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Transformers: perché la serie di Daniel Warren Johnson è il cuore dell’Energon Universe

Ecco perchè Transformers (Image Comics, Saldapress) di Daniel Warren Johnson è il cuore pulsante dell’Energon Universe.

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L'Energon Universe arriva in Italia

Nel nostro precedente approfondimento dedicato a G.I. Joe abbiamo visto come la nascita della nuova squadra e l’ascesa di Cobra siano strettamente legate agli eventi che sconvolgono il mondo. 

Per comprendere davvero le origini di quel conflitto, però, bisogna tornare al punto da cui tutto ha avuto inizio: la guerra tra Autobot e Decepticon raccontata nella serie Transformers di Daniel Warren Johnson. È qui che l’Energon diventa il fulcro dell’intero universo condiviso, dando il via a una catena di eventi destinata a influenzare tutte le serie pubblicate da SaldaPress.

I quattro volumi: il cuore della nuova saga

Transformers Vol. 1 – L'inizio della guerra

Il primo volume rappresenta molto più di un semplice nuovo inizio per i Transformers: è una vera e propria dichiarazione d’intenti. Daniel Warren Johnson evita le classiche storie di origine e catapulta il lettore nel pieno della guerra tra Autobot e Decepticon, mostrando fin dalle prime pagine quanto il conflitto sia brutale e senza esclusione di colpi. La Terra diventa il nuovo teatro dello scontro e gli esseri umani si trovano coinvolti in una battaglia combattuta da fazioni infinitamente più potenti di loro. Al centro della vicenda c’è un Optimus Prime profondamente diverso dall’eroe infallibile di molte incarnazioni precedenti: è un comandante segnato dalle perdite, costretto a prendere decisioni dolorose pur di garantire un futuro ai suoi compagni. L’autore riesce così a coniugare l’azione spettacolare con una forte componente emotiva, gettando le basi narrative dell’intero Energon Universe.

Transformers Vol. 2 – Le ferite del conflitto

Nel secondo volume il ritmo non rallenta, ma la serie cambia prospettiva. Se il primo tomo era dedicato principalmente alla presentazione del conflitto, qui l’attenzione si sposta sulle sue conseguenze. Gli Autobot devono affrontare perdite, difficoltà logistiche e continui dubbi sulla propria missione, mentre i Decepticon mostrano crepe sempre più evidenti nella loro catena di comando. Johnson dedica maggiore spazio alla caratterizzazione dei personaggi, rendendo figure come Starscream, Soundwave e Optimus Prime sorprendentemente sfaccettate. Parallelamente cresce anche il ruolo degli esseri umani, che non sono più semplici spettatori ma diventano parte integrante degli eventi. È inoltre il volume che inizia a collegare in maniera più evidente Transformers alle altre serie dell’Energon Universe, preparando il terreno ai futuri sviluppi che coinvolgeranno Void Rivals e G.I. Joe.

Transformers Vol. 3 – L'escalation della guerra

Con il terzo volume la serie raggiunge uno dei suoi momenti più spettacolari. L’ingresso in scena dei Combiner porta il conflitto a un livello completamente nuovo, offrendo alcune delle sequenze d’azione più impressionanti dell’intera collana. Tuttavia Daniel Warren Johnson dimostra ancora una volta che il vero punto di forza della serie non è soltanto la spettacolarità dei combattimenti. Dietro ogni scontro si nascondono infatti rapporti di fiducia, rivalità, sacrifici e scelte morali che rendono la guerra sempre più complessa. Il volume approfondisce anche il tema della leadership, mostrando quanto il peso delle responsabilità ricada su Optimus Prime e quanto le ambizioni personali rischino di compromettere il fronte dei Decepticon. È probabilmente il capitolo che meglio sintetizza il perfetto equilibrio tra intrattenimento e sviluppo dei personaggi.

Transformers Vol. 4 – Il passato che cambia il futuro

Il quarto volume rappresenta una svolta importante per la serie. Pur continuando a raccontare la guerra sulla Terra, Johnson sceglie di guardare anche al passato di Cybertron, approfondendo le origini del conflitto e il rapporto tra Optimus Prime e Megatron. Attraverso flashback e nuove rivelazioni, scopriamo come la guerra non sia nata semplicemente dalla contrapposizione tra bene e male, ma da ideali differenti, errori e decisioni che hanno cambiato il destino di un intero pianeta. Parallelamente la Matrice del Comando assume un ruolo centrale, mettendo in discussione il concetto stesso di leadership e il futuro degli Autobot. L’inclusione dell’Energon Universe Special 2025 amplia ulteriormente la portata della storia, consolidando i legami con le altre serie dell’universo condiviso e preparando il terreno agli eventi che verranno. Questo volume conferma definitivamente come il nuovo Transformers non sia soltanto una serie ricca d’azione, ma un racconto corale capace di dare profondità e spessore a uno dei franchise più iconici del fumetto e dell’animazione.

I due fronti della guerra

Cybertron: un mondo perduto

Sebbene gran parte della serie si svolga sulla Terra, l’ombra di Cybertron incombe costantemente su ogni evento. Attraverso flashback, ricordi e rivelazioni, Daniel Warren Johnson mostra un pianeta devastato da milioni di anni di guerra civile, un tempo culla di una civiltà straordinariamente avanzata e ormai ridotto a un simbolo di ciò che il conflitto può distruggere. È proprio su Cybertron che affondano le radici dello scontro tra Optimus Prime e Megatron e che prendono forma le profonde divisioni ideologiche tra Autobot e Decepticon. Nel quarto volume, il ritorno al passato permette di comprendere meglio le origini della guerra e il peso delle scelte compiute dai due leader, dimostrando come il conflitto non sia nato da una semplice lotta tra bene e male, ma da visioni opposte del futuro del loro popolo. Cybertron diventa così molto più di uno sfondo narrativo: è una ferita aperta che continua a influenzare ogni decisione presa dai suoi sopravvissuti.

La Terra al centro della guerra

Se Cybertron rappresenta il passato della guerra, la Terra ne è il presente e, soprattutto, il futuro. Per Autobot e Decepticon il nostro pianeta non è soltanto un rifugio o un nuovo campo di battaglia, ma una risorsa strategica destinata a cambiare gli equilibri dell’intero universo. La presenza dell’Energon e delle tecnologie cybertroniane attira entrambe le fazioni, trasformando città, basi militari e piccoli centri abitati in scenari di scontri devastanti. Daniel Warren Johnson racconta questo fronte con grande attenzione alle conseguenze del conflitto: edifici distrutti, civili costretti a convivere con una guerra che non appartiene loro e governi impreparati ad affrontare una minaccia di tale portata. È proprio sulla Terra che i destini di esseri umani e Cybertroniani finiscono per intrecciarsi, gettando le basi per gli sviluppi dell’Energon Universe e preparando il terreno all’arrivo delle organizzazioni che saranno protagoniste di G.I. Joe e Cobra. In questo modo il pianeta diventa il crocevia di tutte le principali linee narrative dell’universo condiviso, nonché il luogo in cui si deciderà il destino di entrambe le specie.

Dentro la guerra: i protagonisti del conflitto. Due leader, due ideali

Optimus e Megatron: lo scontro che decide il destino di Cybertron

Il cuore della serie Transformers non è soltanto la guerra tra Autobot e Decepticon, ma il profondo dualismo tra Optimus Prime e Megatron. Daniel Warren Johnson recupera uno degli elementi più affascinanti della mitologia dei Transformers: i due leader non sono semplicemente eroe e villain, ma rappresentano due idee opposte di giustizia, libertà e potere. Entrambi desiderano un futuro migliore per Cybertron, ma i mezzi scelti per raggiungerlo li conducono su strade inconciliabili.

Optimus Prime incarna la convinzione che una guida debba conquistare il rispetto attraverso il sacrificio, la compassione e l’esempio. Ogni decisione che prende è accompagnata dal peso delle responsabilità verso i suoi compagni e dalla volontà di preservare la vita, anche quando ciò comporta enormi rischi personali. La sua leadership non nasce dalla forza, ma dalla fiducia che gli altri ripongono in lui. Megatron, al contrario, vede nel potere l’unico strumento capace di cambiare davvero il mondo. La sua esperienza gli ha insegnato che il dialogo e la diplomazia non bastano a spezzare un sistema corrotto e che solo la forza può garantire un nuovo ordine. Proprio questa convinzione lo porta a trasformare una rivoluzione in una guerra senza fine, in cui il fine finisce spesso per giustificare qualsiasi mezzo.

Uno degli aspetti più riusciti della serie è proprio il modo in cui Johnson evita una contrapposizione semplicistica tra bene e male. Attraverso i flashback e le rivelazioni sul passato di Cybertron, emerge come Optimus Prime e Megatron condividessero inizialmente il desiderio di costruire un futuro più giusto per il loro pianeta. È la diversa interpretazione di quel sogno a renderli nemici, trasformando il loro confronto in una vera e propria tragedia. Per questo motivo il conflitto tra Autobot e Decepticon assume una dimensione che va oltre le battaglie: è lo scontro tra due ideali destinati a influenzare il destino di un’intera civiltà.

I Decepticon: un impero costruito sul tradimento

Uno degli aspetti più interessanti della serie di Daniel Warren Johnson è il modo in cui vengono rappresentati i Decepticon. Lontani dall’essere un esercito compatto e disciplinato, sono una fazione profondamente divisa, in cui ambizioni personali, sete di potere e rivalità interne rischiano continuamente di compromettere gli obiettivi comuni. Con Megatron assente per buona parte della storia, il comando passa a Starscream, ma la sua leadership è tutt’altro che indiscussa. Ogni decisione viene messa in discussione e il timore di perdere il controllo alimenta un clima di sospetto costante.

Le tensioni emergono soprattutto nel rapporto tra Starscream e gli altri alti ufficiali, ciascuno con una propria visione del futuro dei Decepticon. Personaggi come Soundwave dimostrano una lealtà più rivolta alla causa che al singolo comandante, mentre altri sono pronti a sfruttare ogni occasione per migliorare la propria posizione. Questo equilibrio precario rende i Decepticon imprevedibili: spesso le sconfitte non derivano dalla superiorità degli Autobot, ma dalle divisioni che li consumano dall’interno.

Johnson utilizza queste rivalità per raccontare una fazione molto più complessa rispetto alle incarnazioni classiche. I Decepticon non sono semplicemente “i cattivi”: sono un’organizzazione in cui il potere si conquista con la forza, l’inganno e il tradimento, e dove la fiducia è una risorsa rara. Le continue lotte intestine non solo arricchiscono la caratterizzazione dei personaggi, ma contribuiscono a rendere la guerra ancora più instabile, dimostrando che, a volte, il nemico più pericoloso non è l’esercito avversario, bensì chi combatte al tuo fianco.

Spike e Carly: due umani in una guerra di giganti

In una serie dominata da giganteschi robot alieni, Spike Witwicky e Carly svolgono un ruolo fondamentale: sono gli occhi attraverso cui il lettore osserva il conflitto tra Autobot e Decepticon. Daniel Warren Johnson recupera due personaggi storici della mitologia dei Transformers e li reinterpreta in chiave moderna, evitando di relegarli al ruolo di semplici comprimari. La loro presenza non serve soltanto a creare un collegamento tra il mondo umano e quello dei Cybertroniani, ma contribuisce a dare una dimensione più concreta alle conseguenze della guerra.

Spike rappresenta l’umanità più istintiva e impulsiva. Coinvolto suo malgrado negli eventi, si trova rapidamente a confrontarsi con una realtà molto più grande di lui, imparando che il coraggio non significa essere invincibili, ma scegliere di agire anche quando si ha paura. Il suo rapporto con Optimus Prime e gli Autobot si sviluppa gradualmente, fondandosi sulla fiducia reciproca piuttosto che sull’ammirazione cieca, fino a renderlo uno degli alleati più importanti della resistenza terrestre. 

Carly, dal canto suo, offre una prospettiva diversa e complementare. Intelligente, determinata e capace di mantenere la lucidità anche nelle situazioni più disperate, non è la classica “spalla” dell’eroe, ma un personaggio attivo che partecipa agli eventi e contribuisce concretamente alle decisioni del gruppoIl rapporto con Spike aggiunge inoltre una dimensione emotiva alla storia, ricordando continuamente ciò che è davvero in gioco: non soltanto la sopravvivenza dei Cybertroniani, ma anche il futuro dell’umanità. Attraverso Spike e Carly, Johnson sottolinea uno dei temi centrali della serie: la guerra non coinvolge soltanto chi la combatte. Le loro vicende mostrano come il conflitto tra Autobot e Decepticon abbia un impatto diretto sulla vita delle persone comuni, trasformando due giovani apparentemente ordinari in protagonisti indispensabili di una storia che unisce fantascienza spettacolare e forte coinvolgimento umano.

La visione di Daniel Warren Johnson, l'autore che ha reinventato i Transformers

Quando nel 2023 è stato annunciato che Daniel Warren Johnson avrebbe scritto e disegnato la nuova serie di Transformers, le aspettative erano alte. Autore acclamato per opere come Murder Falcon, Do a Powerbomb! ed Extremity, Johnson aveva già dimostrato di saper coniugare azione travolgente e forte intensità emotiva. Con Transformers, però, la sfida era ancora più ambiziosa: rilanciare uno dei franchise più iconici della cultura pop senza tradirne l’identità.

Il risultato è una delle interpretazioni più convincenti mai dedicate ai Cybertroniani. Johnson sceglie di non limitarsi a raccontare una guerra tra robot giganti, ma costruisce una storia in cui i protagonisti sono prima di tutto personaggi. Optimus Prime, Starscream, Bumblebee e gli altri non combattono soltanto per vincere una battaglia: affrontano dubbi, sacrifici, perdite e conflitti interiori che li rendono incredibilmente umani, pur restando fedeli alla loro natura aliena.

Fondamentale è anche la sua doppia veste di sceneggiatore e disegnatore. Questa gli permette di orchestrare ogni tavola con un perfetto equilibrio tra testo e immagini, trasformando le spettacolari sequenze d’azione in strumenti di narrazione e non in semplici esercizi di stile. Le trasformazioni, gli scontri e perfino i momenti di silenzio raccontano qualcosa dei personaggi, dando vita a un fumetto in cui il linguaggio visivo ha la stessa importanza dei dialoghi.

Johnson riesce inoltre a trovare un equilibrio raro tra tradizione e innovazione. I design richiamano chiaramente l’estetica Generation 1, i personaggi conservano le caratteristiche che li hanno resi celebri e la mitologia classica viene rispettata, ma ogni elemento è reinterpretato con una sensibilità moderna. Il risultato è una serie capace di soddisfare i fan di lunga data e, allo stesso tempo, di rappresentare un punto di ingresso ideale per chi si avvicina per la prima volta all’universo dei Transformers.

È proprio questa visione a rendere la serie il cuore dell’Energon Universe. Daniel Warren Johnson dimostra che i Transformers possono essere molto più di un simbolo degli anni Ottanta: possono raccontare storie mature, emozionanti e coinvolgenti, senza rinunciare al senso di meraviglia che li accompagna fin dalla loro nascita. Il suo lavoro non si limita a rilanciare il franchise, ma ne ridefinisce il potenziale narrativo, ponendo le basi per quella che molti lettori e critici considerano una delle migliori incarnazioni dei Transformers mai realizzate.

L'arte della trasformazione

Uno degli aspetti più affascinanti dei primi quattro volumi di Transformers è il modo in cui Daniel Warren Johnson rappresenta la natura meccanica dei Cybertroniani. Le loro trasformazioni non sono semplici effetti spettacolari, ma processi complessi e credibili, in cui ogni ingranaggio, pistone, pannello e componente sembra avere una funzione precisa. L’autore dedica grande attenzione al funzionamento dei corpi dei Transformers, mostrando come siano vere e proprie macchine viventi: danneggiamenti, guasti e riparazioni hanno conseguenze concrete e contribuiscono a rendere ogni scontro ancora più intenso.

Le sequenze di trasformazione sono tra i momenti più iconici della serie. Johnson riesce a trasmettere tutta la complessità di questi esseri, illustrando il continuo movimento di parti meccaniche che si ricompongono fino a dare vita ai loro veicoli alternativi. Ogni personaggio possiede una trasformazione unica, studiata per rifletterne la personalità e il ruolo sul campo di battaglia: Optimus Prime diventa un possente camion, simbolo di forza e protezione, mentre altri Cybertroniani assumono forme più rapide, aggressive o specializzate, sfruttandole come parte integrante della propria strategia. Ma le trasformazioni non rappresentano soltanto una caratteristica estetica. Nella serie assumono un preciso valore narrativo: permettono ai personaggi di adattarsi rapidamente alle situazioni, di sorprendere gli avversari e di sfruttare al meglio le proprie capacità in combattimento. Daniel Warren Johnson utilizza questo elemento con grande creatività, costruendo scene d’azione dinamiche in cui il passaggio dalla modalità robot a quella veicolo diventa parte integrante della coreografia dello scontro, senza mai risultare gratuito.

Anche il design dei Cybertroniani contribuisce a rafforzare questa impressione di realismo meccanico. Pur richiamando le iconiche versioni Generation 1, ogni Transformer appare come una macchina credibile, fatta di metallo, bulloni, cavi e componenti in continuo movimento. Il risultato è una delle rappresentazioni più convincenti del franchise: le trasformazioni non sono soltanto il marchio di fabbrica della serie, ma l’espressione della natura stessa dei Cybertroniani, esseri viventi la cui identità è inscindibilmente legata alla loro straordinaria biomeccanic.

Quando l'azione prende vita

Uno dei motivi per cui Transformers è diventato uno dei fumetti più apprezzati dell’Energon Universe è il perfetto equilibrio tra sceneggiatura e comparto grafico. Daniel Warren Johnson non è soltanto lo scrittore della serie, ma anche il principale disegnatore dei primi archi narrativi, e questa doppia veste gli permette di costruire tavole in cui ogni scelta visiva è al servizio della narrazione. L’azione non è mai fine a sé stessa: la disposizione delle vignette, il ritmo della tavola e le inquadrature guidano il lettore attraverso combattimenti spettacolari senza sacrificare la chiarezza. Ogni trasformazione, ogni esplosione e ogni colpo hanno un peso narrativo preciso, contribuendo a trasmettere la tensione e la brutalità della guerra.

L’aspetto forse più sorprendente è la capacità di Johnson di rendere espressivi personaggi privi di un volto umano. Attraverso posture, movimenti, inclinazioni della testa e dettagli delle ottiche, Optimus Prime, Starscream, Soundwave e gli altri Cybertroniani riescono a comunicare emozioni profonde come paura, rabbia, dolore e speranza. È una narrazione fortemente visiva, in cui spesso basta una singola vignetta silenziosa per raccontare ciò che le parole non potrebbero esprimere con la stessa efficacia.

A partire dai volumi successivi, il testimone passa a Jorge Corona, che raccoglie un’eredità importante senza snaturare l’identità della serie. Il suo tratto mantiene il dinamismo e l’impatto spettacolare delle scene d’azione, ma introduce una maggiore fluidità e un’attenzione particolare alle espressioni e ai momenti più intimi, accompagnando la progressiva evoluzione della storia verso temi sempre più emotivi e introspettivi.
A completare il lavoro c’è il fondamentale contributo del colorista Mike Spicer, il cui utilizzo della luce e del colore diventa parte integrante della narrazione. Le tonalità calde e fredde scandiscono il ritmo emotivo del racconto, enfatizzano la monumentalità dei Cybertroniani e rendono immediatamente riconoscibili gli ambienti e le atmosfere. Il risultato è un fumetto in cui sceneggiatura, matite e colori dialogano continuamente tra loro, dimostrando come il comparto artistico non sia un semplice accompagnamento al testo, ma uno dei principali strumenti con cui Daniel Warren Johnson e gli altri autori costruiscono il coinvolgimento del lettore.

Perché questa serie conquista il lettore

Le emozioni dietro il metallo

Uno degli elementi che distingue il Transformers di Daniel Warren Johnson da molte interpretazioni precedenti del franchise è il grande spazio dedicato alle emozioni dei suoi protagonisti. Pur essendo esseri meccanici, gli Autobot e i Decepticon vengono raccontati come individui capaci di  provare sentimenti autentici: soffrono per la perdita dei compagni, stringono legami profondi, covano rancore e affrontano dubbi che influenzano ogni loro scelta. La guerra non è soltanto uno scontro tra fazioni, ma una tragedia che lascia cicatrici emotive su tutti i personaggi.

Optimus Prime è forse l’esempio più evidente di questo approccio. Nel corso dei quattro volumi il leader degli Autobot vive costantemente il peso delle responsabilità: ogni caduto rappresenta un fallimento personale e ogni decisione è accompagnata dal timore di sacrificare chi ha giurato di proteggere. La sua forza non deriva dalla superiorità fisica, ma dalla capacità di mettere sempre il bene collettivo davanti ai propri desideri, anche quando questo significa convivere con il senso di colpa e con il dolore.

Nel quarto volume questa dimensione diventa ancora più evidente, quando la crisi della Matrice del Comando si riflette anche sul suo equilibrio interiore, mettendo in discussione la sua stessa identità di leader. Anche tra i Decepticon le emozioni hanno un ruolo fondamentale, sebbene assumano una forma diversa. Orgoglio, ambizione, invidia e desiderio di rivalsa alimentano le continue lotte intestine che attraversano la fazione. Starscream è mosso dall’ossessione di dimostrare il proprio valore, mentre personaggi come Soundwave incarnano una lealtà quasi assoluta verso la causa. Questi sentimenti rendono i Decepticon molto più di semplici antagonisti: sono individui con convinzioni, paure e obiettivi spesso in conflitto tra loro, rendendo il fronte nemico tanto pericoloso quanto instabile. Johnson dedica inoltre grande attenzione ai rapporti di fiducia e fratellanza tra gli Autobot. I milioni di anni trascorsi a combattere insieme hanno trasformato la squadra in una vera famiglia, dove il sacrificio di un compagno pesa quanto quello di un fratello. È proprio questo legame a dare forza emotiva alle battaglie: ogni scontro non riguarda soltanto la vittoria o la sconfitta, ma la sopravvivenza di persone che condividono un passato, ricordi e ideali comuni. È anche grazie a questa profondità emotiva che la serie riesce a distinguersi.

Daniel Warren Johnson dimostra che i Transformers non sono soltanto giganteschi robot che si affrontano in spettacolari combattimenti, ma personaggi complessi, capaci di trasmettere emozioni universali. Dietro il metallo, gli ingranaggi e le trasformazioni si nascondono temi come il sacrificio, il senso di appartenenza, il lutto, la speranza e la ricerca della propria identità, rendendo questi quattro volumi tra i racconti più maturi e coinvolgenti mai dedicati ai Cybertroniani.

Conclusioni: molto più di una guerra tra robot

I primi quattro volumi di Transformers pubblicati da SaldaPress dimostrano come un franchise nato negli anni Ottanta possa ancora raccontare storie moderne, mature e sorprendentemente profonde. Daniel Warren Johnson e il team artistico costruiscono un’opera capace di andare oltre la spettacolarità delle trasformazioni e dei combattimenti, mettendo al centro temi universali come il sacrificio, la leadership, il peso delle proprie scelte, l’amicizia e la speranza. Ne nasce un racconto in cui ogni battaglia ha conseguenze concrete e ogni personaggio, da Optimus Prime a Starscream, contribuisce ad arricchire un universo narrativo in continua evoluzione.

Questi quattro volumi rappresentano inoltre il cuore pulsante dell’Energon Universe, gettando le basi per gli eventi che coinvolgono Void Rivals e G.I. Joe. Se nel nostro precedente approfondimento abbiamo visto come la guerra tra Cobra e G.I. Joe sia destinata a cambiare il destino della Terra, è proprio qui che tutto ha origine. Comprendere la lotta tra Autobot e Decepticon significa comprendere l’intera architettura dell’universo condiviso costruito da Skybound e portato in Italia da SaldaPress.

Che siate lettori storici dei Transformers o semplicemente curiosi di scoprire uno dei fumetti americani più acclamati degli ultimi anni, questa serie rappresenta un punto di partenza imprescindibile. Non è soltanto un rilancio di un marchio iconico, ma la dimostrazione che, quando grandi personaggi incontrano autori capaci di rileggerli con rispetto e ambizione, il risultato può diventare qualcosa di davvero speciale.

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Chip Zdarsky e Valerio Schiti portano Capitan America nel mondo post 11/09/2001

La prima run di Chip Zdarsky e Valerio Schiti su Capitan America si intitola La Nostra Guerra Segreta, storia che vede Steve Rogers confrontarsi con un altro Capitan America: David Colton, il Super Soldato post 11 settembre 2001

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Capitan America è prima di tutto un simbolo.

Quel costume, quello scudo e, soprattutto, quella bandiera sono l’emblema degli Stati Uniti e della libertà, che negli anni ’40 servivano a far forza a chi stava al fronte, e la Seconda Guerra Mondiale la viveva in prima persona.

Oltre a Steve Rogers, diversi sono stati i portatori dello scudo nel corso degli anni e ogni uomo che ha ricoperto quel ruolo ha messo in atto onore, giustizia e coraggio mostrando, anche nei fumetti, come il sogno americano rispecchiasse una nazione forte e a tratti invincibile.

Poi è arrivato il 2001. Quel maledetto 11 settembre.

L’America è stata messa in ginocchio dallo scioccante attentato alle Torri Gemelle, che ha pietrificato tutto il mondo e ha dimostrato che anche i potenti Stati Uniti possono sanguinare dall’interno.

Una serie come quella di Cap non può rimanere estranea a certi eventi e scandali politici, che sono stati anche solo citati all’interno della testata o che hanno dato voce a uno schieramento attraverso le azioni del Capitano. Tra questi, la Guerra in Vietnam, il Watergate e, per l’appunto, l’11/09/2001, il giorno più buio del recente passato degli U.S.A.

Con il rilancio della serie di Capitan America, Chip Zdarsky e Valerio Schiti decidono di partire proprio da quel giorno, da quel momento fatidico in cui, per gli americani (ma non solo), tutto è cambiato.

Nel giorno che celebra i 25 anni da quel tragico e scellerato attacco al World Trade Center, abbiamo deciso di parlare proprio della prima saga del Cap di Zdarsky e Schiti, La nostra Guerra Segreta, che si è prefissata di “svecchiare” il mito fumettistico di Capitan America, applicando una sorta di soft reboot, e di presentarci un inedito personaggio che ha indossato i panni del Discobolo proprio negli anni successivi al 2001.

Ed anzi: per David Colton, quell’11/09/01 è stato il momento che gli ha fatto decidere che avrebbe difeso l’America e i suoi cittadini a ogni costo.

Il team creativo dietro la nuova serie di Cap: Chip Zdarsky e Valerio Schiti

Marvel punta a un rinnovamento in grande stile per Capitan America e lo fa scegliendo uno degli scrittori di grido degli ultimi anni: quello Zdarsky che ha ammaliato tutti con il suo Daredevil, riconosciuto tra le migliori interpretazioni a fumetti del Diavolo di Hell’s Kitchen, che poi ha scritto Batman (dove ha brillato decisamente meno rispetto a DD) prima di lasciare il posto a Matt Fraction, per tornare alla Casa delle Idee e curare la serie di Cap (e altri futuri progetti legati all’Universo Marvel).

Dopo aver testato il suo rapporto con Steve Rogers all’interno del futuro orwelliano della maxiserie Avengers: Twilight, Chip è stato scelto per portare la serie di Capitan America al posto che merita, dopo qualche anno di alti e bassi.

Alle matite troviamo un ottimo Valerio Schiti, talento romano reduce dalla sfortunata miniserie G.O.D.S. scritta da Jonathan Hickman, decisamente a suo agio tra le pagine di Cap, con diversi spunti creativi che dimostrano l’affiatamento con Chip Zdarsky.

Risvegliarsi in un America ferita

La prima cosa che decide di fare Chip Zdarsky è “spostare in avanti” lo scongelamento di Steve Rogers di qualche anno. Quando Steve viene ritrovato e viene tolto dal ghiaccio, quello che gli si para davanti è il mondo post-11/09/2001. Una realtà in cui Steve si trova spaesato, disorientato e, mai come in questo caso, si sente fuori dal tempo.

Contemporaneamente facciamo la conoscenza di David Colton, partendo dal passato con un’immagine davvero di impatto: un giovanissimo David, di schiena, di fronte all’orrore delle Torri Gemelle che crollano, manifestando ancora di più l’impotenza, la paura e lo sgomento di un popolo. E siamo solo a pagina 1 del primo numero della gestione Zdarsky/Schiti.

Nel corso dei numeri, attraverso alcuni flashback e salti temporali, capiamo meglio chi è David: un ragazzo rimasto scioccato dall’attacco aereo, che ha deciso di intraprendere la carriera militare, per essere uno degli uomini al fronte pronto a difendere l’America ed evitare che possa vivere un altro 11 settembre in futuro.

Ma David è gracile, proprio come Steve, viene preso di mira dai superiori e picchiato. La sua determinazione attira l’attenzione di qualcuno che decide di riprovare l’esperimento del Super Soldato… e funziona.

David Colton è il Cap del nuovo millennio, quello che va in Afghanistan e che partecipa alle missioni sul campo, che è testimone di tutti gli orrori che ne derivano e che lo lasceranno segnato.

Nel presente Steve viene arruolato per una missione top-secret dal Generale Thaddeus E. “Thunderbolt” Ross che, insieme a una nuova formazione di Howling Commandos e al nuovo Cap deve liberare alcuni ostaggi all’ambasciata di Latveria, stato che da poco ha visto salire al potere un nuovo sovrano: Victor Von Doom, il Dottor Destino!

Ovviamente, la missione in cui si trovano invischiati i due Cap nasconde alcuni segreti che metteranno sotto una luce diversa il Governo americano e, soprattutto, metteranno a confronto Steve Rogers con Victor Von Doom e il suo modello di sovranità, che agli occhi di Steve si avvicina molto alla dittatura nazista.

Inoltre i due capitani si troveranno anche a divergere sulle strategie da usare sul campo. Steve e David hanno gli stessi ideali, ma esperienze diverse e questo significa avere un senso di giustizia differente, che li metterà faccia a faccia.

Steve e David: due lati della stessa bandiera

La nuova serie di Capitan America mette subito a confronto Steve Rogers con un altro Capitano: David Colton. Un personaggio inedito, creato per la serie da Zdarsky e Schiti, che fa capire che l’America, in un’era moderna in cui Steve Rogers è ancora congelato, dopo l’attacco alle Torri Gemelle non può permettersi altri errori e ha bisogno di un nuovo simbolo per risollevare la nazione. E così dà lo scudo a David Colton, un ragazzo con gli stessi ideali e motivazioni del vecchio Cap.

In realtà, Steve e David hanno origini molto simili. Sono entrambi determinati ma fisicamente deboli, disposti a tutto (anche ad assumere un siero che potrebbe ucciderli) pur di diventare i difensori della nazione che hanno giurato di proteggere sino alla fine.

E allora, come mai sono così diversi? Steve e David sono figli della guerra, ma di due conflitti diversi. Rogers, come sappiamo, è il simbolo della lotta americana contro un nemico che ha un volto ben delineato: Hitler e i nazisti. Colton, invece, oltre a essere di un’epoca diversa, ha tutto un altro percorso.

David è il Capitano che rappresenta l’America in Afghanistan. Il suo nemico è diverso rispetto ai nazisti affrontati da Rogers. Spesso è silenzioso, si nasconde tra i civili e compie azioni che mettono in pericolo anche donne e bambini, vittime sacrificali per gli uomini di Osama Bin Laden e potenziali pericoli per gli americani che si muovono tra quelle strade e che non sanno cosa e chi li potrà colpire. E nel frattempo esseri umani muoiono per una guerra che non hanno chiesto venisse combattuta.

La guerra che affronta e vive David è qualcosa che lo smuove internamente, lo turba, lo fa dubitare e lo sgretola psicologicamente, sino a renderlo più duro, spavaldo e un’arma a tutti gli effetti del Governo americano più che un simbolo degli Stati Uniti.

Un evento specifico e struggente che accade all’interno di un flashback di Colton in Capitan America #3 lo spezza e lo rende un Capitan America decisamente vulnerabile emotivamente e dall’equilibrio molto instabile.

Sino a che punto ci si deve spingere per vincere una guerra? Quello che accade in quello specifico numero è uno dei momenti più crudi, intensi e reali di un fumetto Marvel degli ultimi anni.

Il dualismo e il diverso modo di agire che vede da un lato Steve Rogers, ancora ancorato a uno stile di lotta più idealista, e dall’altro David Colton, più votato all’azione militare e al portare a termine la missione, è una delle cose più interessanti portate in scena da Chip Zdarsky, che ancora una volta si dimostra un ottimo scrittore in fatto di dialoghi e personaggi.

Il suo David Colton è un Capitano davvero interessante da conoscere e scoprire e sappiamo che avrà un ruolo fondamentale nell’immediato futuro dell’Universo Marvel.

Un Chip Zdarsky davvero in forma ma che riscrive il passato di Steve Rogers

Sulle indiscutibili doti di Chip Zdarsky non ci sono dubbi e si conferma uno dei migliori sulla piazza anche in Capitan America.

Lo sceneggiatore, come già detto, ha un’ottima capacità di sviluppo narrativo ed è abile a caratterizzare i personaggi, a descrivere i loro sentimenti e atmosfere e a raccontare storie che tengono incollato il lettore, anche se ha spesso il difetto di non essere troppo originale (questo va detto) nelle sue trame.

Con Capitan America decide di spostare le lancette dell’iceberg dove era congelato Steve in avanti di qualche decina di anni. In questa maniera riscrive il passato di Steve Rogers, proiettandolo in un’epoca più moderna, ma allo stesso tempo dando un bel colpo di spugna al passato editoriale.

Storie uscite all’epoca dell’attacco alle Torri Gemelle sulla testata di Cap, scritta da John Ney Rieber e disegnata dal compianto John Cassaday, o anche semplicemente lo struggente ed emozionante albo speciale Amazing Spider-Man #36, intitolato 11/09/2001 di J. Michael Straczynski e John Romita Jr., che vedevano Steve di fronte all’orrore di Ground Zero, in questa maniera sono state “cancellate” dal passato di Steve.

Un vero peccato per storie che hanno segnato un’epoca.

Al netto di questo, Zdarsky imbastisce un’ottima trama che alterna momenti molto intensi, ripresentando la storia delle origini di Steve, ribaltandola su David e mostrando la guerra vissuta da Colton, a bei momenti d’azione in cui mette ottimamente a confronto i due Cap e Steve contro Destino, senza dimenticare anche la parte thriller spy che si svolge in Latveria.

Inoltre, Zdarsky ci presenta anche una versione di Destino e una situazione di Latveria decisamente interessanti. Si tratta di un Von Doom appena divenuto il regnante di Latveria, ancora “acerbo” rispetto al nemico temibile dei Fantastici 4 e prossimo villain del MCU, ma con le idee ben chiare.

La rappresentazione di Victor e il confronto con Steve Rogers sono un’altra dimostrazione di qualità da parte dello sceneggiatore quando si tratta di esaltare personaggi di peso.

Anche la situazione riguardante la nazione comandata dal neo-sovrano è controversa e vede da un lato chi sta dalla parte di Destino, sperando che porti un futuro migliore, e dall’altro i ribelli già pronti a rovesciare quello che è, a tutti gli effetti, un tiranno che comanda con i suoi Doombot e che negli anni a venire farà rimpiangere ai suoi abitanti il passato.

Valerio Schiti: un italiano capace di tener testa a due Super Soldati

Se Zdarsky è lo sceneggiatore di questo film a fumetti di Cap, Valerio Schiti ne è l’assoluto regista.

L’artista romano fa già intendere di che pasta è fatto e di aver assimilato la sceneggiatura di Zdarsky sin dalle prime battute. La prima e l’ultima pagina di Capitan America #1 sono due tavole dall’impatto visivo pazzesco che mostrano Colton di schiena in entrambi i casi: a pagina 1, bambino di fronte al crollo delle Torri Gemelle e nell’ultima pagina del numero David nei panni di Capitan America mentre assiste alla caduta della Torre di Saddam Hussein.

Due momenti della storia recente delicati e ben registrati nella memoria di chi quegli anni se li ricorda e li ha vissuti, anche solo tramite i notiziari.

L’apporto grafico di Schiti è di prim’ordine in tutti i primi 6 numeri a livello visivo, dimostrando di saper domare due Capitani, e raggiunge picchi altissimi in diverse occasioni.

Un altro esempio? L’ultima pagina di Capitan America #3: pagina divisa in due, con la parte superiore con protagonista Colton e quella inferiore Steve. Entrambi arrivano, dopo un crescendo, a situazioni di sconfitta e disperazione personale, ma anche di resa simbolica di Capitan America, con un utilizzo dei colori rosso e blu (i colori di Cap) pressoché perfetto.

Ma Schiti è fondamentale in questo nuovo corso di Capitan America anche e soprattutto dal punto di vista creativo. Costumi nuovi e più moderni, come quello di Steve o quello di Colton, personaggi inediti accattivanti o vecchi reinterpretati, sono parte integrante dell’operato del disegnatore italiano, che non si è fermato alle sole matite.

Una co-produzione, quella Zdarsky/Schiti, che vede entrambi egualmente protagonisti di questa rinascita di Capitan America. E non posso che esserne felice.

Una fiction a fumetti che non vuole dimenticare la cinica e cruda realtà

Con la storia La nostra Guerra Segreta, Capitan America riparte da Steve Rogers, ma soprattutto da un momento cupo della storia degli Stati Uniti: l’11 settembre 2001.

Ma quello che cercano di mostrare Chip Zdarsky e Valerio Schiti in questa prima run è che la guerra, in ogni tempo e in ogni luogo, è capace di segnare le persone in maniera indelebile, lasciando ferite che per alcuni sono difficili da rimarginare.

E lo fanno attraverso David Colton, un personaggio che riparte dal dolore di una nazione, davvero bello da esplorare e da leggere, che rende partecipe il lettore della sua storia personale e delle sue scelte.

Ma è anche e soprattutto la testata di Steve Rogers e quello che vediamo in queste prime storie è il solito e vecchio Steve, il Capitan America “perfetto”, l’unico che, in fondo, sembra in grado di sostenere quel ruolo e di opporsi sempre e comunque ai tiranni in ogni epoca; sia che abbiano i baffetti e portino una fascetta rossa con la svastica, sia che abbiano una maschera di metallo e un cappuccio verde.

Un (nuovo) inizio promettente per il Vendicatore a stelle e strisce.

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Comics

Absolute Batman Annual: Un Cavaliere Oscuro da Eisner Awards

Absolute Batman Annual #1 è stato protagonista agli Eisner Awards 2026 con una vittoria nella categoria Best Single Issue/One-Shot. Non potevamo non prendere in esame l’albo scritto e disegnato da tre grandi autori del fumetto americano: Daniel Warren Johnson, James Harren e Meredith McCLaren

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È proprio il caso di dire che il Cavaliere Oscuro ha colpito ancora.

Questo perché vincere un Eisner Award, prestigioso riconoscimento in ambito fumettistico, non è mai facile né scontato. Se a conquistarlo è un one-shot di Batman realizzato da tre grandi autori come Daniel Warren Johnson, James Harren e Meredith McCLaren, la notizia fa ancora più parlare di sé.

Bisogna dire che, quest’anno, l’Uomo Pipistrello in versione “Absolute” si è portato a casa ben due Eisner Awards al San Diego Comic-Con 2026: sia come Best Continuing Series per la serie regolare di Scott Snyder e Nick Dragotta, sia, appunto, come Best Single Issue/One-Shot per Absolute Batman 2025 Annual #1.

Che la serie ideata da Snyder e Dragotta sia una delle punte di diamante dell’ultima era di DC Comics ormai è un dato di fatto, ma il sottoscritto non avrebbe mai immaginato che anche il primo Annual di Absolute Batman potesse arrivare a vincere l’ambito premio dedicato al maestro Will Eisner.

L’albo in questione, pubblicato in Italia da Panini Comics su Absolute Batman #15, racchiude al suo interno le tre storie realizzate da Johnson, Harren e McCLaren. Si tratta di tre racconti molto diversi tra loro, che esplorano i primi passi di Absolute Batman come giustiziere di Gotham City e, al contempo, esaltano lo stile personale di ciascuno dei tre autori.

La forza di questo one-shot sta nel rappresentare in maniera esaustiva, nelle poche pagine a disposizione, questa versione del Cavaliere Oscuro, permettendo anche a chi non ha mai preso in mano un numero di Absolute Batman di conoscerne le sfaccettature, i punti di forza e le debolezze.

Allo stesso tempo, le tre storie mostrano l’oscuro mondo in cui Batman vive e agisce come vigilante, dove regnano odio, malvagità e disprezzo: un vero e proprio girone infernale nel quale un eroe deve prendere misure drastiche per la propria sopravvivenza e per quella delle persone che ama.

L’Absolute Batman di Daniel Warren Johnson: non il modo giusto, ma il mio

Daniel Warren Johnson è uno dei fumettisti più interessanti degli ultimi anni, come dimostrano i numerosi riconoscimenti ricevuti dalla critica e dal pubblico nel corso della sua carriera, oltre agli Eisner Awards conquistati in passato per l’opera creator-owned Do a Powerbomb!, nel 2023, e per il rilancio di Transformers per Skybound, nel 2024.

Siamo di fronte a un autore che, nel corso degli anni, ha perfezionato uno stile unico e dinamico, caratterizzato da numerose contaminazioni artistiche orientali e da un’estetica metal. Johnson ha, inoltre, la capacità di costruire storie drammatiche e dal forte carico emotivo, utilizzando spesso la violenza come elemento di grande impatto visivo per amplificare ulteriormente la forza delle sue tavole.

La scelta di DC Comics di affidare la storia principale di Absolute Batman 2025 Annual #1 a Daniel Warren Johnson è stata quasi naturale, perché chi meglio di lui avrebbe potuto ideare una trama perfetta per la versione dell’Uomo Pipistrello più brutale mai creata nei comics, che si muove nel mondo oscuro, sudicio e malato di Darkseid?

Quello che fa Johnson è molto semplice: trasporta Bruce Wayne fuori dal contesto urbano e tossico di Gotham City e lo conduce nella cosiddetta “Palude del Massacro”, dove vivono alcuni senzatetto, per lo più clandestini e stranieri, che ricevono aiuto da Padre Peters.

Uomini, donne e bambini alla ricerca di una speranza e di una vita normale vengono presi di mira da un gruppo di estremisti che, capitanati da un certo Deejay, hanno intenzione di “ripulire” con ogni mezzo a disposizione la Tendopoli che si è creata ai confini del paese dove vive il prete. Batman non è d’accordo e farà prevalere la sua giustizia spietata su chi cercherà di uccidere quella povera gente.

La storia di Johnson costituisce il piatto forte di Absolute Batman Annual e imbastisce una trama carica di drama, prendendo spunto da situazioni brutali e fatti di cronaca reale. Impossibile non notare il parallelismo tra i villain e le azioni portate avanti negli ultimi tempi dalla I.C.E. statunitense, che ha contribuito, con metodi poco ortodossi e spesso violenti, a far rispettare le leggi sull’immigrazione. Ma, senza citare le sole forze governative, basti pensare alla piaga razzista che da sempre attanaglia gli Stati Uniti, soprattutto nelle zone di periferia di alcuni Stati, dove il Ku Klux Klan e altre forme di propaganda razziale non sono mai state completamente debellate.

Johnson porta la realtà all’interno delle pagine di Absolute Batman, e appare quasi ironico che il Mondo Oscuro creato da Darkseid, dove vive questa versione del Crociato Incappucciato, sia quello più vicino al nostro.

L’autore statunitense coglie in pieno l’essenza del Batman Assoluto e porta allo stremo la brutalità e la violenza dell’Uomo Pipistrello, trasformandolo quasi in un emulo del Charles Bronson de Il Giustiziere della Notte, o semplicemente nella versione più rabbiosa del Punisher Marvel. In questa storia Batman raggiunge vette di aggressività mai viste, colpito emotivamente dalla situazione che lo circonda, che lo porta ad applicare nella forma più risoluta la sua concezione di giustizia, superando la sottile linea che lo separa dalle persone che spesso combatte.

Ed è il momento di riflessione, il ricordo di una persona che non c’è più, a far comprendere all’uomo sotto la maschera, Bruce Wayne, che per essere un eroe quello non è il modo giusto di combattere il crimine.

Sulle matite, Johnson è… semplicemente il “solito” spettacolare Johnson, con tavole ricche di azione in puro stile cinematografico, che da sempre contraddistingue la sua arte, aiutato da onomatopee che bucano la pagina, alternate a tavole di dialogo che spesso sono un vero e proprio pugno nello stomaco, per quanto risultino immersive grazie all’espressività dei disegni dell’autore.

E, leggendo questa storia, era impossibile non pensare che meritasse un premio.

L’Absolute Batman di James Harren: Sanctuary

James Harren è un altro autore dall’identità artistica ben definita. Co-creatore di Rumble insieme a John Arcudi, Harren si distingue per uno stile decisamente action e personale, che anche lui strizza l’occhio all’Oriente. Per chi non l’avesse ancora recuperato, è assolutamente consigliato il suo Ultra Mega, saga che è una vera e propria lettera d’amore alla cultura orientale e, in particolare, ai kaiju, che Saldapress ha portato in Italia in cinque volumi.

In Sanctuary, Harren porta il suo tratto alla corte di Batman, raccontando una storia che vede protagonisti, oltre al Cavaliere Oscuro, anche i Party Animals, gli scagnozzi di Maschera Nera.

Un giovane ragazzo di nome Victor è entrato nei Party Animals e conduce alcuni di loro all’interno della casa di suo padre, un pastore che vive in una chiesa di Gotham, per rapinarla. Ma Batman è nei paraggi e darà molto filo da torcere agli uomini di Maschera Nera, nemico con cui incrocerà di nuovo la strada nel primo ciclo di storie che hanno inaugurato il mito di Absolute Batman.

In questa breve storia, Harren presenta ancora una volta una vicenda violenta, con al centro un gruppo di persone traviato, ancora uomini di chiesa sullo sfondo e Batman nel mezzo. Il tratto e lo stile di Harren, da sempre caratterizzati da personaggi con caratteristiche spesso “mostruose” e proporzioni caricaturali al limite dell’umanità, ci offrono un Crociato Incappucciato che, nella versione dell’autore, è silenzioso, all’apparenza più mostruoso e mastodontico, con un mantello che, nei momenti di lotta, pare muoversi in autonomia quasi fosse vivo.

Una versione decisamente interessante, dove a parlare sono soprattutto i villain della storia e Batman appare quasi come una creatura soprannaturale e leggendaria, metà uomo e metà pipistrello, mossa solamente dalla sua personale missione di purificare Gotham.

Una visione interessante del personaggio, che si intreccia con una storia familiare fatta di incomprensioni e dolore e con un gruppo di criminali che approfittano della fragilità di un ragazzo.

L’Absolute Batman di Meredith McCLaren: Alla scoperta dei pipistrelli

In chiusura di albo troviamo la storia di due pagine di Meredith McCLaren, artista dallo stile manga che racconta una vicenda bizzarra fatta di social, post e tweet relativi agli avvistamenti della “creatura della notte” da parte della popolazione di Gotham.

In questa storia, Absolute Batman non è il protagonista diretto, ma lo è attraverso gli occhi delle persone che salva, aiuta e persino dei criminali che cattura. È la percezione che gli abitanti hanno del loro protettore a manifestarsi nei commenti degli stessi, contribuendo a portare avanti la leggenda dell’Uomo Pipistrello.

Contaminazione e talento: il segreto del successo agli Eisner di Absolute Batman

Come anticipato sopra, l’Annual di Absolute Batman è caratterizzato da tre autori con stili molto diversi tra loro, ma che hanno due cose in comune: il talento cristallino e la contaminazione con la cultura fumettistica orientale, ormai entrata prepotentemente anche nei gusti del pubblico americano attraverso manga e anime.

E Absolute Batman ne è l’emblema: un prodotto con protagonista un’icona supereroistica del mercato comics americano, che da subito ha sottolineato, attraverso omaggi, storie e stili, quanto la cultura manga e anime sia divenuta di dominio internazionale e sia seguita e apprezzata anche oltreoceano.

Ma non c’è solo questo dietro Absolute Batman, una serie contraddistinta dal talento dei suoi autori e da idee capaci di reinterpretare in maniera fresca e originale un personaggio in giro da 87 anni. E questo si è riflesso nell’albo speciale attraverso le parole e le matite di altrettanti autori incredibili come Daniel Warren Johnson, James Harren e Meredith McCLaren, che hanno saputo cogliere gli aspetti più importanti del personaggio, tanto da valere loro un Eisner Award.

Il Cavaliere Oscuro ha colpito ancora una volta. E non sarà l’ultima.

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Comics

Lanterns: Tutti i collegamenti dei primi episodi della serie TV con i fumetti DC

Tre episodi fitti di indizi quelli di Lanterns, la serie TV sulle Lanterne Verdi in corso su HBO Max che sta stregando i telespettatori. Ecco gli easter eggs e i collegamenti con i fumetti che abbiamo scovato nella visione delle puntate

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Lanterns, la nuova serie DC Studios arrivata su HBO Max, sta riscuotendo un grande successo. Ispirata alle leggendarie Lanterne Verdi, supereroi della DC Comics, nei primi tre episodi usciti, vede una fitta rete di collegamenti con i fumetti che gli sceneggiatori stanno costruendo mano a mano. Un settore spaziale citato di sfuggita, un cognome, una password, un’intera razza aliena rivelata solo al terzo episodio: la serie non smette di seminare indizi, alcuni evidenti, altri nascosti in una battuta o in un cartello pubblicitario sullo sfondo, con citazioni che solo i più attenti conoscitori dei comics possono avere colto.

Non un cinecomic in senso classico

Vale la pena ribadirlo, perché è la chiave per capire tutto il resto: Lanterns non è la serie sulle Lanterne Verdi che molti si aspettavano. Al timone ci sono Chris Mundy (Ozark), Damon Lindelof (Lost, Watchmen) e il fumettista Tom King, e il risultato è uno show che si muove più vicino a True Detective che al classico cinecomic: Hal Jordan (Kyle Chandler) e John Stewart (Aaron Pierre), due poliziotti intergalattici agli antipodi, indagano su una strage nell’America rurale che nasconde ramificazioni cosmiche. La struttura salta su tre linee temporali (1996, 2016, 2026), e nel finale del pilot arriva un colpo che rimette tutto in discussione e che eviteremo di raccontarvi per evitare spoiler.

Attenzione: da qui in poi l’articolo contiene alcuni accenni di trama e spoiler dei primi tre episodi di Lanterns, disponibili su HBO Max

Ep. 1 – Pilot: il Settore 2814, le origini di Hal e Black Mask

Il primo episodio è già una miniera di riferimenti.

All’interno del notiziario del 1996 che sta guardando il piccolo John all’inizio dell’episodio, scorre la sigla “SEC-2814“, il Settore Spaziale 2814 dei fumetti, la porzione di universo che ospita la Terra e che nelle storie passa da Abin Sur a Hal, John, Guy Gardner e Kyle Rayner. L’origin story di Hal viene rispettata quasi alla lettera; ex pilota dell’Air Force, padre morto in un incidente aereo, primo Lantern terrestre dal 1986.

Sempre in questo episodio, Hal cita di sfuggita una missione per sedare una guerra civile su un pianeta chiamato Pharon IV: un nome che i lettori più attenti hanno subito ricollegato alla bibliografia cartacea di Hal Jordan, che su quel pianeta ci era già stato nei fumetti originali.

E quando Hal parla dei “Grandi Capi Blu” che avrebbero scelto John per diventare una Lanterna, sta parlando, senza ancora mostrarli, proprio dei Guardiani dell’Universo, che la serie rivelerà per la prima volta solo nel terzo episodio.

Infine, sullo sfondo di una scena a Rushville, compare per la prima volta un cartellone della Janus Cosmetics, azienda che nei fumetti appartiene alla famiglia di Roman Sionis, alias Black Mask, villain dei DC Comics.

Il caso Kerry Kane: la sceriffa proveniente da Gotham City

Il collegamento più discusso dai fan riguarda però lo sceriffo di Rushville, Kerry (Kelly Macdonald). Già nel pilot chiude una telefonata con un “salutami Barb“, probabile riferimento a Barbara Gordon/Batgirl.

Nell’episodio 2 ammette di essere originaria di Gotham City, e online i fan hanno legato il suo cognome completo, Kane, alla stessa famiglia di Martha Kane (madre di Bruce Wayne) e di Kate Kane, in arte Batwoman. Non è ancora una conferma esplicita della serie, il cognome potrebbe anche omaggiare Bob Kane, co-creatore di Batman, o Gil Kane, storico disegnatore di Green Lantern, ma la somma degli indizi, incluso un accenno di Kerry a scontri pregressi con vigilanti mascherati, rende difficile pensare a una coincidenza.

Ep 2. -Trust Fall: Mogo, le uniformi delle Lanterne Verdi e Sinestro

Nell’episodio 2, John viene spedito da Hal a Coast City per recuperare la lanterna di ricarica, e trova nel suo armadio un’intera collezione di uniformi da Lanterna Verde fisiche e tangibili, una scelta di design che si discosta parecchio dal costume interamente digitale del Lanterna Verde di Ryan Reynolds nel film del 2011.

Il caveau che le custodisce, che si rivela essere una vera e propria dimensione tascabile, si apre solo pronunciando la parola d’ordine “Mogo doesn’t socialize“, titolo dello storico albo del 1985 firmato da Alan Moore e Dave Gibbons in cui viene introdotto Mogo, un intero pianeta senziente che è esso stesso una Lanterna Verde.

Sempre a Coast City, John incontra Earl, una pianta vorace che profuma di laboratorio di
Poison Ivy, anche se non vi sono conferme esplicite. L’episodio mostra anche il primo limite concreto delle Lanterne, l’anello che si scarica del tutto e ha bisogno di essere ricaricato all’interno della Lanterna, e solo dopo aver pronunciato il giuramento delle Lanterne Verdi.

Un lampo di colore giallo nella sigla d’apertura, infine, anticipa l’impurità che da sempre è il tallone d’Achille del potere verde e che contraddistingue anche una tipologia di Lanterne guidate da Sinestro nei fumetti.

Chi sono davvero i Manhunters?

Proprio nell’episodio 2 il nome Manhunters comincia a circolare con insistenza, ed è uno dei riferimenti più corposi dell’intera serie per chi mastica i fumetti. Nella mitologia originale, i Manhunters non sono affatto legati al Corpo delle Lanterne Verdi: sono un esercito di androidi senzienti creato dai Guardiani dell’Universo molto prima che il Corpo stesso esistesse, con il compito di pattugliare lo spazio e mantenere l’ordine.

Il problema è che i Manhunters, privi di libero arbitrio ma dotati di logica propria, finiscono per considerare imperfetta ogni forma di vita: la loro soluzione, in una delle pagine più cupe della mitologia di Green Lantern, è un genocidio ricordato nei fumetti come il Massacro del Settore 666, seguito da un tentativo di colpo di stato contro gli stessi Guardiani.

Sarà proprio il fallimento del progetto Manhunters a spingere i Guardiani a fondare, in sostituzione, il Corpo delle Lanterne Verdi, questa volta basato sulla volontà individuale dei portatori dell’anello anziché sulla logica pura di una macchina. Il fatto che la serie li citi così presto, ancora avvolti nel mistero, lascia intuire che il loro ruolo nella trama non sarà affatto marginale.

Sinestro: un villain con un legame importante con Hal Jordan

Nel finale dell’episodio 2 fa il suo ingresso Thaal Sinestro, interpretato da Ulrich Thomsen, mostrato già sconfitto e imprigionato in una struttura extraterrestre. È una scelta di scrittura che si allontana dal precedente cinematografico più noto, quello di Mark Strong nel Lanterna Verde del 2011, dove Sinestro era ancora un mentore integro: qui la serie preferisce raccontare le conseguenze della sua caduta piuttosto che il percorso che ce l’ha portato. Inoltre durante il confronto con Sinestro in cosa all’ episodio, Hal descrive John come il proprio “backup”, frase che pesa doppio sapendo che Guy Gardner (Nathan Fillion) è già apparso nel DCU cinematografico come prima Lanterna terrestre. Nel 2016 Guy non era ancora una Lanterna Verde? Chi tra Hal e Guy dice la verità? Domande che troveranno risposta (si spera) nei prossimi episodi di Lanterns.

Ep. 3 – OutKast: I Guardiani dell’Universo

Il terzo episodio, intitolato OutKast (con tanto di citazioni musicali del duo hip hop omonimo nel corso della puntata), regala finalmente la prima apparizione in scena di uno dei “Grandi Capi Blu” citati fin dal pilot: la Guardiana Lianna, interpretata da Laura Linney.

Ed è un momento che premia parecchio chi conosce la Silver Age dei fumetti: nella loro forma originale, introdotta nel 1960 su Green Lantern Vol. 2 #1 da Gil Kane e John Broome, i Guardiani sono una razza aliena immortale originaria del pianeta Maltus, trasferitasi poi su Oa. Nello show, l’aspetto di Lianna rispetta l’iconografia storica, pelle blu, capelli bianchi, vesti rosse, anche se in scala decisamente più imponente rispetto alle tavole a fumetti.

Nata nel 2003 dalla mente di Judd Winick e Dale Eaglesham sulle pagine di Green Lantern, Lianna, oltre all’iconica pelle blu, ha poteri straordinari, che vanno dalla manipolazione dell’energia cosmica al controllo dell’elettromagnetismo, fino a una forza sovrumana.

La parte più interessante è però la sua storia: a un certo punto decide di abbandonare i Guardiani e il loro rigido protocollo per intraprendere un viaggio personale. Questo percorso la porterà prima a seguire un ordine mistico guidato da Madre Zed e, più tardi, a combattere nello spazio profondo insieme al celebre gruppo di mercenari noti come gli Omega Men. Quindi la domanda è: Lianna fa parte dei Guardiani in questa serie o sta agendo per conto suo? Altro quesito da cui si attende risposta!

L’episodio conferma inoltre un dettaglio di quanto visto nell’episodio precedente: i Guardiani erano originariamente dodici, scesi a undici dopo che Sinestro ne ha ucciso uno, ed è proprio in seguito a quella perdita che gli anelli hanno smesso di scegliere da soli i propri portatori, lasciando il compito ai Guardiani in persona.

Tra i dettagli più curati per i fan più attenti, anche l’uniforme da Lanterna Verde che i genitori di John gli regalano per il suo quinto compleanno, fedele nei colori e nel taglio a diverse versioni della divisa vista sulle pagine a fumetti.

Una serie al momento più crime, ma che sta seminando indizi ed easter egg

Messi in fila, questi tre episodi raccontano una serie che gioca deliberatamente a incastro. Ogni dettaglio sembra pensato per tornare utile più avanti.

Tra Manhunters ancora avvolti nel mistero, Sinestro dietro le sbarre, l’arrivo dei Guardiani e molto altro, la strada verso il resto della stagione promette di restare fitta di indizi, per chi ama leggere tra le righe.

E se mantiene questa cura, Lanterns di HBO Max si candida per essere il miglior prodotto live action dedicato alla DC degli ultimi anni.

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