AnimazioneInterviste
Intervista a Bruno Bozzetto, regista e pioniere dell’animazione italiana
Abbiamo avuto l’immenso piacere di avere ai nostri microfoni uno dei più grandi esponenti dell’animazione del nostro paese: Bruno Bozzetto. Ecco l’intervista completa al regista che ha reso l’animazione italiana, parte del cinema
Non capita tutti i giorni di intervistare un regista, così come non capita tutti i giorni di avere ai propri microfoni un vincitore del David di Donatello. Bruno Bozzetto è entrambe le cose.
Se l’animazione italiana ha compiuto un determinato percorso ed è diventata ciò che conosciamo oggi, gran parte del merito va al lavoro e alla carriera di Bruno Bozzetto. Potete quindi immaginare quanto sia importante e prestigioso per PopCorNerd avere avuto l’opportunità di ospitare una personalità di tale caratura.
Ascoltare i racconti e gli aneddoti del sig. Bozzetto, dagli esordi della sua carriera fino ai giorni nostri, è stato un viaggio affascinante.
Parliamo dell’uomo che ha contribuito a trasformare il cortometraggio animato in una vera forma d’arte in Italia, che ha portato l’animazione a intrecciarsi con la musica classica e con il cinema dal vivo. Un artigiano dell’animazione, un pioniere che ha perfezionato il linguaggio del disegno animato e lo ha elevato a forma cinematografica. Un autore che, attraverso il Signor Rossi, ha saputo raccontare e continua a raccontare con semplicità ed efficacia l’italiano medio.
Tutto questo è Bruno Bozzetto. E questa è l’intervista che ci ha concesso. Mettetevi comodi, perché state per intraprendere un viaggio attraverso la storia dell’animazione italiana. La storia di Bruno Bozzetto.
Bruno Bozzetto: una vita ad animare storie

In primis ringrazio il sig. Bruno Bozzetto. Per me e tutta PopCorNerd è un vero onore averla qui. Siamo una piccola realtà e poter ospitare uno dei più grandi animatori italiani è davvero un grande privilegio.
Bruno Bozzetto – Buongiorno a tutti.
Allora, io comincio subito con una precisazione: non mi sento un animatore. So animare, so muovere le cose, ma non sono mai stato e non sarò mai un animatore nel senso più completo del termine. Mi considero un regista, uno scrittore di soggetti e sceneggiature.
Gli animatori veri sono tantissimi e molto più bravi di me. Io animo in maniera funzionale: se devo far compiere un gesto a un personaggio, glielo faccio fare. Ma l’animazione è un’altra cosa. Animazione significa dare vita ai personaggi, renderli credibili. Questo, onestamente, lo faccio fare ad altri. Perciò quando mi definiscono un grande animatore rispondo sempre di no: non sono un animatore, sono un regista.
Vorrei cominciare… dal presente (o dal passato recentissimo, se vogliamo dirla tutta). Il 6 maggio scorso ha ricevuto, durante la cerimonia dei prestigiosi David di Donatello, un premio speciale per celebrare la sua incredibile carriera. Un premio sicuramente importante, ma non è il primo che Bruno Bozzetto riceve e (speriamo) non sia neanche l’ultimo. Che effetto le fa ricevere oggi, a questo punto della sua carriera, un premio così importante?
Bruno Bozzetto – Mi ha fatto molto piacere. Intanto perché il David di Donatello è oggettivamente un bellissimo premio e averlo tra le mani è già una soddisfazione rispetto alle tante targhe e ai tanti riconoscimenti ricevuti negli anni.
Ma soprattutto mi ha fatto piacere perché arriva dal mondo del cinema. Io ho ricevuto parecchi premi alla carriera… non so neanche più quanti. Però in genere arrivano dal mondo dell’animazione o da ambienti specifici che danno importanza a determinate cose.
Quando invece il riconoscimento arriva dal cinema, significa che viene riconosciuta la tua capacità di fare film. Ed è questo che interessa a me e credo a tutti i registi di animazione.
Noi siamo sempre stati un po’ relegati all’idea del cinema per bambini. Quando si parla di animazione, la gente pensa automaticamente a un film per bambini, e non è corretto.
Noi realizziamo film esattamente come un regista di cinema dal vero. Scriviamo il soggetto, la sceneggiatura, realizziamo lo storyboard, creiamo i personaggi. Sono aspetti che il regista tradizionale spesso non fa direttamente. Lui deve trovare gli attori che corrispondano alla sua idea. Per il resto, montaggio, musica, effetti, sono gli stessi strumenti.
Eppure, quando un film animato è finito, non viene definito commedia, film d’avventura, western o fantascienza. Viene definito semplicemente “film d’animazione”.
È come se, davanti a un film di Paolo Sorrentino, io scrivessi “film con attori”. È assurdo.
L’animazione è una tecnica, non un genere. Se faccio un western, ho fatto un western. Se faccio un giallo, ho fatto un giallo.
Per questo ricordo sempre con piacere Piero Angela. Lui era una persona intelligentissima. I nostri lavori non li definiva mai “film d’animazione”, ma li chiamava “film di divulgazione scientifica”. Se poi l’animazione aiutava a spiegare meglio i concetti, tanto meglio, ma il genere restava quello.
Ecco, questo David di Donatello ha in qualche modo consacrato l’idea che anche noi facciamo cinema. E per me questo è stato molto importante.

In foto: Bruno Bozzetto con il David di Donatello ricevuto come premio alla carriera
Prima ha citato Piero Angela, che è stata una figura importante per la sua carriera. Nel suo ultimo libro, Il Signor Bozzetto. Una vita animata, parla specificatamente di lui, ma anche di suo nonno e di suo padre, due persone che hanno avuto un ruolo altrettanto importante nella sua crescita professionale. Come hanno contribuito questi tre uomini alla formazione del Bruno Bozzetto regista?
Bruno Bozzetto – Mio nonno, pittore, mi ha formato inconsciamente, attraverso il DNA.
Fin da giovane mi sono ritrovato con una certa predisposizione al disegno; le proporzioni, i punti di fuga, tutto ciò che riguarda la rappresentazione grafica mi veniva naturale.
Non ho mai dovuto studiare particolarmente queste cose: se un disegno aveva qualcosa di sbagliato, lo vedevo subito.
Questo lo devo a lui, anche se purtroppo l’ho frequentato poco perché è morto quando ero ancora giovane.
Ricordo però l’impressione che mi faceva vederlo dipingere affreschi enormi, di due, tre o quattro metri. Per me era qualcosa di magico.
Lui aveva uno stile realistico, completamente diverso dal mio. Era un pittore vero e proprio. Ha realizzato affreschi in molte chiese, ha lavorato anche per La Scala e ha eseguito opere molto importanti. Poteva dipingere enormi scene di battaglia con decine di cavalieri.
Il suo lavoro era lontanissimo da quello che ho fatto io. Però mi ha trasmesso la passione e soprattutto quella capacità istintiva di riconoscere ciò che funziona e ciò che non funziona in un disegno.
Io poi ho scelto una strada completamente diversa: semplice, caricaturale, ironica. Ma la facilità nell’affrontare il disegno la devo sicuramente a lui.

In foto: un giovane Bruno Bozzetto
E invece suo padre Umberto?
Bruno Bozzetto – Mio padre è stato una figura fondamentale nella mia vita.
Mi ha sostenuto e aiutato in tutti i modi possibili. Quando ho iniziato, alla fine degli anni Cinquanta, l’unico vero concorrente era Walt Disney. Pensare di poter fare un lavoro del genere in Italia era quasi impensabile.
Io stesso non avevo mai immaginato di trasformarlo in una professione: era semplicemente un hobby.
La cosa più importante è che lui mi aiutò nella parte tecnica. Il cinema d’animazione è composto da due aspetti distinti: quello artistico e quello tecnico.
La parte tecnica è molto complessa. Non basta prendere una macchina da presa e filmare. Bisogna fotografare i disegni uno per uno, avere luci adeguate, filtri per evitare riflessi, meccanismi che consentano alla macchina di avanzare e arretrare.
E poi c’era tutta la tecnica della realizzazione. Disegnare su un foglio è una cosa, realizzare centinaia di fogli perforati con precisione è un’altra.
Chi costruiva i registri metallici? Chi preparava i materiali? Non esisteva nulla.
Io avevo imparato la teoria da un libro, ma fu mio padre a costruire concretamente tutto quello che serviva. Mi aiutò a reperire fogli trasparenti, colori e strumenti che in Italia erano praticamente sconosciuti. Era un piccolo genio della tecnica. Avere un supporto del genere è stato fondamentale.
Tra l’altro ho scoperto che nel mondo dell’animazione quasi tutti i grandi lavoravano in coppia. Walt Disney aveva suo fratello che si occupava della parte commerciale e organizzativa. Molti altri autori erano affiancati da una seconda figura complementare.
Io ho avuto mio padre, si chiamava Umberto Bozzetto ed è stato una persona fondamentale: il mio primo collaboratore, il mio primo sostenitore e probabilmente anche il mio primo tifoso.
Mi ha aiutato anche nella parte commerciale, nel trovare persone e opportunità. È stato davvero un partner eccezionale.

Uno dei disegni animati realizzati da Bruno Bozzetto e tratti da Quark
Quark e Carosello sono i programmi televisivi dove lei è stato protagonista. Ci può raccontare qualche aneddoto particolare o curioso legato a questi due programmi che hanno segnato la storia della televisione italiana?
Bruno Bozzetto – Carosello è stato fondamentale perché mi ha permesso di aprire lo studio. Grazie ai primi guadagni ho potuto assumere collaboratori e costruire una vera struttura professionale.

Ma non solo; in seguito è stato proprio Carosello a finanziare i cortometraggi e i lungometraggi. I soldi che guadagnavo li reinvestivo nei progetti in cui credevo. Non mi sono costruito una piscina personale, per intenderci: ho fatto dei film.
Carosello è stata anche una grande scuola. Mi ha insegnato a rispettare le consegne, i tempi stretti e soprattutto una serie di regole molto rigide.
Esisteva una censura severissima all’epoca. Non si potevano usare determinate parole. Ad esempio non si poteva dire “olio vergine“, bisognava dire “puro olio d’oliva“. La parola “vergine” era vietata. Erano cose assurde e oggi fanno sorridere, ma all’epoca bisognava attenersi alle regole.
Per quanto riguarda Quark, invece, la collaborazione con Piero Angela nacque in modo molto semplice.
Io leggevo i suoi libri, che continuo a considerare straordinari, perché erano scritti in maniera chiara, accessibile e pieni di esempi visivi.
Avendo, io, una grande capacità di visualizzazione, mentre leggevo, vedevo già un film nella mia testa. Così gli scrissi una lettera dicendogli:
“Caro dottor Piero Angela, leggendo i suoi libri vedo dei film. Perché non realizzare un’animazione basata su quello che scrive?”
Lui già mi conosceva, aveva visto Allegro non troppo e mi stimava. Mi rispose che l’idea gli piaceva molto, ma che produrre un film tratto da un libro era economicamente rischioso. Aggiunse però che, alla prima occasione, ci saremmo risentiti.
Dopo alcuni mesi mi telefonò. Mi disse: “Mi hanno affidato una nuova trasmissione Rai che si chiamerà Quark. Vorrei inserire in ogni puntata un breve filmato di divulgazione scientifica e vorrei realizzarlo con i disegni animati.”
Mi indicò un articolo uscito quel giorno su La Repubblica e mi chiese di trasformarlo in uno storyboard. Lo preparai, glielo mandai e lui mi rispose: “Perfetto. Andiamo avanti.”
E da lì è iniziata la nostra collaborazione.
Abbiamo realizzato circa sessanta filmati da otto o dieci minuti e una quarantina di contributi più brevi per Miniquark.
Abbiamo lavorato insieme per dieci anni senza avere mai un problema, una discussione o uno screzio. Lavorare con lui era un piacere, anzi: non sembrava nemmeno lavoro.

Immagine tratta da Quark, realizzata dallo studio Bozzetto
Passiamo ora a una delle sue creazioni più celebri: il Signor Rossi. Come è nata la creatura probabilmente più importante della sua carriera, simbolo dell’italiano medio?
Bruno Bozzetto – Nasce da una vendetta personale.
Ero molto giovane, avevo circa diciannove anni. Avevo realizzato il mio primo film, Tapum! La storia delle armi, e successivamente un secondo lavoro dedicato alla storia delle invenzioni, realizzato in coproduzione con John Halas, autore del celebre adattamento animato de La fattoria degli animali di Orwell.
Non è un film straordinario e con Halas avevo avuto alcune divergenze creative: io avrei voluto un approccio più forte e personale, mentre lui preferiva un’impostazione più didattica.
Comunque ero molto giovane e stavo realizzando qualcosa che in quel periodo praticamente nessuno faceva.
Decisi di mandare il film a un festival che si teneva a Bergamo, città alla quale sono sempre stato molto legato. Il film, però, non venne accettato e la cosa mi sembrò davvero ingiusta.
Primo: ero uno dei pochissimi italiani che realizzavano animazione. Secondo: ero di Bergamo. Terzo: andai a vedere il festival e trovai film che, francamente, ritenevo molto peggiori del mio.
Mi sembrò una bocciatura incomprensibile.
Lei in precedenza aveva già partecipato al Festival di Cannes con un altro film, se non sbaglio.
Bruno Bozzetto – Sì, con Tapum! La storia delle armi.
Però bisogna ricordare che all’epoca non c’era l’attenzione mediatica di oggi. Oggi basta sollevare un bicchiere e finisci sui giornali. Allora non era così.
Comunque quella bocciatura mi diede molto fastidio e decisi di raccontare la vicenda in modo ironico, inventando un personaggio che chiamai Signor Rossi.
Nel film cerca di realizzare un’opera, la presenta a un festival, viene respinto e allora, per rabbia, rovina la pellicola, la sporca e la getta all’interno del palazzo della manifestazione. E proprio quella pellicola vince l’Oscar.

Era una storia chiaramente autobiografica, ma la cosa divertente è che, senza accorgermene, avevo disegnato il direttore del festival di Bergamo.
Non l’ho fatto apposta: me ne sono reso conto solo dopo, ma era identico: basso, pelato, con i baffetti. Non ci fu alcuna cattiveria, ma fu una coincidenza assolutamente inconscia.
Lui se ne accorse?
Bruno Bozzetto – Non gliel’ho mai detto. Era una persona molto conosciuta e rispettata a Bergamo, impegnata nell’organizzazione di mostre, eventi e festival. Solo dopo la sua morte ho iniziato a raccontare questo episodio. Ripeto: non c’era nessuna intenzione polemica.
Da quel primo film nacque poi tutto il resto.
L’anno successivo volevo raccontare la storia di un uomo comune che va a sciare. Poi mi venne in mente quello che va al mare. Poi quello che va in campeggio.
Avrei potuto inventare ogni volta un personaggio diverso, ma mi resi conto che avevo già il Signor Rossi. Piaceva al pubblico, era simpatico e ormai sapevamo come animarlo, così continuai a usarlo.
In pratica nacque una delle prime vere serie animate italiane: otto film con lo stesso protagonista. Ed è proprio questo che rese il Signor Rossi così popolare.

E c’è anche un bell’aneddoto che coinvolge suo padre Umberto e il “salvataggio” del Signor Rossi.
Bruno Bozzetto – Sì, ed è una storia incredibile.
Per poter essere distribuiti nei cinema, questi cortometraggi dovevano partecipare a un concorso ministeriale. Era necessario presentare documentazione, soggetti e pratiche burocratiche per ottenere il cosiddetto “premio di qualità”.
Conobbi una società romana specializzata in questo tipo di procedure. Loro si occupavano di tutta la parte burocratica mentre io mi sarei occupato di realizzare il film. Sembrava una soluzione comoda.
Dopo un po’, però, mio padre mi fece notare una cosa e mi disse:
“Bruno, se sono loro a presentare tutta la documentazione ufficiale, sulla carta il Signor Rossi appartiene a loro.”
Io rimasi sconvolto. Avevo creato il personaggio, scritto la storia, investito i soldi, prodotto e disegnato tutto, eppure rischiavo di non esserne il proprietario. Mi sembrava una follia.
Fu mio padre a convincermi ad andare a Roma per chiarire la situazione. All’inizio non volevo nemmeno crederci, ma alla fine ci andai e riuscimmo a risolvere il problema e meno male. Ancora oggi mi sembra assurdo pensare che qualcuno, senza aver contribuito creativamente, potesse diventare proprietario di un personaggio. Ma la burocrazia funziona così.
Quindi suo padre ha salvato il Signor Rossi, ma anche lei.
Bruno Bozzetto – Esattamente, ma direi soprattutto il Signor Rossi.

A proposito del Signor Rossi, il personaggio ha avuto anche una vita a fumetti sulle pagine del Corriere dei Piccoli. Fare un fumetto e fare un film sono due cose molto diverse e quindi volevo chiederle come si è trovato nel creare un fumetto? Quali differenze ha riscontrato rispetto alla realizzazione di un film d’animazione?
Bruno Bozzetto – Allora, i fumetti del Corriere dei Piccoli non li ho fatti direttamente io, ma li ha realizzati il mio studio, perché era una cosa abbastanza meccanica. Li ho seguiti poco.
Ho invece realizzato un libro che si chiamava Il Signor Rossi e le donne, che è interamente a fumetti e in cui ho utilizzato il Signor Rossi come personaggio fumettistico.
La differenza sostanziale è che fare un fumetto è molto più semplice. Per fare un film devo coinvolgere sei, sette, otto, dieci persone; il fumetto invece posso realizzarlo interamente da me. Posso modificarlo in corsa, cambiare ciò che mi viene in mente, correggere e sperimentare continuamente.

È anche più divertente, devo dire, perché molte idee nascono all’ultimo momento. L’ho trovato molto simpatico come mezzo espressivo.
Non sono particolarmente appassionato di fumetti, nel senso che, avendo fatto film per tutta la vita, un film con dialoghi, musica e rumori mi offre molto di più. C’è un ritmo narrativo che trovo più stimolante.
Però devo dire che ultimamente faccio più fumetti che film. Faccio vignette, disegni, cose di questo genere. Ed è chiaramente una specie di gioco: ci si mette lì, ci si diverte, si prova.
Oggi poi, con la tavoletta grafica, è meraviglioso. Uno può fare una cosa, poi cambiarla, cancellarla, rifarla dieci volte, fare esperimenti. È molto bello.
La cosa fondamentale, sia nel fumetto sia nel cinema, però, è l’idea. Più ancora del disegno.
Ecco perché prima dicevo che mi considero soprattutto un regista o un soggettista. Senza un soggetto non nasce nulla di particolarmente interessante.
Possono nascere dei disegni meravigliosi, certo, ma io sono meno interessato al disegno in sé. Non sono un pittore. Io voglio comunicare.
Quello che mi interessa è la storia, ciò che ho da dire. Se non ho un’idea per il fumetto e se non ho un’idea per il film, non faccio niente. Rimango praticamente fermo, immobile.
Sono completamente d’accordo con lei. Alla storia ci si può appassionare, ci si può affezionare. Del disegno si può dire “che bello” e finisce lì, senza nulla togliere al lavoro degli artisti. Almeno dal punto di vista emotivo.
Bruno Bozzetto – Secondo me il discorso va impostato così: io considero il cinema e il fumetto dei mezzi di comunicazione.
Se ho un microfono davanti ma non ho niente da dire, non comunico nulla. Posso usare parole bellissime, fare discorsi eleganti, ma non comunico niente.
Allora posso anche fare una mostra grafica, mostrare disegni meravigliosi in un palazzo o in una galleria.
Nel momento in cui utilizzo il dialogo, la musica, i rumori, lo faccio per comunicare un concetto. Senza concetti non nasce nulla. Questo è sempre stato il mio punto di vista e l’ho mantenuto fin dal primo film.

Bruno Bozzetto con in braccio una riproduzione della sua creatura più importante: il Signor Rossi
Sono assolutamente d’accordo. Senta, recentemente è stata annunciata una nuova serie animata dedicata al Signor Rossi che arriverà su RaiPlay e Rai Gulp. Come dicevamo prima, il Signor Rossi rappresentava l’italiano medio degli anni in cui è stato creato. Nel 2026 è ancora lo stesso personaggio oppure è diventato un Signor Rossi più moderno, che deve confrontarsi con una società completamente diversa da quella delle sue origini?
Bruno Bozzetto – Io considero il Signor Rossi come l’uomo medio.
L’uomo medio esiste ed esisterà sempre, perché tutti noi siamo uomini medi e ogni giorno abbiamo a che fare con problemi nuovi e situazioni nuove.
L’aspetto estetico del personaggio è una cosa. Il contenuto è sempre nuovo.
Prendiamo I Simpson, la serie animata più longeva mai realizzata. Perché funziona da così tanto tempo? Perché parla di persone normali che ogni giorno hanno problemi con il vicino, con la scuola, con le vacanze. Sono situazioni universali.
Io mi metto nei panni dell’uomo medio e vedo che oggi ho molti problemi con la tecnologia moderna. Alcuni riesco a risolverli, altri no.
Come il Signor Rossi, affronto tutto con entusiasmo, ma spesso vado a sbattere contro un muro.
Mi accorgo che la domotica può essere meravigliosa, ma può anche fare brutti scherzi. Mi accorgo che l’automazione può essere utilissima, ma a volte complica le cose. Queste situazioni mi sembrano divertenti da raccontare.
Perciò ho fatto lo stesso ragionamento che feci cinquant’anni fa e mi sono detto: perché creare un personaggio nuovo? Il Signor Rossi è l’uomo medio e posso metterlo ovunque.
Gli cambierò l’abbigliamento, magari gli metterò gli occhiali o un cappellino diverso, ma resta l’uomo che si alza al mattino e scopre che Siri non risponde più, oppure che il navigatore lo porta in mezzo ai campi invece che a destinazione. Sono situazioni in cui tutti possiamo riconoscerci.
Ovviamente, dovendo realizzare cinquanta episodi, i soggetti diventano molto diversi tra loro. Si inventano situazioni nuove, magari anche un po’ più forzate. L’idea di base, però, è questa.
Ci tengo a precisare che questa serie è seguita soprattutto da mio figlio Andrea. Io faccio un po’ il papà che conosce il Signor Rossi e supervisiona il lavoro.
Ma è lui che sta cercando gli sceneggiatori, sviluppando i soggetti e seguendo concretamente la produzione. La serie è già entrata nelle prime fasi di lavorazione e sarà piuttosto lunga, perché gli episodi sono molti, cinquanta o cinquantuno, non ricordo con precisione.
Se avessi dovuto realizzarli tutti personalmente ci avrei lasciato le penne, perché è un lavoro enorme.
A un certo punto ci si ritrova con quindici episodi in lavorazione contemporaneamente, che si intrecciano tra loro. È davvero un lavoro molto complesso da seguire.

Il ritorno del Sig. Rossi, in arrivo prossimamente con una nuova serie animata
Passando a uno dei suoi lungometraggi cult, Allegro non troppo quest’anno compie 50 anni. È il lavoro che hai realizzato che reputa personalmente il migliore? Quello di cui va più orgoglioso?
Bruno Bozzetto – Direi di sì, anche perché ho avuto dei collaboratori e degli animatori di altissimo livello.
Ho avuto Giovanni Ferrari e Walter Cavazzuti, che hanno realizzato l’animazione del Bolero, quella dell’Ape di Vivaldi e anche l’episodio dell’Uccello di fuoco. Non posso non citare, poi, Giuseppe Laganà, direttore artistico del Bolero e del Preludio al pomeriggio di un fauno e Maurizio Nichetti, che fu molto importante nelle riprese dal vero.
Insomma, ho avuto degli animatori che erano veramente al top e questo ha dato un valore enorme all’estetica del film.
Il gatto sul Valzer triste di Jean Sibelius, per esempio, è stato animato da Giovanni Ferrari.

Il gatto dell’episodio Valzer triste
Però vorrei fare una precisazione; più che i lungometraggi, io adoro i cortometraggi, perché mi permettono di raccontare storie molto ricche in pochi minuti, di cambiare stile, di essere più graffiante e, se vogliamo, anche più cattivo.
Vorrei chiarire che Allegro non troppo non è propriamente un lungometraggio: è un insieme di cortometraggi. Ed è proprio nei cortometraggi che mi ritrovo meglio.
I film che amo di più, come La vita in scatola, Cavallette o Mister Tao, sono film di pochi minuti.
Con Allegro non troppo mi sono ritrovato ad avere un modo di espressione che sentivo molto mio.
Ho avuto delle musiche meravigliose che amavo profondamente e sono riuscito a realizzare un lungometraggio fatto di cortometraggi. Quindi ho raggiunto molti degli obiettivi che mi ero prefissato. Sicuramente è il film a cui sono più affezionato.
Anche se, dal punto di vista emotivo e sentimentale, quello che porto più nel cuore è West and Soda. Lo abbiamo realizzato quando eravamo giovani.
Eravamo un po’ pazzi, non sapevamo esattamente cosa stessimo facendo, non avevamo mai realizzato un lungometraggio e c’era una carica, un entusiasmo molto forti.
Quindi quello è il film che tengo più nel cuore. Però il film più bello resta Allegro non troppo.

Dovesse fare oggi Allegro non troppo o un suo potenziale secondo capitolo, c’è qualcosa che cambierebbe? Con le nuove tecnologie, rispetto all’epoca, (e specifico che non mi riferisco all’I.A.!), sperimenterebbe qualcosa di nuovo, utilizzando magari anche solo un genere musicale diverso rispetto alla musica classica o lo ritiene perfetto così?
Bruno Bozzetto – Due anni fa ho realizzato un altro film che, tra me e me, ho definito Allegretto non troppo. [risata n.d.r.]
Il titolo vero era Sapiens?, con il punto interrogativo [corto realizzato nel 2024 n.d.r.]. È composto da tre brani di musica classica e, tutto sommato, rappresenta una continuazione di Allegro non troppo. Ho visto che, sostanzialmente, non ho cambiato molto.
L’unica novità importante è stata un episodio basato sul Notturno di Chopin, che ho fatto realizzare in 3D da Adriano Marigo. Ho quindi sperimentato una tecnologia che mi affascinava molto.
La storia è quella di un ragnetto, molto stilizzato, che cade in un lavandino e non riesce più a uscirne. Da questa situazione nascono una serie di momenti divertenti. È un film in difesa degli insetti, che io tendo sempre a difendere, così come con qualunque animale.
Il primo episodio, basato su un brano di Giuseppe Verdi, parla della guerra e ne mostra la stupidità e l’inutilità. Il terzo episodio, costruito sul Coriolano di Beethoven, racconta la distruzione degli animali da parte dell’uomo, fin dalla comparsa dell’essere umano sulla Terra.
È quindi un episodio chiaramente ecologista e in difesa degli animali. In sostanza non ho cambiato molto.
Ho sperimentato il 3D, ma mi sono trovato bene seguendo le stesse orme di Allegro non troppo.
Per me il risultato perfetto non dipende necessariamente dalla musica classica, perché potrebbe essere anche musica moderna, ma quello che mi interessa è far combaciare perfettamente la musica con un’idea che ho in testa.
Quando questa fusione funziona, per me si raggiunge la perfezione.
Ci sono riuscito con Allegro non troppo e anche con Sapiens?, perché i film che avevo immaginato sono usciti esattamente come li avevo pensati. Potrei farne un altro anche utilizzando musica moderna. Non avrei alcun problema. Devo soltanto trovare l’idea giusta e verificare che funzioni davvero.

Le faccio una domanda legata proprio a questo. Quando ha realizzato Allegro non troppo, ascoltava la musica e immaginava le scene, oppure aveva già le immagini in testa e poi le collegava alla musica?
Bruno Bozzetto – Ascoltavo la musica. La ascoltavo dieci, venti, trenta, quaranta volte, piano piano cercavo un’idea e, poco alla volta, costruivo il racconto. Era un lavoro molto difficile.
Se si vuole mantenere una sincronizzazione corretta, bisogna percepire il mood della musica e adattare la storia a quel mood, a quei suoni.
Bisogna creare qualcosa che si avvicini il più possibile allo spirito della musica, senza però tradire la storia. Perché la storia, a un certo punto, prende una sua direzione e pretende di seguirla.
Ha una struttura drammaturgica che va rispettata. Non posso far uscire tre personaggi da una porta e, nella scena successiva, ritrovarli improvvisamente in mezzo al mare senza alcuna logica. Tutto deve avere coerenza, e questa coerenza deve convivere con la musica.
Per questo è un lavoro molto complesso e molto difficile, ma anche estremamente stimolante e bellissimo.

Immagine tratta da ‘Sapiens?’
C’è un progetto che reputa il più complesso, il più stressante, il più complicato? Quello che le ha fatto passare la maggior parte delle notti insonni tra tutti quelli che ha realizzato?
Bruno Bozzetto – Ce n’è uno, ma non è un cortometraggio e non è nemmeno un film d’animazione: è Sotto il ristorante cinese [film del 1987 n.d.r.]
Lì ho perso davvero il sonno, perché mi sono trovato ad affrontare un lavoro che non era il mio. Ma ho avuto anche parecchia sfortuna: quando mi serviva il sole pioveva, quando mi serviva la pioggia c’era il sole.
E poi era la prima volta che lavoravo con attori, fotografi e con tutto il mondo del cinema dal vero.
Ho scoperto che un lavoro del genere significa affrontare, dalla mattina alle sette fino alla sera, un imprevisto dietro l’altro. E io non ero abituato.
Nel cinema d’animazione lavoriamo con molta più tranquillità. Abbiamo il nostro tavolo, riflettiamo, ci fermiamo a bere un bicchiere d’acqua e poi torniamo a lavorare. Nel cinema dal vero non è così.
Si arriva sul set, si monta tutto e magari si scopre che il luogo che si doveva filmare è stato rovinato durante la notte.
Oppure arriva un’attrice con un forte mal di testa e non se la sente di recitare. Insomma, gli imprevisti sono continui. Lì ho veramente perso il sonno.
Mi sono divertito perché mi piace fare cinema con gli attori e con la macchina da presa, ma mi sono reso conto che è un lavoro molto difficile.
Sicuramente molto lontano dallo spirito di chi è abituato a realizzare film d’animazione con più calma e con tempi più lunghi.

Foto tratta dalla pellicola ‘Sotto il ristorante cinese’
Le chiedo di raccontarci, per l’ennesima volta, quello che è uno dei suoi racconti più interessanti, ovvero la sua personale notte degli Oscar del 1991. So che ha avuto modo di conoscere Kim Basinger, ma quello è solo uno dei tanti aneddoti legati a quell’esperienza.
Bruno Bozzetto – Non è vero che l’ho conosciuta, ma è stato Simone Tempia, nel libro a ricamarci sopra parecchio. [Il libro si intitola ‘Il signor Bozzetto – Una vita animata’ n.d.r.]
Io ho semplicemente detto che non l’avevo mai ritenuta particolarmente bella per i miei gusti e che, quando l’ho vista di persona, mi sono ricreduto perché è bellissima. Ho detto solo questo. Lui ci ha ricamato molto sopra. L’ho anche sgridato. [risata n.d.r.]
La notte degli Oscar è stata divertente soprattutto per l’arrivo davanti al cinema.
Il produttore-distributore di Cavallette che si chiamava Spike [della società “Spike & Mike”, molto famosa all’epoca nell’ambito dell’animazione n.d.r.] ha portato me, Nick Park, che era l’altro candidato agli Oscar, l’autore di Wallace & Gromit, e Roberto Frattini, il compositore delle musiche dei miei film, che era con me a Hollywood.
Ci ha accompagnati alla cerimonia su una Cadillac scoperta. Lui era vestito da pirata, con tanto di cappello da pirata. Una cosa completamente folle. Sembrava di andare a una festa di Carnevale.
Ci ha scaricati davanti all’ingresso in queste condizioni e credo che abbiano avuto una certa sorpresa nel vederci arrivare così. Però è stato molto divertente. Mi ha colpito soprattutto l’organizzazione, che era pazzesca.
C’è un episodio che racconto sempre perché è molto divertente.
Ero seduto vicino a Nick Park e a Roberto Frattini. A un certo punto, durante una pausa, Roberto si è alzato per andare in bagno. Immediatamente è arrivata una splendida bionda molto scollata che si è seduta accanto a me.
Successivamente abbiamo scoperto che tutti questi giovani, uomini e donne molto belli, erano stati preparati per riempire eventuali posti vuoti. Non volevano che le telecamere inquadrassero sedie libere.
Quindi c’erano ragazzi e ragazze pronti a intervenire: appena qualcuno si alzava, uno di loro prendeva immediatamente il suo posto. Questo dà l’idea del livello di organizzazione.
Però appena Roberto è tornato, la ragazza si è alzata immediatamente. Erano tutti perfettamente coordinati.

Immagine tratta da ‘Cavallette’, opera animata che ha portato alla candidatura all’Oscar 1991 Bruno Bozzetto
Il panorama dell’animazione si è evoluto tantissimo negli ultimi anni, con un’internazionalizzazione e una contaminazione degli stili e delle culture. È molto più facile vedere opere animate di altri Paesi anche al cinema, che fino a qualche anno fa non sarebbero mai arrivate. E di conseguenza c’è anche una maggiore contaminazione di stili. Riguardo proprio al concetto di contaminazione ed evoluzione, l’Italia a che punto è in questo momento e cosa può trarre dalle altre culture dell’animazione?
Bruno Bozzetto – Può imparare moltissimo. Le contaminazioni sono sempre positive.
Poi dipende dalla storia che si vuole raccontare. Nessuno copia davvero un altro autore, però può essere influenzato.
Una cosa che ho notato è che, ultimamente, molti ragazzi che vengono a mostrarmi i loro lavori presentano disegni chiaramente influenzati dal Giappone. Direi che il novanta per cento porta disegni di quel tipo. Secondo me questo è un po’ eccessivo, però è inevitabile che, vedendo così tanto materiale, certe influenze entrino nel proprio modo di disegnare.
Io torno sempre al discorso della storia: prima si pensa alla storia e poi si decide quale sia la strada migliore da seguire per raccontarla.
A Napoli, per esempio, c’è la Mad Entertainment, che ha realizzato film con uno stile diverso, più legato al personaggio realistico. Sono tutti cambiamenti positivi, perché aprono nuove strade e nuove esperienze.
Alla fine, però, tutto ricade sempre sulla storia; se il racconto è interessante, funziona indipendentemente dallo stile utilizzato.
Potrei usare anche uno stile vecchio e ottenere successo, se la storia è buona. Viceversa, se la storia è debole, non funziona nemmeno con lo stile più moderno.
Credo che questo sia un momento molto interessante, perché arrivano tante idee nuove, tanti stimoli e tante strade diverse da esplorare. Per me va benissimo. Penso che sia utile per tutti vedere il maggior numero possibile di film e lasciarsi contaminare il più possibile. In questo modo si cresce, si cambia e si aprono nuovi orizzonti.

Siamo arrivati all’ultima domanda, che ci tengo particolarmente a farle. Lei è un amante delle barzellette, ma dice di non essere bravo a raccontarle. Ecco… c’è o c’è stata una persona nella sua vita che reputa la migliore nel raccontarle a lei agli amici o al pubblico?
Bruno Bozzetto – Sì, c’è una persona e la sua storia è anche molto interessante.
Questa persona è capace di raccontarne trenta di seguito ed è un genio nel far ridere tutti. Si tratta di Roberto Frattini, il compositore delle musiche dei miei ultimi film.
Roberto oltre a essere un bravissimo compositore e direttore d’orchestra, è simpaticissimo e possiede un umorismo straordinario. Io mi sono detto che era la persona ideale per fare la musica dei miei film.
Ho sempre basato moltissime situazioni e moltissimi film sull’umorismo. Perciò ho pensato: se trovo qualcuno che è un bravo compositore e che in più ha il senso dell’umorismo, allora ho trovato il massimo. Infatti ci ho azzeccato, perché lui ha realizzato alcune delle più belle colonne sonore dei miei film.
Ma la cosa interessante è che riesce a mantenere anche nella musica quelle pause, quei tempi e quei momenti che rendono una situazione divertente. A un certo punto gli ho addirittura chiesto, come favore, di realizzare anche gli effetti sonori, perché l’effetto sonoro fa parte della musica. Diventa un ritmo narrativo, musicale e sonoro.
E lui, con il suo spirito, ha creato rumori eccezionali, persino utilizzando la propria voce e devo dire che, grazie al suo umorismo, ha realizzato alcune tra le colonne sonore più belle che io abbia avuto.
Quindi sì, ce l’ho una persona che ammiro particolarmente: Roberto Frattini.

In foto da sinistra: Roberto Frattini, Bruno Bozzetto e Silvio Orlando
Sulle barzellette, prima di chiudere, le racconto un episodio, che forse può interessare anche lei: ha mai conosciuto qualcuno che abbia inventato una barzelletta?
Effettivamente no.
Bruno Bozzetto – Tutti dicono sempre: “Ti racconto una barzelletta che ho sentito”.
Esiste una teoria affascinante secondo la quale le barzellette ci arrivano dagli extraterrestri, che vogliono controllare il senso dell’umorismo dell’umanità. Quando noi non rideremo più alle barzellette, ci elimineranno tutti. [risata n.d.r.]
Effettivamente è una teoria bellissima. Speriamo allora che continuino a esistere barzellette ancora per molto tempo e se nei prossimi anni dovesse arrivare un’invasione aliena, sapremo che è perché nessuno ride più.
Bruno Bozzetto – Anche perché io dico sempre che l’umorismo è una forma di civiltà.
Un popolo che non ha umorismo è un popolo pericolosissimo, perché prende tutto troppo seriamente. Nel momento in cui le cose si mettono davvero male, bisogna sempre conservare un po’ di leggerezza.
L’altro giorno eravamo a Bergamo ed è venuto al nostro festival Lillo. È fantastico dal punto di vista dell’umorismo.
Parlavamo proprio di questo argomento e lui diceva: “Anche nelle situazioni più drammatiche riesco a ridere. Non riesco ad arrabbiarmi“. Ecco, io credo che questo sia un modo per smussare gli angoli e accettare tante cose.
La ringrazio davvero tantissimo per il suo prezioso tempo. Ero anche un po’ emozionato, quindi mi perdoni se magari ho detto qualche strafalcione.
Bruno Bozzetto – Ma no, assolutamente. Grazie molte e buona serata.
Bruno Bozzetto – Biografia

Bruno Bozzetto (Milano, 1938) è uno dei più importanti autori e registi dell’animazione italiana, nonché una figura fondamentale nella storia del cinema d’animazione europeo. Creatore dell’indimenticabile Signor Rossi, simbolo dell’italiano medio alle prese con le contraddizioni della società contemporanea, nel corso della sua carriera ha realizzato lungometraggi diventati cult come West and Soda, Vip – Mio fratello superuomo e Allegro non troppo, considerato uno dei capolavori dell’animazione mondiale.
Attivo dagli anni Cinquanta, Bozzetto ha saputo coniugare satira, innovazione tecnica e sensibilità artistica, collaborando anche con Piero Angela per i celebri filmati divulgativi di Quark. Nel 1991 è stato candidato al Premio Oscar per il cortometraggio Cavallette e, nel corso della sua carriera, ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui l’Orso d’Oro al Festival di Berlino e due David di Donatello Speciali, l’ultimo nel 2026.
Ancora oggi continua a raccontare con ironia e intelligenza i vizi, le virtù e le trasformazioni della società contemporanea, confermandosi uno dei più autorevoli e amati maestri dell’animazione italiana.
Recensioni
Batman Caped Crusader S2: Il convincente ritorno del Cavaliere Oscuro noir di Prime Video
Grazie a Prime Video abbiamo visto in anteprima Batman Caped Crusader stagione 2, in uscita sulla piattaforma il 31 luglio. L’Uomo Pipistrello in versione noir dovrà vedersela con nuovi mortali nemici negli episodi inediti. Per saperne di più ecco la nostra recensione!
L’estate 2026 di Prime Video verrà sicuramente ricordata come “l’estate dei supereroi noir”.
Dopo l’ottima accoglienza ricevuta da Spider-Noir, interpretato da uno straripante Nicolas Cage, un altro show, questa volta animato, con protagonista il famigerato supereroe dalle orecchie a punta e dal simbolo del pipistrello, si appresta a far vivere nuove avventure pulp e hard-boiled agli abbonati di Prime Video: Batman: Caped Crusader.
Dopo una prima stagione uscita esattamente due anni fa, il Crociato Incappucciato torna con 10 nuovi episodi che esplorano ulteriormente le gesta di questa versione anni ’30 del protettore di Gotham City.
Il Batman delle origini, diverso dall’eroe dell’immaginario odierno

Prima di addentrarci nell’analisi della seconda stagione, è necessario spendere due parole sul progetto Batman: Caped Crusader.
Nel 2024, J.J. Abrams, la mente dietro Lost, Matt Reeves, regista di The Batman, e Bruce Timm, uno dei creatori di Batman: The Animated Series, hanno portato sulla piattaforma di Amazon la prima stagione di Caped Crusader, serie animata che narrava le avventure di un Batman alle prime armi come vigilante di Gotham, molto diverso da quello a cui siamo abituati oggi.
Si tratta di un Uomo Pipistrello che si muove e agisce nella Gotham City degli anni ’30, dotato di un costume più rudimentale, con orecchie che divergono verso l’esterno come quelle di un vero pipistrello e guanti corti, una Batmobile dall’estetica classica delle berline dell’epoca, un Alfred che richiama lo stereotipo del maggiordomo inglese tipico di quegli anni e nemici che, per lo più, sono gangster e malavitosi in abito gessato armati di Tommy Gun.
Quello che ne emerge è una versione decisamente fedele al Batman originale, così come immaginato nel 1939 dall’artista Bob Kane e dallo scrittore Bill Finger, che ha esordito in Detective Comics #27.

Il Batman degli esordi a fumetti su Detective Comics #27
L’eroe di Batman: Caped Crusader mantiene lo spirito con cui è nato Batman dalla mente dei suoi creatori: proteggere gli abitanti di Gotham e sconfiggere i criminali agendo nel buio della notte vestito da Uomo Pipistrello, diventando una leggenda urbana tra i gangster, terrorizzati dall’idea che quella misteriosa creatura potesse esistere davvero.
E poi, come anticipato, tra i produttori c’è l’esperto Bruce Timm, uno degli artefici dell’incredibile serie animata cult degli anni ’90, che ha definito nell’immaginario dei bambini dell’epoca Batman sia dal punto di vista estetico sia come concetto di eroe gotico tutto d’un pezzo. Richiamato a gran voce da Warner Bros., Timm inizialmente avrebbe dovuto realizzare una nuova stagione di Batman: The Animated Series, idea che però non lo ha mai convinto, avendo già detto tutto su quella versione del personaggio.
Ma ripensando ai concept mai realizzati negli anni ’90, il produttore iniziò a immaginare una versione ancora più pulp e oscura del personaggio, ispirata ai vigilanti mascherati come The Shadow e ai vecchi horror Universal.
Con il coinvolgimento di J.J. Abrams e Matt Reeves, nasce un progetto completamente nuovo dedicato a Batman, con connotazioni decisamente più crime e investigative.
Il risultato finale presenta un Batman investigatore, più brutale e dal carattere più ruvido, che mescola, in parte, atmosfere del Batman di Reeves con estetica per quanto riguarda l’animazione di Batman: The Animated Series, proiettando il tutto nell’America degli anni ’30 e ’40.
Batman Caped Crusader: dove eravamo rimasti?

Il finale della prima stagione di Batman: Caped Crusader ha lasciato Gotham profondamente segnata.
Il destino di Bruce Wayne si è intrecciato con quello di Harvey Dent, divenuto il folle Due Facce dopo essere stato sfigurato dall’acido lanciatogli sul volto da Tony Zito, scagnozzo del boss mafioso Rupert Thorne.
Sprofondato nella paranoia e consumato dalla rabbia, Harvey intraprende una sanguinosa vendetta contro gli uomini di Thorne, fino a decidere di farsi ricoverare volontariamente all’Arkham Asylum. Barbara Gordon, convinta che possa ancora fare la cosa giusta, si offre di difenderlo e cerca di convincerlo a testimoniare contro la criminalità organizzata.
L’ultimo tentativo di portare Thorne davanti alla giustizia si conclude però in tragedia: Dent si sacrifica per salvare Barbara durante un agguato orchestrato dagli uomini del boss. La sua morte rafforza la determinazione di Batman, che promette di diventare il vero custode di Gotham. Nel frattempo, nelle ultime scene della stagione, un misterioso individuo sperimenta una tossina capace di provocare risate incontrollabili, anticipando l’arrivo della più grande minaccia dell’universo di Batman.
Nuovi terribili nemici sono pronti a incrociare la strada del Crociato Incappucciato

La criminalità di Gotham City è rimasta senza il suo boss. Il vuoto di potere lasciato da Rupert Thorne, arrestato in seguito agli eventi della prima stagione, fa gola a numerosi malviventi. Tra questi emerge uno degli ex scagnozzi dello stesso Thorne, il gangster Eddie Nigma, deciso a conquistare la città a colpi di rapine e omicidi, creando non pochi grattacapi a Batman e al G.C.P.D.
Nel frattempo, il Cavaliere Oscuro, dopo un inizio di rapporto tutt’altro che idilliaco, inizia a collaborare con Barbara e James Gordon, rispettivamente avvocatessa e commissario di polizia di Gotham. I tre uniscono le forze per risolvere i casi più complessi che minacciano la città.
Tra i protagonisti di questa seconda stagione torna anche la detective Renee Montoya, tra i pochi agenti di Gotham realmente incorruttibili, che cerca di lasciarsi alle spalle la delusione sentimentale vissuta con la dottoressa Harleen Quinzel, immergendosi completamente nel lavoro, che di certo non manca.
Nuovi criminali, come un lugubre Mr. Freeze, un vendicativo Spaventapasseri ed altre incredibili minacce faranno il loro ingresso nel corso della stagione. Ma il più grande villain emergerà soltanto nell’atto finale, quando il più pericoloso avversario mai affrontato da Batman inizierà finalmente a svelare le proprie carte. Il Joker è pronto a entrare in scena, trascinando l’Uomo Pipistrello e l’intera Gotham City in una partita destinata a cambiare tutto.
Gotham City, ancora una volta personaggio sullo sfondo di Bat-avventure crime

Gotham City, come in ogni ottima storia di Batman, assume le sembianze di un personaggio al pari del Cavaliere Oscuro e del resto del cast. La città che non dorme mai del Caped Crusader non è da meno nemmeno in questa seconda stagione.
L’approccio adulto della serie animata e le atmosfere pulp da film noir anni ’30, ha dato ai produttori e agli sceneggiatori la possibilità di approfondire, nei nuovi episodi, temi molto maturi come la brutalità e la corruzione della polizia, un cancro che rimane sullo sfondo di ogni episodio pur non venendo affrontato direttamente, e una criminalità senza scrupoli né morale che, priva di un vero boss al comando, si riversa sulle strade e sugli abitanti di Gotham con ancora maggiore crudeltà.
Tutto questo si riflette in una città ancora più cupa e noir rispetto alla prima stagione, costretta ad assistere impotente al tracollo e al declino di una società e di un sistema in cui Batman, spesso, non basta.
Questa seconda stagione continua a concentrarsi su storie dalla forte connotazione crime, alternando episodi che seguono una storyline ben precisa incentrata sui piani di Nigma e Joker ad altri autoconclusivi, che esplorano personaggi secondari di Gotham, presentano nuovi villain o chiudono punti rimasti in sospeso nella stagione precedente. Tra questi spicca forse il miglior episodio dell’intera stagione, The Spectral Hand, scritto da un maestro della sceneggiatura a fumetti come J.M. DeMatteis, noto per la sua capacità di approfondire la psicologia dei personaggi, nel quale viene svelato il destino del poliziotto corrotto James Corrigan.
Batman nella sua versione Detective Comics noir… ma è pur sempre un vigilante

In questa seconda stagione di Batman: Caped Crusader assistiamo a un Cavaliere Oscuro più esperto e sicuro di sé rispetto alla prima, che continua a mettere in primo piano il suo lato da detective più che quello da supereroe.
Anche in questa stagione Alfred si conferma fondamentale, vero e proprio partner soprattutto durante le indagini e nel lavoro “da laboratorio” che si svolge all’interno della Bat-Caverna. È un peccato, però, che il rapporto tra il maggiordomo e Bruce Wayne rimanga molto distaccato e puramente professionale, quasi esclusivamente da “datore di lavoro e maggiordomo”, nonostante nella prima stagione sembrasse esserci qualche spiraglio di avvicinamento, che in questo caso gli sceneggiatori sembrano essersi dimenticati.
Un piacevole omaggio (o easter egg) alle avventure investigative del Batman dei fumetti è rappresentato dall’utilizzo di una delle identità alternative che Bruce Wayne ha spesso sfruttato per lavorare sotto copertura e che, in uno degli episodi, torna a utilizzare. Chi ha dimestichezza con i fumetti sa perfettamente di cosa sto parlando.
Interessante, senza ombra di dubbio, anche il ruolo del G.C.P.D., sempre più al centro delle avventure poliziesche del Caped Crusader, così come la spaccatura sempre più evidente all’interno della polizia di Gotham. Da una parte troviamo gli agenti corrotti, che continuano a considerare Batman un semplice vigilante al di fuori della legge; dall’altra uomini come Gordon e Montoya, che invece collaborano apertamente con il Crociato Incappucciato.
Nigma e Joker: rinnovare senza snaturare i personaggi

Come detto, Batman: Caped Crusader si ispira alle primissime avventure del Batman a fumetti del 1939, ma non rinuncia ad apportare cambiamenti significativi ai personaggi protagonisti introdotti in questi nuovi episodi.
Una delle caratteristiche che aveva colpito maggiormente della prima stagione era la naturalezza con cui personaggi storici venivano rinnovati senza perdere l’essenza delle loro controparti originali. Ed ecco che un Pinguino donna appare assolutamente credibile e, anzi, a tratti persino più spietato della versione maschile vista nei film, nelle serie TV e, ovviamente, nei fumetti.
Anche in questa seconda stagione c’è spazio per nuovi volti, come Eddie Nigma, decisamente diverso da qualsiasi altra incarnazione vista finora. Un personaggio molto più vicino a un criminale di strada che al classico Edward Nigma: spietato come non mai, meno machiavellico del solito e molto più interessato alla scalata al potere che a sottoporre le sue vittime a indovinelli. È una versione che funziona all’interno della storia di Caped Crusader, ma che non mi ha convinto al cento per cento, probabilmente per l’affezione che nutro verso altre incarnazioni o, semplicemente, perché a tratti ricorda troppo, per follia, il Joker di Batman: The Animated Series.

E, a proposito del Joker, quella che vediamo in Batman: Caped Crusader è una versione dannatamente magnetica. La scrittura del personaggio, che nel corso della stagione entra in scena poco alla volta, è pressoché perfetta e rappresenta l’altro piatto della bilancia rispetto a Batman. Due menti sullo stesso piano d’intelligenza che danno vita, negli episodi finali, a una perfetta partita a scacchi. Non aspettatevi, però, il Joker ridanciano doppiato da Mark Hamill e colorato di Batman: The Animated Series: chi conosce la sua prima apparizione nei fumetti potrebbe cogliere più di una similitudine con questa nuova incarnazione. È senza dubbio il personaggio più stravolto rispetto alla versione classica, ma anche incredibilmente carismatico.
Cosa non funziona in Caped Crusader

La trama principale viene continuamente spezzata dall’inserimento, a intervalli regolari, di episodi non sempre all’altezza della storia centrale, dando quasi l’impressione di voler “allungare il brodo” o interrompere la tensione narrativa della storia cardine dell’intera serie. Soprattutto nella parte centrale la qualità delle trame cala sensibilmente, salvo poi riprendersi nel gran finale.
Per quanto riguarda l’Uomo Pipistrello, manca, a mio avviso, una vera evoluzione del personaggio, che rimane praticamente identico a quello della prima stagione nonostante l’esperienza accumulata. Non stiamo sottolineando che si tratti di una mancanza, perché probabilmente la ‘cristallizzazione’ di Batman è una scelta della stessa produzione.
Ma in una serie moderna lo spettatore di oggi si aspetta una maturazione dei personaggi principali o almeno del protagonista, cosa che in questa stagione non avviene almeno per il nostro Crociato Incappucciato.
L’animazione, come anticipato, rappresenta una rivisitazione affascinante e moderna (pur essendo ambientata negli anni Trenta) di Batman: The Animated Series. È senza dubbio un’ottima medicina per i nostalgici della storica serie degli anni Novanta, ma rispetto alla prima stagione non c’è alcun passo avanti. La conferma della serie per una seconda stagione e un presumibile aumento del budget da parte di Prime Video, lasciavano immaginare un upgrade anche sotto il profilo tecnico, mentre gli sfondi risultano ancora molto statici e i personaggi, a tratti, un po’ troppo rigidi.
Batman: Caped Crusader stagione 2 – Promosso o bocciato?

Batman: Caped Crusader continua la sua corsa con una seconda stagione senza ombra di dubbio interessante, che scava ulteriormente nei bassifondi di Gotham City tra polizia corrotta e criminalità organizzata. Si conferma una serie animata dal taglio probabilmente più adatto a un pubblico adulto, decisamente più matura rispetto a Batman: The Animated Series, grazie a temi affrontati con toni più seri e drammatici.
Lo stile crime ispirato al noir americano degli anni Trenta e Quaranta continua a funzionare anche in questa seconda stagione, con un Batman sempre più detective chiamato ad affrontare nuove minacce, in particolare quelle rappresentate da Nigma e Joker.
Ci si aspettava un passo avanti rispetto all’animazione della prima stagione, ma questo miglioramento non è arrivato, così come la qualità narrativa non riesce a mantenersi sempre sugli stessi livelli.
Nel complesso è una stagione che si assesta qualitativamente sugli standard della precedente, ma conferma Batman: Caped Crusader come degna erede di Batman: The Animated Series, nonché una delle interpretazioni più affascinanti e intraprendenti sul Cavaliere Oscuro.
VOTO POPCORNERD: 7/10

Anime
Demon Slayer: Kimetsu no Yaiba Il Castello dell’Infinito I disponibile su Crunchyroll
Demon Slayer: Kimetsu no Yaiba, film anime campione di incassi nei cinema, è arrivato finalmente su Crunchyroll
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DEMON SLAYER: KIMETSU NO YAIBA IL CASTELLO DELL’INFINITO I È ORA DISPONIBILE IN STREAMING SU CRUNCHYROLL
L’attesa è finalmente giunta al termine! Il fenomeno cinematografico mondiale firmato ufotable debutta in piattaforma

©Koyoharu Gotoge / SHUEISHA, Aniplex, ufotable
Demon Slayer: Kimetsu no Yaiba Il Castello dell’Infinito I è ora disponibile in streaming su Crunchyroll.
A seguito dell’incredibile exploit nelle sale cinematografiche lo scorso settembre, il lungometraggio è ora disponibile in giapponese con sottotitoli in italiano e doppiato in italiano.
Su Crunchyroll i fan possono riguardare tutti gli episodi di Demon Slayer: Kimetsu no Yaiba e i precedenti film Demon Slayer -Kimetsu no Yaiba- The Movie: Mugen Train.
Sinossi del film:
Tanjiro Kamado e’ un ragazzo unitosi a un’organizzazione dedita alla caccia dei demoni, chiamata Squadra dei cacciatori di demoni, dopo che la sorella minore Nezuko è diventata una di questi mostri.
Acquisendo sempre più forza e approfondendo i legami di amicizia con i suoi compagni, Tanjiro ha combattuto molti demoni con i suoi compagni Zenitsu Agatsuma e Inosuke Hashibira. Il suo viaggio lo ha portato a combattere al fianco di alcuni tra i più abili spadaccini della Squadra dei cacciatori di demoni, i Pilastri, tra cui il Pilastro delle Fiamme Kyojuro Rengoku a bordo del Treno Mugen, il Pilastro del Suono Tengen Uzui nel Quartiere dei Piaceri, il Pilastro della Nebbia Muichiro Tokito e quello dell’Amore Mitsuri Kanroji nel Villaggio dei Forgiatori di Katana.
Mentre i Pilastri e i membri della Squadra dei cacciatori di demoni sono impegnati nell’Allenamento dei Pilastri, un allenamento fisico di gruppo in preparazione all’imminente battaglia contro i demoni, Muzan Kibutsuji si presenta alla residenza Ubuyashiki. Con il capo della Squadra dei cacciatori di demoni in pericolo, Tanjiro e i Pilastri accorrono al quartier generale, dove però per mano di Muzan Kibutsuji precipitano in un luogo misterioso.
Lo spazio in cui Tanjiro e la Squadra dei cacciatori di demoni sono piombati è la fortezza dei demoni: il Castello dell’Infinito.
Il campo di battaglia è pronto e lo scontro finale tra la Squadra dei cacciatori di demoni e i demoni si accende.
Credits: Storia originale di Koyoharu Gotoge (JUMP COMICS / SHUEISHA). Diretto da Haruo Sotozaki. Sceneggiatura e animation production di ufotable.
A proposito di Demon Slayer: Kimetsu no Yaiba:
Demon Slayer: Kimetsu no Yaiba è tratto dalla serie manga di Koyoharu Gotoge, pubblicata su WEEKLY JUMP di SHUEISHA dal febbraio 2016 al maggio 2020. La serie ha conquistato il pubblico di tutto il mondo con la sua tragica storia di umani e demoni, avvincenti duelli con la spada, personaggi affascinanti e scene comiche. Il manga è composto da 23 volumi e ha venduto oltre 200 milioni di copie.
Demon Slayer: Kimetsu no Yaiba ha debuttato nell’aprile 2019 con l’arco narrativo “L’incrollabile determinazione di Tanjiro Kamado”, seguito dal film “Mugen Train” nell’ottobre 2020 e dagli archi narrativi “Mugen Train” e “Entertainment District” della serie TV, trasmessi dal 2021 al 2022. Nel 2023, l’arco narrativo “Swordsmith Village” ha debuttato su Crunchyroll, poco dopo l’uscita nelle sale di Demon Slayer: Kimetsu no Yaiba -To the Swordsmith Village-. Nel 2024, ha debuttato l’arco narrativo “Hashira Training”, poco dopo l’uscita nelle sale di Demon Slayer: Kimetsu no Yaiba -To the Hashira Training-. La produzione dell’animazione è a cura di ufotable.
* Ringraziamo l’Ufficio Stampa Crunchyroll per il comunicato di cui sopra, che abbiamo condiviso con i nostri lettori
Animazione
A New Dawn: un’oasi d’arte sospesa
A New Dawn, l’esordio di Yoshitoshi Shinomiya, è un delicato affresco artistico che cerca un nuovo linguaggio lontano dal suo mentore. Questa è la recensione del film presente nelle sale italiane dal 23 al 29 luglio
Da sempre i prodotti d’animazione giapponese ci mostrano una fotografia della società nipponica. Uno degli elementi che più affascina l’occidente è proprio il metodo con cui questi registi vedono il mondo, inquadrano la quotidianità e cercano di raccontare attraverso i propri occhi un messaggio elaborato dall’esperienza di una vita in quella terra da noi tanto sognata e celebrata.
C’è chi costruisce il proprio cinema con un intenzione politica ed un tono più graffiante, come i grandissimi Satoshi Kon e Yoshiaki Kawajiri, che non temono di ricordare al mondo, e soprattutto ai loro cittadini, che la loro grande patria nasconde e omette ombre terrificanti: voyeurismo, enormi disparità sociali, criminalità organizzata, altissimo tasso di suicidi, invecchiamento e sindromi asociali della popolazione.
Tuttavia, se oggi si ammira la cultura del Sol Levante è anche perché esiste un’altra faccia interpretativa. Makoto Shinkai si distingue fin dall’inizio del nuovo millennio con una poetica diametralmente opposta alla scuola anni ’80 e ’90 del cinema d’animazione giapponese: atmosfere solari, musiche rilassanti, dialoghi pacati e inquadrature che oscillano fra dettagli su cibo e oggetti di vita quotidiana e campi lunghi che aprono lo schermo verso la skyline della grande capitale Tokyo.

Immagini tratte dai film di Makoto Shinkai – 5 cm al secondo, Your Name, Weathering with You
La prova dell’allievo
Yoshitoshi Shinomiya, artista formatosi in tecniche pittoriche, osserva nelle retrovie d’animatore il successo del suo mentore Shinkai. Dal 2011 questa giovane promessa segue tutte le produzioni del regista, facendosi notare dal buon Makoto tanto da ottenere per il lungometraggio Your Name la realizzazione di una delle scene più importanti ed iconiche del film (il suggestivo flashback sulla vita di Mitsuha).
Il successo della pellicola è planetario e tutti gridano (direi molto inconsciamente e con eccessiva iperbole) all’arrivo del nuovo Hayao Miyazaki.
Tralasciando queste deliranti dichiarazioni, la qualità del prodotto finale è innegabile e Shinomiya si ritaglia un posto speciale sotto l’ala di Shinkai, da cui assorbirà quante più lezioni possibili in vista della prova che ogni grande animatore deve affrontare per salire a pieno regime nel mondo del cinema: l’esordio alla regia.
A New Dawn portava con sé il rischio del ricalco stilistico, ma l’allievo Yoshitoshi utilizza con molta astuzia la filosofia filmica del suo mentore solo come fondamenta, per proporre la sua formazione all’interno della tecnica animata.

Diamo un senso a questa fine
Riqualificazione. Tutto il silenzio iniziale viene rotto dalla consapevolezza di questa parola, di ciò a cui porterà. Adulti che parlano di interventi pubblici, di funzionari che invitano (sempre con la classica educazione giapponese) a prendere provvedimenti.
Un vociare che nella testa di Keitarō, Kaoru e Sentarō rimane un rumore bianco: chiacchere che portano ad un’azione violenta, infantile data l’agire avventato dei tre protagonisti appena maggiorenni. Già dai primi minuti l’operazione svolta dal regista Shinomiya riesce a spiazzare sia il novizio sia l’appassionato conoscitore dell’ambiente da cui questo artista deriva.
Tutto il lungometraggio si presenta con uno stile grafico d’estrema eleganza, complice la formazione da pittore del buon Yoshitoshi, tradotta nell’utilizzo di acquerelli e pennelli per la costruzione degli sfondi, un character design elaborato dalla sottrazione di un tratto a matita con linee sottili e un’animazione con minor ricchezza di fotogrammi per un movimento volutamente frammentato.
Allo stesso tempo, l’inizio sembra distaccarsi ulteriormente dal linguaggio Shinkai rinunciando alla musica e mostrando una situazione sociale non proprio conforme al rigore nipponico: una rissa.

A New Dawn è in fondo un racconto molto intimo, un’elaborazione silenziosa dell’andare avanti e abbandonare un posto che ha segnato una parte della propria vita, specchio di una tradizione portata avanti da generazioni.
Eppure quel ricordo persiste e la grande metropoli non riesce a sovrastare il desiderio di tornare in quella casa sperduta in campagna, lontana dalla fretta urbana, solo per ritrovare le sensazioni passate.

Da sinistra: Sentarō, Keitarō e Kaoru
Fuochi d’artificio lontani dalla “nostra” città
Kaoru e Sentarō sono traditori. Hanno abbandonato la fabbrica di fuochi d’artificio e il sogno di quell’irraggiungibile Shuhari, si sono arresi al progresso trovando tana in città e cercando carriera. Keitarō all’estremo opposto si è arroccato nella cieca convinzione della tradizione, rinunciando ad una vita sociale in favore del sacrificio per un solo ed unico momento.
Ciò che domina la loro rimpatriata è proprio l’incomunicabilità, che però non viene mostrata col semplice silenzio, ma con dialoghi molto schietti, spesso ripetuti o che balzano da un argomento all’altro senza particolare preavviso.
L’intera sceneggiatura alterna momenti pregni di dramma subito smorzati da un’espressione sciocca che spezza tutta la carica emotiva della scena. Si tratta di un’altalena poco calibrata, forse dovuta al montaggio comunque serrato che permette alla pellicola la durata di circa un’ora e venti minuti.
Sebbene la seconda parte del film ritrovi il sangue del maestro Shinkai con un comparto musicale sovrastante e un’atmosfera si rilassata ma poco silenziosa, menzione d’onore va fatta alla sperimentazione adottata da Yoshitoshi Shinomiya in una particolare scena (senza anticipazioni, il momento dell’ubriaco) in cui collidono tecniche che travisano qualsiasi premessa iniziale, donando freschezza e soprattutto speranza per la poetica di questo giovane regista.

A New Dawn: Superare il maestro (?)
A New Dawn è un esordio ricco di personalità, da un giovane artista che ha stupito tutta la giuria del Festival del Cinema di Berlino con questo delicato racconto d’amicizia oltre la tradizione.
Un film che evolve parzialmente l’abilità maturata dalla lezione di Makoto Shinkai per proporre uno stile pittorico unico al servizio della narrazione non per forza legata ad una fotografia sempre benevola della società giapponese, seppur circoscritta in una storia breve e dal montaggio non sempre calcolato.
Un augurio per queste idee, che possano costruire un nuovo grande nome dell’animazione nipponica.
VOTO POPCORNERD: 8/10

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