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Interviste

Intervista doppia a Stephanie Phillips e Lee Garbett

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In questa intervista esclusiva incontriamo Stephanie Phillips e Lee Garbett, il nuovo team creativo di Daredevil, in arrivo da Aprile 2026. I due autori raccontano la loro visione del personaggio, ispirata al Daredevil più noir e urbano, tra crime story, introspezione e atmosfere cupe. Si parla del ritorno alla dimensione legale di Matt Murdock, delle scelte artistiche dietro la serie e dell’approccio condiviso con cui Phillips e Garbett stanno costruendo questa nuova fase del Diavolo di Hell’s Kitchen.

 

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Comics

Intervista a Stephanie Phillips e Lee Garbett, i nuovi autori di Daredevil

Scopri l’intervista a Stephanie Phillips e Lee Garbett, che guideranno la nuova run di Daredevil da Aprile 2026.

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Pochi personaggi Marvel godono dell’affetto e della devozione che circondano Daredevil, un’icona capace di conquistare sia i lettori storici del fumetto sia il pubblico televisivo, grazie all’apprezzatissima serie prima targata Netflix e ora disponibile su Disney+.

Nel corso dei decenni, il Diavolo di Hell’s Kitchen ha attirato alcuni dei nomi più influenti dell’industria: da Frank Miller e John Romita Jr., autori del classico The Man Without Fear, fino alla celebre run di Brian Michael Bendis e Alex Maleev, ancora oggi considerata una delle interpretazioni definitive del personaggio.

Più di recente, abbiamo salutato la lunga e acclamata gestione di Chip Zdarsky e Marco Checchetto, un ciclo narrativo intenso e apprezzato che ha lasciato un segno importante nella mitologia di Matt Murdock. Un’eredità che ha purtroppo reso ancora più evidente il calo qualitativo avvertito nella successiva run di Saladin Ahmed e Aaron Kuder, un passaggio che molti lettori – me compreso – hanno trovato meno ispirato rispetto agli standard a cui eravamo stati abituati.

Eppure, proprio quando la fiamma della speranza sembrava iniziare ad affievolirsi, è arrivata una notizia capace di riaccenderla con forza: Stephanie Phillips e Lee Garbett saranno gli autori della nuova era di Daredevil, con un rilancio previsto per Aprile 2026. Una coppia creativa fresca, ambiziosa e già amatissima dai lettori, pronta a riportare Matt Murdock al centro dell’attenzione con una visione tutta nuova.

La visione di Stephanie Phillips per il nuovo Daredevil

Per Stephanie Phillips, Daredevil: Born Again di Frank Miller e David Mazzucchelli non è solo un riferimento obbligato, ma il fumetto che l’ha fatta innamorare del medium: ancora oggi lo considera il suo comic preferito in assoluto. Non sorprende quindi che la sua visione per Daredevil affondi le radici proprio lì, insieme alle influenze della run noir-crime di Brian Michael Bendis e Alex Maleev. Phillips rivendica un ritorno a un Daredevil profondamente urbano, cupo, immerso in atmosfere da crime story, un terreno che sente particolarmente suo, essendo il genere con cui ha esordito nei comics. Scrivere Matt Murdock e Foggy Nelson è per lei un onore che non prende alla leggera, pur vivendo il progetto più come un privilegio che come un peso.

Dal punto di vista narrativo, la nuova serie riporta al centro la dimensione legale del personaggio: Matt Murdock non torna semplicemente a fare l’avvocato, ma diventa professore di legge. Una scelta chiave per Phillips, che le permette di esplorare il personaggio in un contesto inedito, circondato da studenti, colleghi e nuove dinamiche umane, mantenendo viva la sua identità professionale senza forzature. Il tono resta decisamente dark, ma con quella “luce nel buio” che caratterizza tutta la sua scrittura: un equilibrio tra dramma, fragilità emotiva e momenti di sottile umanità, già evidente nei suoi lavori su personaggi come Harley Quinn o She-Hulk.

Stephanie Phillips al Thought Bubble 2025

Stephanie Phillips al Thought Bubble 2025

Sul fronte visivo, Phillips ha voluto fortemente Lee Garbett come disegnatore della serie, imponendo di fatto il suo coinvolgimento fin dal primo contatto con Marvel. Insieme, i due spingono Daredevil verso un immaginario noir contaminato da elementi horror, incarnati soprattutto dal nuovo villain Omen: una presenza inquietante, che agisce nell’ombra e promette di lasciare il segno. Senza entrare in territori spoiler, Phillips anticipa anche il ritorno di villain storici legati all’era Miller e conferma che la serie ha una direzione chiara e un finale pensato fin dall’inizio. Un approccio che punta a costruire una run solida, coerente e profondamente rispettosa della storia del Diavolo di Hell’s Kitchen.

Il nuovo Daredevil secondo Lee Garbett

Lee Garbett affronta Daredevil come un progetto nato fin dall’inizio in stretta sinergia con Stephanie Phillips: i due entrano sulla serie come una vera e propria coppia creativa, con una visione condivisa e chiara già dall’inizio. Questo approccio, sottolinea Garbett, fa una grande differenza rispetto a subentrare su una testata già avviata: sapere dove la storia sta andando e costruirla fin dall’inizio permette un controllo più profondo sul tono, sul ritmo e sull’identità visiva del fumetto. Il riferimento dichiarato è il Daredevil più noir e urbano, quello che affonda le radici nelle run di Frank Miller, John Romita Jr. e Al Williamson, un immaginario che Garbett sente particolarmente vicino alla sua formazione.

Lee Garbett al Thought Bubble 2025

Lee Garbett al Thought Bubble 2025

Dal punto di vista grafico, l’obiettivo è dare alla serie un aspetto fisico, ruvido, quasi “tangibile”. Garbett sta utilizzando zip tone applicati manualmente e soluzioni grafiche che restituiscano un senso di matericità e imperfezione, in linea con l’anima sporca e notturna del personaggio. Più delle scene d’azione, però, ciò che gli interessa davvero è la recitazione dei personaggi: gli sguardi, i silenzi, i momenti quotidiani. Non a caso, racconta di divertirsi tanto a disegnare Matt Murdock quanto Daredevil, lavorando molto sul suo carisma e sulla sua presenza scenica nella nuova veste di professore universitario, fino a curarne anche il look – come la giacca in velluto a coste con toppe ai gomiti – per rafforzarne l’identità.

Sul fronte narrativo-visivo, Garbett anticipa un Daredevil “puro” nello spirito, anche quando la serie introduce elementi nuovi. Il nuovo villain, Omen, sarà una presenza disturbante, capace di interferire con le abilità di Matt in modi inediti, e il suo design – che emergerà gradualmente, anche attraverso dettagli come i corner box delle cover – promette suggestioni inquietanti e quasi horror. Anche nelle scene apparentemente più anonime, come un vagone della metropolitana, Garbett sottolinea come la scrittura di Phillips riesca a trasmettere immediatamente l’essenza di Daredevil: una storia che può rinnovarsi, ma che resta profondamente ancorata al cuore noir e umano del personaggio.

La prima issue sarà disponibile sugli scaffali delle fumetterie americane il 1 Aprile 2026.

Intervista a Stephanie Phillips e Lee Garbett sul canale YouTube di popcornerd.it

L’intervista doppia in versione integrale è disponibile sul nostro canale YouTube, popcornerdtv.

 

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Interviste

Intervista a David Messina: tra Spider-Man, visione artistica e passione per il fumetto

L’intervista di popcornerd.it a David Messina, co-autore di Ultimate Spider-Man di Hickman con Marco Checchetto

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Durante lo scorso Lucca Comics & Games 2025 abbiamo incontrato l’autore David Messina e abbiamo fatto due chiacchiere, parlando del suo percorso da artista di fama internazionale e delle sue passioni al di fuori del mondo dei comics.

Anche se in leggero ritardo, eccoci qui con la nostra intervista a David Messina!

* * *

Rossano D’Angelo: David, mi piace iniziare così, anche se non l’ho preparata questa: fai finta che i nostri lettori non conoscano il tuo nome e non sappiano chi sei. Presentati.

David Messina: Mi chiamo David Messina e sono un disegnatore di fumetti che lavora per il mercato americano ormai da vent’anni. Sono anche un insegnante: ho lavorato per 23 anni nella Scuola Internazionale di Comics e di recente ho aperto una scuola con altri soci chiamata la Kubo Academy, dove mi occupo della direzione artistica.

David Messina

David Messina

L’inizio della carriera negli Stati Uniti

Sei uno dei pochi autori italiani ad essersi costruito una carriera stabile nel mercato americano. Come è iniziato il tuo percorso oltreoceano e quali sono state le prime sfide?

Iniziai in modo particolare: esordii come colorista per la Devil’s Due, colorando Voltron e G.I. Joe. Il mio scopo era disegnare, ma l’editore mi vedeva esclusivamente come colorista e non voleva spostarmi di ruolo. La svolta arrivò da una situazione sfortunata: conobbi Jim Lee che mi propose un rilancio dei Gen13. Lavorai due mesi al progetto con Scott Dunbier (in seguito mio editor su Star Trek Countdown e Rocketeer in IDW), ma alla fine non partì per motivi organizzativi. Jim Lee, però, mi propose alla sceneggiatrice Alex De Campi. Dopo un altro progetto saltato con Les Humanoïdes Associés, lei mi segnalò alla IDW Publishing, che cercava un disegnatore per la serie di Angel. Volevano qualcuno fuori dall’America per alzare il livello qualitativo degli spin-off televisivi, visti fino ad allora dagli artisti americani come prodotti di “serie C”, trattandoli come grandi serie alla pari di X-Men o Batman. Da lì è iniziato tutto, passando poi a Star Trek.

Influenze dall’animazione e dal design

Prima di parlare di fumetti.. So che hai lavorato nel mondo dell’animazione e del design. Come ti ha formato questa esperienza?

Mi hanno insegnato a cercare ispirazione fuori dal fumetto. Guardo molto al design giapponese pubblicitario e, nel periodo di Angel e Star Trek, studiavo la cartellonistica sovietica. L’animazione, invece, mi ha dato il metodo: in uno studio devi coordinare molte figure (concept artist, storyboarder, animatori), e questo rigore organizzativo lo porto ancora oggi nei miei progetti. Inoltre, porto con me lo storyboarding: cerco sempre tagli cinematografici nelle mie tavole, influenzato dal lavoro di Bryan Hitch.

Il Rapporto con i Fan: Star Trek vs Star Wars

Hai lavorato su franchise con fanbase molto “calde”, come ad esempio Star Trek. Com’è stato il rapporto con i fan?

La fanbase di Star Trek è tostissima perché per loro è una filosofia di vita. Sono tutti “geek” e alle fiere mi facevano domande tecniche incredibili, tipo la dimensione dei retro-motori dell’Enterprise. [ride] Tuttavia, mi hanno accolto come in una famiglia: in fiera mi portavano regali, cioccolata e peluche personalizzati dei personaggi che disegnavo. Con i fan di Star Wars è stato più facile perché, essendo io un fan, parliamo la stessa lingua.

Star Trek, cover disegnata da Messina

Star Trek, cover disegnata da Messina

Da universi consolidati al creator-owned: 3Keys pubblicato da Image Comics

Com’è passare da progetti con regole e mondi ben definiti, a universi propri come 3Keys?

È come passare dai giocattoli meravigliosi di un amico ai miei costruiti da zero. Ho molta libertà, ma anche grande responsabilità: se la storia non funziona, la colpa è tutta mia. Con personaggi già amati, come Han Solo e Chewbacca, il pubblico segue comunque; con i miei personaggi devo convincere i lettori a interessarsi e capire perché li amo.

Per restare critico e obiettivo, ho chiesto aiuto a sceneggiatori come Manfredi Toraldo e Diego Cajelli: il primo numero di 3Keys è stato ridisegnato un paio di volte. È un approccio completamente diverso, più complesso ma molto stimolante.

Qual è stata l’idea alla base di 3Keys?

L’idea nacque mentre lavoravo a Yamazaki 18 Years: sentivo il desiderio di scrivere qualcosa di mio. Volevo partire da qualcosa di leggero, ispirandomi a Calvin & Hobbes, ma mescolando elementi cupi e fantastici come Lovecraft e i kaiju. Ho voluto giocare con i miei “giocattoli preferiti”: animali antropomorfi e mostri inquietanti.

Ho coinvolto anche dei bambini per le scene finali e un’amica insegnante come personaggio, per trasmettere l’idea che i sogni siano una terra comune in cui possiamo ancora giocare insieme. In sostanza, ho unito la leggerezza di Watterson con il fascino oscuro di Lovecraft per creare il mio mondo.

Le influenze su Spider-Man

Parlando ora di Spider-Man.. Quali storie o autori ti hanno ispirato da lettore?

Ho iniziato con La notte in cui morì Gwen Stacy, comprando i primi due albi a dieci anni. Mi ha colpito l’umanità di Peter Parker che agisce nonostante sappia di sbagliare. Ho amato anche la run di Straczynski con John Romita Jr., per il Peter Parker umano e in difficoltà, e Spider-Man: Nel regno dei morti di Mark Millar e Terry Dodson.

Off-topic ma devo chiedertelo.. Che ne pensi di Kick-Ass di Millar? L’ho letto di recente e mi ha sorpreso.

L’ho amato. Mostra supereroi disadattati e le conseguenze delle loro scelte senza compromessi. Il film non ha avuto lo stesso coraggio del fumetto, che gioca sul simbolismo e la realtà dei personaggi. Ho trovato geniale la costruzione dei protagonisti e il modo in cui Millar racconta le loro follie.

Kick Ass di Millar e JRJR

Kick Ass e Hit-Girl, a cura di Millar e JRJR

L’esperienza su Ultimate Spider-Man con Hickman e Checchetto

Com’è stato disegnare un Peter Parker adulto?

È stato emozionante. Sono cresciuto leggendo Peter al liceo, con Ditko, Romita Sr., Len Wein e Roy Thomas. Disegnarlo adulto, consapevole e con la barba, è stato un dialogo con il personaggio della mia infanzia.

Ultimate Spider-Man e Peter Parker disegnati da David Messina

Ultimate Spider-Man e Peter Parker disegnati da David Messina

Come vi alternate tu e Marco [Checchetto] sulla serie?

Marco mi ha chiesto di affiancarlo perché condividiamo lo stesso background e visione estetica di Peter Parker. Gli editor e Hickman decidono le storie, e io seguo una “struttura verticale” per le dinamiche precise tra i personaggi, come Peter e Harry Osborn. A volte dividiamo anche lo stesso numero per esigenze narrative.

Ti sei divertito a disegnare la cena tra le coppie nel primo numero?

Da morire! Ho costruito un modello con SketchUp e inserito diversi riferimenti personali: il ristorante “Torre” è un omaggio alla mia compagna Francesca, e il fiore accanto a Gwen è il giglio della purezza. Ho inserito anche me e Marco come guardie del corpo di Wesley nella issue #10.

Preferiresti più scriverlo o sei felice nel disegnarlo l’Uomo Ragno?

Non mi vedo solo come disegnatore: il mio ruolo principale è raccontare storie. Anche quando disegno, sto narrando, filtrando la sceneggiatura attraverso i miei occhi. Con gli editor di Spider-Man, discutiamo di ogni dettaglio visivo per far emergere la personalità dei personaggi: l’arredamento dell’ufficio di Gwen Stacy o persino il tipo di whisky che un personaggio porta in scena. Ogni scelta serve a raccontare meglio la storia, ed è un processo creativo condiviso, fatto con grande cura e attenzione ai dettagli.

Collaborazione con gli sceneggiatori

Come ti rapporti con gli sceneggiatori?

Cambia molto da persona a persona. Hickman è riservato e schematico, Lobdell o Guggenheim sono più dialoganti e amicali. Joe Casey è super dettagliato, mi indicava persino quali oggetti i personaggi si lanciavano addosso nelle scene di battaglia. In tutti i casi, apprezzo l’enorme libertà creativa che mi lasciano nell’interpretare le tavole.

Letture e interessi del David Messina lettore

Vorrei chiudere perché ti ho tenuto qua quasi un’ora. Ti chiedo una cosa che chiedo sempre a tutti: cosa leggi di solito?

Tanti manga e fumetti francesi. Al momento seguo Dandadan, Asadora! di Naoki Urasawa e Gokurakugai di Yuto Sano. In passato ho letto di tutto, anche Akira. I classici manga come Dragon Ball, One Piece o Naruto invece non li seguo. Ma leggo anche tantissimi volumi americani: ad esempio tutto il lavoro di Tom King, tutto quello che scrive Mark Waid. Le mie letture recenti sono Hulk di Phillip Kennedy Johnson e Nic Klein, gli Ultimates di Deniz Camp e lo Spider-Man di Kelly e Larraz!

Travola tratta da Akira

Travola tratta da Akira

Ti ringrazio per questa piacevolissima chiacchierata, David! A presto!

Il piacere e’ tutto mio, mi sono divertito. A presto!

* * *

A nome della redazione di popcornerd.it, ringraziamo David per la sua disponibilità e gli auguriamo il meglio per i suoi progetti futuri.

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Interviste

Intervista ad Annalisa Leoni, colorista di Skinbreaker e Battle Beast

La colorista italiana ci racconta il suo percorso nell’industria del fumetto come colorista per alcuni dei titoli più popolari del momento

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Annalisa Leoni e’ una colorista italiana, insegnante presso la Scuola Romana dei Fumetti, che vanta collaborazioni con alcuni dei nomi piu’ importanti del settore come Robert Kirkman, Ryan Ottley e David Finch in Skybound ed ha all’attivo anche alcuni titoli in Marvel, come Star Wars: The High Republic.

Noi di PopCorNerd l’abbiamo intervistata per parlare della sua collaborazione con Robert Kirkman, del suo approccio alla colorazione di Invincible Universe: Battle Beast e di molti altri aspetti del suo lavoro nell’industria del fumetto.

PCN: Ciao Annalisa, grazie per averci concesso questa intervista. È un piacere poter fare due chiacchiere con te.

Annalisa Leoni: «Ciao a tutti, il piacere è mio!»

Il colore come voce dei disegni di Battle Beast

Su Battle Beast mi sono voluta divertire.. tante sfumature, ombre, luci, molti dettagli. È un modo di colorare che mi appartiene, ma è anche piuttosto elaborato.

Partiamo da Battle Beast. Nel primo volume, Sangue e Gloria, il colore ha un ruolo centrale insieme ai disegni di Ryan Ottley: è esplosivo, viscerale, potente, quasi feroce, come se desse ancora più voce alle tavole. Come hai interpretato la potenza e la brutalità di Battle Beast attraverso la palette cromatica, scegliendo colori così accesi?

«Su Battle Beast mi sono voluta divertire. Venivo da Oblivion Song e da Skinbreaker, due lavori molto diversi ma entrambi piuttosto macchinosi dal punto di vista della colorazione: tante sfumature, ombre, luci, molti dettagli. È un modo di colorare che mi appartiene, ma è anche piuttosto elaborato. Con Battle Beast, invece, ho scelto un approccio diverso. I disegni di Ryan lo permettono: sono estremamente dinamici, sintetici, con volumi molto ben definiti, anche se non carichi di dettagli. Ho deciso di seguire questa direzione e usare un colore più netto, con contrasti più forti, a volte riducendo persino le ombre per giocare maggiormente con i toni e i colori.»

Tavola tratta da Invincible Universe: Battle Beast #1

Tavola tratta da Invincible Universe: Battle Beast #1

Questo si nota molto, soprattutto nelle scene ambientate su pianeti completamente alieni, dove tutto è acceso ed esplosivo, con pochissime ombre.

«Sì, per me è fondamentale che il lettore riesca sempre a leggere bene la scena, senza perdersi. Ho cercato una via di mezzo tra chiarezza visiva e adesione alla carica dinamica delle tavole di Ryan. Per questo sono andata su colori più carichi. Se pensi a Invincible, per esempio, la palette è molto semplice. Non dovevo replicarne lo stile, ma ho preso quella base e l’ho resa più violenta nelle scelte cromatiche. E poi, lo ammetto, non credo di aver mai colorato così tanto sangue in vita mia.»

A proposito di sangue: presumo il rosso è diventato uno dei tuoi colori preferiti..?

«[ride n.d.r.] In realtà no. Anzi, all’inizio c’è stato un momento di aggiustamento. Quando siamo arrivati più o meno alla fine del numero tre, quando Battle Beast impugna per la prima volta quella che poi diventerà la sua spada, abbiamo dovuto rivedere alcune scelte. Robert aveva scelto un colore per quello che sarebbe diventato l’artiglio e poi la spada, ma io inizialmente non sapevo che avrebbe avuto quel ruolo. Avevo quindi colorato il sangue di alcune razze aliene con un colore diverso dal rosso. Quando ci siamo resi conto che quel colore cozzava con quello della spada, abbiamo dovuto fare delle prove e ricalibrare tutto per trovare il giusto equilibrio. È normale: i progetti evolvono, si parte in un modo e poi le cose cambiano strada facendo.»

Quindi il colore del sangue varia a seconda delle razze?

«Esatto. Può essere verde, rosso, o altro, dipende dalla razza. Per ora non ho sperimentato molto altro, ma vedremo cosa succederà nei prossimi numeri.»

Avete fatto una pausa nella pubblicazione di Battle Beast. A che punto siete con la serie?

«Io ho finito fino al numero otto, Ryan sta lavorando al nove e poi riprenderò io. La pausa serve anche per permettere alla serie di accumulare un po’ di numeri, visto che siamo tutti impegnati su altri progetti.»

Collaborare con Kirkman e altri giganti del settore

Con Robert, in generale, c’è molta fiducia.

Come Skinbreaker, su cui lavori sempre con Robert e David Finch?

«Esatto. Skin Breaker è praticamente finito: stiamo rivedendo alcune cose, lavorando sulle cover e aggiungendo qualche pagina extra. Spero che entro dicembre riusciremo a chiudere tutto.»

Tavola tratta da Skinbreaker #1

Tavola tratta da Skinbreaker #1

Prima hai citato Oblivion Song, che personalmente considero un lavoro straordinario e forse sottovalutato. È una storia molto più intima e malinconica rispetto a Battle Beast. Come hai trovato il giusto equilibrio cromatico per trasmettere quel tipo di emozioni?

«Su Oblivion Song l’approccio è stato diverso. Lo stile di base è sempre il mio, ma ho differenziato molto il mondo alieno da quello terrestre. Nel mondo alieno ho usato colori più forti e contrasti più marcati, perché spesso lì avvengono scene d’azione. Sulla Terra, invece, la storia è più intima: dialoghi, momenti riflessivi, interazioni umane. Ho scelto colori più “terrestri”, più umani. Ho anche lavorato molto associando i toni alle emozioni dei personaggi: blu e viola per momenti tristi o malinconici, luci più contrastate per rabbia o rivelazioni. In tutto questo mi ha aiutato moltissimo il lavoro di Lorenzo De Felici: la sua inchiostrazione suggeriva già molto in termini di illuminazione e atmosfera, dandoci un ottimo punto di partenza.»

Oblivion Song vol. 1

Oblivion Song vol. 1

Hai lavorato con Robert Kirkman su diversi progetti. Quanto spazio ti viene lasciato per sperimentare come colorista?

«Dipende dal progetto. Con Robert, in generale, c’è molta fiducia. Se qualcosa non lo convince, magari interviene su un colore specifico, ma per il resto lascia molta libertà. Su Oblivion Song, per esempio, abbiamo scelto insieme i colori del mondo alieno partendo da diverse prove. Su Battle Beast, invece, lavoro in modo più diretto: se c’è qualcosa che Ryan o Robert immaginano diversamente, me lo dicono, ma parto molto libera. Su altri progetti, invece, può essere richiesto uno stile diverso dal mio solito, e questo è stimolante perché ti costringe a uscire dalla comfort zone.»

Negli anni hai collaborato con artisti di altissimo livello. Cosa hai imparato lavorando con loro?

«Ogni artista ha un approccio diverso. Con Lorenzo, che è anche colorista, c’era un confronto continuo. Ryan lascia molta libertà, ma ha idee molto precise quando qualcosa è importante per lui. Con David Finch, invece, è stato necessario trovare un equilibrio: i suoi disegni sono estremamente dettagliati e il rischio è rendere la tavola difficile da leggere. Il colore, in questi casi, deve aiutare a sintetizzare e guidare l’occhio del lettore.»

Il dietro le quinte della colorazione digitale

Passiamo a una domanda più tecnica: quali strumenti utilizzi nel tuo lavoro quotidiano?

«Lavoro esclusivamente con Photoshop. Per quanto riguarda la resa in stampa, dipende molto dal progetto e dal tipo di inchiostrazione. Cerco di calibrare monitor e tavoletta in modo che il risultato finale su carta sia il più vicino possibile a quello che vedo a schermo. Su Skinbreaker, per esempio, la stampa tendeva a scurire molto i colori a causa dell’inchiostrazione, quindi ho dovuto lavorare con tinte più chiare del normale.»

Intelligenza artificiale e il futuro del fumetto

.. il rischio più grande è quello di diventare pigri e di perdere creatività. Questo è ciò che mi spaventa di più.

Non posso non chiederti un parere sull’intelligenza artificiale applicata al fumetto…

«Sono piuttosto boomer su questo tema. Per me non dovrebbe essere usata, né come aiuto né come sostituzione. Capisco che ormai esista e che sia difficile fermarla, ma il rischio più grande è quello di diventare pigri e di perdere creatività. Insegno anche in una scuola di fumetto e vedo ragazzi scoraggiati che si chiedono perché studiare, se tanto l’AI può fare tutto. Questo è ciò che mi spaventa di più.»

Passioni e vita fuori dal lavoro

Chiudiamo con una domanda più personale: quali sono le tue passioni fuori dal lavoro?

«Fumetti, libri, serie TV, film, manga. Gioco a D&D con un gruppo di amici disegnatori, ed è bellissimo perché spesso disegnano le scene della campagna mentre giochiamo. E poi cerco di stare all’aria aperta: passeggiate, escursioni, soprattutto con la mia cagnolina Penny Lane, che prende il nome da una canzone dei Beatles, una delle mie band preferite.»

Grazie davvero per il tempo che ci hai dedicato.

«Grazie a voi!»


Ricordiamo ai lettori che alcuni dei titoli menzionati nell’intervista – Invincible Universe: Battle Beast, Oblivion Song – sono disponibili sul sito Saldapress oppure nella vostra fumetteria di fiducia!

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