoi momenti più importanti e che ti vede protagonista con 25 copertine che accompagnano il personaggio fino al numero 1000 di Amazing Spider-Man. Come nasce questo progetto?

Lee Bermejo – Volevo fare qualcosa con Marvel. C’erano stati vari approcci con altri progetti, però non si erano concretizzati. A un certo punto è arrivata questa possibilità.

In realtà io volevo realizzare qualcosa che avesse lo stesso tipo di approccio artistico che avevo avuto con Batman: Dear Detective. È stata quindi un’idea di C.B. Cebulski quella di raccontare la storia editoriale di Spider-Man attraverso una lunga serie di copertine.

È il tuo progetto più ambizioso? In fondo significa ripercorrere più di sessant’anni di storia editoriale di uno dei personaggi più iconici del fumetto.

Lee Bermejo – No, perché il progetto più ambizioso che abbia mai realizzato è A Vicious Circle, uscito l’anno scorso. Quello è, senza dubbio, il lavoro più impegnativo che abbia mai fatto. Questo, invece, è stato puro divertimento.

Che rapporto hai con Spider-Man? È un personaggio che seguivi già da ragazzo?

Lee Bermejo – Certo. Da piccolo mi sono innamorato del personaggio leggendo i primi numeri attraverso i Marvel Masterworks. Per me Steve Ditko è sempre stato la versione “pura” di Spider-Man.

E poi guardavo anche la serie televisiva animata degli anni Settanta, quella classica. Quindi sì, Spider-Man è sempre stato un personaggio importante per me.

Tu sei conosciuto soprattutto per i tuoi lavori in DC, con personaggi come Joker, Lex Luthor e Batman, figure molto più oscure. Com’è stato approcciarti invece a un personaggio così positivo come l’amichevole Spider-Man di quartiere? Anche dal punto di vista della rappresentazione visiva immagino sia stato molto diverso rispetto a Batman.

Lee Bermejo – Sì, però credo che alla fine si tratti sempre di interpretare il personaggio attraverso la propria visione artistica. È proprio questo il motivo per cui il progetto si chiama Amazing Visions.

Fin dall’inizio ho detto che non volevo realizzare uno Spider-Man classico. Volevo disegnarlo come l’ho sempre immaginato io e dargli un’impronta artistica personale, che per Marvel è una cosa piuttosto insolita.

Di solito non lavorano in questo modo, quindi per me era importante affrontare Spider-Man esattamente come avevo fatto con Batman e con gli altri personaggi: filtrandoli attraverso la mia estetica.

A questo proposito ho una domanda proprio sull’estetica. Perché hai scelto di rappresentare Spider-Man con i lancia-ragnatele esterni al costume?

Lee Bermejo – Perché normalmente vengono sempre rappresentati come completamente nascosti all’interno dei guanti.

Questa idea nasce un po’ dalla serie televisiva degli anni Settanta, ma anche da una mia ossessione fin da bambino.

Mi chiedevo sempre: se davvero avesse questi lancia-ragnatele, possibile che sotto il guanto non si vedesse mai nulla? Nessuna sporgenza, nessun segno del metallo… niente.

La stessa cosa vale per la maschera. Lui la sfila continuamente, eppure viene sempre disegnata come se fosse un unico pezzo. Sono dettagli che, anche quando ero piccolo, mi davano parecchio fastidio.

Accettavo tranquillamente che Spider-Man potesse arrampicarsi sui muri o sollevare una macchina, ma questi dettagli mi sembravano poco realistici.

Più che altro, per me Spider-Man è un ragazzo normale. Non è perfetto.

La versione “pura” del personaggio è quella di un ragazzo che deve gestire una casa con una zia anziana, che ha molte più responsabilità rispetto ai suoi coetanei e che deve anche costruirsi un’identità da supereroe.

Ma Peter Parker non è un artista. Non ha il gusto estetico perfetto per progettare un costume impeccabile o tutti gli altri dettagli. Per questo motivo cerco sempre di rappresentare ogni personaggio attraverso quello che, secondo me, sarebbe il suo modo naturale di vedere le cose.

Passiamo un attimo a Batman: Noël. In quel volume sei stato non solo il disegnatore, ma anche lo sceneggiatore. Com’è stato il tuo approccio alla scrittura?

Lee Bermejo – In realtà non è stata la prima volta.

Credo di aver scritto quello, sì… anzi, prima avevo realizzato una storia breve e poi Batman: Noël.

Ma, a dire il vero, ho sempre scritto. Anche da bambino realizzavo i miei fumetti e ne scrivevo le storie.

Quando ho iniziato a lavorare nel mercato americano, verso la fine degli anni Novanta, era molto difficile entrare come autore completo, cioè sia sceneggiatore sia disegnatore.

Spesso volevano che scegliessi una sola strada. E, per un ragazzo di diciannove anni come ero allora, la cosa più importante era riuscire a entrare nell’industria.

Però la mia intenzione è sempre stata quella di scrivere, appena ne avessi avuto la possibilità.

Quindi è stato un insieme di circostanze, ma non è certo una cosa che ho iniziato a fare con Batman: Noël.

Ti piacerebbe quindi, magari in futuro, cimentarti con Spider-Man anche come sceneggiatore? Oppure come autore completo, occupandoti sia della storia sia dei disegni interni?

Lee Bermejo – Realizzare una storia interna è molto diverso.

Marvel funziona in modo diverso rispetto alla DC. Alla Marvel non hai la stessa libertà di creare storie fuori continuity. Si può fare, certo, ma è molto più complicato trovare il progetto giusto.

In effetti avevo anche proposto una storia di Spider-Man, però non era quello che stavano cercando. Quindi mai dire mai.

Però, per quanto mi riguarda, collaborare con Marvel a livello di storytelling è più difficile. Sulle copertine, invece, è decisamente più semplice.

Tra tutti i personaggi che hai disegnato nelle copertine di Amazing Visions, quale ti sei divertito di più a rappresentare… escluso Spider-Man?

Lee Bermejo – Mi è piaciuto molto Electro.

Nell’ultima copertina che ho realizzato avevo parecchia paura di affrontarlo, perché non sapevo davvero come interpretarlo. Ero un po’ in difficoltà, ma alla fine, proprio all’ultimo momento, ho trovato il modo giusto per rappresentarlo.

Mi ha sorpreso tantissimo.

Poi Goblin è sempre bellissimo da disegnare. In generale adoro i villain classici. Per me restano i migliori.

Dopo Marvel Visions puoi già anticiparci qualcosa sui tuoi prossimi lavori? Hai qualche progetto in cantiere di cui puoi parlarci?

Lee Bermejo – Sì. Ho scritto e sto disegnando un altro progetto. Però ci vorranno ancora un paio d’anni prima che venga pubblicato, quindi è ancora troppo presto per parlarne.

Si tratta di un progetto più autoriale oppure di un lavoro per una grande casa editrice?

Lee Bermejo – No, è per una major.

Perfetto. Allora ti ringrazio davvero per il tempo che ci hai dedicato. Grazie mille, Lee.

Lee Bermejo – Grazie a voi. Grazie mille.


Lee Bermejo: Biografia*

Lee Bermejo è tra i fumettisti più apprezzati del panorama americano, noto per il suo inconfondibile stile realistico. È celebre soprattutto come illustratore di Batman/Deathblow: After the Fire, Luthor, Before Watchmen: Rorschach e del graphic novel best seller del New York Times Joker, tutte opere realizzate per DC in collaborazione con lo scrittore Brian Azzarello.

Altri suoi lavori per la DC Comics includono Global Frequency (con Warren Ellis), Superman/Gen13 (con Adam Hughes) e Hellblazer (con Mike Carey) e il graphic novel best seller Batman: Noel, scritto e illustrato interamente da Bermejo.

Per Vertigo ha creato la serie acclamata dalla critica Suiciders e Batman: Damned, scritto ancora una volta da Azzarello per la linea Black Label della DC.

Il suo lavoro più recente per la DC è l’artbook narrativo Batman: Dear Detective, che ha scritto e illustrato.

I suoi lavori più recenti includono un progetto intitolato A Vicious Circle con lo sceneggiatore Mattson Tomlin e una serie di copertine che descrivono in dettaglio la storia di Spider-Man per la Marvel Comics. Bermejo vive e lavora in Italia.

*biografia estratta dal sito Comicon Festival
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