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Robin Hood – Il prezzo del sangue: Recensione di un Meraviglioso Flop
Uno sguardo sul vero cavallo di Troia di quest’anno: Robin Hood: il prezzo del sangue. Un sonoro flop, ma al contempo una grandissima perla
Questa recensione poteva uscire in tempo con il film ma non avrebbe fatto molta differenza.
La pellicola ha avuto si e no 7-10 giorni di proiezione qui da noi in Italia e probabilmente è stata vista solo dalla famiglia del regista, dagli attori e pochi altri (tra questi io).
Ed è un grande, grandissimo, peccato.
Parliamone.
Il vero cavallo di Troia di questo 2026
Questo film è, né più, né meno, che il cavallo di Troia. Dico davvero.

© Odissey, Christopher Nolan, Universal Pictures. All rights reserved.
Pensavo di non aver più niente a che fare per un po’ con i greci dopo l’Odissea, ma mi sbagliavo.
Forse è la più grande presa in giro di quest’anno (dico forse perché aspettiamo Avengers: Doomsday per dare un verdetto), ma proprio per questo è una magnifica perla oltre che un grande flop commerciale.
Tutto ciò nasce da come il film è stato presentato attraverso i suoi trailer e, quando arrivi in sala, ti sei fatto un’idea di un certo tipo.

Il film, nei primi 20-30 minuti, ti da esattamente ciò che hai visto in quei pochi minuti dei teaser. Violenza cruda e brutale portata a schermo giocando su riprese notturne, controluce, torce e sangue.
L’incipit del film è viscerale, ti prende allo stomaco. Sembra dirti “E’ questo quello che vuoi? Eccolo qua, lo so fare e lo so fare molto bene“.
E l’effetto che suscita è contradditorio. La violenza travasa il limite, pensi di aver avuto ciò per cui sei venuto al cinema e scena dopo scena cominci a pensare che forse è un po’ troppo. Che ciò che cercavi, saziare questa fame, è sbagliato e due ore così non le reggeresti.
E fortunatamente questo il film lo sa, ti prende per mano e cambia completamente registro.
Robin Hood e quel pensiero che va a… Vinland Saga
Se avete letto Vinland Saga di Makoto Yukimura sapete cosa intendo.

© Makoto Yukimura, KODANSHA/VINLAND SAGA. All rights reserved.
Quando penso a questo film questa è la prima opera di riferimento che mi viene in mente.
Il titolo originale avrebbe dovuto farlo intuire: The Death of Robin Hood. Ma ancora una volta chi l’ha portato in Italia ha pensato bene di metterci lo zampino chiamandolo Robin Hood: Il prezzo del sangue. Un titolo che non ha niente a che vedere con la sua natura più intima.
Ma il prezzo de che? Il sangue di chi? Pensi che ci sia qualcuno che vuole fargliela pagare e il film sarà incentrato su di lui che combatte fino alla morte per fuggire al proprio passato ma non è vero, non del tutto almeno.
Si, nei primi 10 minuti capiamo che tutta una serie di parenti di gente morta ammazzata, lo cerca per vendicarsi ma questo non ha nulla a che vedere con la trama del film. Al massimo con la condizione del personaggio, che è stanco di fuggire dal suo passato.
Questo è veramente un peccato perché non c’è niente di più coerente in questo film che il suo titolo originale. La morte di Robin Hood, è questo il tema centrale.
Questo film è una riflessione sulla morte e sulla vita dal punto di vista di un personaggio che non riesce più a camminare fra i vivi, che scoprirà che c’è ancora del bene. E che questo bene non viene da fuori, ma nasce da dentro, dal modo in cui si sceglie di guardare il mondo.
Potrei raccontarvi la trama, dirvi che la leggenda è falsa e Robin Hood è solo un fuorilegge come altri. Dirvi che si ritroverà ferito in un monastero alle cure di Sorella Brigid e che successivamente avrà una bambina sotto la sua ala protettrice. Ma tutto ciò lo potete tranquillamente trovare su Wikipedia.
Quello che non troverete è che questo è solamente un pretesto per parlare dell’accettazione del propria natura, delle conseguenze delle proprie azioni, del meritare la morte, di valori e di eredità.
Come per Vinland Saga, cominci questo film pensando che troverai guerra e sangue e per un po’, lo trovi. Poi scopri che vuole parlare al tuo cuore e vuole raccontarti tutt’altro, qualcosa di più importante. Quando lessi questo manga per la prima volta, verso il volume 14, la pubblicazione italiana risultò in pari (salvo qualche capitolo) con quella giapponese. Di conseguenza usciva un volume ogni 10 mesi.
Quando cominciò l’arco narrativo di redenzione, o forse meglio chiamarlo l’arco narrativo della fattoria, ne rimasi profondamente deluso, il grande guerriero che diventa uno schiavo-contadino. Pregustavo ancora il sangue e le battaglie dei primi 10 volumi e queste non davano cenno di tornare. Così verso il 20esimo volume ho venduto tutto.
Ma perché vi parlo di Vinland Saga, un manga giapponese? Che c’entra con questo film?
Perché anni dopo me ne sono pentito amaramente e ho capito tardi che questo manga non voleva parlare di guerra e battaglie.
“Il vero guerriero è colui che combatte senza la spada“.
Mentre guardavo questo film, ho realizzato che si trattava dello stesso escamotage narrativo, e maturo di quell’errore mi sono lasciato trasportare dove il film voleva portarmi e non me ne sono più pentito.
Alla luce di tutto questo, posso capire come il film possa far arrabbiare, e non poco, chi vi si avvicina con aspettative diverse. In particolare, chi spera che il resto della pellicola prosegua sulla stessa linea dei primi trenta minuti rischia di rimanere profondamente deluso.
Anatomia di questo film
Adesso lasciamo da parte le sensazioni e dissezionamolo.

Hugh Jackman è sempre bravissimo e ormai con questi personaggi alla Old Man Logan (o per meglio dire, la versione vecchia e stanca di Wolverine tratta dal fumetto e poi dal film Logan – The Wolverine) va con il pilota automatico. Anche nei panni di Robin Hood. Ha raggiunto una bravura tale nel rappresentare personaggi reietti, sporchi e virili che risulta talmente naturale, da non sembrare che stia recitando. Il livello da una parte è altissimo, dall’altra ti sembra che non debba neanche impegnarsi più di tanto e questa cosa un po’ mi confonde.
Bill Skarsgård nel ruolo di Little John è irriconoscibile per via di trucco e parrucco. Ci ho messo più di metà film a riconoscerlo, complici anche i giochi di luce, specialmente nella prima parte del film.

© Bill Skarsgård as Little John, Death of Robin Hood. A24 All rights reserved.
Jodie Comer, infine, è la vera colonna portante del film. Il suo ruolo è probabilmente il più difficile per via del contrasto che il suo personaggio incarna. Non so perché non veda maggiormente questa attrice in giro, ma la ricordo giusto per The Last Duel (regia di Ridley Scott) e 28 Anni Dopo (Danny Boyle) e non mi sembra che abbia fatto altro. Sicuramente è da tenere d’occhio.
Buona la regia, ottima la messa in scena e grande l’atmosfera, specialmente se vi piacciono le ambientazioni alla The Northman, per capirci.
Una colonna sonora toccante ma non indimenticabile, senza un vero main theme a legare (a parte qualche specifico strumento musicale) ma a completo servizio del film.
Se proprio devo trovargli dei difetti il cambio di registro così netto può spiazzare e non mi è piaciuta molto la gestione di Margaret, la bambina, che viene usata talvolta in maniera sempliciotta.
Il ritmo resta comunque buono, anche grazie a un paio di colpi di scena che fanno avanzare la trama nei momenti di calma piatta.
Per finire, è difficile consigliare questo film a chiunque. Può essere lento e se state cercando The Northman o botte e violenza lasciate perdere. Ma a chi saprà aprire il suo cuore, questo film gli darà tanto: consigliato!
PS: Ormai lo sappiamo, questo film ha floppato completamente al cinema. Tuttavia, se devo fare una previsione (e anche un augurio) penso che possa andare molto bene on-demand quando le piattaforme lo renderanno disponibile.

Cinema
Roofman: Recensione – Channing Tatum, McDonald’s e la storia vera più assurda dell’anno
L’incredibile storia vera di Roofman, il ladro di McDonald’s, interpretato da Channing Tatum nell’omonimo film che potete trovare su Prime Video
(Piccola premessa prima di iniziare: spoilererò un po’. Quindi uomo avvisato mezzo salvato!)
Stavo cercando un crime movie per svoltare la serata morta, uno di quelli classici con le rapine in banca, le maschere fighe e le sparatorie alla Heat. Poi con il telecomando in mano mi compare il ricordo del messaggio di Doc. G, il caporedattore di PopcorNerd, in cui consigliava caldamente questo titolo, e fidandomi del suo fiuto da puro segugio di bei film mi sono ritrovato a guardare Channing Tatum che si cala dal soffitto di un McDonald’s per rubare l’incasso. E la cosa più folle di tutta questa faccenda? È una fottutissima storia vera.
Ed eccomi qui con la recensione di Roofman, un film che ti fa capire in modo cristallino quanto la realtà riesca sempre a superare anche la sceneggiatura più assurda che a Hollywood possano mai partorire. Se pensavate di aver visto il picco delle truffe con Prova a prendermi, preparatevi a rivalutare il concetto di genialità criminale (e di disagio).
Roofman: L’incredibile storia vera di Jeffrey Manchester

Il Roofman di Channing Tatum a confronto con quello reale
Partiamo dal presupposto che il protagonista, Jeffrey Manchester, non è il classico criminale spietato. È un ex ufficiale dell’esercito che ha deciso di svoltare la propria vita svaligiando i fast food (adoro quando si va contro il sistema dei fast food), passando rigorosamente dai condotti di aerazione del tetto. Niente armi spianate in faccia ai clienti, niente spargimenti di sangue. Il tizio si calava dal soffitto, svuotava la cassaforte, chiudeva i dipendenti nella cella frigorifera dicendo loro di coprirsi bene per non prendere freddo, e se ne andava.
Channing Tatum in questo ruolo è semplicemente perfetto. Riesce a darti quell’aria da cucciolone smarrito con un fisico da marines atletico, un criminale così gentile ed eccentrico che, per quanto tu sappia che stia sbagliando, finisci irrimediabilmente per tifare per lui.
Ma se pensate che la parte dei furti ai McDonald’s sia il picco del film, vi sbagliate di grosso. Il vero capolavoro di assurdità di questo film esplode nella seconda metà. Dopo essere stato beccato ed essere finito in prigione, il nostro genio evade e decide che il posto migliore in cui nascondersi per non farsi trovare dalla polizia è… un Toys “R” Us. Sì, esatto, il negozio di giocattoli.
Manchester si crea un appartamento segreto dietro gli scaffali delle biciclette, nutrendosi di omogeneizzati rubati e scorrazzando di notte sui tricicli per bambini per tenersi in forma. Sembra una gag tirata fuori da una commedia demenziale, e invece è tutto tristemente e magnificamente reale. E questa cosa mi ha gasato follemente senza capire perché.
Il regista Derek Cianfrance (Blue Valentine, Come un Tuono), che di solito ci ha abituati a mattonate emotive pesantissime, qui fa un lavoro pazzesco. Riesce a bilanciare la commedia surreale della situazione con una malinconia di fondo inaspettata. Perché, in mezzo a questo delirio tra pupazzi e patatine fritte, Jeffrey finisce pure per prendersi una cotta per Leigh, una dipendente del negozio (una Kirsten Dunst sempre sul pezzo), iniziando a lasciarle regali senza farsi vedere. È una specie di Fantasma dell’Opera, solo che invece di vivere nei sotterranei di un teatro parigino, vive tra i Lego e i peluche. Al fianco di Tatum c’è anche l’immancabile Ben Mendelsohn, che ormai ha la faccia da poliziotto disilluso o da cattivo impressa a fuoco nel DNA, ma che in questo film è il Pastore Ron Smith che accoglie Jeffrey nel suo gruppo parrocchiale, e che fa da perfetto contrappeso alla follia del protagonista.

Channing Tatum and Kirsten Dunst star in Paramount Pictures’ “ROOFMAN.”
In definitiva, Roofman non è il solito film di rapine. È una storia che oscilla tra il thriller anomalo e la commedia grottesca, tenuta in piedi da un Channing Tatum in stato di grazia che si diverte un mondo a interpretare questo ladro gentiluomo e disadattato (un po’ mi rivedo in questo personaggio soprattutto perché in realtà sono disagiato come lui).
Non ci sono esplosioni pazzesche o draghi che sputano fuoco come nelle serie che ho recensito ultimamente, ma c’è un livello di assurdità umana che ti incolla allo schermo fino ai titoli di coda (e questa cosa non mi succedeva da tempo).
Gran bel consiglio, Doc. G. La prossima volta che entrerai in un McDonald’s sono sicuro che guarderai il soffitto per provare a fare anche tu una rapina. Oh scherzo non farlo!
Potete trovare Roofman tra i titoli del catalogo Prime Video!
VOTO POPCORNERD: 7.5/10
(Omogeneizzati e tricicli)

Animazione
Coyote vs ACME: Recensione del film che Warner voleva dimenticare
Nonostante una fusione societaria, 3 anni dimenticati in un cassetto e una sceneggiatura a più mani, Coyote vs ACME finalmente sbarca al cinema
Questo film è unico nel suo genere, e no, non mi riferisco a particolari tecniche miste o nuove tecnologie per portare a schermo personaggi di un cartone animato.
Mi riferisco alla sua produzione travagliata e a tutti gli anni che questo film è stato dimenticato in un cassetto.
Coyote vs ACME nasce da una serie di sfortunati eventi, fusioni societarie, rimaneggiamenti ma anche tanta voglia di portare a termine un lavoro.
Breve storia di uno sviluppo complicato
Cercherò di farla breve, ma se volete approfondire, vi lascio qualche link* tra le fonti. Il 19 Febbrario 1990, Ian Frazier scrive un articolo sul The New Yorker.

Illustration by Luci Gutiérrez
L’articolo è un breve testo umoristico scritto interamente come se fosse l’arringa iniziale dell’avvocato di Willy Coyote in una vera causa giudiziaria. In sostanza Coyote denuncia la Acme (l’azienda immaginaria da cui acquista incudini, lingotti di dinamiti e gadget vari) per responsabilità da prodotto, sostenendo di aver acquistato innumerevoli dispositivi difettosi che, invece di aiutarlo a catturare il Road Runner (Beep Beep), gli hanno provocato lesioni fisiche e sofferenza psicologica (oltre che soldi buttati).
Sulla base di questo articolo, in un periodo non ben definito intorno al 2011, James Gunn e Jeremy Slater scrivono una prima concezione del film che trasforma il monologo satirico in una vera e propria commedia. Il progetto rimane nel limbo finché nel 2018 la Warner Bros. lo mette in produzione e ne affida la scrittura ai fratelli Jon e Josh Silberman che ne rimaneggiano il materiale.
L’anno successivo Dave Green (Tartarughe Ninja – Fuori dall’ombra) prende in mano la regia e affida la sceneggiatura a Samy Burch, che rielabora ulteriormente il progetto. I due portano a compimento il film nel 2019.
Cosa può andar storto?
Beh… nel 2022 WarnerMedia e Discovery si fondono facendo nascere Warner Bros. Discovery e dando il via a una gigantesca revisione dei progetti attivi e in lavorazione. Il film viene messo in un cassetto, dove sarebbe stato dimenticato per sempre.
Dopo 3 anni però, nel 2025, Ketchup Entertainment ne acquisisce i diritti e finalmente lo porta al cinema.
Quale modo migliore per cominciare se non proprio con una serie di sfortunati imprevisti, come un classico episodio di Willy il Coyote che si rispetti?

CHARIOTS OF FUR, Wile E. Coyote, 1994. Warner Bros.
Coyote vs ACME
Arrivando ai giorni nostri, il marketing presenta il film come un’opera che Warner Bros, qui associata alla ACME Corporation, avrebbe voluto far sparire e insabbiare.
La campagna promozionale gioca molto su questa idea e lo fa anche piuttosto bene. Sappiamo che si tratta soprattutto di un modo per incuriosirci e trascinarci in sala, perché il film abbandona completamente questa narrativa una volta iniziato. Appena si spengono le luci, possiamo tranquillamente dimenticarcene.
Tutto comincia con la premessa di cui parlavamo sopra: Coyote fa causa alla ACME, un incipit tanto semplice quanto funzionante.
Troppo semplice, vero? E infatti la storia non si ferma qui, ma non dirò altro per evitare spoiler.
Quindi, com’è questo Coyote vs ACME?
Non ci girerò intorno, è un buon film. Ha una solida struttura narrativa che funziona benissimo nella sua semplicità. Sa divertire e lo fa come uno dei migliori episodi di Willy Coyote e sopratutto è un film più intelligente di quanto sembri.
Ci sono però delle parti in ombra e ho alcuni dubbi e riserve su cui vorrei riflettere. Questo perché Coyote vs ACME non è un film esente da criticità.
Vediamo una cosa per volta.
Dicotomia
Il film è incentrato sul rapporto fra Willy e il suo avvocato Kevin Avery (interpretato da Will Forte) e questo è il fulcro principale.

Questa coppia funziona per un motivo.
Willy è quello che non si arrende mai, il personaggio che cade nei canyon americani, esplode, finisce sotto massi e treni un numero infinito di volte. Ma ogni volta si rialza. Ogni mattina prepara un piano minuzioso e dettagliato per acciuffare Beep Beep e poi vede quel piano fallire miseramente. Willy è uno stoico.
Il suo avvocato Kevin invece è arreso in partenza, non ha mai alzato la testa e ha la spina dorsale di un gamberetto. Ha sempre scelto la strada più facile e seppur eserciti la professione di avvocato, non combatte per il suo cliente, lui concilia. La sua vita sarà stravolta completamente quando viene trascinato contro la sua volontà in una causa legale gigantesca contro la ACME, rappresentata legalmente da Buddy Crane (interpretato da John Cena).

Ed è proprio da questo contrasto che nasce la forza della coppia.
Willy e Kevin funzionano perché si trovano agli estremi opposti: uno continua a lottare anche quando ogni logica gli suggerirebbe di fermarsi, l’altro ha imparato a fermarsi ancora prima di cominciare.
Il film sfrutta molto bene questa dicotomia anche sul piano comico. Molte gag nascono proprio dal modo completamente diverso in cui i due reagiscono alle stesse situazioni: Willy affronta ogni ostacolo con la serietà e la determinazione di chi sta preparando l’ennesimo piano (im)perfetto, mentre Kevin osserva il caos che gli esplode intorno con l’atteggiamento di chi vorrebbe soltanto trovare una via d’uscita.
Ed è questo continuo rimbalzo fra ostinazione e rassegnazione a dare ritmo al loro rapporto.
Sotto la pelliccia
Questo film porta a schermo tutti gli schemi comici di Willy Coyote che, nonostante siano ormai conosciuti, visti e rivisti, continuano a funzionare. E’ divertente come la prima volta che lo vedi precipitare da un canyon e alzare una nuvoletta di polvere. La risata è facile e a volte ti stupisci anche di star ridendo a battute così semplici ma genuine.
Ma sotto sotto c’è dell’altro.
Perché questo film è più intelligente di quanto sembri?
Per un motivo in particolare: i dialoghi. E non mi riferisco a una scrittura di alto livello, ma a un dettaglio che poteva diventare un coltello impugnato dalla parte sbagliata: Willy non parla.
Proprio così, uno dei due protagonisti principali, non si esprime come gli altri, non ha dialoghi, non parla. E quello che poteva essere un macigno alla caviglia diventa invece un grande punto di forza del film.

La gestione dei cartelli, è sorprendentemente furba: Willy non dice mai troppo, ma nemmeno troppo poco. Le frasi sono brevi, essenziali, arrivano sempre nel momento giusto e lasciano che sia il resto a farlo il personaggio. Il film sa giocare bene le sue carte, perché costringe lo spettatore a concentrarsi sulla sua gestualità, sulle espressioni, sulle pause e su tutta quella comunicazione non verbale che nei cartoni animati è sempre stata fondamentale.
Willy riesce così a essere estremamente espressivo pur senza pronunciare una sola parola. Non senti mai davvero la mancanza di una voce, perché il personaggio comunica continuamente: con uno sguardo, con un movimento, con il modo in cui reagisce all’ennesimo disastro o semplicemente con il tempo che impiega prima di tirare fuori un altro cartello.
Tantissime comparse, pochissimi personaggi

Veniamo ora alla prima piccola crepa di questa pellicola. Questo film è pieno di personaggi, a partire dal team legale della studio di Kevin Avery, a tutte le comparse animate e cartoni che sono state inserite in questo film. Purtroppo però, sono solo comparse.
L’impressione è che abbiano voluto inserire a forza più riferimenti possibili (giustamente hanno i diritti su tutti quei personaggi… perché non usarli?). Dall’altra parte però sono quasi completamente inutili, sono macchiette.
Non mi riferisco solo ai protagonisti animati ma anche agli altri attori che non hanno ruoli definiti e di vera utilità all’interno del film ma servono solamente come contorno e per creare qualche gag in più.
Non è un peccato così grave ma è chiaro l’intento di far sembra questo film più grande di quanto sia, smascherando invece così la sua vera natura di piccolo film.
Un buco generazionale
Forse questo è il vero grande dubbio che mi rimane: a chi è rivolto davvero questo film?
Perché nella sua anima da legal comedy Coyote vs ACME non mi sembra un prodotto pensato principalmente per i bambini. Willy Coyote cade, esplode, viene schiacciato e continua a offrire tutta quella comicità fisica immediata che può funzionare a qualsiasi età. Ma una parte importante del film vive di processi, avvocati e dinamiche aziendali. Tutte cose che difficilmente possono tenere incollato allo schermo un bambino per l’intera durata.
Viene quindi naturale pensare che il vero pubblico di riferimento siano gli adulti cresciuti con Willy Coyote e i Looney Tunes. Persone che li guardavano da bambini e che oggi possono ritrovarli al cinema con una certa dose di nostalgia.
Il problema è che non so quanto questo pubblico sia realmente vasto.
I Looney Tunes, per moltissime persone, rappresentano una fase precisa dell’infanzia. Da bambino, li adori, poi cresci e spesso vengono velocemente sostituiti da qualcos’altro. Supereroi, anime, videogiochi, altre serie animate. Non hanno avuto quella continuità generazionale che come altre proprietà intellettuali ha permesso di accompagnare il proprio pubblico dall’infanzia fino all’età adulta.
E una buona parte della responsabilità, è proprio di Warner Bros.
Perché stiamo parlando di una delle proprietà intellettuali più importanti e riconoscibili della storia dell’animazione, eppure per anni è mancato un vero progetto capace di riportarla stabilmente al centro della cultura popolare. I Looney Tunes avrebbero bisogno (e meriterebbero) di un rilancio, qualcosa che permetta anche alle generazioni più giovani di affezionarsi nuovamente a questo universo.
Invece sono stati progressivamente lasciati ai margini.

C’è stato Space Jam: New Legends, certo, ma quel tentativo non è bastato a ricostruire un rapporto con il pubblico. Nel frattempo sono cresciute intere generazioni che Bugs Bunny, Daffy Duck o Willy Coyote magari li conoscono di nome e di faccia, ma con cui non hanno necessariamente alcun legame emotivo.
Ed è qui che nasce il paradosso di Coyote vs ACME: il film sembra rivolgersi soprattutto a chi ama già questi personaggi, ma arriva dopo anni in cui Warner Bros ha fatto pochissimo per avvicinare nuove generazioni ai Looney Tunes e farle affezionare a loro.
Non puoi saltare una o due generazioni e poi aspettarti automaticamente che queste corrano al cinema per vedere un film dedicato a personaggi con cui non sono mai cresciute. E forse è proprio questo il motivo per cui era stato dimenticato in un cassetto.
Ed è un peccato enorme, perché forse il problema dei Looney Tunes non è che il pubblico abbia smesso di amarli. È che per troppo tempo non gli è stata data l’occasione di farlo.
In conclusione

Tiriamo le somme.
Coyote vs ACME è un film divertente, ben congegnato e capace di intrattenere dall’inizio alla fine. E in un panorama in cui ormai sembra quasi obbligatorio superare le due ore di durata, quei cento minuti scorrono con una leggerezza che oggi vale come un pregio. Il film sa quando fermarsi, non si trascina e soprattutto non prova a diventare qualcosa di più grande di ciò che vuole essere (e avrebbe potuto farlo).
Sul fronte tecnico fa il suo; l’animazione funziona bene e i modelli dei personaggi mi sembrano volutamente un po’ più grezzi e caricaturali, quasi a voler accentuare ulteriormente la loro natura. La buona qualità emerge soprattutto nell’illuminazione di questi modelli.
John Cena è perfettamente a suo agio nel ruolo di Buddy Crane. Riesce a rendersi insopportabile nel modo giusto, trasformando l’avvocato della ACME in quel tipo di antagonista che ami vedere sullo schermo proprio perché non vedi l’ora che qualcuno gli faccia perdere quel sorriso dalla faccia.
Il film, ovviamente, non è esente da difetti.
La sceneggiatura mette sul tavolo diverse idee che avrebbero potuto portare la storia più lontano e dare più spazio a determinati personaggi. Invece sceglie quasi sempre di rimanere nel piccolo, di concentrarsi sulla causa legale e di lasciare parecchie cose sullo sfondo. Nel finale questa scelta diventa ancora più evidente, quando alcuni sviluppi vengono praticamente liquidati attraverso un’accelerazione improvvisa (a trama conclusa) che preferisce chiudere le parentesi rimaste aperte piuttosto che esplorarle davvero.
Eppure, in fondo, va bene così.
Forse un film più ambizioso avrebbe avuto più respiro, ma probabilmente avrebbe anche perso parte di quella leggerezza che lo rende così piacevole. Coyote vs ACME conosce i propri binari e decide quasi sempre di restarci sopra.
E’ impossibile arrabbiarsi davvero con un film del genere.
Perché nonostante i suoi difetti, è una pellicola a cui viene naturale voler bene. E si sa: l’amore è cieco, e qualche difetto finisce inevitabilmente per perdonarlo.
Soprattutto perché Coyote vs ACME dimostra una cosa: questi personaggi hanno ancora qualcosa da dire. Possono ancora far ridere, possono ancora funzionare e possono ancora trovare un pubblico, se qualcuno concede loro lo spazio per farlo.
Perciò, se ne avete la possibilità, recuperatelo.
Perché il film se lo merita, ma soprattutto perché sarebbe bello mandare un messaggio chiaro a Warner Bros: i Looney Tunes non appartengono a uno scantinato, a un archivio o a qualche cassetto dimenticato.
Appartengono ancora allo schermo.
*Fonti: cinecittanews.it ; newyorker.com ; faroutmagazine.co.uk

Cinema
The Dog Stars – Le stelle dopo la fine: Recensione – Sopravvivenza e speranza nel nuovo film di Ridley Scott
Abbiamo visto in anteprima The Dog Stars: Le stelle dopo la fine, il nuovo film di Ridley Scott tratto dal bestseller di Peter Heller con protagonista Jacob Elordi
Cosa sarebbe successo se, nel 2020, la pandemia di COVID-19 avesse decimato la popolazione del Pianeta? Come avrebbero reagito i superstiti alla disperazione e al dolore, in un mondo che li avrebbe costretti a ricominciare la propria vita daccapo, con pochissime risorse?
Mi immagino che siano queste le domande che si è posto Ridley Scott quando ha cominciato a lavorare su The Dog Stars – Le stelle dopo la fine, il nuovo film 20th Century Studios, basato sull’omonimo romanzo del 2012 di Peter Heller, che vede il ritorno dietro la macchina da presa dell’oggi ottantottenne regista di capolavori come Alien, Il Gladiatore e Blade Runner.
Nonostante la costellata carriera del regista sia indiscutibile, in passato non tutti i film di Ridley Scott sono stati all’altezza del suo nome e del suo talento, ma per fortuna questo non è il caso The Dog Stars.
Cercherò, però, di essere chiaro sin dall’inizio: The Dog Stars potrebbe essere un film che non piacerà a tutti, fan di Scott compresi, perché cerca di raccontare una storia intensa e commovente sulla sopravvivenza e sulla speranza, in un mondo che pare aver abbandonato l’umanità al proprio destino, senza però riuscire del tutto a imbastire una trama strutturata che abbia un reale inizio e una fine.
Due grandi pregi di questa pellicola riguardano il cast principale, di assoluto primo livello, composto da Jacob Elordi, Margaret Qualley, Josh Brolin, Benedict Wong e Guy Pearce, e la location scelta per girare il film, ovvero il suggestivo territorio del Friuli Venezia Giulia, omaggiato con riprese mozzafiato principalmente delle Prealpi Giulie.
L’umanità ha ancora una speranza?

(L-R) Jasper and Jacob Elordi as Hig in 20th Century Studios’ THE DOG STARS. Photo by Fabio Lovino. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.
Un terribile virus influenzale ha decimato la popolazione della Terra. Per la prima volta nella storia dell’umanità, invece di progredire, la società è tornata indietro.
È in questo mondo che vive il giovane Hig (Jacob Elordi), ex meccanico che, in compagnia del cane Jasper, esplora con il suo aeroplano le zone intorno a Denver alla ricerca di viveri, medicinali e di tutto ciò che può essere utile per sopravvivere, sia per lui che per una piccola comunità rurale di cui si prende cura e che vive fuori dalla città del Colorado. Nonostante la perdita della moglie, lutto ancora presente e palpabile, Hig cerca di conservare la speranza che il futuro possa essere migliore.
Di diverso avviso è Bangley (Josh Brolin), un ex marine armato fino ai denti, che vive insieme a Hig e che si è adattato a un mondo cinico e pericoloso, difendendo il proprio territorio a qualunque costo, contro chiunque si avvicini.
Una scelta che si contrappone all’animo più positivo e meno arrendevole di Hig, ma che è giustificata dal fatto che, in questo nuovo mondo post-apocalittico, sono sorti gruppi di persone prive di scrupoli e morale, pronti a uccidere, saccheggiare e dai quali bisogna stare sempre all’erta.
Durante uno dei suoi viaggi, Hig riceve un messaggio radiofonico proveniente da Grand Junction, già sentito in passato, che gli fa pensare che ci sia un rifugio o un gruppo di persone impegnate a cercare di costruire un mondo nuovo o semplicemente intenzionate ad aiutare il prossimo.
A causa di un evento drammatico, Hig prenderà la decisione di provare a raggiungere il misterioso Grand Junction con il suo aereo, per vedere se c’è ancora speranza per l’umanità.
Un country western che racconta come sopravvivere in un mondo che non ci vuole più

(L-R) Jacob Elordi as Hig and Josh Brolin as Bangley in 20th Century Studios’ THE DOG STARS. Photo by Fabio Lovino. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.
Ridley Scott sceglie di raccontare una storia realistica e coinvolgente, che parte da una catastrofe pandemica analoga a quella che ha toccato da vicino l’umanità solamente pochi anni fa.
Il regista racconta il presente che poteva essere o il futuro prossimo che potrebbe essere, ma che tutti ci auguriamo non accada. E lo fa prendendosi i suoi tempi sin dall’inizio, a volte con un ritmo che rallenta eccessivamente e che potrebbe portare lo spettatore ad annoiarsi in determinate sequenze.
Lo stesso inizio di The Dog Stars, che agli appassionati del genere post-apocalittico potrà ricordare Io sono leggenda, cerca di presentare allo spettatore lo status quo del mondo in cui si muovono il personaggio interpretato da Elordi e il suo cane, ma lo fa con eccessivo zelo, risultando lungo e difficile da seguire con attenzione costante.
Una volta che lo spettatore entra nel ritmo della storia, però, The Dog Stars comincia a scorrere ed ecco che ci si ritrova davanti a un western moderno, condito da musiche country sparse qua e là, che ci mostra, anche attraverso sequenze emotivamente coinvolgenti, la difficoltà di un uomo che ha perso tutto come Hig e che è alla ricerca di fiducia e risposte.
Un uomo che non riesce a elaborare il lutto per la perdita della moglie, che non riesce a lasciare andare, ma che si aggrappa alla speranza senza rinunciare alla fiducia nel prossimo.
E uno dei punti di forza di questo film è proprio la contrapposizione dei personaggi di Elordi e Brolin, due filosofie diverse nell’affrontare il nuovo mondo che li circonda: da una parte il giovane che crede nella redenzione dell’umanità, nonostante proprio l’uomo rappresenti ancora una volta il pericolo maggiore, e dall’altra il vecchio che pensa che l’unico modo per sopravvivere sia eliminare il problema alla radice (possibilmente con una pistola o un fucile in mano).
Un Jacob Elordi in stato di grazia, accompagnato da un cast eccezionale

(L-R) Jacob Elordi as Hig and Margaret Qualley as Cima in 20th Century Studios’ THE DOG STARS. Photo by Fabio Lovino. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.
Prima di tutto voglio dire una cosa: c’è voluto un film post-apocalittico e l’amicizia con un cane per vedere finalmente sorridere più di una volta Jacob Elordi, nonostante le tematiche affrontate nel film siano decisamente drammatiche.
La vera star di questo film è proprio lui, il giovane Jacob, che riesce a confezionare una prova davvero convincente in un film che si regge per gran parte del tempo sulle sue spalle.
Elordi ha già dimostrato il suo talento in più occasioni, come nel Frankenstein di Guillermo del Toro, ma in questo film riesce davvero a mostrarsi per il grande attore che è.
Molto intenso e dolce il rapporto che viene messo in scena tra lui e Jasper, il cane lupo, vera “dog star” del film. L’attore ha dichiarato in diverse occasioni all’interno di alcune interviste di aver stretto un rapporto reale e sincero con il suo partner a quattro zampe durante le riprese.
Ma, al netto della bravura di Elordi, The Dog Stars vede nel resto del cast un altro elemento che valorizza l’ultima fatica di Ridley Scott. Brolin, Pearce e la stessa Margaret Qualley sono eccezionali nei panni dei loro personaggi.
In particolare, quest’ultima è davvero incredibile al fianco di Elordi e l’affiatamento tra i due è palpabile. Del resto, è impossibile resistere all’uno o all’altra, affascinanti anche con i capelli in disordine e gli abiti sporchi per gran parte del film.
Una location straordinaria e riprese che lasciano a bocca aperta

Josh Brolin as Bangley in 20th Century Studios’ THE DOG STARS. Photo courtesy of 20th Century Studios. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.
Che The Dog Stars possa piacere o meno, una cosa è difficile da mettere in discussione: la bellezza dei paesaggi scelti da Ridley Scott per raccontare questo mondo post-apocalittico. Le montagne, le distese verdi e gli immensi spazi naturali non fanno semplicemente da sfondo alla storia, ma diventano parte integrante del film, contribuendo a rendere ancora più suggestivo il viaggio del suo protagonista.
E per noi italiani c’è anche un motivo in più per guardare con attenzione quelle immagini, perché una parte importante del Colorado devastato dalla pandemia che vediamo sullo schermo si trova in realtà in Friuli Venezia Giulia.
Per circa tre settimane la produzione ha infatti lavorato, come anticipato sopra, ai piedi delle Prealpi Giulie. Qui Ridley Scott e la sua troupe hanno trovato il paesaggio ideale per trasformare il territorio friulano nell’America post-apocalittica immaginata dal film, sfruttando in particolare gli scenari naturali che circondano il Tagliamento, uno degli elementi più importanti per la costruzione dell’immaginario visivo di The Dog Stars, perfetto per rappresentare un’America profondamente cambiata dalla pandemia.
Che si tratti delle montagne, delle immense distese naturali o delle riprese dall’alto, The Dog Stars regala alcune immagini davvero spettacolari e ci ricorda ancora una volta quanto il nostro Paese possa offrire location capaci di trasformarsi completamente davanti alla macchina da presa. In questo caso, tanto da convincere Ridley Scott che il Friuli Venezia Giulia poteva diventare, almeno per un po’, il Colorado di un futuro in cui l’umanità è quasi scomparsa.
I difetti di The Dog Stars
Il film, in diversi punti, come detto, risulta lento, spesso fin troppo. Il problema più grande, però, è che “non c’è né capo né coda”, ma viene raccontato semplicemente un periodo della vita di alcune persone in un mondo post pandemico.
Se fosse un episodio pilota di un’ottima serie sci-fi, nulla da dire, ma come pellicola singola può essere sinceramente un deficit quello di non avere una trama dalla struttura forte.
Riguardo a quello che è accaduto al mondo, viene spiegato poco, se non attraverso le risicate parole dei protagonisti, che non entrano mai realmente nel dettaglio.
Infine, è singolare e anche divertente il fatto che tutti i personaggi principali siano dei tiratori scelti da far impallidire i cecchini dell’esercito degli Stati Uniti, mentre i loro avversari non riescono a colpire un bersaglio a mezzo metro di distanza. Insomma, alcuni piccoli difetti sui quali si poteva lavorare di più e che condizionano tanto la visione del film quanto il verdetto finale.
The Dog Stars – Le stelle dopo la fine: promosso o bocciato?

Jacob Elordi as Hig and Jasper in 20th Century Studios’ THE DOG STARS. Photo by Fabio Lovino. © 2026 20th Century Studios. All Rights Reserved.
The Dog Stars – Le stelle dopo la fine è un film senza ombra di dubbio godibile. Emoziona, colpisce per gli scenari e l’ambientazione e per l’interpretazione di un cast sugli scudi, forse un po’ sprecato per una pellicola come questa, nonostante ci sia Ridley Scott alla regia.
Non siamo di fronte al miglior film del regista, capace in passato di regalarci immortali cult cinematografici, ma neanche il peggiore. Di sicuro siamo davanti a una delle migliori interpretazioni, sino ad ora, di Jacob Elordi.
The Dog Stars – Le stelle dopo la fine è un film sulla sopravvivenza, sul superare il lutto e sulla speranza che, anche in un mondo in cui l’umanità è con le spalle al muro per colpa di un male che non può controllare, ci sia sempre un modo per adattarsi e ricominciare a vivere. Insieme.
VOTO POPCORNERD: 6,5/10

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