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Absolute Batman Annual: Un Cavaliere Oscuro da Eisner Awards

Absolute Batman Annual #1 è stato protagonista agli Eisner Awards 2026 con una vittoria nella categoria Best Single Issue/One-Shot. Non potevamo non prendere in esame l’albo scritto e disegnato da tre grandi autori del fumetto americano: Daniel Warren Johnson, James Harren e Meredith McCLaren

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È proprio il caso di dire che il Cavaliere Oscuro ha colpito ancora.

Questo perché vincere un Eisner Award, prestigioso riconoscimento in ambito fumettistico, non è mai facile né scontato. Se a conquistarlo è un one-shot di Batman realizzato da tre grandi autori come Daniel Warren Johnson, James Harren e Meredith McCLaren, la notizia fa ancora più parlare di sé.

Bisogna dire che, quest’anno, l’Uomo Pipistrello in versione “Absolute” si è portato a casa ben due Eisner Awards al San Diego Comic-Con 2026: sia come Best Continuing Series per la serie regolare di Scott Snyder e Nick Dragotta, sia, appunto, come Best Single Issue/One-Shot per Absolute Batman 2025 Annual #1.

Che la serie ideata da Snyder e Dragotta sia una delle punte di diamante dell’ultima era di DC Comics ormai è un dato di fatto, ma il sottoscritto non avrebbe mai immaginato che anche il primo Annual di Absolute Batman potesse arrivare a vincere l’ambito premio dedicato al maestro Will Eisner.

L’albo in questione, pubblicato in Italia da Panini Comics su Absolute Batman #15, racchiude al suo interno le tre storie realizzate da Johnson, Harren e McCLaren. Si tratta di tre racconti molto diversi tra loro, che esplorano i primi passi di Absolute Batman come giustiziere di Gotham City e, al contempo, esaltano lo stile personale di ciascuno dei tre autori.

La forza di questo one-shot sta nel rappresentare in maniera esaustiva, nelle poche pagine a disposizione, questa versione del Cavaliere Oscuro, permettendo anche a chi non ha mai preso in mano un numero di Absolute Batman di conoscerne le sfaccettature, i punti di forza e le debolezze.

Allo stesso tempo, le tre storie mostrano l’oscuro mondo in cui Batman vive e agisce come vigilante, dove regnano odio, malvagità e disprezzo: un vero e proprio girone infernale nel quale un eroe deve prendere misure drastiche per la propria sopravvivenza e per quella delle persone che ama.

L’Absolute Batman di Daniel Warren Johnson: non il modo giusto, ma il mio

Daniel Warren Johnson è uno dei fumettisti più interessanti degli ultimi anni, come dimostrano i numerosi riconoscimenti ricevuti dalla critica e dal pubblico nel corso della sua carriera, oltre agli Eisner Awards conquistati in passato per l’opera creator-owned Do a Powerbomb!, nel 2023, e per il rilancio di Transformers per Skybound, nel 2024.

Siamo di fronte a un autore che, nel corso degli anni, ha perfezionato uno stile unico e dinamico, caratterizzato da numerose contaminazioni artistiche orientali e da un’estetica metal. Johnson ha, inoltre, la capacità di costruire storie drammatiche e dal forte carico emotivo, utilizzando spesso la violenza come elemento di grande impatto visivo per amplificare ulteriormente la forza delle sue tavole.

La scelta di DC Comics di affidare la storia principale di Absolute Batman 2025 Annual #1 a Daniel Warren Johnson è stata quasi naturale, perché chi meglio di lui avrebbe potuto ideare una trama perfetta per la versione dell’Uomo Pipistrello più brutale mai creata nei comics, che si muove nel mondo oscuro, sudicio e malato di Darkseid?

Quello che fa Johnson è molto semplice: trasporta Bruce Wayne fuori dal contesto urbano e tossico di Gotham City e lo conduce nella cosiddetta “Palude del Massacro”, dove vivono alcuni senzatetto, per lo più clandestini e stranieri, che ricevono aiuto da Padre Peters.

Uomini, donne e bambini alla ricerca di una speranza e di una vita normale vengono presi di mira da un gruppo di estremisti che, capitanati da un certo Deejay, hanno intenzione di “ripulire” con ogni mezzo a disposizione la Tendopoli che si è creata ai confini del paese dove vive il prete. Batman non è d’accordo e farà prevalere la sua giustizia spietata su chi cercherà di uccidere quella povera gente.

La storia di Johnson costituisce il piatto forte di Absolute Batman Annual e imbastisce una trama carica di drama, prendendo spunto da situazioni brutali e fatti di cronaca reale. Impossibile non notare il parallelismo tra i villain e le azioni portate avanti negli ultimi tempi dalla I.C.E. statunitense, che ha contribuito, con metodi poco ortodossi e spesso violenti, a far rispettare le leggi sull’immigrazione. Ma, senza citare le sole forze governative, basti pensare alla piaga razzista che da sempre attanaglia gli Stati Uniti, soprattutto nelle zone di periferia di alcuni Stati, dove il Ku Klux Klan e altre forme di propaganda razziale non sono mai state completamente debellate.

Johnson porta la realtà all’interno delle pagine di Absolute Batman, e appare quasi ironico che il Mondo Oscuro creato da Darkseid, dove vive questa versione del Crociato Incappucciato, sia quello più vicino al nostro.

L’autore statunitense coglie in pieno l’essenza del Batman Assoluto e porta allo stremo la brutalità e la violenza dell’Uomo Pipistrello, trasformandolo quasi in un emulo del Charles Bronson de Il Giustiziere della Notte, o semplicemente nella versione più rabbiosa del Punisher Marvel. In questa storia Batman raggiunge vette di aggressività mai viste, colpito emotivamente dalla situazione che lo circonda, che lo porta ad applicare nella forma più risoluta la sua concezione di giustizia, superando la sottile linea che lo separa dalle persone che spesso combatte.

Ed è il momento di riflessione, il ricordo di una persona che non c’è più, a far comprendere all’uomo sotto la maschera, Bruce Wayne, che per essere un eroe quello non è il modo giusto di combattere il crimine.

Sulle matite, Johnson è… semplicemente il “solito” spettacolare Johnson, con tavole ricche di azione in puro stile cinematografico, che da sempre contraddistingue la sua arte, aiutato da onomatopee che bucano la pagina, alternate a tavole di dialogo che spesso sono un vero e proprio pugno nello stomaco, per quanto risultino immersive grazie all’espressività dei disegni dell’autore.

E, leggendo questa storia, era impossibile non pensare che meritasse un premio.

L’Absolute Batman di James Harren: Sanctuary

James Harren è un altro autore dall’identità artistica ben definita. Co-creatore di Rumble insieme a John Arcudi, Harren si distingue per uno stile decisamente action e personale, che anche lui strizza l’occhio all’Oriente. Per chi non l’avesse ancora recuperato, è assolutamente consigliato il suo Ultra Mega, saga che è una vera e propria lettera d’amore alla cultura orientale e, in particolare, ai kaiju, che Saldapress ha portato in Italia in cinque volumi.

In Sanctuary, Harren porta il suo tratto alla corte di Batman, raccontando una storia che vede protagonisti, oltre al Cavaliere Oscuro, anche i Party Animals, gli scagnozzi di Maschera Nera.

Un giovane ragazzo di nome Victor è entrato nei Party Animals e conduce alcuni di loro all’interno della casa di suo padre, un pastore che vive in una chiesa di Gotham, per rapinarla. Ma Batman è nei paraggi e darà molto filo da torcere agli uomini di Maschera Nera, nemico con cui incrocerà di nuovo la strada nel primo ciclo di storie che hanno inaugurato il mito di Absolute Batman.

In questa breve storia, Harren presenta ancora una volta una vicenda violenta, con al centro un gruppo di persone traviato, ancora uomini di chiesa sullo sfondo e Batman nel mezzo. Il tratto e lo stile di Harren, da sempre caratterizzati da personaggi con caratteristiche spesso “mostruose” e proporzioni caricaturali al limite dell’umanità, ci offrono un Crociato Incappucciato che, nella versione dell’autore, è silenzioso, all’apparenza più mostruoso e mastodontico, con un mantello che, nei momenti di lotta, pare muoversi in autonomia quasi fosse vivo.

Una versione decisamente interessante, dove a parlare sono soprattutto i villain della storia e Batman appare quasi come una creatura soprannaturale e leggendaria, metà uomo e metà pipistrello, mossa solamente dalla sua personale missione di purificare Gotham.

Una visione interessante del personaggio, che si intreccia con una storia familiare fatta di incomprensioni e dolore e con un gruppo di criminali che approfittano della fragilità di un ragazzo.

L’Absolute Batman di Meredith McCLaren: Alla scoperta dei pipistrelli

In chiusura di albo troviamo la storia di due pagine di Meredith McCLaren, artista dallo stile manga che racconta una vicenda bizzarra fatta di social, post e tweet relativi agli avvistamenti della “creatura della notte” da parte della popolazione di Gotham.

In questa storia, Absolute Batman non è il protagonista diretto, ma lo è attraverso gli occhi delle persone che salva, aiuta e persino dei criminali che cattura. È la percezione che gli abitanti hanno del loro protettore a manifestarsi nei commenti degli stessi, contribuendo a portare avanti la leggenda dell’Uomo Pipistrello.

Contaminazione e talento: il segreto del successo agli Eisner di Absolute Batman

Come anticipato sopra, l’Annual di Absolute Batman è caratterizzato da tre autori con stili molto diversi tra loro, ma che hanno due cose in comune: il talento cristallino e la contaminazione con la cultura fumettistica orientale, ormai entrata prepotentemente anche nei gusti del pubblico americano attraverso manga e anime.

E Absolute Batman ne è l’emblema: un prodotto con protagonista un’icona supereroistica del mercato comics americano, che da subito ha sottolineato, attraverso omaggi, storie e stili, quanto la cultura manga e anime sia divenuta di dominio internazionale e sia seguita e apprezzata anche oltreoceano.

Ma non c’è solo questo dietro Absolute Batman, una serie contraddistinta dal talento dei suoi autori e da idee capaci di reinterpretare in maniera fresca e originale un personaggio in giro da 87 anni. E questo si è riflesso nell’albo speciale attraverso le parole e le matite di altrettanti autori incredibili come Daniel Warren Johnson, James Harren e Meredith McCLaren, che hanno saputo cogliere gli aspetti più importanti del personaggio, tanto da valere loro un Eisner Award.

Il Cavaliere Oscuro ha colpito ancora una volta. E non sarà l’ultima.

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Transformers: perché la serie di Daniel Warren Johnson è il cuore dell’Energon Universe

Ecco perchè Transformers (Image Comics, Saldapress) di Daniel Warren Johnson è il cuore pulsante dell’Energon Universe.

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L'Energon Universe arriva in Italia

Nel nostro precedente approfondimento dedicato a G.I. Joe abbiamo visto come la nascita della nuova squadra e l’ascesa di Cobra siano strettamente legate agli eventi che sconvolgono il mondo. 

Per comprendere davvero le origini di quel conflitto, però, bisogna tornare al punto da cui tutto ha avuto inizio: la guerra tra Autobot e Decepticon raccontata nella serie Transformers di Daniel Warren Johnson. È qui che l’Energon diventa il fulcro dell’intero universo condiviso, dando il via a una catena di eventi destinata a influenzare tutte le serie pubblicate da SaldaPress.

I quattro volumi: il cuore della nuova saga

Transformers Vol. 1 – L'inizio della guerra

Il primo volume rappresenta molto più di un semplice nuovo inizio per i Transformers: è una vera e propria dichiarazione d’intenti. Daniel Warren Johnson evita le classiche storie di origine e catapulta il lettore nel pieno della guerra tra Autobot e Decepticon, mostrando fin dalle prime pagine quanto il conflitto sia brutale e senza esclusione di colpi. La Terra diventa il nuovo teatro dello scontro e gli esseri umani si trovano coinvolti in una battaglia combattuta da fazioni infinitamente più potenti di loro. Al centro della vicenda c’è un Optimus Prime profondamente diverso dall’eroe infallibile di molte incarnazioni precedenti: è un comandante segnato dalle perdite, costretto a prendere decisioni dolorose pur di garantire un futuro ai suoi compagni. L’autore riesce così a coniugare l’azione spettacolare con una forte componente emotiva, gettando le basi narrative dell’intero Energon Universe.

Transformers Vol. 2 – Le ferite del conflitto

Nel secondo volume il ritmo non rallenta, ma la serie cambia prospettiva. Se il primo tomo era dedicato principalmente alla presentazione del conflitto, qui l’attenzione si sposta sulle sue conseguenze. Gli Autobot devono affrontare perdite, difficoltà logistiche e continui dubbi sulla propria missione, mentre i Decepticon mostrano crepe sempre più evidenti nella loro catena di comando. Johnson dedica maggiore spazio alla caratterizzazione dei personaggi, rendendo figure come Starscream, Soundwave e Optimus Prime sorprendentemente sfaccettate. Parallelamente cresce anche il ruolo degli esseri umani, che non sono più semplici spettatori ma diventano parte integrante degli eventi. È inoltre il volume che inizia a collegare in maniera più evidente Transformers alle altre serie dell’Energon Universe, preparando il terreno ai futuri sviluppi che coinvolgeranno Void Rivals e G.I. Joe.

Transformers Vol. 3 – L'escalation della guerra

Con il terzo volume la serie raggiunge uno dei suoi momenti più spettacolari. L’ingresso in scena dei Combiner porta il conflitto a un livello completamente nuovo, offrendo alcune delle sequenze d’azione più impressionanti dell’intera collana. Tuttavia Daniel Warren Johnson dimostra ancora una volta che il vero punto di forza della serie non è soltanto la spettacolarità dei combattimenti. Dietro ogni scontro si nascondono infatti rapporti di fiducia, rivalità, sacrifici e scelte morali che rendono la guerra sempre più complessa. Il volume approfondisce anche il tema della leadership, mostrando quanto il peso delle responsabilità ricada su Optimus Prime e quanto le ambizioni personali rischino di compromettere il fronte dei Decepticon. È probabilmente il capitolo che meglio sintetizza il perfetto equilibrio tra intrattenimento e sviluppo dei personaggi.

Transformers Vol. 4 – Il passato che cambia il futuro

Il quarto volume rappresenta una svolta importante per la serie. Pur continuando a raccontare la guerra sulla Terra, Johnson sceglie di guardare anche al passato di Cybertron, approfondendo le origini del conflitto e il rapporto tra Optimus Prime e Megatron. Attraverso flashback e nuove rivelazioni, scopriamo come la guerra non sia nata semplicemente dalla contrapposizione tra bene e male, ma da ideali differenti, errori e decisioni che hanno cambiato il destino di un intero pianeta. Parallelamente la Matrice del Comando assume un ruolo centrale, mettendo in discussione il concetto stesso di leadership e il futuro degli Autobot. L’inclusione dell’Energon Universe Special 2025 amplia ulteriormente la portata della storia, consolidando i legami con le altre serie dell’universo condiviso e preparando il terreno agli eventi che verranno. Questo volume conferma definitivamente come il nuovo Transformers non sia soltanto una serie ricca d’azione, ma un racconto corale capace di dare profondità e spessore a uno dei franchise più iconici del fumetto e dell’animazione.

I due fronti della guerra

Cybertron: un mondo perduto

Sebbene gran parte della serie si svolga sulla Terra, l’ombra di Cybertron incombe costantemente su ogni evento. Attraverso flashback, ricordi e rivelazioni, Daniel Warren Johnson mostra un pianeta devastato da milioni di anni di guerra civile, un tempo culla di una civiltà straordinariamente avanzata e ormai ridotto a un simbolo di ciò che il conflitto può distruggere. È proprio su Cybertron che affondano le radici dello scontro tra Optimus Prime e Megatron e che prendono forma le profonde divisioni ideologiche tra Autobot e Decepticon. Nel quarto volume, il ritorno al passato permette di comprendere meglio le origini della guerra e il peso delle scelte compiute dai due leader, dimostrando come il conflitto non sia nato da una semplice lotta tra bene e male, ma da visioni opposte del futuro del loro popolo. Cybertron diventa così molto più di uno sfondo narrativo: è una ferita aperta che continua a influenzare ogni decisione presa dai suoi sopravvissuti.

La Terra al centro della guerra

Se Cybertron rappresenta il passato della guerra, la Terra ne è il presente e, soprattutto, il futuro. Per Autobot e Decepticon il nostro pianeta non è soltanto un rifugio o un nuovo campo di battaglia, ma una risorsa strategica destinata a cambiare gli equilibri dell’intero universo. La presenza dell’Energon e delle tecnologie cybertroniane attira entrambe le fazioni, trasformando città, basi militari e piccoli centri abitati in scenari di scontri devastanti. Daniel Warren Johnson racconta questo fronte con grande attenzione alle conseguenze del conflitto: edifici distrutti, civili costretti a convivere con una guerra che non appartiene loro e governi impreparati ad affrontare una minaccia di tale portata. È proprio sulla Terra che i destini di esseri umani e Cybertroniani finiscono per intrecciarsi, gettando le basi per gli sviluppi dell’Energon Universe e preparando il terreno all’arrivo delle organizzazioni che saranno protagoniste di G.I. Joe e Cobra. In questo modo il pianeta diventa il crocevia di tutte le principali linee narrative dell’universo condiviso, nonché il luogo in cui si deciderà il destino di entrambe le specie.

Dentro la guerra: i protagonisti del conflitto. Due leader, due ideali

Optimus e Megatron: lo scontro che decide il destino di Cybertron

Il cuore della serie Transformers non è soltanto la guerra tra Autobot e Decepticon, ma il profondo dualismo tra Optimus Prime e Megatron. Daniel Warren Johnson recupera uno degli elementi più affascinanti della mitologia dei Transformers: i due leader non sono semplicemente eroe e villain, ma rappresentano due idee opposte di giustizia, libertà e potere. Entrambi desiderano un futuro migliore per Cybertron, ma i mezzi scelti per raggiungerlo li conducono su strade inconciliabili.

Optimus Prime incarna la convinzione che una guida debba conquistare il rispetto attraverso il sacrificio, la compassione e l’esempio. Ogni decisione che prende è accompagnata dal peso delle responsabilità verso i suoi compagni e dalla volontà di preservare la vita, anche quando ciò comporta enormi rischi personali. La sua leadership non nasce dalla forza, ma dalla fiducia che gli altri ripongono in lui. Megatron, al contrario, vede nel potere l’unico strumento capace di cambiare davvero il mondo. La sua esperienza gli ha insegnato che il dialogo e la diplomazia non bastano a spezzare un sistema corrotto e che solo la forza può garantire un nuovo ordine. Proprio questa convinzione lo porta a trasformare una rivoluzione in una guerra senza fine, in cui il fine finisce spesso per giustificare qualsiasi mezzo.

Uno degli aspetti più riusciti della serie è proprio il modo in cui Johnson evita una contrapposizione semplicistica tra bene e male. Attraverso i flashback e le rivelazioni sul passato di Cybertron, emerge come Optimus Prime e Megatron condividessero inizialmente il desiderio di costruire un futuro più giusto per il loro pianeta. È la diversa interpretazione di quel sogno a renderli nemici, trasformando il loro confronto in una vera e propria tragedia. Per questo motivo il conflitto tra Autobot e Decepticon assume una dimensione che va oltre le battaglie: è lo scontro tra due ideali destinati a influenzare il destino di un’intera civiltà.

I Decepticon: un impero costruito sul tradimento

Uno degli aspetti più interessanti della serie di Daniel Warren Johnson è il modo in cui vengono rappresentati i Decepticon. Lontani dall’essere un esercito compatto e disciplinato, sono una fazione profondamente divisa, in cui ambizioni personali, sete di potere e rivalità interne rischiano continuamente di compromettere gli obiettivi comuni. Con Megatron assente per buona parte della storia, il comando passa a Starscream, ma la sua leadership è tutt’altro che indiscussa. Ogni decisione viene messa in discussione e il timore di perdere il controllo alimenta un clima di sospetto costante.

Le tensioni emergono soprattutto nel rapporto tra Starscream e gli altri alti ufficiali, ciascuno con una propria visione del futuro dei Decepticon. Personaggi come Soundwave dimostrano una lealtà più rivolta alla causa che al singolo comandante, mentre altri sono pronti a sfruttare ogni occasione per migliorare la propria posizione. Questo equilibrio precario rende i Decepticon imprevedibili: spesso le sconfitte non derivano dalla superiorità degli Autobot, ma dalle divisioni che li consumano dall’interno.

Johnson utilizza queste rivalità per raccontare una fazione molto più complessa rispetto alle incarnazioni classiche. I Decepticon non sono semplicemente “i cattivi”: sono un’organizzazione in cui il potere si conquista con la forza, l’inganno e il tradimento, e dove la fiducia è una risorsa rara. Le continue lotte intestine non solo arricchiscono la caratterizzazione dei personaggi, ma contribuiscono a rendere la guerra ancora più instabile, dimostrando che, a volte, il nemico più pericoloso non è l’esercito avversario, bensì chi combatte al tuo fianco.

Spike e Carly: due umani in una guerra di giganti

In una serie dominata da giganteschi robot alieni, Spike Witwicky e Carly svolgono un ruolo fondamentale: sono gli occhi attraverso cui il lettore osserva il conflitto tra Autobot e Decepticon. Daniel Warren Johnson recupera due personaggi storici della mitologia dei Transformers e li reinterpreta in chiave moderna, evitando di relegarli al ruolo di semplici comprimari. La loro presenza non serve soltanto a creare un collegamento tra il mondo umano e quello dei Cybertroniani, ma contribuisce a dare una dimensione più concreta alle conseguenze della guerra.

Spike rappresenta l’umanità più istintiva e impulsiva. Coinvolto suo malgrado negli eventi, si trova rapidamente a confrontarsi con una realtà molto più grande di lui, imparando che il coraggio non significa essere invincibili, ma scegliere di agire anche quando si ha paura. Il suo rapporto con Optimus Prime e gli Autobot si sviluppa gradualmente, fondandosi sulla fiducia reciproca piuttosto che sull’ammirazione cieca, fino a renderlo uno degli alleati più importanti della resistenza terrestre. 

Carly, dal canto suo, offre una prospettiva diversa e complementare. Intelligente, determinata e capace di mantenere la lucidità anche nelle situazioni più disperate, non è la classica “spalla” dell’eroe, ma un personaggio attivo che partecipa agli eventi e contribuisce concretamente alle decisioni del gruppoIl rapporto con Spike aggiunge inoltre una dimensione emotiva alla storia, ricordando continuamente ciò che è davvero in gioco: non soltanto la sopravvivenza dei Cybertroniani, ma anche il futuro dell’umanità. Attraverso Spike e Carly, Johnson sottolinea uno dei temi centrali della serie: la guerra non coinvolge soltanto chi la combatte. Le loro vicende mostrano come il conflitto tra Autobot e Decepticon abbia un impatto diretto sulla vita delle persone comuni, trasformando due giovani apparentemente ordinari in protagonisti indispensabili di una storia che unisce fantascienza spettacolare e forte coinvolgimento umano.

La visione di Daniel Warren Johnson, l'autore che ha reinventato i Transformers

Quando nel 2023 è stato annunciato che Daniel Warren Johnson avrebbe scritto e disegnato la nuova serie di Transformers, le aspettative erano alte. Autore acclamato per opere come Murder Falcon, Do a Powerbomb! ed Extremity, Johnson aveva già dimostrato di saper coniugare azione travolgente e forte intensità emotiva. Con Transformers, però, la sfida era ancora più ambiziosa: rilanciare uno dei franchise più iconici della cultura pop senza tradirne l’identità.

Il risultato è una delle interpretazioni più convincenti mai dedicate ai Cybertroniani. Johnson sceglie di non limitarsi a raccontare una guerra tra robot giganti, ma costruisce una storia in cui i protagonisti sono prima di tutto personaggi. Optimus Prime, Starscream, Bumblebee e gli altri non combattono soltanto per vincere una battaglia: affrontano dubbi, sacrifici, perdite e conflitti interiori che li rendono incredibilmente umani, pur restando fedeli alla loro natura aliena.

Fondamentale è anche la sua doppia veste di sceneggiatore e disegnatore. Questa gli permette di orchestrare ogni tavola con un perfetto equilibrio tra testo e immagini, trasformando le spettacolari sequenze d’azione in strumenti di narrazione e non in semplici esercizi di stile. Le trasformazioni, gli scontri e perfino i momenti di silenzio raccontano qualcosa dei personaggi, dando vita a un fumetto in cui il linguaggio visivo ha la stessa importanza dei dialoghi.

Johnson riesce inoltre a trovare un equilibrio raro tra tradizione e innovazione. I design richiamano chiaramente l’estetica Generation 1, i personaggi conservano le caratteristiche che li hanno resi celebri e la mitologia classica viene rispettata, ma ogni elemento è reinterpretato con una sensibilità moderna. Il risultato è una serie capace di soddisfare i fan di lunga data e, allo stesso tempo, di rappresentare un punto di ingresso ideale per chi si avvicina per la prima volta all’universo dei Transformers.

È proprio questa visione a rendere la serie il cuore dell’Energon Universe. Daniel Warren Johnson dimostra che i Transformers possono essere molto più di un simbolo degli anni Ottanta: possono raccontare storie mature, emozionanti e coinvolgenti, senza rinunciare al senso di meraviglia che li accompagna fin dalla loro nascita. Il suo lavoro non si limita a rilanciare il franchise, ma ne ridefinisce il potenziale narrativo, ponendo le basi per quella che molti lettori e critici considerano una delle migliori incarnazioni dei Transformers mai realizzate.

L'arte della trasformazione

Uno degli aspetti più affascinanti dei primi quattro volumi di Transformers è il modo in cui Daniel Warren Johnson rappresenta la natura meccanica dei Cybertroniani. Le loro trasformazioni non sono semplici effetti spettacolari, ma processi complessi e credibili, in cui ogni ingranaggio, pistone, pannello e componente sembra avere una funzione precisa. L’autore dedica grande attenzione al funzionamento dei corpi dei Transformers, mostrando come siano vere e proprie macchine viventi: danneggiamenti, guasti e riparazioni hanno conseguenze concrete e contribuiscono a rendere ogni scontro ancora più intenso.

Le sequenze di trasformazione sono tra i momenti più iconici della serie. Johnson riesce a trasmettere tutta la complessità di questi esseri, illustrando il continuo movimento di parti meccaniche che si ricompongono fino a dare vita ai loro veicoli alternativi. Ogni personaggio possiede una trasformazione unica, studiata per rifletterne la personalità e il ruolo sul campo di battaglia: Optimus Prime diventa un possente camion, simbolo di forza e protezione, mentre altri Cybertroniani assumono forme più rapide, aggressive o specializzate, sfruttandole come parte integrante della propria strategia. Ma le trasformazioni non rappresentano soltanto una caratteristica estetica. Nella serie assumono un preciso valore narrativo: permettono ai personaggi di adattarsi rapidamente alle situazioni, di sorprendere gli avversari e di sfruttare al meglio le proprie capacità in combattimento. Daniel Warren Johnson utilizza questo elemento con grande creatività, costruendo scene d’azione dinamiche in cui il passaggio dalla modalità robot a quella veicolo diventa parte integrante della coreografia dello scontro, senza mai risultare gratuito.

Anche il design dei Cybertroniani contribuisce a rafforzare questa impressione di realismo meccanico. Pur richiamando le iconiche versioni Generation 1, ogni Transformer appare come una macchina credibile, fatta di metallo, bulloni, cavi e componenti in continuo movimento. Il risultato è una delle rappresentazioni più convincenti del franchise: le trasformazioni non sono soltanto il marchio di fabbrica della serie, ma l’espressione della natura stessa dei Cybertroniani, esseri viventi la cui identità è inscindibilmente legata alla loro straordinaria biomeccanic.

Quando l'azione prende vita

Uno dei motivi per cui Transformers è diventato uno dei fumetti più apprezzati dell’Energon Universe è il perfetto equilibrio tra sceneggiatura e comparto grafico. Daniel Warren Johnson non è soltanto lo scrittore della serie, ma anche il principale disegnatore dei primi archi narrativi, e questa doppia veste gli permette di costruire tavole in cui ogni scelta visiva è al servizio della narrazione. L’azione non è mai fine a sé stessa: la disposizione delle vignette, il ritmo della tavola e le inquadrature guidano il lettore attraverso combattimenti spettacolari senza sacrificare la chiarezza. Ogni trasformazione, ogni esplosione e ogni colpo hanno un peso narrativo preciso, contribuendo a trasmettere la tensione e la brutalità della guerra.

L’aspetto forse più sorprendente è la capacità di Johnson di rendere espressivi personaggi privi di un volto umano. Attraverso posture, movimenti, inclinazioni della testa e dettagli delle ottiche, Optimus Prime, Starscream, Soundwave e gli altri Cybertroniani riescono a comunicare emozioni profonde come paura, rabbia, dolore e speranza. È una narrazione fortemente visiva, in cui spesso basta una singola vignetta silenziosa per raccontare ciò che le parole non potrebbero esprimere con la stessa efficacia.

A partire dai volumi successivi, il testimone passa a Jorge Corona, che raccoglie un’eredità importante senza snaturare l’identità della serie. Il suo tratto mantiene il dinamismo e l’impatto spettacolare delle scene d’azione, ma introduce una maggiore fluidità e un’attenzione particolare alle espressioni e ai momenti più intimi, accompagnando la progressiva evoluzione della storia verso temi sempre più emotivi e introspettivi.
A completare il lavoro c’è il fondamentale contributo del colorista Mike Spicer, il cui utilizzo della luce e del colore diventa parte integrante della narrazione. Le tonalità calde e fredde scandiscono il ritmo emotivo del racconto, enfatizzano la monumentalità dei Cybertroniani e rendono immediatamente riconoscibili gli ambienti e le atmosfere. Il risultato è un fumetto in cui sceneggiatura, matite e colori dialogano continuamente tra loro, dimostrando come il comparto artistico non sia un semplice accompagnamento al testo, ma uno dei principali strumenti con cui Daniel Warren Johnson e gli altri autori costruiscono il coinvolgimento del lettore.

Perché questa serie conquista il lettore

Le emozioni dietro il metallo

Uno degli elementi che distingue il Transformers di Daniel Warren Johnson da molte interpretazioni precedenti del franchise è il grande spazio dedicato alle emozioni dei suoi protagonisti. Pur essendo esseri meccanici, gli Autobot e i Decepticon vengono raccontati come individui capaci di  provare sentimenti autentici: soffrono per la perdita dei compagni, stringono legami profondi, covano rancore e affrontano dubbi che influenzano ogni loro scelta. La guerra non è soltanto uno scontro tra fazioni, ma una tragedia che lascia cicatrici emotive su tutti i personaggi.

Optimus Prime è forse l’esempio più evidente di questo approccio. Nel corso dei quattro volumi il leader degli Autobot vive costantemente il peso delle responsabilità: ogni caduto rappresenta un fallimento personale e ogni decisione è accompagnata dal timore di sacrificare chi ha giurato di proteggere. La sua forza non deriva dalla superiorità fisica, ma dalla capacità di mettere sempre il bene collettivo davanti ai propri desideri, anche quando questo significa convivere con il senso di colpa e con il dolore.

Nel quarto volume questa dimensione diventa ancora più evidente, quando la crisi della Matrice del Comando si riflette anche sul suo equilibrio interiore, mettendo in discussione la sua stessa identità di leader. Anche tra i Decepticon le emozioni hanno un ruolo fondamentale, sebbene assumano una forma diversa. Orgoglio, ambizione, invidia e desiderio di rivalsa alimentano le continue lotte intestine che attraversano la fazione. Starscream è mosso dall’ossessione di dimostrare il proprio valore, mentre personaggi come Soundwave incarnano una lealtà quasi assoluta verso la causa. Questi sentimenti rendono i Decepticon molto più di semplici antagonisti: sono individui con convinzioni, paure e obiettivi spesso in conflitto tra loro, rendendo il fronte nemico tanto pericoloso quanto instabile. Johnson dedica inoltre grande attenzione ai rapporti di fiducia e fratellanza tra gli Autobot. I milioni di anni trascorsi a combattere insieme hanno trasformato la squadra in una vera famiglia, dove il sacrificio di un compagno pesa quanto quello di un fratello. È proprio questo legame a dare forza emotiva alle battaglie: ogni scontro non riguarda soltanto la vittoria o la sconfitta, ma la sopravvivenza di persone che condividono un passato, ricordi e ideali comuni. È anche grazie a questa profondità emotiva che la serie riesce a distinguersi.

Daniel Warren Johnson dimostra che i Transformers non sono soltanto giganteschi robot che si affrontano in spettacolari combattimenti, ma personaggi complessi, capaci di trasmettere emozioni universali. Dietro il metallo, gli ingranaggi e le trasformazioni si nascondono temi come il sacrificio, il senso di appartenenza, il lutto, la speranza e la ricerca della propria identità, rendendo questi quattro volumi tra i racconti più maturi e coinvolgenti mai dedicati ai Cybertroniani.

Conclusioni: molto più di una guerra tra robot

I primi quattro volumi di Transformers pubblicati da SaldaPress dimostrano come un franchise nato negli anni Ottanta possa ancora raccontare storie moderne, mature e sorprendentemente profonde. Daniel Warren Johnson e il team artistico costruiscono un’opera capace di andare oltre la spettacolarità delle trasformazioni e dei combattimenti, mettendo al centro temi universali come il sacrificio, la leadership, il peso delle proprie scelte, l’amicizia e la speranza. Ne nasce un racconto in cui ogni battaglia ha conseguenze concrete e ogni personaggio, da Optimus Prime a Starscream, contribuisce ad arricchire un universo narrativo in continua evoluzione.

Questi quattro volumi rappresentano inoltre il cuore pulsante dell’Energon Universe, gettando le basi per gli eventi che coinvolgono Void Rivals e G.I. Joe. Se nel nostro precedente approfondimento abbiamo visto come la guerra tra Cobra e G.I. Joe sia destinata a cambiare il destino della Terra, è proprio qui che tutto ha origine. Comprendere la lotta tra Autobot e Decepticon significa comprendere l’intera architettura dell’universo condiviso costruito da Skybound e portato in Italia da SaldaPress.

Che siate lettori storici dei Transformers o semplicemente curiosi di scoprire uno dei fumetti americani più acclamati degli ultimi anni, questa serie rappresenta un punto di partenza imprescindibile. Non è soltanto un rilancio di un marchio iconico, ma la dimostrazione che, quando grandi personaggi incontrano autori capaci di rileggerli con rispetto e ambizione, il risultato può diventare qualcosa di davvero speciale.

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Lanterns: Tutti i collegamenti dei primi episodi della serie TV con i fumetti DC

Tre episodi fitti di indizi quelli di Lanterns, la serie TV sulle Lanterne Verdi in corso su HBO Max che sta stregando i telespettatori. Ecco gli easter eggs e i collegamenti con i fumetti che abbiamo scovato nella visione delle puntate

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Lanterns, la nuova serie DC Studios arrivata su HBO Max, sta riscuotendo un grande successo. Ispirata alle leggendarie Lanterne Verdi, supereroi della DC Comics, nei primi tre episodi usciti, vede una fitta rete di collegamenti con i fumetti che gli sceneggiatori stanno costruendo mano a mano. Un settore spaziale citato di sfuggita, un cognome, una password, un’intera razza aliena rivelata solo al terzo episodio: la serie non smette di seminare indizi, alcuni evidenti, altri nascosti in una battuta o in un cartello pubblicitario sullo sfondo, con citazioni che solo i più attenti conoscitori dei comics possono avere colto.

Non un cinecomic in senso classico

Vale la pena ribadirlo, perché è la chiave per capire tutto il resto: Lanterns non è la serie sulle Lanterne Verdi che molti si aspettavano. Al timone ci sono Chris Mundy (Ozark), Damon Lindelof (Lost, Watchmen) e il fumettista Tom King, e il risultato è uno show che si muove più vicino a True Detective che al classico cinecomic: Hal Jordan (Kyle Chandler) e John Stewart (Aaron Pierre), due poliziotti intergalattici agli antipodi, indagano su una strage nell’America rurale che nasconde ramificazioni cosmiche. La struttura salta su tre linee temporali (1996, 2016, 2026), e nel finale del pilot arriva un colpo che rimette tutto in discussione e che eviteremo di raccontarvi per evitare spoiler.

Attenzione: da qui in poi l’articolo contiene alcuni accenni di trama e spoiler dei primi tre episodi di Lanterns, disponibili su HBO Max

Ep. 1 – Pilot: il Settore 2814, le origini di Hal e Black Mask

Il primo episodio è già una miniera di riferimenti.

All’interno del notiziario del 1996 che sta guardando il piccolo John all’inizio dell’episodio, scorre la sigla “SEC-2814“, il Settore Spaziale 2814 dei fumetti, la porzione di universo che ospita la Terra e che nelle storie passa da Abin Sur a Hal, John, Guy Gardner e Kyle Rayner. L’origin story di Hal viene rispettata quasi alla lettera; ex pilota dell’Air Force, padre morto in un incidente aereo, primo Lantern terrestre dal 1986.

Sempre in questo episodio, Hal cita di sfuggita una missione per sedare una guerra civile su un pianeta chiamato Pharon IV: un nome che i lettori più attenti hanno subito ricollegato alla bibliografia cartacea di Hal Jordan, che su quel pianeta ci era già stato nei fumetti originali.

E quando Hal parla dei “Grandi Capi Blu” che avrebbero scelto John per diventare una Lanterna, sta parlando, senza ancora mostrarli, proprio dei Guardiani dell’Universo, che la serie rivelerà per la prima volta solo nel terzo episodio.

Infine, sullo sfondo di una scena a Rushville, compare per la prima volta un cartellone della Janus Cosmetics, azienda che nei fumetti appartiene alla famiglia di Roman Sionis, alias Black Mask, villain dei DC Comics.

Il caso Kerry Kane: la sceriffa proveniente da Gotham City

Il collegamento più discusso dai fan riguarda però lo sceriffo di Rushville, Kerry (Kelly Macdonald). Già nel pilot chiude una telefonata con un “salutami Barb“, probabile riferimento a Barbara Gordon/Batgirl.

Nell’episodio 2 ammette di essere originaria di Gotham City, e online i fan hanno legato il suo cognome completo, Kane, alla stessa famiglia di Martha Kane (madre di Bruce Wayne) e di Kate Kane, in arte Batwoman. Non è ancora una conferma esplicita della serie, il cognome potrebbe anche omaggiare Bob Kane, co-creatore di Batman, o Gil Kane, storico disegnatore di Green Lantern, ma la somma degli indizi, incluso un accenno di Kerry a scontri pregressi con vigilanti mascherati, rende difficile pensare a una coincidenza.

Ep 2. -Trust Fall: Mogo, le uniformi delle Lanterne Verdi e Sinestro

Nell’episodio 2, John viene spedito da Hal a Coast City per recuperare la lanterna di ricarica, e trova nel suo armadio un’intera collezione di uniformi da Lanterna Verde fisiche e tangibili, una scelta di design che si discosta parecchio dal costume interamente digitale del Lanterna Verde di Ryan Reynolds nel film del 2011.

Il caveau che le custodisce, che si rivela essere una vera e propria dimensione tascabile, si apre solo pronunciando la parola d’ordine “Mogo doesn’t socialize“, titolo dello storico albo del 1985 firmato da Alan Moore e Dave Gibbons in cui viene introdotto Mogo, un intero pianeta senziente che è esso stesso una Lanterna Verde.

Sempre a Coast City, John incontra Earl, una pianta vorace che profuma di laboratorio di
Poison Ivy, anche se non vi sono conferme esplicite. L’episodio mostra anche il primo limite concreto delle Lanterne, l’anello che si scarica del tutto e ha bisogno di essere ricaricato all’interno della Lanterna, e solo dopo aver pronunciato il giuramento delle Lanterne Verdi.

Un lampo di colore giallo nella sigla d’apertura, infine, anticipa l’impurità che da sempre è il tallone d’Achille del potere verde e che contraddistingue anche una tipologia di Lanterne guidate da Sinestro nei fumetti.

Chi sono davvero i Manhunters?

Proprio nell’episodio 2 il nome Manhunters comincia a circolare con insistenza, ed è uno dei riferimenti più corposi dell’intera serie per chi mastica i fumetti. Nella mitologia originale, i Manhunters non sono affatto legati al Corpo delle Lanterne Verdi: sono un esercito di androidi senzienti creato dai Guardiani dell’Universo molto prima che il Corpo stesso esistesse, con il compito di pattugliare lo spazio e mantenere l’ordine.

Il problema è che i Manhunters, privi di libero arbitrio ma dotati di logica propria, finiscono per considerare imperfetta ogni forma di vita: la loro soluzione, in una delle pagine più cupe della mitologia di Green Lantern, è un genocidio ricordato nei fumetti come il Massacro del Settore 666, seguito da un tentativo di colpo di stato contro gli stessi Guardiani.

Sarà proprio il fallimento del progetto Manhunters a spingere i Guardiani a fondare, in sostituzione, il Corpo delle Lanterne Verdi, questa volta basato sulla volontà individuale dei portatori dell’anello anziché sulla logica pura di una macchina. Il fatto che la serie li citi così presto, ancora avvolti nel mistero, lascia intuire che il loro ruolo nella trama non sarà affatto marginale.

Sinestro: un villain con un legame importante con Hal Jordan

Nel finale dell’episodio 2 fa il suo ingresso Thaal Sinestro, interpretato da Ulrich Thomsen, mostrato già sconfitto e imprigionato in una struttura extraterrestre. È una scelta di scrittura che si allontana dal precedente cinematografico più noto, quello di Mark Strong nel Lanterna Verde del 2011, dove Sinestro era ancora un mentore integro: qui la serie preferisce raccontare le conseguenze della sua caduta piuttosto che il percorso che ce l’ha portato. Inoltre durante il confronto con Sinestro in cosa all’ episodio, Hal descrive John come il proprio “backup”, frase che pesa doppio sapendo che Guy Gardner (Nathan Fillion) è già apparso nel DCU cinematografico come prima Lanterna terrestre. Nel 2016 Guy non era ancora una Lanterna Verde? Chi tra Hal e Guy dice la verità? Domande che troveranno risposta (si spera) nei prossimi episodi di Lanterns.

Ep. 3 – OutKast: I Guardiani dell’Universo

Il terzo episodio, intitolato OutKast (con tanto di citazioni musicali del duo hip hop omonimo nel corso della puntata), regala finalmente la prima apparizione in scena di uno dei “Grandi Capi Blu” citati fin dal pilot: la Guardiana Lianna, interpretata da Laura Linney.

Ed è un momento che premia parecchio chi conosce la Silver Age dei fumetti: nella loro forma originale, introdotta nel 1960 su Green Lantern Vol. 2 #1 da Gil Kane e John Broome, i Guardiani sono una razza aliena immortale originaria del pianeta Maltus, trasferitasi poi su Oa. Nello show, l’aspetto di Lianna rispetta l’iconografia storica, pelle blu, capelli bianchi, vesti rosse, anche se in scala decisamente più imponente rispetto alle tavole a fumetti.

Nata nel 2003 dalla mente di Judd Winick e Dale Eaglesham sulle pagine di Green Lantern, Lianna, oltre all’iconica pelle blu, ha poteri straordinari, che vanno dalla manipolazione dell’energia cosmica al controllo dell’elettromagnetismo, fino a una forza sovrumana.

La parte più interessante è però la sua storia: a un certo punto decide di abbandonare i Guardiani e il loro rigido protocollo per intraprendere un viaggio personale. Questo percorso la porterà prima a seguire un ordine mistico guidato da Madre Zed e, più tardi, a combattere nello spazio profondo insieme al celebre gruppo di mercenari noti come gli Omega Men. Quindi la domanda è: Lianna fa parte dei Guardiani in questa serie o sta agendo per conto suo? Altro quesito da cui si attende risposta!

L’episodio conferma inoltre un dettaglio di quanto visto nell’episodio precedente: i Guardiani erano originariamente dodici, scesi a undici dopo che Sinestro ne ha ucciso uno, ed è proprio in seguito a quella perdita che gli anelli hanno smesso di scegliere da soli i propri portatori, lasciando il compito ai Guardiani in persona.

Tra i dettagli più curati per i fan più attenti, anche l’uniforme da Lanterna Verde che i genitori di John gli regalano per il suo quinto compleanno, fedele nei colori e nel taglio a diverse versioni della divisa vista sulle pagine a fumetti.

Una serie al momento più crime, ma che sta seminando indizi ed easter egg

Messi in fila, questi tre episodi raccontano una serie che gioca deliberatamente a incastro. Ogni dettaglio sembra pensato per tornare utile più avanti.

Tra Manhunters ancora avvolti nel mistero, Sinestro dietro le sbarre, l’arrivo dei Guardiani e molto altro, la strada verso il resto della stagione promette di restare fitta di indizi, per chi ama leggere tra le righe.

E se mantiene questa cura, Lanterns di HBO Max si candida per essere il miglior prodotto live action dedicato alla DC degli ultimi anni.

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Comics

Comics Legends: Intervista a Joe Rubinstein l’inchiostratore dei Supereroi

Nella rubrica Comics Legends abbiamo avuto l’onore di intervistare Joe Rubinstein, storico inchiostratore delle major, Marvel e DC Comics, celebre per essere stato l’apprendista di Dick Giordano e per aver lavorato su Wolverine insieme a Frank Miller e Chris Claremont

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Per diventare una Leggenda, devi lavorare insieme alle Leggende. E Joe Rubinstein lo ha fatto.

Ha lavorato al fianco di alcuni dei più grandi della storia dei comics: Dick Giordano, Joe Kubert, Jim Starlin, Wally Wood, Russ Heath, Frank Miller e molti altri.

In questa rubrica abbiamo ospitato sceneggiatori e disegnatori, ma questa è la prima volta che abbiamo la possibilità di parlare con un inchiostratore. E non potevamo che intervistare uno dei più grandi di sempre.

Joe ha portato avanti la professione di inchiostratore fin dagli inizi della sua carriera, lavorando con onore e nel pieno rispetto degli artisti con cui ha collaborato, con un unico obiettivo: esaltare l’arte e il tratto di ogni disegnatore.

Il ruolo dell’inchiostratore nella resa finale di una tavola è fondamentale e, purtroppo, si parla sempre troppo poco di questi grandi artisti e del loro lavoro spesso relegato al ‘dietro le quinte‘.

Joe ha voluto raccontarci la sua senza filtri, in questa lunghissima intervista in cui ha parlato della sua incredibile carriera, degli autori che ha incontrato nel corso della sua vita, della sua visione del lavoro e del ruolo dell’inchiostratore, oltre che dell’evoluzione che questa professione ha avuto nel fumetto americano moderno.

Ma ora spazio a Joe Rubinstein, che ringraziamo per tutto quello che ci ha raccontato con assoluta franchezza e spontaneità.


Joe Rubinstein: la Leggenda che ha lavorato con i migliori della storia dei comics

Ciao Joe, grazie mille per essere qui con PopCorNerd e benvenuto in Italia, anche se solo virtualmente!

Joe Rubinstein: Va benissimo. Cominciamo.

I fumetti sono diventati subito una parte importante della tua vita, soprattutto nei primi anni dopo il trasferimento dalla Polonia agli Stati Uniti. Cosa ti ha affascinato fin da subito del mondo dei comics?

Joe Rubinstein: In realtà con la mia famiglia ci siamo trasferiti dalla Polonia a Israele e poi negli Stati Uniti. Credo avessi circa cinque anni quando siamo arrivati negli U.S.A. Mio cugino più grande aveva un sacco di albi della Superman Family. Siccome non parlavo la lingua e non sapevo leggere, rimasi completamente affascinato dai fumetti semplicemente perché riuscivo a capire le immagini.

Come tanti bambini, usavo fogli a righe e pastelli a cera per disegnare i miei fumetti. Quando avevo undici anni iniziai a frequentare i corsi dell’Art Students League di New York, dove vivevo all’epoca.

A soli tredici anni lavoravi già nello studio di Neal Adams e Dick Giordano. Com’è stato entrare così giovane nel mondo del fumetto professionistico?

Joe Rubinstein: Non esageriamo. A tredici anni facevo semplicemente commissioni, preparavo il caffè e spazzavo il pavimento.

Quando ne avevo quindici ero diventato l’assistente di Dick e Neal. Ebbi anche l’opportunità di fare da assistente ad artisti incredibili come Wally Wood e Russ Heath.

All’epoca non esistevano né Internet tantomeno Federal Express. Se lavoravi nel mondo dei fumetti, praticamente dovevi vivere nell’area metropolitana di New York. Tutti conoscevano tutti.

Gli artisti passavano spesso dallo studio di Neal dopo essere stati alla Marvel o alla DC, perché erano poco distanti. Si fermavano lì, parlavano di fumetti e, naturalmente, veneravano Neal. Lo studio era diventato il posto dove bisognava essere. Molti artisti affittavano uno spazio lì dentro, ed è così che per un periodo diventai l’assistente di Wally Wood. Aveva bisogno di un posto dove lavorare.

Quanto è stato importante lavorare accanto a figure come Dick Giordano e Neal Adams? Qual è stata la lezione più preziosa che hai imparato da ognuno di loro?

Joe Rubinstein: Dick era una persona meravigliosa. Neal no. Dick ti aiutava, ti insegnava, ti dava consigli. Neal non aveva alcuna voglia di farlo.

Neal non era una brava persona: era offensivo sotto ogni punto di vista. Siccome era il mio idolo e io avevo solo tredici, quattordici o quindici anni, pensavo semplicemente che fosse normale essere trattato in quel modo. Ma non ero l’unico.

All’ora di pranzo ci sedevamo tutti insieme e parlavamo di quanto odiassimo Neal e di quello che ci aveva fatto quel giorno. La gente rimaneva lì perché aveva bisogno dei soldi, aveva bisogno di lavorare e pensava di poter imparare qualcosa. Credimi, esistono innumerevoli storie su come Neal trattasse male le persone. Io l’ho vissuto sulla mia pelle.

Lavorai lì fino ai diciassette anni. Un giorno sentii alcune persone parlare nella stanza accanto e uno disse: “Joe lavora come un matto qui dentro.”

Un altro rispose: “Sì, è vero. E Neal lo tratta davvero male.”

Per me fu una rivelazione. All’improvviso capii che non era quello il modo in cui avrei dovuto essere trattato. Prima di allora non avevo alcun termine di paragone. Così, poco dopo, me ne andai.

Anni dopo, per una serie di circostanze, tornai a lavorare lì per un breve periodo, quando avevo circa ventuno o ventiquattro anni. Sinceramente non ricordo quale delle due età. Dopo quell’esperienza non parlai più con Neal per i successivi quarant’anni, e la cosa mi andò benissimo.

Dick, invece, era una persona splendida. Gentile, affascinante, tutto ciò che si possa desiderare da un insegnante e da un essere umano.

Quando morì, la DC organizzò una commemorazione alla quale parteciparono centinaia di persone. Questo dice tutto. Dick era l’esatto opposto di Neal sotto ogni aspetto. Lavoravano bene insieme perché realizzavano fumetti straordinari.

Neal era senza dubbio un genio, uno dei più grandi disegnatori di fumetti mai esistiti, ma alla fine Dick si stancò del suo comportamento e del suo modo di gestire gli affari. Lasciò lo studio, fondò il suo e in seguito divenne Editor-in-Chief della DC Comics.

Prima di parlare di alcune delle tue opere più famose, secondo te cosa rende così speciale il ruolo dell’inchiostratore nell’industria del fumetto? Personalmente credo sia una parte fondamentale del risultato finale di un fumetto.

Joe Rubinstein: Lo è assolutamente. Ma fin dagli albori del fumetto gli editori hanno sempre cercato di capire come eliminare gli inchiostratori per risparmiare denaro. Le aziende sono sempre felici quando possono risparmiare tagliando del personale.

E sono sicuro che, non appena l’intelligenza artificiale sarà perfezionata, proveranno a sostituire anche i disegnatori.

Se prendi uno splendido disegno di John Buscema o Gene Colan e lo affidi a qualcuno che non sa inchiostrare, il risultato sarà terribile. La narrazione rimarrà, ma il disegno verrà completamente rovinato. Non tutti gli attori possono interpretare qualsiasi ruolo.

Negli Stati Uniti c’è una comica che si chiama Roseanne Barr, una donna molto corpulenta. Se venisse scelta per interpretare Cleopatra, probabilmente farebbe del suo meglio, ma resta il fatto che non dovrebbe essere scelta per quel ruolo.

Molti editor si comportavano come se gli inchiostratori fossero intercambiabili.

“Basta trovare qualcuno che finisca il lavoro entro martedì.” Ma non è così che funziona.

Sì, il fumetto è arte, ma è anche un’attività commerciale.

Se la tipografia è già stata prenotata e le tavole non arrivano in tempo, quello spazio di stampa viene comunque pagato e l’azienda perde denaro. Per questo gli editor spesso danno la priorità alle scadenze piuttosto che alla qualità artistica perché, certo, vogliono un buon lavoro, ma prima di tutto hanno bisogno che il lavoro arrivi per tempo.

E se questo significa assumere artisti inesperti, lo fanno.

Ci sono stati tantissimi inchiostratori geniali: Alfredo Alcala, Tony DeZuniga, Tom Palmer che trasformavano qualsiasi tavola utilizzando il proprio stile. Il risultato era magnifico, ma era il loro stile.

La mia filosofia è sempre stata diversa; io voglio preservare ciò che mi viene affidato.

Se mi consegnassero sei tavole inedite a matita di Frank Frazetta, non vorrei che i lettori comprassero il fumetto chiedendosi: “Dov’è Frazetta?”

Se le inchiostrasse Alfredo Alcala, diventerebbero tavole di Alfredo Alcala, bellissime, ma non sarebbero più di Frazetta.

Il mio obiettivo è fare in modo che il lettore veda prima di tutto l’artista originale poi, magari, aggiungo un po’ di rifinitura, un pizzico di eleganza, ma deve continuare a essere il lavoro dell’artista originale.

Ricordo di un fumetto dedicato a Cesare disegnato da Russ Heath. Russ era uno dei più grandi disegnatori mai esistiti e a un certo punto la scadenza divenne impossibile da rispettare.

La Marvel chiamò allora il famoso gruppo di collaboratori dello studio di Neal Adams, i Crusty Bunkers [pseudonimo di un gruppo di inchiostratori di fumetti dell’agenzia di arte e design di New York City Continuity Studios di Neal Adams e Dick Giordano n.d.r.] e nemmeno loro riuscirono a terminare il volume.

Così la Marvel arrivò letteralmente a distribuire le tavole a chiunque si trovasse in ufficio e alcuni non erano nemmeno artisti. Gli dicevano semplicemente: “Inchiostra questa tavola.” e i risultati furono terribili, degli scarabocchi amatoriali, eppure il fumetto venne pubblicato lo stesso. Era questo ciò che contava.

Naturalmente avrebbero preferito che il risultato fosse bello da vedere, ma la priorità era rispettare la scadenza. Un editor che fa perdere soldi all’azienda con continui ritardi non mantiene il proprio posto di lavoro molto a lungo.

A cosa stai lavorando in questo momento?

Joe Rubinstein: In questo momento sto inchiostrando un’illustrazione di Brett Booth che raffigura tutti gli X-Men dell’epoca in cui ho lavorato sulla serie, con indosso i loro costumi classici. [Joe mostra l’incredibile tavola, che purtroppo non possiamo far vedere anche a voi! n.d.r.]

Brett lavora moltissimo e questa illustrazione è piena di dettagli. Purtroppo ho una scadenza di tre giorni e, sinceramente, spero di riuscire a finirla in tempo. Ecco perché sto lavorando mentre parlo con te.

Un lavoro fantastico! Ma riuscirai almeno a dormire nei prossimi tre giorni?

Joe Rubinstein: [Ride.n.d.r.] In realtà è proprio questo uno dei motivi per cui molte persone abbandonano il mondo dei fumetti. Semplicemente non riescono più a reggere le scadenze.

Non riescono più a lavorare tutta la notte, durante il Natale, le festività o i compleanni e alla fine si esauriscono.

La produzione di un fumetto è diventata una vera e propria catena di montaggio, perché c’è semplicemente troppo lavoro da svolgere per realizzare un albo mensile nell’arco di ventuno giorni.

Così gli editori hanno suddiviso il lavoro: c’è chi realizza le matite, chi inchiostra e chi colora. A volte c’è persino un artista che si occupa esclusivamente degli sfondi, mentre il disegnatore principale si concentra sui personaggi.

Quando ero assistente di Dick Giordano e prima ancora di Wally Wood, mi capitava spesso di disegnare gli sfondi, ovvero alberi, automobili, astronavi, personaggi secondari e tutto ciò che circondava le figure principali. Sono piuttosto veloce e cerco di essere sia bravo sia rapido. Altri artisti, invece, sono molto più lenti.

Alcuni riescono a completare appena un albo ogni due mesi. Ma gli editori hanno bisogno di artisti che siano in grado di rispettare le scadenze con continuità.

George Pérez, per esempio, ha realizzato un numero dopo l’altro di Justice League per anni. Non si è mai fermato e gli piaceva farlo.

La replica di Joe Rubinstein dell’iconica cover di John Byrne di X-Men #136

Il tuo debutto professionale come inchiostratore arrivò grazie a Mike Nasser e Gerry Conway. Mike Nasser fu uno dei tuoi primi collaboratori. Come nacque l’opportunità di lavorare con loro?

Joe Rubinstein: Come dicevo prima, lo studio di Neal Adams era il posto giusto dove bisognava essere.

Attirava tutti i giovani artisti, persone come Michael Kaluta e Bernie Wrightson, ma anche moltissimi disegnatori fortemente influenzati dallo stile di Neal. Mike Nasser, che in seguito cambiò nome in Mike Netzer, era uno di loro e disegnava con uno stile fortemente ispirato a Neal Adams.

Dal momento che Neal aveva talvolta bisogno di assistenti capaci di imitare il suo stile, Mike, che ha solo un paio d’anni più di me, finì per lavorare nel suo studio.

Come tutti, all’inizio volevo diventare un disegnatore. Poi lessi un’intervista a Gil Kane nella quale diceva che, se avesse potuto ricominciare da capo, sarebbe diventato prima un inchiostratore per comprendere meglio il mestiere.

Mi sembrò un consiglio eccellente, soprattutto perché avevo accanto Dick Giordano, il mio inchiostratore preferito al mondo, dal quale potevo imparare. Così iniziai a esercitarmi.

Chiesi a Mike se potevo fare delle fotocopie delle sue tavole a matita per esercitarmi a inchiostrarle, ma lui mi rispose: “No. Inchiostra gli originali.” Non riuscivo a crederci, ma è così che iniziai a inchiostrare direttamente le tavole originali.

Mostrammo un paio di tavole di prova a Gerry Conway, che all’epoca era l’editor di Mike. Gerry assunse Mike e disse: “Perfetto. Assumeremo anche l’inchiostratore di queste tavole.”

Naturalmente all’epoca non mi resi conto che Gerry mi aveva assegnato la tariffa per pagina più bassa dell’intero settore, ma gli editor cercavano sempre di risparmiare dove potevano.

Il nostro primo incarico si intitolava Tales of the Great Disaster e successivamente realizzammo due storie su Kamandi, poi lavorammo su uno o due numeri di Claw the Unconquered.

In seguito Mike passò a serie come Legion of Super-Heroes e io continuai a inchiostrare le sue tavole.

Nessuno disse mai ufficialmente che dovessimo continuare a lavorare come coppia, ma gli editor continuarono ad assumerci insieme, finché alla fine Mike passò ad altri progetti, mentre io iniziai a lavorare con molti artisti diversi.

A diciassette anni ricevetti il mio primo incarico per la DC, poi, quando ne avevo diciannove, partecipai a una festa dove era presente Jim Starlin, anche se in realtà all’epoca non sapevo nemmeno chi fosse.

Mi chiese se volevo inchiostrare il suo Avengers Annual e rimasi entusiasta, soprattutto perché pensavo che, una volta entrato alla Marvel, avrei finalmente potuto inchiostrare John Buscema, Gene Colan e tutti quei disegnatori leggendari.

Quel progetto diventò poi Avengers/Marvel Two-in-One Annual, un fumetto che anni dopo avrebbe ispirato alcune idee viste in Avengers: Endgame

Ancora oggi non so bene come Jim riuscì a farmi ottenere quell’incarico, anche perché tecnicamente avrebbe dovuto essere l’editor a scegliere l’inchiostratore, ma credo che inizialmente Jim dovesse inchiostrare lui stesso quelle tavole.

Invece consegnò direttamente le pagine già inchiostrate da me e la Marvel le accettò.

La tua collaborazione con Michael Golden su Micronauts è ancora oggi considerata rivoluzionaria. Cosa rese quel progetto così speciale?

Joe Rubinstein: Mike Golden è un genio e il suo lavoro era semplicemente incredibile.

Io, in pratica, mi limitavo a seguirlo, ma la verità è che…a Mike non piaceva il mio lavoro e anzi, cercò perfino di farmi licenziare.

La cosa ironica è che, mentre succedeva tutto questo, io continuavo a difendere le sue tavole dagli editor che volevano eliminare dettagli o aggiungere grandi campiture nere. Continuavo a ripetere: “Questo ragazzo è un genio. Lasciatelo lavorare.”

Alla fine, dopo il numero 7, mi stancai di sapere che non era soddisfatto del mio lavoro.

Non mi piace lavorare dove non sono il benvenuto e così lasciai la serie.

Nel 1982 hai inchiostrato la celebre miniserie di Wolverine scritta da Chris Claremont e disegnata da Frank Miller. All’epoca avevi già la sensazione di stare lavorando a un fumetto destinato a diventare un classico?

Joe Rubinstein: È un po’ come quando lavori a Via col vento, Quarto Potere o Il Padrino. Vai al lavoro, fai il tuo mestiere, pranzi e poi torni a casa. Cerchi semplicemente di dare il massimo, sia perché vuoi essere orgoglioso di quello che fai, sia perché desideri lavorare ancora.

All’epoca Frank [Miller] mi raggiunse negli uffici della Marvel. Eravamo amici e, quando lui era un ragazzo con pochi soldi in tasca, spesso capitava che gli offrissi il pranzo.

Mi pare che Frank abbia circa un anno più di me e all’epoca io avevo sedici anni e lui diciassette. Io vivevo ancora con i miei genitori e avevo qualche soldo in più, mentre lui doveva già pagarsi l’affitto. Così gli offrivo il pranzo e gli davo una mano.

Conosco anche piuttosto bene l’anatomia classica e quindi capitava che Frank mi mostrasse alcuni suoi disegni. Ogni tanto gli facevo notare qualche piccolo errore anatomico. Ma non voglio essere frainteso: non disegnavo nulla e non impostavo le tavole, gli indicavo semplicemente dove certi muscoli avrebbero dovuto collegarsi in modo diverso.

Credo che proprio perché si fidava di me mi chiese di inchiostrare la prima copertina che realizzò per Daredevil.

Quando arrivò il momento della miniserie di Wolverine, venne da me negli uffici Marvel e mi disse: “Stiamo facendo questa miniserie di Wolverine. Ti va di inchiostrarla?” Io risposi: “Sì, certo.”

Non avevo la minima idea che quel lavoro sarebbe diventato uno dei momenti più importanti della mia vita e avrebbe cambiato tutto. Per fortuna è andata così, ma all’epoca era semplicemente un altro incarico. Frank me lo offrì e io cercai di fare il miglior lavoro possibile.

Pensavo che quello che Klaus Janson faceva sulle matite di Frank fosse semplicemente perfetto, mentre non credo che il mio lavoro fosse perfetto.

La differenza era che a Klaus, Frank, consegnava matite completamente rifinite, mentre a me affidava dei semplici layout. Questo significava che c’era molto più spazio per l’interpretazione perché le tavole erano più abbozzate e lasciavano molte decisioni aperte.

Per questo dovendo fare delle scelte, telefonavo spesso a Frank chiedendogli: “Che cosa vuoi in questa vignetta?” “Posso aggiungere un’ombra qui?” “Che cosa sta succedendo in questa scena?”

Mi limitavo a fare il miglior lavoro possibile e poi passavo alla tavola successiva. Credo che questo sia un aspetto fondamentale del rapporto tra un disegnatore e il suo inchiostratore.

Per quanto riguarda Chris Claremont, invece, ebbi pochissimi contatti con lui, perché tutto passava attraverso Frank.

Una cosa che ricordo bene è che io e Frank stavamo tornando insieme dal San Diego Comic-Con ed eravamo sullo stesso aereo, seduti vicini. Avevo appena comprato una montagna di fumetti di Joe Kubert: Tarzan, Sgt. Rock e molti altri.

Li mostrai a Frank e sono convinto che, osservando i layout della miniserie di Wolverine, si possa vedere chiaramente l’influenza di Joe Kubert. Ci sono anche diversi grandi primi piani, come quello nella penultima pagina del numero 3, in cui Wolverine guarda verso l’alto immerso nei suoi pensieri. Frank stava attingendo allo stile di Kubert e anch’io.

Naturalmente nessuno dei due riusciva a farlo bene quanto Kubert stesso, ma entrambi stavamo cercando di catturare quello stile.

Cover di Wolverine #1, la miniserie di Claremont e Miller, inchiostrata da Joe Rubinstein

Hai spesso raccontato che associ i personaggi dei fumetti ad attori reali per comprenderli meglio. Per Wolverine, ad esempio, hai citato Jack Nicholson e Clint Eastwood. Quanto hanno influenzato il cinema e la recitazione il tuo modo di interpretare i personaggi?

Joe Rubinstein: Non proprio nel modo in cui potresti pensare. In realtà non fa parte del mio processo di inchiostrazione, penso però spesso a persone reali.

Per esempio, mia nipote mi ricordava Kitty Pryde perché le assomigliava moltissimo. Mio fratello aveva una forma del viso che mi faceva pensare a Colosso. E conoscevo una donna afroamericana che faceva regolarmente cosplay di Tempesta.

I fumettisti hanno sempre utilizzato persone reali come riferimento. Per esempio, Ray Palmer, cioè Atom, era stato ispirato all’attore Robert Taylor, Hal Jordan era ispirato a Paul Newman.

L’incredibile somiglianza tra Hal Jordan e Paul Newman, attore che ne ha ispirato l’aspetto

Quando John Byrne progettò il Club Infernale, molti personaggi erano basati sugli attori di un episodio della serie televisiva britannica The Avengers. Credo che uno di loro fosse persino ispirato a Donald Sutherland.

Ci sono artisti, invece, che disegnano sempre lo stesso volto ed è il loro marchio di fabbrica e funziona.

Io non riesco a lavorare così, ho bisogno che la realtà alimenti i miei disegni.

Anche se i fumetti non sono realistici, cerco comunque di inserire un’anatomia credibile, un’illuminazione convincente, muscoli realistici… qualsiasi cosa renda le figure più solide.

Questo, però, non significa rendere tutti realistici. Quando inchiostravo le tavole di Bernie Wrightson, non cercavo di renderle “più realistico”. Era Bernie Wrightson e il suo stile era già perfetto.

Quello che cerco di fare è rafforzare il senso di realtà senza distruggere lo stile unico dell’artista. Lo stesso vale per Neal Adams.

Molti pensano che il suo stile sia realistico, mentre in realtà non è così, perché è estremamente stilizzato, con anatomie allungate e pose esasperate. Tutto è spinto oltre la realtà, ma tutto parte comunque dalla realtà.

Perfino le prime figure di Jack Kirby, per quanto il suo stile possa sembrare estremo, erano lunghe ed eleganti, probabilmente influenzate da Alex Raymond.

Se si ripercorre davvero la storia del fumetto, quasi tutti gli artisti, che ne siano consapevoli o meno, sono stati influenzati da quella che io chiamo la Santissima Trinità:

  • Alex Raymond che aveva uno stile realistico;
  • Hal Foster anche lui disegnava con un tratto ispirato alla realtà;
  • Milton Caniff, che aveva un’arte più stilizzata.

Io studio arte classica da quando avevo undici anni ed è naturale che tutto quel bagaglio culturale finisca inevitabilmente nel mio lavoro.

Hai lavorato con autentiche leggende come Jack Kirby, Joe Kubert, John Buscema, Gil Kane e molti altri. Quale collaborazione ti ha intimorito di più e quale ti ha lasciato il ricordo più intenso dal punto di vista emotivo?

Joe Rubinstein: Prima di tutto… visto che sei italiano, immagino che tu pronunci correttamente il cognome di John Buscema, mentre noi americani l’abbiamo pronunciato nel modo sbagliato per tutti questi anni.

[Risata n.d.r.] Sì, per me è semplice trattandosi di un cognome italiano. 

Joe Rubinstein: Esatto! Dimmi, qual è il cognome dell’attore che interpretava Hulk nella serie TV degli anni Settanta?

Lou Ferrigno.

Joe Rubinstein: Si proprio lui! E ogni americano lo pronuncia nel modo sbagliato! [Risata n.d.r.]

Comunque, tornando alla tua domanda… Jack Kirby metteva davvero soggezione. Non per colpa di Jack come persona, ma per l’enorme responsabilità.

Kirby è il più grande autore di fumetti di tutti i tempi, ma il mio artista preferito è sempre stato Joe Kubert.

Per questo motivo, inchiostrare Joe Kubert è stata probabilmente l’esperienza più intimidatoria della mia carriera, ma per fortuna credo di esserci riuscito.

Quando oggi riguardo quelle tavole, sembrano ancora disegnate da Joe Kubert.

È sempre stato questo il mio obiettivo: voglio che il lettore veda prima di tutto l’artista originale, non me.

In foto: Il grande Joe Kubert idolo di Joe Rubinstein (e non solo)

Lo stesso vale per Gene Colan, John Buscema e Gil Kane. Stiamo parlando di autentiche leggende e l’ultima cosa che vuoi fare è rovinare il loro lavoro. Perfino quando lavoravo sulle tavole di Neal Adams a volte mi bloccavo.

Negli Stati Uniti diciamo to choke: significa non riuscire a dare il meglio di sé perché ci si sente intimoriti. È esattamente quello che succedeva a me perché Neal era il mio idolo.

Dall’altra parte, però, Dick Giordano si fidava di me al punto da affidarmi le sue stesse tavole da inchiostrare e per me significava moltissimo, perché Dick era il mio insegnante. È stato lui a insegnarmi a inchiostrare ed è stato il mio mentore.

Una cosa curiosa è che Dick ammetteva apertamente di non aver mai davvero studiato anatomia; anzi, sembrava quasi andarne fiero.

Una volta mi disse: “Solo tu e altre due persone vi accorgereste degli errori che faccio.”

Io gli risposi: “Ma perché non impararla? Sapere qualcosa in più non può che fare bene.”

Ogni volta che inchiostravo i lavori supereroistici di Dick, soprattutto su Batman, correggevo discretamente qualche dettaglio anatomico quando ritenevo fosse necessario.

Sei famoso anche per aver inchiostrato quasi per intero l’Official Handbook of the Marvel Universe. Com’è stato confrontarsi con centinaia di personaggi e centinaia di disegnatori diversi? È stato un lavoro enorme.

Joe Rubinstein: In realtà credo sia stato il miglior incarico della mia carriera, anche perché non l’ho trovato particolarmente impegnativo. Nella maggior parte dei casi c’era soltanto una figura da inchiostrare, e io mi annoio facilmente.

C’è ancora chi parla delle tre uscite di The Incredible Hulk che realizzai insieme a Sal Buscema, che piacciono moltissimo ai lettori, ma dopo tre numeri ero già pronto a fare qualcos’altro. Per me erano più che sufficienti.

Con l’Official Handbook of the Marvel Universe, invece, mi impegnai personalmente per poter lavorare con determinati disegnatori. Avevo sempre desiderato inchiostrare Joe Kubert, che accettò, e José Luis García-López realizzò una tavola. Insomma, riuscii finalmente a inchiostrare Joe Kubert!

Anche gli editor erano fantastici. Arrivarono persino a chiedere a Curt Swan di disegnare Guardian, perché in fondo è la versione Marvel di Superman. Erano dettagli come questo a rendere il progetto così stimolante.

Ma come dicevo, il lavoro era piuttosto semplice perché nella maggior parte dei casi si trattava di una sola figura. A volte inchiostravo più volte lo stesso disegnatore: alcuni erano discreti, altri eccellenti e altri ancora autentiche leggende.

Nel complesso è stato probabilmente il miglior progetto a cui abbia mai lavorato ma la cosa divertente è che ottenni quel lavoro quasi per caso. Esisteva una rivista chiamata Comics Scene e conoscevo il suo editor, Bob Greenberger, che in seguito sarebbe diventato editor alla DC Comics.

Continuavo a tormentarlo chiedendogli: “Quando farete finalmente un articolo dedicato agli inchiostratori?” perchè tutti tendevano sempre a ignorare gli inchiostratori. Era come se fossimo semplicemente quelli che aggiungevano i colori o qualcosa del genere.

Alla fine realizzò davvero quell’articolo. Organizzò una tavola rotonda con Bob Layton, Klaus Janson, Tom Palmer e me. Per mostrare concretamente cosa facesse un inchiostratore, chiese a Mike Mignola di disegnare Hulk.

Consegnò la stessa identica tavola a tutti e quattro, chiedendoci di inchiostrarla indipendentemente gli uni dagli altri e poi pubblicò le quattro versioni affiancate, così che i lettori potessero vedere chiaramente quale contributo apportasse davvero un inchiostratore.

Quando Mark Gruenwald vide quell’articolo, ritenne che la mia interpretazione fosse quella più fedele al disegno originale di Mike. Fu proprio per questo che mi propose di lavorare all’Official Handbook of the Marvel Universe.

In pratica, mi procurai quel lavoro quasi per caso. All’inizio mi affidò tre personaggi da inchiostrare. Quando glieli riportai mi disse: “Perfetto. Quanti ne vuoi?” Io risposi: “Tutti.”

Perché avrei dovuto rispondere diversamente? Così, mentre ovviamente facevo il mio interesse, allo stesso tempo semplificavo enormemente anche il lavoro di Mark. Lui doveva coordinare centinaia di disegnatori diversi, ma tutte le tavole finite passavano attraverso di me, rendendo l’intero processo molto più semplice.

Official Handbook of the Marvel Universe, il lavoro dei record di Joe Rubinstein

Hai citato Mark Gruenwald. Hai lavorato anche con Jim Shooter. Che tipo di editor erano e quale impatto hanno avuto sulla Marvel in quegli anni?

Joe Rubinstein: Mark Gruenwald amava i fumetti più di qualsiasi altra cosa. Era una persona splendida con cui lavorare, molto tranquilla. Purtroppo, verso la fine della sua carriera, era diventato quello che alla Marvel chiamavano il “boia”.

Era lui a dover prendere le decisioni più difficili, licenziare le persone e gestire tutte le situazioni spiacevoli e sinceramente credo che sia stato proprio questo a ucciderlo. Penso che abbia avuto un infarto perché gli si era spezzato il cuore.

Mark Gruenwald

Anche Jim Shooter amava profondamente i fumetti. Aveva una personalità fortissima e idee molto precise su come dovessero essere realizzati e, a dire il vero, non credo ci sia nulla di sbagliato in questo, perché qualcuno deve pur prendere le decisioni.

Quando realizzi un film, non può appartenere a tutti. Deve essere il film di Martin Scorsese oppure quello di Steven Spielberg.

Certo, ci sono collaboratori e tutti contribuiscono con idee, ma alla fine deve esserci una visione chiara e unitaria e Jim Shooter era così. Il problema era che spesso esprimeva le sue opinioni in modo estremamente autoritario.

Se Jim Shooter era l’editor diretto di un mio lavoro, sapevo già che sarebbe stato un autentico incubo.

Ad esempio ricordo di aver disegnato una volta una donna e lui guardando il disegno disse: “Non è abbastanza bella.”

Io gli risposi: “E chi sei tu per stabilire che non sia abbastanza bella? Secondo me è bellissima.” Lui replicò: “Qualcuno deve fare l’arbitro, e quel qualcuno sono io. Deve essere più bella.”

A quel punto pensai: “Davvero l’intero fumetto è rovinato perché un volto non corrisponde ai tuoi gusti personali?”

Era questo il suo modo di lavorare e continuava a chiedere modifiche di questo tipo.

Shooter, inoltre, adorava le inquadrature a figura intera, quelle a media distanza e non gli piacevano né i primi piani né le panoramiche.

Quando impostava una storia, avevo sempre l’impressione che le tavole diventassero piuttosto monotone.

Era solito scrivere le sceneggiature realizzando piccoli layout che, in realtà era una buona idea, perché aiutava il disegnatore a capire cosa volesse ottenere, ma il problema era che non era particolarmente bravo a disegnarli e i layout erano rigidi e privi di energia.

Come persona, però, Jim era davvero un bravo uomo. Ha aiutato moltissime persone, ha reso l’industria del fumetto un posto migliore e ha fatto guadagnare moltissimi soldi agli autori. Se avevi un problema, era qualcuno a cui potevi rivolgerti. Come artista, invece, secondo me era nella media, nulla di più.

Ed è anche il motivo per cui non ha mai vissuto facendo il disegnatore: era soprattutto uno sceneggiatore e un editor.

Quindi sì, quando Jim Shooter era il mio editor, sapevo già che mi aspettavano una lunga serie di correzioni… e altrettante lamentele.

Hai sempre sostenuto, come hai anche sottolineato durante questa intervista, che il ruolo dell’inchiostratore sia quello di rispettare l’identità del disegnatore e adattarsi completamente al suo stile. Pensi che questa filosofia si stia progressivamente perdendo nell’industria del fumetto contemporanea?

Joe Rubinstein:  All’epoca in cui Jim Shooter lavorava con artisti come John Buscema o Sal Buscema, spesso riteneva superfluo chiedere loro di realizzare matite completamente rifinite. La loro capacità narrativa e il loro senso del movimento erano già così forti che potevano limitarsi a realizzare dei layout e lasciare che fossero degli straordinari inchiostratori a completare il lavoro.

Tony DeZuniga su Conan, Tom Palmer su The Avengers, Kerry Gammill, Joe Sinnott… c’erano tantissimi disegnatori eccezionali che erano anche inchiostratori di altissimo livello.

Oggi, per quanto ne so, i layout sono praticamente scomparsi e tutto viene disegnato a matita in modo estremamente dettagliato, quasi ossessivo.

Credo che una delle ragioni sia che gli editor non sapessero mai davvero cosa si sarebbero ritrovati quando affidavano dei layout piuttosto essenziali a inchiostratori diversi.

Prendiamo Gil Kane, per esempio; Gil era un artista straordinario, alcuni inchiostratori riuscivano a valorizzare il suo lavoro, altri invece lo rovinavano completamente.

Ce n’erano alcuni le cui chine, a mio parere, erano assolutamente terribili. Ma le scadenze andavano rispettate. Gli editor dicevano semplicemente: “Ha bisogno di lavoro, date le tavole a lui“.

Oggi le matite sono così incredibilmente rifinite che, certo, l’inchiostrazione richiede ancora abilità ed esperienza, ma molti inchiostratori sono diventati praticamente intercambiabili.

Prendiamo Scott Williams quando inchiostra Jim Lee. Le matite di Jim sono già straordinarie e Scott aggiunge una rifinitura elegante che tutti apprezzano, ma quando ti vengono affidate tavole già così rifinite, resta pochissimo spazio per dare un contributo creativo.

Non credo che oggi gli editor vogliano che un inchiostratore aggiunga una propria interpretazione. Vogliono semplicemente che le tavole vengano restituite esattamente come sono state consegnate, limitandosi a ripassare con l’inchiostro le matite di Brett Booth, David Finch o di chiunque altro le abbia disegnate.

Quindi, non credo che agli inchiostratori rimanga molto spazio per fare qualcosa che vada oltre il ricalcare fedelmente ciò che viene loro consegnato.

Conosco un inchiostratore che possiede una coordinazione occhio-mano assolutamente incredibile. Riesce a tracciare due o tre dozzine di linee perfettamente misurate e distanziate in modo uniforme senza il minimo sforzo. È semplicemente parte della sua personalità artistica. Il mio modo di lavorare, invece, è molto più grezzo e spontaneo.

A me, spesso, sembra quasi un tentativo di impressionare il lettore mostrando quanti più dettagli possibile all’interno di una singola vignetta.

Ma se a quello stesso inchiostratore venisse affidata una tavola di Curt Swan, Gene Colan o John Byrne, sinceramente non credo che saprebbe cosa farne. Applicherebbe quelle stesse linee perfettamente distanziate, anche se risulterebbero completamente inappropriate per lo stile di quegli artisti.

Gene Colan, per esempio, aveva uno stile incredibilmente dinamico ed energico. A volte gli editor gli affiancavano un inchiostratore che finiva praticamente per versare della melassa sulle sue tavole, smussando e uniformando ogni cosa, rendendo tutto più ordinato. Sono sicuro che quell’inchiostratore pensasse di fare un ottimo lavoro, e forse lo pensava anche l’editor.

Personalmente, invece, credo che stesse distruggendo l’intenzione originale dell’artista, perciò no; non credo che oggi ci sia ancora molto spazio per il tipo di filosofia dell’inchiostrazione in cui credo.

E anche quando quello spazio esiste, molti inchiostratori non reagiscono davvero a ciò che hanno davanti. Si limitano a trasformare qualsiasi tavola nel proprio stile personale.

Io preferirei di gran lunga guardare una vera tavola di José Luis García-López piuttosto che una tavola che gli assomigli solo vagamente perché qualcuno vi ha imposto il proprio stile.

Thanos by Joe Rubinstein

Ultima domanda. Con la diffusione degli strumenti digitali e dell’intelligenza artificiale, secondo te il ruolo tradizionale dell’inchiostratore sopravvivrà ancora a lungo oppure stiamo assistendo alla fine di un’epoca?

Joe Rubinstein: Lo spero davvero. Ma, a essere sincero… non sono nemmeno sicuro che sopravvivranno gli stessi disegnatori a matita.

Di recente ho visto una pubblicità dove rispondi ad alcune domande, dici al software se vuoi una storia di supereroi, di mostri o qualsiasi altro genere, carichi una fotografia del protagonista e il programma genera un fumetto di venti pagine dall’aspetto assolutamente professionale. Certo, ha quel look tipico e inconfondibile dell’intelligenza artificiale, dove è tutto molto pulito, molto rifinito. Ho visto solo alcune pagine di esempio online, ma se fossi un editore, perché non dovrei semplicemente dire ogni mese a un computer: “Disegnami un nuovo numero di Conan nello stile di John Buscema”? È ovvio che potrebbero essere tentati.

La fotografia non ha distrutto la pittura, ma ha costretto la pittura a diventare qualcosa di diverso.

Anni fa, se volevi una rappresentazione fedele della realtà, avevi bisogno di un artista. Non esistevano alternative. Poi è arrivata la fotografia, capace di catturare la realtà in modo più rapido e accurato. A quel punto gli artisti hanno dovuto ridefinire cosa potesse essere davvero l’arte.

Oggi puoi acquistare una stampa di un mio disegno e appenderla al muro, ma credo che la maggior parte dei collezionisti preferisca ancora possedere l’opera originale. È lì che l’arte tradizionale conserva ancora un valore enorme.

Alle aziende forse questo non interessa… ai collezionisti, invece, sì, ma, sinceramente, non vedo alcun motivo per cui gli editori, prima o poi, non possano decidere di sostituire gli artisti, se ne avranno la possibilità.

Sono d’accordo, ma anche se la tecnologia digitale diventerà sempre più diffusa, credo che tenere un fumetto tra le mani e leggerlo rimanga un’esperienza unica.

Joe Rubinstein: Forse un giorno i fumetti diventeranno completamente digitali. Forse non ci saranno nemmeno più copie cartacee da autografare.

Non so se accadrà la prossima settimana, ma se la carta dovesse diventare una risorsa sempre più scarsa, oppure se gli editori decidessero di smettere di stampare fumetti, allora tutto potrebbe diventare digitale.

Naturalmente c’è qualcosa di speciale nello sfogliare pagine vere e tenere in mano un albo stampato, ma pensa al cinema. I film non hanno mai sostituito il teatro dal vivo perché c’è ancora qualcosa di magico nel vedere degli attori esibirsi davanti ai tuoi occhi.

Poi si diceva che la televisione avrebbe sostituito il cinema e non è successo, ma anzi: il cinema, si è evoluto. Gli schermi sono diventati più grandi e gli spettacoli sempre più grandiosi.

Puoi guardare Star Wars sul telefono, ma se vuoi davvero vivere quell’esperienza fino in fondo vai al cinema. Vai a vedere Superman o The Avengers sullo schermo più grande possibile. È quello il luogo a cui quei film appartengono davvero.

Eppure c’è sempre chi dice: “Aspetterò un paio di mesi. Costerà meno e me lo guarderò a casa.” Forse è semplicemente questa la direzione verso cui stanno andando tutte le forme di intrattenimento.

Grazie mille Joe per il tuo tempo e alla prossima!


Joe Rubinstein: Biografia*

Joe Rubinstein è un fumettista e inchiostratore statunitense, noto soprattutto per il lavoro su The Official Handbook of the Marvel Universe e sulla celebre miniserie Wolverine del 1982, scritta da Chris Claremont e disegnata da Frank Miller.

Nato a Breslavia, in Polonia, il 4 giugno 1958, emigrò con la famiglia negli Stati Uniti, dove ottenne la cittadinanza nel 1972. Iniziò a lavorare nel mondo dei fumetti ancora adolescente, alla Continuity Associates, sotto la guida di Neal Adams e Dick Giordano. Quest’ultimo fu il suo primo vero maestro nell’inchiostrazione e Rubinstein ha sempre riconosciuto l’importanza dei suoi insegnamenti.

A 17 anni iniziò a collaborare con il disegnatore Mike Nasser, inchiostrando alcune sue matite. I risultati convinsero l’editor Gerry Conway ad affidargli il suo primo incarico professionale. Da quel momento, Rubinstein iniziò una lunga e prolifica carriera nell’industria dei comics.

Nel 1982 inchiostrò Wolverine di Claremont e Miller, un’opera destinata a diventare un classico Marvel. Nello stesso periodo iniziò a lavorare a The Official Handbook of the Marvel Universe, progetto al quale dedicò circa vent’anni. Il suo stile versatile, capace di adattarsi ai diversi disegnatori senza uniformarne il tratto, lo rese particolarmente adatto a un’opera enciclopedica di tale portata.

Nel corso della carriera Rubinstein ha inchiostrato più di 2.500 fumetti, collaborando con artisti come Michael Golden (Micronauts), Jim Starlin (Warlock) e Don Newton (Aquaman), oltre a numerosi progetti per Marvel, DC Comics e Dark Horse.

Nel 2016 è stato inserito nella Joe Sinnott Inkwell Hall of Fame. Durante il discorso di accettazione ha voluto ricordare e ringraziare Dick Giordano, il suo primo mentore, sottolineando ancora una volta quanto il suo insegnamento sia stato fondamentale per la sua carriera.

*biografia estratta dal sito ufficiale joerubinsteinart.com
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