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Intervista a Giuseppe Camuncoli, artista al servizio del fumetto (e Foodmetto)

PopCorNerd intervista un grandissimo artista italiano: Giuseppe Camuncoli. Tra Foodmetti e fumetti, tra cui gli ultimi progetti (come le cover speciali realizzate per il Comicon di Napoli 2026) ecco cosa ci ha raccontato

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Di disegnatori del calibro di Giuseppe Camuncoli ce ne vorrebbero di più.

L’Italia è ricca di arte e di artisti talentuosi che stanno ottenendo grande successo oltreoceano nel campo dei comics. Giuseppe, detto anche “Cammo”, è uno di questi: lavora e ha lavorato per Image Comics, DC Comics, Marvel, Star Wars e, ultimamente, ha messo anche la “bandierina” in territorio Disney con il lavoro su Zio Paperone insieme a Jason Aaron, ma soprattutto con la sua cover variant di Topolino n. 3675, che sarà disponibile in anteprima al Comicon Napoli 2026 e che conterrà anche una storia da lui disegnata “Topolino e lo sbandieramento vacanziero”, firmata ai testi da Gianluca Fru (co-autore del soggetto), Roberto Gagnor (sceneggiatura).

Ma non è ‘solo’ il suo lavoro nel fumetto a renderlo un artista incredibile: dall’attività di docente alla Scuola di Comics di Reggio Emilia fino a Foodmetti, sono davvero tanti i progetti che lo vedono protagonista.

Dovete capire, quindi, che non è stato facile preparare una serie di domande per il Cammo, dalle cui risposte potesse trasparire tutta la sua arte e le sue attività in pochi minuti di conversazione… perché ci sarebbero volute ore e ore di chiacchiere!

E tra la Milan Games Week 2025 e un paio di domande fattegli recentemente sui suoi ultimi lavori (per cui ci ha concesso ancora un po’ del suo tempo) l’autore ha rilasciato a PopCorNerd una bellissima intervista che segue e che racconta principalmente quante cose fa (e ha fatto) Giuseppe Camuncoli.

Preparatevi, perché sono tante e tutte molto interessanti. Buona lettura!


Giuseppe Camuncoli: da Gotham a Paperopoli, passando per Napoli insieme a… Dr. Destino e Fru

Grazie mille, Giuseppe, per essere qui con noi su PopCorNerd. Prima di parlare del tuo lavoro da autore, vorrei partire da un progetto che ti vede molto coinvolto personalmente: Foodmetti. Come è nato e come hai convinto CB Cebulski, editor in chief della Marvel, e gli altri tuoi ‘compagni d’avventura’ a creare questa associazione?

Giuseppe Camuncoli – Foodmetti è una società dedicata al mondo del fumetto, formata da persone che amano sia i fumetti che il cibo. È nata principalmente da una chiacchierata a tavola con Cristiano Tomei, chef del ristorante L’Imbuto, di cui ero fan e cliente ancor prima che diventasse un amico.
Gli avevo proposto una semplice collaborazione per un’illustrazione del ristorante, e lui mi ha rilanciato dicendo: “Perché non facciamo qualcosa che unisca fumetti e cibo?”.

Abbiamo iniziato a parlare di progetti editoriali, poi insieme a SaldaPress e all’amico Carlo Spinelli, critico gastronomico appassionato di fumetti, è nata l’idea di proporre a Lucca un contenuto nuovo: un salone tematico dedicato appunto a cibo e fumetto.
Così abbiamo fatto incontrare due mondi molto creativi e aperti alla collaborazione: tantissimi chef hanno accettato subito di partecipare, e allo stesso modo molti fumettisti si sono messi in gioco cucinando o preparando cocktail.

Ieri sera [giovedì 27 novembre 2025 n.d.r.], ad esempio, a Parigi, nella libreria Les Merveilles, abbiamo organizzato un evento gestito da Foodmetti con gli autori Juan Díaz Canales e Juanjo Guarnido per i 25 anni di Blacksad. C’era anche Giovanni Rigano, autore dello spin-off Weekly, insieme alla chef stellata italiana ma che vive a Parigi, Alessandra Del Favero, che ha preparato piatti a tema Blacksad.

Organizziamo spesso anche eventi esterni come questo. La chef si è prestata molto, ha giocato e ha studiato per riprodurre dei piatti che fossero ispirati all’epoca di Blacksad.

A noi piace portare sul tavolo idee che nascono dal food e avvicinarle al fumetto, o viceversa, e creare progetti che funzionino da entrambi i lati e divertano tutti: chi li fa e chi li vive degustando, assaggiando… insomma, esplorando entrambe le cose.

C.B. Cebulski ritratto da Giuseppe Camuncoli per Foodmetti

Passiamo ora al tuo lavoro da autore. Negli ultimi tempi ti troviamo ovunque: sui fumetti Marvel, Image, DC Comics, ora anche Disney. Insomma non ti fermi mai!

Giuseppe Camuncoli – Eh, cosa vuoi… è un peccato di gola! [risata n.d.r.] Da piccolo leggevo un po’ di tutto. Quando sono diventato autore ho iniziato in DC Comics, poi sono passato in Marvel e non ho mai voluto abbandonare nessuna delle due.
Poi è arrivata Image, e ancora il progetto Disney per Marvel America con la storia di Zio Paperone [Uncle Scrooge: Earth’s Mightiest Duck scritto da Jason Aaron n.d.r.] … Sono tutte cose che mi divertono e che trovo stimolanti. Mi annoio facilmente se faccio sempre le stesse cose.

Il mercato americano ti permette di variare molto, anche se fai sei anni su Spider-Man come è capitato a me: i ritmi sono velocissimi e cambi spesso quello che devi disegnare. Se c’è un personaggio che mi piace e non ho mai fatto, mi butto.
La sfida di Uncle Scrooge, per esempio, era fuori dalla mia comfort zone, ma è stata divertentissima.

Tra i personaggi che più associamo al tuo nome ci sono Hellblazer, Spider-Man e Batman. Qual è quello in cui ti senti più a tuo agio?

Giuseppe Camuncoli – John Constantine mi è sempre piaciuto fin da adolescente: è tormentato, ha un lato “sporco”, è maledetto, pieno di contrasti, luci e ombre.
È un personaggio super sfaccettato, che può permettersi cose che altri non possono fare, tipo fumare, che sì, non è politicamente corretto, ma fa parte del personaggio e mi piace che abbia mantenuto questa caratteristica.

Batman mi ha sempre affascinato enormemente, da quando ho letto The Dark Knight Returns di Frank Miller.
Spider-Man è più solare, ma ha i suoi lati oscuri, le sue difficoltà e viene messo in ombra dai fatti della vita. È difficile scegliere: hanno tutti cast fortissimi e autori che hanno lasciato il segno. E io ho avuto la fortuna di lavorare con scrittori che hanno fatto la storia di questi personaggi.

Spider-Man è come Certi amori di Antonello Venditti: non finisce, fa dei giri immensi e poi ritorna. Dopo Superior eccoti su Radioactive Spider-Man, miniserie all’interno dell’evento mutante Age of Revelation e su Giant-Size Amazing Spider-Man 1

Giuseppe Camuncoli – Su Radioactive Spider-Man ho fatto solo le copertine. Le faccio sempre molto volentieri.
L’anno scorso, invece, ho lavorato su Giant-Size con Kevin Smith ed è stato incredibile: sono suo fan dai tempi di Clerks. L’avevo già incontrato anni fa a New York durante una signing Marvel.

Lavorare con lui è stato emozionante: la storia era davvero divertente. Tornare su Spider-Man è sempre una gioia. Nonostante i sei anni passati a disegnarlo, se arrivasse di nuovo l’occasione, direi subito di sì. Tra poco finirò Undiscovered Country, quindi avrò più tempo per pensare ai prossimi progetti. A Spider-Man si dice sempre di sì.

Pagina tratta da Giant-Size Amazing Spider-Man 1 disegnata dal Cammo

A proposito di Undiscovered Country, la saga co-creata con Scott Snyder e Charles Soule è arrivata quasi alla sua conclusione. Una lunghissima avventura on the road in giro per questi Stati Uniti dal futuro distopico. Ogni 5 capitoli corrispondono a un viaggio dei protagonisti all’interno di una regione completamente diversa da quella precedente. A livello artistico è stato complesso dover gestire ambientazioni totalmente diverse l’una dall’altra?

Giuseppe Camuncoli – No, anzi: è stato entusiasmante proprio perché cambiavo scenario ogni volta. Ambientazioni diverse, abitanti diversi, atmosfere diverse. Io spesso mi annoio facilmente, quindi cambiare sempre è stato fantastico.

La fase creativa iniziale è la mia preferita: lo storytelling, i layout, immaginare le pose, costruire la scena… Anche nelle copertine cerco sempre un’impronta narrativa. Poi l’esecuzione è un’altra fase, più “artigianale”, comunque bella ma meno eccitante.

Tornando su Undiscovered Country, poter ripartire da zero immaginare nuovi scenari, villain e comprimari diversi è stato molto bello. Mi sono fatto aiutare molto da Charles e Scott che, essendo americani, mi hanno informato su diversi aspetti culturali e storici sugli Stati Uniti che ignoravo. Sono stati fantastici collaboratori.

Undiscovered Country, opera distopica Image Comics arrivata alle battute finali

Dopo averlo conosciuto a Lucca l’anno scorso mi piace definire Scott Snyder il “Tarantino dei fumetti” per l’entusiasmo in cui scrive e racconta le sue storie..

Giuseppe Camuncoli – [risata n.d.r.] il paragone con Tarantino ci sta.

Restando in tema Scott Snyder: parliamo dell’Absolute Universe. Hai debuttato all’interno dello speciale Absolute Evil. In questo numero esordisce anche Absolute Green Arrow, graficamente creato da te. Cosa hai voluto mantenere del vecchio Oliver Queen e cosa invece hai voluto cambiare?

Giuseppe Camuncoli – Sì, ho disegnato una storia per il Free Comic Book Day: otto pagine che introducevano il villain Absolute Mirror Master. Poi ho fatto Absolute Evil, che introduce un sacco di personaggi in versione Absolute, compresi Hawkman e Lex Luthor.

Mi è stato chiesto anche di disegnare Green Arrow, ma non posso dire molto perché hanno dei piani. Ho cercato di renderlo riconoscibile e classico, non troppo diverso. Ma la sua caratterizzazione è diversa a livello di formazione: quando appare non è ancora l’arciere conosciuto dai lettori, ma si sta allenando.
Al Ewing voleva una sorta di tuta da palestra verde. Gli ho messo il cappuccio perché funzionava sia per quel contesto che come richiamo al costume tradizionale.

Certo, che poi… vabbè, non spoileriamo, ma dovrebbe uscire un progetto a lui dedicato [DC Comics ha annunciato Absolute Green Arrow in arrivo a maggio 2026 negli U.S.A. n.d.r.].

Lavorare su Absolute Evil è stato bellissimo: adoro i cattivi. Ci sono tanti dialoghi e tensioni interne: una Justice League al contrario che si riunisce per la prima volta per contrastare i “buoni” e le dinamiche interne tra i vari personaggi sono fantastiche.

In più ho la fortuna di lavorare sempre con scrittori molto bravi come Al Ewing o Jeff Lemire sulla storia breve. È stato un ottimo team. Non mi posso lamentare.

A Lucca Comics 2025 ho visto diversi robot sparsi per la città e ho scoperto dopo che sono frutto di un progetto che ti hanno visto collaborare con Hera. A livello grafico sei tu che hai ideato stilisticamente questi robot. Cosa ci puoi raccontare di questo progetto?

Giuseppe Camuncoli – Ho creato il design di questi ‘mecha’, 6 robot più un settimo che è stato creato per Ecomondo, fiera post Lucca Comics. Gli studenti di tre scuole d’arte hanno costruito i robot partendo dalle mie basi. Alla fine i robot sono cambiati molto, perché io avevo dato solo una traccia: non sapevo quali materiali avrebbero usato, erano tutti pezzi di recupero.

Quindi poi, ripartendo dalle foto dei robot ‘veri’, insieme al mio ex allievo Giacomo Gheduzzi abbiamo poi realizzato le illustrazioni definitive e ufficiali, che sono poi diventate magliette, portachiavi, tovagliette, e anche un portfolio a tiratura limitata e firmata.

All’inizio non sapevamo che nel progetto sarebbe entrata anche Lamborghini, arrivata in un secondo momento: quando è successo, hanno utilizzato parecchi pezzi di scarto ‘Lambo’, e questo ha dato ai robot una connotazione più “alla Transformers”.

L’idea di Hera è di riutilizzare materiali destinati allo scarto per creare opere d’arte. Ogni anno organizzano un progetto diverso, e quest’anno volevano superarsi con i robot.

Vederli dal vivo a Lucca è stato incredibile. Sono rimasto folgorato da come i bambini sono rimasti affascinati, perché anch’io da piccolo ne sarei rimasto estasiato da delle opere del genere, quasi a pensare che siano veri.
Ho conosciuto molti dei ragazzi che li hanno costruiti: hanno fatto un lavoro pazzesco. E anche Lamborghini ha espresso un apprezzamento, cosa non scontata.

Insomma, un bellissimo progetto che ha dato a tutti grandissime soddisfazioni!

In foto: Giuseppe Camuncoli in mezzo ad alcuni incaricati del progetto, con alle loro spalle i robot HERA

*In fase di adattamento dell’intervista, Giuseppe si è reso disponibile per rispondere a due ultime domande su progetti attualissimi e contemporanei!

Su Logan Black White e Blood 4 [disponibile attualmente negli U.S.A. n.d.r.] realizzi la tua prima storia come autore unico. Come è stato approcciarsi anche alla scrittura rispetto al lavorare su una sceneggiatura di altri colleghi?

Giuseppe Camuncoli – Beh, è stato emozionante, davvero quasi come se fosse il mio primo fumetto. Erano anni che mi chiedevo se prima o poi mi sarebbe mai capitato di scrivere qualcosa, mi veniva continuamente chiesto in conferenze e interviste, e mi sono sempre detto che l’avrei fatto solo se mi fossi sentito pronto a farlo. È capitato che l’editor Mark Basso mi abbia proposto di scrivere questa short story di Logan, personaggio che adoro da sempre, che avrei dovuto solo disegnare e mi sono detto che, perchè no, questa poteva essere l’occasione buona. Del resto erano solo dieci pagine e Mark mi ha seguito e aiutato davvero tantissimo, soprattutto in fase di elaborazione e sviluppo dell’idea.

Mi sono sentito subito a mio agio, e del resto ci speravo perchè in tutti questi decenni (che ormai sono quasi tre) di lavoro a stretto contatto con scrittori bravissimi un qualcosa l’ avrò pur imparato. Sono rimasto davvero molto soddisfatto di questo piccolo ma importantissimo lavoro, e ho atteso come un debuttante le recensioni che finora sono state davvero molto lusinghiere. Ripeto, questo lavoro mi ha fatto tornare a emozionarmi come non capitava da anni.

Poi peraltro è successo che, altrettanto casualmente, poco dopo Peach Momoko mi ha chiesto di scrivere e disegnare un’altra sequenza breve di cinque pagine per il suo progetto antologico Sai: Dimensional Rivals, e dato che ero ancora ‘caldo’ dalla prima esperienza ho accettato.

Devo dire che mi piace molto questo assetto da ‘autore unico’. Vado molto per gradi e naturalmente ancora non saprei dire se potrò essere in grado di gestire qualcosa di più complesso rispetto qualche storia breve e semplice. Ma intanto il passo è stato fatto, e anche se non dovessi mai più scrivere nessun fumetto, almeno mi sono tolto la soddisfazione.

Ultima domanda: per il Comicon di Napoli 2026 hai realizzato due cover variant cover incredibili: una per Topolino con protagonista Fru dei The Jackal, comico napoletano in versione disneyzzata, e una per l’ottavo numero della maxi-serie Un mondo sotto Destino che vede Victor Von Doom ritratto su un muro al posto di un mito e dio per i tifosi di calcio napoletani: Maradona! Come nasce la realizzazione di queste copertine così speciali?

Giuseppe Camuncoli – Beh intanto avere questo doppio incarico è un grande onore e un grande piacere, dato che Napoli è una città per me molto importante. Non solo perché la amo e frequento da trent’anni, e non solo perché al Comicon io e Matteo Casali vincemmo, tantissimi anni fa, il nostro primo premio per il nostro fumetto d’esordio, Bonerest, ma anche (e soprattutto) perché da Napoli viene mia moglie Jessica.

Sono legato a questa città in maniera viscerale, e queste due copertine, ognuna a modo loro, vogliono essere un omaggio sentito e in qualche modo sentimentale.

Quella di Topolino vede il nostro Topo preferito e Jean Luke Froow, l’alter ego Disney di Fru, zaini in spalla a spasso per San Gregorio Armeno, nei vicoli e in mezzo alla gente di Napoli, con in mano un trancio di pizza e una classica pizza a portafoglio. Mi sembrava un bel modo di raccontare un momento di pausa durante un viaggio, essendo la storia all’interno dell’albo dedicata a rocamboleschi viaggi per mare in compagnia del fido Pippo.

La location mi è stata suggerita da mia cognata Roberta, che conosce Napoli benissimo, e ho poi scoperto che anche lo stesso Fru è un amante dello street food, per cui la mia idea è risultata azzeccata.

Invece la richiesta e l’idea per la variant di Destino viene dall’ottimo Nicola Peruzzi di Panini, e mi è sembrato subito un colpo di genio quello di rappresentare Doom l’usurpatore e spietato tiranno al posto del divino Diego, in un altro angolo di Napoli che è unico e iconico. Spero che queste copertine possano piacere ai lettori così come è piaciuto a me realizzarle. Ci ho messo un pezzo di cuore.

Grazie mille Giuseppe per essere stato con noi su PopCorNerd. Alla prossima, che, sicuramente, ci sarà!

Giuseppe Camuncoli – Volentieri! Grazie a voi.


Giuseppe Camuncoli: biografia

Giuseppe Camuncoli, disegnatore classe 1975, esordisce professionalmente con l’autoproduzione Bonerest, in seguito tradotta e pubblicata anche negli Stati Uniti da Image Comics.

Dopo alcune altre uscite italiane, sbarca sul mercato americano con Swamp Thing (scritta da Brian K. Vaughan). Da allora lavora principalmente per DC Comics e Marvel Comics su testate come BatmanHellblazerBatman: EuropaThe Amazing Spider-Man e Darth Vader. È disegnatore e co-autore della serie Image Comics Undiscovered Country, scritta da Scott Snyder e Charles Soule.

Nel 2022 è l’ideatore e il co-fondatore di FOODMETTI, il salone che coniuga il mondo del fumetto con quello del food & beverage, che debutta lo stesso anno a Lucca Comics & Games.

È inoltre direttore artistico e docente di fumetto alla Scuola Internazionale di Comics di Reggio Emilia, città in cui vive con la moglie Jessica e la figlia Martina.

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Salvador Larroca: L’artista spagnolo dal tratto elegante che ha incantato la Marvel

Ai microfoni di PopCorNerd, un grande talento spagnolo che ha fatto la storia in Marvel su X-Men, Iron Man e molto altro: Salvador Larroca

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Tra i disegnatori spagnoli che aprirono la strada alla Spagna verso le grandi case editrici di comics americane, c’è stato Salvador Larroca. Oggi vedere sulle pagine di Marvel e DC artisti come Jorge Jimenez, Iban Coello, Pepe Larraz, Carmen Carnero, Belen Ortega e molti altri è normale, ma all’inizio degli anni ’90 era cosa molto rara.

L’artista spagnolo, per la precisione di Valencia, ha sin da subito incantato la Marvel con il suo stile aggraziato e dettagliato e non c’è voluto molto prima che la Casa delle Idee gli desse le chiavi di alcuni dei più importanti personaggi della sua scuderia.

Fantastici 4 e, soprattutto, X-Men sono stati i team che ha disegnato con maestria per molto tempo in uno dei periodi di maggior fama di entrambi i gruppi.

Sugli X-Men ha contribuito, inoltre, a lasciare il proprio marchio personale, creando insieme alla leggenda Chris Claremont, il gruppo X-treme X-Men, serie dei primi anni duemila che è un vero e proprio gioiello sotto l’aspetto artistico e di sceneggiatura.

Ma il talento di Salvador è stato riconosciuto anche sulle pagine di Iron Man, dove ha vinto un Eisner nel 2009 con un ciclo mozzafiato insieme a Matt Fraction. E la lista di cose incredibili che ha fatto Larroca è davvero lunga.

Tutto questo per dirvi che al Comicon Bergamo ho avuto l’occasione e il privilegio di intervistarlo e di porgli alcune domande sulla sua incredibile carriera.

Quindi è con grande piacere vi lascio alle parole di Salvador Larroca, l’artista valenciano in grado di ammaliare la Marvel (e anche tutti i suoi lettori).


Salvador Larroca: dagli X-Men ad Iron Man, sino a Star Wars

Grazie mille Salvador per il tuo tempo. E’ un vero privilegio avere l’occasione di poterti ospitare su PopCorNerd.

Qualche tempo fa ho intervistato David López e abbiamo parlato della cosiddetta “rotta transatlantica” seguita dagli autori spagnoli: il percorso iniziato da voi, da te e Carlos Pacheco, prima in Marvel UK e poi in Marvel Comics negli Stati Uniti. Che cosa puoi raccontarci di quella fase della tua carriera?

Salvador Larroca – Fu un periodo molto emozionante, perché fino a quel momento realizzavo soltanto alcune collaborazioni per l’editore spagnolo che pubblicava i fumetti americani in Spagna. Facevo qualche poster, brevi storie di una pagina e piccoli lavori collegati agli interni.

Poi Jim Lee, Rob Liefeld, Todd McFarlane e tutti gli altri lasciarono la Marvel Comics per fondare Image Comics. Si creò quindi un vuoto alla Marvel americana e decisero di cercare nuovi talenti in Europa. Fu così che iniziai a lavorare per Marvel UK. In realtà quell’esperienza durò molto poco, circa tre anni.

Quel vuoto lasciato dagli autori americani venne colmato dalla “cantera” degli autori europei. Tra quelli che entrarono c’eravamo io, Gary Frank, Carlos Pacheco e, successivamente, Pasqual Ferry.

Alla fine quell’esperienza servì soprattutto a farci ottenere un’offerta dagli Stati Uniti, perché Marvel UK ebbe vita molto breve.

Nel mio caso, ad esempio, stavo lavorando a una serie intitolata Dark Angel, che portava il marchio Marvel ma che praticamente nessuno conosceva.

Quando passai negli Stati Uniti iniziai invece a lavorare su Ghost Rider, poi su Flash per la DC e successivamente realizzai l’annual di Hulk [The Incredible Hulk Annual n. 20 n.d.r.] con Peter David, autore che purtroppo oggi non c’è più.

Fu un periodo davvero entusiasmante perché, da quel momento, mi offrirono un contratto di esclusiva che sarebbe durato molti anni.

Il tuo stile artistico si è sempre contraddistinto per l’enorme cura dei dettagli, sia negli sfondi sia nei personaggi. Inoltre era decisamente più realistico in un’epoca in cui predominava lo stile esasperato e iper-muscoloso dei primi anni Novanta.

Pensi che, in qualche modo, il tuo lavoro abbia contribuito a riportare il fumetto americano verso anatomie più realistiche e che abbia influenzato la nuova generazione di disegnatori?

Salvador Larroca – In realtà, quando mi metto a lavorare, non penso mai se influenzerò qualcuno oppure una determinata tendenza. Cerco semplicemente di scegliere lo stile che ritengo più adatto alla storia che sto raccontando.

Per esempio, quando ho realizzato Iron Man con Matt Fraction ho utilizzato uno stile molto realistico perché mi sembrava quello più adatto al personaggio.

Quando invece ho disegnato gli X-Men, come in X-treme X-Men, il tratto diventò più cartoon.

In generale, però, quello che ho sempre cercato di fare è rendere il disegno più naturale, evitando quell’esagerazione tipica di molti fumetti dei primi anni Novanta.

Oggi, quando riguardo quei lavori, mi sembrano molto lontani dai canoni artistici che preferisco. Mi piace di più quello che faccio oggi.

Detto questo, non sento sempre il bisogno di essere realistico. Quando disegno mi piace anche lasciare un piccolo margine di imperfezione, per ottenere un tratto più libero.  Dipende tutto dal progetto a cui sto lavorando.

Posso essere più o meno realistico a seconda delle esigenze della storia, ma ormai non tornerei più a uno stile completamente cartoon come quello degli anni della mia maturità artistica.

Vorrei passare a uno degli autori con cui hai lavorato e che apprezzo maggiormente: il leggendario Chris Claremont, lo sceneggiatore che ha trasformato gli X-Men in uno dei più grandi successi Marvel a partire dagli anni Settanta. Com’è stato collaborare con lui?

Salvador Larroca – È stato davvero emozionante. In realtà il primo lavoro che ho realizzato con lui non è stato X-Men, ma Fantastic Four, una serie che ha contribuito enormemente alla mia crescita professionale.

I Fantastici Quattro erano già una delle serie più amate dai lettori e poter lavorare con Chris fu qualcosa di speciale. Successivamente arrivarono anche gli X-Men.

Alla fine ottenemmo perfino una nostra serie regolare, X-treme X-Men, fin dal numero uno.

Credo che, dal punto di vista grafico, il mio lavoro fosse migliorato rispetto al periodo dei Fantastic Four, ma questo era dovuto soprattutto all’entusiasmo che provavo. Furono anni davvero straordinari. Ogni giorno ricevevo una buona notizia. Oggi una cosa del genere è davvero molto rara.

 

Fu una tua idea ambientare parte della storia a Valencia, la tua città natale? Com’è stata l’esperienza di disegnare la tua città all’interno di un fumetto Marvel?

Salvador Larroca – Successe perché Chris Claremont venne in Spagna per una convention e rimase una settimana a casa mia.

In quei giorni gli feci praticamente da guida turistica. Gli mostrai tutta la città e, in particolare, la parte moderna progettata dall’architetto Santiago Calatrava.

Vide tutti quegli edifici contemporanei e pensò che, dopo tanti grattacieli americani, sarebbe stato interessante utilizzare una città europea, perché anche la vecchia Europa ha un fascino tutto suo.

Io gli dissi: “Tu raccontami la storia e al resto penso io.”

E la verità è che fu molto divertente lavorare in questo modo e poter disegnare il mio ambiente quotidiano, trasformando Valencia in uno scenario dell’universo Marvel.

Inoltre disegnasti anche i nuovi costumi della squadra, creando uniformi molto diverse rispetto ai design classici. Che cosa ti spinse a prendere questa decisione?

Salvador Larroca – I costumi classici degli X-Men erano sempre stati caratterizzati dal giallo e nero, oppure dal blu scuro e giallo.

Noi pensammo che, per creare una rottura visiva, sarebbe stato interessante utilizzare il rosso e il nero. Ci sembrò una combinazione che potesse funzionare.

E ancora oggi continuo a pensare che rosso e nero siano un’ottima scelta. Alla fine funzionò.

Credo che facemmo davvero un buon lavoro, anche perché l’entusiasmo che avevamo superava perfino le aspettative. Mi divertii tantissimo.

Avevo la sensazione che tutto fosse davvero mio, come se lo stessi creando completamente da zero. Dal punto di vista creativo fu un’esperienza davvero entusiasmante.

Nel 2009 hai vinto il Premio Eisner per il tuo lavoro insieme a Matt Fraction su Iron Man, una serie che ho apprezzato moltissimo. Ti aspettavi di ricevere un riconoscimento così prestigioso? Che cosa ha significato per te e che cosa hai provato in quel momento?

Salvador Larroca – Assolutamente no! Non me lo aspettavo!
Quando scoprii che eravamo stati nominati agli Eisner, molte persone mi dissero subito:

Non vincerete. Questi premi vengono assegnati soprattutto alle case editrici indipendenti, non a Marvel o DC.” Mi dissero addirittura: “Io al posto tuo non andrei nemmeno a San Diego.”

E infatti non ci andai. La mattina successiva, come faccio sempre lavorando dall’Europa per gli Stati Uniti, controllai la posta elettronica. Normalmente le notizie arrivano durante la notte, quindi ero abituato a leggerle la mattina. Aprii la mail e trovai un messaggio di Matt Fraction che diceva semplicemente:

We won.”

Non riuscivo a crederci. Non mi ero creato alcuna aspettativa. Fu come se qualcuno ti dicesse che hai vinto alla lotteria… senza che tu abbia mai comprato un biglietto. Qualche giorno dopo ricevetti un pacco perfettamente imballato con il premio.

Fu una sensazione molto strana. Non c’era nessuno a consegnarmelo, nessuna cerimonia, nessuno che mi dicesse qualcosa. Mi arrivò semplicemente a casa, come se avessi comprato qualcosa su eBay. È stato davvero curioso.

Ma alla fine il valore più grande del premio è rappresentato dal riconoscimento del lavoro svolto. E questo fa sempre molto piacere. A dire la verità è l’unico premio davvero importante che abbia ricevuto nella mia carriera. E penso che non me ne servano altri.

Da un’armatura all’altra, dall’Universo Marvel a Star Wars. Hai lavorato sul franchise a fumetti di Star Wars, in particolare su Darth Vader. È stato complicato rispettare tutte le direttive e i riferimenti visivi imposti dall’universo di Star Wars? In cosa si differenzia disegnare Darth Vader rispetto a un personaggio come Iron Man?

Salvador Larroca – Beh, in realtà ho disegnato praticamente tutte le armature della Marvel, perché ho lavorato anche su Doctor Doom.

Il problema, però, quando lavori con licenze così importanti, è che ci sono tantissime persone che supervisionano il tuo lavoro. Tu realizzi una tavola e quella tavola viene esaminata da quaranta persone.

Ti arrivano una quantità enorme di note, richieste di modifica, cambiamenti… alcuni persino assurdi, come la fibbia dei pantaloni o dettagli davvero insignificanti.

Quando iniziai a lavorare su Darth Vader, Marvel aveva appena riottenuto la licenza di Star Wars e ci lasciavano ancora una certa libertà. Ma quando passai alla serie principale di Star Wars, diventò un vero inferno.

Per un paio d’anni lavorai su Darth Vader, poi passai a Star Wars e iniziarono ad arrivare continuamente note, correzioni e richieste di modifica.

Una dopo l’altra. Alla fine arrivai a odiarlo. Lasciai la serie e non volevo più avere niente a che fare con Star Wars. È vero, sono i fumetti che pagano meglio. Però, dal punto di vista creativo… zero.

Non puoi fare praticamente nulla. Tutto è controllato e supervisionato.Se provi a fare qualcosa di appena un po’ più personale o artisticamente libero, immediatamente ti dicono che va cambiato. Dal punto di vista della carriera, avere titoli come Star Wars o Darth Vader nel proprio curriculum è sicuramente importante. Ma artisticamente non è stata una bella esperienza. Era come lavorare dentro un corsetto strettissimo.

Ed è questo il principale problema che vedo nelle licenze come Star Wars. Con Alien, ad esempio, è successa una cosa molto simile. C’è sempre qualcuno che ti dice:

Cambia questo.” Cambia quell’altro.”

Ti arriva una sceneggiatura e magari, dopo una riunione, è piena di annotazioni di colori diversi, perché sette persone differenti hanno espresso la propria opinione.

Uno dice: “Io qui farei questo.” Un altro risponde: “E tu cosa ne pensi?”

Un altro ancora propone qualcosa di completamente diverso. Alla fine non osi nemmeno dire: “Io questa scena la farei in controluce.”

Perché sai già che sarà un problema. Lavorare con queste licenze è davvero molto complicato.

Anni fa un editore assumeva un artista perché illustrasse una serie. Tu cercavi semplicemente di disegnarla nel miglior modo possibile e di dare il tuo contributo personale al personaggio.

Oggi, invece, l’editor ti dice esattamente cosa devi fare. E tu hai pochissimo margine creativo, perché se proponi qualcosa di diverso ti chiedono semplicemente di rifarlo.

Le cose sono cambiate moltissimo rispetto al passato. Ed è proprio per questo motivo che non volevo più rimanere lì. Così ho lasciato la Marvel. Adesso preferisco dedicarmi ai miei progetti personali.

Grazie mille, Salvador. È stato davvero un piacere.

Salvador Larroca – Grazie a voi.


Salvador Larroca: Biografia*

Nato a Valencia, Salvador Larroca è un celebre artista di fumetti spagnolo noto soprattutto per il suo lavoro nell’industria statunitense del fumetto, in particolare per Marvel Comics.

Dopo aver iniziato la carriera come cartografo, Larroca si avvicinò al mondo del fumetto nei primi anni ’90 con Marvel UK, lavorando su serie come Dark Angel e Death’s Head II. Poco dopo si trasferì negli Stati Uniti dove iniziò una lunga collaborazione con Marvel Comics, diventando uno degli artisti più prolifici e riconoscibili dell’editore.

Nel corso della sua carriera ha disegnato numerose serie di rilievo, tra cui Fantastic Four, X-Men, The Invincible Iron Man (con il quale ha ottenuto un Premio Eisner nel 2009) e Star Wars.

È riconosciuto per il suo stile dettagliato, caratterizzato da un forte realismo visivo, sebbene talvolta discusso da parte dei fan per l’uso di tecniche di riferimento nell’illustrazione.

Tra i suoi lavori più recenti c’è il graphic novel The Horror Country, creata con lo scrittore Manuel Carballal.

*biografia estratta dal sito Comicon Festival
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Spider-Man Brand New Day special: Ragnatele e proiettili

In Spider-Man Brand New Day vedremo il Punisher di John Bernthal al fianco dello Spidey di Tom Holland. Cosa lega questi due personaggi Marvel a tal punto da vederli insieme in un film MCU? Ve lo diciamo in questo speciale!

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Il 29 luglio 2026 è arrivato nelle sale italiane Spider-Man: Brand New Day, quarto capitolo delle avventure di Tom Holland nei panni dell’Uomo Ragno, questa volta diretto da Destin Daniel Cretton (Shang Chi e la leggenda dei Dieci Anelli, Wonder Man) alla sua prima prova da regista con Spider-Man.

Accanto a Peter Parker, in un ruolo che i fan attendevano da anni, ci sarà lui: Frank Castle, il Punisher, interpretato da un monumentale Jon Bernthal, che ha già indossato il teschio sul petto prima negli show Netflix (Daredevil, Punisher) e successivamente in quelli Marvel Studios (Daredevil: Born Again, The Punisher:One Last Kill).

Bernthal stesso ha raccontato di essersi sentito “enormemente protettivo” nei confronti del personaggio, consapevole di doverlo calare in un contesto PG-13 senza tradirne la natura.

Spider-Man: Brand New Day è il debutto sul grande schermo per Frank Castle nel Marvel Cinematic Universe, e secondo alcune interviste potrebbe addirittura ritagliarsi un ruolo simile a quello di “zio scomodo” per Peter, nel vuoto lasciato dalla morte di Tony Stark.

Molti però si chiederanno… come mai gli Studios hanno deciso di inserire il Punisher in un film di Spider-Man? In realtà la storia editoriale di Frank Castle e dell’Amichevole Spider-Man di quartiere è legata da diverso tempo ed anzi: il Punisher è nato proprio sulle pagine di Spider-Man!

Quindi questo è il momento perfetto, per ripercorrere una delle relazioni più affascinanti, contraddittorie e durature dei fumetti Marvel: quella tra il ragazzo vestito da ragno che non uccide mai e il vigilante dal teschio sul petto che non fa altro.

The Amazing Spider-Man #129: il 1° incontro e la nascita dell’antieroe Frank Castle

Frank Castle debutta nel febbraio 1974 su The Amazing Spider-Man #129, scritto da Gerry Conway e disegnato da Ross Andru. Non è un caso che la sua prima apparizione avvenga proprio tra le pagine dell’Uomo Ragno: il Punisher nasce esplicitamente come contraltare del personaggio, un modo per mettere in scena, fumetto dopo fumetto, il confronto tra due idee opposte di giustizia. In quella storia Castle viene ingaggiato dallo Sciacallo, grande nemico dell’epoca di Spidey, per eliminare Spider-Man, convincendo Frank che il ragno sia in realtà un criminale. Il risultato è un equivoco che si trasforma presto in uno scontro fisico, ma soprattutto etico: da una parte un giovane che ha giurato di non togliere mai la vita a nessuno, per quanto colpevole; dall’altra un ex militare, segnato dalla morte della famiglia per mano della criminalità organizzata, che ha fatto della pena di morte sommaria il proprio mestiere.

Quel primo incontro fissa uno schema che gli sceneggiatori Marvel ripeteranno per cinquant’anni: Spider-Man e Punisher si scontrano saltuariamente quasi sempre non per un fraintendimento superficiale, ma per un disaccordo di fondo sui limiti della giustizia personale.

Peter Parker vs. Frank Castle: due filosofie opposte a confronto

Ciò che rende il loro rapporto così ricco, rispetto a molte altre rivalità supereroistiche, è che nessuno dei due ha davvero “torto” nella logica della propria storia. Ma spieghiamoci meglio.

Peter Parker porta sulle spalle il peso della lezione di zio Ben: da un grande potere derivano grandi responsabilità, e l’onere più grande è non arrogarsi il diritto di decidere chi merita di vivere. Frank Castle, al contrario, ha visto la giustizia istituzionale fallire nel modo più brutale possibile, quando la sua famiglia fu uccisa in un regolamento di conti a cui erano estranei, e da quel momento ha smesso di credere che le regole del sistema legale possano proteggere gli innocenti.

Nel corso dei decenni gli sceneggiatori hanno sfruttato questo attrito per esplorare temi complessi: il confine tra vendetta e giustizia, il ruolo della violenza nella lotta al crimine, la sottile linea che separa l’eroe dal vigilante. Spider-Man, pur disapprovando i metodi di Castle, non lo considera quasi mai un cattivo puro come il Goblin o il Dottor Octopus: lo tratta piuttosto come un uomo pericoloso da fermare, ma la cui rabbia comprende fin troppo bene.

Gli anni ’80 e ’90: la crescita della popolarità di Frank e i team-up forzati con Spidey

Con l’esplosione di popolarità del Punisher negli anni ’80, complice il clima action-movie dell’epoca e il successo delle sue miniserie affidate a team creativi sempre più importanti, il personaggio inizia a comparire più spesso accanto a Spider-Man, quasi sempre in territorio di alleanza tattica piuttosto che di amicizia vera e propria.

Testate come Marvel Team-Up mettono spesso i due fianco a fianco contro nemici comuni: criminali organizzati, trafficanti, mercenari. In queste storie il canovaccio si ripete con leggere variazioni: i due collaborano finché gli obiettivi coincidono, per poi separarsi bruscamente non appena Castle decide di regolare i conti a modo suo.

Una delle storie più iconiche della coppia degli anni ’90 è la miniserie Spider-Man and the Punisher: Family Plot, scritto e disegnato da Tom Lyle, dove sotto il costume di Spidey non c’è Peter ma il suo clone Ben Reilly. Ma ancora più rappresentativo è il classico one-shot Spider-Man/Punisher/Sabretooth: Designer Genes del 1993 scritto da Terry Havanagh e disegnato da Scott McDaniel, dove Marvel mette insieme tre approcci radicalmente diversi alla violenza in un unico albo, quasi a voler sottolineare quanto Spider-Man si trovi a metà tra un mondo di supereroi tradizionali e uno più cupo, popolato da vigilanti senza scrupoli.

E’ un periodo florido per questo tipo di miniserie in casa Marvel, dove con titoli che portano il  marchio “Spider-Man/Punisher” si sfrutta la chimica scomoda dei personaggi come motore narrativo. Il pubblico degli anni ’90, affamato di antieroi (è l’epoca di Venom, Cable, Deadpool), premia proprio questo tipo di incontro-scontro.

Gli anni 2000: il Punisher MAX lontano dagli eroi in calzamaglia

Con l’arrivo della linea MAX all’inizio degli anni Duemila, Marvel decide di dare al Punisher una collocazione narrativa più adulta e realistica, separata dal resto dell’universo condiviso. Garth Ennis, autore della run MAX più celebrata, scrive un Frank Castle quasi del tutto slegato dai supereroi in calzamaglia: la sua è una guerra sporca, fatta di cartelli, mafie e traffici, raccontata con un tono crudo e cinico lontano anni luce dalle avventure di Peter Parker. In questo contesto gli incontri diretti tra i due si riducono drasticamente, e quando avvengono (come in alcuni annual o storie fuori continuity) servono soprattutto a ribadire quanto le loro strade si siano ormai divaricate.

Parallelamente, nasce l’Ultimate Universe (l’etichetta Marvel pensata per rilanciare i personaggi con un taglio più moderno e cinematografico) e nelle storie ‘ultimizzate‘ di Brian Bendis e Mark Bagley di Spider-Man, la Casa delle Idee propone una propria versione del rapporto, spesso più violenta e diretta rispetto alla continuity classica, con un Punisher che in alcune storie arriva persino a scontrarsi duramente con Peter Parker adolescente, mettendo in scena con ancora più crudezza il divario generazionale e morale tra i due.

Civil War riporta Frank tra Spider-Man e i supereroi

 

Un momento chiave per il rapporto arriva durante l’evento Civil War (2006-2007), quando l’universo Marvel si spacca sulla questione della registrazione dei superumani. Il Punisher, da sempre ai margini del sistema, si offre di unirsi alla fazione di Capitan America, ma viene respinto proprio per i suoi metodi. In quel periodo, e negli anni immediatamente successivi, tornano più frequenti gli incroci con Spider-Man, schierato dalla parte di Iron Man inizialmente, che si trova coinvolto in prima persona nel conflitto e si scontra ancora una volta con la domanda di fondo: fin dove può spingersi un eroe pur di fare la cosa giusta?

Iconica l’immagine, riproposta sopra, disegnata da Steve McNiven, che vede Peter Parker indossare il costume di Iron Spider, gravemente ferito tra le braccia del Punitore, che lo porta in salvo da Cap & Co.

Negli anni Dieci, testate come Amazing Spider-Man tornano periodicamente a mettere Frank Castle sulla strada di Peter, spesso in storie dove Spider-Man deve impedire a Castle di giustiziare un criminale che lui stesso ha appena catturato, ribadendo la dinamica originale del 1974 ma con una scrittura più matura e consapevole del peso morale della questione.

Dal fumetto allo schermo: un percorso parallelo

Gli ‘altri’ Punisher del cinema

Il salto dalla carta allo schermo ha seguito un percorso tutto suo. Il Punisher aveva già avuto vita cinematografica autonoma (il film del 1989 con Dolph Lundgren, quello del 2004 con Thomas Jane, Punisher: War Zone del 2008 con Ray Stevenson), sempre lontano dall’orbita di Spider-Man, complice la separazione dei diritti cinematografici tra vari studi che per anni ha reso impossibile immaginare un incontro sul grande schermo.

La svolta arriva con il Marvel Cinematic Universe televisivo: Jon Bernthal viene scelto per interpretare Frank Castle nella seconda stagione di Daredevil su Netflix nel 2016, ottenendo un consenso di critica e pubblico tale da guadagnarsi una serie spin-off, The Punisher, andata avanti per due stagioni. Dopo l’assorbimento dei contenuti Netflix nel canone Disney+, Bernthal è tornato nei panni di Castle in Daredevil: Born Again, confermando la centralità del personaggio nell’attuale fase del MCU.

Nel frattempo Tom Holland ha costruito la propria versione di Spider-Man attraverso Capitan America: Civil War, dove ha esordito, Homecoming, Far From Home e No Way Home, in un percorso che lo ha visto crescere da adolescente protetto da Tony Stark a giovane uomo costretto a fare i conti da solo con le conseguenze delle proprie scelte, specialmente dopo il finale di No Way Home, in cui il mondo dimentica la sua identità segreta ma Peter perde ogni legame diretto col proprio passato.

Brand New Day: cosa ci aspetta dal rapporto Spider-Man/Punisher?

È in questo contesto che arriva Brand New Day. Con Tony Stark ormai da tempo scomparso, Peter si trova privato della figura paterna che lo aveva guidato nei primi film, e secondo quanto raccontato dallo stesso Bernthal in alcune interviste, Frank Castle potrebbe ritagliarsi proprio quello spazio, sia pure in una forma decisamente più scomoda e ambigua rispetto a quella di Stark: non un mentore tecnologico e paterno, ma una sorta di “zio” imprevedibile, la cui sola presenza costringe Peter a interrogarsi di nuovo su cosa significhi davvero fare la cosa giusta.

È un’evoluzione naturale, in fondo, di quello che i fumetti raccontano da cinquant’anni: il Punisher come specchio deformante delle scelte di Spider-Man, la tentazione della scorciatoia violenta che Peter continua, storia dopo storia, a rifiutare. Portare questa dinamica al cinema, con un pubblico enormemente più vasto di quello dei lettori di fumetti, significa anche introdurre milioni di spettatori a una delle domande più antiche e mai risolte dell’universo Marvel: fino a che punto un eroe può spingersi per fermare il male, prima di diventarne parte? Gli spettatori saranno con Spider-Man o con Punisher? Solo dopo la visione di Brand New Day (forse) avranno la risposta a questo quesito.

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Comics

Intervista a Lee Bermejo: Con Amazing Visions 25 ‘diapositive’ della vita di Spider-Man

Al Comicon Bergamo, abbiamo avuto l’occasione di parlare con uno dei più grandi autori in attività nel campo dei comics: Lee Bermejo. L’artista ci ha raccontato il progetto che lo vede protagonista insieme a Spider-Man: Amazing Visions

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Lee Bermejo è da sempre un artista meticoloso che con la sua arte unica e dall’ estetica inconfondibile, dona un tocco personale a ogni supereroe che disegna.

Con Amazing Visions, l’artista ha abbracciato un progetto importante per conto della Marvel, con protagonista il suo eroe più iconico e famoso: Spider-Man.

Attraverso 25 cover che sono veri e propri ‘scatti’ di momenti fondamentali dell’Amichevole Spider-Man di Quartiere, Bermejo, come un abile Peter Parker, ci sta regalando dei capolavori, con immagini emozionali dal forte impatto visivo, che hanno l’obiettivo di accompagnare i lettori di Spider-Man al fatidico Amazing Spider-Man#1000, in uscita a settembre 2026.

Grazie alla disponibilità di Lee Bermejo, abbiamo avuto l’occasione di poterlo intervistare durante il Comicon Bergamo di quest’anno, concentrandoci principalmente proprio su Amazing Visions e sul rapporto dell’autore statunitense con Spider-Man.

E nella settimana che vede l’uscita al cinema di Spider-Man: Brand New Day, non potevamo esimerci dal proporre ai nostri lettori l’arte di Lee Bermejo che racconta Spider-Man.


Lee Bermejo: Amazing Visions è puro divertimento

Innanzitutto grazie mille, Lee, per questa intervista. Volevo parlare con te di Amazing Visions, questo progetto che ripercorre la storia editoriale di Spider-Man nei suoi momenti più importanti e che ti vede protagonista con 25 copertine che accompagnano il personaggio fino al numero 1000 di Amazing Spider-Man. Come nasce questo progetto?

Lee Bermejo – Volevo fare qualcosa con Marvel. C’erano stati vari approcci con altri progetti, però non si erano concretizzati. A un certo punto è arrivata questa possibilità.

In realtà io volevo realizzare qualcosa che avesse lo stesso tipo di approccio artistico che avevo avuto con Batman: Dear Detective. È stata quindi un’idea di C.B. Cebulski quella di raccontare la storia editoriale di Spider-Man attraverso una lunga serie di copertine.

È il tuo progetto più ambizioso? In fondo significa ripercorrere più di sessant’anni di storia editoriale di uno dei personaggi più iconici del fumetto.

Lee Bermejo – No, perché il progetto più ambizioso che abbia mai realizzato è A Vicious Circle, uscito l’anno scorso. Quello è, senza dubbio, il lavoro più impegnativo che abbia mai fatto. Questo, invece, è stato puro divertimento.

Che rapporto hai con Spider-Man? È un personaggio che seguivi già da ragazzo?

Lee Bermejo – Certo. Da piccolo mi sono innamorato del personaggio leggendo i primi numeri attraverso i Marvel Masterworks. Per me Steve Ditko è sempre stato la versione “pura” di Spider-Man.

E poi guardavo anche la serie televisiva animata degli anni Settanta, quella classica. Quindi sì, Spider-Man è sempre stato un personaggio importante per me.

Tu sei conosciuto soprattutto per i tuoi lavori in DC, con personaggi come Joker, Lex Luthor e Batman, figure molto più oscure. Com’è stato approcciarti invece a un personaggio così positivo come l’amichevole Spider-Man di quartiere? Anche dal punto di vista della rappresentazione visiva immagino sia stato molto diverso rispetto a Batman.

Lee Bermejo – Sì, però credo che alla fine si tratti sempre di interpretare il personaggio attraverso la propria visione artistica. È proprio questo il motivo per cui il progetto si chiama Amazing Visions.

Fin dall’inizio ho detto che non volevo realizzare uno Spider-Man classico. Volevo disegnarlo come l’ho sempre immaginato io e dargli un’impronta artistica personale, che per Marvel è una cosa piuttosto insolita.

Di solito non lavorano in questo modo, quindi per me era importante affrontare Spider-Man esattamente come avevo fatto con Batman e con gli altri personaggi: filtrandoli attraverso la mia estetica.

A questo proposito ho una domanda proprio sull’estetica. Perché hai scelto di rappresentare Spider-Man con i lancia-ragnatele esterni al costume?

Lee Bermejo – Perché normalmente vengono sempre rappresentati come completamente nascosti all’interno dei guanti.

Questa idea nasce un po’ dalla serie televisiva degli anni Settanta, ma anche da una mia ossessione fin da bambino.

Mi chiedevo sempre: se davvero avesse questi lancia-ragnatele, possibile che sotto il guanto non si vedesse mai nulla? Nessuna sporgenza, nessun segno del metallo… niente.

La stessa cosa vale per la maschera. Lui la sfila continuamente, eppure viene sempre disegnata come se fosse un unico pezzo. Sono dettagli che, anche quando ero piccolo, mi davano parecchio fastidio.

Accettavo tranquillamente che Spider-Man potesse arrampicarsi sui muri o sollevare una macchina, ma questi dettagli mi sembravano poco realistici.

Più che altro, per me Spider-Man è un ragazzo normale. Non è perfetto.

La versione “pura” del personaggio è quella di un ragazzo che deve gestire una casa con una zia anziana, che ha molte più responsabilità rispetto ai suoi coetanei e che deve anche costruirsi un’identità da supereroe.

Ma Peter Parker non è un artista. Non ha il gusto estetico perfetto per progettare un costume impeccabile o tutti gli altri dettagli. Per questo motivo cerco sempre di rappresentare ogni personaggio attraverso quello che, secondo me, sarebbe il suo modo naturale di vedere le cose.

Passiamo un attimo a Batman: Noël. In quel volume sei stato non solo il disegnatore, ma anche lo sceneggiatore. Com’è stato il tuo approccio alla scrittura?

Lee Bermejo – In realtà non è stata la prima volta.

Credo di aver scritto quello, sì… anzi, prima avevo realizzato una storia breve e poi Batman: Noël.

Ma, a dire il vero, ho sempre scritto. Anche da bambino realizzavo i miei fumetti e ne scrivevo le storie.

Quando ho iniziato a lavorare nel mercato americano, verso la fine degli anni Novanta, era molto difficile entrare come autore completo, cioè sia sceneggiatore sia disegnatore.

Spesso volevano che scegliessi una sola strada. E, per un ragazzo di diciannove anni come ero allora, la cosa più importante era riuscire a entrare nell’industria.

Però la mia intenzione è sempre stata quella di scrivere, appena ne avessi avuto la possibilità.

Quindi è stato un insieme di circostanze, ma non è certo una cosa che ho iniziato a fare con Batman: Noël.

Ti piacerebbe quindi, magari in futuro, cimentarti con Spider-Man anche come sceneggiatore? Oppure come autore completo, occupandoti sia della storia sia dei disegni interni?

Lee Bermejo – Realizzare una storia interna è molto diverso.

Marvel funziona in modo diverso rispetto alla DC. Alla Marvel non hai la stessa libertà di creare storie fuori continuity. Si può fare, certo, ma è molto più complicato trovare il progetto giusto.

In effetti avevo anche proposto una storia di Spider-Man, però non era quello che stavano cercando. Quindi mai dire mai.

Però, per quanto mi riguarda, collaborare con Marvel a livello di storytelling è più difficile. Sulle copertine, invece, è decisamente più semplice.

Tra tutti i personaggi che hai disegnato nelle copertine di Amazing Visions, quale ti sei divertito di più a rappresentare… escluso Spider-Man?

Lee Bermejo – Mi è piaciuto molto Electro.

Nell’ultima copertina che ho realizzato avevo parecchia paura di affrontarlo, perché non sapevo davvero come interpretarlo. Ero un po’ in difficoltà, ma alla fine, proprio all’ultimo momento, ho trovato il modo giusto per rappresentarlo.

Mi ha sorpreso tantissimo.

Poi Goblin è sempre bellissimo da disegnare. In generale adoro i villain classici. Per me restano i migliori.

Dopo Marvel Visions puoi già anticiparci qualcosa sui tuoi prossimi lavori? Hai qualche progetto in cantiere di cui puoi parlarci?

Lee Bermejo – Sì. Ho scritto e sto disegnando un altro progetto. Però ci vorranno ancora un paio d’anni prima che venga pubblicato, quindi è ancora troppo presto per parlarne.

Si tratta di un progetto più autoriale oppure di un lavoro per una grande casa editrice?

Lee Bermejo – No, è per una major.

Perfetto. Allora ti ringrazio davvero per il tempo che ci hai dedicato. Grazie mille, Lee.

Lee Bermejo – Grazie a voi. Grazie mille.


Lee Bermejo: Biografia*

Lee Bermejo è tra i fumettisti più apprezzati del panorama americano, noto per il suo inconfondibile stile realistico. È celebre soprattutto come illustratore di Batman/Deathblow: After the Fire, Luthor, Before Watchmen: Rorschach e del graphic novel best seller del New York Times Joker, tutte opere realizzate per DC in collaborazione con lo scrittore Brian Azzarello.

Altri suoi lavori per la DC Comics includono Global Frequency (con Warren Ellis), Superman/Gen13 (con Adam Hughes) e Hellblazer (con Mike Carey) e il graphic novel best seller Batman: Noel, scritto e illustrato interamente da Bermejo.

Per Vertigo ha creato la serie acclamata dalla critica Suiciders e Batman: Damned, scritto ancora una volta da Azzarello per la linea Black Label della DC.

Il suo lavoro più recente per la DC è l’artbook narrativo Batman: Dear Detective, che ha scritto e illustrato.

I suoi lavori più recenti includono un progetto intitolato A Vicious Circle con lo sceneggiatore Mattson Tomlin e una serie di copertine che descrivono in dettaglio la storia di Spider-Man per la Marvel Comics. Bermejo vive e lavora in Italia.

*biografia estratta dal sito Comicon Festival
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