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Dylan Dog: La Camera Cremisi – Recensione del thriller dove i social uccidono

Recensione di Dylan Dog #477 – La Camera Cremisi, una storia di De Feo, Dell’Agnol e Riccio, che mostra il lato più pericoloso dei social

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Una volta erano i Conigli Rosa ad uccidere sulle pagine di Dylan Dog, oggi, invece, lo fanno i social network. Ma anche l’Indagatore dell’Incubo deve adeguarsi alla modernità e alla tecnologia!

I social media sono, difatti, protagonisti di Dylan Dog #477, intitolato La Camera Cremisi e sceneggiato da Giovanni De Feo, all’esordio sulla serie regolare, con i disegni di Piero Dell’Agnol e chine di Renato Riccio. Anche questo numero porta sulla copertina, come tutti gli albi di quest’anno, il simbolico logo “40” accanto al nome della testata, per continuare a celebrare i 40 anni del personaggio creato da Tiziano Sclavi.

Tornando a La Camera Cremisi, il nuovo albo di Dylan Dog mette al centro i social, quanto essi facciano sempre più parte della nostra vita, ponendo quella “virtuale” davanti a quella “reale”, e l’annosa dipendenza che spesso ne consegue. E, come scoprirete all’interno di DD#477, possono anche essere mortali!

Vivi in cerca di redenzione, fantasmi in cerca di vendetta

Victor è un tecnico informatico, nonché vecchio amico di Dylan, che ha da poco perso la moglie. L’uomo, per compensare in qualche modo la propria perdita e quella di altre persone che hanno subito un lutto, crea la Camera Cremisi, un luogo virtuale dove ricordare i defunti e a cui poter scrivere in loro memoria.

Ma a un certo punto i morti tornano virtualmente in vita. Cominciano a mandare messaggi ai propri cari e questo porta Victor a presentarsi a casa di Dylan per chiedergli di indagare sul caso: fantasmi che hanno invaso lo spazio social da lui creato.

Dylan, in primis, e poi Bloch credono che possa trattarsi di qualcuno che ha preso il controllo della Camera Cremisi. Nel frattempo Victor comincia a subire alcune aggressioni da parte dei parenti dei defunti presenti nella piattaforma, finché alcuni di questi non vengono trovati morti in modi brutali. Soprattutto, in circostanze che ricordano quelle dei loro cari scomparsi.

Per Bloch siamo davanti a un serial killer, per Victor si tratta di fantasmi; per Dylan l’indagine si fa più intricata anche perché ha un compito arduo: risolvere il caso, interrompere la scia di morti e allo stesso tempo salvaguardare la salute del suo amico Victor.

Ma i morti sono davvero tornati in vita, anche se solo online, per vendicarsi? Toccherà all’Indagatore dell’Incubo scoprirlo.

I social, moderni assassini (almeno nei fumetti) nell’horror

Nei film così come nella letteratura, le macchine sono sempre state tanto affascinanti quanto pericolose. Da un lato supportano e contribuiscono a migliorare la vita umana, dall’altro terrorizzano da sempre l’uomo per ciò che potrebbero fare qualora sfuggisse loro il controllo.

Nel cinema di fantascienza e horror spaziamo da Christine – La macchina infernale a Terminator, sino al più recente M3GAN.

Negli ultimi anni anche i social sono stati protagonisti di film e serie TV dove risultano molto pericolosi per la salute mentale. Basti pensare a diversi episodi di Black Mirror.

In La Camera Cremisi lo sceneggiatore Giovanni De Feo riesce a rendere decisamente pericolosi i social media sotto due punti di vista: la dipendenza che comportano per gli utenti (forse l’aspetto più reale e attuale) e il dover rivivere nuovamente il lutto che pensavano di aver messo alle spalle. I messaggi che provengono dai morti, anche se attraverso una chat, riportano a galla emozioni e dolori difficili da gestire.

Intorno a questo incipit De Feo costruisce una storia thriller dove a morire sono i parenti della community della Camera Cremisi: una vicenda lineare e a tratti abbastanza scontata, ma comunque godibile nella lettura.

Centrale nella storia è anche il lutto e il dolore di Victor, che non riesce ad abbandonare il ricordo della moglie deceduta e trascina con sé tutte quelle persone che fanno fatica a dimenticare e, anzi, non vogliono farlo. Vogliono ricordare i morti in una maniera piuttosto sadica e macabra, se si pensa alla Camera Cremisi.

È divertente e bizzarro l’atteggiamento scettico di Dylan che, pur affrontando da sempre mostri e assassini, fatica ad accettare l’idea che possano esistere fantasmi virtuali in grado di uccidere. Uno scetticismo che deriva anche dal rifiuto dell’Indagatore dell’Incubo nei confronti del progresso e della tecnologia, tanto che spesso è Groucho a dover utilizzare quei dannati aggeggi.

Una trama semplice, con un Dylan più detective che Indagatore dell’Incubo rispetto ad altri albi, rende La Camera Cremisi uno di quei fumetti che tra un mesetto ci si può tranquillamente portare sotto l’ombrellone (per chi è fortunato e va già in vacanza) e da leggere senza impegno.

Se si deve fare un appunto, De Feo deve ancora prendere maggiore confidenza con Groucho, personaggio che ho trovato forzato nel ruolo di spalla comica, con battute spesso poco divertenti e prive di mordente.

Gradito il ritorno di Dell’Agnol, artista veterano della collana e autore dal tratto “dylaniano” classico, che punta molto sull’espressività dei volti e sui primi piani. Il suo lavoro richiama alla mente dei lettori old school uno stile e un’atmosfera che hanno contribuito a rendere grande il mito di Dylan Dog. Insomma, vedere all’opera uno dei grandi registi visivi della serie fa sempre molto piacere. Ad aiutarlo alle chine c’è Renato Riccio, che contribuisce a rendere ancora più chiaro e definito il disegno di Dell’Agnol.

Perché leggere Dylan Dog: La Camera Cremisi?

Dylan Dog è una collana che mostra sempre il lato oscuro di ogni cosa e, in questo caso, lo fa con i social media.

Giovanni De Feo, Piero Dell’Agnol e Renato Riccio, con Dylan Dog: La Camera Cremisi, ci regalano una storia thriller soprannaturale come ce ne sono tante nella serie, ma non per questo meno piacevole da leggere.

Gli autori non si inventano nulla di nuovo e, come detto, alcuni sviluppi risultano piuttosto telefonati nel corso della storia, ma riescono comunque a dare vita a un racconto lineare che scorre bene e che può contare su un ottimo comparto grafico.

E che forse insegna ai lettori che è sempre meglio leggere un buon fumetto che stare sui social. Non si sa mai chi potrebbe inviare una notifica… dall’aldilà.


VOTO POPCORNERD: 6,5/10

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Fumetti italiani

ROMICS: Paola Barbato, Romics d’Oro della 37^ edizione dall’1 al 4 ottobre 2026

Paola Barbato riceverà il Romics D’Oro alla 37esima edizione della fiera che andrà in scena dall’1 al 4 ottobre nella città di Roma

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Paola Barbato, Romics d’Oro della 37^ edizione

Scrittrice e sceneggiatrice, tra le voci più autorevoli del fumetto e della narrativa thriller italiana, insignita del Romics d’Oro.

Paola Barbato sarà celebrata con l’assegnazione del Romics d’Oro nel corso della 37^ edizione di Romics, in programma dall’1 al 4 ottobre 2026 presso Fiera Roma.

Nata a Milano nel 1971, bresciana d’adozione e residente a Verona, Barbato è scrittrice e sceneggiatrice. Dal 1999 firma le storie di Dylan Dog per Sergio Bonelli Editore, contribuendo all’evoluzione di uno dei personaggi più iconici del fumetto italiano. Nel corso della sua carriera ha partecipato a numerosi altri progetti, tra cui la serie 10 ottobre e la miniserie Ut disegnata da Corrado Roi, affermandosi per una scrittura capace di unire tensione narrativa, introspezione psicologica e indagine sulle zone più oscure dell’animo umano.

Scrittrice e sceneggiatrice di rara versatilità, il suo percorso artistico attraversa con successo linguaggi, pubblici e forme narrative diverse. Dalle sceneggiature per il fumetto alle opere di narrativa per bambini, ragazzi e adulti, fino ai progetti per cinema e teatro con la straordinaria capacità di dare vita a storie coinvolgenti, affrontando temi complessi con sensibilità, profondità e originalità.

Parallelamente al fumetto ha sviluppato un intenso percorso nella narrativa. Per Rizzoli ha pubblicato BilicoMani nude e Il filo rossoMani nude, vincitore del Premio Scerbanenco, è stato adattato nell’omonimo film diretto da Mauro Mancini, con Alessandro Gassmann e Francesco Gheghi. Con Edizioni Piemme ha pubblicato Non ti faccio niente, la trilogia composta da Io so chi seiZoo e Vengo a prenderti, seguita da L’ultimo ospiteLa cattiva strada e Il dono. Nel 2024 entra nel catalogo Neri Pozza con La Torre d’Avorio, a cui segue nel 2025 Cuore capovolto.

Dal 2019 scrive inoltre per bambini e ragazzi con Il Battello a Vapore e dal 2025 è autrice della serie Villa Ombrosa. La sua attività si estende anche alla televisione: nel 2009 ha scritto la fiction Nel nome del male per Sky.

Durante la 37^ edizione di Romics, Paola Barbato incontrerà il pubblico e ripercorrerà la sua carriera, dagli oltre venticinque anni di lavoro su Dylan Dog alla narrativa thriller, fino alle più recenti esperienze nella letteratura per ragazzi.

*Ringraziamo gli uffici stampa ROMICS per la condivisione del comunicato di cui sopra

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Fumetti

Dylan Dog Horror Show, il debutto a teatro dell’Indagatore dell’Incubo

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BUON COMPLEANNO, DYLAN DOG!

L’INDAGATORE DELL’INCUBO CREATO DA TIZIANO SCLAVI FESTEGGIA 40 ANNI DI EMOZIONI, PAURA, IRONIA E

DEBUTTA IN ANTEPRIMA NAZIONALE AL TEATRO ELISEO DI ROMA

DYLAN DOG
HORROR SHOW

regia di Valter Malosti

IN SCENA DAL 28 OTTOBRE 2026
(anteprime speciali dal 22 ottobre)

Dalle pagine del fumetto al palcoscenico prende vita il primo spettacolo teatrale dedicato a Dylan Dog

Il foyer del Teatro Eliseo sarà trasformato per l’occasione in un percorso ispirato all’universo dell’Indagatore dell’Incubo

DAL 31 LUGLIO APERTE LE PREVENDITE
DA OGGI PRE-SALE ESCLUSIVA PER GLI ISCRITTI ALLA NEWSLETTER SERGIO BONELLI EDITORE

Quest’anno Dylan Dog compie quarant’anni!

Era il 26 settembre del 1986 quando l’Indagatore dell’Incubo creato da Tiziano Sclavi sbarcò per la prima volta in edicola per Sergio Bonelli Editore con L’alba dei morti viventi – scritto da Sclavi, disegnato da Angelo Stano e con la copertina di Claudio Villa – primo albo di una serie che da allora ha raccolto milioni di lettori. In questi quarant’anni Dylan Dog ha attraversato l’orrore senza mai negarlo, scegliendo invece di osservarlo, interrogarlo e raccontarlo. Ed è proprio da questo sguardo che nasce il filo conduttore delle celebrazioni che punteggeranno i prossimi mesi e culmineranno con il DEBUTTO DI DYLAN DOG SUL PALCOSCENICO.

Dal 28 ottobre 2026 andrà in scena al Teatro Eliseo di Roma DYLAN DOG HORROR SHOW, diretto da Valter Malosti, la prima produzione teatrale Sergio Bonelli Editore, un grande evento che porterà per la prima volta a teatro l’universo dell’Indagatore dell’Incubo. Le anteprime speciali si svolgeranno a partire dal 22 ottobre. Online da oggi il trailer www.youtube.com/watch?v=aax1j1C6Gtc.

Proprio con questo spettacolo, il Teatro Eliseo, chiuso dal 2020, “dopo un lungo silenzio” riprenderà la sua prestigiosa storia teatrale, sotto la direzione artistica di Alessandro Longobardi per Viola Produzioni CPT.

Le prevendite per il pubblico saranno aperte da venerdì 31 luglio su Ticketone.

Da oggi, 29 luglio, gli iscritti alla newsletter di Sergio Bonelli Editore potranno invece accedere all’esclusiva pre-sale. È sempre possibile iscriversi alla newsletter a questo link https://bit.ly/SBENL per ricevere tutti gli aggiornamenti sulle celebrazioni.

Con il debutto di Dylan Dog Horror Show entreranno infatti nel vivo le celebrazioni per il 40° anniversario di Dylan Dog. Il foyer del Teatro Eliseo sarà trasformato per l’occasione in un percorso ispirato all’universo creato da Tiziano Sclavi, con installazioni, ambientazioni e attività esperienziali pensate per accompagnare il pubblico all’interno dell’immaginario dell’Indagatore dell’Incubo, rendendo l’evento un’esperienza unica. Gli spettatori non faranno semplicemente ingresso in un teatro, ma varcheranno la soglia della Casa di Dylan Dog”.

L’avvicinamento al debutto teatrale sarà scandito da un ricco calendario di appuntamenti che accompagnerà i festeggiamenti per i 40 anni di Dylan Dog.  Le celebrazioni prenderanno il via già nella settimana del compleanno ufficiale dell’Indagatore dell’Incubo, il 26 settembre 2026, con pubblicazioni speciali, eventi e iniziative dedicate. Fino al debutto di Dylan Dog Horror Show, i fan avranno numerose occasioni per incontrare Dylan Dog attraverso appuntamenti in tutta Italia che coinvolgeranno librerie, fumetterie, fiere e altri luoghi simbolo della sua comunità di lettori.

Il calendario completo delle iniziative sarà svelato nei prossimi mesi.

INFORMAZIONI DYLAN DOG HORROR SHOW

TEATRO ELISEO – Via Nazionale, 183, 00184 Roma RM

INFO E BIGLIETTI: botteghino@eliseoteatro.it – www.eliseoteatro.it

PREZZI Da 45€ e 18€

PREZZI ANTEPRIME SPECIALI (dal 22 ottobre) Da 25€ e 18€

Durante le Anteprime Speciali lo spettacolo potrà essere eccezionalmente interrotto per consentire al regista di apportare le ultime indicazioni artistiche in scena. Un’occasione esclusiva per assistere al processo creativo che precede il debutto ufficiale.

 

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Fumetti

VAGA racconta FUJAKKÀ

Valentina Galluccio, in arte VAGA, racconta la sua opera FUJAKKÀ e risponde alle domande dei lettori della fumetteria Funside di Pescara

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FUJAKKÀ, che in dialetto napoletano significa “fuggire, andare via”, è la più recente graphic novel scritta e disegnata da Valentina Galluccio, in arte VAGA. Pubblicata da Edizioni BD e presentata in occasione del COMICON Napoli 2026, l’opera è stata accolta con entusiasmo dai lettori e ha confermato il talento dell’autrice campana.

Nei giorni scorsi VAGA è stata ospite della fumetteria Funside di Pescara, dove ha presentato FUJAKKÀ raccontando al pubblico il percorso creativo che ha dato vita alla graphic novel. Un incontro che ha permesso ai lettori di approfondire i temi dell’opera, il suo processo di realizzazione e il modo in cui l’autrice affronta la scrittura e il disegno.

Dai festival al rapporto con i lettori

L’intervista ha toccato numerosi temi, dal rapporto che VAGA coltiva con i lettori e con il circuito dei festival del fumetto al suo ruolo di docente presso la Scuola Italiana di Comix. La conversazione si è poi spostata su Dog, la sua opera prima, per arrivare infine a FUJAKKÀ, la graphic novel con cui l’autrice prosegue la propria ricerca artistica ed emotiva.

Per VAGA il contatto con il pubblico rappresenta ormai una parte fondamentale del suo lavoro. Dopo gli anni trascorsi nel circuito dell’autoproduzione, le fiere sono diventate un luogo di incontro e confronto con i lettori, oltre che un’occasione per mantenere vivi i rapporti costruiti con colleghi e organizzatori.

«Mi piace tanto stare con la gente», racconta l’autrice. «Mi piace il momento in cui si scrive e si disegna, ma quando penso che quel lavoro arriverà in fiera e incontrerà i lettori mi entusiasmo sempre.»

Un legame che si riflette anche nelle tante esperienze vissute durante signing e presentazioni. VAGA ricorda con particolare affetto le persone che, negli anni, sono tornate a salutarla portandole piccoli regali simbolici o condividendo emozioni nate dalla lettura di DOG, la sua opera d’esordio.

L'insegnamento e il confronto con i nuovi autori

Accanto all’attività di autrice, VAGA è oggi anche docente presso la Scuola Italiana di Comix, la stessa scuola in cui si è formata. Un ruolo che le permette di accompagnare le nuove generazioni di fumettisti, confrontandosi quotidianamente con portfolio, dubbi e aspirazioni di chi sogna di trasformare il fumetto in una professione.

Da DOG a FUJAKKÀ

Parlando del proprio percorso creativo, l’autrice ripercorre poi il passaggio da DOG a FUJAKKÀ. Se il primo nasceva dall’esigenza di raccontare un’esperienza realmente vissuta, il nuovo lavoro rappresenta invece un viaggio molto più introspettivo.

«Con DOG parlavo di qualcosa che mi era successo davvero. FUJAKKÀ, invece, nasce da un momento della mia vita in cui mi sentivo completamente in balia delle mie emozioni. È stato un viaggio dentro la mia psiche e il mio mondo emotivo.»

Dog, opera prima di VAGA edita da Edizioni BD
Dog, opera prima di VAGA edita da Edizioni BD

Un fumetto che lascia spazio al lettore

Per VAGA ogni opera prende realmente vita soltanto quando arriva nelle mani del pubblico. Per questo motivo rifiuta l’idea di offrire interpretazioni univoche o messaggi definitivi, preferendo lasciare al lettore la libertà di trovare un significato personale.

«Non mi interessa dare un messaggio conclusivo. Quando consegno una storia al lettore mi piace pensare che ognuno possa trovarci qualcosa di diverso, in base al momento della propria vita.»

La ricerca di uno stile in continua evoluzione

La conversazione si conclude affrontando uno degli aspetti più caratteristici del lavoro dell’autrice: il rapporto con il disegno. Per VAGA lo stile non è un punto di arrivo, ma un linguaggio che cambia insieme alle emozioni e alle storie che desidera raccontare.

«La ricerca dello stile può diventare una gabbia. Mi piace cambiare, fare ricerca e sperimentare. Lo stile deve seguire quello che la storia ha bisogno di raccontare, non il contrario.»

Al termine dell’evento abbiamo avuto l’occasione di scambiare qualche parola con VAGA, che ha risposto alle nostre domande raccontandoci il suo percorso artistico, la nascita delle sue opere e il suo personale approccio al fumetto.

Prima di lasciarvi all’intervista, desideriamo ringraziare lo staff di Funside Pescara e Edizioni BD per la disponibilità, l’organizzazione dell’evento e per averci dato l’opportunità di incontrare l’autrice.

Ciao Valentina, grazie per averci concesso qualche minuto. Prima domanda di carattere più personale, riguardo all’autrice che c’è dietro l’opera. Immagino che ogni fumetto sia, in qualche modo, il risultato delle esperienze vissute dal suo autore. Qual è stato il tuo primo approccio al fumetto, prima come lettrice e poi come professionista?

Le prime letture che ricordo da ragazzina sono Topolino e tutti quei fumetti che leggevamo un po’ tutti. Ero una grandissima fan delle W.I.T.C.H. e ricordo benissimo che, nelle pagine finali, c’erano dei piccoli corsi di disegno. I disegnatori spiegavano come realizzare un personaggio, come costruire un character design, e quello è stato probabilmente il mio primo vero contatto con il fumetto.

Con il tempo i miei gusti sono cambiati e mi sono avvicinata soprattutto a fumetti più underground. Adoro ancora le W.I.T.C.H., sia chiaro, ma crescendo si scoprono anche tante altre cose. Ho letto moltissimo anche dal mondo dell’autoproduzione e, infatti, continuo a sentirmi molto legata a quella realtà.

Negli ultimi tempi, invece, sto cercando di avvicinarmi ai manga. Me li stanno consigliando anche i ragazzi della mia casa editrice. Finora non sono mai stata una grande lettrice di manga, anche se all’epoca adoravo Nana. Adesso, però, voglio recuperare tante opere perché mi rendo conto di conoscere poco quel linguaggio e sono curiosa di capire quanto possa influenzarmi.

Potrebbe anche diventare una fonte di ispirazione per la tua ricerca stilistica, come accennavi durante la presentazione.

In realtà lo è già stata. Anche in FUJAKKÀ mi sono lasciata ispirare, almeno in parte, dal linguaggio del manga, soprattutto dal punto di vista grafico.

Da quello che hai raccontato, lavorare nel mondo del fumetto per te non è stato un percorso lineare. È sempre stato il tuo sogno oppure ci sei arrivata gradualmente?

In realtà è una storia piuttosto complicata. Da bambina dicevo sempre a mia madre che avrei voluto fare fumetti. Li disegnavo davvero: vignette, balloon, piccole storie di una o due pagine. Era il mio modo di giocare.

Poi ho iniziato a praticare danza e quella è diventata tutta la mia vita. Mi assorbiva completamente, tra allenamenti, scuola e lavoro. Ho continuato a disegnare per passione e ho frequentato l’Istituto d’Arte, indirizzo moda, ma non riuscivo più a dedicare al disegno il tempo che avrei voluto.

A un certo punto, però, mi sono infortunata. Facevo la ballerina professionista e, improvvisamente, quella che era stata la mia vita fino a quel momento è crollata.

Avevo sempre desiderato frequentare una scuola di fumetto e così decisi di iscrivermi. Alla Scuola Italiana di Comix di Napoli, però, il professore che esaminò il mio portfolio mi disse una cosa che mi colpì molto: secondo lui non ero portata per il fumetto, ma per l’illustrazione. Così ho scelto quel percorso e ho studiato illustrazione.

Successivamente ho iniziato a lavorare al Teatro Bellini di Napoli, dove lavoro ancora oggi. In quel periodo stavamo realizzando Kobane Calling on Stage, tratto dall’opera di Zerocalcare. Il mio responsabile aveva letto il soggetto di DOG, che inizialmente volevo trasformare in un cortometraggio d’animazione. Poi ho deciso di farne un fumetto, semplicemente perché non avevo il budget necessario per produrre un progetto animato.

Durante quella produzione erano presenti anche persone legate a Lucca Comics & Games e il mio responsabile mi suggerì di partecipare a un contest dedicato ai fumetti [Lucca Project Contest 2022 n.d.r.]. Mi disse di provarci.

Così inviai il progetto.

Vinsi il concorso e, in modo del tutto inaspettato, nacque il mio primo fumetto.

Il fumetto d’autore italiano ha spesso raccontato storie profondamente personali attraverso un forte legame con il territorio. Penso, ad esempio, alle opere di Andrea Pazienza, che raccontano Bologna, o a quelle di Zerocalcare, in cui Roma e Rebibbia diventano parte integrante del racconto e contribuiscono a creare un forte legame con i lettori. Nel tuo percorso da autrice senti di inserirti, almeno in parte, in questa tradizione? E quanto è importante, per te, raccontare Napoli come elemento identitario delle tue storie? [domanda a cura di Gianluca Dotta n.d.r.]

In FUJAKKÀ non nomino mai esplicitamente Napoli. Il lettore capisce dove si trova perché i personaggi parlano in “slang” napoletano e ci sono diversi elementi che rimandano alla città, ma non c’è una volontà di spettacolarizzarla.

Per me è importante parlare di un luogo soltanto quando quel luogo è funzionale a raccontare qualcos’altro. Non avrei ambientato questa storia a Napoli se non avessi sentito il bisogno di legare la città ai comportamenti dei personaggi e alle emozioni che volevo raccontare.

Sicuramente provo un forte senso di appartenenza verso la mia città, ma non mi sento obbligata a parlarne in ogni opera. È inevitabile che mi influenzi: influenza il mio modo di scrivere, di costruire i dialoghi e di raccontare i personaggi. Però non credo che raccontare Napoli debba essere sempre l’obiettivo.

In questo caso la storia è ambientata a Napoli perché è il luogo che conosco meglio e che mi permetteva di raccontare determinate sensazioni. Allo stesso tempo, però, il contesto avrebbe potuto essere anche un’altra città. Napoli è importante per questa storia, ma soprattutto perché mi aiuta a raccontare quello che provano i personaggi, non perché volessi fare un racconto sulla città in sé.

Mi è sembrato di capire che FUJAKKÀ sia nata in un periodo particolare della tua vita. C’è stato un momento preciso che ha dato origine all’opera oppure questa storia ha sempre avuto questo tono fatto di incertezza, precarietà e inquietudine?

Sì, c’è stato un momento ben preciso. L’instabilità emotiva che vivono i personaggi è strettamente legata al luogo in cui vivo, ai Campi Flegrei.

È un territorio instabile, non soltanto dal punto di vista geologico. È un luogo in cui conviviamo con qualcosa di potenzialmente pericoloso e, allo stesso tempo, continuiamo a vivere come se fosse normale. Ce ne dimentichiamo, andiamo avanti con le nostre vite, ma quella sensazione di instabilità rimane sempre lì.

Per questo, in questa storia, parlare di Napoli era importante. Mi permetteva di raccontare un sentimento che conosco molto bene e che condividono anche i personaggi. Il modo in cui vivono è profondamente influenzato dal territorio che abitano.

La storia è nata proprio in un periodo in cui i terremoti legati ai Campi Flegrei erano particolarmente forti. Quella situazione mi ha fatto riflettere. Ho iniziato a pensare che l’instabilità che percepivo nel territorio fosse la stessa che provavo dentro di me.

E non parlo soltanto dei terremoti. Parlo anche di un senso di precarietà più ampio: sociale, quotidiano, emotivo. Tutto questo è confluito nella storia.

Napoli, in questo caso, è diventata quasi uno specchio del mio stato d’animo. Mi ha aiutato a raccontare quello che provavo, perché ciò che sentivo dentro era molto simile a quello che percepivo vivendo in quel territorio.

Nel corso del fumetto i protagonisti vengono spesso associati ai topi, animali estremamente resistenti e molto legati al territorio in cui vivono ma che scappano quando avvertono il pericolo. Che significato ha questa scelta?

I topi, per me, non rappresentano tanto l’idea della fuga. Quando scappano lo fanno per sopravvivere, non perché siano codardi.

I personaggi di FUJAKKÀ vivono una situazione simile. Rimangono ancorati a un luogo che conoscono, anche quando quel luogo fa loro del male, perché l’alternativa è l’ignoto. Non è tanto una questione di amore per quel territorio, quanto della difficoltà di lasciarlo.

Quello che mi interessava raccontare era proprio questo istinto di sopravvivenza. I topi continuano ad adattarsi, cercano un modo per andare avanti, e credo che i personaggi del fumetto facciano esattamente la stessa cosa.

Chiudiamo con una domanda che facciamo a tutti gli autori e che fa parte di un nostro format, A cena con…. Se potessi invitare a cena una persona che ha avuto un ruolo fondamentale nel plasmare l’artista e la persona che sei oggi, chi sceglieresti? E di cosa parlereste?

È una domanda difficile, perché in realtà sono tante le persone che hanno contribuito a formarmi.

Se dovessi sceglierne una, direi Davide Toffolo. Tra l’altro ho avuto anche l’occasione di conoscerlo: qualche giorno fa ero a Milano per un evento alla Fondazione Feltrinelli e ci siamo ritrovati a bere una birra insieme. È stato surreale, perché sono cresciuta con le canzoni dei Tre allegri ragazzi morti.

Davide Toffolo, storica voce dei Tre allegri ragazzi morti. Credits corriere.it
Davide Toffolo, storica voce dei Tre allegri ragazzi morti. Credits corriere.it

Più che un idolo, per me è un punto di riferimento nel modo di immaginare e raccontare le storie. Sia con i fumetti sia con la musica ha questa straordinaria capacità di rimanere un eterno adolescente e di costruire racconti che sembrano incredibilmente veri.

Ci sono canzoni dei Tre allegri ragazzi morti che ascolti e ti chiedi se quello che raccontano sia successo davvero. È la stessa sensazione che provo leggendo alcune storie di Zerocalcare: i personaggi sembrano persone che esistono realmente e con cui finisci quasi per fare amicizia.

C’è un brano che amo particolarmente, I Cacciatori. Racconta la storia di un ragazzo di quindici anni ritrovato morto e riconosciuto dai denti e dai capelli blu. Sono dettagli così precisi che ti portano a chiederti se quella storia sia realmente accaduta.

È questo che mi affascina del suo modo di raccontare: la capacità di rendere una storia talmente credibile da far dimenticare al lettore che si tratta di una finzione. È un tipo di narrazione che mi piace moltissimo e che, nel mio piccolo, cerco di raggiungere anch’io.

Chi è VAGA

Valentina Galluccio, in arte VAGA, ha frequentato l’istituto d’arte, indirizzo abbigliamento, moda e disegno.

Finito il liceo, ha vinto una borsa di studio in una scuola di danza a Firenze dove ha vissuto per due anni per poter diventare una ballerina di danza contemporanea, lasciando in secondo piano la sua passione per il disegno.

Nel 2016 ha deciso di riprendere gli studi, così ha frequentato un corso d’illustrazione della durata di tre anni alla Scuola Italiana di Comics a Napoli. Durante gli studi, si è appassionata al mondo dell’animazione 2D che le ha permesso di esplorare nuovi campi dell’arte ampliando i suoi orizzonti.

Vincitrice del Lucca Project Contest 2022, la giovane autrice ha presentato a Lucca Comics & Games 2023 l’opera d’esordio DOG, graphic novel sulle insidie di una relazione tossica raccontate attraverso le esperienze e i sentimenti della giovane ragazza alternativa Mia.

L’opera è stata candidata ai premi Micheluzzi 2024 nella categoria “Miglior Opera Prima” e l’autrice ai Premi Boscarato come “Autore rivelazione dell’anno”.

A COMICON Napoli 2026 ha presentato FUJAKKÀ, storia ambientata in una Napoli sospesa tra realtà e allucinazione.

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