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Comics Legends: intervista a Erik Larsen, ‘recordman’ dei comics con Savage Dragon

Per inaugurare la nuova rubrica Comics Legends abbiamo l’onore di ospitare il grande Erik Larsen, fumettista amatissimo dai fan di Spider-Man per una sua storica run, co-fondatore di Image Comics e creatore nonché autore unico di Savage Dragon

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Ci sono autori di comics diventati grandi raccontando storie su personaggi nati dalla mente di altri scrittori e disegnatori.

E poi ci sono autori che non solo contribuisco a quelle storie, ma creano anche i personaggi che le abitano, rendendoli immortali, anzi: vere e proprie leggende.

È il caso dell’ospite di questo primo appuntamento di Comics Legends, Erik Larsen, scrittore e disegnatore amatissimo, nonché uno dei “magnifici sette” che lasciarono le major per trasformare in una solida realtà il proprio sogno: fare fumetti su personaggi originali da loro creati. Sotto questa filosofia viene fondata la Image Comics.

Il cartoonist di Minneapolis ha dato vita, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, a una delle incarnazioni più dinamiche e supereroistiche di Spider-Man. Da autore di storie rimaste indelebili nella memoria dei Ragno-lettori, Larsen è riuscito in pochi anni a diventare un’icona e modello per gli autori venuti dopo di lui su Spidey, tornando di tanto in tanto a volteggiare tra i grattacieli di New York insieme all’Amichevole Spider-Man di quartiere (anche molto recentemente come scoprirete).

Ma la creatura più importante nata dalla mente di Erik Larsen ha un solo nome: Savage Dragon. Un progetto concepito già da ragazzino, che aspettava soltanto di trovare la forma giusta per emergere e diventare il fumetto più longevo della storia dei comics portato avanti dallo stesso autore, sia ai testi che ai disegni, dai suoi esordi nel 1992 fino a oggi, pronto a frantumare il traguardo dei 300 (!) numeri.

L’obiettivo di Comics Legends sarà quello di portarvi i più grandi autori del fumetto di sempre, attraverso le loro parole ma anche con approfondimenti a loro dedicati. E con il grande Erik Larsen non potevamo che iniziare nel modo migliore.


Erik Larsen: una carriera tra uomini ragno e poliziotti (verdi) a squame

Grazie mille, Erik Larsen, per essere ospite su PopCorNerd. È un grande onore e un privilegio per la nostra pagina ospitare un artista internazionale così importante. Ti ringraziamo di cuore per il tuo tempo prezioso.

Vorrei partire dall’inizio: se lo ricordi, come è nata la tua passione per i fumetti? So che sei un grande fan di Capitan Marvel. È iniziato tutto con lui?

Erik Larsen  – Mio padre collezionava fumetti quando era ragazzo e sono cresciuto con la sua collezione di fumetti della Golden Age. Capitan Marvel e molti altri hanno avuto un grande impatto su di me, ma è stato Incredible Hulk #156 di Herb Trimpe l’albo che reputo  ‘la vera droga’ che mi ha introdotto a questo mondo.

Variant di Savage Dragon #156 che omaggia Incredible Hulk #156 di Herb Trimpe, albo fondamentale per Erik Larsen

Il tuo approdo in Marvel avviene grazie a Jim Shooter. Puoi raccontarci come sono andate le cose?

Erik Larsen  – Inizialmente mandavo con una certa regolarità dei campioni del mio lavoro a Jim Shooter. Avevo ricevuto diverse lettere di rifiuto da parte sua quando cercavo di entrare nel mondo dei fumetti, e ho sempre apprezzato il fatto che si prendesse del tempo di rispondermi.

Ricevetti un “Close but no cigar” [l’equivalente di ‘Ci sei andato vicino, ma non abbastanza’ n.d.r.] e poi un “Closer, but still no cigar”. [‘Ancora più vicino, ma non abbastanza’ n.d.r.]

Un paio d’anni dopo gli mostrai il mio lavoro di persona a una convention a Chicago. A quel punto stavo già lavorando per alcune case editrici più piccole. Shooter guardò i miei lavori e disse: “Quindi ora sei un professionista.” Al che io risposi: “Sì, lo sono.”

Jim mi chiese: “Ti piacerebbe fare una storia per Marvel Fanfare?” E io risposi: “Certo, perché non la sviluppiamo qui alla convention?” Cosa che sembrò coglierlo di sorpresa. Più tardi ci sedemmo insieme al bar dell’hotel e buttammo giù la trama di massima di quello che sarebbe diventato il mio primo fumetto Marvel: The Mighty Thor #385. Bei tempi.

Cover del primo albo Marvel di Erik Larsen: The Mighty Thor #385

Pensando al tuo lavoro in Marvel, il tuo nome è inevitabilmente associato a Spider-Man, un personaggio che nel corso degli anni sei tornato a disegnare più volte. Cosa ti spinge ancora oggi a dedicarti a Spidey? E… è solo una mia impressione o è diventato una sorta di “comfort zone” per te?

Erik Larsen  – Non so se sia tanto io a essere attratto da Spider-Man, quanto gli editor ad associarlo a me, ed è probabilmente per questo che continuano a chiedermi di fare ancora Spider-Man. Se negli anni ’90 avessi lavorato sui Fantastici Quattro, probabilmente mi chiederebbero quello.

E, come per ogni cosa, una volta che fai qualcosa per un po’ sviluppi una sorta di memoria muscolare. Non devo sudare per capire come disegnare Spider-Man. Mi viene piuttosto naturale. Se fosse Batman, dovrei pensare a come disegnare Batman. Ma con Spider-Man ho già risolto tutto. Mi viene facile.

Ricordo con enorme piacere tutto il tuo ciclo su Spider-Man come disegnatore, ma Il ritorno dei Sinistri Sei è quasi certamente la mia storia preferita, un vero e proprio blockbuster: nemici all’altezza e brutali, alleati di ogni tipo e uno Spider-Man spinto all’estremo, armato anche di gadget in puro stile anni ’90. La consideri una delle tue migliori prove artistiche sul personaggio?

Erik Larsen  – Ho fatto tutto quello che potevo fare. Mi sono trovato ad affrontare molte discipline tutte insieme. All’epoca non avevo scritto molte storie per la Marvel, in pratica solo quel fill-in su Spider-Man con Bestia. Inoltre stavo ancora cercando di capire come inchiostrare.

Prima non inchiostravo le mie matite, quindi quella parte era relativamente nuova per me. E, in più, la mia casa andò a fuoco nel mezzo della serie, quindi dovetti arrangiarmi per rimettermi in carreggiata mentre sistemavo la mia vita. È quasi un miracolo che sia riuscito a terminarlo, a pensarci bene.

Per Otto Octavius hai scelto un restyling molto particolare: il tuo Doctor Octopus è meno scienziato e più gangster dal cervello sopraffino, quasi una versione di Tony Montana con braccia metalliche. Cosa ti ha ispirato per questa reinterpretazione di Doc Ock?

Erik Larsen  – Avevo un amico che faceva illustrazioni commerciali per la ColorForms e stava lavorando a un progetto di Dick Tracy, basato sul film di Warren Beatty. Gli avevano mandato pile di foto e style guide per i villain e pensai che quello sarebbe stato un look più forte per Ock rispetto al body che indossava fino a quel momento.

L’elegante Doc Ock di Erik Larsen

Cardiac è una delle tue creazioni, insieme a David Michelinie, per la Marvel: nelle tue storie ha funzionato benissimo come comprimario di Spider-Man, ma in seguito è finito un po’ nel dimenticatoio. Ti è dispiaciuto vedere che, al di fuori della tua gestione, il personaggio non sia stato sfruttato come magari avevi immaginato inizialmente?

Erik Larsen  – Certo. È sempre un po’ una seccatura vedere un personaggio trascurato, ucciso o ridisegnato. Pensavo che Cardiac avesse un impatto visivo forte.

Cardiac

C’è stato un momento in cui ho pensato — forse dovrei semplicemente cancellare questo tizio e tenermelo per dopo — perché lo sto regalando?

Ma alla fine sono andato avanti. Se me lo fossi tenuto per me, probabilmente lo avrei usato di più. È uno dei pochi personaggi che ho disegnato e che pensavo avesse un vero potenziale. Cardiac e Knockout alla Marvel e Shrapnel e Lagoon Boy alla DC. Ma c’est la vie — non ha senso piangerci sopra. Non è che mi manchino i personaggi.

Venom è stato creato da Todd McFarlane e David Michelinie, ma tu hai contribuito in modo decisivo a rendere indelebile nell’immaginario collettivo l’idea di un Venom spaventoso e “mangia-cervelli”: lingua lunghissima, denti aguzzi e una bocca mostruosa. Cosa ti ha portato a disegnare l’alter ego di Eddie Brock in quel modo, diventato poi il vero simbolo del V-Man anni ’90?

Erik Larsen  – Non è stato così volontaria la cosa. In realtà è stato in parte un incidente.
Anni fa, Todd McFarlane disegnò una copertina per un trade paperback di Spider-Man vs. Venom che raccoglieva le storie di Spider-Man contro Venom che aveva disegnato lui.

Non comprai il volume perché avevo già i singoli albi, ma la mia impressione fu che Todd gli avesse dato una lingua. Determinato a spingermi oltre, diedi a Venom una lingua ancora più grande e folle.

Per anni ho attribuito a Todd il merito della lingua e citavo quella copertina del TPB. Immagina la mia sorpresa quando, anni dopo, rividi davvero la copertina di Todd e mi resi conto che non somigliava affatto a come la ricordavo.

Todd non aveva fatto nulla di speciale o insolito con la lingua — era una lingua perfettamente normale e insignificante. Era solo visibile. C’era una piccola, normale lingua rossa sulla copertina di Todd. Si scoprì che ero stato io, dopotutto, a dargli quella lingua folle!

In Marvel non c’è stato solo Spider-Man: hai lavorato anche su Punisher, Nova, Excalibur, Wolverine… Guardando indietro, c’è qualche rimpianto legato al tuo lavoro su questi personaggi?

Erik Larsen  – Nessun rimpianto, davvero. Ho sempre cercato di fare del mio meglio con il tempo che avevo a disposizione. Non passo molto tempo a rimuginare sul passato. Non ho molti rimpianti nella mia vita.

Con Image Comics tu e gli altri fondatori avete realizzato qualcosa di incredibile e fortemente ispirazionale. Anche una redazione piccola e giovane come la nostra guarda al modello Image come a un riferimento (ovviamente in maniera proporzionata). Quando hai capito che il salto fatto da te, Todd, Jim, Rob e gli altri era davvero la strada giusta?

Erik Larsen  – Lo abbiamo capito subito che si trattava di qualcosa di grosso. Le vendite erano fenomenali. La reazione del pubblico travolgente.

Alla Marvel persero completamente la testa e la partenza dei principali artisti Marvel per fondare Image Comics nel 1992 fu un fattore determinante dell’instabilità che portò al fallimento della Marvel. Fu un effetto a catena enorme.

Certo, c’erano anche altri fattori — lo scoppio della bolla dell’industria, un debito massiccio dovuto ad acquisizioni aziendali e una ristrutturazione aggressiva e fallimentare del loro modello di distribuzione. Ma resta folle pensare che sette artisti che se ne vanno possano avere un impatto del genere.

I Magnifici 7 che hanno fondato Image Comics

Sei stato anche editor di Image Comics: qual è stato l’aspetto più complesso di questo ruolo rispetto a quello di autore?

Erik Larsen  – Le cose erano un po’ turbolente. Molte testate si interrompevano bruscamente a metà storia e la sensazione era che i giorni migliori di Image fossero alle spalle. Il mio obiettivo era rimettere la nave sulla rotta, fermare l’emorragia e riportarla sulla giusta traiettoria, e questo significava parlare molto con i creator e intervenire più direttamente su alcuni fumetti che avevano bisogno di aiuto. Ero attivamente coinvolto nell’aiutare le testate, nel progettare loghi e persino nel ridisegnare alcuni personaggi. Era un sacco di lavoro. Ma non era per questo che ero entrato nei fumetti. Volevo creare fumetti, non gestire i creator. Me ne sono andato una volta che tutto è tornato in carreggiata.

Puoi raccontarci come e quando nasce il personaggio più importante della tua carriera, Savage Dragon? Sappiamo che era un’idea che avevi in testa da molto tempo, in attesa del momento giusto per emergere.

Erik Larsen  – Savage Dragon è stato creato quando ero bambino. All’inizio era un clone di Batman, ma presto ha preso vita propria. Non sono nemmeno sicuro di quando sia stato creato esattamente.

Originariamente indossava mantello e maschera e guidava una specie di versione dell’auto di Speed Racer. Con il passare degli anni ho continuato a introdurre nuove versioni e a rivedere quelle vecchie. A un certo punto era diventato un tizio che si trasformava da uomo normale in un supereroe muscoloso, e mi sono semplicemente stancato della parte dell’uomo normale e di disegnare tutti gli aspetti del costume.

Ho separato Dragon dalla sua persona umana e a quel punto è diventato finalmente un eroe dalla pelle verde. Ho scritto e disegnato le sue avventure dall’infanzia fino alle superiori e oltre. Quando avevo 19 anni ho scritto e disegnato una storia di Savage Dragon perché pensavo di poterla pubblicare su Charlton Bullseye. Ma quella rivista fu cancellata prima che potessi mandargliela. Finì per auto-pubblicarla come parte di un fumetto chiamato Graphic Fantasy, che stampai sulla piccola offset da tavolo di mio padre. Quella storia era il culmine di tutto ciò che avevo fatto da bambino.

Ne feci un’altra dopo, poi iniziai a ricevere i primi incarichi per lavori professionali. Avrei rivisitato quelle due storie di Dragon anni dopo.

Cover del primo volume della nuova ed. italiana di Savage Dragon della Cosmo Editore

Ogni autore inserisce inevitabilmente una parte di sé nei propri personaggi. Quali aspetti di Erik Larsen e della sua vita possiamo ritrovare in Savage Dragon?

Erik Larsen  – Non c’è molto, onestamente. Voglio dire—sì, c’è qualche cosa nei dialoghi. Frasi che potrei dire io, ma difficilmente è autobiografico. È un’opera di finzione. Abbiamo la stessa età. Siamo entrambi calvi. Non va molto più in profondità di così.

Con Savage Dragon sei autore unico praticamente da sempre: un record incredibile, considerando che la serie è una delle più longeve mai realizzate su un supereroe con un solo autore al comando. Ti capita mai di pensare ai record che stai battendo numero dopo numero?

Erik Larsen  – Non spesso. La prendo una pagina alla volta. Pensare di fare così tanti numeri—così tante pagine—è travolgente. Quindi tendo a scomporre tutto in parti più gestibili. Una pagina alla volta. Un numero alla volta.

Savage Dragon è ormai vicino al numero 300. C’è un aneddoto legato alla realizzazione di un numero, una run o semplicemente qualcosa che ti è rimasto impresso legato al tuo lavoro su Dragon?

Erik Larsen  – Ci sono molti numeri. Nel corso degli anni mi sono lanciato varie sfide per mantenerlo divertente. Un numero composto solo da splash page. Un numero che conta alla rovescia da 20 vignette a una. Un numero in cui ogni vignetta è un quadrato. In cui ogni vignetta rappresenta un singolo giorno. Uno in cui ogni due pagine sono una doppia pagina. In cui le pagine emulano celebri strisce a fumetti. Non c’è un singolo numero che domini la mia mente. È tutto un unico pezzo.

Così come Savage Dragon, anche Spawn è un personaggio che Todd McFarlane aveva in mente fin da ragazzo. Come ti sei trovato a lavorare sulla creatura di Todd durante la tua run su Spawn? E com’è nata la collaborazione che ha portato al team-up Spawn / Savage Dragon?

Erik Larsen  – All’inizio è stato divertente, ma è diventato frustrante piuttosto in fretta. Abbiamo una sensibilità e un ritmo molto diversi.

Io stavo scrivendo, disegnando e inchiostrando il fumetto e Todd riscriveva e reinchiostrava le pagine man mano che le facevo. Pensavo che sarebbe stato divertente fare un crossover, ma anche quello è stato frustrante. Todd riscriveva i dialoghi di Malcolm e Maxine Dragon. Voglio dire—che diavolo, amico? Capisco che potrei non azzeccare la voce di Spawn, ma sicuramente sono in grado di mettere parole in bocca ai miei personaggi! È arrivato a un punto in cui ho dovuto andarmene.

Spawn e Dragon insieme!

In un periodo in cui cinema e televisione sono dominati da film e serie TV sui fumetti, c’è mai stata un’occasione concreta o anche solo l’idea di realizzare uno show o un film dedicato a Savage Dragon?

Erik Larsen  – Ce n’è stata una. Un cartone animato sul network USA. È andato avanti per due stagioni. Da allora ci sono state conversazioni con varie realtà, ma non si è mai arrivati fino in fondo. Non è per mancanza di tentativi, ma non è mai una cosa semplice come “farlo e basta”. Ci sono molte parti che si muovono insieme. Posso fare un fumetto da solo, se serve. Non posso fare un film da solo.

Immagine tratta dalla serie animata di Savage Dragon

Recentemente sei tornato su Spider-Man, ma non su una versione qualsiasi: Spider-Noir. Cosa ti ha spinto ad accettare questo progetto? Hai cambiato approccio nel lavorare su una versione ambientata negli anni ’30 rispetto allo Spider-Man classico su cui avevi lavorato in passato?

Erik Larsen  – Sembrava un’idea divertente. Mi piaceva che la lavagna fosse quasi vuota e che potessi contribuire a dare forma al suo mondo. Da un po’ parlavo con l’editor della possibilità di fare qualcosa, questa idea è venuta fuori e lui ha pensato che potessi essere una buona scelta. È un “animale” molto diverso sotto molti aspetti a causa dell’ambientazione. Abituarsi a come i personaggi possono e non possono parlare richiede un po’ di tempo, ma per fortuna sono un grande fan di diversi film e radiodrammi di quel periodo, e questo mi ha aiutato.

Abbiamo avuto l’opportunità di scambiare due parole con Andrea Broccardo, disegnatore di Spider-Noir sui tuoi testi, e si è detto entusiasta e onorato del lavoro insieme a te. Com’è stato concentrarti solo sulla scrittura e lasciare le matite a un altro (bravissimo) artista, forse per la prima volta nel tuo lavoro su Spider-Man?

Erik Larsen  – È stato molto divertente. Naturalmente nulla appare esattamente come lo immagino io, ma mi ha sorpreso più volte superando le mie aspettative. Era la sua prima volta a lavorare partendo da una trama e io ho imparato alcune cose lungo la strada, sotto questo aspetto. Nel complesso direi che è stata un’esperienza positiva.

Spider-Noir è una serie ancora inedita in Italia, ma parliamo di un personaggio che ha già avuto tre incarnazioni molto diverse tra loro. Che tipo di Spider-Noir dobbiamo aspettarci dalla versione di Erik Larsen?

Erik Larsen  – Ho riflettuto a lungo sull’approccio. Alla fine sono arrivato alla conclusione che, se l’editor avesse voluto ciò che era stato fatto in precedenza, avrebbe dovuto riprendere quei creatori. Se li avessi emulati, non avrebbe funzionato per nessuno.

Ho i miei punti di forza come scrittore e ho pensato fosse meglio fare leva su quelli. Volevo realizzare una versione che sembrasse più Peter Parker. Volevo fare qualcosa che ricordasse in una certa misura il personaggio del film. E volevo davvero fare qualcosa di nuovo. La precedente galleria di nemici di Spider-Man Noir era composta da reinterpretazioni noir dei classici villain di Spider-Man e il suo cast di supporto era formato da versioni reimmaginate del cast di supporto tradizionale. Io sono entrato con l’idea di dargli un cast di supporto tutto suo che andasse oltre il familiare e un set completamente nuovo di villain che fossero interamente suoi. Questo, e dato che è un detective—ho pensato che fosse una buona idea giocare con alcuni di quegli elementi.

Questa era l’ultima domanda. Ancora una volta, grazie a Erik Larsen per aver trovato il tempo di parlare con noi.


Erik Larsen: biografia

Erik Larsen nasce nel 1962 a Minneapolis (Minnesota) e fa il suo esordio giovanissimo disegnando alcune pubblicazioni per Marvel, Eclipse e DC Comics. Il suo stile dinamico lo rende immediatamente popolare tanto da fargli guadagnare, nel 1990, la promozione alla collana principale dell’Uomo Ragno, “The Amazing Spider-Man”, in sostituzione del grande Todd McFarlane.

Nel 1992 fonda, assieme allo stesso McFarlane e a Jim Lee, Rob Liefeld, Jim Valentino, Marc Silvestri, Whilce Portacio e Chris Claremont, l’etichetta indipendente Image Comics, lanciando il suo personaggio più famoso, “Savage Dragon”. Da allora, Larsen ha continuato a occuparsi della serie regolare del Dragone che ha raggiunto ad oggi il numero 279, in uscita a febbraio 2026, e che non intende fermarsi…

Fumetti

Daredevil: Born Again, un capolavoro senza tempo

L’opera Marvel Comics a cura di Frank Miller e David Mazzucchelli compie 40 anni

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Per comprendere davvero l’importanza di Daredevil: Born Again, fumetto di cui voglio parlarvi oggi, è utile fare un rapidissimo passo indietro nel tempo. Ogni storia, infatti, nasce all’interno di un contesto preciso: un momento storico, una realtà socio-politica e un clima creativo che inevitabilmente ne influenzano temi, toni e ambizioni.

Prima di entrare nel cuore dell’opera, vale quindi la pena fare un breve tuffo negli anni in cui questa storia è stata concepita e pubblicata, per capire quale mondo circondava i suoi autori e l’industria del fumetto in quel preciso momento storico.

Gli anni Ottanta in USA e in Marvel Comics

Il contesto socio-politico

Nel 1986 gli Stati Uniti e il mondo occidentale stanno vivendo una fase complessa e contraddittoria. Alla Casa Bianca c’è il repubblicano Ronald Reagan, presidente dal 1981 e simbolo dell’America conservatrice degli anni Ottanta e lo spettro della Guerra Fredda aleggia ancora negli animi della gente.

Gli anni Ottanta sono stati anche gli anni della diffusione massiccia delle droghe, soprattutto negli Stati Uniti, dove il Paese si trovò a fare i conti con un’ondata senza precedenti di sostanze stupefacenti, alimentata in larga parte dai cartelli della droga sudamericani. Per avere un riferimento immediato, sono gli anni in cui la figura di Pablo Escobar diventa centrale nell’immaginario collettivo. Il tema della tossicodipendenza viene ripreso da Frank Miller e inserito al centro della narrazione di Daredevil: Born Again, utilizzandolo come uno dei motori principali della caduta – e successiva rinascita – dei suoi personaggi.

La fase creativa di Marvel Comics

Negli anni in cui nasce Born Again, la Marvel Comics sta attraversando una fase creativa estremamente fertile. Dopo l’epoca rivoluzionaria degli anni Sessanta guidata da figure come Stan Lee e Jack Kirby, la Casa delle Idee sta vivendo una nuova stagione di sperimentazione grazie a una generazione di autori più giovani. Alcune delle testate più popolari del periodo includono The Uncanny X-Men di Chris Claremont e John Byrne, The Amazing Spider-Man e Thor, rilanciato con successo da Walter Simonson.

È anche un periodo in cui la Marvel permette ad alcuni autori di imprimere una forte identità autoriale alle serie su cui lavorano. Storie più lunghe, temi più maturi e una narrazione visivamente ambiziosa iniziano a ridefinire il linguaggio del fumetto supereroistico.

Tutto ha inizio da un’idea

È proprio in questo contesto che due giovani autori iniziano a lavorare su una storia destinata a lasciare un segno profondo nell’industria del fumetto. Lo sceneggiatore Frank Miller e il disegnatore David Mazzucchelli collaborano su una run di Daredevil che avrebbe ridefinito il personaggio e influenzato il fumetto supereroistico per decenni.

Chris Claremont (sinistra) e Frank Miller (destra) nel 1981

Chris Claremont (sinistra) e Frank Miller (destra) nel 1981

David Mazzucchelli in una foto del 2012

David Mazzucchelli in una foto del 2012

Frank Miller iniziò a lavorare come sceneggiatore su Daredevil nel 1981, a partire dal numero #168, ruolo che avrebbe mantenuto fino al 1983. In questo periodo Miller ridefinisce completamente il personaggio: introduce Elektra Natchios e trasforma Wilson Fisk, alias Kingpin, nel grande antagonista di Daredevil. Il tono della serie diventa più noir, urbano e adulto, allontanandosi sensibilmente dall’impostazione più tradizionale dei fumetti supereroistici dell’epoca.

Questa run, oggi considerata storica, dona a Daredevil un fascino e una profondità narrativa che il personaggio non aveva mai avuto prima.

Qualche anno dopo, Miller torna a scrivere Daredevil con un’idea molto precisa in mente: cosa succederebbe se qualcuno distruggesse completamente la vita di Matt Murdock? Per raccontare questa storia sceglie come disegnatore David Mazzucchelli, con il quale aveva già collaborato proprio su Daredevil. Il risultato di questa collaborazione è Daredevil: Born Again, pubblicato nei numeri #227 – #233 della serie regolare tra il 1986 e il 1987.

In questo articolo dedicato al quarantesimo anniversario dell’opera, voglio rivivere insieme a voi la lettura di questo capolavoro del fumetto moderno.

Apocalypse (#227)

Quando Daredevil: Born Again ha inizio, troviamo Matt Murdock alle prese con le difficoltà che la sua doppia vita inevitabilmente comporta: è alla ricerca di un impiego stabile, mentre la sua relazione sentimentale sta andando in frantumi. Insomma, another day in the life of Matt Murdock. E come se non bastasse, il rigido inverno della East Coast contribuisce a rendere tutto ancora più cupo.

Ma Matt non sa che, da qualche parte in Messico, la sua vecchia fiamma Karen Page, ormai consumata dalla tossicodipendenza, ha venduto la sua identità segreta in cambio di una dose. Un’informazione che, passando di mano in mano, finisce inevitabilmente per arrivare a Wilson Fisk, il Kingpin.

È questo il momento esatto in cui tutto cambia. L’inizio della fine per il vigilante noto come Daredevil… e, soprattutto, per l’uomo chiamato Matt Murdock.

Il piano di Kingpin è così semplice quanto crudele. Non vuole colpire direttamente Matt Murdock, no. Sarebbe troppo facile. Prima di passare all’attacco, vuole testare l’informazione che ha ricevuto e, per farlo, attacca Matt e non Daredevil, screditando la sua figura di avvocato.

Il mondo intorno a Matt inizia a sgretolarsi quando la falsa notizia creata da Fisk arriva sulle scrivanie dei giornalisti, compresa quella di Ben Urich. Matt perde la licenza da avvocato e, con essa, la sua carriera e la sua unica fonte di sostentamento.

In preda alla disperazione e alla rabbia, indossa i panni di Daredevil e si fa strada a forza di pugni nella malavita di New York, cercando di risalire a chi ha messo in giro le false voci su di lui, senza ottenere molto, se non la soddisfazione del Kingpin, che osserva la vita dell’Uomo Senza Paura andare in frantumi, pezzo dopo pezzo.

Il colpo di grazia, che mette definitivamente in ginocchio Matt Murdock, arriva nelle ultime due pagine di questo capitolo. Il palazzo in cui Matt vive viene incendiato ed esplode, e tutto ciò che ne resta sono macerie. È proprio grazie a questo atto di inaudita violenza che Matt riesce finalmente a collegare tutto ciò che gli sta accadendo a un volto e, soprattutto, a un nome: Kingpin.

Matt capisce che Kingpin è il mandante

Questa prima parte è memorabile. Wilson Fisk si accanisce contro Matt Murdock, distruggendogli la vita nel giro di poche ore, con una violenza psicologica che lascia un segno profondo nella mente dell’Uomo Senza Paura.

E questo è solo l’inizio delle sventure che colpiranno il nostro protagonista.

Purgatory (#228)

Senza casa, senza denaro e senza amici – perché ormai è convinto che anche loro stiano complottando contro di lui – Matt Murdock trova rifugio in una disgustosa stanza d’albergo, l’unica che può permettersi con i suoi ultimi dieci dollari. Offuscato dalla rabbia e senza nessuno su cui contare, decide di affrontare Kingpin.

Questo scontro non finisce bene per Matt. Kingpin, che aveva fatto pedinare Murdock, si aspettava il suo arrivo. Si fa trovare pronto, con un piano preciso per mettere fine alle sofferenze dell’avvocato vigilante. Dopo averlo pestato, mette in scena la sua morte: lo getta nel fiume, all’altezza del Pier 41 sull’East River, dentro un taxi rubato, cosparso di alcol. Una morte che non avrebbe portato ad alcuna indagine.

Ma quando la carcassa del taxi viene recuperata dal fondo del fiume, vengono trovate bottiglie di whisky, vetri rotti… ma nessun cadavere.

Nessun cadavere.

Nell’ultima ultima pagina di questa issue, con una sola immagine, Frank Miller e David Mazzucchelli comunicano molto più di quanto avrebbero potuto fare con mille parole.

Lo sguardo determinato ma, allo stesso tempo, spaventato di Wilson Fisk tradisce il suo autocontrollo, proprio nel momento in cui inizia a capire di aver commesso un errore… che probabilmente pagherà caro.

Pariah! (#229)

Matt Murdock è distrutto, fisicamente e psicologicamente. È riuscito miracolosamente a liberarsi dal taxi sul fondo del fiume e ora si ritrova per strada, ferito e solo. Non sapendo dove altro andare, si reca nell’ultimo posto che può ancora chiamare casa: la Fogwell’s Gym. La palestra dove si allenava suo padre e dove, di nascosto, si è allenato anche lui.

Nel frattempo Ben Urich continua a indagare sul caso Murdock, anche se il suo editor si aspetta tutt’altro per l’edizione natalizia del Daily Bugle. Rintraccia Nick Manolis, un poliziotto corrotto il cui nome compare nel libro mastro del Kingpin. Urich ha ormai capito tutto: le false accuse contro Murdock, che gli sono costate la licenza, sono il risultato di uno scambio. Kingpin avrebbe garantito le cure necessarie al figlio del poliziotto in cambio di una testimonianza falsa. Quando Urich affronta Manolis, emerge un dettaglio ancora più inquietante: Kingpin ha infiltrati anche nella clinica dove è ricoverato il figlio di Manolis. L’infermiera presente al colloquio interviene all’improvviso, spezza le dita di Ben e aggredisce Manolis.

Non li uccide. Questo era solo un avvertimento.

 

Mentre tutto questo accade a New York, in Messico una Karen Page in piena crisi di astinenza da eroina, è alla disperata ricerca di un passaggio verso gli Stati Uniti. Alla fine lo trova in un boss locale, il quale le propone un patto: le darà un passaggio verso New York, ma il prezzo da pagare… è il suo corpo.

Nella Fogwell’s Gym una figura soccorre Matt, svenuto e in fin di vita. Una suora, con una croce d’oro appesa al collo.

Questa issue è la prova dell’immenso acume artistico dei due autori, che spesso, nel corso dell’opera, inseriscono riferimenti a una delle sculture più celebri della storia dell’arte, la Pietà di Michelangelo Buonarroti. Questa struttura triangolare viene ripresa più volte nella composizione delle pagine di Daredevil: Born Again, contribuendo a rafforzare visivamente i momenti più carichi di significato emotivo.

Un omaggio degli autori alla Pieta' di Michelangelo

Un omaggio degli autori alla Pietà di Michelangelo Buonarroti

Trovo questa issue una delle più intense dell’intero arco narrativo. In poche pagine Miller e Mazzucchelli riescono a distruggere completamente i personaggi di Matt Murdock e Karen Page, togliendo a quest’ultima anche la dignità.

Miller affronta il tema della tossicodipendenza e della prostituzione in modo crudo e diretto, senza girarci intorno. Come abbiamo già detto, Daredevil: Born Again è stato un punto di svolta nel fumetto moderno, anche per il modo in cui certi argomenti vengono trattati in un medium che, fino a poco tempo prima, sembrava incapace di affrontarli con una tale maturità.

Born Again (#230)

Mentre Matt Murdock combatte la polmonite nel letto di una missione nel seminterrato di una chiesa, Karen Page riesce a mettersi in contatto con Foggy. I due si incontrano e Karen rivela all’amico di essere maltrattata e che, cosa ancora più importante, deve trovare Matt a qualsiasi costo. Foggy non se la sente di lasciarla tornare dall’uomo che abusa di lei e le offre un posto a casa sua.

Nel frattempo, Kingpin continua a tessere la sua tela, instancabile e meticoloso. Ordina l’omicidio di Nick Manolis e si assicura di comprare il silenzio del giornalista Ben Urich, esercitando su di lui la giusta pressione fatta di minacce e intimidazioni.

Nella tavola che chiude questa issue, scopriamo infine che Maggie, la suora che ha soccorso il moribondo Matt nella palestra dove si allenava suo padre, è in realtà sua madre.

Anche in questa issue viene utilizzata con forza la struttura triangolare che richiama alla scultura di Michelangelo.

Matt Fraction analizza la forza con cui Miller e Mazzuchielli richiamano alla forma triangolare che richiama alla Pieta'

Miller e Mazzucchelli utilizzano la forma triangolare che richiama alla Pietà

Saved (#231)

Kingpin diventa sempre più paranoico e impaziente, ed elabora un piano per far uscire allo scoperto Matt Murdock. Ordina il rilascio di un paziente mentalmente instabile da una clinica psichiatrica, lo veste con i panni di Daredevil – dopo aver estorto il costume al povero Melvin Potter – e gli ordina di fare del male all’avvocato Foggy Nelson e a chiunque si trovi con lui, in questo caso Karen Page.

Matt, ormai ripresosi dalla polmonite, osserva tutto senza farsi notare, nell’ombra.

Nel frattempo, Ben Urich e sua moglie vengono aggrediti da Lois – l’infermiera che lo ha aggredito in precedenza – ma Matt interviene, sventando il tentato omicidio. Il nostro protagonista riesce anche ad arrivare nell’appartamento del suo migliore amico Foggy, proteggendo lui e Karen dal folle criminale.

Daredevil sembra essere tornato. E con il suo ritorno il castello di carte costruito dal Kingpin inizia a crollare.

Una delle tavole che mi sono piaciute di più in questa issue è quella in cui Karen Page tenta di fuggire dal suo abusatore, in un disperato tentativo di iniettarsi un’ultima dose di eroina. La tavola sembra quasi dettare la frenesia travolgente con cui gli eventi si susseguono, anche grazie a un layout davvero incredibile. Le vignette si accorciano progressivamente, in un crescendo visivo che trasmette ansia e panico, accompagnando il lettore nel ritmo sempre più accelerato della scena.

La scena concitata si risolve in un abbraccio a lungo atteso, quello tra Karen e Matt. Karen è finalmente salva.

God and Country (#232)

Quando Wilson Fisk viene a sapere che anche l’ennesimo piano per far uscire allo scoperto Matt Murdock è fallito, decide di giocarsi l’ultima carta. Ha saputo che uno dei suoi uomini ha accoltellato Matt a Hell’s Kitchen qualche giorno prima. Hell’s Kitchen. Proprio il luogo in cui il suo peggior incubo è nato e cresciuto. È lì che potrebbe essersi nascosto.

A questo punto, Kingpin non è più interessato a piani sottili o sofisticati. Decide di agire in modo diretto. Ordina a un soldato di nome Nuke – un esaltato reduce dell’occupazione nel Nicaragua da parte degli Stati Uniti – di recarsi a Hell’s Kitchen e raderla al suolo. Solo così, pensa, Matt Murdock sarà costretto a uscire allo scoperto per proteggere il quartiere e gli innocenti che lo abitano.

Il piano funziona.

Quando Nuke bombarda la mansarda in cui Matt e Karen Page vivono, l’Uomo Senza Paura non ha più scelta. Torna a indossare il costume. Torna a essere Daredevil.

Siamo alla resa dei conti. Frank Miller e David Mazzucchelli costruiscono questa penultima issue con un crescendo di tensione palpabile, che culmina in un’ultima pagina memorabile: fiamme, distruzione… e un diavolo che rinasce dalle proprie ceneri.

Armageddon (#233)

Hell’s Kitchen è in fiamme. Kingpin, accecato dalla paranoia, ha ordinato un vero e proprio massacro. Centinaia di persone sono ferite, decine i morti. Daredevil fa del suo meglio per disarmare Nuke, ma si rende presto conto che non si tratta di un avversario normale. I suoi muscoli sono troppo resistenti, la sua velocità non è quella di un uomo comune.

Quando il peggio sembra ormai inevitabile, intervengono gli Avengers: Captain America, Iron Man e Thor giungono sulla scena e aiutano Daredevil a contenere la furia di Nuke, che, sotto effetto di droghe, non vede più persone… ma solo bersagli. I tre vendicatori riescono a fermare Nuke e lo consegnano nelle mani del governo.

Hell’s Kitchen attraversa un periodo di apparente pace. I feriti vengono curati e i palazzi ricostruiti, mattone dopo mattone. Ma la guerra di Matt Murdock è tutt’altro che finita.

Kingpin, a causa del massacro ordinato per pura vendetta personale, inizia a perdere il consenso delle altre famiglie che detengono il potere a New York. Per la prima volta, Wilson Fisk si ritrova con le spalle al muro. Intrappolato. E il colpo di grazia non tarda ad arrivare.

Nuke riesce a fuggire e, ancora sotto effetto di droghe, è deciso a scatenare una nuova ondata di violenza in città. Questa volta, però, Daredevil è pronto. Con l’aiuto di Captain America – che si sente in parte responsabile per le condizioni in cui versa l’agente Simpson – riesce a intercettarlo. Ma non basta. I due non riescono a proteggerlo dai proiettili dello stesso governo che lo aveva trasformato in un’arma, somministrandogli il siero del supersoldato.

Nuke muore sulla scrivania di Ben Urich, al Daily Bugle. E con lui muore anche l’ultima possibilità per il Kingpin di sfuggire alle proprie responsabilità.

Wilson Fisk ha perso l’appoggio dei suoi alleati, ormai troppo spaventati per continuare a coprire la sua intricata rete di bugie e ricatti. Così, il nome del Kingpin di New York finisce in prima pagina sul Daily Bugle, e i crimini di cui è accusato sono ormai troppo evidenti per essere ignorati.

Nonostante ciò, Fisk è convinto di aver vinto. È riuscito nella sua missione: distruggere completamente il suo incubo, Matt Murdock, l’Uomo Senza Paura, Daredevil.

Quello che non sa, però, è che Matt ha ritrovato in Karen Page la voglia di vivere che aveva perduto. E che, dalle macerie, qualcosa sta ricominciando a nascere.

Bonus content

Per apprezzare maggiormente l’incredibile lavoro di Miller e Mazzucchelli, ecco alcune pagine di Daredevil: Born Again Artist’s Edition.

Conclusione

Lessi Daredevil: Born Again qualche anno fa e ricordo di esserne rimasto stregato. Rileggerlo oggi, a distanza di tempo, significa coglierne ancora di più il peso e l’importanza, non solo per il fumetto degli anni Ottanta, ma per tutto ciò che è venuto dopo.

L’introduzione, da parte di Frank Miller, di temi come la tossicodipendenza, la depressione e una violenza così cruda e diretta – raramente vista nei fumetti fino a quel momento – trasforma questa storia in qualcosa di profondamente diverso. Un punto di rottura. Un nuovo standard.

Su queste fondamenta si innesta il lavoro di David Mazzucchelli, che eleva il racconto a un livello superiore. Il suo stile, fatto di linee dure e marcate e di un uso delle luci tanto essenziale quanto espressivo, non si limita ad accompagnare la storia: la amplifica e la rende definitiva.

A questo si aggiunge un lavoro sul layout che, per l’epoca, risulta straordinariamente innovativo. Le pagine sono costruite con un ritmo dinamico, quasi cinematografico, dove la composizione delle vignette guida lo sguardo del lettore come una regia attenta. L’uso degli spazi, delle inquadrature e delle sequenze rende la lettura fluida, immersiva, dando spesso la sensazione di “guardare” la storia più che leggerla. Un esempio perfetto di questo approccio si trova nella pagina di apertura della issue intitolata “Born Again”.

Matt Murdock è in fin di vita, e gli autori scelgono di mostrarcelo in modo diretto ma estremamente efficace: attraverso il ritmo del suo battito cardiaco. La narrazione si sviluppa in modo incalzante, alternando il battitore sempre più debole del suo cuore a immagini legate ai suoi ricordi più traumatici, per poi tornare nuovamente a quel battito, come un respiro che si accorcia e si riprende. Questo continuo passaggio tra presente e memoria crea un effetto ipnotico. La tensione cresce progressivamente, mentre il lettore viene trascinato dentro la mente e il corpo del protagonista. È uno storytelling ridotto all’essenziale ma potentissimo, che dimostra quanto il lavoro di Frank Miller e David Mazzucchelli fosse già, di per sé, un linguaggio narrativo innovativo.

Ma ciò che rende davvero Born Again un’opera senza tempo è la sua idea centrale.

La distruzione non è il punto di arrivo. È il passaggio necessario per trasformarsi in qualcosa di migliore.

Matt Murdock perde tutto: il lavoro, la casa, la dignità, la sanità mentale. Viene svuotato, ridotto all’essenziale. E proprio lì, nel punto più basso, trova la forza di rialzarsi. Perché alla fine, Born Again non è solo la storia di un eroe che cade. È la storia di un uomo che sceglie di rialzarsi.

E forse è proprio questo il motivo per cui, a distanza di quarant’anni, continua a parlarci con la stessa forza di allora.

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Mirage Comics

Mirage Comics porta in Italia i fumetti di Street Sharks

Con un annuncio speciale al Be Comics! Be Games! di Padova, Mirage Comics e Davide Maga del Mondo Virtuale, hanno annunciato l’arrivo dei fumetti degli Street Sharks in Italia

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JAWSOME! GLI STREET SHARKS
TORNANO IN ITALIA:
MIRAGE COMICS ANNUNCIA
IL RILANCIO EDITORIALE

Direttamente dal mito degli anni ’90 e dopo un’attesa lunga vent’anni, i predatori più famosi della cultura pop tornano a mordere. Mirage Comics è orgogliosa di annunciare l’acquisizione e il lancio ufficiale dell’edizione italiana di Street Sharks, la serie evento nata dalla collaborazione tra Mattel e IDW Publishing. L’annuncio è stato ufficializzato oggi durante un panel esclusivo al BeComics di Padova, che ha visto la partecipazione del Direttore Editoriale Francesco Marcantonini e del celebre creator Davide Maga (fondatore di Mondo Virtuale), vera e propria icona della cultura pop americana in Italia con oltre 3,6 milioni di follower totali tra Instagram e TikTok.

Il ritorno dei Fratelli Bolton

Non si tratta di un semplice reboot, ma di una continuazione diretta della lore originale. Scritta da Stephanie Williams (Nubia and the Amazons) e disegnata da Ariel Medel (TMNT vs. Street Fighter), la serie riporta in
azione Ripster, Jab, Streex e Big Slammu.

I quattro fratelli Bolton, trasformati in ibridi uomo-squalo, dovranno difendere Fission City dalle folli mutazioni del Dr. Piranoid, mantenendo intatto lo spirito Jawsome fatto di muscoli, inseguimenti in motocicletta e l’immancabile passione per gli hamburger.

Un’edizione da collezione: maggio 2026

Il debutto ufficiale nelle librerie e fumetterie italiane è fissato per il 30 maggio 2026 all’interno della collana Kids, con una proposta editoriale pensata sia per i nuovi lettori che per i collezionisti più esigenti:

Street Sharks TPB 1 (Cartonato): Un volume di pregio (19×28 cm, 96 pagine) che raccoglie i primi tre numeri della saga americana. Il volume vanta una prestigiosa prefazione firmata da Davide Maga.

  • Regular Edition: Cover di Jorge Corona.
  • Variant Edition: Tiratura limitata (400 copie).
  • UltraVariant Edition: Tiratura ultra-limitata (200 copie).

Street Sharks #1 (Spillato Speciale): Per celebrare il lancio, saranno disponibili due versioni spillate del primo numero con cover esclusive dei maestri Marco Santucci e Maria Laura Sanapo.

  • Variant A & B: 500 copie ciascuna, formato 16,8×26 cm.

Le dichiarazioni

Francesco Marcantonini ha dichiarato:

«Riportare gli Street Sharks in Italia è un’operazione di puro cuore e strategia.Volevamo un prodotto che rispettasse l’estetica estrema degli anni ’90 ma con la qualità narrativa odierna».

Davide Maga, che ha curato l’introduzione al volume, aggiunge:

«Bastavano le prime note della sigla di Enzo Draghi e quelle quattro pinne che squarciavano l’asfalto per farci innamorare perdutamente. Gli Street Sharks sono entrati di diritto nell’iconografia degli anni ’90 tra action figure, zaini e quaderni che andavano a ruba. Oggi tornano finalmente all’attacco con una serie tutta da divorare. È il ritorno che noi fan di lunga data aspettavamo, ma è perfetto anche per chi vuole scoprire oggi la potenza di Fission City. Squali all’attacco!».

Il piano editoriale: edizioni limitate e cover d’autore

Il lancio del 30 maggio sarà un vero evento per i collezionisti, con tirature limitate e varianti esclusive:

* Ringraziamo l’Ufficio Stampa Mirage Comics per il comunicato di cui sopra, che abbiamo condiviso con i nostri lettori

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DC Comics

5 fumetti DC Vertigo sottovalutati, che vanno letti

Prima di lanciarvi sulle nuove proposte della linea Vertigo, vi consigliamo 5 titoli della ‘vecchia’ Vertigo passati in sordina ma che meritano, senza ombra di dubbio, una lettura

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Quando si parla di Vertigo, l’etichetta della DC Comics dedicata alle storie più mature e sperimentali, si pensa subito a titoli leggendari come The Sandman, Preacher, Fables o Hellblazer. Pubblicata per la prima volta nel 1993, la linea Vertigo ha rivoluzionato il fumetto americano, portando nel mainstream generi come horror, fantasy, noir e fantascienza, spesso accompagnati da forti elementi di critica sociale.

Dopo un lungo periodo di declino, l’etichetta è stata chiusa nel 2020, ma negli ultimi anni DC ha iniziato a recuperare quello spirito creativo, rilanciando il marchio e pubblicando nuovi titoli. È l’occasione perfetta per tornare a parlare non solo dei classici più celebrati, ma anche di quelle opere che, per vari motivi, non hanno mai ricevuto l’attenzione che meritavano.

Nel catalogo Vertigo esistono infatti numerosi fumetti intriganti, ma passati un po’ in sordina. Miniserie, esperimenti narrativi o progetti cancellati troppo presto, ma che ancora oggi rappresentano letture originali e incredibilmente attuali.

Ecco cinque fumetti della linea Vertigo, snobbati ma che vale la pena recuperare.

Hex Wives

Tra gli ultimi titoli pubblicati durante la prima incarnazione di Vertigo troviamo Hex Wives, scritto da Ben Blacker e disegnato da Mirka Andolfo.

La premessa è tanto affascinante quanto inquietante: una congrega di potenti streghe viene catturata da una misteriosa organizzazione maschile chiamata gli Architetti. Attraverso un lavaggio del cervello, le donne vengono private dei loro ricordi e dei loro poteri e costrette a vivere in un quartiere suburbano perfettamente ordinato, come casalinghe degli anni ’50.

Tutto cambia quando una di loro, Isadora, comincia lentamente a recuperare memoria e poteri. Da quel momento l’equilibrio costruito dagli Architetti inizia a incrinarsi.

La serie funziona perchè è una satira sul patriarcato, una storia di emancipazione e allo stesso tempo un racconto horror venato di ironia. A rendere il tutto ancora più memorabile sono i disegni dinamici della Andolfo e i colori di Marissa Louise, che alternano atmosfere patinate a momenti decisamente più oscuri.

E sì: ci sono anche i gatti, perché ogni storia di streghe che si rispetti ne ha bisogno.

Faker

Se cercate scrupolosamente, tra i titoli più sottovalutati della Vertigo c’è Faker, miniserie scritta da Mike Carey e illustrata da Jock.

La storia si concentra inizialmente su 4 studenti universitari, Jessica, Yvonne, Marky e Sack, durante una festa. Una ragazza introduce nei loro drink una sostanza chiamata Angel’s Kiss, apparentemente una semplice droga da party. In realtà si tratta di un supporto liquido sperimentale per l’archiviazione dei dati.

Quando arriva Nick, un amico comune del gruppo, le cose iniziano a diventare strane. Molto strane.

Gli studenti scoprono gradualmente che Nick potrebbe non essere reale, ma piuttosto una creazione generata dalle loro menti sotto l’effetto della sostanza. Nel frattempo entrano in scena agenzie governative e una cospirazione sempre più complessa.

Il risultato è un thriller fantascientifico cupo e disturbante che riflette su identità, memoria e percezione della realtà. Le atmosfere inquietanti e i disegni di Jock rendono la lettura ancora più intensa, lasciando al lettore una sensazione di straniamento anche dopo l’ultima pagina.

The Vinyl Underground

Vertigo ha sempre avuto una particolare affinità con l’occulto, e The Vinyl Underground ne è un perfetto esempio. La serie, scritta da Si Spencer e disegnata da Simon Gane, segue un gruppo decisamente fuori dagli schemi che si occupa di indagini soprannaturali a Londra.

Tra i membri della squadra troviamo:

  • Morrison Shepherd, DJ semi-famoso e figlio di un ex calciatore appena uscito di prigione

  • Perv, un ex detenuto chiaroveggente che ha visioni durante crisi epilettiche

  • Leah King, assistente all’obitorio che lavora anche come modella e performer online

  • Kim “Abi” Abiola, ex fidanzata di Shepherd e misteriosa “principessa tribale africana in esilio”

Il primo caso ruota attorno a un omicidio legato proprio alla famiglia di Abi, ma presto la vicenda si espande in una serie di indagini sempre più bizzarre.

L’atmosfera ricorda per certi versi le storie di John Constantine, ma con un tono ancora più eccentrico e underground. Anche Londra diventa un vero e proprio personaggio della storia, con i suoi quartieri, i suoi misteri e le sue contraddizioni. La serie è stata cancellata dopo appena 12 numeri, ma rimane comunque una lettura affascinante e decisamente fuori dagli schemi.

Girl

Pubblicata nel 1996, Girl è una breve miniserie di tre numeri scritta da Peter Milligan e disegnata da Duncan Fegredo.

La protagonista è Simone, una quindicenne che vive nella deprimente cittadina inglese di Bollockstown. Circondata da genitori assenti e da una vita che odia profondamente, la ragazza è sull’orlo della disperazione.

Tutto cambia quando incontra Polly, una misteriosa ragazza bionda che sembra essere una versione alternativa di se stessa. Da quel momento Simone viene trascinata in un viaggio surreale e violento, fatto di ribellione, caos e vendetta contro chi cerca di controllarla o opprimerla.

“Girl” è una storia breve ma potentissima che esplora temi come l’identità adolescenziale, la rabbia giovanile e il confine tra realtà e immaginazione. Allo stesso tempo è anche un perfetto ritratto degli anni ’90, con il suo mix di nichilismo, energia punk e sperimentazione narrativa.

iZombie

Molti ricordano iZombie, la serie televisiva trasmessa su The CW, ma spesso ci si dimentica che tutto è nato da un fumetto Vertigo.

Il fumetto iZombie, scritto da Chris Roberson e disegnato da Michael Allred, racconta la storia di Gwen Dylan, una ragazza che lavora come coroner in Oregon. Il problema? Gwen è uno zombie.

Dopo essere stata morsa da una mummia, deve mangiare un cervello al mese per evitare di trasformarsi in uno zombie completamente privo di coscienza. Ogni volta che lo fa, però, assorbe ricordi e frammenti di personalità del defunto.

La sua vita è già complicata così, ma si complica ancora di più quando si scopre che il suo giro di amici include un fantasma degli anni ’60 e un licantropo.

Il fumetto è molto diverso dalla serie televisiva: più eccentrico, più colorato e decisamente più caotico. Tra battaglie soprannaturali, drammi sentimentali e scenari quasi apocalittici, la serie riesce a catturare perfettamente l’energia confusa dei vent’anni… portandola all’estremo.

*Fonte del presente articolo: Comicbook.com

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