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Intervista a David Lopez: l’artista delle femmes fatale dei comics

Be Comics! Be Games! Torino è stato un evento che ha visto protagonisti molti autori provenienti dall’estero. Tra questi David Lopez, disegnatore spagnolo che abbiamo avuto l’onore di intervistare

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David Lopez è l’artista della femminilità. È un disegnatore che riesce a interpretare i personaggi femminili dei fumetti, nel modo più naturale e sincero possibile.

Il suo tratto è stato capace di valorizzare e dare ulteriore caratterizzazione a eroine e anti-eroine tirando fuori il meglio di loro a livello visivo.

Catwoman, Carol Danvers, Laura Kinney / Wolverine e molte altre nelle sue mani hanno dimostrato quanto possono essere belli da leggere i fumetti con protagoniste delle donne con i superpoteri. E questo grazie all’empatia e alla curiosità di David verso l’Universo artistico femminile.

Durante il Be Comics! Be Games! Torino, ho avuto l’opportunità di scambiare una lunga chiacchierata (in italiano, ci tengo a dirlo) con l’artista.

David si è raccontato nella maniera più naturale e simpatica, parlando di arte, di lavori e della sua passione per storie che pubblica sui social e che raccontano un po’ l’attualità del suo paese, ma non solo. E (ripeto) tutto ciò in italiano, dimostrando un’ottima padronanza della lingua.

Tra battute e risate, ecco a voi David Lopez, l’artista delle femmes fatale dei comics!


David Lopez: il grande rapporto con Kelly Sue DeConnick e l’amore per i personaggi femminili dei fumetti

Ciao David e grazie mille di averci concesso un po’ del tuo tempo per questa intervista! Catwoman, All-New Wolverine, Captain Marvel e anche Black Hand & Iron Head sono tutti progetti di grande successo con protagoniste forti, o comunque grandi donne. Si tratta di una coincidenza oppure credi che il tuo tratto valorizzi particolarmente i personaggi femminili e le loro storie?

David Lopez – Dipende da chi li scrive. Ho avuto la fortuna di lavorare con sceneggiatrici specialiste nello scrivere personaggi femminili: Kelly Thompson, G. Willow Wilson, Kelly Sue DeConnick e anche altre. Ma anche Peter David ha fatto un buon lavoro su Fallen Angel.

Non so se conosci una rivista di fumetti italiana dei primi anni 2000 che si chiamava Mondo Naif di Coniglio Editore. Lì ho pubblicato il mio slice of life su due ragazzine che abitano a Barcellona.

Ho sempre lavorato con personaggi femminili perché è sempre stato qualcosa che mi intrigava e appassionava. Il mondo femminile per me è un mistero a cui voglio avvicinarmi.

L’universo femminile, inoltre, è entrato nel mainstream: siamo in un momento storico in cui questo sta succedendo. Ho la fortuna di vivere questa fase.

In DC hai lavorato a lungo su Catwoman. E’ uno dei lavori in cui sei stato più a lungo su una serie regolare: 30 numeri, giusto?

David Lopez – Sì, 30 numeri in 30 mesi.

Cosa puoi dirci della tua esperienza su Catwoman?

David Lopez – È stata un’esperienza bellissima, perché lavoravo anche con Álvaro López, che in quel momento era un inchiostratore davvero incredibile, con uno stile abbastanza astratto, e con l’editor, Nacho Castro, che ha lavorato in Disney e mi sembra che adesso sia in Skybound. Mi aiutarono tantissimo.

Dopo tanto tempo si crea un rapporto umano, di confidenza. Anche con lo scrittore Will Pfeiffer eravamo una squadra, e lavoravamo bene insieme. C’era affiatamento e feeling. Ma 30 numeri sono tanti! [Risata n.d.r.]

Tavola di David Lopez tratta dalla sua run su Catwoman

Per quanto riguarda aspetto e costume, ti sei ispirato a qualcosa di specifico per la tua versione di Catwoman, considerata tra le più amate dal 2000 in poi?

David Lopez –  Dici davvero? Grazie, prima di tutto.

Dopo di me c’è stato Marcos Marz, anche lui spagnolo, che aveva disegnato Gotham City Sirens. Ma io mi sono ispirato al lavoro di Darwin Cooke, che aveva disegnato la serie prima di me, quindi il costume era già quello!

Io ho iniziato con il numero 51 e ho proseguito fino all’82. Il suo lavoro è stato un’ispirazione, ma io però ho uno stile diverso. E’ stato come un manuale di sopravvivenza: dovevo finire un fumetto al mese e ho imparato tantissimo.

È stato duro, sì, ma anche molto formativo. Quando ho finito Catwoman è stato come andare in burnout: ero vuoto di idee, molto stanco.

Perché mentre facevo quello lavoravo anche a una graphic novel per la Spagna, ho fatto tre numeri di Countdown, un annual di Batman… era tantissimo lavoro.

Però è stato bello, ero felice.

Torneresti su Catwoman?

David Lopez –  Sì, sì. Sarebbe come tornare a casa. È un po’ strano, perché poi hai visto tanti altri disegnatori lavorare su Catwoman e pensi: perché non hanno chiamato di nuovo me? Voglio tornare! Ma il ricordo è bello. Davvero bello.

Passando a Captain Marvel, è stato un lavoro molto importante per te, anche per il rapporto con la scrittrice Kelly Sue DeConnick che, in una vecchia intervista, hai paragonato a una figura sportiva molto importante in Spagna: il “Cholo” Simeone, allenatore dell’Atlético Madrid. Cosa intendevi con questo paragone?

David Lopez –  Hanno la stessa grinta. Lei è molto appassionata del suo lavoro, dà tutto. E allora anche tu ti senti in dovere di dare tutto. Ti coinvolge, ti spinge sempre a fare di più, a essere migliore.

Abbiamo appena finito FML. Con lei ed è stato magnifico, perché lì non aveva restrizioni: faceva quello che voleva.

Lei ti chiede di fare delle cose e tu vuoi renderla orgogliosa. Ti lascia libertà assoluta, ti dà fiducia, ti tratta come un pari.

Fare fumetti americani spesso è come lavorare in una catena di montaggio in fabbrica. Con lei è diverso: ti trasmette la passione. E allora tu vuoi fare il meglio possibile, perché lei ti dà il meglio di sé.

Uno dei tuoi lavori più recenti è FML, ancora insieme a Kelly Sue DeConnick. La serie mescola elementi molto diversi come adolescenza, cultura metal, soprannaturale e contesto pandemico: cosa ti ha affascinato di questo concept e cosa volevi raccontare davvero attraverso FML?

David Lopez –  Sì, è molto vicino alla realtà e lo devi leggere. Non è facile spiegarlo, anche per me è difficile trovare le parole per descrivere cos’è FML.

E’ uscito per Dark Horse e lo abbiamo appena finito. Penso che a voi italiani piacerà. Lei [Kelly Sue DeConnick n.d.r.] dice che sua figlia ha definito FML come un fumetto divertente… anche se in realtà parla di cose che non lo sono.

Ma la cosa interessante è che io vengo dal slice of life underground, che è quello che mi piace e mi viene naturale. FML è, stranamente, una cosa che farei io se sapessi scrivere bene come lei. Kelly ha trovato con il suo stile, il modo di raccontare questa storia.

Io vorrei scrivere fumetti come lo fa lei e lei vorrebbe disegnare fumetti come li disegnerei io. È come uno yin e yang: siamo sempre una cosa sola.

Infatti, quando facevamo le riunioni creative parlavamo e dicevamo “questo mi è piaciuto tanto, questo è fatto bene”… e lei mi diceva “no, questo l’hai fatto tu”.

Io non sono così paziente! Lei mi ha detto che questa è una cosa che succede quando si lavora in sintonia.

Quando sei in coppia, in un team, nasce una terza voce: non è mia, non è sua, è qualcosa che nasce da entrambi. Ed è diversa da noi. A me questa cosa piace tantissimo.

Mi è successo anche in Mystique con G. Willow Wilson, ma lì eravamo una squadra più ampia: colorista, inchiostratore, disegnatore… tutti insieme.

Era una cosa più “industriale” rispetto a FML, ma è questo il bello del lavorare in team: ottieni cose che da solo non potresti fare.

Nei fumetti di supereroi è una catena di montaggio per natura: se ogni mese esce Batman e sei il disegnatore, tutti i mesi devi consegnare e non hai il tempo di fare qualcosa di completamente diverso a lungo termine.

Immagine di FML di Kelly Sue Deconnick e David Lopez

Quando ti è stato affidato il progetto su Wolverine, come hai reagito alla notizia che non ci sarebbe stato Logan nel costume, ma Laura Kinney?

David Lopez –  Me l’hanno detto subito. E ho pensato: preferisco Laura, mi piace di più. Sono simili, ma io vengo da un’epoca in cui Wolverine era su ogni serie: X-Men, Wolverine, ecc… per me all’epoca era un po’ “bruciato” come personaggio.

Logan è iconico e mi è sempre piaciuto, fin dall’inizio, dalle prime storie. Però Laura mi affascinava di più.

Avevo già disegnato X-23, quando la scriveva Marjorie Liu sulla serie omonima. Ho fatto alcune pagine, mi è piaciuta e mi veniva naturale.

Quando mi hanno proposto la serie All New Wolverine ero un po’ stanco, perché venivo da tanti numeri di Captain Marvel e poi subito Wolverine. E in più avevo una figlia piccola, quindi avevo bisogno di tempo.

Ho detto all’editor: lo faccio, ma solo se posso lavorare con qualcuno. Così abbiamo lavorato come negli studi manga: io facevo le figure e lui i fondali, le macchine, tutto quello che io non potevo o non volevo fare.

Mi ha aiutato David Navarro. Abbiamo lavorato benissimo, è stata una bellissima esperienza.

Hai collaborato con Tom Taylor su questa serie: com’è stato lavorare con lui?

David Lopez –  Oh mi sono divertito molto. Lui è bravissimo.

Secondo me quello che ha creato in All New Wolverine lo ha poi replicato in DC su Nightwing.

David Lopez –  Ah, con Bruno Redondo! Sì, Bruno… gli vorrei dire “mi hai copiato”!  [ride n.d.r.] Scherzo. Però sì, si vede quel tipo di lavoro.

Bruno è bravissimo, spinge sempre al massimo. Lavora con Taylor per arrivare più lontano possibile. Mi ricordo quella storia fatta in un’unica tavola continua [Nightwing #87 n.d.r.] loro hanno questo modo di lavorare: parlano tanto, cercano sempre qualcosa di nuovo. È molto importante avere un buon rapporto con lo sceneggiatore.

Pensi che il personaggio di Gabby abbia in qualche modo influenzato la versione di X-23 di Dafne Keen vista nel film Logan con Hugh Jackman?

David Lopez –  No, no. Io disegno sempre guardando le proporzioni reali: Laura è piccolina, ma molto forte. Gabby è simile, ma ancora più piccola. Il carattere è diverso. Laura è più chiusa, Gabby è diversa. Nel film l’hanno resa bene, ma non credo sia ispirata alla mia Gabby. Tra l’altro Daphne Keen [interprete di Laura Kinney nei film n.d.r.] è spagnola, di Madrid.

Passiamo a Black Hand & Iron Head. E’ un progetto molto personale per te, perché ti vede per la prima volta anche alla scrittura oltre che al disegno. Come hai vissuto il passaggio ad autore completo? E, trattandosi di un progetto creator-owned, quanto ti ha divertito avere piena libertà?

David Lopez –  In realtà non è la prima volta. Io avevo già fatto fumetti miei, più underground.

Lavorare sui fumetti americani è stata un’opportunità: mi piacciono i supereroi, ma è anche una questione di lavoro. In Europa, o fai album o è difficile vivere di fumetti. Però ho sempre avuto il bisogno di scrivere le mie cose. Dopo tanti anni, ho ripreso a farlo. Ho lavorato con David Muñoz, che è uno sceneggiatore spagnolo legato anche al cinema (The Devil’s Backbone). È stato come un tutor per me, mi ha insegnato molto. Ora mi sento più sicuro come scrittore.

Sui tuoi social ho visto delle strip a fumetti che realizzi, molto diverse rispetto a quello per cui noi fan siamo abituati a conoscerti. Si tratta di utilizzare il fumetto per fare informazione e anche un po’ di critica al sistema. Quello che oggi è graphic journalism. Ritieni il fumetto un mezzo potente e immediato per rappresentare queste situazioni reali?

David Lopez – Sì, ecco. Penso che per comunicare queste cose il fumetto sia un mezzo potente. Il fumetto è il migliore mezzo per raccontare le cose. Non so se lo conosci, ma Joe Sacco con i suoi fumetti ne è l’esempio lampante. Spiega il tutto in maniera chiara.

Viviamo in un mondo molto più social e visuale, e il fumetto ha questa magia che puoi mischiare disegni e testi. È perfetto. Ma questi fumetti politici (possiamo dire che sono politici), non sono tanto per gli altri, quanto per me.

Viviamo in una situazione di terribile angoscia dove il mondo ci attacca costantemente: l’attualità, la guerra, la cronaca e tutto il resto.

Allora, se non dico niente, tutta questa angoscia rimane dentro di me, mentre io la voglio tirare fuori e voglio dire la mia. E il fumetto è il mezzo che utilizzo. Lo faccio per stare in pace con me stesso.

C’è il serio rischio di ritornare a una situazione simile al peggiore dei passati. E quello che posso fare per dire alle persone quello che penso è utilizzare il fumetto per esprimere il mio pensiero.

Ultima domanda: in questo momento storico ci sono moltissimi artisti spagnoli e italiani che lavorano negli Stati Uniti per le grandi case editrici. Quali sono, secondo te, le qualità che spingono gli editor a guardare sempre più verso Italia e Spagna? Si tratta solo di talento e tecnica?

David Lopez – Non solo… ci sono anche tanti artisti brasiliani. Riguardo a noi spagnoli, Pasqual Ferry che è qui [anche Ferry era ospite al Be Comics! Be Games! Torino n.d.r.], ti potrà raccontare. Lui, Carlos Pacheco e Salvador Larrocca sono stati tra i primi grandi artisti spagnoli che abitavano in Spagna e lavoravano con l’America.

Loro sono stati i primi e dopo sono arrivati gli altri più giovani, tra cui io, ma questi grandissimi artisti hanno aperto le porte.

David Lopez al Be Comics! Be Games! Torino

Comunque credo che il successo sia per talento ma anche per opportunità, perché si cominciava a utilizzare internet, mentre prima per comunicare si utilizzava il fax. E con l’utilizzo delle mail anche per Marvel fu più facile comunicare con un artista spagnolo o italiano alla stessa maniera di un americano.

E allora Marvel ha capito che questi artisti spagnoli che hanno lavorato su Marvel UK, possono farlo anche per la Casa delle Idee d’America.

Quando sono arrivato io la strada ‘transatlantica’ era già spianata e così ho cominciato a lavorare.

Qui in Italia ci sono tanti artisti così talentuosi che magari possono lavorare solo su Bonelli o sul mercato francese, ma hanno l’educazione artistica visuale dei fumetti di supereroi e allora è normale per loro avere voglia di lavorare sul mercato americano.

Quando io sono arrivato, un fumetto che vendeva 25.000 copie ogni mese senza cover variant era a rischio chiusura. Adesso se vendi 25.000 copie ogni mese, sei un vero re.

I grandi fumettisti americani hanno l’opportunità di lavorare sul creator-owned, cosa che stanno cominciando a fare anche gli artisti spagnoli e italiani, perché con i creator-owned gli autori hanno i diritti del personaggio. E se vendo un numero di copie normali o basse, mi pagano quasi come se lavorassi per Marvel.

Le grandi case editrici americane devono capire come recuperare il talento interno perché sennò c’è un limite alla quantità di talento dell’estero che possono comprare.

Grazie mille David per il tuo tempo. Sono state risposte davvero incredibili.

David Lopez – Grazie a te perché le domande erano interessanti.


David Lopez: Biografia

David López è un fumettista spagnolo nato a Gran Canaria, noto per il suo straordinario character design e per la capacità di creare alcune delle copertine più incredibili del settore. Ha ricevuto nomination per alcuni dei premi più prestigiosi del settore, tra cui gli Eisner Awards e gli Harvey Awards per il suo lavoro su  Mystic.

Dopo aver ottenuto fama internazionale come disegnatore di fanzine, nel 2000 ha iniziato a lavorare per la DC Comics . Ha rapidamente raggiunto la notorietà grazie alla sua serie Fallen Angel (creata in collaborazione con Peter David) e alla sua lunga gestione di 30 numeri di Catwoman .

Tra i suoi lavori per la Marvel Comics figurano Spider-Man , X-Men , Hawkeye & Mockingbird e  All New Wolverine , solo per citarne alcuni. Inoltre, il suo iconico character design nella serie Captain Marvel è servito da ispirazione per il film dei Marvel Studios del 2019.

Dopo il successo della sua graphic novel di cui detiene i diritti d’autore, Blackhand & Ironhead , David López sta ora lavorando alla sua nuova serie FML , realizzando al contempo copertine per titoli di grande successo, tra cui Star Wars e Spider-Gwen della Marvel.

David adora i giochi di ruolo ed è noto per essere un eccellente Dungeon Master. Inoltre, è orgoglioso di aver pubblicato alcuni degli Inktober e degli artbook a tema videoludico più popolari in circolazione.

Gestisce inoltre un canale YouTube (insieme all’artista di The Green Room David Lafuente) chiamato Streaming de Dibujantes*

*biografia tratta dal sito thegreenroomcomicart.com

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Robin e Batman: Jason Todd – Recensione

Robin e Batman: il nuovo dinamico Duo, è il nuovo fumetto DC pubblicato da Panini Comics di Jeff Lemire e Dustin Nguyen che analizza il rapporto tra Batman e il Robin di Jason Todd

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Il rapporto tra Bruce Wayne e Jason Todd non è mai stato semplice. La differenza caratteriale tra Dick Grayson, primo Robin e attuale Nightwing, e il secondo Ragazzo Meraviglia ha messo in difficoltà Batman più di una volta, trovando in Jason un “figlio” spericolato difficile da gestire.

La storia che riguarda Jason Todd è forse una delle sconfitte più cocenti e indelebili del Cavaliere Oscuro, culminata con la morte del ragazzo per mano del Joker sulle pagine di Batman #426-429, nella celebre Una Morte in Famiglia (1988) di Jim Starlin e Jim Aparo. Si tratta di uno degli episodi più violenti della storia del personaggio, che all’epoca chiudeva una parentesi drammatica dedicata al secondo e più ribelle tra i Robin.

Jason Todd è il protagonista del secondo volume di Robin & Batman, scritto da Jeff Lemire e disegnato da Dustin Nguyen, una coppia che nel corso degli anni ha sfornato veri e propri capolavori come Descender, Ascender e Little Monster.

Inoltre, i due autori sono veterani dell’Universo DC e hanno già realizzato il primo volume di Robin & Batman: la nascita del dinamico Duo dedicato a Dick Grayson, che analizzava i primi passi della spalla dell’Uomo Pipistrello proprio dal punto di vista del ragazzo.

Con Robin e Batman: Jason Todd – il nuovo dinamico Duo, Panini Comics ha raccolto in un unico volume questa nuova miniserie che riprende lo stesso leitmotiv del capitolo precedente: il rapporto tra Batman e Robin osservato attraverso gli occhi dell’aiutante dell’Uomo Pipistrello, in questo caso Jason.

Jason Todd: un pettirosso ribelle alla corte di Batman

Bruce Wayne ha scelto il nuovo Robin. Dopo che Dick Grayson ha abbandonato i panni del Ragazzo Meraviglia, un nuovo ragazzo è stato accolto da Bruce, che vede in lui il degno erede di Dick: il suo nome è Jason Todd.

Robin e Batman: Jason Todd entra subito nel vivo dell’azione. I due eroi stanno inseguendo alcuni criminali, una nuova minaccia per Gotham, e sin da subito l’Uomo Pipistrello comprende che Jason non è Dick. È più irruento, indisciplinato ma, soprattutto, violento e arrabbiato.

Questo non fa che aumentare i dubbi di Batman, che manifesta ad Alfred tutte le sue perplessità sulla scelta del ragazzo come aiutante e dell’oscurità che alberga dentro di lui.

Jason è un ragazzo complicato, alla ricerca di una guida che sia più affine al suo modo di agire e che sappia indicargli la giusta direzione. Ed è qui che entra in scena il giustiziere Wraith, un antieroe che elimina i problemi in modo definitivo e che finirà per complicare ulteriormente le cose. Jason rimarrà sulla retta via o sceglierà di seguire Wraith?

Un fumetto sul Robin più complicato e il suo rapporto con Batman

“Dick aveva i genitori.. bravi genitori. Sapeva com’era averli.

E anche io. Li abbiamo avuti entrambi, prima di diventare questo. Jason no.

Pensavo che saremmo potuti diventarlo per lui. Ma è solo — spezzato.”

Con questo dialogo Jeff Lemire racchiude tutti i dubbi e le difficoltà del complesso rapporto tra Bruce e Jason.

Lo scrittore canadese è un maestro nello sviscerare e raccontare i rapporti umani in tutte le loro sfaccettature. E se con Dick Grayson tutto era più semplice, proprio perché il ragazzo era caratterialmente più solare e riconosceva in Batman una figura quasi genitoriale, lo stesso non vale per Jason.

Jason è un orfano che porta impressa nella mente la morte della madre e che, da ex ladruncolo, ha cercato di arrangiarsi fino a quando ha conosciuto Bats. Non vede in Bruce un padre o un sostituto dei suoi genitori, ma una figura che lo intimorisce.

Dentro di sé cova una rabbia enorme, perché è un ragazzo a cui è stato portato via tutto. E cerca di sfogare questa ira contro i criminali che affronta insieme all’Uomo Pipistrello.

Lemire adotta un approccio quasi psicologico nell’analizzare il rapporto tra Robin e Batman. Anzi, la figura del Cavaliere Oscuro mostrata in questa miniserie è molto diversa da quella vista nel primo volume.

Quello era un Batman abituato a lavorare da solo, ruvido e rigido, che stava imparando a essere mentore e padre e che, in qualche modo, era stato aiutato da Dick lungo questo percorso.

Il Batman di questo volume è invece un eroe convinto di poter ripercorrere con Jason gli stessi passi compiuti con Dick, salvo rendersi conto che non è affatto così. Il ragazzo è profondamente diverso e ne Il nuovo dinamico Duo di Lemire e Nguyen emergono tutte le difficoltà di un uomo capace di salvare il mondo più volte, ma che si sente vulnerabile quando si tratta di salvare un ragazzo dal proprio destino.

A complicare ulteriormente la situazione, il “sadico” Lemire introduce un elemento di disturbo come Wraith, una sorta di giustiziere a metà strada tra il Punisher della Marvel e Grifter della WildStorm, che vede in Jason quella rabbia e quella determinazione che potrebbero essere utili per combattere il crimine estirpandolo alla radice.

Insomma, anche questa volta Lemire si dimostra all’altezza del compito, pur chiudendo la storia in maniera forse un po’ troppo frettolosa nel finale.

Il tratto pittorico di Nguyen è eleganza

Se il sodalizio tra Jeff Lemire e Dustin Nguyen è una garanzia di qualità, l’artista statunitense sembra dare il meglio di sé proprio quando lavora accanto all’autore canadese, soprattutto quando i protagonisti delle loro storie sono bambini o adolescenti.

La sensibilità artistica di Nguyen emerge anche in Robin e Batman: Jason Todd. Il suo stile riesce a completare visivamente la visione di Lemire sul rapporto tra Jason e Bruce. Come detto, Jason percepisce Batman come una figura che lo intimorisce e questo aspetto emerge chiaramente nelle tavole di Nguyen, dove negli scambi tra i due, il Cavaliere Oscuro viene visto attraverso gli occhi del ragazzo come una presenza più cupa. L’artista utilizza ampie zone d’ombra e rende Batman effettivamente spaventoso.

Ma anche le tavole dedicate al team-up tra i Robin, del presente e del passato, verso metà volume non sono da meno: splash page nelle quali Nguyen si diverte a rendere davvero “dinamico” il duo… di Robin in azione. Un artista eccezionale.

Perché leggere Robin e Batman: Jason Todd?

Robin e Batman: Jason Todd è il secondo tassello del lavoro di Jeff Lemire e Dustin Nguyen, un progetto che analizza nel dettaglio il rapporto tra il Cavaliere Oscuro e i suoi aiutanti dal punto di vista di questi ultimi.

Un’operazione interessante che ci aveva regalato un ottimo primo capitolo e che si conferma, almeno in parte, anche in questo secondo volume.

Sia chiaro: siamo davanti a due autori incredibili che difficilmente deludono il lettore quando lavorano insieme. Tuttavia, questa storia avrebbe probabilmente beneficiato di qualche pagina in più, poiché la conclusione appare eccessivamente rapida.

Il volume si legge con grande scorrevolezza (forse un po’ troppo velocemente), ma merita anche una seconda lettura per apprezzare appieno il notevole lavoro di Nguyen.

Se questo progetto avrà nuovi seguiti, anche perché all’appello mancano ancora Tim Drake, Stephanie Brown e Damian Wayne, spero vivamente che al timone resti il team creativo composto da Jeff Lemire e Dustin Nguyen: il vero dinamico Duo quando si tratta di creare fumetti.


VOTO POPCORNERD: 7/10

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Il fumetto Marvel che introdusse i Mandaloriani nell’universo di Star Wars

A introdurre i Mandaloriani nell’universo di Star Wars non furono nè i film nè le serie TV bensì un vecchio fumetto Marvel. E il primo mandaloriano non fu Boba Fett come molti credono…

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Oggi è impossibile immaginare The Mandalorian senza pensare immediatamente all’enorme impatto che i Mandaloriani hanno avuto sull’universo di Star Wars negli ultimi anni.

Da Din Djarin e Grogu (anche se ancora apprendista di Mando), passando per Bo-Katan, Sabine Wren e naturalmente Boba Fett, il popolo di Mandalore è diventato uno degli elementi più amati dell’intera saga tanto da far arrivare in questi giorni il mandaloriano interpretato da Pedro Pascal al cinema nel lungometraggio The Mandalorian & Grogu (qui la nostra recensione!)

Eppure le origini dei Mandaloriani all’interno del franchise sono molto più particolari di quanto molti fan immaginino.

Prima di Star Wars: Episode II – L’attacco dei Cloni, prima di Star Wars: The Clone Wars e molto prima della serie Disney+, Mandalore venne nominato per la prima volta in un vecchio fumetto Marvel del 1983: Star Wars #68 di David Michelinie, Gene Day e Tom Palmer.

Un albo che oggi appare quasi come un reperto archeologico della galassia lontana lontana.

Il primo Mandaloriano della storia di Star Wars non è Boba Fett

La cosa più curiosa di Star Wars #68 è che la copertina sembrava promettere una classica avventura con protagonista Boba Fett, il mandaloriano più famoso del franchise prima dell’arrivo di Din Djarin, ma i lettori scoprirono rapidamente che non era lui il vero centro della storia.

Nel fumetto, Leia Organa e C-3PO arrivano su Mandalore mentre sono alla disperata ricerca di Han Solo dopo gli eventi di Star Wars: Episode V – L’Impero colpisce ancora.

Sul pianeta si imbattono in un gruppo di schiavisti che viene improvvisamente attaccato da guerrieri mandaloriani guidati da un uomo che Leia inizialmente scambia proprio per Boba Fett.

In realtà si tratta di Fenn Shysa, personaggio oggi quasi dimenticato ma importantissimo nella storia editoriale di Star Wars, perché è infatti lui il primo vero Mandaloriano mai introdotto ufficialmente nel franchise. E con lui arriva anche la prima menzione assoluta di Mandalore.

Le Guerre dei Cloni: completamente diverse nei fumetti

La parte più affascinante di questo fumetto riguarda però il modo in cui descrive le Guerre dei Cloni.

Bisogna ricordare che nel 1983 la mitologia di Star Wars era ancora lontanissima dall’essere definita. La Trilogia Prequel non esisteva ancora, George Lucas non aveva rivelato praticamente nulla del passato di Anakin Skywalker e le Clone Wars erano poco più di un misterioso riferimento citato da Obi-Wan in Star Wars: Episode IV – Una nuova speranza.

Per questo motivo lo sceneggiatore David Michelinie si prese enormi libertà narrative.

Nel fumetto, Fenn Shysa racconta infatti che Mandalore fu costretta a combattere per l’Impero durante le Guerre dei Cloni e sostiene addirittura di aver incontrato Leia anni prima durante un briefing militare. Un dettaglio totalmente impossibile secondo la timeline ufficiale.

Leia, ovviamente, non era nemmeno nata durante le Guerre dei Cloni.

Queste incongruenze trasformano oggi Star Wars #68 in una specie di universo parallelo proto-Star Wars, realizzato in un periodo in cui nessuno sapeva davvero quale direzione avrebbe preso il franchise.

Il retcon che cercò di sistemare tutto

Con il passare degli anni, Lucasfilm provò ovviamente a sistemare questi problemi di continuità.

Un articolo pubblicato su Star Wars Insider intitolato “The History of the Mandalorians” tentò di spiegare le contraddizioni affermando che Fenn Shysa avesse semplicemente confuso Leia con Padmé Amidala.

Una soluzione abbastanza traballante, ma perfettamente in linea con il vecchio universo espanso di Star Wars, pieno di retcon creati per collegare materiale pubblicato in epoche completamente diverse.

Anche il riferimento all’“Impero” durante le Guerre dei Cloni venne reinterpretato suggerendo che i Mandaloriani stessero in realtà combattendo per Darth Sidious dietro le quinte.

Insomma: una gigantesca toppa narrativa, ma anche questo fa parte del fascino dei vecchi fumetti Marvel di Star Wars.

Un fumetto nato mentre la trilogia originale era ancora al cinema

La cosa incredibile della prima serie Marvel di Star Wars è che veniva pubblicata mentre i film uscivano ancora nelle sale.

Star Wars #68 uscì addirittura prima di Star Wars: Episode VI – Il ritorno dello Jedi, in un periodo in cui il destino di Han Solo era ancora un mistero per i fan.

Per questo molti albi di quell’epoca raccontavano le avventure dei protagonisti tra un film e l’altro, riempiendo i vuoti narrativi lasciati dalla trilogia cinematografica.

In questo caso vediamo Leia, Luke, Lando e Chewbacca dividersi per cercare Han dopo la sua cattura da parte di Jabba The Hutt. Ed è proprio questa ricerca a portare Leia su Mandalore per la prima volta nella storia del franchise.

Fenn Shysa è stato dimenticato, ma ha cambiato Star Wars per sempre

Oggi il nome di Fenn Shysa dice pochissimo alla maggior parte del pubblico. Eppure senza questo personaggio probabilmente non avremmo mai avuto tutto ciò che oggi associamo ai Mandaloriani.

Quando quel fumetto uscì nel 1983, nessuno poteva immaginare che Mandalore sarebbe diventata una parte così importante dell’universo di Star Wars. Nessuno poteva prevedere The Mandalorian, nessuno poteva immaginare Din Djarin, Grogu o le Guerre dei Cloni raccontate da Dave Filoni.

Eppure tutto è iniziato proprio lì: in un vecchio fumetto Marvel pieno di contraddizioni, idee strane e continuity confusionaria.

Un albo apparentemente dimenticato che, senza volerlo, ha contribuito a costruire uno degli elementi più iconici dell’intera saga di Star Wars.

*Fonte del presente articolo: CBR.com

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Comics Legends: intervista a Mark Waid, scrittore ‘world’s finest’ di DC e Marvel

Intervista a Mark Waid, prolifico scrittore di comics che su Comics Legends racconta gli ultimi suoi lavori tra cui Superman/Spider-Man e il suo lavoro più ambizioso di sempre: The New History of the DC Universe

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Ci sono scrittori che inseguono per una vita il sogno di raccontare le storie degli eroi di Marvel e DC Comics. C’è, poi chi, una volta arrivato, continua a sognare di scrivere un giorno le serie con protagonisti eroi iconici come Superman, Spider-Man, Batman, Daredevil.

E poi c’è una ristretta categoria a parte di autori, fatta di fuoriclasse dello storytelling, tra cui rientra Mark Waid.

Lo scrittore statunitense non solo ha lavorato per la Casa delle Idee e, attualmente, è uno dei pilastri della DC Comics, ma ha davvero (davvero!) scritto le avventure di ogni eroe blasonato delle Big Two. Senza sbagliare un colpo.

Il leggendario ciclo sul Flash di Wally West, Kingdom Come, il Capitan America pre e post Heroes Reborn, il Daredevil con Chris Samnee, Paolo Rivera e Marcos Martin, la sua incredibile run sulla Justice League di fine anni ’90, e così via.

Sono talmente tante le pagine scritte da Mark che se ne perde il conto. Così come si perde il conto di quante belle storie sta sfornando da qualche anno a questa parte per DC Comics, soprattutto quando si tratta di narrare le epopee di Cavalieri Oscuri e Uomini d’Acciaio.

Mark Waid è uno stakanovista dei comics e la grossa qualità che gli viene riconosciuta è l’importante conoscenza degli eroi e degli universi che contribuisce a rendere sempre più… fantastici.

DC ultimamente gli ha consegnato, le chiavi di Action Comics,Justice League Unlimited e Batman/Superman: World’s Finest, ma gli ha dato anche il compito di scrivere il più grande crossover degli ultimi 50 anni: Superman/Spider-Man.

E non affidi una storia così, se di fronte non hai una vera e propria Leggenda dei Comics.

Preparatevi a un’intervista epocale (con qualche anticipazione importante sul futuro) da parte di Mark Waid: un world’s finest tra gli scrittori di comics.


Mark Waid: lo scrittore dei due universi tra Superman/Spider-Man, Action Comics, The New History of the DC Universe e…

Grazie mille, Mark, per essere ospite di PopCorNerd. È un grande onore e privilegio per la nostra pagina ospitare uno scrittore internazionale di comics, così importante come te.

Iniziamo con il tuo recente lavoro su Action Comics. Superman è uno dei personaggi DC a cui sei più legato dal punto di vista creativo, e uno di quelli di cui hai raccontato più storie nel corso degli anni. Eppure, sembra che tu abbia ancora molto da dire sull’Uomo d’Acciaio, soprattutto per quanto riguarda il suo passato.

Con Action Comics #1087 hai iniziato a raccontare una “storia mai narrata” di Superboy e del primo periodo in cui Clark Kent decide di rivelarsi pubblicamente al mondo. Cosa ti ha spinto a esplorare un altro capitolo della giovinezza di Clark? E cosa ti affascina di più di quel periodo specifico e della figura di Superboy?

Mark Waid – Se Clark assume il ruolo di Superman da adulto, non c’è molto spazio perché impari qualcosa: un Superman adulto non ha il lusso di poter commettere grandi errori da cui trarre insegnamento. Come Superboy quindicenne, praticamente confinato a Smallville, c’è invece l’opportunità di vederlo davvero imparare cosa significhi diventare un eroe, perché può sbagliare come farebbe qualsiasi adolescente.

Inoltre, questo ci dà la possibilità di mostrare, anziché semplicemente raccontare, quanto Ma e Pa Kent abbiano saputo insegnare a Clark i suoi valori, e in che modo lo abbiano fatto.

L’attuale run di Action Comics può essere vista come una sorta di espansione o evoluzione della tua opera classica, Superman: Birthright, questa volta pienamente sviluppata e inserita nella continuity canonica DC?

Mark Waid – Al 100%.

Spostandoci da Metropolis a Gotham City, Batman & Robin: Year One è già considerato una sorta di cult moderno e ti vede ancora una volta esplorare le origini del rapporto tra Bruce Wayne e Dick Grayson. La serie di dodici numeri, realizzata insieme a Chris Samnee, possiede un’identità visiva che richiama fortemente la Golden Age e che si sposa perfettamente con il tono della storia.

Quanto è stata importante la collaborazione con Chris Samnee nello sviluppo, nella crescita e nell’identità finale di questo progetto, soprattutto considerando i vostri precedenti lavori insieme su Daredevil e Captain America alla Marvel?

Mark Waid – Non avrei potuto (e probabilmente nemmeno voluto) farlo senza Chris, che è il vero cuore pulsante di quel fumetto e del suo prossimo sequel, DYNAMIC DUOS. (Sì, torneremo per un’altra run di 12 numeri!) [La nuova maxi-serie è stata annunciata il 20 maggio sui social da Samnee n.d.r.]

È il progetto dei suoi sogni, ed è profondamente legato alla sua visione di come questi personaggi debbano apparire e del punto della loro carriera in cui si svolgono le avventure. Lui è un treno ad alta velocità e io sto semplicemente cercando di restare aggrappato.

Batman & Robin: Year One… pronti al suo sequel Dynamic Duos?

Parliamo di uno dei tuoi progetti più attesi del 2026, sbarcato finalmente anche in Italia: il crossover che riunisce due icone assolute del fumetto americano dopo cinquant’anni: Superman e Spider-Man. Hai scritto l’albo speciale per DC Comics, con i disegni di Jorge Jiménez.

Sono entrambi eroi amatissimi, entrambi vestono di rosso e blu e condividono un fortissimo senso di responsabilità. È stato difficile trovare il giusto equilibrio narrativo tra i due? Puoi raccontarci qualche retroscena sulla realizzazione di questo albo evento, attesissimo dai fan di entrambe le case editrici?

Mark Waid – Per me non è stato difficile affatto: adoro entrambi i personaggi e penso di essere piuttosto bravo a catturare le loro voci in modo naturale e spontaneo. La vera difficoltà è stata cercare di far stare tutto in appena 24 pagine! Dietro le quinte, vorrei avere storie più interessanti da raccontare, ma in realtà non ce ne sono molte: avendo una lunga esperienza nella scrittura di entrambi i personaggi, sia Marvel che DC mi hanno praticamente lasciato totale libertà, con pochissime note o restrizioni, cosa di cui sono molto grato.

Con The New History of the DC Universe ti sei trovato a raccontare l’intera storia dell’universo DC, dalle origini fino al presente, in poco più di 120 pagine distribuite in quattro numeri. Un’impresa che era già stata affrontata nel 1986 da due giganti del fumetto come Marv Wolfman e George Pérez.

Oltre ai circa quarant’anni di nuove storie che dovevano essere incluse, cosa vuole aggiungere questa nuova versione rispetto all’opera originale di Wolfman e Pérez? Lo spirito del progetto è rimasto lo stesso o si è evoluto nel tempo?

Mark Waid – Lo spirito è rimasto lo stesso, ma il fumetto è stato, su mia richiesta, molto più dettagliato fin dall’inizio. Amo ciò che Marv e George fecero, ma la loro era una visione molto più ampia e generale dell’universo DC, più sommaria e senza l’ulteriore peso di dover rendere conto di altri quarant’anni di crossover, reboot e storie che hanno stravolto la continuity.

Se dovevo fare questa cosa, volevo farla nel modo giusto ed entrare davvero nei particolari, ed è per questo che abbiamo realizzato le Appendici. In realtà, ho iniziato proprio da quelle, per poi estrarre i momenti più importanti da utilizzare nella sezione illustrata: questo mi ha aiutato a essere sicuro di non trascurare accidentalmente qualcosa o qualcuno. Naturalmente, questo ha significato anche un enorme lavoro di taglio e revisione: la prima bozza della prima Appendice era, incredibilmente, lunga circa 40 pagine dattiloscritte a spazio singolo!

Mark Waid ri-scrive la storia dell’Universo DC

 

Qual è stata la sfida più grande nel creare un’opera che attraversa più di ottant’anni di storia editoriale DC? Immagino sia stato un processo estremamente complesso e intenso, fatto di enormi ricerche, approfondimenti e di una profonda conoscenza personale del materiale. The New History of the DC Universe è il progetto più ambizioso e impegnativo che tu abbia mai affrontato per DC Comics?

Mark Waid – Assolutamente sì. Ma è stato anche un enorme lavoro d’amore, il genere di cosa che probabilmente avrei voluto fare anche da semplice fan di lunga data. Le parti più complicate sono state scegliere quali personaggi ed eventi mettere in evidenza, soprattutto nell’ultimo numero, dove c’era davvero tantissimo da coprire. Inoltre, con l’aiuto dei miei editor, ho dovuto fare alcune scelte interessanti per cercare di ricucire il più possibile la continuity.

Per esempio, questo ha significato aggiungere informazioni mai menzionate prima: sebbene l’origine più recente della Justice League dei tempi dei New 52 sia ora quella “ufficiale”, Cyborg era rimasto così gravemente ferito durante quell’avventura da essere fuori gioco fino alla nascita dei New Teen Titans. In questo modo poteva far parte di entrambe le squadre.

Un altro esempio riguarda Supergirl: volevamo riconoscere la sua morte in Crisis on Infinite Earths, ma allo stesso tempo spiegare il fatto che oggi sia di nuovo viva. Così abbiamo preso solo alcune parti della origin story di Supergirl di Jeph Loeb, quella in cui veniva reintrodotta come se non fosse mai esistita prima.

In quella storia Darkseid aveva un ruolo importante, quindi abbiamo unito le due continuity dicendo che fosse stato Darkseid a resuscitarla.

Non è la prima volta che lavori a un progetto “enciclopedico” di questo tipo: qualche anno fa hai raccontato l’evoluzione dell’universo Marvel in The History of the Marvel Universe. Il tuo metodo e il tuo approccio generale furono simili anche in quel caso, oppure The New History of the DC Universe ha richiesto una mentalità e una struttura differenti?

Mark Waid – Per quanto riguarda la “voce” che ho adottato come narratore onnisciente, l’approccio è stato molto simile. Ma nel progetto Marvel l’editor Tom Brevoort aveva già un team di ricerca che poteva fornirmi una traccia molto essenziale degli eventi da coprire. Restava comunque compito mio capire quando e come introdurre i vari personaggi e come spiegare quegli eventi. C’è però una grande differenza tra i due progetti: con la storia DC ho lavorato duramente per inserire in ogni numero informazioni completamente nuove, piccoli “easter egg” che potessero interessare anche i fan più accaniti.

Cover di The History of the Marvel Universe #1

Spostiamoci per un momento in casa Marvel. Negli anni precedenti al 2011, quando hai preso in mano la serie, Daredevil era stato scritto da autori come Brian Michael Bendis ed Ed Brubaker che, diciamolo chiaramente, avevano puntato moltissimo su un tono estremamente cupo per il Diavolo Custode. Poi sei arrivato tu e, insieme a Chris Samnee, siete riusciti a riportare Matt Murdock in una dimensione più “leggera”, mantenendo comunque un livello narrativo altissimo e tenendo i lettori completamente coinvolti (me compreso).

Come ci siete riusciti? Qual è stato il tuo approccio creativo quando hai iniziato a scrivere Daredevil, e quale linea guida ha sostenuto la tua run per quattro anni? P.S.: Dai, quel maglione natalizio con scritto “I’m not Daredevil” è leggendario! [Domanda di Rossano D’Angelo n.d.r.]

Mark Waid – Vorrei prendermi il merito del maglione, ma quella era una battuta dell’editor Steve Wacker. (Così come la frase “Guarda mamma! È Batman rosso!”, che ci fecero togliere dalle edizioni raccolte.)

Quando Steve mi contattò, lavoravamo insieme da abbastanza tempo alla DC perché lui conoscesse i miei punti di forza. Sapeva anche che la Marvel era interessata, almeno per un periodo, a riportare Daredevil alle sue radici da supereroe e a renderlo meno un fumetto crime noir. Era perfetto per me: adoravo gli elementi noir e l’oscurità della serie, ma non sono il tipo di autore che riesce a scrivere bene quel genere di cose. Inoltre, mi sembrava che praticamente tutti quelli che avevano scritto Daredevil a lungo dopo che Frank Miller aveva reinventato il personaggio stessero seguendo le sue orme, e questo non mi interessava. Mi sembrava un limite: nel migliore dei casi sarei stato semplicemente “non bravo quanto Frank”.

Mi irrita ancora un po’ quando alcuni lettori definiscono la nostra versione “sciocca” o “cartoonesca”. Era comunque una serie molto oscura, accidenti. Basta rileggerla. Foggy ha il cancro. Il corpo del padre di Matt viene rubato. Daredevil trova una stanza piena di teste mozzate. E così via. A Matt succedevano le stesse cose orribili di prima: l’unica differenza era nel modo in cui sceglieva di affrontarle.

Il principio guida, il tema portante di tutta la run, è sempre stato la depressione. Non ho un ego così grande da voler trasformare personaggi consolidati in versioni di me stesso, quindi cerco sempre di non inserire troppo di me nelle storie. Però, essendo una persona che convive con una forte depressione da tutta la vita, per me era evidente che, se fossi stato un medico, quella sarebbe stata la diagnosi di Matt Murdock. Così, soprattutto nella seconda metà della run, quell’aspetto è emerso in primo piano e ho attinto molto dalle mie esperienze personali: mi ha aiutato a comprendere Daredevil in un modo che non avevo mai considerato prima.

Scrivi supereroi DC e Marvel da molti anni. Col tempo una persona cresce, matura, cambia prospettive e impara dalle proprie esperienze, e credo che tutto questo finisca inevitabilmente nel proprio lavoro creativo. Pensi che il tuo approccio nello scrivere personaggi come Superman, Batman e Capitan America, così come il tuo modo di affrontare nuove storie che li coinvolgono, sia cambiato nel corso degli anni e delle diverse fasi della tua vita?

Mark Waid – Non so davvero se sia cambiato. Alla fine tutto si riduce al rapporto molto speciale e unico che ho con questi personaggi: penso a loro e fanno parte della mia vita da quando avevo quattro anni. Mi sembra di conoscerli meglio della mia stessa famiglia o dei miei amici più stretti, e anche se la mia vita ha attraversato fasi molto diverse, alla fine scrivere fumetti è una gioia così costante per me che quelle fasi non emergono davvero, o almeno non emergevano.

Per essere brutalmente onesto, ultimamente sto facendo un po’ fatica a scrivere supereroi. Ho sempre creduto che il bene fosse più forte della forza stessa e che i valori e l’etica di questi personaggi fossero qualcosa a cui aspirare, ma dal 2016 ampie fasce dei miei concittadini americani hanno dimostrato ripetutamente di considerare quei valori stupidi e deboli. Siamo diventati una nazione di bulli, in cui i cattivi hanno, almeno per ora, vinto.

Sapere questo rende difficile, a volte, alzarsi la mattina e trovare l’ottimismo necessario per scrivere supereroi. Ma continuo a resistere finché posso, sperando che questo Paese riesca in qualche modo a ritrovare la propria strada.

Ultima domanda: dopo Superman/Spider-Man, puoi darci qualche indizio su dove ti vedremo prossimamente?

Mark WaidBatman & Robin: Year One Dynamic Duos! E oltre a quello, per il momento resto concentrato su Justice League Unlimited, Action Comics e World’s Finest. Lavoro senza sosta da quasi due anni e, anche se ci sono altri progetti che non vedo l’ora di affrontare, in questo momento voglio solo rilassarmi un po’.

Grazie mille, Mark, per il tuo tempo e per aver risposto alle nostre domande con le tue incredibili risposte!


Mark Waid: Biografia

Mark Waid è un autore bestseller del New York Times, le cui opere sono state tradotte in innumerevoli lingue in tutto il mondo. Nel corso dei suoi quasi quarant’anni di carriera nel settore dei fumetti, Mark ha creato personaggi e storie per Batman, Superman, Spider-Man, gli Avengers, gli X-Men, Iron Man, Wonder Woman, Daredevil e praticamente ogni altro franchise di successo su tutte le piattaforme mediatiche.

Kingdom Come, da lui creato per la DC Comics, è diventato uno dei graphic novel più venduti della storia. Molte delle trame e dei personaggi che ha scritto e creato durante i suoi otto anni di lavoro sui fumetti di The Flash sono presenti ogni settimana nell’omonima serie televisiva di successo. Ha scritto e curato oltre 2.000 titoli a fumetti e ha ricevuto tutti i principali premi del settore.

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