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Wonder Man: Chi è Doorman e che ruolo potrebbe giocare nella serie TV?

In Wonder Man è pronto a esordire l’eroe di ‘serie B’ Doorman, che potrebbe giocare un ruolo cruciale nella miniserie MCU. Scopriamo chi è

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Mancano oramai pochi giorni all’esordio di Wonder Man su Disney+. Il nuovo eroe del MCU debutterà sulla piattaforma il 28 gennaio, con tutta la miniserie completa di 8 episodi, disponibile da subito.

Protagonista dello show è Simon Williams, interpretato da Yahya Abdul-Mateen II,  un attore in difficoltà che è dotato di poteri che però vuole mantenere segreti.

Oltre a lui ritroveremo Trevor Slattery (Ben Kingsley, di cui abbiamo parlato qui), nonché un nuovo eroe che esordisce nel Marvel Cinematic Universe, decisamente curioso e inatteso, date anche le poche apparizioni all’interno dei comics della Casa delle Idee: Doorman.

Chi è Doorman nei fumetti Marvel?

Per molti spettatori Doorman sarà una scoperta assoluta. Nei fumetti Marvel, DeMarr Davis debutta nel 1989 sulle pagine di West Coast Avengers (Vendicatori della Costa Ovest) di John Byrne. È un mutante dotato di un potere tanto bizzarro quanto utile: il suo corpo può trasformarsi in un portale di teletrasporto, permettendo a persone e oggetti di attraversarlo e comparire praticamente ovunque, grazie a un legame con la misteriosa Forza Oscura, la stessa dimensione a cui è collegato l’eroe Cloak.

Durante i suoi primi passi da supereroe viene affiancato da Occhio di Falco e Mimo, ma nonostante il potenziale, Doorman resta sempre tormentato da una profonda insicurezza. Cinico, pessimista e perennemente convinto di non essere all’altezza, si guadagna la fama di uno dei personaggi più malinconici dell’universo Marvel.

Il suo nome è legato soprattutto ai Great Lakes Avengers (Vendicatori dei Grandi Laghi), uno dei team più assurdi e strambi dei fumetti Marvel: una squadra di eroi “di serie B” guidata da Mister Immortal e composta da personaggi come Flatman, Big Bertha e Dinah Soar. Le loro storie oscillano costantemente tra commedia e supereroismo, raccontando le difficoltà di chi prova a salvare il mondo… senza essere davvero un Avenger “da copertina”.

Il momento più importante per Doorman arriva però con la sua morte durante uno scontro con Maelstrom. Nell’aldilà viene scelto dall’entità cosmica Oblivion come nuovo Angelo della Morte, tornando in vita con poteri potenziati: maggiore controllo sulla Forza Oscura, capacità di comunicare con i defunti, volo e una resistenza superiore. Di fatto, diventa il membro più potente dei Great Lakes Avengers.

Perché Doorman è così importante in Wonder Man?

In uno dei poster promozionali di Wonder Man, compare la prima pagina di un quotidiano fittizio, il Sunny Los Angeles Film Times, con il titolo:

“Hollywood vieta tutti i superpoteri”.

L’articolo parla della cosiddetta “Clausola Doorman”, una norma che proibisce a chi possiede abilità sovrumane di lavorare sui set cinematografici. Un indizio che suggerisce come Doorman sia stato direttamente coinvolto in un incidente tale da spingere l’industria hollywoodiana a bandire del tutto i super?

Quale che sia la causa, questa clausola specifica, avrà un peso enorme sulla storia di Simon Williams. Wonder Man, infatti, sogna di lavorare a un reboot cinematografico dedicato proprio al supereroe… salvo poi ottenere davvero dei poteri e doverli tenere nascosti, rischiando l’esclusione totale da Hollywood.

Cosa significa Doorman per il futuro dell’MCU?

L’introduzione di Doorman apre scenari interessanti. Da un lato, il divieto dei superpoteri richiama tematiche già viste con gli Accordi di Sokovia, dimostrando che la diffidenza verso i supereroi è tutt’altro che scomparsa. Dall’altro, Doorman è ufficialmente uno dei primi mutanti dell’MCU (insieme a Kamala Khan/ Ms. Marvel), un altro tassello verso l’arrivo degli X-Men nella prossima fase dell’Universo cinematografico Marvel post- Secret Wars.

In più, la sua presenza riaccende le speculazioni su due possibili team: i West Coast Avengers, storicamente legati a Wonder Man, oppure i Great Lakes Avengers, già “accennati” con Mister Immortal in She-Hulk. Una squadra più leggera, ironica e fuori dagli schemi, perfetta come controparte delle formazioni più solenni viste finora.

Magari Doorman non sarà il protagonista assoluto di Wonder Man, ma tutto lascia pensare che il suo ruolo sarà centrale per il worldbuilding della serie e per il futuro dell’MCU.

E se c’è una cosa che Marvel ci ha insegnato, è che spesso i personaggi più strani e sottovalutati sono quelli destinati a lasciare il segno.

Wonder Man debutta il 28 gennaio, in esclusiva su Disney+, con tutti gli episodi disponibili al lancio.

*Fonte del presente articolo il sito CBR.com

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Heretic: il thriller esoterico di Robbie Morrison e Charlie Adlard

Heretic è il nuovo thriller storico di Robbie Morrison e Charlie Adlard pubblicato da Saldapress, dove esoterismo e crime si intersecano nelle indagini condotte da un protagonista d’eccezione: Cornelius Agrippa

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Il XVI secolo rappresenta uno dei momenti più bui della storia moderna europea. Il periodo rinascimentale fu infatti, per alcuni suoi tratti, segnato dall’Inquisizione spagnola e dalla volontà della Chiesa e dello Stato di imporsi, obbligando le altre culture (in particolare quella musulmana) alla conversione al cristianesimo e ad opporsi al progresso, adottando metodi poco ortodossi e torture inenarrabili.

È in questo contesto storico che si afferma la figura di Heinrich Cornelius Agrippa di Nettesheim, noto per le sue straordinarie qualità intellettuali. Originario di Colonia, Agrippa fu uno dei grandi luminari del suo tempo in diversi ambiti: alchimia, astrologia, esoterismo e filosofia.

Ma non siamo qui per una lezione di storia, bensì per parlare, ancora una volta, di fumetti.

Ed è proprio Agrippa il protagonista di Heretic, il nuovo fumetto horror realizzato da due “narratori di razza” (così li definisce Frank Quitely nella quarta di copertina), i britannici Robbie Morrison e Charlie Adlard.

Se Adlard è conosciuto soprattutto per il suo leggendario contributo artistico a The Walking Dead, realizzato insieme a Robert Kirkman, Robbie Morrison è uno scrittore di pari lignaggio. Romanziere e sceneggiatore di fumetti, Morrison ha lavorato su personaggi come Batman e Judge Dredd ed è particolarmente noto per la sua serie di romanzi polizieschi con protagonista Jimmy Dreghorn.

E una componente poliziesca è presente anche in Heretic, poiché il graphic novel, portato in Italia da Saldapress, ruota attorno a un’indagine su una serie di omicidi di matrice esoterica che Agrippa conduce insieme alla figlia Juliette e al suo allievo Johann Weyer.

Il fascino di Agrippa, la sua vita breve ma intensa e i misteri che aleggiano attorno al suo passato hanno ispirato Morrison al punto da dedicare a lui e a Johann Weyer, considerati dallo scrittore come due antesignani di Sherlock Holmes e del dottor Watson, un’avventura di “fantasia” (come tiene a precisare nella postfazione) decisamente disturbante sotto molti aspetti. Un orrore che emerge con ancora maggiore forza grazie alle matite di un Charlie Adlard ispirato come non mai.

Proprio durante Lucca Comics, l’artista britannico aveva avuto modo di spiegare quando è nato il progetto Heretic:

«Robbie è stato uno dei pochi a sapere in anticipo che stavamo per chiudere The Walking Dead» ha raccontato. «Non volevo finire la serie senza avere subito qualcosa di nuovo su cui lavorare. Così gli ho confidato che il numero 193 sarebbe stato l’ultimo. Da lì è nato Heretic.»

Se volete recuperare l’intero pezzo dedicato all’incontro con Charlie Adlard al Lucca Comics & Games 2025, a questo link trovate tutta la conferenza organizzata da Saldapress con ospite l’autore.

Heretic: una macabra indagine tra intrighi e magia

Ecco la sinossi di Heretic, estratta dal sito Saldapress:

Anversa, 1529. Una città crocevia di mercanti, inquisitori e alchimisti viene scossa da una catena di omicidi brutali e rituali. Il sangue scorre tra le strade e i canali, mentre l’ombra dell’eresia si allunga sull’Europa cattolica. A indagare sul misterioso caso viene chiamato Cornelius Agrippa: cavaliere, medico, avvocato, alchimista ed eretico. Con lui, il giovane e ambizioso Johann Weyer. I due si muovono tra corti ecclesiastiche, culti segreti e pericolosi testi proibiti, cercando la verità in un mondo in cui la superstizione è legge e la ragione è un crimine. 

Omicidi di uomini di Chiesa compiuti attraverso rituali infernali, un “indagatore dell’incubo” tanto geniale quanto folle e la barocca città di Anversa come scenario delle indagini dei protagonisti: questi sono gli elementi principali di Heretic, un thriller in cui magia e pratiche esoteriche dimostrano ancora una volta come il pericolo più grande abbia le sembianze di un uomo, un assassino, per la precisione.

Due protagonisti ‘elementari’ e una trama dalle atmosfere de Il Nome della Rosa

Da scrittore di polizieschi qual è, Morrison costruisce una trama avvincente, ricca di dialoghi e didascalie esplicative, ben congegnata sotto diversi aspetti, a partire dallo sviluppo dell’indagine e dalla caratterizzazione dei personaggi. Come in un romanzo di Conan Doyle, Agrippa e Johann — mentore e apprendista — si muovono come abili investigatori, degni eredi di Holmes e Watson, pur cambiando il contesto geografico (il Belgio anziché l’Inghilterra) e quello storico (il Rinascimento al posto dell’epoca vittoriana).

L’alchimia e il feeling tra i due protagonisti ricordano fortemente quelli del celebre duo di Baker Street, soprattutto per l’animo estroso, quasi folle, della controversa figura di Agrippa, una caratteristica che riecheggia nella genialità disturbata dell’investigatore Sherlock Holmes.

Un secondo elemento di forza è il contesto storico in cui sono ambientate le vicende di Heretic. Morrison dimostra di aver approfondito in modo significativo sia la figura di Agrippa sia il periodo dell’Inquisizione spagnola, con tutte le sue sfaccettature: le torture, i personaggi cardine di un sistema che ha mascherato il lato oscuro della Chiesa e i suoi intrighi, utilizzando la Cristianità come facciata per giustificare pratiche disumane contro chi osava opporsi.

Il fatto che le vittime siano uomini di Chiesa o coinvolti con essa, uno scenario più vicino al Medioevo che all’era moderna, e la presenza di un maestro e di un allievo investigatori così atipici rimandano inevitabilmente anche all’opera prima di Umberto Eco, Il nome della rosa. In quel caso, le indagini sugli omicidi avvenuti nell’abbazia erano affidate a Guglielmo di Baskerville (qui l’equivalente di Agrippa) e al giovane frate Adso da Melk, corrispettivo di Johann Weyer. Atmosfere e suggestioni di quell’opera si ritrovano chiaramente (almeno per il sottoscritto) anche all’interno di Heretic.

E non manca, infine, la componente mistery della storia che Morrison mette in piedi, focalizzata sull’alone di mistero che ruota intorno a questi omicidi, dal sadismo all’apparenza eccessivo anche per una mente umana.

Charlie Adlard non disegna zombie, ma la sua arte fa ancora paura

Se la sceneggiatura di Morrison risulta decisamente curata nei minimi particolari, altrettanto si può dire delle matite di Charlie Adlard.

Rispetto a The Walking Dead e ad altri lavori più recenti, Adlard adotta qui uno stile differente: un bianco e nero più pulito, ricco di dettagli e caratterizzato da sfumature più morbide, ma che lascia spazio a un rosso sanguigno quando le scene si fanno più cruente. Le sue tavole riescono a trasmettere, in diversi momenti, un forte senso di inquietudine e terrore, soprattutto nella rappresentazione degli omicidi, delle pratiche di tortura adottate dall’Inquisizione e delle arti “magiche” utilizzate da Agrippa nel corso delle sue indagini non convenzionali.

Allo stesso tempo, l’artista lascia il lettore a bocca aperta quando mette in scena immagini quasi da cartolina, con sullo sfondo luoghi, edifici storici e monumenti di Anversa riprodotti con la massima fedeltà possibile. Da questo punto di vista, il lavoro svolto dal disegnatore è sbalorditivo, così come lo studio e la resa grafica dei costumi dell’epoca.

Una vera prova da grande autore e artista quale è, che conferma come Adlard non sia “solo” la matita di The Walking Dead, ma molto di più.

Perché leggere Heretic?

Il thriller fantastorico messo in scena da Morrison e Adlard mi ha sorpreso in modo decisamente positivo, grazie a una trama avvincente che, nonostante una verbosità a tratti eccessiva (complice anche l’abitudine odierna a leggere sempre meno fumetti in cui la componente scritta è importante quanto quella visiva), non risulta mai noiosa.

Agrippa si rivela un protagonista dalle mille abilità, perfettamente calato nel ruolo dell’investigatore rinascimentale che deve necessariamente avere qualche rotella fuori posto per osare sfidare il sistema imposto dall’Inquisizione.

Morrison e Adlard svolgono un lavoro eccellente di ricostruzione storica all’interno di Heretic, proiettando il lettore nell’Anversa del 1529 attraverso un attento spaccato del linguaggio dei personaggi, degli usi e dei costumi dell’epoca.

Il finale lascia spazio a una possibile seconda avventura e, sinceramente, spero che questo non resti un unicum, ma rappresenti solo il primo volume di una serie. Tornare a seguire le indagini dell’eccentrico e geniale Heinrich Cornelius Agrippa di Nettesheim — alchimista, astrologo, esoterista e filosofo — sarebbe davvero un piacere, naturalmente sempre sotto la guida di Robbie Morrison e Charlie Adlard, indagatori dell’incubo al pari di Agrippa e del suo fidato aiutante Johann Weyer.


VOTO POPCORNERD: 8/10

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Intervista a Stephanie Phillips e Lee Garbett, i nuovi autori di Daredevil

Scopri l’intervista a Stephanie Phillips e Lee Garbett, che guideranno la nuova run di Daredevil da Aprile 2026.

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Pochi personaggi Marvel godono dell’affetto e della devozione che circondano Daredevil, un’icona capace di conquistare sia i lettori storici del fumetto sia il pubblico televisivo, grazie all’apprezzatissima serie prima targata Netflix e ora disponibile su Disney+.

Nel corso dei decenni, il Diavolo di Hell’s Kitchen ha attirato alcuni dei nomi più influenti dell’industria: da Frank Miller e John Romita Jr., autori del classico The Man Without Fear, fino alla celebre run di Brian Michael Bendis e Alex Maleev, ancora oggi considerata una delle interpretazioni definitive del personaggio.

Più di recente, abbiamo salutato la lunga e acclamata gestione di Chip Zdarsky e Marco Checchetto, un ciclo narrativo intenso e apprezzato che ha lasciato un segno importante nella mitologia di Matt Murdock. Un’eredità che ha purtroppo reso ancora più evidente il calo qualitativo avvertito nella successiva run di Saladin Ahmed e Aaron Kuder, un passaggio che molti lettori – me compreso – hanno trovato meno ispirato rispetto agli standard a cui eravamo stati abituati.

Eppure, proprio quando la fiamma della speranza sembrava iniziare ad affievolirsi, è arrivata una notizia capace di riaccenderla con forza: Stephanie Phillips e Lee Garbett saranno gli autori della nuova era di Daredevil, con un rilancio previsto per Aprile 2026. Una coppia creativa fresca, ambiziosa e già amatissima dai lettori, pronta a riportare Matt Murdock al centro dell’attenzione con una visione tutta nuova.

La visione di Stephanie Phillips per il nuovo Daredevil

Per Stephanie Phillips, Daredevil: Born Again di Frank Miller e David Mazzucchelli non è solo un riferimento obbligato, ma il fumetto che l’ha fatta innamorare del medium: ancora oggi lo considera il suo comic preferito in assoluto. Non sorprende quindi che la sua visione per Daredevil affondi le radici proprio lì, insieme alle influenze della run noir-crime di Brian Michael Bendis e Alex Maleev. Phillips rivendica un ritorno a un Daredevil profondamente urbano, cupo, immerso in atmosfere da crime story, un terreno che sente particolarmente suo, essendo il genere con cui ha esordito nei comics. Scrivere Matt Murdock e Foggy Nelson è per lei un onore che non prende alla leggera, pur vivendo il progetto più come un privilegio che come un peso.

Dal punto di vista narrativo, la nuova serie riporta al centro la dimensione legale del personaggio: Matt Murdock non torna semplicemente a fare l’avvocato, ma diventa professore di legge. Una scelta chiave per Phillips, che le permette di esplorare il personaggio in un contesto inedito, circondato da studenti, colleghi e nuove dinamiche umane, mantenendo viva la sua identità professionale senza forzature. Il tono resta decisamente dark, ma con quella “luce nel buio” che caratterizza tutta la sua scrittura: un equilibrio tra dramma, fragilità emotiva e momenti di sottile umanità, già evidente nei suoi lavori su personaggi come Harley Quinn o She-Hulk.

Stephanie Phillips al Thought Bubble 2025

Stephanie Phillips al Thought Bubble 2025

Sul fronte visivo, Phillips ha voluto fortemente Lee Garbett come disegnatore della serie, imponendo di fatto il suo coinvolgimento fin dal primo contatto con Marvel. Insieme, i due spingono Daredevil verso un immaginario noir contaminato da elementi horror, incarnati soprattutto dal nuovo villain Omen: una presenza inquietante, che agisce nell’ombra e promette di lasciare il segno. Senza entrare in territori spoiler, Phillips anticipa anche il ritorno di villain storici legati all’era Miller e conferma che la serie ha una direzione chiara e un finale pensato fin dall’inizio. Un approccio che punta a costruire una run solida, coerente e profondamente rispettosa della storia del Diavolo di Hell’s Kitchen.

Il nuovo Daredevil secondo Lee Garbett

Lee Garbett affronta Daredevil come un progetto nato fin dall’inizio in stretta sinergia con Stephanie Phillips: i due entrano sulla serie come una vera e propria coppia creativa, con una visione condivisa e chiara già dall’inizio. Questo approccio, sottolinea Garbett, fa una grande differenza rispetto a subentrare su una testata già avviata: sapere dove la storia sta andando e costruirla fin dall’inizio permette un controllo più profondo sul tono, sul ritmo e sull’identità visiva del fumetto. Il riferimento dichiarato è il Daredevil più noir e urbano, quello che affonda le radici nelle run di Frank Miller, John Romita Jr. e Al Williamson, un immaginario che Garbett sente particolarmente vicino alla sua formazione.

Lee Garbett al Thought Bubble 2025

Lee Garbett al Thought Bubble 2025

Dal punto di vista grafico, l’obiettivo è dare alla serie un aspetto fisico, ruvido, quasi “tangibile”. Garbett sta utilizzando zip tone applicati manualmente e soluzioni grafiche che restituiscano un senso di matericità e imperfezione, in linea con l’anima sporca e notturna del personaggio. Più delle scene d’azione, però, ciò che gli interessa davvero è la recitazione dei personaggi: gli sguardi, i silenzi, i momenti quotidiani. Non a caso, racconta di divertirsi tanto a disegnare Matt Murdock quanto Daredevil, lavorando molto sul suo carisma e sulla sua presenza scenica nella nuova veste di professore universitario, fino a curarne anche il look – come la giacca in velluto a coste con toppe ai gomiti – per rafforzarne l’identità.

Sul fronte narrativo-visivo, Garbett anticipa un Daredevil “puro” nello spirito, anche quando la serie introduce elementi nuovi. Il nuovo villain, Omen, sarà una presenza disturbante, capace di interferire con le abilità di Matt in modi inediti, e il suo design – che emergerà gradualmente, anche attraverso dettagli come i corner box delle cover – promette suggestioni inquietanti e quasi horror. Anche nelle scene apparentemente più anonime, come un vagone della metropolitana, Garbett sottolinea come la scrittura di Phillips riesca a trasmettere immediatamente l’essenza di Daredevil: una storia che può rinnovarsi, ma che resta profondamente ancorata al cuore noir e umano del personaggio.

La prima issue sarà disponibile sugli scaffali delle fumetterie americane il 1 Aprile 2026.

Intervista a Stephanie Phillips e Lee Garbett sul canale YouTube di popcornerd.it

L’intervista doppia in versione integrale è disponibile sul nostro canale YouTube, popcornerdtv.

 

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Anime e Cartoni

PopChop Express: Spider-Man: The Animated Series e l’Uomo Ragno degli anni ’90

Nella nuova puntata del PopChop Express, parliamo di Spider-Man: The Animated Series, la serie animata pazzesca che ha fatto innamorate i bambini degli anni ’90 dell’Uomo Ragno

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Siamo nei primi anni ’90 e gli X-Men sono gli eroi più popolari della Marvel Comics, al punto che nel 1992 ricevono una serie animata prodotta dalla Fox Kids intitolata X-Men: The Animated Series capace di ottenere un successo clamoroso. Dopo aver dimostrato, con Batman: The Animated Series, che un cartoon poteva essere adulto e cinematografico senza rinunciare a un pubblico giovane, l’industria dell’animazione supereroistica è pronta a compiere un nuovo salto di qualità. Sulla scia di quell’entusiasmo, la Marvel pensa al rilancio animato del suo eroe più rappresentativo: il sempre amichevole Spider-Man di quartiere.

Nel 1994 arriva così Spider-Man: The Animated Series, una serie animata destinata a diventare un vero e proprio cult. Anche in Italia, dove debutta nel 1995 su Rai Uno con il titolo Spider-Man: L’Uomo Ragno (già perché all’epoca il personaggio era ancora conosciuto nella sua versione italianizzata complici gli 883), lo show animato diventa uno degli appuntamenti fissi pomeridiani per i bambini dell’epoca.

Questa serie non è stata soltanto una delle produzioni di punta della Fox Kids, ma ha saputo modernizzare il mito di Spider-Man rispetto alla storica serie animata degli anni ’60, rendendolo più in linea con i gusti dei bambini e adolescenti dell’epoca, introducendo personaggi e tematiche dei fumetti del Tessiragnatele più recenti.

Le origini della serie e il ruolo di John Semper Jr.

John Semper Jr. insieme a Stan Lee

Il progetto di Spider-Man: The Animated Series non viene affidato alla Saban, ma ai Marvel Films Animation, una divisione della New World Entertainment fortemente voluta e finanziata da Avi Arad. Per la realizzazione delle animazioni vien coinvolta la Tokyo Movie Shinsha (TMS), già impegnata anche su Batman.

A tenere le redini creative dello show c’è una figura chiave, un uomo al quale va riconosciuto gran parte del merito per la riuscita della serie: John Semper Jr.

Semper arriva a Spider-Man: The Animated Series con un background tutt’altro che supereroistico: ha scritto per serie come I Puffi, DuckTales e Gli Snorky, e ha all’attivo un solo episodio dei Super Friends (I Superamici), serie di Hanna & Barbera basata sui personaggi della JLA. Eppure, la scelta si rivela vincente oltre ogni aspettativa.

Semper firma come autore o co-autore ben 60 dei 65 episodi totali, affiancato da sceneggiatori provenienti soprattutto dal team di Batman: TAS, come Brynne Chandler (futura co-creatrice di Gargoyles) e Marty Isenberg. A questi si aggiungono vere e proprie leggende del fumetto americano come Stan Lee (presente nei credits di alcuni episodi iniziali), Marv Wolfman, Gerry Conway, Len Wein, Carl Potts e J.M. DeMatteis: autori che di Spider-Man e di fumetti ne sanno davvero ‘a palate’.

Il fatto che la Marvel, in quegli anni, stesse navigando in acque finanziarie difficili permise paradossalmente a Semper di ottenere una maggiore libertà creativa, diventando sempre più centrale nel controllo del progetto.

L’incredibile (e stramba) sigla animata

La prima cosa che colpisce dello show è senza dubbio la sigla. Musicalmente si tratta di un rock martellante, accompagnato da una voce metallica che ripete ossessivamente “Spider-Man” e altre parole spesso difficili da decifrare. Visivamente, la sigla utilizza una tecnica di animazione 3D oggi decisamente grezza, ma che all’epoca rappresentava una scelta all’avanguardia, pensata per dare maggiore profondità alle sequenze in cui l’eroe volteggia tra i grattacieli di New York, il tutto mescolato con l’animazione tradizionale tipica degli anni ’90.

Questa tecnica “ibrida” (e alcune delle scene stesse) verrà riutilizzata spesso anche all’interno degli episodi. Il motivo è semplice: problemi di budget.

Realizzare ogni sfondo in CGI, come previsto inizialmente, si rivela impossibile, e così i grattacieli della New York dell’Uomo Ragno, realizzati dalla Kronos Digital Entertainment (software house nota per videogiochi come Criticom, Fear Effect, Cardinal Syn e Dark Rift), vengono mescolati all’animazione classica 2D e riciclati più volte nel corso della serie.

Una curiosità legata alla sigla: la Mercury Zeitgeist Film Studios ebbe un problema tecnico in fase di produzione e fu necessario trovare una soluzione alternativa. Il tema originale della serie animata del 1967 non poté essere utilizzato a causa dei costi dei diritti. Venne così coinvolto Joe Perry degli Aerosmith, che prestò la chitarra e la voce “metallica” che scandisce il celebre “Spi-der-Man”. Per le immagini si optò per un collage di sequenze tratte dagli episodi e da spot promozionali dei giocattoli Toy Biz. Et voilà! Con qualche rattoppo Spider-Man The Animated Series ottenne una sigla decisamente strana per un cartone animato, ma che divenne iconica.

Peter Parker, il “mascellone” degli anni ’90

Un altro elemento che colpisce immediatamente è il design di Peter Parker: anatomie ipertrofiche, figlie dell’era post-McFarlane, e un “mascellone” alla Ridge di Beautiful che si discosta dallo stereotipo del Parker timido e impacciato dei fumetti classici.

Inoltre questo Spider-Man non è un adolescente alle prime armi, ma uno studente universitario fotografo per il Daily Bugle dell’iracondo J. Jonah Jamenson, già confidente con i suoi poteri e consapevole del peso delle responsabilità legate ad essi. Il senso di colpa per la morte di zio Ben, ovviamente è centrale, e viene rievocato costantemente.

Anche chi inizialmente storceva il naso davanti a questo character design finiva, episodio dopo episodio, per affezionarsi a questa versione di Peter Parker e agli altri personaggi dall’aspetto rivisitato, che in parte, però, conservano tanto dell’originale cast fumettistico.

Uno dei veri punti di forza della serie, a mio parere, è stato replicare il modello vincente degli X-Men del 1992: portare davvero i fumetti dentro una serie animata, sia attraverso i personaggi comprimari sia tramite trame serializzate.

Sul piano sentimentale, Peter è conteso tra due figure femminili iconiche: da un lato Mary Jane Watson, la rossa e sexy storica fidanzata di Parker; dall’altro Felicia Hardy, che in questa serie inizialmente sembra ricoprire il ruolo della Gwen Stacy dei fumetti, ma che nel corso dello show diventa quello che è destinato a essere: l’affascinante e ambigua Gatta Nera figura ricorrente nei comics di quegli anni.

Villain memorabili e grandi saghe

I villain presenti in Spider-Man: The Animated Series sono tra quelli che più hanno messo alla prova l’Uomo Ragno nei fumetti e che erano stati poco sfruttati nei precedenti adattamenti animati. Accanto ai nemici storici compaiono anche antagonisti più recenti, già amatissimi dai fan dell’epoca.

Doc Ock di Spider-Man: TAS

Kingpin, Doctor Octopus, Venom/Eddie Brock, Carnage, Goblin e Hobgoblin, Mysterio, Lizard, Lo Scorpione, l’Avvoltoio e molti altri compongono una galleria di antagonisti sviluppati con grande attenzione e costumi fedeli all’essenza del personaggio nonostante alcuni subissero un ovvio restyling per renderli più accattivanti ai giovani spettatori degli anni ’90 (Octopus e Alistair Smythe su tutti).

In particolare, la storyline dedicata al costume alieno e alla nascita di Venom rimane ancora oggi una delle migliori trasposizioni extra-fumettistiche del personaggio, anche grazie alla popolarità che Venom stava rapidamente conquistando nei primi anni ’90 come uno dei villain più pericolosi e iconici di Spider-Man.

Tutti i 65 episodi, suddivisi in 5 stagioni, alternano episodi autoconclusivi a mini-saghe di più puntate, soprattutto nelle fasi finali, costruendo però una narrazione continua, proprio come accadeva nei fumetti.

Curiosità: stranamente nella versione italiana sono stati messi in onda solo 63 episodi, risultando inediti gli episodi 59 e 60, inspiegabilmente, anche perché cruciali per la storyline in corso.

La serie ebbe il coraggio di adattare storie cardine dell’universo dell’Uomo Ragno, introducendo per la prima volta in animazione concetti come il Multiverso (o meglio, il Ragno-Verso), le Secret Wars e numerosi team-up con altri eroi Marvel. I crossover con X-Men, Daredevil, Doctor Strange, Blade, Fantastici Quattro, Iron Man e Capitan America anticiparono di molti anni, in qualche modo, l’idea stessa di un Marvel Cinematic Universe.

Censura, fine della serie ed eredità

Le restrizioni imposte dalla censura americana costrinsero la serie a compromessi evidenti: niente armi da fuoco realistiche, pochissimi pugni diretti, morti quasi sempre fuori scena o mediate da dimensioni alternative. All’Uomo Ragno fu persino impedito di tirare pugni e calci: difatti le scene di violenza vennero pesantemente ridimensionate, eliminando gran parte dei momenti in cui Spider-Man colpisce o viene colpito.

Eppure, grazie alla solidità della scrittura, il tono della serie rimase sorprendentemente maturo e spesso cupo.

E allora come mai lo show terminò la sua corsa dopo sole 5 stagioni? Nonostante gli ottimi ascolti stagione dopo stagione, però, nel 1998 Spider-Man: The Animated Series venne cancellata a causa di disaccordi con il network, legati proprio all’eccesso di censure. Erano pianificati almeno altri 20 episodi, ma la serie si concluse lasciando un finale sospeso. La sesta stagione, mai realizzata, avrebbe dovuto rispondere a una domanda fondamentale: che fine aveva fatto la vera Mary Jane Watson, scomparsa durante un episodio dell’ultima stagione per lasciare spazio a un suo clone?

La risposta è arrivata solo molti anni dopo, nei fumetti ispirati alla serie animata.

I fumetti ispirati alla serie animata

Come accadde anche per gli X-Men, la serie animata di Spider-Man ispirò una trasposizione a fumetti. Il cartone animato di un fumetto, ispirò… un altro fumetto!

Spider-Man Adventures adattò liberamente le trame degli episodi per 15 numeri, pubblicati tra dicembre 1994 e febbraio 1996 a cui seguirono altri 12 numeri, con storie originali, pubblicati tra l’aprile 1996 e il marzo 1997 con il titolo Adventures of Spider-Man.

In parallelo venne pubblicata anche Spider-Man Magazine, sempre ispirata alla serie animata, che durò 19 numeri tra il marzo 1994 e il marzo 1997, più due speciali nel 1995.

Nel 2025, infine, è arrivata una nuova miniserie a fumetti intitolata Spider-Man ’94, scritta da J.M. DeMatteis, uno degli scrittori di comics dietro il progetto animato, e disegnata da Jim Towe. La storia riprende direttamente dal cliffhanger della quinta stagione, con Peter impegnato a cercare di salvare Mary Jane Watson nel multiverso, prima di fare ritorno a New York e riprendere la sua attività come eroe.

Cover di Spider-Man ’94 #1

Questo Spider-Man, il MIO Uomo Ragno

Come tutti i bambini dell’epoca, anche io rimasi affascinato da questa serie animata: imperfetta sotto tanti aspetti, ma capace di puntare tutto sulla storia e sui personaggi. Il coinvolgimento di nomi importanti del mondo dei comics non è stato un caso e, alla fine, ha pagato.

I cattivi erano davvero temibili, erano tantissimi e soprattutto amatissimi dal pubblico in questa versione animata (il mio preferito resta Hobgoblin!). E quando uscì la linea di action figure (quando ancora si chiamavano pupazzetti….) fu l’incubo di ogni genitore di ogni fan minorenne di Spider-Man!

A distanza di anni, rivedere oggi quella serie da adulto non è facile: è invecchiata senza dubbio male sotto il profilo tecnico, ma riesaminando alcune delle tematiche sviluppate ci si rende conto di quanto fosse realmente all’avanguardia, soprattutto se si pensa a storie arrivate nei fumetti molti anni dopo, come lo Spider-Verse.

Il me bambino, però, non può che ricordare con affetto quei pomeriggi in cui, su Rai Uno, partiva la schitarrata iniziale e il rumore della tela che annunciavano l’inizio della sigla di Spider-Man: L’Uomo Ragno. Merenda da una parte e telecomando dall’altra, dopo la sigla iniziava l’ennesima avventura del Tessiragnatele contro uno dei suoi letali nemici.

Nonostante conoscessi già lo Spider-Man del ’67 e L’Uomo Ragno e i suoi fantastici amici, Spider-Man: The Animated Series è stato per me il primo vero Spider-Man, coinciso con l’innamoramento per il personaggio e il mio avvicinamento ai fumetti Marvel proprio in quegli anni (e in particolare alla testata dell’Uomo Ragno).

È stato quello che mi ha insegnato cosa significhi essere un eroe: non perché si hanno dei poteri, ma perché si sceglie di fare la cosa giusta anche quando può voler dire sacrificare tutto. Un ponte ideale tra i fumetti e il grande pubblico, molto prima che il Marvel Cinematic Universe rendesse “normale” l’idea di un universo condiviso.

Spider-Man: The Animated Series è una pietra miliare, un’opera che ha formato una generazione di lettori, spettatori ma anche futuri autori che oggi hanno l’opportunità di scrivere la storia di Spidey.

E ancora oggi, rivedendo quelle puntate, quel tema rock e quel Ragno che oscilla tra i grattacieli di New York, è impossibile non pensare che sì: da un grande potere derivano grandi responsabilità, ma anche grandi storie destinate a non invecchiare mai.

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