RecensioniSerie TV
The Punisher: One Last Kill. Bentornato Frank!
Nuovo Special presentation sul vigilante più complesso e violento di casa Marvel. Un viaggio fra psiche controversa e violenza inaudita.
Immaginate di entrare in una fumetteria e di prendere un albo one shot di The Punisher perchè non avete mai letto nulla sul personaggio e volete scoprire di cosa si tratta. Ecco, The Punisher: One Last Kill è la rappresentazione sul piccolo schermo di uno di questi albi, prodotto da Disney+ e rilasciato al pubblico con uno special presentation di 50 minuti.

Se Frank non cerca la guerra, è la guerra a trovare Frank
Siamo nella New York del Marvel Cinematic Universe, in una timeline non precisata, molto probabilmente fra la prima e la seconda stagione di Daredevil Born Again e Frank Castle vive in perenne conflitto con sè stesso, fra deliri causati dal PTSD e il dolore per la perdita della sua famiglia, per colpa di un regolamento di conti fra bande rivali. Frank cerca di andare avanti, circondato dai fantasmi del passato, in una New York dove la violenza dilaga e la mancanza di forze dell’ordine è la normalità. Ovviamente se Frank non cerca la guerra, è la guerra a trovare Frank e quello che ne viene fuori è una mattanza di corpi e proiettili, dove il concetto di giustizia perde il volto più puro e idealista a cui ci hanno abituato eroi come Spider-Man o Steve Rogers, per lasciare spazio al metodo brutale del Punitore. Frank Castle è il vigilante per eccellenza: non si fa alcuno scrupolo, spesso supera ogni limite e, pur arrivando a estremi discutibili, agisce con un unico obiettivo in mente: eliminare il male alla radice.
The Punisher: One Last Kill quindi è uno special presentation che soddisfa i neofiti del personaggio e gasa chi si aspetta un mediometraggio sul punitore dalla psiche instabile, poche parole e tanto spargimento di sangue.

Jon Bernthal è nato per interpretare il ruolo del Punisher
Jon Bernthal si conferma essere un Frank Castle di altissimo livello. La sua interpretazione è magistrale, soprattutto quando deve farsi carico dei traumi del suo passato. Nelle espressioni ruvide, crude, tristi e rabbiose traspare veramente la sofferenza di un uomo che ha bisogno di aiuto, che vuole dimenticare la guerra, ma che non riesce a stare lontano da essa. Tutto ciò sfocia nella parte forse più violenta del personaggio, quella in cui fa fuori tutto e tutti, senza appello, unico giudice, giuria e boia. Violenza come valvola di sfogo contro una vita che non gli ridarà mai più indietro i propri cari. Violenza contro un sistema giudiziario a volte traballante che rimette in libertà assassini che possono tornare a uccidere, facendo passare a innocenti, quello che ha passato Frank.

Una seconda parte di questo speciale che vede la violenza, il sangue e i proiettili come protagonisti, ben orchestrati da Frank che, come detto in precedenza, deve tornare a fare il punitore per colpa del “villain” della situazione.. Mà Gnucci. Una donna che ha visto la sua famiglia (mafiosa) essere massacrata tempo prima dal punitore. Ovviamente non è la vittima, ma prima complice dei loschi traffici della sua famiglia. Per sua sfortuna non è incappata nella giustizia ordinaria, ma in quella estrema di Frank.
Per vendicarsi scatena una caccia all’uomo in un quartiere di New York, Little Sicily, già in degrado, quasi distopico, con violenze ad ogni angolo di strada. La scena iniziale è la copertina, anche forse esagerata, della situazione di questo quartiere.
Un quartiere in cui la polizia non entra, ma luogo dove vive (o cerca di vivere) Frank Castle: mi è piaciuta molto l’evoluzione del personaggio durante lo speciale nei confronti di Little Sicily e dei suoi abitanti. Prima una persona che non si vuole intromettere nei soprusi, che quasi vuole vivere da estraneo, solo con i suoi fantasmi, talmente forti che gli spari reali intorno a lui si trasformano in spari e ed esplosioni immaginarie dei tempi della guerra.
Poi, grazie anche alla figura della defunta figlia, Frank non è solo più spettatore passivo, ma indossa di nuovo il giubbotto antiproiettile con il teschio e si fa carico di ripulire le strade dai balordi, ridando una sorte di serenità a chi in quelle strade ci passeggia e ci lavora onestamente.

Speciale promosso a pieni voti
In conclusione cosa mi ha lasciato questo The Punisher: One Last Kill?
Mi è rimasta una bella storia su Frank Castle che analizza a 360º le sue sfaccettature più grandi, senza cercare di esplorarne altre, per quelle ci sarà tempo spero (magari con una nuova stagione interamente dedicata a lui e magari continuando proprio la faida con Mà Gnucci). Come detto all’inizio è un modo per far conoscere il personaggio a chi non ha mai letto o visto nulla su di lui e che emoziona chi già lo conosce, con quello che un fan vuole vedere quando si parla di The Punisher. 50 minuti dove Marvel Non si prende rischi, ma va sul già visto garantito, che con Jon Bernthal nei panni di Frank, non stanca mai.
Rivedremo presto il Punitore al cinema in Spider-Man: Brand New Day e, oltre alla curiosità di scoprire come lui e Peter Parker si incontreranno, è facile immaginare che i toni saranno inevitabilmente più leggeri e meno brutali rispetto a quelli a cui Frank Castle e questo special presentation ci hanno abituati. Insomma, una versione del personaggio probabilmente più adatta ad un pubblico giovane, ma comunque interessante da vedere.
VOTO POPCORNERD 9/10
Cinema
The Rush – Corsa contro il tempo: Recensione – Il buddy movie con la star di Reacher
The Rush – Corsa contro il tempo di Prime Video è il classico film d’azione senza troppe pretese che vede protagonisti un ottimo Alan Ritchson e Owen Wilson
Summary
Piacera' senz'altro ai fan di Reacher, a chi cerca un'ora e mezza di azione senza pretese e a chi ha nostalgia dei buddy movie anni Novanta. Meno a chi vuole una storia originale o un equilibrio di toni piu' curato.
È tempo di maratone in casa Prime Video. Non sto, però, per consigliarvi serie TV o saghe cinematografiche con cui fare binge watching, ma parlo del fatto che, nell’arco di due mesi, la piattaforma di Amazon ha fatto uscire ben due film d’azione con la parola “Runner” nel titolo.
Se, per quanto riguarda il (pessimo) film con Gal Gadot, The Runner, forse è meglio passare oltre mentre scorrete tra i prodotti di Prime, diversamente voglio spendere due parole su Runner, arrivato da noi in Italia come The Rush – Corsa contro il tempo, proprio per evitare la confusione con la pellicola dell’ex Wonder Woman.
Protagonisti sono Alan Ritchson, fresco del successo dell’ultima stagione di Reacher e sempre più una conferma per la piattaforma Prime, e Owen Wilson, che torna in un film d’azione dopo diverso tempo per fare quello che gli riesce bene: parlare e fare battute a raffica fino a stordire chiunque lo circondi.
Alla regia c’è Scott Waugh, regista di Need for Speed, I Mercenari 4 e Act of Valor, che non nasconde quindi una certa predisposizione per le pellicole ad alto tasso adrenalinico, con protagonisti statuari, dal grilletto facile, e trame che richiamano gli action movie della vecchia guardia.
Insomma, l’obiettivo della maggior parte dei titoli di Waugh è quello di divertire e intrattenere senza reinventare alcun genere, tra botte, proiettili e inseguimenti. E The Rush – Corsa contro il tempo fa esattamente parte di questa categoria di film.

Nonostante da noi sia arrivato direttamente su Prime Video il 26 settembre scorso, negli USA la pellicola ha fatto un breve passaggio nelle sale prima di finire in piattaforma. E, da un lato, forse è meglio così, visto che ritengo che nei nostri cinema sarebbe potuto essere un grande flop, mentre in streaming, al momento, è terzo nella classifica dei prodotti di Prime Video più visti.
The Rush – Corsa contro il tempo: 3 ore per salvare una vita
Hank Malone è un ex Navy SEAL che ha appeso al chiodo la divisa dopo la morte della figlia. Oggi Hank vive su una barca in Australia e fa il corriere ad alto livello: trasporta quello che nessun altro può o vuole trasportare, compresi anche dei pappagalli.
Stavolta, però, il carico è davvero delicato e importante: quello che Hank deve portare è un fegato e il tempo a disposizione è di appena tre ore per trasportarlo da Brisbane alla Gold Coast e salvare una bambina di sette anni in attesa di trapianto.

A fargli compagnia c’è Ben Bishop, un contatto medico chiacchierone che ha portato sino in Australia il fegato, ansioso e… poco abituato alle sparatorie! Già, perché sulle tracce di Hank e Ben c’è uno spietato cartello criminale guidato da Damián Zaldívar, interpretato da Rodrigo Santoro, deciso a intercettare e bloccare la consegna a tutti i costi per rubare il carico.
Il resto è una lunga corsa contro il tempo, fatta di inseguimenti, esplosioni e pugni in faccia, con tanto di pappagallino esotico che si ritaglia il suo spazio. Riusciranno Hank e Ben a portare a termine il lavoro?
La strana coppia Ritchson e Wilson

Siamo abituati a vedere Ritchson agire da solo nei panni di Reacher o comunque aiutato da persone del suo calibro. Per la prima volta, invece, vediamo l’ormai star di Prime Video accanto a una persona senza alcuna preparazione militare, come il personaggio interpretato da Wilson, e quindi costretto a proteggerla per evitare che faccia una brutta fine.
In The Rush – Corsa contro il tempo il cuore del film è il rapporto tra i due ed è qui che si gioca quasi tutta la partita. Ritchson, nei panni di Hank, è perfetto per questo tipo di ruolo: l’attore si trova a suo agio, non discostandosi troppo da quello che deve fare in Reacher, anche se in questo film appare meno calcolatore e “invincibile” rispetto a quando interpreta l’eroico omone inventato da Lee Child.
Fisico da ariete, sguardo scuro e quel pizzico di ironia asciutta che gli permette di non risultare mai una macchina da guerra senz’anima. Anzi, il suo Hank porta addosso un lutto che il film utilizza per dargli un po’ di profondità ed emotività, qualcosa che in Reacher sembra non trasparire, e tutto sommato funziona.
Wilson, dal canto suo, fa più o meno Owen Wilson: parla troppo, si agita, è pieno di buone intenzioni ed è il contrappeso giusto che stempera la tensione e dà all’eroe qualcuno da proteggere. Anche se, devo dire, rispetto alle sue ultime interpretazioni, l’attore torna a recitare la parte di un tipo di personaggio che riesce ancora a fare bene, ma non più come un tempo. Gli anni passano anche per il buon Owen.
Ma non sempre la chimica tra i due funziona. Spesso sembrano due corpi estranei che cercano di amalgamarsi e, a tratti, ci riescono, ma non riescono a ricreare quella giusta atmosfera da buddy movie che si può ritrovare in classici del genere come Rush Hour, Pallottole cinesi o il cult per eccellenza, Arma Letale. In ogni caso, riescono a strappare qualche sorriso.
Un action movie che ci prova e ci riesce a metà

Il film diretto da Waugh, che di inseguimenti se ne intende, mantiene un ritmo sostenuto e costruisce scene d’azione fisiche e ben coreografate. La storia, di per sé, è davvero semplice e lineare, con una trama che si esaurisce nei suoi 98 minuti, in una violenta e, soprattutto nel finale, esasperata corsa che vede contrapposti, da una parte, Hank e Ben e, dall’altra, questo gruppo di malviventi che spesso sembra impensierire il nostro Ritchson solo fino a un certo punto.
E nonostante la trama prevedibile, qualche passaggio di sceneggiatura tirato per i capelli, così come alcune battute e un tono che passa dalla risata alla lacrima all’esplosione senza troppi riguardi, il film si lascia guardare senza eccessive pretese.
Il suo picco, però, si trova nella prima parte, mentre nella seconda tende a calare vertiginosamente, con scene eccessivamente diluite, come lo scontro finale in ospedale.
Siamo dalle parti dei film adrenalinici come Crank o Transporter, a cui ci ha abituato in passato Jason Statham: buona azione, ritmo elevato e un film che, anche se ti perdi qualche passaggio, riesci comunque a seguire senza eccessivi patemi.
The Rush – Corsa contro il tempo: promosso o bocciato?

The Rush – Corsa contro il tempo non cambia la storia dell’action e non ci prova nemmeno. Vuole essere la miglior versione possibile di un film in cui Alan Ritchson fa a pezzi i cattivi mentre Owen Wilson gli sta dietro e, in questo, riesce.
Per chi, come me, ama questo genere di pellicole che permettono di staccare il cervello per una sera e di assaporare un film che strappa qualche sorriso, fornendo allo stesso tempo una buona dose di machismo, è senza dubbio il titolo giusto.
Piacerà senz’altro ai fan di Reacher, a chi cerca un’ora e mezza di azione senza pretese e a chi ha nostalgia dei buddy movie anni Novanta. Meno a chi vuole una storia originale o un equilibrio di toni più curato.

Prime video
Carrie, il lato oscuro dei social nella serie di Mike Flanagan
Recensione della miniserie Carrie, tratta dall’omonimo romanzo di Stephen King e pubblicata da Prime Video nell’ottobre 2026.
Dicono che le migliori storie inizino dalla fine, e quella di Carrie White è una di queste.
Gli otto episodi che compongono la prima (e unica, al momento) stagione della miniserie Carrie sono un eccellente adattamento della storia originale, trasposta ai giorni nostri senza perdere lo stile narrativo di Stephen King e adattandolo, al tempo stesso, a un contesto moderno.
Prima di parlare dell’adattamento targato Prime Video, però, vorrei parlare brevemente del romanzo dal quale questa miniserie è tratta. La novel in questione è Carrie, il romanzo di debutto del leggendario scrittore horror Stephen King, pubblicato nel lontano 1974. Il romanzo racconta la storia di Carietta “Carrie” White, un’introversa ragazza vittima di bullismo e degli abusi domestici di una madre fanatica religiosa, che scopre di possedere incredibili poteri di telecinesi. Il romanzo fu così iconico da essere trasposto quasi subito sul grande schermo: nel 1976, il regista Brian De Palma ne realizzò Carrie – Lo sguardo di Satana.

Sissy Spacek interpreta Carrie in Carrie – Lo Sguardo di Satana
A distanza di cinquant’anni dalla prima pellicola dedicata allo strabiliante romanzo di King, Prime Video fa un regalo di Natale anticipato ai fan del maestro dell’horror con la miniserie Carrie, creata da Mike Flanagan, un nome ormai familiare quando si parla di adattamenti delle opere di Stephen King. Il regista ha infatti già portato sullo schermo Il gioco di Gerald (Gerald’s Game, 2017), Doctor Sleep (2019) e The Life of Chuck (La vita di Chuck, 2024).
Non uno qualsiasi, insomma. E questo non ha fatto altro che alimentare la mia curiosità per la miniserie di casa Amazon.
Il bullismo nell’era dei social media
Il tema cardine su cui si basa Carrie – sia nel libro che nella trasposizione di Flanagan – è il bullismo. Carrie è una ragazza timida, cresciuta sotto l’ingombrante ombra della madre, che ne controlla ogni aspetto della vita: dalla fede in Dio ai libri che la figlia può leggere. Quando Carrie entra in contatto con il mondo al di fuori della soglia di casa e, più nello specifico, con quello della scuola, si trova come un pesce fuor d’acqua. Questo suo essere “diversa” la rende un bersaglio facile per i bulli della scuola, che in questo caso non sono rappresentati dai classici ragazzi “più grandi e grossi”, bensì da un gruppo di ragazze che mette Carrie sotto un’enorme pressione sociale.

Il bullismo si è evoluto con l’avvento dei social media
Ed è qui che la reinterpretazione moderna di Flanagan fa la magia. Il regista traduce infatti il tutto in chiave contemporanea attraverso l’introduzione dei social media. Carrie viene presa in giro e costantemente ripresa con gli smartphone dai propri aguzzini, per poi finire su una pagina Instagram anonima a suo nome che, con il tempo, causerà danni irreversibili. Con questo espediente, Flanagan riesce a ruotare attorno a temi estremamente attuali come il cyberbullismo e il furto d’identità digitale, mostrando come questa piaga possa avere un ruolo centrale nella salute mentale degli adolescenti. Quella che una volta era semplice peer pressure tra le aule e i corridoi della scuola, oggi può trasformarsi in qualcosa di decisamente più grande, difficile da controllare e potenzialmente molto più dannoso.
Il bullismo non finisce più quando suona la campanella: segue le sue vittime anche fuori da scuola, entra nelle loro case e, attraverso uno smartphone, può raggiungere centinaia o migliaia di persone in pochi secondi.
Sarebbe un teen drama qualsiasi se non fosse per i poteri di Carrie
Carrie segue la classica struttura dei teen drama, nella quale il protagonista, un personaggio schivo e introverso, deve fare i conti con il mondo che lo circonda e, spesso, questo avviene proprio nel contesto scolastico. Insomma, siamo abituati a storie di questo tipo, anche se sensibilizzare il pubblico su temi come il bullismo e la violenza non è mai scontato né ridondante.
Questa serie, però, pur presentandosi inizialmente come un teen drama, mette subito le cose in chiaro quando diventa evidente che Carrie non è un’adolescente qualsiasi. Nei primi episodi, infatti, la vediamo spesso alle prese con emozioni molto forti che, in qualche modo, risvegliano i suoi poteri telecinetici. Carrie, come viene poi definita, è una vera e propria forza della natura, un uragano, capace di sprigionare poteri psichici tanto incredibili quanto spaventosi. Ed è proprio questo elemento a fare da spartiacque tra il classico teen drama scolastico e la storia che tutti conosciamo.

Carrie impara a controllare i suoi poteri di telecinesi
La componente horror della storia arriva sul finale, nella famosa scena del ballo di fine anno. Carrie ha ormai imparato a controllare i suoi poteri e, quando viene messa di fronte all’ennesima umiliazione pubblica da parte di Chris Hargensen, una delle ragazze che la tormentano, si lascia andare e scatena un’ondata di violenza che, in apparenza, non le appartiene, ma che in fondo covava da tempo. La sua furia è tale da portare alla quasi distruzione della scuola e dell’intera cittadina di Chamberlain, nel Maine. Come ho già accennato, una vera e propria forza della natura, nonostante la sua gracile statura fisica.
Le diverse forme della violenza
Un aspetto che mi è piaciuto particolarmente di questa miniserie è sicuramente il modo in cui viene rappresentata la violenza. Non tanto quella fisica, quanto quella psicologica: quella che ti mette sotto pressione e ti costringe a confrontarti costantemente con il mondo che ti circonda.
È proprio questo tipo di violenza a maturare nel corso dei sette episodi della serie, accumulandosi fino a trasformarsi in violenza fisica quando Carrie raggiunge il limite della sopportazione e si lascia andare, vendicandosi del male che le è stato fatto prima dai bulli della scuola e poi da una società superficiale, che non ha saputo proteggerla.
Quando Carrie capisce che non ha bisogno di essere protetta e che tutto ciò che amava è ormai perduto, è troppo tardi per correre ai ripari. Carrie non ha più una vita nella città di Chamberlain.
“Non era solo Carrie..”
A rendere ancora più intrigante il mistero legato ai poteri telecinetici della giovane Carrie ci pensa una sottotrama tanto interessante quanto cupa.
Flanagan non lo dice mai espressamente, ma sembra esserci un’organizzazione alla ricerca di persone dotate di poteri simili a quelli di Carrie. Non ci viene spiegato il perché esistono, né tantomeno chi si nasconda dietro questa organizzazione. Beh, a essere del tutto onesti, il chi ci viene rivelato nell’episodio finale, ma il tutto rimane avvolto in un alone di mistero.
Sappiamo che queste persone riescono a rintracciare Carrie, anche a causa del suo enorme e spaventoso potere, che viene chiamato shine, ovvero la Luccicanza. Un termine familiare a chiunque abbia letto almeno uno dei romanzi di Stephen King, come The Shining.
Avrei preferito qualche dettaglio in più su questa organizzazione, che ricorda tremendamente la scuola per mutanti di Charles Xavier. Ma questa è soltanto una piccola nota a margine, che non influisce sulla riuscita complessiva della serie.
One girl show di Summer H. Howell
Ma quanto è brava Summer H. Howell in questa serie! L’attrice riesce a dare vita a una Carrie White credibile, fragile e tormentata, trasmettendo tutto il disagio di una ragazza che si ritrova a fare i conti con un mondo che sembra avercela con lei. Dalla timidezza alle esplosioni di rabbia, passando per la paura e la confusione davanti ai suoi stessi poteri, Howell riesce a restituire le diverse sfaccettature del personaggio senza mai perdere di vista la sua vulnerabilità.
Ed è proprio questo il suo punto di forza: Carrie non è soltanto una ragazza con poteri telecinetici devastanti, ma un’adolescente che vorrebbe semplicemente essere accettata. Howell riesce a farci empatizzare con lei anche quando la situazione precipita, rendendo ancora più potente il contrasto tra la fragilità della ragazza e la distruzione di cui si dimostra capace.
Una performance che, episodio dopo episodio, conferma quanto il personaggio di Carrie sia il vero cuore della miniserie.
Sarebbe però ingiusto attribuire tutto il merito alla protagonista. L’intero cast contribuisce all’eccellente riuscita di questo adattamento, dando vita a personaggi che alimentano i conflitti della storia e rendono ancora più efficace il percorso di Carrie. Le interpretazioni funzionano nel loro insieme e aiutano a costruire quel clima di tensione e disagio che accompagna la miniserie fino al suo tragico finale.

Summer H. Howell interpreta Carrie in Carrie di Prime Video
Storia raccontata al contrario
Proprio come nel libro, la storia viene raccontata “al contrario”, partendo dal finale attraverso le testimonianze dei sopravvissuti alla tragedia avvenuta durante il ballo di fine anno nella palestra della Ewen High School. Mike Flanagan ha fedelmente riportato la struttura narrativa di Stephen King nel suo adattamento e ha fatto di questa scelta uno dei punti di forza della serie.
L’hook iniziale funziona benissimo e scaraventa lo spettatore nel bel mezzo della storia senza troppi giri di parole. Centinaia di morti, una città semidistrutta, persone sospette che si aggiravano nella palestra della scuola e… Carrie White.
Una volta visto il primo episodio, sono stato quasi costretto a continuare a guardare la serie. Per l’ennesima volta, Stephen King – con l’importante contributo di Flanagan – mi ha preso in ostaggio, solo che stavolta mi ha tenuto davanti allo schermo della televisione invece che incollato alle pagine di un libro.
E se siete amanti del genere horror o sci-fi, farà lo stesso effetto su di voi.
Non avete scampo.

Anime
Il ritorno di Magic Knight Rayearth su Crunchyroll con il nuovo anime
30 anni dopo Magic Knight Rayearth torna con una nuova serie anime su Crunchyroll. Le 3 eroine di CLAMP sono tornate e vi diciamo cosa ne pensiamo della nuova trasposizione animata!
Trent’anni dopo, Hikaru Shido, Umi Ryuzaki e Fu Hooji (conosciute in Italia come Luce, Marina e Anemone), le tre cavaliere magiche create dal collettivo CLAMP, tornano in azione con una nuova serie animata!
Il nuovo anime di Magic Knight Rayearth è arrivato su Crunchyroll il 7 ottobre, ma noi di PopcorNerd abbiamo avuto l’opportunità, grazie proprio alla piattaforma, di vedere in anteprima i primi due episodi al Cinema. L’effetto di vedere un anime sul grande schermo è sempre amplificato ed è innegabile che sia molto piacevole e ancora più immersivo.
Ma per chi non conosce o non sa di cosa stiamo parlando, facciamo un passo indietro per spiegare chi sono le eroine Hikaru Shido, Umi Ryuzaki e Fu Hooji.
Magic Knight Rayearth: le origini del fantasy delle CLAMP

Magic Knight Rayearth è un manga fantasy del collettivo CLAMP (Cardcaptor Sakura, X e Tsubasa) uscito sulla rivista shojo Nakayoshi da novembre 1993 a febbraio 1995, con un sequel pubblicato fino ad aprile 1996 che poi Kodansha ha raccolto in sei volumi. In Italia la serie è stata pubblicata da Star Comics, divenendo un piccolo cult in quegli anni tra i lettori di manga.
La trama mescola magical girl, mecha e fantasy a mondi paralleli: le protagoniste sono tre studentesse di seconda media, Hikaru, Umi e Fuu evocate dalla principessa Emeraude, convinta che siano le Cavaliere Magiche della profezia, uniche in grado di salvare il Regno.
Ad accoglierle trovano il guru Clef, che le guida e dà loro i poteri, armature e armi forgiate apposta per loro ma, soprattutto, le dota dei giganteschi Dei della Runa: sì perché nel mondo fantasy di Rayearth ci sono anche i Mashin, minacciosi mecha senzienti.
Sul mercato italiano è uno di quei titoli che molti ricordano con affetto, anche senza averlo letto o visto per intero.
Il primo adattamento animato, prodotto da TMS, è andato in onda dall’ottobre del 1994 con due stagioni per un totale di 49 episodi a cui è stato seguito nel 1997 da un Oav di tre episodi che rilegge la storia in modo alternativo.
La nuova serie Crunchyroll

Il rifacimento in uscita su Crunchyroll, è stato realizzato per celebrare i 30 anni di Magic Knight Rayearth ed è prodotto da E&H production insieme a TMS. Dietro la macchina da presa c’è Yui Miura, al debutto come regista di una serie, mentre le musiche sono co-firmate da Yuki Kajiura.
Le voci originali delle eroine sono affidate a Ayane Sakura (Hikaru), Rumi Okubo (Umi) e Rie Takahashi (Fuu).
Le (nostre) prime impressioni

Il modo più semplice per descrivere questi primi due episodi è: una serie nuova con l’anima e il design degli anni ’90.
Il character design delle CLAMP è subito riconoscibile, ed è proprio quello classico di trent’anni fa che ha reso un piccolo cult Magic Knight Rayearth. Non lo considero un difetto, anzi: fa parte del fascino, e in un’epoca di rifacimenti che tendono a “modernizzare” tutto, un tratto così fedele può avere il suo perché, anche se potrebbe non convincere l’intero pubblico, soprattutto quello abituato alla visione di anime di taglio moderno.
Le animazioni sono fluide e piacevoli da guardare: molto divertente la commistione tra stile “realistico” e quello “chibi” nei, tanti, momenti comici di questi primi due episodi.
Cosa non mi ha convinto al 100%? La regia. Appare un po’ pigra e, almeno per ora, si fa fatica a trovare un guizzo visivo che resti in mente. In questo inizio di serie, infatti, capita spesso che i personaggi siano più o meno fermi, l’uno accanto all’altro, a parlare. Alla lunga, questo può risultare un po’ pesante durante la visione.
Il ritmo, invece, è curioso, perché la serie sembra fare due cose opposte insieme. Da un lato Magic Knight Rayearth parte lentamente: due episodi che sono in realtà una lunga introduzione della storia, tanti dialoghi e una messa in scena, come detto, statica. Dall’altra vengono fornite subito tante informazioni che possono un po’ spiazzare l’osservatore. Naif, ma contestualizzato rispetto all’epoca nel quale il manga di riferimento è nato, invece, è il fatto che già nel secondo episodio una delle ragazze abbia già molta dimestichezza nell’utilizzo dei poteri, combattendo senza troppi tentennamenti.
Questa fretta, infatti, non credo sia un’ingenuità dovuta all’inesperienza di Miura, ma un voluto richiamo al prodotto originale degli anni ’90. E in fondo, questo, fa parte del gioco.
Magic Knight Rayearth: promosso o bocciato?
Al netto di quanto detto, Magic Knight Rayearth parte sotto ottimi auspici con buone premesse e un punto di arrivo che, se la storia seguirà il materiale originale, dovrebbe diventare molto interessante. Nonostante parta lenta, la regia ha margini di crescita e il fascino nostalgico ha il suo perché.
Il momento che attendo di più dopo la visione dei primi due episodi? Il tête-à-tête tra le tre protagoniste e i mecha!

Sinossi di Magic Knight Rayearth:
Hikaru Shidou, Umi Ryuuzaki e Fuu Hououji non sono originarie di Cephiro. Mentre erano in gita scolastica nella Tokyo Tower, le tre ragazze stanno pensando a tutto tranne ad altri mondi gremiti di magia e meraviglie. Questo finché la principessa Emeraude, il pilastro di Cephiro, invoca il potere delle Magic Knight per salvare il suo mondo e si scopre che sono proprio loro tre!
*Ringraziamo Crunchyroll per l’invito all’anteprima che ci ha permesso di vedere i primi due episodi!
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