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The Punisher: One Last Kill. Bentornato Frank!
Nuovo Special presentation sul vigilante più complesso e violento di casa Marvel. Un viaggio fra psiche controversa e violenza inaudita.
Immaginate di entrare in una fumetteria e di prendere un albo one shot di The Punisher perchè non avete mai letto nulla sul personaggio e volete scoprire di cosa si tratta. Ecco, The Punisher: One Last Kill è la rappresentazione sul piccolo schermo di uno di questi albi, prodotto da Disney+ e rilasciato al pubblico con uno special presentation di 50 minuti.

Se Frank non cerca la guerra, è la guerra a trovare Frank
Siamo nella New York del Marvel Cinematic Universe, in una timeline non precisata, molto probabilmente fra la prima e la seconda stagione di Daredevil Born Again e Frank Castle vive in perenne conflitto con sè stesso, fra deliri causati dal PTSD e il dolore per la perdita della sua famiglia, per colpa di un regolamento di conti fra bande rivali. Frank cerca di andare avanti, circondato dai fantasmi del passato, in una New York dove la violenza dilaga e la mancanza di forze dell’ordine è la normalità. Ovviamente se Frank non cerca la guerra, è la guerra a trovare Frank e quello che ne viene fuori è una mattanza di corpi e proiettili, dove il concetto di giustizia perde il volto più puro e idealista a cui ci hanno abituato eroi come Spider-Man o Steve Rogers, per lasciare spazio al metodo brutale del Punitore. Frank Castle è il vigilante per eccellenza: non si fa alcuno scrupolo, spesso supera ogni limite e, pur arrivando a estremi discutibili, agisce con un unico obiettivo in mente: eliminare il male alla radice.
The Punisher: One Last Kill quindi è uno special presentation che soddisfa i neofiti del personaggio e gasa chi si aspetta un mediometraggio sul punitore dalla psiche instabile, poche parole e tanto spargimento di sangue.

Jon Bernthal è nato per interpretare il ruolo del Punisher
Jon Bernthal si conferma essere un Frank Castle di altissimo livello. La sua interpretazione è magistrale, soprattutto quando deve farsi carico dei traumi del suo passato. Nelle espressioni ruvide, crude, tristi e rabbiose traspare veramente la sofferenza di un uomo che ha bisogno di aiuto, che vuole dimenticare la guerra, ma che non riesce a stare lontano da essa. Tutto ciò sfocia nella parte forse più violenta del personaggio, quella in cui fa fuori tutto e tutti, senza appello, unico giudice, giuria e boia. Violenza come valvola di sfogo contro una vita che non gli ridarà mai più indietro i propri cari. Violenza contro un sistema giudiziario a volte traballante che rimette in libertà assassini che possono tornare a uccidere, facendo passare a innocenti, quello che ha passato Frank.

Una seconda parte di questo speciale che vede la violenza, il sangue e i proiettili come protagonisti, ben orchestrati da Frank che, come detto in precedenza, deve tornare a fare il punitore per colpa del “villain” della situazione.. Mà Gnucci. Una donna che ha visto la sua famiglia (mafiosa) essere massacrata tempo prima dal punitore. Ovviamente non è la vittima, ma prima complice dei loschi traffici della sua famiglia. Per sua sfortuna non è incappata nella giustizia ordinaria, ma in quella estrema di Frank.
Per vendicarsi scatena una caccia all’uomo in un quartiere di New York, Little Sicily, già in degrado, quasi distopico, con violenze ad ogni angolo di strada. La scena iniziale è la copertina, anche forse esagerata, della situazione di questo quartiere.
Un quartiere in cui la polizia non entra, ma luogo dove vive (o cerca di vivere) Frank Castle: mi è piaciuta molto l’evoluzione del personaggio durante lo speciale nei confronti di Little Sicily e dei suoi abitanti. Prima una persona che non si vuole intromettere nei soprusi, che quasi vuole vivere da estraneo, solo con i suoi fantasmi, talmente forti che gli spari reali intorno a lui si trasformano in spari e ed esplosioni immaginarie dei tempi della guerra.
Poi, grazie anche alla figura della defunta figlia, Frank non è solo più spettatore passivo, ma indossa di nuovo il giubbotto antiproiettile con il teschio e si fa carico di ripulire le strade dai balordi, ridando una sorte di serenità a chi in quelle strade ci passeggia e ci lavora onestamente.

Speciale promosso a pieni voti
In conclusione cosa mi ha lasciato questo The Punisher: One Last Kill?
Mi è rimasta una bella storia su Frank Castle che analizza a 360º le sue sfaccettature più grandi, senza cercare di esplorarne altre, per quelle ci sarà tempo spero (magari con una nuova stagione interamente dedicata a lui e magari continuando proprio la faida con Mà Gnucci). Come detto all’inizio è un modo per far conoscere il personaggio a chi non ha mai letto o visto nulla su di lui e che emoziona chi già lo conosce, con quello che un fan vuole vedere quando si parla di The Punisher. 50 minuti dove Marvel Non si prende rischi, ma va sul già visto garantito, che con Jon Bernthal nei panni di Frank, non stanca mai.
Rivedremo presto il Punitore al cinema in Spider-Man: Brand New Day e, oltre alla curiosità di scoprire come lui e Peter Parker si incontreranno, è facile immaginare che i toni saranno inevitabilmente più leggeri e meno brutali rispetto a quelli a cui Frank Castle e questo special presentation ci hanno abituati. Insomma, una versione del personaggio probabilmente più adatta ad un pubblico giovane, ma comunque interessante da vedere.
VOTO POPCORNERD 9/10
Animazione
Hajime no Ippo: Cosa significa, davvero, essere forti?
La mia riflessione sui primi episodi di Hajime no Ippo, controparte animata dell’omonimo manga dedicato al pugilato creato da George Morikawa
Si dice che la dedizione e la costanza battono il talento. Che non importa quanto tu sia portato per qualcosa. Se sei disposto a lavorare più duramente degli altri, a rialzarti quando cadi e a continuare quando ogni fibra del tuo corpo ti chiede di fermarti, prima o poi riuscirai a colmare qualsiasi distanza. È una di quelle frasi che abbiamo sentito ripetere così tante volte da essere diventata quasi un luogo comune.
Eppure, guardando l’adattamento anime di Hajime no Ippo, ho iniziato a chiedermi quanto ci sia di vero.
Conosciuto anche con il titolo di Fighting Spirit, l’opera nasce nel 1989 sulle pagine del Weekly Shōnen Magazine, per poi essere adattata in una serie televisiva nei primi anni Duemila. Nonostante il manga del maestro George Morikawa goda di una certa popolarità, al momento non esiste un’edizione italiana dei circa 145 tankōbon pubblicati fino a gennaio 2026.
Nonostante questo vuoto nel panorama manga italiano, l’anime è disponibile su Netflix e conta ben tre stagioni per un totale di 127 episodi.
Come dice il proverbio, le cose belle accadono quando meno te le aspetti, e non posso che confermarlo. Ho iniziato a guardare Hajime no Ippo quasi per caso e mi sento davvero fortunato ad aver scoperto quello che considero uno degli spokon più entusiasmanti di sempre.
Una storia di riscatto sociale
Hajime no Ippo segue il percorso di crescita di Ippo Makunouchi, un timido studente delle superiori, vittima di bullismo e insicuro. L’incontro con la boxe cambia radicalmente la sua vita, permettendogli di scoprire una forza che non sapeva di possedere e una passione per il pugilato destinata a trasformarsi in qualcosa di molto più grande.
Da ragazzo insicuro e introverso, Ippo intraprende così un lungo percorso fatto di allenamenti, sacrifici, sconfitte e vittorie, fino a trasformarsi in un temibile pugile. Ma il vero viaggio di Ippo non consiste soltanto nel diventare più forte sul ring, ma anche nella ricerca continua della risposta a una domanda apparentemente semplice, ma tutt’altro che banale: cosa significa, davvero, essere forti?

Ippo Makunouchi
Lo sviluppo dei personaggi è al centro della narrazione
Nonostante sia un anime incentrato sul pugilato e ricco di combattimenti al cardiopalma, il vero cuore pulsante della serie è il character development. Ogni personaggio porta con sé un passato importante che, in un modo o nell’altro, finisce per influire sulla crescita di Ippo.
Questo vale tanto per chi fa il tifo per lui quanto per i suoi avversari. Basti pensare al rapporto di amicizia e rivalità che nasce con Miyata, al rispetto reciproco con il temibile russo Volg Zangief o al legame con il suo allenatore Genji Kamogawa, che Ippo vede come una figura paterna e del quale si fida ciecamente.
Al momento della scrittura di questo speciale ho guardato i primi 59 dei 127 episodi che compongono la serie e mi sono sinceramente affezionato ad alcuni dei personaggi che circondano Ippo.
Primo tra tutti Mamoru Takamura, campione dei pesi medi e mentore di Ippo sin dai suoi primi passi sul ring. Anche se può sembrare una persona superficiale e spesso sopra le righe, i suoi consigli e il suo supporto sono fondamentali per la crescita di Ippo, che lo stima profondamente. Takamura regala inoltre alcuni dei momenti più esilaranti della serie, soprattutto a causa della sua incontenibile passione… per le donne.
Secondo solo a Takamura per importanza e peso nella storia di Ippo c’è il coach Genji Kamogawa. Il rapporto tra i due è paragonabile a quello tra padre e figlio. Ippo, da quello che sappiamo fino all’episodio 59, è cresciuto senza il padre e vede in Kamogawa una figura paterna di cui si fida ciecamente, oltre che un allenatore esperto e intelligente. Il loro rapporto di fiducia sembra però incrinarsi irreparabilmente quando il coach Kamogawa sottopone Ippo a un allenamento estenuante, portandolo quasi al burnout. Per la prima volta vediamo Ippo dubitare delle capacità del suo allenatore e chiedersi se i suoi metodi siano davvero quelli giusti. Sarà uno scontro memorabile contro “White Fang” Volg a costringerlo a ricredersi.

Coach Genji Kamogawa (a sinistra) e Mamoru Takamura
Ultimo, ma non certo per importanza, c’è Ichiro Miyata, l’eterno rivale di Ippo. Dotato di un’elasticità impressionante, Miyata è il primo avversario di Ippo, anche se non in veste ufficiale. Il loro primo sparring, che avviene nei primissimi episodi, mette in evidenza l’enorme divario tecnico tra i due e non fa che alimentare in Ippo il desiderio di migliorare. I due prendono strade diverse quando Miyata parte per la Thailandia, dopo essere stato sconfitto da Ryo Mashiba in un incontro del Eastern Japan Rookie King Tournament, competizione alla quale Ippo partecipa per la prima volta come pugile professionista. Sono sicuro che prima o poi i due si scontreranno di nuovo e, quando accadrà, sarà un incontro carico di emozioni.
È grazie a personaggi come questi tre, e ad altri che non ho menzionato, che assistiamo alla graduale ma profonda trasformazione di Ippo, che passa dall’essere un timido ragazzo vittima di bullismo a diventare un temibile combattente, spinto da un’enorme forza di volontà e dal desiderio di non deludere quelli che credono in lui.

Scambio di pugni tra Takeshi Sendō (a sinistra) e Ippo
Hajime no Ippo non è una serie perfetta
Nonostante i feroci combattimenti, i momenti carichi di tensione e una rappresentazione abbastanza fedele del nobile sport del pugilato, Hajime no Ippo non è una serie esente da difetti.
Dopo aver guardato una cinquantina di episodi mi sono reso conto di quanto la serie segua uno schema ben preciso e, alla lunga, ripetitivo, quasi fosse una combinazione di colpi. Lo schema prevede il susseguirsi di diverse “fasi”: lo studio dell’avversario, la presa di coscienza di non essere all’altezza dello scontro, l’allenamento, il combattimento, le difficoltà sul ring, il colpo di scena e, infine, la vittoria.
Questo schema ha accompagnato i primi otto incontri di Ippo, guidandolo verso altrettanti KO consecutivi. Una formula che funziona e che sa regalare momenti di grande tensione, ma che rischia di diventare prevedibile quando viene riproposta quasi invariata.
Almeno fino all’incontro contro Eiji Date, il campione giapponese dei pesi piuma.
Il peso dei pugni di un campione
Eiji Date è uno degli avversari più interessanti che Ippo incontra sul suo cammino. Nonostante sia nella fase discendente della sua carriera, Date è un pugile esperto, capace di combattere con tecnica e cervello. È proprio lui a porre fine all’incessante serie di knockouts di Ippo, in uno scontro valido per il titolo nazionale dei pesi piuma.

Eiji Date, il campione giapponese dei pesi piuma
Il divario tecnico tra i due sembra assottigliarsi sempre più nel corso dell’incontro carico di tensione, anche grazie al coraggio e alla caparbietà del giovane challenger Makunouchi, capace di tenere testa al campione e al suo colpo migliore: il corkscrew, il “cavatappi”. Nonostante ciò, il match vede Ippo sconfitto, cadere al tappeto privo di sensi proprio mentre il coach lancia l’asciugamano sul ring, decretando la resa.
Questo incontro, che vede Ippo perdere per la prima volta, rappresenta uno spartiacque per il giovane pugile. Attanagliato dal rimorso di non aver fatto abbastanza, non riesce ad accettare la sconfitta e ripensa incessantemente alle parole di Date: “I tuoi pugni sono leggeri”. Parole che fanno riflettere Ippo, fino a fargli comprendere che il campione non si riferiva al peso o alla potenza dei suoi pugni, bensì a tutto ciò che un pugno porta con sé: rabbia, rancore e voglia di riscatto. In altre parole, lo spirito combattivo e il rifiuto di arrendersi.
È chiaro come la sconfitta contro Eiji Date sarà un tassello importante per la carriera pugilistica di Ippo.

“Avrei voluto vincere”, qualche giorno dopo la sconfitta contro Date
L’animazione e il sound design portano lo spettatore nel ring
Nulla da dire nemmeno sull’animazione, che conserva tutto il sapore degli anime degli anni Novanta, curata dallo studio Madhouse con il contributo di Nippon Television e la regia di Satoshi Nishimura.
Non avendo ancora letto il manga, non ho termini di paragone per valutare il livello artistico della sua controparte animata. Posso però dire che Hajime no Ippo rispetta e soddisfa pienamente le aspettative che si possono avere da un anime di questo tipo.
Le scene di combattimento, che si tratti di un allenamento o di un match ufficiale, sono realistiche sia nei movimenti dei pugili sia nella cura dei suoni. Si può sentire il rumore delle catene che sostengono il sacco mentre viene martellato di colpi, il fischio delle suole degli stivali dei pugili che si muovono agilmente sul tappeto del ring o persino il semplice impatto di un gancio destro capace di spezzare il fiato dell’avversario.
Insomma, guardando Hajime no Ippo mi è quasi sembrato di essere lì sul ring, con il fiato corto e la fatica che si fa sentire nelle gambe, in attesa della prima occasione utile per affondare un colpo.

Ippo e il suo letale “dash and dart”
Il viaggio continua…
Hajime no Ippo è lo spokon dedicato alla nobile arte del pugilato creato dal mangaka George Morikawa e tutt’oggi pubblicato in Giappone da Kodansha sulle pagine del celebre Weekly Shōnen Magazine. Nonostante il manga non sembri essere ancora giunto alla sua conclusione, la controparte animata dell’opera conta tre stagioni per un totale di 127 episodi, tutti disponibili sul catalogo italiano di Netflix.
Hajime no Ippo non è una semplice storia sul pugilato, ma un’opera che comunica un messaggio ben preciso: l’impegno e la dedizione verso qualcosa possono ripagare molto più del solo talento. Una lezione che la serie ci ricorda costantemente, attraverso ogni allenamento, ogni sconfitta e ogni vittoria, invitandoci a fare del nostro meglio nella vita, indipendentemente dalla situazione in cui ci troviamo.
Ho iniziato a guardare questo anime quasi per caso, senza aspettarmi molto, e mi sono ritrovato sul ring, a soffrire insieme a Ippo per ogni pugno, ogni sconfitta e ogni allenamento. Dopo 59 episodi non so ancora dove porterà il suo viaggio, ma so che continuerò a seguirlo. Perché forse è proprio questo che rende grande questo spokon: non importa quanto sia difficile l’incontro, finché hai ancora la forza di continuare a rialzarti.
Cinema
Zodiac: il miglior film di Robert Downey Jr. prima dell’MCU fu un flop
Prima di diventare Iron Man, Robert Downey Jr. brillava in Zodiac di David Fincher accanto a Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo. Un film oggi amatissimo ma che all’epoca fu un flop al botteghino
L’Universo Cinematografico Marvel ha ufficialmente preso il via nel 2008 con Iron Man, cambiando completamente la carriera di Robert Downey Jr. Un anno prima, però, l’attore stava ancora cercando di ritrovare la propria strada a Hollywood dopo un periodo piuttosto difficile della sua vita.
Downey aveva già dimostrato il proprio talento molti anni prima, ma doveva ancora riconquistare lo spazio che aveva perso. Ed è proprio in quel periodo che arrivò a bussare alla sua porta per una parte in un film, David Fincher.
Parliamo di Zodiac, thriller del 2007 che oggi possiamo finalmente apprezzare per quello che è, ovvero un eccezionale adattamento e un film investigativo capace di costruire la suspense in maniera completamente diversa dal classico thriller sul serial killer. Downey Jr. fu affiancato in Zodiac da due attori che avevano già una propria reputazione e che, anni dopo, sarebbero entrati a far parte della storia dell’MCU, ovvero Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo.

All’epoca, però, non fu esattamente il successo che il regista e il suo cast sembravano promettere.
Ed è quasi divertente guardarlo oggi e vedere Robert Downey Jr., Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo condividere lo schermo prima di diventare, rispettivamente, Tony Stark, Mysterio e Hulk. Oggi sembra quasi un piccolo evento cinematografico, anche se nel 2007 nessuno poteva ancora immaginare quanto quei tre attori sarebbero diventati importanti per il mondo Marvel.
Ma soprattutto Downey offre nella pellicola una performance straordinaria, e a dire il vero, il suo Paul Avery ha qualcosa in comune con Iron Man. E le somiglianze tra i due personaggi sono piuttosto divertenti da notare.
La performance di Robert Downey Jr. in Zodiac è una delle migliori della sua carriera

Zodiac, uscito nel 2007 e oggi forse meno conosciuto dal grande pubblico rispetto ad altri film di David Fincher, è basato sulla storia vera del serial killer noto come Zodiac ed è un adattamento dell’omonimo libro di Robert Graysmith e del suo seguito, Zodiac Unmasked.
La pellicola segue le indagini che sconvolsero San Francisco tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, quando un criminale iniziò a uccidere persone e a inviare lettere e messaggi in codice ai giornali.
Ma il vero punto del film non è raccontare chi sia l’assassino. Fincher è molto più interessato a mostrare cosa può succedere alle persone che passano anni e anni cercando quella risposta.
Zodiac è quindi soprattutto un film sull’ossessione e la suspense nasce proprio da questa idea, raggiungendo il suo apice nella sequenza finale. Al centro della storia troviamo il fumettista e scrittore Robert Graysmith, interpretato da Jake Gyllenhaal, l’ispettore Dave Toschi, interpretato da Mark Ruffalo, e il giornalista Paul Avery, interpretato da Robert Downey Jr.
Ed è proprio Avery a rappresentare uno degli elementi più interessanti della pellicola.
Il personaggio è esattamente il tipo di ruolo che Downey Jr. sa interpretare alla perfezione. Anzi, guardandolo oggi, si potrebbe persino pensare che una parte di questa interpretazione abbia contribuito a plasmare, almeno idealmente, il Tony Stark che sarebbe arrivato appena un anno dopo.
Avery è un cronista di nera del San Francisco Chronicle, intelligente, sarcastico, sicuro di sé e profondamente convinto delle proprie capacità. Sa come ottenere uno scoop, sa con chi parlare e sembra sempre essere un passo avanti rispetto agli altri.
All’inizio è quindi facile capire perché sia così rispettato all’interno del giornale. E se ci pensate, sono tratti piuttosto simili a quelli dell’eroe dell’MCU. L’unica vera differenza è che Avery non è un eroe.
Ciò che colpisce maggiormente dell’interpretazione di Downey è però il modo in cui l’attore evita di trasformare Avery nel semplice stereotipo del “giornalista alcolizzato”.

Sì, il personaggio beve molto, fuma e con il passare del tempo inizia a perdere il controllo della propria vita. Ma il cambiamento avviene in maniera graduale e, proprio come accade per il film nel suo complesso, Avery viene lentamente consumato dal caso. Soprattutto quando l’assassino comincia a minacciarlo.
Ogni personaggio di Zodiac mostra in maniera diversa l’ossessione e le sue conseguenze. Per Avery questo significa iniziare lentamente a deteriorarsi, anche se continua a essere divertente e a comportarsi come un uomo convinto di sapere esattamente cosa sta facendo.
All’inizio questi aspetti sembrano semplicemente parte della sua personalità, ma con il procedere della storia iniziano ad assumere i contorni di un vero e proprio meccanismo di difesa. E vale la pena ricordare che Avery non è nemmeno il protagonista della storia. Eppure ruba la scena praticamente ogni volta che compare.
È forse proprio questo uno dei motivi per cui la performance di Downey in Zodiac può essere considerata una delle migliori della sua intera carriera. Non è necessariamente la sua interpretazione più trasformativa, ma è una prova attoriale in cui l’attore comprende perfettamente cosa deve fare.
Avery cattura l’attenzione senza sembrare che la stia cercando disperatamente. Downey gli permette di essere sgradevole quando serve, divertente quando ha senso e vulnerabile senza mai trasformare quella vulnerabilità in una scena di autocommiserazione.
È un tipo di recitazione che merita di essere applaudito, soprattutto oggi, quando spesso sembra che ogni emozione debba essere spiegata attraverso i dialoghi lasciando ben poco spazio all’interpretazione.
Anche la regia di Fincher fa la sua parte.
Il regista mantiene infatti l’assassino lontano dalla scena. Zodiac è sempre presente attraverso i racconti, le lettere, le prove e le paure dei protagonisti, ma nella maggior parte dei casi rimane fisicamente assente.
Ed è proprio in questi momenti che le interpretazioni diventano fondamentali per creare il giusto effetto thriller. Avery non è ossessionato dal caso come Graysmith, ma non ne esce nemmeno completamente illeso.
Se Zodiac funziona così bene, il merito è soprattutto di Downey e dell’intero cast. Un’indagine di questo tipo può avere conseguenze completamente diverse sulle persone che la seguono. Graysmith diventa ossessionato, Toschi continua a insistere e Avery inizia lentamente a perdere il controllo.
Sono reazioni diverse allo stesso problema e il film è interessante proprio perché mostra fin dove può spingersi ognuno di loro.
Perché Zodiac fu un flop al botteghino?

D’accordo, ma se Zodiac è davvero così bello, perché non funzionò al cinema?
Parte della risposta sta nel fatto che il film non era esattamente quello che il pubblico probabilmente si aspettava da David Fincher.
Il regista aveva già alle spalle il famigerato Se7en e, quando venne annunciato un nuovo progetto dedicato a un serial killer, era facile immaginare un’altra indagine cupa, piena di omicidi, violenza e scene pensate per scioccare lo spettatore.
Ma Zodiac non è quel film, o almeno non lo è principalmente.
La violenza c’è e alcune scene di omicidio sono ancora oggi piuttosto inquietanti, ma l’obiettivo di Fincher è concentrarsi soprattutto sulle persone che cercano di comprendere il caso, più che mostrare l’assassino in azione.
In effetti, il consenso della critica su Rotten Tomatoes riassume piuttosto bene questa differenza, descrivendo il film come un thriller più pacato e incentrato sui dialoghi, che si affida maggiormente all’evoluzione dei personaggi e alla ricostruzione degli anni Settanta piuttosto che ai dettagli grafici degli omicidi.
Oggi Zodiac vanta un punteggio del 90% da parte della critica sulla piattaforma e del 78% da parte del pubblico.
Un altro fattore che potrebbe aver contribuito al risultato al botteghino è inoltre la durata. Zodiac dura circa due ore e mezza, qualcosa che non rappresenta necessariamente un problema, ma che va tenuto in considerazione quando si parla degli incassi di un film, soprattutto considerando l’epoca in cui uscì.
La trama è costruita in maniera estremamente intrigante proprio grazie al modo in cui viene raccontata e strutturata, ma non offre al pubblico un finale tradizionale.
Non c’è infatti un momento di piena soddisfazione in cui l’assassino viene arrestato o ucciso e il film non spiega tutto in maniera conclusiva.
Immaginate quindi qualcuno che entra in un cinema negli anni Duemila aspettandosi un thriller classico e si ritrova davanti a un film in cui gran parte della storia è composta da poliziotti che discutono di prove, giornalisti alla ricerca di informazioni e Graysmith impegnato a decifrare codici e documenti.
Se amate questo genere di cinema è assolutamente fantastico, ma di certo non può funzionare per tutti.
Per chi non è interessato, probabilmente Zodiac può dare l’impressione di non arrivare mai davvero al punto, lasciando lo spettatore con la sensazione di non aver capito fino in fondo quello che ha appena visto.
Anche il marketing non aiutò particolarmente il film; la campagna promozionale di Zodiac enfatizzò infatti il lato più oscuro e macabro della storia, mettendolo in qualche modo in relazione con Se7en, mentre il film di Fincher era in realtà molto più riflessivo e investigativo.
In altre parole, alcune persone arrivarono al cinema con aspettative molto precise e finirono per rimanere deluse.
Gli incassi dimostrarono quanto fosse serio il problema.
Zodiac ebbe un budget di 65 milioni di dollari e ne incassò circa 84 milioni in tutto il mondo. Negli Stati Uniti raccolse poco più di 33 milioni di dollari, con circa 13 milioni di dollari nel weekend di apertura.
Per una pellicola con un budget del genere, è tutt’altro che un grande risultato.
Il lato positivo è che l’accoglienza della critica fu molto positiva fin dall’inizio e questo probabilmente contribuì a consolidare la reputazione del film nel corso degli anni.
Sebbene Zodiac tenda ancora oggi a essere trascurato, viene ormai considerato uno dei migliori film di David Fincher e a dire il vero, è invecchiato davvero bene.
Oggi molte persone riescono a guardarlo e ad apprezzarlo per quello che è, rendendosi conto che il vero fascino della pellicola non sta tanto nello scoprire chi sia Zodiac, quanto nel vedere questi personaggi cercare continuamente di mettere insieme i pezzi di un mistero che sembra impossibile da risolvere.
Forse Zodiac aveva semplicemente bisogno di un po’ di tempo.
E per quanto riguarda Robert Downey Jr., la spiegazione è ancora più interessante.
Un film che avrebbe dovuto essere un successo e che invece fu considerato un flop finì per diventare, con il passare degli anni, uno dei tasselli più importanti della carriera dell’attore.
Appena un anno dopo, Downey sarebbe diventato Tony Stark in Iron Man e avrebbe iniziato una delle più grandi trasformazioni della storia del cinema contemporaneo. E in Zodiac possiamo rivedere quell’attore prima dell’MCU, affiancato da Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo, due futuri protagonisti dell’universo Marvel.
Riguardando oggi Zodiac, è difficile non sorridere davanti all’idea che Tony Stark, Mysterio e Hulk fossero già tutti lì, sullo stesso schermo, molto prima che l’MCU cambiasse per sempre il cinema.
*Fonte del presente articolo: comicbook.com
HBO Max
Lanterns: Prime impressioni sulla serie DCU di HBO Max
Abbiamo visto il primo episodio di Lanterns, serie TV del DCU disponibile su HBO Max dal 17 agosto con un episodio a settimana, che si concentra sulle indagini delle Lanterne Verdi, Hal Jordan e John Stewart
Nonostante Superman e Batman siano gli eroi più importanti della DC Comics, a cui sono stati dedicati film, serie TV e serie animate, l’Universo DC ha molti altri personaggi altrettanto interessanti. Ce lo ha dimostrato in passato The CW, che ha portato in televisione eroi come Green Arrow, Flash, Supergirl e le Leggende del Domani (tra cui John Constantine). Tra i supereroi di prima fascia spicca anche Lanterna Verde, che ha avuto il suo (sfortunato) live-action nel 2011 e che vedeva nei panni di Hal Jordan un giovane Ryan Reynolds, prima di indossare il costume del mutante della Marvel, Deadpool.
Dopo il fiasco di 15 anni fa, James Gunn & Co. ci riprovano a raccontare il mito delle Lanterne Verdi con Lanterns, serie TV arrivata su HBO Max con il primo episodio e che presenta ufficialmente al pubblico del nuovo DC Universe la PRIMA Lanterna Verde, Hal Jordan, insieme a John Stewart, recluta e apprendista, dopo averci dato un assaggio con Guy Gardner in Superman nel 2025.
Lanterns si colloca all’interno del grande mosaico cinematografico e televisivo che lo stesso Gunn e Peter Safran stanno costruendo intorno agli eroi del DC Universe, già in cerca di riscatto dopo il passo falso al botteghino di qualche mese fa con Supergirl.
Rispetto al film con Reynolds, con Lanterns sembra che DC Studios e Warner Bros. Television abbiano compreso che, per dare vita a progetti interessanti e fedeli al materiale originale, sia necessario affidare l’incarico a persone esperte sia nell’ambito televisivo sia nel campo dei fumetti. Ed ecco quindi che tra gli ideatori della serie troviamo nomi noti come Chris Mundy, Damon Lindelof, tra i creatori di molti show televisivi tra cui Lost, e Tom King, pluripremiato scrittore di fumetti da diverso tempo in forza alla DC e autore di grandissime storie di Batman, Wonder Woman, Superman e molti altri.
Per interpretare Hal Jordan e John Stewart sono stati scelti rispettivamente Kyle Chandler (Ultime dal cielo, Bloodline, Friday Night Lights), volto noto del piccolo schermo, e l’astro nascente Aaron Pierre, per cui consiglio di recuperare il suo strepitoso Rebel Ridge su Netflix.
Hal e John sono i due protagonisti indiscussi del primo episodio di Lanterns, che si presenta come una serie sci-fi supereroistica, ma che, dopo la visione, si colloca più dalle parti del thriller soprannaturale.
Lanterns: hai paura?

Il primo episodio si sviluppa su tre piani temporali ben precisi.
Nel 1996, il bambino John Stewart assiste alla prima intervista televisiva di Hal Jordan, la Lanterna Verde della Terra che per la prima volta si mostra ai suoi abitanti nei panni di supereroe, rivelando di essere un uomo comune con una missione molto importante: proteggere il pianeta.
Nel 2016, il giovane John Stewart è diventato l’apprendista di Hal Jordan, la Lanterna Verde che tanto ammirava da piccolo e che da due mesi lo sta addestrando per diventare, a sua volta, una Lanterna Verde. Hal non è esattamente l’eroe senza macchia che John si aspettava. Beve, è perennemente in ritardo, sembra un uomo disilluso, ma porta avanti una missione e ricopre ancora un ruolo in cui crede.
I due finiscono a Rushville, in Nebraska, a causa di una sparatoria avvenuta dopo una partita di football tra tifoserie avversarie, nella quale muoiono alcuni civili. Secondo Jordan, però, quella sparatoria nasconde qualcosa di più. Qualcosa che viene da molto più lontano. Qualcosa che arriva dallo spazio.
Nel 2026, John viene chiamato dallo sceriffo Kerry Kane nuovamente sul campo da football dove aveva indagato con Hal dieci anni prima, per un nuovo caso che lo riguarda molto da vicino.
Un’ottima regia e una sceneggiatura da grande show televisivo

Quello che colpisce subito di Lanterns è la qualità, cosa che in realtà non dovrebbe stupire trattandosi di un prodotto HBO Max, elemento su cui la piattaforma ha sempre puntato. Fotografia, musiche, regia e dialoghi sono quelli che contraddistinguono solitamente una serie TV di grande fattura e che, in questo caso, superano di gran lunga alcuni show televisivi dei Marvel Studios. Qui siamo su livelli molto alti sin dalle prime battute.
La scelta di raccontare una storia sì supereroistica, ma che lascia volutamente sullo sfondo gli elementi più spettacolari del mito delle Lanterne, dagli eroi che volano e creano costrutti verdi con i loro anelli agli alieni che si nascondono tra gli esseri umani, mostrando tutto questo solo quando la storia lo richiede, è un’altra delle carte vincenti di Lanterns.
Ci si concentra sulla storia, sui personaggi, sullo spiegare chi sono e quali siano i loro rapporti, dando a volte per scontate alcune informazioni che, comunque, non pesano sulla comprensione di quello che accade.
Anche la gestione della narrazione su tre piani temporali distinti non deve scoraggiare o spaventare. La struttura è pressoché perfetta, grazie anche all’esperienza di Lindelof e King che, indipendentemente dai media in cui hanno lavorato e lavorano tuttora, sono maestri nel raccontare storie saltando tra passato, presente e futuro.
In ogni caso, almeno in questo primo episodio, gran parte della storia si svolge nel 2016, che probabilmente sarà il fulcro della trama almeno nei primi episodi.
Hal e John: due Lanterne diverse che però si completano

C’è chi ha paragonato Lanterns a True Detective e non posso che essere d’accordo sul fatto che possa ricordare, in alcune sequenze e soprattutto nel ritmo della narrazione, la prima stagione con Matthew McConaughey e Woody Harrelson. Allo stesso tempo, però, io ci ho visto anche tanto di X-Files, in particolare, del suo primo episodio, oltre al classico Arma Letale, uno dei buddy movie più importanti di sempre, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo del rapporto tra John e Hal, che mi ha riportato alla mente quello tra Riggs e Murtaugh.
Ed è proprio questo uno degli elementi più interessanti della serie: la contrapposizione tra Hal e John, due persone caratterialmente molto diverse che, nonostante tutto, si rispettano, anche perché entrambi sono stati scelti come Lanterne Verdi del settore 2814.
Kyle Chandler porta in scena un Hal Jordan davvero convincente, che presenta diverse caratteristiche in comune con il supereroe della DC Comics. È indisciplinato, spesso avventato e istintivo, tutte caratteristiche che ritroviamo anche nell’Hal Jordan dei fumetti. Allo stesso tempo, l’Hal del 2016 appare disilluso e rassegnato rispetto a quello che vediamo nel 1996.
Nonostante questo, rimane fedele al suo ruolo di protettore della Terra e di poliziotto intergalattico. È sveglio ed esperto nella gestione delle problematiche interplanetarie, nonostante lo scetticismo delle forze dell’ordine terrestri che non riconoscono la giurisdizione del Corpo delle Lanterne Verdi. E sembra avere l’intenzione di rendere John una Lanterna Verde a tutti gli effetti, nonostante alcuni suoi metodi decisamente originali e poco convenzionali.
Lo stesso discorso vale per il John Stewart di Aaron Pierre. L’attore entra perfettamente nei panni del disciplinato John, figlio di un militare e grande fan di Hal Jordan. Cerca di seguire le regole, ha una grande voglia di imparare tutto quello che Jordan può insegnargli e nutre un profondo rispetto per ciò che fa e per le responsabilità che gli affida. Ma allo stesso tempo è inesperto e compie errori.
Nonostante a volte non condivida le idee o i metodi di Hal, sa di essere una recluta e conosce perfettamente il proprio ruolo all’interno delle indagini.
Il rapporto tra i due è uno dei punti di forza di questo primo episodio di Lanterns e sarà interessante capire come evolverà nel corso dei prossimi episodi.
Vale la pena cominciare Lanterns?

Dopo quanto visto nell’episodio 1, posso affermare che la visione è andata oltre le mie aspettative. La serie è molto interessante, la regia è davvero ottima e i personaggi sono ben caratterizzati e sviluppati a dovere.
La scelta di location come città di periferia e ambientazioni desertiche aggiunge qualcosa in più all’atmosfera da “Area 51”, mentre l’affiatamento tra Kyle Chandler e Aaron Pierre nei panni di Hal e John è evidente e funziona molto bene. Il rapporto tra i due protagonisti è, senza dubbio, una delle cose più interessanti viste in questo primo episodio.
Se c’è da fare un appunto riguarda l’impiego della CGI che, nonostante sia limitata in questo primo episodio per dare spazio ad altro, non è all’altezza della qualità del resto.
Al netto del colpo di scena finale, che mi ha decisamente lasciato di stucco, Lanterns si candida a essere una delle serie più importanti della seconda parte del 2026, con un thriller intrigante e ben orchestrato, arricchito da venature mystery e sci-fi. Tutti elementi senza dubbio positivi.
Ora, però, non vedo l’ora che prenda quota la componente sci-fi, che entrino in campo altre Lanterne Verdi (qualcuno ha detto Guy e Sinestro?) e che tutto si sposti finalmente su un piano decisamente più intergalattico.

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