RecensioniSerie TV
The Punisher: One Last Kill. Bentornato Frank!
Nuovo Special presentation sul vigilante più complesso e violento di casa Marvel. Un viaggio fra psiche controversa e violenza inaudita.
Immaginate di entrare in una fumetteria e di prendere un albo one shot di The Punisher perchè non avete mai letto nulla sul personaggio e volete scoprire di cosa si tratta. Ecco, The Punisher: One Last Kill è la rappresentazione sul piccolo schermo di uno di questi albi, prodotto da Disney+ e rilasciato al pubblico con uno special presentation di 50 minuti.

Se Frank non cerca la guerra, è la guerra a trovare Frank
Siamo nella New York del Marvel Cinematic Universe, in una timeline non precisata, molto probabilmente fra la prima e la seconda stagione di Daredevil Born Again e Frank Castle vive in perenne conflitto con sè stesso, fra deliri causati dal PTSD e il dolore per la perdita della sua famiglia, per colpa di un regolamento di conti fra bande rivali. Frank cerca di andare avanti, circondato dai fantasmi del passato, in una New York dove la violenza dilaga e la mancanza di forze dell’ordine è la normalità. Ovviamente se Frank non cerca la guerra, è la guerra a trovare Frank e quello che ne viene fuori è una mattanza di corpi e proiettili, dove il concetto di giustizia perde il volto più puro e idealista a cui ci hanno abituato eroi come Spider-Man o Steve Rogers, per lasciare spazio al metodo brutale del Punitore. Frank Castle è il vigilante per eccellenza: non si fa alcuno scrupolo, spesso supera ogni limite e, pur arrivando a estremi discutibili, agisce con un unico obiettivo in mente: eliminare il male alla radice.
The Punisher: One Last Kill quindi è uno special presentation che soddisfa i neofiti del personaggio e gasa chi si aspetta un mediometraggio sul punitore dalla psiche instabile, poche parole e tanto spargimento di sangue.

Jon Bernthal è nato per interpretare il ruolo del Punisher
Jon Bernthal si conferma essere un Frank Castle di altissimo livello. La sua interpretazione è magistrale, soprattutto quando deve farsi carico dei traumi del suo passato. Nelle espressioni ruvide, crude, tristi e rabbiose traspare veramente la sofferenza di un uomo che ha bisogno di aiuto, che vuole dimenticare la guerra, ma che non riesce a stare lontano da essa. Tutto ciò sfocia nella parte forse più violenta del personaggio, quella in cui fa fuori tutto e tutti, senza appello, unico giudice, giuria e boia. Violenza come valvola di sfogo contro una vita che non gli ridarà mai più indietro i propri cari. Violenza contro un sistema giudiziario a volte traballante che rimette in libertà assassini che possono tornare a uccidere, facendo passare a innocenti, quello che ha passato Frank.

Una seconda parte di questo speciale che vede la violenza, il sangue e i proiettili come protagonisti, ben orchestrati da Frank che, come detto in precedenza, deve tornare a fare il punitore per colpa del “villain” della situazione.. Mà Gnucci. Una donna che ha visto la sua famiglia (mafiosa) essere massacrata tempo prima dal punitore. Ovviamente non è la vittima, ma prima complice dei loschi traffici della sua famiglia. Per sua sfortuna non è incappata nella giustizia ordinaria, ma in quella estrema di Frank.
Per vendicarsi scatena una caccia all’uomo in un quartiere di New York, Little Sicily, già in degrado, quasi distopico, con violenze ad ogni angolo di strada. La scena iniziale è la copertina, anche forse esagerata, della situazione di questo quartiere.
Un quartiere in cui la polizia non entra, ma luogo dove vive (o cerca di vivere) Frank Castle: mi è piaciuta molto l’evoluzione del personaggio durante lo speciale nei confronti di Little Sicily e dei suoi abitanti. Prima una persona che non si vuole intromettere nei soprusi, che quasi vuole vivere da estraneo, solo con i suoi fantasmi, talmente forti che gli spari reali intorno a lui si trasformano in spari e ed esplosioni immaginarie dei tempi della guerra.
Poi, grazie anche alla figura della defunta figlia, Frank non è solo più spettatore passivo, ma indossa di nuovo il giubbotto antiproiettile con il teschio e si fa carico di ripulire le strade dai balordi, ridando una sorte di serenità a chi in quelle strade ci passeggia e ci lavora onestamente.

Speciale promosso a pieni voti
In conclusione cosa mi ha lasciato questo The Punisher: One Last Kill?
Mi è rimasta una bella storia su Frank Castle che analizza a 360º le sue sfaccettature più grandi, senza cercare di esplorarne altre, per quelle ci sarà tempo spero (magari con una nuova stagione interamente dedicata a lui e magari continuando proprio la faida con Mà Gnucci). Come detto all’inizio è un modo per far conoscere il personaggio a chi non ha mai letto o visto nulla su di lui e che emoziona chi già lo conosce, con quello che un fan vuole vedere quando si parla di The Punisher. 50 minuti dove Marvel Non si prende rischi, ma va sul già visto garantito, che con Jon Bernthal nei panni di Frank, non stanca mai.
Rivedremo presto il Punitore al cinema in Spider-Man: Brand New Day e, oltre alla curiosità di scoprire come lui e Peter Parker si incontreranno, è facile immaginare che i toni saranno inevitabilmente più leggeri e meno brutali rispetto a quelli a cui Frank Castle e questo special presentation ci hanno abituati. Insomma, una versione del personaggio probabilmente più adatta ad un pubblico giovane, ma comunque interessante da vedere.
VOTO POPCORNERD 9/10
Disney+
The Bear Stagione 5: Recensione – Le persone contano tanto quanto i secondi
Giunge al termine The Bear, la serie Hulu trasmessa in Italia da Disney+, che con la quinta e ultima stagione si congeda in modo (quasi) impeccabile
Ogni secondo conta
Questo motto composto da tre semplici parole è stato ricorrente in gran parte degli episodi di The Bear, la serie tra il drama e il comedy creata da Christopher Storer e incentrata sulla vita dello staff del ristorante The Bear, guidato dallo chef Carmy Berzatto (uno strepitoso Jeremy Allen White).
Poche parole che hanno sempre pesato come macigni e che rappresentano la filosofia alla base dell’intera serie: il tempo non va sprecato, soprattutto in cucina, dove i ritmi sono serrati e gli imprevisti sono dietro ogni angolo.

FX’s The Bear — “Lamb — Season 5, Episode 2 — Pictured: Jeremy Allen White as Carmen ‘Carmy’ Berzatto. CR: FX
Questa frase rappresenta anche il lavoro che c’è stato dietro la produzione di The Bear, una serie TV arrivata quasi in sordina su Disney+ in Italia (Hulu negli Stati Uniti) e che si è fatta strada a suon di “Sì, Chef!” anno dopo anno, stagione dopo stagione, grazie a una cura maniacale per ogni singola inquadratura, alla costruzione di dialoghi in cui ogni parola conta (proprio come ogni secondo) e alla caratterizzazione e all’evoluzione di ogni personaggio del cast principale. Ogni singolo episodio fa parte di un grande mosaico che si incastra perfettamente in quello che Storer ha voluto raccontare con questa serie; una storia sulla vita da cucina di un team di cuochi, una storia sul lutto ma, soprattutto, una storia sulla famiglia. Insomma, The Bear pone al centro le persone con i loro difetti, i loro pregi e le loro scelte.
Tutto questo ha portato lo show a diventare uno dei più premiati (tra Emmy e Golden Globe) e uno dei più acclamati dalla critica degli ultimi anni.
Ma, come ogni cosa, prima o poi tutto ha una fine. E dopo 5 anni siamo arrivati alla stagione finale, la quinta, dove mai come in questo caso ci viene ricordato che “ogni secondo conta”.
The Bear: dove eravamo rimasti?

FX’s The Bear — “Ribs” — Season 5, Episode 4 — Pictured: (l-r) Ayo Edebiri as Sydney Adamu, Jeremy Allen White as Carmen ‘Carmy’ Berzatto. CR: FX
Alla fine della quarta stagione, abbiamo assistito al confronto tra Sydney (Ayo Edebiri) e Carmy riguardo la decisione di quest’ultimo di lasciare il The Bear. Lui le confessa di aver capito che la cucina non è più la sua strada e che il ristorante è ancora in piedi grazie a lei, invitandola a prenderne la guida. L’arrivo di Richie (Ebon Moss-Bachrach) porta a un intenso confronto tra i due, durante il quale Carmy rivela di essere stato al funerale di Mikey senza riuscire ad affrontarlo davvero. I due si chiariscono, superando anni di rancori e incomprensioni. Sydney accetta infine di gestire il ristorante a patto che Richie diventi suo partner. Natalie (Abby Elliott), commossa nello scoprire che Carmy era presente al funerale del fratello, lo abbraccia, mentre il conto alla rovescia dell’orologio di Cicero / Zio Jimmy (Oliver Platt) arriva finalmente a zero.
Il tempo è scaduto, il ristorante non naviga in ottime acque e la notizia dell’addio di Carmy potrebbe essere la batosta finale per chiudere definitivamente. Serve un servizio perfetto e un lavoro di squadra come non mai.
The last dance?
La quinta e ultima stagione di The Bear comincia nel peggiore dei modi: su Chicago si abbatte un nubifragio che provoca diversi problemi all’impianto idraulico del ristorante. Nel frattempo, come visto al termine dello speciale Gary, Richie ha un incidente d’auto dal quale, fortunatamente, esce illeso.

FX’s The Bear — “Ribs” — Season 5, Episode 4 — Pictured: (l-r) Ayo Edebiri as Sydney Adamu, Jeremy Allen White as Carmen ‘Carmy’ Berzatto, Will Poulter as Luca, Sarah Ramos as Jessica. CR: FX
Zio Jimmy confessa che l’investimento fatto sul ristorante di Carmy lo ha quasi mandato sul lastrico e, insieme a Computer, sta cercando una scappatoia nel caso in cui il The Bear fallisca.
Nel frattempo Sydney sta ancora elaborando la notizia dell’addio di Carmy, che verrà comunicata a tutto lo staff soltanto dopo il servizio della sera, dal quale dipende la sopravvivenza del ristorante. E, quasi per ripicca, lo relega ai compiti più semplici in cucina.

FX’s The Bear — “Mint” — Season 5, Episode 3 — Pictured: Ricky Staffieri as Ted Fak. CR: FX
I problemi aumentano: un tubo dell’acqua si rompe, gli ingredienti scarseggiano, i rifornimenti non arrivano a causa del maltempo e per la sera sono state accettate molte più prenotazioni di quante il ristorante possa realmente gestire.
In questa situazione al limite riemergono vecchie abitudini degli inizi della serie: litigi, forte stress e caos, tutti elementi che sembravano ormai superati. Sarà necessario ritrovare l’unità del gruppo per portare a termine “il servizio perfetto”, altrimenti potrebbe davvero essere l’ultimo.
Tutto in un giorno

FX’s The Bear — “Caramel” — Season 5, Episode 7 — Pictured: Ebon Moss-Bachrach as Richard “Richie” Jerimovich. CR: FX
Per la prima volta dalla nascita della serie, questa stagione sceglie una struttura narrativa particolare: gli eventi dei primi sette episodi si svolgono nell’arco di una sola giornata, mentre l’ottavo funge da epilogo e da saluto finale a uno degli show migliori degli ultimi cinque anni.
E non è l’unica scelta inusuale di Storer per questo atto conclusivo: i primi sei episodi hanno infatti una durata più breve rispetto al solito, mentre soltanto gli ultimi due superano i cinquanta minuti.
Si tratta di episodi brevi, nei quali gli eventi si susseguono a ritmo serrato e le vicende dei personaggi si intrecciano in maniera frenetica all’interno della cucina, ma sempre seguendo un ordine ben preciso, così da non confondere lo spettatore, bensì mantenerlo costantemente concentrato su tutto ciò che accade.
I primi sei episodi rappresentano una vera e propria preparazione al servizio serale, con un graduale aumento del pathos e dell’adrenalina, episodio dopo episodio. Tutto questo con l’obiettivo di accompagnare lo spettatore fino all’atto più importante per il The Bear e dell’intera stagione.

FX’s The Bear — “Lamb” — Season 5, Episode 2 — Pictured: (l-r) Lionel Boyce as Marcus, Will Poulter as Luca. CR: FX
L’episodio sette, Caramello, rappresenta il culmine dell’intera stagione e, probabilmente, uno dei punti più alti dell’intera serie. Tutti gli elementi e i punti di forza di The Bear convergono in questo episodio, nel quale, più che mai, viene posto al centro il tema della forza delle persone che, pur messe in difficoltà sotto ogni punto di vista, riescono a contribuire ciascuna al raggiungimento dell’obiettivo comune. Perché non solo ogni secondo conta, ma conta anche ogni persona.
Dopo una quarta stagione che a tratti appariva un po’ appannata e lenta, nella quinta Storer torna a eccellere sia nella regia sia nella gestione dei tempi narrativi, riuscendo a valorizzare ogni singolo personaggio, fondamentale tanto all’interno della cucina del The Bear quanto nell’economia complessiva della serie.
La maturazione definitiva di ogni singolo personaggio
Uno dei punti di forza di The Bear è sempre stato il suo cast stellare, composto da attori di grande talento che, all’inizio della serie, erano ancora in rampa di lancio, come lo stesso Jeremy Allen White, Ayo Edebiri ed Ebon Moss-Bachrach, affiancati da grandi nomi del cinema e della televisione come Jon Bernthal, Oliver Platt e Jamie Lee Curtis, solo per citarne alcuni. Nel corso degli anni molti di loro sono diventati vere e proprie star di Hollywood, richieste da produzioni importanti e grandi franchise (basti pensare a Moss-Bachrach interprete de La Cosa dei Marvel Studios), anche grazie ai personaggi interpretati in questa serie e con cui sono cresciuti.

La quinta stagione consacra definitivamente il percorso di crescita di ogni personaggio, che trova finalmente il proprio posto e la propria vocazione all’interno della storia (sì, anche il simpatico Neil Fak). Straordinaria, ancora una volta, la crescita di Richie, che lascia definitivamente alle spalle l’irascibile e incompetente personaggio della prima stagione, incapace di accettare il ritorno di Carmy su cui sfogava il suo rancore e la rabbia per la morte di Mikey. Il personaggio interpretato da Moss-Bachrach si conferma uno dei migliori anche in questa stagione, grazie a momenti di grande sangue freddo, quasi da giocatore di poker, e a una maturità nell’affrontare le difficoltà che sorprende ancora una volta.

FX’s The Bear — “Mint” — Season 5, Episode 3 — Pictured: Ayo Edebiri as Sydney Adamu. CR: FX
Anche Sydney, nonostante le difficoltà iniziali, acquisisce piena consapevolezza delle proprie capacità ed è forse il personaggio che porta a compimento il percorso di crescita più evidente: da sous-chef a guida del The Bear.
Marcus, Tina, Natalie, Ebraheim e tutti gli altri trovano un epilogo personale capace di soddisfare lo spettatore.
E Carmy? Il protagonista interpretato da Jeremy Allen White è sempre stato il verso ‘orso’ che dà il nome allo show. Carmen è il personaggio più complesso dell’intera serie: introverso, segnato da numerosi traumi, con un rapporto difficile con la famiglia e incapace di elaborare davvero la morte del fratello Mikey. Per anni ha cercato di mettere tutto questo da parte, riversando ogni energia in un’unica cosa: la cucina.
Nel corso delle prime quattro stagioni Carmy è stato anche il personaggio che è cambiato meno, incapace di evolversi davvero, fino alla drastica decisione presa al termine della quarta stagione: abbandonare tutto ciò a cui aveva dedicato la propria vita.
Nella quinta stagione, finalmente, Carmy comprende cosa lo renda davvero felice, quando riesca a dare il meglio di sé e quale sarà il suo prossimo passo. Anche lui, quindi, riesce finalmente a trovare una serenità che, fino a pochi episodi prima, sembrava irraggiungibile.
Un servizio perfetto? Anche The Bear ha qualche difetto..

FX’s The Bear — “Lamb” — Season 5, Episode 2 — Pictured: (l-r) Liza Colón-Zayas as Tina, Ayo Edebiri as Sydney Adamu, Jeremy Allen White as Carmen “Carmy” Berzatto, Corey Hendrix as Gary “Sweeps” Woods. CR: FX
Nonostante l’innegabile qualità di questa quinta stagione, anche il finale di The Bear nasconde qualche difetto. Ed è proprio l’episodio migliore della stagione, il settimo, a rendere più critico chi scrive.
Alcuni escamotage utilizzati per superare la folle serata ricordano allo spettatore che sta comunque guardando una fiction, perché nella vita reale difficilmente simili episodi risulterebbero credibili o anche solo possibili in un ristorante che punta a diventare stellato.
Si tratta di poche situazioni sulle quali non entrerò nel dettaglio, che fanno sorridere e si inseriscono molto bene all’interno della trama e del momento agonistico vissuto dalla serie, ma che, al contempo, fanno uscire The Bear dal suo contesto slice of life. Ripeto: nulla di grave o di così eclatante da inficiare la qualità della serie, ma semplicemente una piccola sbavatura nel lavoro, altrimenti perfetto, di Storer.
Fine servizio

FX’s The Bear — “Ribs” — Season 5, Episode 4 — Pictured: (l-r) Chris Zucchero as Chi-Chi, Paulie James as Chuckie, Liza Colón-Zayas as Tina, Sarah Ramos as Jessica, Rene Gube as Rene, Lionel Boyce as Marcus, Will Poulter as Luca, Andrew Lopez as Garrett . CR: FX
The Bear è l’esempio perfetto di come una grande serie possa avere anche un grande finale. E, guardando al passato, non è affatto una cosa scontata.
Storer ha dimostrato che il successo non deve necessariamente spingere una serie e i suoi personaggi a proseguire fino allo sfinimento dello show (e degli spettatori). Anzi, a volte scrivere la parola “Fine” nel momento giusto può essere la scelta migliore.
The Bear si congeda dai suoi spettatori proprio nel momento giusto e, soprattutto, chiude tutte le trame ancora aperte, consegnando a ogni personaggio il finale che merita.
Il viaggio di queste cinque stagioni è stato tanto inaspettato quanto emotivamente coinvolgente e semplicemente… bello. Cinque portate da assaporare dal primo piatto fino all’ultimo, che si è rivelato eccellente quanto il primo.
Cala il sipario su The Bear. E noi restiamo con un profondo senso di soddisfazione, ma anche con una leggera vena di malinconia. Perché difficilmente potremo gustare pietanze tanto buone in altri ristoranti o trovare, ancora una volta, una serie capace di raggiungere i livelli qualitativi di The Bear.
VOTO POPCORNERD: 9/10

Comics
G.I. JOE, l’ultimo tassello (per ora?) dell’ Energon Universe in Italia
Saldapress espande il vasto universo narrativo dell’Energon Universe con i G.I. Joe di Joshua Williamson. Ecco cosa pensiamo dei primi due volumi usciti!
Speciali
Rayman Legends: musica a ritmo d’arte
La storia dell’ultimo capitolo della mascotte di Ubisoft, una saltellante melanzana viola sempre in cerca di rinascita e successo
Essere una mascotte è una grande responsabilità. Sei il simbolo e il portavoce di una realtà, devi essere sempre riconoscibile, devi adattarti a quanti più contesti possibile e, se necessario, occorre saperti reinventare senza stravolgerti troppo per essere costantemente nella mente del tuo pubblico.
I più grandi ambasciatori nel mondo videoludico sono proprio le storiche icone del medium, molto più dei creativi a cui esse devono i natali: Super Mario, Sonic, Pikachu sono solo alcuni dei nomi che riescono a scolpire interi immaginari costruiti in decenni di produzioni anche nella testa del giocatore più occasionale.
Sebbene la cultura dell’icona dei videogiochi sia altamente più radicata in Giappone (in cui il prodotto di marketing mascotte invade praticamente ogni ambito commerciale), anche in occidente non mancano proprietà intellettuali che decidono di essere trainate dal carisma di un personaggio simbolico.
È il caso del colosso dello sviluppo Ubisoft, che nel 1995 si presentava su Playstation, Atari Jaguar, Sega Saturn e MS-DOS con un platform a scorrimento laterale coloratissimo con una melanzana umanoide dagli arti scomposti: Rayman.

Melanzane in cerca di successo
Il gioco creato dalla mente di Michel Ancel venne immediatamente riconosciuto all’epoca come un gioiello visivo e musicale, con un’atmosfera senza tempo e una mascotte già pronta per essere lanciata nel pantheon delle icone videoludiche.
Per il secondo e terzo capitolo della saga, Rayman segue infatti lo stesso percorso del suo “collega” idraulico italiano e, pescando a piene mani dalla rivoluzionaria lezione di Super Mario 64, il team di Ancel comincia a costruire intorno alla melanzana viola un mondo interamente tridimensionale.
Tutti amano Rayman e i suoi giochi. Ubisoft sembra aver trovato la ricetta perfetta per il suo personale portabandiera in grado di produrre marketing semplicemente con la sua immagine.
Eppure, il destino di questa mascotte viene improvvisamente traviato da una serie di scomode circostanze. Già nel 2006, la piccola melanzana inizia a diventare immagine per altri personaggi nello spin-off Rayman raving Rabbits, in cui si cercava di spostare l’attenzione proprio sui conigli bipedi considerati dalla casa di sviluppo francese “la nuova frontiera delle mascotte”.
Il povero personaggio di Ancel dunque, se si esclude la deriva dei Rabbits, non rivedrà un suo gioco fino al 2011, anno che coincide con la prima prova per riportare Rayman al successo: Rayman Origins.

Foto da Rayman Origins
Come anticipa il nome, il gioco è un ritorno alla formula originale del primo capitolo datato 1995, con una struttura a livelli bidimensionali a scorrimento laterale.
L’esperimento di Origins culmina con l’ultimo capitolo della serie uscito per le console di scorsa generazione (PS4, Xbox One e Switch), che segna anche la lunga scomparsa della mascotte da avventure platform ad essa dedicate.
Rayman Legends nasce infatti in una Ubisoft molto diversa: il fenomeno Assassin’s Creed continua a macinare annualmente copie vendute, la serie Far Cry è seguitissima e l’azienda, anche se solo internamente, sta già guardando con profondo interesse alla dimensione di giochi online come Rainbow Six e Ghost Recon.
La melanzana si ritrova con una concorrenza molto più agguerrita, tuttavia rimane ancora un’eccellenza di critica e pubblico grazie al team di Ubisoft Montpellier che perfeziona il grandioso UbiArt Framework, un motore proprietario sviluppato dallo studio e dedicato alla realizzazione di giochi 2.5D.

Foto da Rayman Legends
Musica, Maestro!
Rayman Legends è un enorme compendio e celebrazione della storia della melanzana viola. In tutto sono presenti ben 120 livelli suddivisi in sette mondi, ognuno con una grande quantità di creaturine blu chiamate Teensy da trovare e salvare, nonché premi di vario genere qualora si completi ogni livello con una certa quantità di valuta di gioco.
Ogni mondo è studiato alla perfezione per proporre un mix di varie esperienze del platform a scorrimento laterale: insieme ai livelli classici si potranno trovare dei livelli invasione, ovvero corse contro il tempo in cui si verrà invasi da nemici di altri mondi, oppure livelli “salva la principessa” con prove d’abilità che sbloccheranno le diverse fanciulle regnanti dei vari universi esplorabili.
Ci si potrà cimentare nella sezione “Back to Origins”, una selezione dei migliori livelli del gioco precedente, pensato per coloro che non hanno potuto accedervi nella precedente generazione di console.
E ultimi, ma assolutamente non per importanza, i livelli musicali che si troveranno alla fine di ogni mondo.

La colonna sonora composta da Christophe Héral e Billy Martin è infatti l’elemento più affascinante di tutta la produzione. L’identità sonora e i brani orchestrali originali sono stati prevalentemente curati da Héral, con un muro sonoro fortemente ispirato e in grado di trasmettere al giocatore tutte le sensazioni di un concetto di riferimento.
In questo senso rimane emblematico il Medieval Theme, una delle tracce più iconiche che è possibile ascoltare nel primissimo livello e che restituisce tutte le suggestioni dell’immaginario fantasy-medievale.
Martin invece conclude l’operazione occupandosi di rifinire il sound design, gli arrangiamenti e di elaborare i sopracitati livelli musicali. Queste parti di gioco sono rielaborazioni di brani già esistenti e su cui si costruisce tutta la sezione giocabile, nonché i movimenti dello stesso Rayman.
Ad esempio sarà possibile sentire l’iconico brano Black Betty dei Ram Jam, Eye of the Tiger dei Survivor oppure il bellissimo Woo Hoo del gruppo giapponese 5.6.7.8’s. Il giusto salto da eseguire, oppure il tasto per attaccare i nemici del livello saranno perfettamente sincronizzati con gli strumenti e il ritmo della canzone che sentirete.
Se sarete abbastanza abili, sarà possibile anche fare il livello in questione ad occhi chiusi semplicemente anticipando il suono della canzone.
Bis del finale
Esattamente come Origins, nonostante il plauso di pubblico e critica, Rayman viene nuovamente dimenticato dalla sua casa madre, rientrando nel mondo dei videogiochi console solo in un cameo per il bellissimo Mario + Rabbits: Sparks of Hope, solamente come contenuto aggiuntivo a pagamento.
Già molti anni fa Ubisoft sospese definitivamente l’utilizzo del motore UbiArt Framework, poiché troppo complesso da utilizzare e difficilmente condivisibile con altri studi interni.
Questo pose fine anche allo stile estetico prediletto da Michel Ancel, il quale sfruttò la risorsa concretamente solo fino alla fine del 2014 in giochi bellissimi come Child of Light e Valiant Hearts.
Sono piccoli gioielli che purtroppo non torneranno solo per capriccio di una casa di sviluppo che negli anni ha sempre e solo guardato al guadagno facile spremendo e rovinando brand di enorme successo.
Negli ultimi anni però, dopo la crisi che ha attraversato il colosso francese, Rayman ha ricominciato a saltare fra lo studio di Montpellier e quello di Ubisoft Milano, riaccendendo la speranza degli appassionati della melanzana.
A maggio del 2026 viene infatti svelato un “nuovo” gioco dedicato alla mascotte, tuttavia si tratta del rifacimento dello stesso Rayman Legends, per l’occasione rinominato Retold. Una collaborazione tra i due studi che dunque stanno cercando, seppur con questa scelta priva di senso, a riportare in vita l’interesse per il personaggio in una nuova veste grafica.

Foto di Rayman Legends Retold
Trascurando la vaga utilità dell’operazione, che comunque presenta un colpo d’occhio eccellente, spero che questo sia l’inizio di un nuovo corso per questa mascotte che ha vissuto fin troppe vite alla ricerca del suo successo.
Un personaggio che ha fatto della qualità e del divertimento nei suoi giochi il suo marchio di fabbrica, con una musica sempre eccelsa in grado di rendere Rayman l’icona che è rimasta scolpita nella mente degli appassionati.
Che tutti possano nuovamente amare la melanzana viola, magari con un capitolo inedito in futuro che possa davvero raccogliere l’eredità inestimabile di Rayman Legends.

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