AnimazioneNews
Cars: Motori Ruggenti: Il film Disney e Pixar torna nelle sale italiane il 17 settembre
Cars: Motori Ruggenti torna al cinema dal 17 settembre 2026 per celebrare 20 anni di avventure. Scopri le prevendite!
A vent’anni dal debutto, Saetta McQueen e i protagonisti di Radiator Springs tornano sul grande schermo dal 17 settembre 2026.
Il film d’animazione Disney e Pixar Cars: Motori Ruggenti torna nelle sale italiane dal 17 settembre 2026 in occasione del suo 20° anniversario. Sono aperte le prevendite. I fan potranno godersi questa avventura adrenalinica sul grande schermo nel suo formato originale.
Il ventesimo anniversario di Cars: Motori Ruggenti viene celebrato nel corso di tutto l’anno con una serie di collaborazioni e iniziative a tema, tra cui:
- Un evento dedicato al film Cars: Motori Ruggenti per celebrare il centenario della Route 66, con proiezioni speciali presso lo storico Tee-Pee Drive-In e il Tulsa Circle Cinema;
- Lo scorso weekend, al Gran Premio d’Italia di Formula 1© 2026 a Monza, il sette volte campione della Piston Cup Saetta McQeen è stato protagonista di una speciale apparizione e anche di un giro d’onore. I fan presenti a Monza hanno avuto l’opportunità di acquistare direttamente all’interno del circuito la collezione Disney e Pixar “Cars” con Formula 1©. Per chi vuole unirsi da casa alle celebrazioni può trovare alcuni prodotti selezionati della collezione online sullo store ufficiale di Formula 1© e su DisneyStore.com;
- Le sculture a grandezza naturale ispirate al film Cars: Motori Ruggenti esposte al Beaulieu National Motor Museum in Inghilterra, al Museo Nazionale dell’Automobile in Italia, al Petersen Automotive Museum e al National Automobile Museum negli Stati Uniti;
- Una Porsche “Sally Special” che sta attraversando gli Stati Uniti, con tappe già effettuate ad Atlanta, Costa Mesa, Monterey, Los Angeles e New York;
- Un’iniziativa di grande rilievo con la NASCAR in occasione della Daytona 500 che si è tenuta a febbraio 2026;
- Un’attivazione con il Festival of Speed di Goodwood, evento britannico dedicato al motorsport e all’automobilismo che si è svolto lo scorso luglio;
- Un’esperienza su un simulatore a tema Saetta McQueen in occasione di vari eventi, tra cui uno in collaborazione con Make-A-Wish;
- Promozioni speciali a tema Cars presso la Mundo Pixar Experience;
- Importanti collaborazioni con General Motors, tra cui opere d’arte esclusive in edizione limitata e la partecipazione al D23: Ultimate Disney Fan Event;
- Integrazioni tra giochi e media interattivi, tra cui Disney Speedstorm, Emoji Blitz, LEGO® DUPLO® e Magic Kingdoms.

Cars: Motori Ruggenti presenta Saetta McQueen, un’auto da corsa esordiente e ambiziosa, determinata a raggiungere il successo. Inaspettatamente, si ritrova deviato nella sonnolenta cittadina di Radiator Springs, sulla Route 66, dove incontra i personaggi eccentrici del posto, tra cui Doc Hudson, Cricchetto e Sally. Qui scoprirà che nella vita ciò che conta è il viaggio, non il traguardo. Cars: Motori Ruggenti è diretto da John Lasseter, prodotto da Darla K. Anderson e accompagnato dalle musiche originali di Randy Newman: tutti e tre sono vincitori di un Oscar®.

*Ringraziamo gli uffici stampa Disney/Pixar per la condivisione del comunicato di cui sopra
Animazione
Coyote vs ACME: Recensione del film che Warner voleva dimenticare
Nonostante una fusione societaria, 3 anni dimenticati in un cassetto e una sceneggiatura a più mani, Coyote vs ACME finalmente sbarca al cinema
Questo film è unico nel suo genere, e no, non mi riferisco a particolari tecniche miste o nuove tecnologie per portare a schermo personaggi di un cartone animato.
Mi riferisco alla sua produzione travagliata e a tutti gli anni che questo film è stato dimenticato in un cassetto.
Coyote vs ACME nasce da una serie di sfortunati eventi, fusioni societarie, rimaneggiamenti ma anche tanta voglia di portare a termine un lavoro.
Breve storia di uno sviluppo complicato
Cercherò di farla breve, ma se volete approfondire, vi lascio qualche link* tra le fonti. Il 19 Febbrario 1990, Ian Frazier scrive un articolo sul The New Yorker.

Illustration by Luci Gutiérrez
L’articolo è un breve testo umoristico scritto interamente come se fosse l’arringa iniziale dell’avvocato di Willy Coyote in una vera causa giudiziaria. In sostanza Coyote denuncia la Acme (l’azienda immaginaria da cui acquista incudini, lingotti di dinamiti e gadget vari) per responsabilità da prodotto, sostenendo di aver acquistato innumerevoli dispositivi difettosi che, invece di aiutarlo a catturare il Road Runner (Beep Beep), gli hanno provocato lesioni fisiche e sofferenza psicologica (oltre che soldi buttati).
Sulla base di questo articolo, in un periodo non ben definito intorno al 2011, James Gunn e Jeremy Slater scrivono una prima concezione del film che trasforma il monologo satirico in una vera e propria commedia. Il progetto rimane nel limbo finché nel 2018 la Warner Bros. lo mette in produzione e ne affida la scrittura ai fratelli Jon e Josh Silberman che ne rimaneggiano il materiale.
L’anno successivo Dave Green (Tartarughe Ninja – Fuori dall’ombra) prende in mano la regia e affida la sceneggiatura a Samy Burch, che rielabora ulteriormente il progetto. I due portano a compimento il film nel 2019.
Cosa può andar storto?
Beh… nel 2022 WarnerMedia e Discovery si fondono facendo nascere Warner Bros. Discovery e dando il via a una gigantesca revisione dei progetti attivi e in lavorazione. Il film viene messo in un cassetto, dove sarebbe stato dimenticato per sempre.
Dopo 3 anni però, nel 2025, Ketchup Entertainment ne acquisisce i diritti e finalmente lo porta al cinema.
Quale modo migliore per cominciare se non proprio con una serie di sfortunati imprevisti, come un classico episodio di Willy il Coyote che si rispetti?

CHARIOTS OF FUR, Wile E. Coyote, 1994. Warner Bros.
Coyote vs ACME
Arrivando ai giorni nostri, il marketing presenta il film come un’opera che Warner Bros, qui associata alla ACME Corporation, avrebbe voluto far sparire e insabbiare.
La campagna promozionale gioca molto su questa idea e lo fa anche piuttosto bene. Sappiamo che si tratta soprattutto di un modo per incuriosirci e trascinarci in sala, perché il film abbandona completamente questa narrativa una volta iniziato. Appena si spengono le luci, possiamo tranquillamente dimenticarcene.
Tutto comincia con la premessa di cui parlavamo sopra: Coyote fa causa alla ACME, un incipit tanto semplice quanto funzionante.
Troppo semplice, vero? E infatti la storia non si ferma qui, ma non dirò altro per evitare spoiler.
Quindi, com’è questo Coyote vs ACME?
Non ci girerò intorno, è un buon film. Ha una solida struttura narrativa che funziona benissimo nella sua semplicità. Sa divertire e lo fa come uno dei migliori episodi di Willy Coyote e sopratutto è un film più intelligente di quanto sembri.
Ci sono però delle parti in ombra e ho alcuni dubbi e riserve su cui vorrei riflettere. Questo perché Coyote vs ACME non è un film esente da criticità.
Vediamo una cosa per volta.
Dicotomia
Il film è incentrato sul rapporto fra Willy e il suo avvocato Kevin Avery (interpretato da Will Forte) e questo è il fulcro principale.

Questa coppia funziona per un motivo.
Willy è quello che non si arrende mai, il personaggio che cade nei canyon americani, esplode, finisce sotto massi e treni un numero infinito di volte. Ma ogni volta si rialza. Ogni mattina prepara un piano minuzioso e dettagliato per acciuffare Beep Beep e poi vede quel piano fallire miseramente. Willy è uno stoico.
Il suo avvocato Kevin invece è arreso in partenza, non ha mai alzato la testa e ha la spina dorsale di un gamberetto. Ha sempre scelto la strada più facile e seppur eserciti la professione di avvocato, non combatte per il suo cliente, lui concilia. La sua vita sarà stravolta completamente quando viene trascinato contro la sua volontà in una causa legale gigantesca contro la ACME, rappresentata legalmente da Buddy Crane (interpretato da John Cena).

Ed è proprio da questo contrasto che nasce la forza della coppia.
Willy e Kevin funzionano perché si trovano agli estremi opposti: uno continua a lottare anche quando ogni logica gli suggerirebbe di fermarsi, l’altro ha imparato a fermarsi ancora prima di cominciare.
Il film sfrutta molto bene questa dicotomia anche sul piano comico. Molte gag nascono proprio dal modo completamente diverso in cui i due reagiscono alle stesse situazioni: Willy affronta ogni ostacolo con la serietà e la determinazione di chi sta preparando l’ennesimo piano (im)perfetto, mentre Kevin osserva il caos che gli esplode intorno con l’atteggiamento di chi vorrebbe soltanto trovare una via d’uscita.
Ed è questo continuo rimbalzo fra ostinazione e rassegnazione a dare ritmo al loro rapporto.
Sotto la pelliccia
Questo film porta a schermo tutti gli schemi comici di Willy Coyote che, nonostante siano ormai conosciuti, visti e rivisti, continuano a funzionare. E’ divertente come la prima volta che lo vedi precipitare da un canyon e alzare una nuvoletta di polvere. La risata è facile e a volte ti stupisci anche di star ridendo a battute così semplici ma genuine.
Ma sotto sotto c’è dell’altro.
Perché questo film è più intelligente di quanto sembri?
Per un motivo in particolare: i dialoghi. E non mi riferisco a una scrittura di alto livello, ma a un dettaglio che poteva diventare un coltello impugnato dalla parte sbagliata: Willy non parla.
Proprio così, uno dei due protagonisti principali, non si esprime come gli altri, non ha dialoghi, non parla. E quello che poteva essere un macigno alla caviglia diventa invece un grande punto di forza del film.

La gestione dei cartelli, è sorprendentemente furba: Willy non dice mai troppo, ma nemmeno troppo poco. Le frasi sono brevi, essenziali, arrivano sempre nel momento giusto e lasciano che sia il resto a farlo il personaggio. Il film sa giocare bene le sue carte, perché costringe lo spettatore a concentrarsi sulla sua gestualità, sulle espressioni, sulle pause e su tutta quella comunicazione non verbale che nei cartoni animati è sempre stata fondamentale.
Willy riesce così a essere estremamente espressivo pur senza pronunciare una sola parola. Non senti mai davvero la mancanza di una voce, perché il personaggio comunica continuamente: con uno sguardo, con un movimento, con il modo in cui reagisce all’ennesimo disastro o semplicemente con il tempo che impiega prima di tirare fuori un altro cartello.
Tantissime comparse, pochissimi personaggi

Veniamo ora alla prima piccola crepa di questa pellicola. Questo film è pieno di personaggi, a partire dal team legale della studio di Kevin Avery, a tutte le comparse animate e cartoni che sono state inserite in questo film. Purtroppo però, sono solo comparse.
L’impressione è che abbiano voluto inserire a forza più riferimenti possibili (giustamente hanno i diritti su tutti quei personaggi… perché non usarli?). Dall’altra parte però sono quasi completamente inutili, sono macchiette.
Non mi riferisco solo ai protagonisti animati ma anche agli altri attori che non hanno ruoli definiti e di vera utilità all’interno del film ma servono solamente come contorno e per creare qualche gag in più.
Non è un peccato così grave ma è chiaro l’intento di far sembra questo film più grande di quanto sia, smascherando invece così la sua vera natura di piccolo film.
Un buco generazionale
Forse questo è il vero grande dubbio che mi rimane: a chi è rivolto davvero questo film?
Perché nella sua anima da legal comedy Coyote vs ACME non mi sembra un prodotto pensato principalmente per i bambini. Willy Coyote cade, esplode, viene schiacciato e continua a offrire tutta quella comicità fisica immediata che può funzionare a qualsiasi età. Ma una parte importante del film vive di processi, avvocati e dinamiche aziendali. Tutte cose che difficilmente possono tenere incollato allo schermo un bambino per l’intera durata.
Viene quindi naturale pensare che il vero pubblico di riferimento siano gli adulti cresciuti con Willy Coyote e i Looney Tunes. Persone che li guardavano da bambini e che oggi possono ritrovarli al cinema con una certa dose di nostalgia.
Il problema è che non so quanto questo pubblico sia realmente vasto.
I Looney Tunes, per moltissime persone, rappresentano una fase precisa dell’infanzia. Da bambino, li adori, poi cresci e spesso vengono velocemente sostituiti da qualcos’altro. Supereroi, anime, videogiochi, altre serie animate. Non hanno avuto quella continuità generazionale che come altre proprietà intellettuali ha permesso di accompagnare il proprio pubblico dall’infanzia fino all’età adulta.
E una buona parte della responsabilità, è proprio di Warner Bros.
Perché stiamo parlando di una delle proprietà intellettuali più importanti e riconoscibili della storia dell’animazione, eppure per anni è mancato un vero progetto capace di riportarla stabilmente al centro della cultura popolare. I Looney Tunes avrebbero bisogno (e meriterebbero) di un rilancio, qualcosa che permetta anche alle generazioni più giovani di affezionarsi nuovamente a questo universo.
Invece sono stati progressivamente lasciati ai margini.

C’è stato Space Jam: New Legends, certo, ma quel tentativo non è bastato a ricostruire un rapporto con il pubblico. Nel frattempo sono cresciute intere generazioni che Bugs Bunny, Daffy Duck o Willy Coyote magari li conoscono di nome e di faccia, ma con cui non hanno necessariamente alcun legame emotivo.
Ed è qui che nasce il paradosso di Coyote vs ACME: il film sembra rivolgersi soprattutto a chi ama già questi personaggi, ma arriva dopo anni in cui Warner Bros ha fatto pochissimo per avvicinare nuove generazioni ai Looney Tunes e farle affezionare a loro.
Non puoi saltare una o due generazioni e poi aspettarti automaticamente che queste corrano al cinema per vedere un film dedicato a personaggi con cui non sono mai cresciute. E forse è proprio questo il motivo per cui era stato dimenticato in un cassetto.
Ed è un peccato enorme, perché forse il problema dei Looney Tunes non è che il pubblico abbia smesso di amarli. È che per troppo tempo non gli è stata data l’occasione di farlo.
In conclusione

Tiriamo le somme.
Coyote vs ACME è un film divertente, ben congegnato e capace di intrattenere dall’inizio alla fine. E in un panorama in cui ormai sembra quasi obbligatorio superare le due ore di durata, quei cento minuti scorrono con una leggerezza che oggi vale come un pregio. Il film sa quando fermarsi, non si trascina e soprattutto non prova a diventare qualcosa di più grande di ciò che vuole essere (e avrebbe potuto farlo).
Sul fronte tecnico fa il suo; l’animazione funziona bene e i modelli dei personaggi mi sembrano volutamente un po’ più grezzi e caricaturali, quasi a voler accentuare ulteriormente la loro natura. La buona qualità emerge soprattutto nell’illuminazione di questi modelli.
John Cena è perfettamente a suo agio nel ruolo di Buddy Crane. Riesce a rendersi insopportabile nel modo giusto, trasformando l’avvocato della ACME in quel tipo di antagonista che ami vedere sullo schermo proprio perché non vedi l’ora che qualcuno gli faccia perdere quel sorriso dalla faccia.
Il film, ovviamente, non è esente da difetti.
La sceneggiatura mette sul tavolo diverse idee che avrebbero potuto portare la storia più lontano e dare più spazio a determinati personaggi. Invece sceglie quasi sempre di rimanere nel piccolo, di concentrarsi sulla causa legale e di lasciare parecchie cose sullo sfondo. Nel finale questa scelta diventa ancora più evidente, quando alcuni sviluppi vengono praticamente liquidati attraverso un’accelerazione improvvisa (a trama conclusa) che preferisce chiudere le parentesi rimaste aperte piuttosto che esplorarle davvero.
Eppure, in fondo, va bene così.
Forse un film più ambizioso avrebbe avuto più respiro, ma probabilmente avrebbe anche perso parte di quella leggerezza che lo rende così piacevole. Coyote vs ACME conosce i propri binari e decide quasi sempre di restarci sopra.
E’ impossibile arrabbiarsi davvero con un film del genere.
Perché nonostante i suoi difetti, è una pellicola a cui viene naturale voler bene. E si sa: l’amore è cieco, e qualche difetto finisce inevitabilmente per perdonarlo.
Soprattutto perché Coyote vs ACME dimostra una cosa: questi personaggi hanno ancora qualcosa da dire. Possono ancora far ridere, possono ancora funzionare e possono ancora trovare un pubblico, se qualcuno concede loro lo spazio per farlo.
Perciò, se ne avete la possibilità, recuperatelo.
Perché il film se lo merita, ma soprattutto perché sarebbe bello mandare un messaggio chiaro a Warner Bros: i Looney Tunes non appartengono a uno scantinato, a un archivio o a qualche cassetto dimenticato.
Appartengono ancora allo schermo.
*Fonti: cinecittanews.it ; newyorker.com ; faroutmagazine.co.uk

Anime
Bleach: Thousand-Year Blood War: Perché l’anime è meglio del manga
Parliamo di Bleach: Thousand-Year Blood War – The Calamity: la Guerra dei Mille Anni, l’ultimo arco narrativo dell’epopea di Bleach, in corso su Disney+. Tra un’animazione ai limiti della perfezione, una Orihime finalmente al centro della scena e i cambiamenti voluti da Tite Kubo, l’anime sta dimostrando di essere per certi aspetti superiore al manga originale
C’è un momento, all’interno di un’opera shonen (manga o adattamento anime che sia) in cui lo spettatore smette di guardare lo schermo e inizia a viverla, a sentirsi parte di quel mondo e di quei personaggi. Negli ultimi tempi mi era accaduto solo con il finale di My Hero Academia e lo scontro tra Deku, Tomura Shigaraki e All For One.
All’interno dell’epopea di Bleach, che non nascondo essere uno degli shonen a cui sono più legato, era successo diverse volte di rimanere coinvolto in maniera viscerale, ma non credevo potesse ricapitarmi all’interno della battaglia finale contro i Quincy di Yhwach, saga che non mi aveva davvero preso all’interno del manga. E invece è capitato ancora.
Con Bleach: Thousand-Year Blood War – The Calamity, l’ultimo capitolo dell’adattamento animato firmato Pierrot Films, quel momento di pieno coinvolgimento ha un nome e un numero preciso: episodio 45, “Defend You“. Ma per arrivarci bisogna fare qualche passo indietro.
Bleach: Thousand-Year Blood War – Un’attesa durata anni

Chi segue Bleach da tempo sa cosa significhi l’attesa. L’anime originale si era interrotto nel 2012 lasciando la Guerra dei Mille Anni, l’arco narrativo conclusivo del manga di Tite Kubo, completamente inedita sullo schermo. Un’assenza durata dieci anni, colmata solo nel 2022 con l’annuncio e il debutto di Thousand Year Blood War, il progetto che avrebbe finalmente portato in animazione lo scontro tra la Soul Society e Yhwach, il sovrano dei Quincy tornato dalla morte per cancellare gli Shinigami dall’esistenza.
Da allora la serie è stata divisa in quattro parti:
- Parte 1 (The Blood Warfare): uscita a ottobre 2022 con i primi 13 episodi.
- Parte 2 (The Separation): uscita a luglio 2023 con gli episodi dal 14 al 26.
- Parte 3 (The Conflict): uscita a ottobre 2024 e comprende gli episodi dal 27 al 40.
- Parte 4 (The Calamity): la quarta e ultima parte, attualmente in corso, che conclude l’arco.
In streaming dal 25 luglio 2026 su Disney+, l’ultimo capitolo, The Calamity, non lascia dubbi sul tono degli episodi finali: qui non si tratta più solo di vincere una guerra, ma di sopravvivere a un cataclisma che sta ridefinendo LETTERALMENTE, pagina dopo pagina, tutto ciò che i lettori del manga credevano di sapere sul finale della storia.
Non solo Bankai: l’animazione diventa il vero protagonista

Va detto subito, senza troppi giri di parole: il livello tecnico di questo ultimo cour è qualcosa che raramente si vede in un prodotto seriale settimanale. Sotto la supervisione generale di Tomohisa Taguchi e la regia di Hikaru Murata, Pierrot Films ha alzato costantemente l’asticella episodio dopo episodio, portando sullo schermo sequenze di combattimento che sembrano uscite da un film piuttosto che da una puntata televisiva.
Ma il merito non è solo tecnico, bensì una questione di cura, di scelte di regia, di un uso della luce e del colore che trasforma ogni scontro in qualcosa di quasi pittorico: il rosso del sangue che si mescola al Reiatsu dorato di Yhwach, il blu gelido dei Bankai della Soul Society, le architetture del Wahrwelt che sembrano respirare insieme ai personaggi.
Non stupisce che da mesi la community internazionale definisca questo tratto finale come uno dei picchi qualitativi assoluti dell’intero franchise, anche da parte di chi ha storto il naso davanti ad alcune delle scelte narrative più audaci. Perché sì, The Calamity ha fatto scelte audaci, non sempre perfette e spesso non apprezzate ma decisamente d’impatto. E l’episodio 45 ne è l’esempio più clamoroso.
Episodio 45, “Defend You”: superare ogni aspettativa
Attenzione! Seguono SPOILER su quanto accaduto all’interno di Defend You.
Andato in onda il 22 agosto 2026, Defend You arriva nel pieno dello scontro finale tra Ichigo Kurosaki e Yhwach, e in appena venticinque minuti riesce a ribaltare tutto ciò che i lettori del manga pensavano di conoscere su quella battaglia.
Il primo colpo di scena riguarda Ichigo. Nel fumetto originale il ragazzo non disponeva di un vero e proprio level-up di potenza in questa fase dello scontro: nell’anime, invece, sblocca per la prima volta un Bankai del tutto inedito, mai apparso su carta, ribattezzato dai fan “Chained Ichigo” (o “Blood Chains Ichigo”). Una trasformazione che fonde i tratti dello Shinigami sostituto con quelli del suo Hollow interiore, avvolta letteralmente in catene di sangue, e che per la prima volta mette temporaneamente Yhwach sulla difensiva.

Ma il vero cuore dell’episodio è un altro, ed è un cuore che batte da tempo nel petto di un personaggio spesso sottovalutato: Orihime Inoue. Per tutta la durata dello scontro finale, l’anime le ha dedicato uno spazio e una profondità che il manga, nella sua corsa verso la conclusione, non le aveva mai concesso davvero.
In Defend You quel percorso arriva al culmine: mentre Yhwach continua a colpire e a distruggere Ichigo, Orihime lo rifiuta, lo respinge, lo riporta indietro, ancora e ancora, fino a superare ogni limite fisico ed emotivo. Il suo monologo interiore dove continua a ripetersi che vorrebbe essere più forte, fatto di rabbia verso la propria presunta debolezza e di un desiderio quasi disperato di “rifiutare” ogni dolore, ogni paura, non solo quella davanti a lei ma quella del mondo intero, trasforma una scena di supporto in uno dei momenti più intensi mai scritti per il personaggio.

L’episodio si chiude con Orihime che decide di spingersi oltre ogni limite pur di salvare Ichigo, dissolvendosi insieme a Yhwach in una pioggia di petali di fiori: un finale volutamente ambiguo, senza anteprima del prossimo episodio, che arriverà tra il 29 e il 30 agosto, e che ha lasciato l’intero fandom con il fiato sospeso per giorni.
Ma a ripensarci, non dovremmo nemmeno essere così sorpresi. Il vero potenziale di Orihime, del resto, era già stato intuito tempo addietro da uno degli antagonisti più lucidi dell’intera opera: Aizen.
Già nell’arco degli Arrancar, osservandola guarire il braccio reciso di Grimmjow, il traditore capisce che il potere di Sōten Kisshun non è una semplice guarigione, ma un vero e proprio rifiuto della realtà, capace in teoria di cancellare un evento anziché limitarsi a ripararne le conseguenze. È per questo che Aizen la rapisce e la costringe a lavorare sull’Hōgyoku: aveva capito, con anni di anticipo su tutti, che quella ragazza gentile e insicura nascondeva uno dei poteri più pericolosi mai apparsi in Bleach.
Vedere quella stessa intuizione, rimasta per anni sullo sfondo, esplodere finalmente in tutta la sua forza inDefend You è forse il modo più elegante che la serie potesse trovare per chiudere il cerchio.
Ed è qui che, personalmente, l’episodio colpisce più duramente di quanto ci si aspettasse. Il sacrificio di Orihime scioccante, spiazzante, arrivato senza la minima anteprima a prepararci mette in scena una delle protagoniste femminili più sorprendenti dell’intero shonen contemporaneo.
In pochi episodi Orihime compie una maturazione che, pur diversa nella forma, non ha nulla da invidiare a quella di Ichigo: se lui cresce imparando ad accettare la propria natura ibrida, lei cresce imparando ad accettare che la propria gentilezza, così a lungo scambiata per fragilità, è in realtà la forma più pura del suo coraggio.
Non sorprende che diverse testate specializzate abbiano definito questo episodio come uno dei migliori mai realizzati nella storia degli anime con un punteggio che oscilla tra il 9.8 e il 9.9 su IMDb, reggendo il confronto (e per certi versi superandolo) per Bleach con puntate già entrate nella leggenda della serie come The Blade Is Me o The Perfect Crimson. Non tanto per la spettacolarità dello scontro in sé, quanto per il modo in cui riscrive, con coraggio, il significato stesso della battaglia finale.
Kenpachi Zaraki: non avevamo ancora visto nulla

Prima di proseguire, una piccola parentesi su uno dei personaggi della saga a cui tengo particolarmente e che ha avuto l’evoluzione più evidente rispetto agli altri in questo story arc.
Parlare solo di Ichigo e Orihime, sarebbe ingiusto verso un arco narrativo che nelle sue parti precedenti ha regalato altrettanta profondità a tanti personaggi, ma a uno in particolare che sembrava non poterne avere: Kenpachi Zaraki.
Per oltre vent’anni Kenpachi è stato il capitano che combatteva senza tecnica, senza nome per la propria spada, incapace persino di sentire la voce del proprio Zanpakuto. Un guerriero puro, quasi primitivo, che si affidava solo alla propria brutalità.
The Calamity, insieme al resto della saga, ha invece trasformato quel vuoto in una delle rivelazioni più toccanti dell’intero franchise. Il legame con la sua luogotenente Yachiru Kusajishi, la bambina senza nome che Kenpachi trovò e adottò dopo uno dei suoi scontri nel violento distretto di Rukongai, si è rivelato tutt’altro che una semplice storia di affetto: Yachiru è la manifestazione fisica di Nozarashi, lo spirito della sua stessa Zanpakuto, tornata da lui sotto forma di bambina proprio perché Kenpachi non era ancora in grado di percepirla in nessun altro modo.
Una rivelazione confermata dallo stesso Tite Kubo, che paragona il rapporto tra Kenpachi e Yachiru a quello tra Ichigo e la sua Tensa Zangetsu.

Il momento in cui questo legame trova compimento, durante lo scontro con lo Stern Ritter Gerard Valkyrie, è di una potenza narrativa rara: Yachiru scompare dalla sua vita proprio mentre gli dona, con un semplice tocco, l’accesso al Bankai, un potere talmente selvaggio da tingere di rosso la pelle di Kenpachi e trasformarlo in un berserker, una creatura quasi demoniaca, capace di abbattere un nemico che aveva resistito ai colpi combinati di Byakuya e Hitsugaya.
Non è soltanto la nascita del Bankai più atteso della storia di Bleach: è la scoperta che l’unica vera compagna di Kenpachi, per tutto questo tempo, non era mai stata separata da lui. Un tassello che, inserito nel grande affresco di questi ultimi episodi, dimostra quanto The Calamity stia lavorando bene su ogni singolo personaggio, e non solo sui suoi due protagonisti principali.
La storia che Tite Kubo voleva davvero raccontare
La domanda sorge spontanea: come si permette un adattamento animato di riscrivere così profondamente il finale di un manga già concluso da anni? La risposta, in questo caso, è più semplice di quanto sembri: perché a riscriverlo è lo stesso Tite Kubo. In un’intervista pubblicata sul canale YouTube ufficiale della serie, l’autore si è seduto al fianco del supervisore generale Tomohisa Taguchi e del regista Hikaru Murata per raccontare quanto sia stato coinvolto nella lavorazione di questi ultimi episodi. Kubo ha spiegato di aver iniziato a realizzare personalmente bozzetti e storyboard al posto dei consueti appunti scritti, dopo essersi reso conto che le sue indicazioni testuali finivano per riempire pagine difficili da interpretare per lo staff di animazione.
Passare al disegno diretto si è rivelato molto più immediato, e nonostante il timore iniziale di invadere il lavoro degli animatori professionisti, l’entusiasmo con cui la squadra ha accolto le sue tavole lo ha spinto a proseguire su questa strada con costanza.
Da questo dialogo diretto tra mangaka e studio d’animazione nascono contenuti come il Bankai di Ichigo, disegnato e battezzato personalmente da Kubo, così come l’ampliamento del ruolo di Orihime proprio nell’episodio 45.
Una scelta che, secondo diverse fonti vicine alla produzione, nasce dalla volontà dichiarata dell’autore di dare finalmente respiro a un finale che sulla carta, per esigenze editoriali, era stato costretto a correre.
Il manga, va ricordato, chiuse la sua serializzazione in modo piuttosto brusco: l’anime, con Kubo stesso al lavoro sullo storyboard, sta usando questi ultimi episodi per restituire a quella conclusione tutto lo spazio, il respiro emotivo e la cura che meritava.
L’obiettivo dichiarato di Kubo è quello di correggere quello che lui stesso considerava un difetto della propria opera: una fase conclusiva troppo compressa, personaggi come Orihime relegati a un ruolo di supporto quando avrebbero meritato molto di più.
Il fandom, va detto, si è diviso: c’è chi accusa l’anime di allontanarsi troppo dal testo originale, chi invece lo considera finalmente la versione definitiva della storia, quella che Kubo avrebbe voluto raccontare se non avesse avuto vincoli editoriali.
Difficile dargli torto quando anche la critica più esigente, pur discutendo le scelte narrative, resta unanime su un punto: la qualità dell’animazione, l’interpretazione di Ichigo con il suo nuovo aspetto ibrido, e soprattutto la forza con cui Orihime viene finalmente scritta come protagonista a tutti gli effetti, non come semplice spalla sentimentale.
Un anime da sempre superiore al manga (ma che non corregge tutti i difetti)
![]()
C’è un discorso più ampio che vale la pena fare, ed è un discorso che riguarda l’intera operazione Thousand-Year Blood War, non solo i suoi ultimi episodi. Da quando questo adattamento è tornato nel 2022, personalmente lo considero superiore, nella sostanza, al materiale da cui nasce: dove il manga correva, spesso schiacciato dai tempi di serializzazione, l’anime approfondisce.
The Calamity porta questa tendenza al suo picco più alto, con episodi che, come (My life to) Defend You, riescono a rendere memorabile anche ciò che sulla pagina scritta era solo abbozzato.
Eppure, per quanto straordinario, questo adattamento non riesce a rimediare al limite più grande dell’intera Guerra dei Mille Anni: uno squilibrio di potere quasi strutturale tra i protagonisti e i loro avversari.
Yhwach e i suoi Sternritter più forti restano, riscrittura dopo riscrittura, così soverchianti da lasciare ai vari Ichigo, Uryū, Rukia e agli stessi capitani della Soul Society pochissimi, vinti a fatica, veri momenti di gloria solitaria.
Anche le migliori sequenze di questi ultimi episodi, per quanto emozionanti, arrivano quasi sempre attraverso sacrifici, colpi di fortuna o interventi esterni, più che attraverso una vittoria piena e conquistata sul campo. È un difetto che appartiene al manga originale e che nemmeno la scrittura più ispirata di questa fase finale, per quanto la nasconda egregiamente dietro un’animazione e una messa in scena straordinarie, riesce del tutto a cancellare.
Verso l’addio alla Soul Society
Restano poche settimane alla fine di questa lunghissima Guerra dei Mille Anni, ma se il livello degli ultimi episodi è indicativo di ciò che ci aspetta, Bleach: Thousand-Year Blood War si sta guadagnando il diritto di chiudere la propria storia come l’opera definitiva di Tite Kubo che finalmente può dare spazio a quelle idee che hanno atteso davvero troppo tempo.
Un finale scritto, disegnato e riscritto a quattro mani tra un autore che non ha mai smesso di amare i suoi personaggi e uno studio che, episodio dopo episodio, sta dimostrando di saperli onorare come meritano. Ichigo e Orihime, in fondo, sono sempre stati questo: due ragazzi disposti a proteggersi a vicenda fino all’ultimo respiro.
E ora attendiamo con ansia gli episodi finali per scoprire il fato di Ichigo, Orihime e salutare una delle opere che, nel bene e nel male, ci ha davvero appassionato e ultimamente ha riacceso gli animi (e il Reiatsu) dei propri fan.

Animazione
Hajime no Ippo: Cosa significa, davvero, essere forti?
La mia riflessione sui primi episodi di Hajime no Ippo, controparte animata dell’omonimo manga dedicato al pugilato creato da George Morikawa
Si dice che la dedizione e la costanza battono il talento. Che non importa quanto tu sia portato per qualcosa. Se sei disposto a lavorare più duramente degli altri, a rialzarti quando cadi e a continuare quando ogni fibra del tuo corpo ti chiede di fermarti, prima o poi riuscirai a colmare qualsiasi distanza. È una di quelle frasi che abbiamo sentito ripetere così tante volte da essere diventata quasi un luogo comune.
Eppure, guardando l’adattamento anime di Hajime no Ippo, ho iniziato a chiedermi quanto ci sia di vero.
Conosciuto anche con il titolo di Fighting Spirit, l’opera nasce nel 1989 sulle pagine del Weekly Shōnen Magazine, per poi essere adattata in una serie televisiva nei primi anni Duemila. Nonostante il manga del maestro George Morikawa goda di una certa popolarità, al momento non esiste un’edizione italiana dei circa 145 tankōbon pubblicati fino a gennaio 2026.
Nonostante questo vuoto nel panorama manga italiano, l’anime è disponibile su Netflix e conta ben tre stagioni per un totale di 127 episodi.
Come dice il proverbio, le cose belle accadono quando meno te le aspetti, e non posso che confermarlo. Ho iniziato a guardare Hajime no Ippo quasi per caso e mi sento davvero fortunato ad aver scoperto quello che considero uno degli spokon più entusiasmanti di sempre.
Una storia di riscatto sociale
Hajime no Ippo segue il percorso di crescita di Ippo Makunouchi, un timido studente delle superiori, vittima di bullismo e insicuro. L’incontro con la boxe cambia radicalmente la sua vita, permettendogli di scoprire una forza che non sapeva di possedere e una passione per il pugilato destinata a trasformarsi in qualcosa di molto più grande.
Da ragazzo insicuro e introverso, Ippo intraprende così un lungo percorso fatto di allenamenti, sacrifici, sconfitte e vittorie, fino a trasformarsi in un temibile pugile. Ma il vero viaggio di Ippo non consiste soltanto nel diventare più forte sul ring, ma anche nella ricerca continua della risposta a una domanda apparentemente semplice, ma tutt’altro che banale: cosa significa, davvero, essere forti?

Ippo Makunouchi
Lo sviluppo dei personaggi è al centro della narrazione
Nonostante sia un anime incentrato sul pugilato e ricco di combattimenti al cardiopalma, il vero cuore pulsante della serie è il character development. Ogni personaggio porta con sé un passato importante che, in un modo o nell’altro, finisce per influire sulla crescita di Ippo.
Questo vale tanto per chi fa il tifo per lui quanto per i suoi avversari. Basti pensare al rapporto di amicizia e rivalità che nasce con Miyata, al rispetto reciproco con il temibile russo Volg Zangief o al legame con il suo allenatore Genji Kamogawa, che Ippo vede come una figura paterna e del quale si fida ciecamente.
Al momento della scrittura di questo speciale ho guardato i primi 59 dei 127 episodi che compongono la serie e mi sono sinceramente affezionato ad alcuni dei personaggi che circondano Ippo.
Primo tra tutti Mamoru Takamura, campione dei pesi medi e mentore di Ippo sin dai suoi primi passi sul ring. Anche se può sembrare una persona superficiale e spesso sopra le righe, i suoi consigli e il suo supporto sono fondamentali per la crescita di Ippo, che lo stima profondamente. Takamura regala inoltre alcuni dei momenti più esilaranti della serie, soprattutto a causa della sua incontenibile passione… per le donne.
Secondo solo a Takamura per importanza e peso nella storia di Ippo c’è il coach Genji Kamogawa. Il rapporto tra i due è paragonabile a quello tra padre e figlio. Ippo, da quello che sappiamo fino all’episodio 59, è cresciuto senza il padre e vede in Kamogawa una figura paterna di cui si fida ciecamente, oltre che un allenatore esperto e intelligente. Il loro rapporto di fiducia sembra però incrinarsi irreparabilmente quando il coach Kamogawa sottopone Ippo a un allenamento estenuante, portandolo quasi al burnout. Per la prima volta vediamo Ippo dubitare delle capacità del suo allenatore e chiedersi se i suoi metodi siano davvero quelli giusti. Sarà uno scontro memorabile contro “White Fang” Volg a costringerlo a ricredersi.

Coach Genji Kamogawa (a sinistra) e Mamoru Takamura
Ultimo, ma non certo per importanza, c’è Ichiro Miyata, l’eterno rivale di Ippo. Dotato di un’elasticità impressionante, Miyata è il primo avversario di Ippo, anche se non in veste ufficiale. Il loro primo sparring, che avviene nei primissimi episodi, mette in evidenza l’enorme divario tecnico tra i due e non fa che alimentare in Ippo il desiderio di migliorare. I due prendono strade diverse quando Miyata parte per la Thailandia, dopo essere stato sconfitto da Ryo Mashiba in un incontro del Eastern Japan Rookie King Tournament, competizione alla quale Ippo partecipa per la prima volta come pugile professionista. Sono sicuro che prima o poi i due si scontreranno di nuovo e, quando accadrà, sarà un incontro carico di emozioni.
È grazie a personaggi come questi tre, e ad altri che non ho menzionato, che assistiamo alla graduale ma profonda trasformazione di Ippo, che passa dall’essere un timido ragazzo vittima di bullismo a diventare un temibile combattente, spinto da un’enorme forza di volontà e dal desiderio di non deludere quelli che credono in lui.

Scambio di pugni tra Takeshi Sendō (a sinistra) e Ippo
Hajime no Ippo non è una serie perfetta
Nonostante i feroci combattimenti, i momenti carichi di tensione e una rappresentazione abbastanza fedele del nobile sport del pugilato, Hajime no Ippo non è una serie esente da difetti.
Dopo aver guardato una cinquantina di episodi mi sono reso conto di quanto la serie segua uno schema ben preciso e, alla lunga, ripetitivo, quasi fosse una combinazione di colpi. Lo schema prevede il susseguirsi di diverse “fasi”: lo studio dell’avversario, la presa di coscienza di non essere all’altezza dello scontro, l’allenamento, il combattimento, le difficoltà sul ring, il colpo di scena e, infine, la vittoria.
Questo schema ha accompagnato i primi otto incontri di Ippo, guidandolo verso altrettanti KO consecutivi. Una formula che funziona e che sa regalare momenti di grande tensione, ma che rischia di diventare prevedibile quando viene riproposta quasi invariata.
Almeno fino all’incontro contro Eiji Date, il campione giapponese dei pesi piuma.
Il peso dei pugni di un campione
Eiji Date è uno degli avversari più interessanti che Ippo incontra sul suo cammino. Nonostante sia nella fase discendente della sua carriera, Date è un pugile esperto, capace di combattere con tecnica e cervello. È proprio lui a porre fine all’incessante serie di knockouts di Ippo, in uno scontro valido per il titolo nazionale dei pesi piuma.

Eiji Date, il campione giapponese dei pesi piuma
Il divario tecnico tra i due sembra assottigliarsi sempre più nel corso dell’incontro carico di tensione, anche grazie al coraggio e alla caparbietà del giovane challenger Makunouchi, capace di tenere testa al campione e al suo colpo migliore: il corkscrew, il “cavatappi”. Nonostante ciò, il match vede Ippo sconfitto, cadere al tappeto privo di sensi proprio mentre il coach lancia l’asciugamano sul ring, decretando la resa.
Questo incontro, che vede Ippo perdere per la prima volta, rappresenta uno spartiacque per il giovane pugile. Attanagliato dal rimorso di non aver fatto abbastanza, non riesce ad accettare la sconfitta e ripensa incessantemente alle parole di Date: “I tuoi pugni sono leggeri”. Parole che fanno riflettere Ippo, fino a fargli comprendere che il campione non si riferiva al peso o alla potenza dei suoi pugni, bensì a tutto ciò che un pugno porta con sé: rabbia, rancore e voglia di riscatto. In altre parole, lo spirito combattivo e il rifiuto di arrendersi.
È chiaro come la sconfitta contro Eiji Date sarà un tassello importante per la carriera pugilistica di Ippo.

“Avrei voluto vincere”, qualche giorno dopo la sconfitta contro Date
L’animazione e il sound design portano lo spettatore nel ring
Nulla da dire nemmeno sull’animazione, che conserva tutto il sapore degli anime degli anni Novanta, curata dallo studio Madhouse con il contributo di Nippon Television e la regia di Satoshi Nishimura.
Non avendo ancora letto il manga, non ho termini di paragone per valutare il livello artistico della sua controparte animata. Posso però dire che Hajime no Ippo rispetta e soddisfa pienamente le aspettative che si possono avere da un anime di questo tipo.
Le scene di combattimento, che si tratti di un allenamento o di un match ufficiale, sono realistiche sia nei movimenti dei pugili sia nella cura dei suoni. Si può sentire il rumore delle catene che sostengono il sacco mentre viene martellato di colpi, il fischio delle suole degli stivali dei pugili che si muovono agilmente sul tappeto del ring o persino il semplice impatto di un gancio destro capace di spezzare il fiato dell’avversario.
Insomma, guardando Hajime no Ippo mi è quasi sembrato di essere lì sul ring, con il fiato corto e la fatica che si fa sentire nelle gambe, in attesa della prima occasione utile per affondare un colpo.

Ippo e il suo letale “dash and dart”
Il viaggio continua…
Hajime no Ippo è lo spokon dedicato alla nobile arte del pugilato creato dal mangaka George Morikawa e tutt’oggi pubblicato in Giappone da Kodansha sulle pagine del celebre Weekly Shōnen Magazine. Nonostante il manga non sembri essere ancora giunto alla sua conclusione, la controparte animata dell’opera conta tre stagioni per un totale di 127 episodi, tutti disponibili sul catalogo italiano di Netflix.
Hajime no Ippo non è una semplice storia sul pugilato, ma un’opera che comunica un messaggio ben preciso: l’impegno e la dedizione verso qualcosa possono ripagare molto più del solo talento. Una lezione che la serie ci ricorda costantemente, attraverso ogni allenamento, ogni sconfitta e ogni vittoria, invitandoci a fare del nostro meglio nella vita, indipendentemente dalla situazione in cui ci troviamo.
Ho iniziato a guardare questo anime quasi per caso, senza aspettarmi molto, e mi sono ritrovato sul ring, a soffrire insieme a Ippo per ogni pugno, ogni sconfitta e ogni allenamento. Dopo 59 episodi non so ancora dove porterà il suo viaggio, ma so che continuerò a seguirlo. Perché forse è proprio questo che rende grande questo spokon: non importa quanto sia difficile l’incontro, finché hai ancora la forza di continuare a rialzarti.
-
Collezionismo5 mesi agoUscite Pokémon TCG 2026: Aggiornamento di cosa è uscito e cosa arriverà in Occidente
-
Serie TV12 mesi agoMercoledì Addams: dalle origini al successo della serie Netflix
-
News7 mesi agoIl Palinsesto di Sky e Now TV per il 2026
-
Videogiochi11 mesi agoEssenza Ludica: Punch-Out!! Quando Nintendo menava duro (ma con stile)
-
Fumetti10 mesi agoInvincible Universe: Battle Beast – Sangue e Gloria di Kirkman, Ottley e Leoni
-
Comics11 mesi agoLo strano caso di Clark Kent, personaggio dell’Universo… Marvel!?
-
Serie TV10 mesi agoRoad to Stranger Things 5: Stagione 4, il male si rivela e ha un nome: Vecna
-
Animazione11 mesi agoSakamoto Days – Il manga action comedy giapponese diventa un film
