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Manga

Kagurabachi: Katane e vendetta nel manga di Takeru Hokazono

Katane magiche e una vendetta da portare a termine. Sono questi gli elementi principali di Kagurabachi, il manga di Takeru Hokazono pubblicato da Star Comics

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Se seguite anche solo di striscio il mondo dei manga, il nome Kagurabachi vi sarà risuonato nelle orecchie più volte nel corso degli ultimi anni: prima come fenomeno virale sui social ancora prima dell’uscita del fumetto di Takeru Hokazono, oggi come uno dei titoli più chiacchierati di Weekly Shonen Jump, arrivato in Italia grazie a Star Comics, e che, prossimamente, vedrà l’arrivo dell’adattamento anime ormai alle porte.

Kagurabachi è un manga che racchiude senza ombra di dubbio gli stereotipi del battle shonen moderno, ma che ha creato in pochissimo tempo una fan base importante. Scopriamo insieme il motivo di tale successo.

Il suo autore: Takeru Hokazono e il progetto Nextwawe

In foto: Takeru Hokazono

Takeru Hokazono, lettore storico di Weekly Shonen Jump cresciuto a pane e Naruto, ha mosso i primi passi durante gli anni universitari con alcuni one-shot, tra cui Enten, vincitore del 100° Premio Tezuka nel 2020, seguito da Farewell! Cherry Boy!, CHAIN, Madogiwa de Amu e Roku no Meiyaku. Ma è qualche anno dopo che arriva la svolta grazie al progetto Nextwawe.

Infatti Kagurabachi debutta il 19 settembre 2023, inserito nel numero 42 della rivista come parte di Nextwawe, l’iniziativa con cui Shueisha ha scelto di puntare su nuovi talenti pescati tra i candidati al Premio Culturale Osamu Tezuka, in un momento in cui la scuderia di Jump doveva fare i conti con la chiusura di diverse serie storiche. Di quel progetto, va detto, Kagurabachi è l’unico titolo sopravvissuto: gli altri esordienti selezionati non hanno retto il passo.

Kagurabachi: storia di una vendetta

L’incipit della trama di Kagurabachi è molto semplice e lineare. Chihiro Rokuhira è il figlio di Kunishige Rokuhira, leggendario fabbro capace di forgiare le Lame Incantate, armi dal potere devastante che diciotto anni prima avevano posto fine alla sanguinosa Guerra di Seitei. Quando l’organizzazione di stregoni Hishaku uccide suo padre e gli sottrae sei delle sette lame, per Chihiro inizia un percorso di vendetta.

Quello che ha reso Kagurabachi immediatamente riconoscibile è la rappresentazione visiva dell’azione che si contraddistingue per coreografie di combattimento quasi cinematografiche, che devono più al cinema d’azione moderno come John Wick che ai classici shonen. Il tratto di Hokazono è netto, tagliente in ogni caso perfetto per l’atmosfera urban molto cupa che caratterizza il manga.

A questo si aggiunge un’estetica neo-giapponese molto curata, che mescola simbologia tradizionale e un tratto grafico pulito e leggibile anche nelle tavole più caotiche. E le spade. Non dimentichiamoci che un manga dove ci sono delle Katane Incantate ben personalizzate, difficilmente non attirerà l’attenzione dei lettori.

Personaggi che catturano

Ma un manga funziona quando funzionano i personaggi, e qui Hokazono ha costruito un cast che cresce capitolo dopo capitolo.

Chihiro e la sua spada Enten

Chihiro custodisce Enten, l’unica delle sette lame rimastagli, capace di manifestare tre entità spirituali (Kuro, Aka e Nishiki) che ne ampliano enormemente il ventaglio di tecniche.

Caratterialmente Chihiro non è il classico protagonista chiacchierone e ingenuo dei battle shonen come possono essere Luffy, Naruto, Ichigo, Kafka Hibino, Goku, ecc.. ed anzi; è molto taciturno, segnato dal volto sfregiato che gli conferisce un’espressione da duro, ma che nasconde sotto sotto un codice morale ereditato dal padre. È più vicino nei toni a un cacciatore di taglie che a un eroe classico.

Char, ‘sorellina’ di Chihiro

Accanto a lui si muove Char Kyonagi, una ragazzina dal sangue rigenerante che Chihiro salva nelle prime battute della storia e che diventa una sorta di sorella minore, portando nel racconto momenti di leggerezza altrimenti rari.

Non mancano alleati come Togo Shiba, stregone capace di teletrasportarsi e legato da un antico legame d’amicizia al padre di Chihiro, o Hiyuki Kagari, agente della Kamunabi (l’organizzazione governativa che regola la magia) che inizia come rivale diretta di Chihiro per poi trasformarsi in una spalla preziosa. Sullo sfondo, a fare da ponte fra il mondo legale della Kamunabi e la caccia non autorizzata di Chihiro, c’è Soshiro Azami, altra vecchia conoscenza di Kunishige.

Sul fronte antagonisti, gli Hishaku sono un gruppo di dieci stregoni guidati da Yura, capaci di muoversi nell’ombra e di tessere legami con organizzazioni criminali come la yakuza dei Korogumi. A loro si affianca, nel primo grande arco narrativo, Genichi Sojo, trafficante d’armi che porta avanti un’ambizione tanto semplice quanto inquietante: diventare il primo, dopo Kunishige, capace di piegare al proprio volere il potere dei Datenseki, il materiale con cui sono forgiate le Lame Incantate.

Un’opera in continua crescita tra i lettori, nonostante i “soliti difetti”

Kagurabachi ha vinto il 10° Next Manga Award nella categoria stampa nel 2024, e le copie in circolazione sono passate da circa 3 milioni nell’autunno 2025 a oltre 4 milioni entro l’aprile 2026, incluse le edizioni digitali. Numeri importanti che lo confermano come uno dei pochi titoli nuovi tra i manga, realmente candidati a raccogliere l’eredità dei grandi shonen action del decennio scorso.

Va detto con onestà che il consenso non è unanime: c’è chi considera l’hype iniziale sproporzionato rispetto al reale contenuto dell’opera, criticando Kagurabachi per la struttura ancora molto ancorata alle convenzioni del battle shonen contemporaneo che tende a puntare su un ritmo frenetico e veloce, sacrificando world building e sviluppi narrativi. E difatti Kagurabachi non è famoso per i ‘tempi morti’: l’azione procede spedita verso l’obiettivo, senza perdere tempo in allenamenti o saghe riempitive.

Dall’altra parte, una fetta consistente di lettori giudica i primi volumi superiori, per qualità di scrittura, a quelli di altre serie oggi affermate, apprezzando in particolare l’evoluzione più cupa avvenuta con l’inizio della Parte 2 e del Seitei War Arc (ancora inedita in Italia).

Da noi la serie è arrivata, come detto, grazie a Star Comics, che ha scelto di trattare il lancio come un vero e proprio evento: il primo volume, uscito l’11 marzo 2025, è stato proposto in tripla edizione, quella regular, una variant cover con box da collezione comprensivo di segnalibri, sticker e illustration card con dettagli oro, e una ultra-limited a tiratura limitata di duemila copie. Un trattamento riservato di solito solo ai titoli già affermati, non certo agli esordienti.

L’anime in arrivo: tutto quello che sappiamo

Sul fronte dell’adattamento animato,la produzione è affidata a Cypic, studio del gruppo CyberAgent, con la regia di Tetsuya Takeuchi (già dietro Sword Art Online II e L’estate in cui Hikaru è morto) e il character design curato da Keigo Sasaki (Blue Exorcist, The Seven Deadly Sins).

La distribuzione internazionale è stata affidata a Crunchyroll, che trasmetterà la serie in tutto il mondo a esclusione di Giappone, Cina continentale, Corea del Nord e Corea del Sud, con debutto fissato per aprile 2027. In vista dell’uscita è partito un vero e proprio World Tour promozionale: il primo appuntamento si è tenuto all’Anime Expo di Los Angeles lo scorso luglio, dove è stato proiettato in anteprima un estratto di venti minuti del primo episodio, accolto molto positivamente dal pubblico presente, accompagnato da un panel con il doppiatore Taihi Kimura, l’editor del manga Takuro Imamura e il producer dell’anime Koichi Yasuda.

Il tour proseguirà poi tra Japan Expo, AnimagiC, Otakon e Anime NYC, prima del debutto ufficiale.

Potenziale da grande Battle shonen

Kagurabachi è sicuramente un titolo da tenere d’occhio. Chi lo sta seguendo, sa che si tratta di un manga dalla scrittura action solida e un cast di personaggi che arco dopo arco ha guadagnato spessore, nonostante alcuni difetti che riguardano più che altro l’impostazione moderna dei manga shonen di oggi. Ma i numeri parlano chiaro e con l’anime ormai in arrivo nel 2027, il prossimo potrebbe essere l’anno della definitiva consacrazione per l’opera di Takeru Hokazono.

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Fumetti

Il tempo è stato clemente con il Devilman di Go Nagai?

Devilman di Go Nagai è ancora un capolavoro? Analizziamo come il tempo abbia cambiato l’esperienza di lettura.

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Pubblicato per la prima volta nel giugno del 1972, Devilman è universalmente considerato il capolavoro di Kiyoshi Nagai, meglio conosciuto come Go Nagai. In oltre cinquant’anni di storia, il manga ha venduto più di 50 milioni di copie nel mondo, diventando una delle opere più influenti del fumetto giapponese e una pietra miliare del genere horror, capace di ispirare intere generazioni di autori.

Eppure, proprio il tempo che ne ha consacrato lo status di classico sembra averne evidenziato anche alcuni limiti. Letto per la prima volta oggi, nel 2026, Devilman può rivelarsi un’opera sorprendentemente impegnativa: il ritmo della narrazione, la costruzione delle tavole e soprattutto la verbosità dei dialoghi riflettono un modo di raccontare profondamente diverso da quello a cui il pubblico contemporaneo è ormai abituato. Questo non ne ridimensiona l’importanza storica, ma rende la sua lettura meno immediata rispetto ad altri grandi classici del manga.

Autore di Devilman, il mangaka Go Nagai

Autore di Devilman, il mangaka Go Nagai

Il problema non è la storia, ma il modo in cui viene raccontata

La difficoltà principale nell’affrontare Devilman oggi non risiede nella storia in sé. Al contrario, la trama costruita da Go Nagai è ancora oggi coinvolgente e procede con una direzione ben precisa sin dalle prime pagine, senza perdersi in lunghe deviazioni o archi narrativi superflui.

Ciò che può mettere alla prova il lettore moderno è piuttosto il linguaggio con cui questa storia viene raccontata. Devilman è figlio di un’epoca in cui il fumetto privilegiava la spiegazione dell’implicito, dando voce ai pensieri dei personaggi o ribadendo concetti che il lettore aveva già intuito attraverso i disegni.

È qui che emerge il maggiore limite dell’opera. Il principio del show, don’t tell, oggi alla base della maggior parte della narrativa per immagini, è ancora lontano dall’essere comunemente adottato. I dialoghi risultano spesso ridondanti, alcune informazioni vengono ripetute più volte e battute ricorrenti come gli insistenti “Io sono l’Uomo Diavolo” finiscono per rallentare una narrazione che avrebbe potuto affidarsi maggiormente alla forza delle tavole.

Non è una questione di quantità di testo, ma di ritmo. È proprio questo a rendere Devilman una lettura meno immediata rispetto ai manga contemporanei.

Numerose le apparizioni di Devilman nelle quali annuncia il suo nome. Dialoghi molto verbosi in queste occasioni.

Numerose le apparizioni di Devilman nelle quali annuncia il suo nome. Dialoghi molto verbosi in queste occasioni.

Devilman è figlio del suo tempo

Sarebbe però profondamente ingiusto fermarsi a questa constatazione senza considerare il contesto in cui Devilman è stato scritto.

L’opera debutta nel 1972, oltre mezzo secolo fa, in un panorama fumettistico profondamente diverso da quello odierno. Il linguaggio del manga era ancora in piena evoluzione e molte delle convenzioni narrative che oggi diamo per scontate semplicemente non esistevano o erano agli albori.

Giudicare Devilman esclusivamente con gli occhi di un lettore del 2026 significherebbe commettere lo stesso errore di chi critica un film degli anni Settanta perché non possiede il montaggio frenetico delle produzioni contemporanee.

Errore che io ho inizialmente commesso.

Forse la domanda da porsi è un’altra: il problema è davvero Devilman oppure siamo noi lettori ad essere cambiati?

Negli ultimi decenni siamo stati abituati a manga dal ritmo serrato, costruiti per catturare l’attenzione in poche pagine, con dialoghi essenziali e una narrazione sempre più cinematografica. È inevitabile che un’opera nata in un’altra epoca possa apparire più lenta, senza che questo rappresenti necessariamente un difetto.

Contestualizzare Devilman non significa giustificarne ogni scelta narrativa, ma comprenderne il valore alla luce del periodo storico in cui è stato realizzato.

Eppure ci sono cose che fanno ancora impressione

Se il ritmo narrativo mostra inevitabilmente i segni del tempo, ci sono invece aspetti di Devilman che, ancora oggi, riescono a colpire con una forza sorprendente.

Il primo è senza dubbio la violenza. Alcune sequenze sono brutali, crude e visivamente disturbanti ancora oggi; immaginare l’impatto che potevano avere nel 1972 rende ancora più evidente quanto Go Nagai fosse avanti rispetto ai suoi contemporanei. Non si tratta di violenza fine a sé stessa, ma di uno strumento narrativo attraverso cui l’autore racconta la degenerazione dell’essere umano e la brutalità di esso.

Ma è soprattutto il finale a dimostrare perché Devilman continui ad essere considerato un classico. Senza entrare nel dettaglio per evitare spoiler, il messaggio che Go Nagai affida alle ultime pagine mantiene una forza impressionante anche dopo oltre cinquant’anni. Le riflessioni sull’odio, sulla paura del diverso e sulla capacità dell’uomo di autodistruggersi risultano oggi forse ancora più attuali di quanto lo fossero all’epoca della pubblicazione.

Ed è proprio questa la differenza tra un fumetto semplicemente famoso e un vero classico: il linguaggio può invecchiare, ma le idee restano.

Akira perde tutto

Akira perde tutto

Devilman pubblicato oggi avrebbe lo stesso successo?

È una domanda impossibile a cui rispondere con certezza, ma vale la pena porsela.

Se Devilman venisse pubblicato oggi, esattamente nella forma in cui lo conosciamo, è difficile immaginare che riceverebbe lo stesso entusiasmo. Il ritmo lento, i dialoghi ridondanti e un’impostazione narrativa così distante dagli standard contemporanei rappresenterebbero probabilmente un ostacolo per molti lettori.

Eppure questa riflessione porta con sé un paradosso.

Forse Devilman oggi non avrebbe il medesimo impatto proprio perché, in questi cinquant’anni, il fumetto è cambiato anche grazie ad opere come questa. Il linguaggio si è evoluto, gli autori hanno sperimentato nuove tecniche narrative e ciò che nel 1972 rappresentava una rivoluzione oggi è diventato parte integrante del modo di scrivere storie.

Per questo motivo sarebbe sbagliato misurare il valore di Devilman esclusivamente sulla sua capacità di intrattenere il lettore contemporaneo. La sua importanza va ben oltre.

Il mio parere su Devilman

Devilman non mi è piaciuto.

Complici di questo giudizio, che non lascia spazio a equivoci, sono la già menzionata scrittura prolissa e una serie di dialoghi che ho trovato spesso banali e ripetitivi. A dare il colpo di grazia alla mia esperienza di lettura sono stati però i disegni, che in alcuni momenti mi sono sembrati davvero frettolosi e poco curati, quasi come se il sensei Go Nagai stesse disperatamente cercando di vincere una gara contro il tempo. E, considerando i ritmi folli a cui sono spesso sottoposti gli autori di manga, forse non sono nemmeno troppo lontano dalla realtà.

Detto questo, ho cercato di mantenere distinto il mio giudizio personale da una valutazione più oggettiva dell’opera. E, nonostante non abbia apprezzato Devilman come lettore, non posso ignorarne l’importanza: siamo davanti a un’opera seminale, capace di contribuire alla definizione del manga horror e di influenzare numerosi autori negli anni successivi alla sua pubblicazione.

Conclusione

Leggere Devilman nel 2026 significa accettare un compromesso.

Significa mettere da parte, almeno per qualche ora, le aspettative costruite da decenni di manga dal ritmo serrato e lasciarsi trasportare da un’opera che racconta una grande storia con il linguaggio della sua epoca.

Non è una lettura che consiglierei a chi si avvicina per la prima volta al fumetto horror giapponese o, più in generale, al manga. Richiede pazienza, capacità di contestualizzazione e la volontà di andare oltre una narrazione che oggi può apparire datata.

Chi sarà disposto a farlo, però, scoprirà un’opera che continua ad avere molto da dire. Per il suo peso storico, per il coraggio con cui affronta determinati temi e per un finale che ancora oggi lascia il segno, Devilman resta una tappa fondamentale per comprendere l’evoluzione del manga horror.

E con Go Nagai ospite di Lucca Comics & Games 2026, non c’è probabilmente momento migliore per recuperare quello che, nonostante le inevitabili rughe del tempo, continua ad essere uno dei fumetti più importanti mai realizzati.

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Manga

Jun Mayuzuki ospite J-POP Manga a Milan Games Week 2026

J-POP Manga annuncia Jun Mayuzuki a Milan Games Week & Cartoomics 2026. Per la prima volta in Italia la mangaka di Kowloon Generic Romance

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J-POP Manga, in collaborazione con Milan Games Week & Cartoomics, annuncia l’arrivo di Jun Mayuzuki, autrice di Kowloon Generic Romance.

In occasione dell’atteso evento dedicato al fumetto, ai videogiochi e al mondo dell’intrattenimento, dal 27 al 29 novembre sarà per la prima volta in Italia Jun Mayuzuki, l’acclamata mangaka di Kowloon Generic Romance, il manga che ha conquistato lettori in tutto il mondo con la sua inconfondibile atmosfera sospesa tra romanticismo, mistero e fantascienza.

Ambientato nella leggendaria Città Murata di Kowloon, ormai scomparsa, Kowloon Generic Romance racconta la quotidianità di Reiko Kujirai e Hajime Kudo, due colleghi che lavorano in un’agenzia immobiliare. Tra le strade affollate, i piccoli locali e l’intricata architettura di una Kowloon che sembra esistere fuori dal tempo, il rapporto tra i due si trasforma lentamente in qualcosa di più. Ma dietro quella quotidianità apparentemente tranquilla si nasconde un mistero sempre più profondo, legato alla città stessa, ai ricordi e all’identità dei suoi abitanti.

Con il suo tratto elegante, Jun Mayuzuki dà vita a un’opera capace di mescolare generi diversi: una storia d’amore adulta, un mystery e un viaggio in una città nostalgica e impossibile, ricostruita attraverso vicoli, palazzi e luoghi che sembrano custodire i ricordi di un passato che non vuole scomparire.

Pubblicato in Italia da J-POP Manga, Kowloon Generic Romance è una delle opere più affascinanti degli ultimi anni e ha portato inoltre alla realizzazione di un adattamento anime e di un film live action.

Questo autunno i lettori italiani avranno l’occasione unica di incontrare la Sensei Jun Mayuzuki e scoprire da vicino il lavoro di una delle mangaka più apprezzate della sua generazione, autrice di un’opera capace di trasformare una città realmente esistita in un luogo sospeso tra memoria, desiderio e mistero.

Jun Mayuzuki sarà presente tutti i giorni di Milan Games Week & Cartoomics 2026.

Maggiori dettagli su incontri, orari e regolamento dei firmacopie verranno comunicati nei prossimi mesi sul sito e sui canali social di J-POP Manga.

* Ringraziamo l’Ufficio Stampa J-Pop Manga per il comunicato di cui sopra, che abbiamo condiviso con i nostri lettori

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Fumetti

Frame of Manga – L’universo a fumetti di Satoshi Kon: Opus

Nel 3° episodio di Frame of Manga, rubrica che ripercorre tutte le produzioni a fumetti del grande autore Satoshi Kon, parliamo di Opus.

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Kentaro Miura muore il 6 maggio 2021. La sua opera magna Berserk, caposaldo del linguaggio manga nel mondo, rimane inizialmente incompiuta. Tuttavia, dopo poco tempo, viene annunciata direttamente dalla casa editrice Hakusensha la ripresa della pubblicazione: i disegni saranno realizzati dallo Studio Gaga, team artistico fondato dallo stesso Miura, sotto la supervisione di Kōji Mori, fumettista e grande amico del maestro, il quale ha personalmente raccontato tutti i piani per la continuazione del suo manga e consegnato pezzi di sceneggiatura riguardanti i passaggi principali che dovranno essere trasposti su tavola.

La particolare situazione in cui si è ritrovato questo fumetto ha acceso, ormai qualche anno fa, due principali discussioni. La prima riguardante le motivazioni della prematura scomparsa di Miura, dovuta ad una dissezione ortica ed un costante dolore al torace causato dall’incessante ritmo di lavoro: si ritorna a parlare dell’estenuante vita dei mangaka, dei turni lavorativi pieni di notti in bianco, dello stress causato dalle continue pressioni delle scadenze.

Dall’altra la discussione verte sul senso di leggere un’opera senza il suo autore originale. Nonostante il gradevole sforzo da parte degli artisti ingaggiati da Miura nel suo studio di replicare la complessità manieristica delle sue tavole, rimane impossibile non percepire una differenza: la composizione della tavola, le inquadrature sui volti dei personaggi e il ritmo delle scene sono variabili che, soprattutto per l’utenza più appassionata, sono altamente visibili.

L’ultima tavola di Berserk realizzata da Kentaro Miura

Ne consegue dunque, da parte di una fetta di pubblico, l’impressione di un Berserk diverso fatto esclusivamente per macinare soldi anche sui morti e dal quale vale la pena distaccarsi definitivamente, ricordando con tristezza l’ultima e bellissima tavola realizzata dal maestro, in un coito interrotto quasi romantico se si pensa alla tragica fine di questo autore.

Il vuoto artistico creato da Miura non è poi tanto dissimile da quello lasciato dal grande Satoshi Kon, la cui morte colpisce l’intero mondo del cinema. Sul fronte del fumetto, anche l’eccentrico regista affronta il dover lasciare un’opera incompiuta, tuttavia egli ne ribalta il concetto in una serie pubblicata su Comic Guys nel 1985 della quale discutiamo in questa puntata di Frame of Manga: Opus.

La vita del comune mangaka

Fin dall’inizio della serializzazione, Kon sceglie di raccontare il rapporto tra il fumettista e il mondo del manga. Tutto viene tracciato già dal primo capitolo, con la presentazione del mondo di “Resonance” dallo stile pienamente cinematografico, ormai maturato dall’esperienza al fianco di Katsuhiro Otomo durante la produzione del film Memories.

Da subito ci si trova di fronte ad una narrazione a strati: il mondo di Resonance, la frenesia della Tokyo contemporanea vista dagli occhi del noto mangaka Chikara Nagai, la riflessione psicologica di tutti i protagonisti, con i loro sogni e le loro fantasie che si manifestano a livello fisico. Tutta questa struttura diviene ben presto un racconto sull’autore Satoshi Kon.

Nagai è una scusa per raccontare tutto l’anno di pubblicazione di Opus, sempre con l’occhio puntato verso il cinema d’animazione. Capitolo dopo capitolo, il manga si trasforma in un grande giocattolo che il buon Satoshi finisce per usare come esperimento narrativo e grafico.

Da una parte posiziona un protagonista onnisciente costretto a proiettare nella sua realtà la storia che lui stesso concepisce come fantasia, dall’altra la giovane poliziotta telepate Satoco Miura e tutta la schiera di comprimari che scoprono la vera natura della vita che finora hanno vissuto.

Una tavola raffigurante Satoco Miura

La vita è la fiction

Truman Burbank, il protagonista del film The Truman Show interpretato da Jim Carrey, vive lo stesso trauma di Satoco: tutta la sua vita era prevista e predeterminata da un creatore, qualcuno che muoveva i fili di tutte le interazioni che la giovane ragazza avrebbe avuto nella sua esistenza. Tutto questo per il mero intrattenimento di migliaia di persone, ogni singolo giorno (o settimana, se ci riferiamo alla pubblicazione del fumetto).

A differenza del personaggio scritto da Andrew Niccol, la poliziotta si interfaccia da subito col diretto responsabile del suo “Truman Show”, continuando a cambiare costantemente opinione a proposito di questo presunto “Dio”.

Non ne verrà mai intimorita, ma allo stesso tempo si ritroverà indecisa nel doverlo per forza proteggere: e se gli accadesse qualcosa? Moriremmo tutti istantaneamente, visto che siamo frutto della sua fantasia?

Nel vederla passeggiare per un istante nella realtà del mangaka, frenetica ma piena di pace, si comincia anche a riflettere sul significato del creare storie per forza violente e piene di drammi per intrattenere.

Ci sono personaggi, come Rin, che ribaltano lo stereotipo dell’ingenuo ragazzino pieno di energie proveniente dalle serie a fumetti per ragazzi: in questo caso il ragazzo viene posto davanti alla tavola che rappresenta la sua morte nella storia. Da qui inizia una corsa frenetica per cercare di aggrapparsi alla vita, con la paura che il creatore della storia possa pubblicare quel momento e mettere la pietra tombale su una vita che adesso ha un rinnovato livello di coscienza.

Sul fronte grafico Satoshi Kon si diverte invece a giocare con lo sfondo diegetico, rendendo i grandi palazzi delle mere sagome con proporzioni sconnesse a quelle dei personaggi. Pagina dopo pagina il mondo di fantasia creato dal fumettista Nagai si sgretola, tutte le sue idee si ribaltano e nessuno riesce ad avere più il controllo sul continuo della storia.

Dall’alto della sua scrivania, solo il grande Kon può intervenire e fermare la follia chiamata Opus. E infatti, con un finale metafumettistico messo su tavola come bozza, la storia si interrompe.

Dopo un anno di pubblicazione, il fumetto si ferma a causa della chiusura della rivista Comic Guys e della mancata disponibilità dell’autore, che ha ricevuto la proposta per la produzione di Perfect Blue, il suo primo lungometraggio che segnerà l’inizio della sua folgorante carriera registica.

         

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Finale (in)compiuto

Con Opus Satoshi Kon elabora ancora di più il suo linguaggio e trova il trucco per scassinare il mondo del fumetto, rendendo perfino l’incompiutezza narrazione. Una selezione di personaggi che nascono per essere cavie da laboratorio sulla quale provare un esperimento.

Grazie alla recentissima ristampa da parte di Planet Manga, oggi è possibile leggere Opus nella sua versione integrale, con il finale “appositamente abbozzato” da Kon.

Una storia senza epilogo e allo stesso tempo completa d’avanguardia, che ancora una volta lascia il rammarico di centinaia di appassionati che avrebbero voluto sapere la prossima pagina della carriera di questo grande maestro.


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