CinemaNews
Backrooms: poster e trailer del film in arrivo il 27 maggio al cinema
Ecco il trailer dell’ attesissimo film horror di I Wonder Pictures, Backrooms in arrivo nelle sale il prossimo 27 maggio
BACKROOMS
SVELATI I POSTER E IL TRAILER ITALIANI UFFICIALI
DELL’ATTESISSIMO HORROR TRATTO DAL FENOMENO GLOBALE
CHE HA TERRORIZZATO IL WEB
di Kane Parsons
con Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve, Mark Duplass, Finn Bennett e Lukita Maxwell
AL CINEMA DAL 27 MAGGIO
Dopo aver terrorizzato milioni di persone sul web con la sua omonima serie found-footage diventata fenomeno globale (oltre 76 milioni di visualizzazioni solo per il primo video della serie), Kane Parsons, classe 2006 – il più giovane autore a firmare un film A24 – approda sul grande schermo con BACKROOMS, che arriva al cinema in Italia dal 27 maggio, 2 giorni prima dell’uscita americana e in anticipo rispetto a tutti gli altri Paesi del mondo, distribuito da I Wonder Pictures.
Il film è basato su uno dei più affascinanti e inquietanti miti moderni nati sul web, un fenomeno che ha ridefinito i codici dell’horror contemporaneo: le Backrooms, una dimensione liminale e potenzialmente infinita fatta di stanze vuote, corridoi senza uscita, strutture inquietanti e sfarfallanti luci al neon, in cui puoi trovarti improvvisamente e senza preavviso attraversando la barriera della realtà.
Nato nel 2019 su un forum online, il fenomeno delle Backrooms è diventato rapidamente uno dei più virali della rete dando vita a un immaginario riconoscibile e a un universo narrativo collettivo costruito dagli utenti, fatto di corridoi infiniti e ambienti apparentemente familiari ma profondamente disturbanti. Un universo espanso attraverso video, racconti e videogame che ha trasformato una semplice suggestione visiva in una vera e propria mitologia contemporanea, capace di generare milioni di contenuti e teorie online.
Nel cast troviamo i candidati agli Oscar Chiwetel Ejiofor (Bridget Jones – Un amore di ragazzo) e Renate Reinsve (Sentimental Value) assieme a Mark Duplass, Finn Bennett e Lukita Maxwell.
Prodotto da A24 e da James Wan (il cineasta che ha dato vita a saghe come Saw, Insidious e The Conjuring), BACKROOMS, diretto da Kane Parsons e scritto dallo stesso Parsons insieme a Will Soodik, arriverà nei cinema italiani il 27 maggio 2026, due giorni prima dell’uscita americana, con I Wonder Pictures. Ecco di seguito i poster.
SINOSSI UFFICIALE:
Se non fai attenzione e superi la barriera della realtà, entrerai nelle backrooms. Se finisci lì dentro, resta vigile, perché i passi che echeggiano in quelle stanze potrebbero non essere solo i tuoi…
Dal genio di Kane Parsons, a.k.a. Kane Pixels, l’attesissimo film tratto dal fenomeno globale che ha terrorizzato il web, con i candidati all’Oscar Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve.
*Ringraziamo l’ufficio stampa I Wonder Pictures per la condivisione del comunicato stampa di cui sopra
Cinema
Resident Evil: il parco giochi della paura
La recensione della nuova trasposizione di Resident Evil ideata da Zach Cregger. Un divertente omaggio alla dimensione ludica del cinema horror.
Alla visione di una pellicola che fonda le proprie basi su un opera artistica di un media differente si crea inevitabilmente un nuovo sguardo dello spettatore. Si tratta di una percezione distante, che colpisce un pubblico consapevole e con una conoscenza pregressa, il quale vive il film in questione facendo costante riferimento al prodotto originale.
Se questa casistica si poteva prima riscontrare con la letteratura, il fumetto o la più famosa delle pièce teatrali, oggi è il videogiocatore ad essere al centro della discussione. Al nome di Resident Evil scritto sulle locandine della nuova produzione firmata da Zach Cregger, una parte del pubblico inizia a drizzare le orecchie ed analizzare tutti i frame di ogni trailer pubblicitario per verificare l’attinenza al gioco nato dalla geniale mente del designer giapponese Shinji Mikami.
La risposta del regista è una chiara sentenza: il desiderio ormai morboso dei fan di rivivere i loro pomeriggi passati a scappare e sparare agli zombie di Racoon City viene accartocciato da Cregger e buttato nell’immondizia con una sonora risata.
Un nuovo protagonista, una storia originale e un punto di vista inedito per raccontare le vicende della città invasa dal virus dell’Umbrella sono le fondamenta del suo Resident Evil.

Il protagonista Bryan (interpretato da Austin Abrams)
Tutorial
Tutte le polemiche su fedeltà e conoscenza del gioco vengono azzerate già dalla primissima scena. Ora possiamo cominciare a parlare di cinema, anche se il buon Zach sembra non voler proprio abbandonare il suo joypad.
Il primo girato è infatti un carrello che procede alle spalle del corriere protagonista Bryan (interpretato da Austin Abrams) intento a recarsi alla reception di un ospedale per una consegna.
Immediatamente si crea uno stacco tra il pubblico: c’è chi guarda quel carrello e chi invece rivede la stessa camera a spalle che il team di Capcom scelse per far accompagnare al giocatore l’agente Leon Kennedy sulla scalinata della stazione di polizia dell’R.P.D.
Eppure il velato citazionismo è solo l’inizio dell’operazione. Pian piano si presenta al pubblico uno strano dualismo, con un tono che sembra accentuare momenti dal forte tratto comico a scene dalla forte tensione. Senza rendercene conto, Cregger sta realizzando il suo personale livello di Resident Evil su grande schermo.

Primo livello
A differenza del pubblico, Austin Abrams non sembra (giustamente) aver mai giocato Resident Evil. Il risultato è evidente al primo incontro con uno zombie, che finisce in un assurdo girotondo attorno ad un auto della polizia cappottata a causa di un incidente.
L’utilità del dualismo tra comicità e terrore prima citato sembra venire sempre più alla luce una volta chiarita la struttura del film. La fotografia in questo senso opera in maniera eccelsa: il buio della notte viene scoperto dalle luci bianche dei lampioni e dei fanali dell’auto, alternati al rosso e al blu dei lampeggianti della polizia.
La regia è sempre molto attenta a ricordare la dimensione della situazione: quando Bryan si muove nel buio verso il primo agglomerato di case trovato quasi per fortuna, un campo lungo mostra in lontananza la macchina completamente distrutta dall’incidente con il primo zombie.
Cregger prova dunque a sperimentare in uno spazio di poche decine di metri una vera missione di gioco: scale, pistole, proiettili, ganci, corde. Tutta la messa in scena è al servizio del protagonista, il quale deve sforzarsi di mantenere la mente lucida in una situazione ansiogena che non bisognerebbe augurare neanche al proprio peggior nemico.
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Punto di salvataggio
L’intero ecosistema del film si basa sulla netta distinzione tra i luoghi aperti e chiusi. Appena Abrams si intrufola in una casa o in un garage sotterraneo per cercare di arrivare alla destinazione della sua consegna, l’atmosfera diventa rilassata e il nostro corriere comincia a rifocillarsi di munizioni per sopravvivere all’assalto dei non-morti.
L’amore del regista per il gioco si vede anche nella voglia maniacale di immergere lo spettatore in una posizione analoga al protagonista: le ossessionate inquadrature sulle armi che mostrano quanti colpi sono rimasti in canna, il rumore e la difficoltà nel capire come ricaricare il fucile, l’addentrarsi lentamente in un vicolo con il mirino alzato.
Sono componenti che risuonano con la totalità del pubblico, che si avvicina al povero Bryan realizzando un’inaspettata empatia.
Allo stesso tempo, anche la lettura comica data da Cregger si ritrova nell’utilizzo dell’oggettistica a schermo. Perché inquadrare una macchina da scrivere? Perché la videocamera si sofferma così tanto tempo sull’afferrare un semplice fucile appeso al muro? Queste sono domande che si potrebbe porre lo spettatore totalmente estraneo alla saga, ma vengono annebbiate proprio dalla dimensione comico-horror che si presenta dai primi momenti.
Si tratta di una strategia di linguaggio molto contorta, ma forse necessaria data la delicatezza dell’operazione e lo spirito creativo libero del buon Zach.

Game Over
Ciò che viene veramente sacrificato è la potenza filmica. La regia come detto è buona e coerente, ma al servizio di una pellicola nata come lettera d’amore talmente grande al videogioco da volergli sempre assomigliare.
Esattamente come il suo precedente lavoro Weapons, la grande atmosfera divora l’immagine, che rimane solo bella da vedere in quanto citazione ludica. Non basta neanche la sezione conclusiva troppo frettolosa che porta ad un finale interessante, ma raggiunto con troppa velocità e dinamiche che avrebbero trovato giovamento in un maggior minutaggio.
Tuttavia, è impossibile definire fallito l’esperimento di Cregger. Il risultato finale è comunque un divertentissimo parco giochi pieno di oggetti di scena che creano l’orrore su schermo. Un atto d’amore sconfinato nei confronti del miracolo uscito per la prima volta nel 1996 su PlayStation, che riesce a trovare in maniera bizzarra e originale una forma su pellicola altrettanto meritevole.
Magari Leon e Claire rimarranno per sempre sul trono dell’iconicità, ma chissà che qualche nuovo giocatore, nella sua nuova partita, non possa soffermarsi a leggere i documenti lasciati dai civili di Racoon City pensando all’epopea di Bryan.

Cinema
Venezia 83: Tutti i vincitori di quest’anno
Si è chiusa il 12 settembre la 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Ecco l’elenco di tutte le pellicole e gli attori che sono stati premiati
Sipario calato sulla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Dopo undici giorni di proiezioni, code all’Excelsior e toto-Leone impazzito fino all’ultimo, sabato 12 settembre la Sala Grande ha incoronato i vincitori dell’edizione 2026.
A consegnare i premi, la cerimonia di chiusura condotta da Greta Scarano e Nicolas Maupas, aperta dalla voce di Francesca Michielin, mentre a decidere il palmarès del Concorso è stata la giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal.
Un’edizione che ha chiuso con un verdetto sorprendente e nettamente internazionale, capace di spiazzare pronostici e toto-scommesse fino all’ultimo secondo. Ecco tutti i premi, film per film.
Leone d’Oro per il miglior film
Vincitore: Woman Unknown (Kvinde Ukendt) di May el-Toukhy

Il colpo di scena della serata porta la firma di May el-Toukhy, unica regista donna in un Concorso che quest’anno ne contava solamente una su ventuno titoli in gara.
Ambientato nella Danimarca del secondo dopoguerra, il film segue Marie (Mathilde Arcel), giovane domestica in procinto di sposare il ricco vedovo per cui lavora, mentre un segreto legato a una relazione clandestina con un soldato tedesco durante l’occupazione minaccia di far crollare la sua nuova rispettabilità. Il Leone d’Oro rende automaticamente il film selezionabile per la categoria Miglior Film Internazionale agli Oscar, secondo il nuovo regolamento dell’Academy.
Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria
Vincitore: Possible Love (Ga-neung-han sa-rang) di Lee Chang-dong

Possible Love (L to R) Sul Kyung-gu as Ho-seok, Jeon Do-yeon as Mi-ok in Possible Love Cr. Joo Jae-bum/Netflix © 2026
Il ritorno più atteso della Mostra è quello di Lee Chang-dong, che rimette piede in Concorso a Venezia 24 anni dopo Oasis e otto anni dopo l’acclamato Burning.
Possible Love intreccia le vicende di due coppie agli antipodi sociali – un operaio licenziato e sua moglie, una regista di documentari e il marito facoltoso – ispirandosi liberamente al Decalogo 10 di Kieślowski e al licenziamento di massa alla SsangYong Motor Company del 2009. Il film, con Jeon Do-yeon, Sul Kyung-gu, Zo In-sung e Cho Yeo-jeong, arriverà su Netflix il 6 novembre.
Leone d’Argento – Premio per la miglior regia
Vincitore: Ilya Khrzhanovsky per Dau

Il regista russo, al centro di polemiche per la sua presenza al Lido legate alla posizione dell’Ucraina, ha dedicato il premio proprio alla popolazione ucraina, ricordando le oltre duemila persone coinvolte nella lavorazione del film, molte delle quali provenienti dall’Ucraina, dove è stata girata gran parte dell’opera.
Premio Speciale della Giuria
Vincitore: Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor

Unico documentario in Concorso, Naza porta la firma di due dei registi premi Oscar di No Other Land ed è costruito sulle testimonianze anonime di ventiquattro tra ufficiali e soldati dell’intelligence militare israeliana, che descrivono i sistemi utilizzati per individuare i bersagli durante la guerra a Gaza; il titolo riprende un acronimo militare israeliano usato per indicare i danni collaterali attesi in un raid.
Il film, prodotto anche da The Guardian e basato su inchieste di +972 Magazine e Local Call, ha ricevuto la standing ovation più lunga mai registrata alla Mostra (circa venticinque minuti). L’esercito israeliano ha respinto le accuse di aver preso di mira deliberatamente i civili, sostenendo che le operazioni sono dirette contro Hamas e che vengono adottate misure per limitare le vittime civili.
Premio per la migliore sceneggiatura
Vincitore: Stéphane Brizé per Un bon petit soldat

Con questo undicesimo lungometraggio Brizé torna a esplorare l’oppressione nel mondo del lavoro dopo la trilogia composta da La legge del mercato, In guerra e Un altro mondo, questa volta dal punto di vista di una donna dirigente.
Alba Rohrwacher è Carla, neo-responsabile delle risorse umane di una grande azienda, divisa tra il compito di tutelare il benessere dei dipendenti e gli obiettivi di performance imposti dai vertici, fino a quando un caso di gestione tossica la mette di fronte a un bivio decisivo. Nel cast anche Vincent Lindon.
Coppa Volpi – Migliore interpretazione maschile
Vincitore: John Malkovich per Wild Horse Nine

Sam Rockwell and John Malkovich in WILD HORSE NINE. Photo by Searchlight Pictures/Diego Araya Corvalán, Courtesy of Searchlight Pictures. © 2026 Searchlight Pictures. All Rights Reserved.
A settantadue anni Malkovich continua a scegliere ruoli tutt’altro che scontati: nella black comedy di Martin McDonagh, ambientata sull’Isola di Pasqua alla vigilia del golpe di Pinochet, veste i panni di un anziano e decisamente poco convenzionale agente della CIA, accanto a un cast che include anche Sam Rockwell e Tom Waits.
Coppa Volpi – Migliore interpretazione femminile
Vincitrice: Mathilde Arcel per Woman Unknown

Un doppio colpo per May el-Toukhy: oltre al Leone d’Oro, il film porta a casa anche la Coppa Volpi grazie alla sua protagonista, che regge sulle spalle il dramma sommesso e teso di Marie, in bilico tra il passato che riaffiora e il ruolo di rispettabile signora di casa che sta cercando di costruirsi.
Premio Marcello Mastroianni (giovane attore o attrice emergente)
Vincitrice: Malou Khebizi per 15/18 (A Place to Heal)

Nel film di Cédric Kahn, ambientato in un reparto di neuropsichiatria per adolescenti e costruito su un lungo lavoro di osservazione diretta compiuto dal regista e dalla co-sceneggiatrice Kahina Le Querrec, un gruppo di giovani pazienti – tra disturbi alimentari, schizofrenia, lutti irrisolti e tentativi di fuga – convive tra crisi improvvise e momenti di leggerezza inattesa.
Khebizi fa parte del cast corale guidato da Zoé Monpart, in un racconto che affronta temi durissimi con un tono capace di restare, sorprendentemente, mai pesante.
Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”
Vincitore: La Maison du vent di Auguste Bernard Kouemo Yanghu

Il regista camerunese porta sullo schermo, con la propria madre Josette Kwanya nel ruolo principale, la storia di un’anziana donna di Yaoundé che sogna il ritorno dei sei figli emigrati in Occidente e finanzia in segreto la costruzione di una casa per accoglierli.
Il legame inatteso che stringe con Sarah, una giovane vicina di casa, finirà per mettere in discussione tutto ciò su cui aveva costruito la propria esistenza.
Orizzonti – Miglior film
Vincitore: Un détour par Diane di Ann Sirot e Raphaël Balboni

Il duo belga-francese, già autore di Une vie démente e Le Syndrome des amours passées, firma una commedia romantica dai toni western tanto libera quanto spiazzante: Diane scopre che sua madre ha subito una violenza tre anni prima della sua nascita e decide di vendicarla, mentre la madre vuole solo lasciarsi il passato alle spalle. Nel cast Ninon Borsei, coprodotto anche dai fratelli Dardenne.
Orizzonti – Migliore interpretazione maschile
Vincitore: Riccardo Scamarcio per I figli della scimmia

Nell’opera prima di finzione di Tommaso Landucci, ex assistente di Luca Guadagnino, Scamarcio interpreta Dario, padre di un bambino con una grave disabilità che, senza volerlo, comincia a proiettare sul nipote adolescente l’immagine del figlio che avrebbe voluto avere.
Un ruolo che l’attore ha definito segnato dalla propria esperienza di padre, in un film che arriverà nelle sale italiane dal 17 settembre distribuito da Medusa.
Cinema
The Invite: quattro personaggi in cerca d’amore
La recensione della commedia degli equivoci firmata da Olivia Wilde. Una brillante situazione teatrale che indaga il diverso amore di coppia.
“Si dovrebbe essere sempre innamorati. Ecco perché non bisognerebbe mai sposarsi!“
Già si respira teatro dopo la prima risata in sala causata da un innocente cartello riportante una delle frasi sull’amore più iconiche del grande Oscar Wilde. Non a caso la dimensione di remake dalla quale arriva The Invite nasce nel segno di un film (Sentimental, 2020) a sua volta tratto proprio da un opera teatrale. La situazione matura però attraverso un inferno produttivo, con cambi di registi e attori che infine portano Olivia Wilde a dirigere e recitare tutta la pellicola.
D’altronde, chi meglio di un’attrice può capire il teatro? Ormai condivido sempre di più il pensiero formulato dal grande Carmelo Bene a proposito dei critici. Il grande scrittore di scena e attore italiano mal sopportava chiunque provava a dare senso a ciò che veniva rappresentato sul palcoscenico, ritenendo che “il vero critico fosse l’artista stesso”.
Ne consegue dunque uno sguardo molto attento a chi, come l’immenso Woody Allen, mette sempre in difficoltà giornalisti che si riempiono la bocca cercando di tirare fuori qualche domanda per un’intervista. Dopo La rivincita delle sfigate e Don’t worry Darling, la Wilde adotta una matrice comica che rimanda appunto ad Allen, costruendo una commedia di equivoci molto intelligente.

Crescendo
La prima immagine ha come protagonista la musica ed è alquanto desolante: un gruppo di giovani studenti intenti a provare un brano per una recita, con un professore dal volto rassegnato che già intravede il pessimo risultato finale. L’insegnante Joe, interpretato da Seth Rogen, viene presentato con momenti in cui regna il silenzio.
Si tratta di uno schema ben delineato: gli strumenti musicali arrivano solo quando è tempo di ricordare la grande citazione di Wilde, ovvero quando si entra nella casa di una coppia sposata che, puntualmente, inizia a litigare.
Con una figlia di dodici anni e un matrimonio altrettanto lungo, Joe e Angela (interpretata da Olivia Wilde) utilizzano qualsiasi elemento presente a schermo per cominciare una discussione, facendo involontariamente partire un’intera orchestra musicale dominata da strumenti a corda che rimbombano nelle orecchie dello spettatore, con un crescendo che enfatizza il rumore e la gravità del litigio.
Improvvisamente, tutto si ferma. La musica assordante e le voci della coppia vengono spente da un altro suono, come quello del campanello di casa, che riporta tutti (attori e pubblico) alla narrazione lineare.

Da sinistra: Angela (Olivia Wilde), Joe (Seth Rogen), Piña (Penélope Cruz) e Hawk (Edward Norton)
Una stanza per discutere
Nel presentare gli ospiti dell’invito rimarcato dal titolo, l’intera infrastruttura del film diventa ancora più paradossale. Piña (interpretata da Penélope Cruz) e Hawk (interpretato da Edward Norton) sono l’opposto di Joe e Angela: una coppia che sa comunicare, in sintonia e che capisce le necessità dell’altro.
La loro intesa è il motore che alimenta Joe nel cercare una discussione più critica, mentre Angela cerca in tutti i modi di portare a casa una bella figura dalla serata con i vicini. I dialoghi sono brillanti in ogni situazione: Olivia Wilde non trascura nessun oggetto o condizione della messa in scena per intrecciare una sceneggiatura seminata di indizi, che diventano primari e si ricollegano ad ogni scena in maniera mirabile e a volte inaspettata.
Tappeti, formaggi, specchi, colori del bagno, pianoforti: ogni elemento viene usato per accendere una frase in una serata altrimenti dominata dall’imbarazzante silenzio.

Al comando delle emozioni
Nella seconda parte del film, quando il pubblico sembra aver imparato a riconoscere lo schema comico, Olivia Wilde rompe totalmente le fondamenta costruite ampliando lo spettro emozionale dei personaggi e degli spettatori.
Quella che doveva essere una cena con l’obbiettivo di superare l’iniziale imbarazzo si trasforma in una situazione al limite dell’assurdo. Le risate della sala vengono interrotte da momenti in cui regna l’ansia, la paura, poi l’eccitazione ed infine la commozione.
La sceneggiatura si arricchisce, il dialogo lascia momentaneamente maggior spazio al movimento di camera, al gesto e agli sguardi fra attori. Si aggiungono i monologhi e le riflessioni che modellano l’espressione del pubblico trasformando i sorrisi in facce sconvolte ed invitate alla serietà.
Perfino l’alchimia delle due coppie viene ribaltata: il chiasso degli strumenti incombe questa volta su Piña e Hawk, mentre la comunicazione fra Joe e Angela diventa per qualche istante chiara in maniera quasi casuale.
Questo cambio di registro è ben congeniato, nonostante in alcuni momenti le classiche fasi della commedia degli equivoci tornino alla ribalta in maniera troppo rapida, indebolendo il coraggioso ribaltamento della pellicola.

Giù il sipario
Tutte le verità vengono a galla nella parte finale: non si tratta però di misteri da dover risolvere, quanto di dire ciò che si pensa all’altro e fare letteralmente una seduta psicologica di coppia con l’obbiettivo di mettere in risalto i problemi concepiti da entrambe le parti.
Come per l’iniziale sinfonia di strumenti, questa volta è il silenzio che trasporta il pubblico in un momento distaccato da tutta la storia. Interi minuti dedicati a riflettere sul percorso che ha portato Joe ad essere così cinico ed Angela a cercare il costante consenso da parte di tutti.
Non ci sono risoluzioni immediate, ma tutti si rendono conto che la luce dell’amore e della felicità nella coppia si è spenta. I titoli di coda arrivano solo nel momento di questa maturazione, e la sensazione dello spettatore è ancora una volta paradossale, poiché si ritrova a porsi domande e a commuoversi dopo aver riso per decine di minuti a questo inferno chiamato matrimonio.
Con The Invite, Olivia Wilde si riconferma dunque una brillante regista, nonché attrice, che capisce profondamente la dimensione teatrale e il modo in cui la si può trasferire nel cinema con eleganza, elaborando dialoghi e regia in maniera eccellente. Forse è davvero nata una nuova grande stella a Hollywood, con la forza e il coraggio di lanciare su schermo paradossi in grado di stuzzicare con sorpresa tutte le emozioni del pubblico.
VOTO POPCORNERD: 8 / 10

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