Connect with us

ComicsInterviste

Intervista a Andrea Broccardo, tra guerre stellari e atmosfere pulp (ragnesche)

Torna ai nostri microfoni Andrea Broccardo, talento piemontese, che ha realizzato la locandina del Be Comics! Be Games! Torino ed è attualmente nelle librerie italiane con il suo ultimo lavoro: Spider-Man Noir, scritto da Erik Larsen

Avatar photo

Pubblicato

il

La prima edizione del Be Comics! Be Games! Torino è stata caratterizzata da un parterre di artisti davvero sensazionale. Tra questi c’era Andrea Broccardo, ‘padrino’ per l’occasione e creatore della locandina che ha inaugurato questa nuova manifestazione.

Andrea è un disegnatore made in Piemonte, per la precisione astigiano, che ha messo a disposizione la propria arte per rendere indimenticabile l’inaugurazione della kermesse torinese.

Ma negli ultimi tempi Andrea Broccardo sta dimostrando il proprio talento in più occasioni, soprattutto in casa Marvel dove sta spaziando tra Uomini Ragno moderni e Uomini Ragno anni ’30.

E nonostante questa sia la seconda volta che abbiamo l’onore di fare quattro chiacchiere con l’artista, di cose Andrea ce ne ha raccontate molte… davvero tante, partendo anche da un passato tra le galassie lontane lontane, ma anche contraddistinto da momenti terrificanti tra xenomorfi spaziali!

Inoltre l’ultima sua fatica per la Casa delle Idee, Spider-Man Noir in compagnia di Erik Larsen ai testi, è uscita solo pochi giorni fa in fumetteria e libreria sotto l’etichetta Panini Comics, e riprende il personaggio che sta facendo parlare di sè anche sul piccolo schermo grazie all’interpretazione di Nicolas Cage nella serie TV Spider-Noir.

Quindi questo era il momento giusto per presentare ai nostri lettori la nuova intervista che l’autore ci ha gentilmente concesso!

Ecco a voi ancora una volta su PopCorNerd, Andrea Broccardo, l’uomo che ha riportato il pulp e noir tra le pagine di Spider-Man.


Andrea Broccardo: dalle galassie di Star Wars alle atmosfere pulp di Spider-Man Noir

Siamo al Be Comics! Be Games! Torino in compagnia di un grande ospite: Andrea Broccardo. Grazie mille Andrea della tua disponibilità.

Andrea Broccardo – Grazie a voi ragazzi.

Siamo a Torino, la tua città, e questa prima edizione del Be Comics! Be Games! Torino ha una bellissima locandina disegnata da te. La prima domanda riguarda le sensazioni che hai provato quando ti hanno chiesto di inaugurare questo evento con un tuo manifesto e come è nata, a livello creativo e realizzativo, la locandina?

Andrea Broccardo – Una bella sensazione perché, in tanti anni di carriera fumettistica, tolto qualche piccolo evento locale, piccole fiere e manifestazioni, è la prima volta che mi commissionano un lavoro del genere, soprattutto per una fiera grossa. Stiamo parlando della stessa organizzazione della Milan Games Week & Cartoomics e del Be Comics! Be Games! Padova, quindi c’era anche una certa responsabilità.

Non è stato semplicissimo, perché comunque i tempi in cui la fiera è stata organizzata erano molto stretti. Idem la realizzazione della locandina, quindi abbiamo dovuto un po’ correre. Però fortunatamente i feedback ricevuti da parte del committente sono stati abbastanza rapidi e abbiamo trovato una quadra su quello che loro cercavano.

Il lavoro è stato commissionato ad Arancia Studio, con cui collaboro facendo lavori di editing su autori che lavorano col mercato americano e con cui abbiamo prodotto la miniserie Deep Beyond, uscita per Image Comics negli Stati Uniti [in Italia è uscita per Star Comics n.d.r.]. Diversamente da Marvel, ad esempio, dove mi relaziono in maniera autonoma, in Arancia il mio è un lavoro di supporto e di service che vado a fare in contesti come quelli che ho descritto.

Mi hanno chiesto se fossi interessato a realizzare la locandina. Ho detto: “Perché no? Che figata”. Ed è stata una roba emozionante. Diciamo che la parte veramente figa è che tu entri e vedi il disegno ovunque: sui pass, c’è un muro gigante là dietro con la gigantografia e in giro per Torino ci sono i cartelloni. È una roba strana, sembra quasi di essere ricercato dalla polizia con le foto segnaletiche. [risata n.d.r.] Però è una bella sensazione.

La locandina del Be Comics! Be Games! Torino di Andrea Broccardo

Come nasce però, a livello artistico, la locandina? Qual è stato il tuo studio dietro la realizzazione?

Andrea Broccardo – I committenti, quindi gli organizzatori del festival, cercavano un disegno il cui fine ultimo fosse quello di raccogliere dentro un’unica illustrazione tutte le varie anime e componenti che puoi trovare all’interno di manifestazioni di questo tipo: giochi di ruolo, fumetti, giochi di carte, videogiochi, cosplayer, youtuber.

Perché ormai le fiere di fumetto non sono più solo fumetto, ma si sono aperte. Alcuni non sono d’accordo, altri sì. Io sono favorevole a una sorta di fiera “onnivora” che ospiti più anime, perché vuol dire più visitatori e più possibilità di scelta. Un po’ come un grosso centro commerciale in cui puoi trovare di tutto.

L’idea era quella di creare un personaggio, il ragazzo che vedete nella locandina, che poi verrà reinterpretato il prossimo anno da un altro autore o autrice. Un po’ come il Be Comics di Padova, il cui personaggio principale della locandina è una figura femminile creata da Mario Alberti e reinterpretata ogni anno da autori diversi, diventando una sorta di mascotte.

Questo ragazzo, con la sua sorta di Pokémon a forma di toro, tornerà quindi in un’altra veste il prossimo anno.

Quindi la tua opera continuerà a vivere negli anni attraverso la reinterpretazione di altri artisti? Davvero bellissimo.

Andrea Broccardo – Sì, esattamente. L’organizzazione cercava un personaggio prettamente maschile per non confonderlo con la figura femminile della locandina di Padova.

Io avevo fatto uno studio con una dozzina di personaggi differenti: ragazzi giovani, adolescenti, un po’ più adulti, vestiti casual moderni, altri più fantascientifici o con look strani.

Alla fine la scelta è ricaduta sulla versione cyberpunk del nostro ipotetico visitatore della fiera (anche perché in quel periodo stavo giocando a Cyberpunk). È piaciuta questa versione fantascientifica, forte anche del fatto che ho lavorato tanto sulle testate di Star Wars e Alien, e la fantascienza mi è congeniale. Mi piace e mi diverte disegnarla.

Allo stesso tempo il contesto della locandina è retro-fantascientifico: abbiamo la Mole Antonelliana in versione futuristica, macchine volanti, dadi, carte e tutti gli elementi tipici di fiere come questa.

Hai parlato del tuo lavoro su Star Wars e, ovviamente, il tuo nome è collegato a quel mondo. Sei un appassionato del franchise e dei suoi personaggi?

Andrea Broccardo – Beh assolutamente sì.

La prossima domanda riguarda proprio il tuo lato fan: sei più Team Jedi o Team Sith?

Andrea Broccardo – Diciamo che quasi tutti i Sith che troviamo nella saga sono fighi. Però quei pochi Jedi che io trovo veramente fighi battono di gran lunga i Sith. Dipende dai personaggi [risata n.d.r.]

Tra i miei preferiti metto Yoda e Obi-Wan [Kenobi n.d.r.], che adoro. Mi piace molto anche Luke [Skywalker n.d.r.], che nonostante sia il protagonista non è sempre il più apprezzato della serie, però secondo me è un personaggio fortissimo.

Sul fronte cattivi, Darth Vader è iconico. Palpatine è una carogna di prima categoria ed è davvero un cattivo. Non è uno di quei villain per cui “poverino, gli è successo qualcosa di brutto”. Spero non ce lo raccontino mai così. Mi piace pensare che lui sia semplicemente malvagio perché è una persona orribile.

Darth Vader secondo Andrea Broccardo

Non so se hai visto la recente serie animata su Darth Maul: è fighissima.

Andrea Broccardo – Non ancora! Io, poi, sono una di quelle persone brutte che guarda le serie tutte insieme. Non mi piace guardarle settimanalmente perché sono anziano e mi dimentico le cose da una puntata all’altra. Però la nuova serie sembra bella davvero. Mi piace che abbia un tono molto più adulto rispetto alle altre produzioni animate. Io sono fan di Rebels e Clone Wars, quindi vedere questa evoluzione è stato pazzesco.

Ci sono state difficoltà artistiche nell’approcciarti a un fumetto come Star Wars, essendo un franchise così importante e pieno di reference molto rigide?

Andrea Broccardo – Sì, assolutamente. La principale difficoltà del lavorare sul brand di Star Wars è l’editing che fa Lucasfilm.

Noi avevamo un doppio livello di editing. Prima mandavamo le pagine a Marvel, che controllava storytelling, recitazione dei personaggi e narrazione. Se c’erano note preliminari, ce le facevano avere.

Poi tutto veniva girato a Lucasfilm, che ha un team editoriale enorme e tempi anche abbastanza lunghi. Le correzioni erano di natura prettamente canonica: la lunghezza delle spade laser, il modo in cui curva l’elmo delle truppe, il triangolo sulla maschera di Vader, la somiglianza degli attori. Erano veramente fiscali.

Da un lato è complesso perché riprendi le pagine mille volte, dall’altro però ha senso: è un brand amatissimo e i fan vogliono quel tipo di canone lì. Se fai Luke che non assomiglia a Luke, anche con la storia più bella del mondo, il fan più esigente ti dirà comunque che non va bene.

A livello di astronavi, fortunatamente Lucasfilm ti mette a disposizione un archivio che per un fan è una roba stratosferica: modelli 3D, reference, fotogrammi, materiale inedito tagliato da film e serie. C’è un sacco di roba che non vede mai la luce e che ti danno come reference.

Con L’Alta Repubblica, invece, hai avuto più libertà?

Andrea Broccardo – Sì. Le serie regolari con Luke, Leila, Han e compagnia cantante hanno un editing molto più serrato, soprattutto per la somiglianza con gli attori.

Le serie “derivate”, come L’Alta Repubblica, non avendo una controparte cinematografica diretta all’epoca, erano molto più libere. L’unica cosa che controllavano era l’aderenza temporale del canone. Se disegnavo astronavi, dovevano avere un design coerente con quell’epoca. Non potevo mettere gli X-Wing o il Millennium Falcon.

Le spade laser, per esempio, avevano design molto più decorati e quasi fantasy. Su molti personaggi ho avuto parecchia libertà. È stato bello creare qualcosa che poi è stato ripreso da altri artisti.

In ogni caso possiamo dire che hai lasciato ‘il tuo marchio’ anche dentro Star Wars.

Andrea Broccardo – Sì. Poter dire “ho creato personaggi e razze nuove di Star Wars” è stato proprio bello.

Passiamo alla Marvel. Ultimamente hai lavorato sia sugli Avengers che su Spider-Man.

Andrea Broccardo – Sì, esatto.

Non è da tutti approdare a disegnare gli eroi più potenti della Terra, anche se in un contesto diverso, sotto il regno di Destino. Hai realizzato tavole molto dinamiche e ricche di azione: quanto ti sei divertito? Perché l’impressione è che tu ti sia parecchio sbizzarrito insieme a Jed MacKay!

Andrea Broccardo – Sì. Io cerco sempre di guardare chi c’è stato prima di me. Sugli Avengers sono subentrato a Valerio Schiti, che ha tavole molto dinamiche, quasi tendenti al manga in alcuni momenti.

Avengers (2023) #26 disegnata da Andrea Broccardo

Ho cercato, nei miei limiti perché non sono Valerio, di andare in quella direzione: linea molto chiara, pochi neri, poco tratteggio, tante linee cinetiche e molta azione. È un linguaggio che mi diverte molto.

È stato anche un passaggio abbastanza “bipolare” [risata n.d.r.]: da L’Alta Repubblica piena di azione e linee dinamiche, ad Alien, con atmosfere horror, ombre, fumo e studio dei neri, per poi tornare alle linee dinamiche in Avengers e successivamente a ombre e neri in Spider-Man Noir. Devi continuamente adattarti al tipo di storia che ti viene proposto.

Passando a Spider-Man, tra i tuoi lavori più importanti sul personaggio c’è la partecipazione a Le 8 morti di Spider-Man, una maxiserie che ha coinvolto un grande team creativo, sia per numero che per nomi. Un evento che vede Spider-Man affrontare la morte più volte e cambiare anche emotivamente nel corso della storia. Nei tuoi capitoli, hai dovuto gestire anche visivamente questo cambiamento del personaggio?

Andrea Broccardo – Sì. È stata una lavorazione un po’ travagliata per via di tempistiche folli. C’erano fiere in mezzo, Lucca, una trasferta in Giappone… è stato abbastanza incasinato.

Ho fatto il primo episodio completo di matite e chine, poi i successivi solo a matita perché avevo tipo diciassette-diciotto giorni per fare venti pagine. Quindi dovevi correre.

Ammetto di non essere completamente soddisfatto del risultato finale. Con più tempo, anche solo a livello di regia e definizione di alcune cose, avrei potuto dare di più. Però sono i limiti di un prodotto che deve uscire con cadenze serrate.

Produrre venti pagine ogni quindici giorni è matematicamente impossibile, a meno che tu non sia un mangaka con un team di assistenti. Io invece ho solo i gatti, che non aiutano per niente, anzi buttano giù le penne! [risata n.d.r.]

Mi dispiace non aver dato il cento per cento su quelle pagine. Ho visto anche alcuni commenti non troppo positivi e mi spiace, ma succede.

Da lettore, comunque, apprezzo tantissimo il fatto che abbiano provato a raccontare qualcosa di nuovo su Spider-Man. Non è semplice trovare idee nuove su un personaggio con così tanti anni di storie alle spalle.

Tavola di Andrea Broccardo da Le 8 morti di Spider-Man

Abbiamo già parlato in passato di Spider-Man Noir, però volevo tornare su questo lavoro che hai realizzato insieme a Erik Larsen. Ho avuto il piacere di intervistarlo e parlare anche di Spider-Man Noir: ha detto che è stato molto divertente e che lo hai sorpreso, perché non era ciò che si immaginava, ma gli è piaciuto davvero molto. Per te che esperienza è stata lavorare con uno dei più grandi autori del panorama internazionale?

Andrea Broccardo – Cerco di mettere da parte il mio lato fan, ma non è facile. Siamo cresciuti con Erik Larsen. Io leggevo Spider-Man di Todd McFarlane, Savage Dragon appunto di Larsen e tutta la produzione Image.

Quando mi hanno proposto di lavorare con lui volevo piangere dalla gioia.

L’avevo conosciuto al New York Comic Con da super nerd e mi ero fatto fare un disegno di Savage Dragon che ora ho nel mio studio. Poi l’ho rincontrato a Lucca.

Ritrovarmi a lavorare con lui è stato incredibile. È uno degli artisti che hanno fondato Image Comics, una casa editrice che ha dato vita a personaggi e serie ancora oggi fondamentali.

Lui rispondeva alle mail a qualsiasi ora del giorno e della notte, anche più degli editor. E soprattutto, quando aveva delle correzioni, le spiegava sempre: ti faceva layout, storytelling, motivazioni. È uno storyteller pazzesco. E dopo quindici anni che vivo di fumetti continuo a imparare roba da persone così.

Lui non è uno che sale in cattedra e ti dice “devi fare così”. Ti dice: “Secondo me funziona meglio così, ma fai quello che vuoi”.

Usa un approccio molto “Marvel classico”: descrizione della pagina, situazione generale e poi sei tu a decidere numero di vignette, inquadrature e ritmo. C’è stata una bellissima sinergia creativa. Io mi sono divertito tantissimo.

Torneresti a lavorare sul personaggio, se ce ne fosse la possibilità?

Andrea Broccardo – Sì, subito. Infatti una delle ultime mail mandate all’editor è stata: “Se farete un sequel, vi prego, tenetemi in considerazione”.

È stato complicato per tutta la ricerca storica: auto, costumi, tagli di capelli, edifici. Però è stato anche il bello del progetto. Ho usato tantissimi film noir e classici come Casablanca come reference.

Ho visto che sei un amante degli artbook, soprattutto di videogiochi. Ti piacerebbe realizzarne uno un giorno con i tuoi studi, prove, ecc.?

Andrea Broccardo – Sì, assolutamente. In realtà lì ne ho già uno, ma è più una raccolta di schizzi e bozzetti.

Mi piacerebbe fare qualcosa di più strutturato, tipo gli artbook cartonati di Baldur’s Gate o quelli del Signore degli Anelli. Il problema è che, avendo lavorato tantissimo su personaggi protetti da copyright, ci sono limiti su quanto puoi pubblicare senza problemi di diritti. Sarebbe bello trovare il tempo per fare qualcosa di completamente mio.

E, da amante dei videogiochi e di D&D, ti piacerebbe partecipare a qualche progetto — non necessariamente a fumetti — legato ai videogiochi o ai giochi di ruolo? Creazione dei character, storyboard, ecc.

Andrea Broccardo – Porca vacca, sì! Ho anche contattato in passato la Dark Horse per realizzare copertine di miniserie su D&D, ma non mi hanno mai risposto. Mi piacerebbe tantissimo perché adoro il fantasy. Al momento sto giocando tre campagne di Dungeons & Dragons contemporaneamente.

In una faccio un Monaco della Via della Mano Aperta, in un’altra un Paladino della Tundra con Giuramento di Vendetta, e in un’altra ancora — ambientata nel mondo di Warcraft — faccio uno gnomo artefice esplosivo con un ragno meccanico e una spingarda.

Io adoro il gioco di ruolo in generale. Ho fatto il master di Vampiri, gioco a Cthulhu, Dragonlance e molto altro.

 

Ultima domanda: Hai prossimi progetti futuri di cui puoi accennarci qualcosa?

Andrea Broccardo – Non posso dire nulla. Nulla davvero. Un po’ per scaramanzia e un po’ perché non posso parlarne.

Nessun problema! Grazie per questa chiacchierata Andrea.

Andrea Broccardo – Grazie ragazzi, davvero. È stato un piacere.


Andrea Broccardo: Biografia

Andrea Broccardo (Asti, 1982) è un fumettista e illustratore italiano attivo nel mercato internazionale dei comics. Dopo il diploma tecnico, si forma presso la Scuola del Fumetto di Asti e muove i primi passi professionali come inchiostratore e disegnatore per La Compagnia del Fumetto. Nel 2013 inizia a collaborare come assistente di studio di Luigi Picatto, contribuendo alle chine di Dylan Dog e Nathan Never.

Il suo debutto nel fumetto statunitense arriva nel 2015 con Marvel Comics, dove disegna la serie Star Wars: Kanan – The Last Padawan su testi di Greg Weisman. Da quel momento la sua carriera si consolida rapidamente attraverso collaborazioni su alcune delle principali testate Marvel, tra cui Amazing Spider-Man, Doctor Strange, X-Men, Doctor Strange/Punisher: Magic Bullets, Monster Unleashed ed Empyre: X-Men.

Nel 2017 rafforza il proprio legame con l’universo di Star Wars partecipando al crossover The Screaming Citadel, lavorando accanto a Marco Checchetto, Jason Aaron e Kieron Gillen. Negli anni successivi continua a collaborare con Marvel, realizzando storie dedicate a Spider-Man, Avengers, X-Men, Doctor Strange, Punisher e numerosi altri personaggi, fino a coronare il sogno di lavorare sulla celebre saga di Alien per Marvel.

Parallelamente all’attività per i grandi editori americani, Broccardo sviluppa progetti creator-owned. Nel 2020 è infatti co-creatore della maxi-serie Deep Beyond, pubblicata da Image Comics e realizzata insieme a Mirka Andolfo, Davide Caci e Barbara Nosenzo, all’interno del collettivo creativo legato ad Arancia Studio.

Negli ultimi anni ha continuato a distinguersi come uno degli artisti italiani più apprezzati nel fumetto americano, lavorando sulle serie Star Wars: The High Republic, sulla miniserie Spider-Noir realizzata insieme a Erik Larsen e su nuove storie di Amazing Spider-Man.

Comics

Nightwing di Tom Taylor: Libro Uno DC Deluxe – Recensione

Recensione del Libro Uno del Nightwing scritto dal duo Eisner Award Tom Taylor e Bruno Redondo

Avatar photo

Pubblicato

il

Il Libro Uno di Nightwing di Tom Taylor, pubblicato da Panini nella collana DC Deluxe, raccoglie i primi due archi narrativi della run firmata da Tom Taylor e Bruno Redondo: Leaping into the Light e Get Grayson (Nightwing #78-91), con l’aggiunta di tre tie-in. Questa è la serie che ha consacrato il duo creativo, valendo loro diversi Eisner Awards tra il 2023 e il 2024.

Mi sono approcciato a questa lettura senza particolari aspettative e senza aver mai letto nulla su Nightwing e, nonostante una narrazione di grande qualità e tavole di altissimo livello, devo ammettere di aver avuto qualche difficoltà nel comprendere alcune delle dinamiche che caratterizzano la storia. Nonostante questo, Nightwing di Taylor e Redondo è un fumetto dinamico, molto urban e dal ritmo sostenuto, che mi ha divertito e intrattenuto per tutta la sua durata, ma che, a mio avviso, è decisamente lontano dall’essere un capolavoro.

Di cosa parla il volume

Blüdhaven è una città che, non diversamente da Gotham, è caratterizzata da un forte divario sociale. La povertà diffusa – specialmente tra i giovani – alimenta infatti la criminalità aggravata dall’influenza di Blockbuster, il boss criminale locale. Grazie a risorse apparentemente illimitate, queso esercita un controllo quasi totale sulla città, tenendola stretta nel suo pugno di ferro.

Le cose cambiano quando Barbara Gordon, alias Batgirl, consegna a Dick il testamento di Alfred Pennyworth – che, lo ammetto, non sapevo fosse morto. Un’altra informazione che probabilmente avrei conosciuto se avessi letto le run precedenti.

Nel testamento, il maggiordomo di casa Wayne lascia in eredità a Dick un’ingente somma di denaro, a testimonianza del profondo affetto che ha sempre nutrito nei suoi confronti.

Nonostante la giovane età e la possibilità di utilizzare quella fortuna per sé stesso, Dick dimostra il suo forte senso di responsabilità verso la comunità, decidendo di investire il denaro per migliorare Blüdhaven attraverso progetti di riqualificazione urbana e sociale. Una cosa che non piace affatto a Blockbuster, disposto a tutto pur di fermare Grayson e preservare il sistema di paura e potere che gli permette di controllare la città.

Nel frattempo, un serial killer che si fa chiamare Heartless semina il terrore a Blüdhaven con atti di estrema crudeltà, prendendo di mira proprio le persone che Dick vuole proteggere e aiutare: i più deboli, i dimenticati e gli invisibili che popolano le strade della città.

L'amichevole Nightwing di quartiere

La cosa che mi è piaciuta di più del Nightwing scritto da Taylor è che è un personaggio estremamente umano con il quale è facile entrare in sintonia. Cresciuto all’ombra e sotto l’ala protettiva di Batman, Dick ha imparato dal Cavaliere Oscuro tutti i “trucchi del mestiere” e oggi è lui stesso il protettore di Blüdhaven, la città in cui vive e che ama.

Ho trovato particolarmente interessante il modo in cui Taylor racconta la doppia vita di Dick Grayson, in costante equilibrio tra problemi quotidiani e le minacce della sua vita da supereroe. Da una parte c’è la gestione di un cucciolo di cane e delle normali relazioni umane, dall’altra la lotta contro serial killer spietati e potenti boss della malavita che tengono in ostaggio la città.

Parlandone con Doc G., ci siamo trovati d’accordo su un aspetto: questo Dick Grayson ricorda moltissimo Spider-Man. Anche il personaggio Marvel, infatti, è costretto a conciliare le difficoltà della vita di tutti i giorni con le assurde responsabilità e i pericoli che derivano dalla sua identità segreta. È proprio questa dimensione così umana a rendere Nightwing un protagonista empatico e facile da apprezzare, anche per chi, come me, non aveva mai letto nulla di lui prima d’ora.

I personaggi secondari

Per quanto riguarda il cast di supporto, non credo ci sia molto da aggiungere se non che i personaggi risultano tutti ben scritti e funzionali alla storia. Tra questi spicca sicuramente Melinda Zucco, protagonista di uno dei colpi di scena più interessanti della run quando Taylor rivela il suo legame di parentela con Dick Grayson.

Ho trovato particolarmente interessante il flashback dedicato al suo passato, che si intreccia a quello di Dick attraverso la storia dei Flying Grayson e del mondo del circo. È uno di quei momenti che arricchiscono il protagonista e contribuiscono a dare maggiore profondità al contesto narrativo senza rallentare il ritmo della serie.

Senza fare spoilers, Melinda gioca un ruolo importante nella lotta contro Blockbuster.

Anche Barbara Gordon svolge un ruolo fondamentale all’interno della storia. Inizialmente sembra essere una semplice spalla di Dick, ma con il passare dei capitoli il suo ruolo cresce fino a diventare molto più centrale. Il rapporto sentimentale che si sviluppa tra i due funziona bene e rappresenta uno degli aspetti più riusciti della serie. Taylor costruisce la loro relazione con naturalezza, evitando forzature e facendo emergere una chimica credibile che rende piacevoli tutte le scene che li vedono insieme.

Due villain importanti, uno più convincente dell'altro

Da un lato troviamo Blockbuster, il criminale che grazie a una politica basata sul terrore e sulla repressione riesce a mantenere il controllo di Blüdhaven. La decisione di Dick Grayson di investire la propria eredità per aiutare concretamente i cittadini della città rappresenta una minaccia diretta al suo sistema di potere. Blockbuster sa bene che povertà, disperazione e disuguaglianza sono gli strumenti che gli permettono di governare nell’ombra e, proprio per questo motivo, è disposto a tutto pur di fermare Nightwing.

Si tratta di un villain molto politico e subdolo, che agisce più attraverso l’influenza e il controllo che con la forza bruta. Nonostante ciò, ho avuto la sensazione che in questo primo volume non venga sfruttato appieno. Per gran parte della storia tenta di eliminare Dick servendosi delle sue immense risorse e dei suoi numerosi alleati, ma senza mai riuscire davvero a metterlo in seria difficoltà. Al punto da arrivare a considerare l’idea di scendere personalmente in campo per risolvere il problema. A mio avviso si sarebbe potuto osare qualcosa di più, mettendo Grayson in una situazione di reale difficoltà e rendendo Blockbuster una minaccia ancora più incisiva.

Discorso diverso per Heartless. Fin dalle sue prime apparizioni, Taylor ci presenta un personaggio intelligente, ricco e incredibilmente spietato. Ciò che lo rende davvero inquietante, però, è il suo modus operandi e i suoi bersagli. Heartless prende di mira proprio quella fascia della popolazione che Nightwing cerca disperatamente di proteggere: i più fragili, gli emarginati e tutti coloro che la società tende a ignorare. Le sue azioni non sono motivate dal desiderio di controllo o di profitto, ma da una crudeltà quasi chirurgica che lo rende imprevedibile e terrificante.

A differenza di Blockbuster, la cui minaccia è principalmente sistemica e politica, Heartless rappresenta un pericolo molto più personale ed emotivo. Ogni sua apparizione contribuisce ad aumentare la tensione della storia e, tra i due antagonisti, è senza dubbio quello che mi ha lasciato più curioso di scoprire come verrà sviluppato nei volumi successivi.

Il disegno è il vero punto di forza dell'opera

Parliamo finalmente di quello che, a mio avviso, è il vero punto di forza di questo volume: i disegni di Bruno Redondo e i colori di Adriano Lucas.

Senza nulla togliere alla valida sceneggiatura di Tom Taylor, credo che questa run non avrebbe avuto lo stesso impatto senza l’artwork dell’artista spagnolo. Il tratto di Redondo è preciso, elegante e incredibilmente espressivo. Uno stile che richiama inevitabilmente quello del suo connazionale Jorge Jiménez e, per certi aspetti, anche quello di Dan Mora, due artisti che negli ultimi anni hanno contribuito a definire l’identità visiva della DC Comics.

In più occasioni i disegni di Redondo si fanno carico della narrazione stessa, raccontando eventi, emozioni e dinamiche tra i personaggi senza la necessità di ricorrere a lunghe didascalie o dialoghi esplicativi. Il suo storytelling visivo è probabilmente l’aspetto che più mi ha colpito durante la lettura.

Ad arricchire ulteriormente le tavole troviamo il lavoro di Adriano Lucas, i cui colori accesi e intensi contribuiscono a definire l’atmosfera della serie. Lucas riesce a dare personalità alle tavole sia nei momenti più leggeri e quotidiani, sia nelle sequenze d’azione o nelle apparizioni dei villain. Un chiaro esempio della qualità del suo lavoro si trova già nella splash page d’apertura del volume, che mostra Nightwing mentre si lancia nel vuoto con alle spalle il tramonto di Blüdhaven. Le tonalità calde del cielo non si limitano ad elevare le matite di Redondo, ma riescono a trasmettere una sensazione di serenità e familiarità che riflette perfettamente il legame tra Dick e la città che ama.

Nightwing #87

Il fumetto è pieno di riferimenti visivi alla celebre run di Matt Fraction e David Aja su Hawkeye. Taylor e Redondo non fanno nulla per nasconderlo, anzi: in più occasioni sembra quasi che Nightwing voglia rendere omaggio a quel lavoro e al suo stile narrativo. Un’influenza che raggiunge il suo apice in Nightwing #87.

Nightwing #87

È proprio questo capitolo che mi ha fatto capire di trovarmi di fronte a qualcosa di non comune. Qui lo storytelling e il disegno si fondono a tal punto che la linea che separa le due praticamente scompare. La narrazione procede con pochissimi dialoghi, affidando gran parte del racconto alle immagini, al ritmo delle tavole e alla costruzione della pagina.

Redondo realizza una sequenza che si sviluppa prevalentemente in senso orizzontale, rompendo gli schemi del layout tradizionale del fumetto occidentale e guidando l’occhio del lettore attraverso un flusso narrativo continuo e perfettamente leggibile.

L’entusiasmo con cui i lettori hanno accolto la issue #87 è stato tale che DC ha deciso di riproporla in una speciale Wingspan Edition. Si tratta di una ristampa che presenta l’intero albo come un’unica sequenza continua a fisarmonica, permettendo di leggere la storia senza le tradizionali interruzioni tra le pagine.

La vendita al pubblico è prevista per agosto 2026.

Nightwing Wingspan Edition

Conclusione

Il Libro Uno di Nightwing di Tom Taylor e Bruno Redondo, che raccoglie i primi due archi narrativi della loro run, è una lettura che lascia il segno soprattutto grazie allo straordinario lavoro grafico di Redondo. Il disegnatore spagnolo non si limita infatti a illustrare la sceneggiatura di Taylor, ma ne diventa parte integrante, fondendosi con essa per dare vita a una narrazione visiva che, in alcuni momenti, raggiunge livelli davvero notevoli.

Pur avendo apprezzato la lettura, non mi sento però di considerarlo un punto di partenza ideale per chi non ha mai letto nulla di Nightwing.

Al netto di ciò, Nightwing rimane una serie solida, divertente e visivamente impressionante, e sicuramente è una delle migliori più recenti pubblicazioni DC Comics.

VOTO POPCORNERD 7.0/10

Continua a leggere

Comics

Intervista a David Lopez: l’artista delle femmes fatale dei comics

Be Comics! Be Games! Torino è stato un evento che ha visto protagonisti molti autori provenienti dall’estero. Tra questi David Lopez, disegnatore spagnolo che abbiamo avuto l’onore di intervistare

Avatar photo

Pubblicato

il

Da

David Lopez è l’artista della femminilità. È un disegnatore che riesce a interpretare i personaggi femminili dei fumetti, nel modo più naturale e sincero possibile.

Il suo tratto è stato capace di valorizzare e dare ulteriore caratterizzazione a eroine e anti-eroine tirando fuori il meglio di loro a livello visivo.

Catwoman, Carol Danvers, Laura Kinney / Wolverine e molte altre nelle sue mani hanno dimostrato quanto possono essere belli da leggere i fumetti con protagoniste delle donne con i superpoteri. E questo grazie all’empatia e alla curiosità di David verso l’Universo artistico femminile.

Durante il Be Comics! Be Games! Torino, ho avuto l’opportunità di scambiare una lunga chiacchierata (in italiano, ci tengo a dirlo) con l’artista.

David si è raccontato nella maniera più naturale e simpatica, parlando di arte, di lavori e della sua passione per storie che pubblica sui social e che raccontano un po’ l’attualità del suo paese, ma non solo. E (ripeto) tutto ciò in italiano, dimostrando un’ottima padronanza della lingua.

Tra battute e risate, ecco a voi David Lopez, l’artista delle femmes fatale dei comics!


David Lopez: il grande rapporto con Kelly Sue DeConnick e l’amore per i personaggi femminili dei fumetti

Ciao David e grazie mille di averci concesso un po’ del tuo tempo per questa intervista! Catwoman, All-New Wolverine, Captain Marvel e anche Black Hand & Iron Head sono tutti progetti di grande successo con protagoniste forti, o comunque grandi donne. Si tratta di una coincidenza oppure credi che il tuo tratto valorizzi particolarmente i personaggi femminili e le loro storie?

David Lopez – Dipende da chi li scrive. Ho avuto la fortuna di lavorare con sceneggiatrici specialiste nello scrivere personaggi femminili: Kelly Thompson, G. Willow Wilson, Kelly Sue DeConnick e anche altre. Ma anche Peter David ha fatto un buon lavoro su Fallen Angel.

Non so se conosci una rivista di fumetti italiana dei primi anni 2000 che si chiamava Mondo Naif di Coniglio Editore. Lì ho pubblicato il mio slice of life su due ragazzine che abitano a Barcellona.

Ho sempre lavorato con personaggi femminili perché è sempre stato qualcosa che mi intrigava e appassionava. Il mondo femminile per me è un mistero a cui voglio avvicinarmi.

L’universo femminile, inoltre, è entrato nel mainstream: siamo in un momento storico in cui questo sta succedendo. Ho la fortuna di vivere questa fase.

In DC hai lavorato a lungo su Catwoman. E’ uno dei lavori in cui sei stato più a lungo su una serie regolare: 30 numeri, giusto?

David Lopez – Sì, 30 numeri in 30 mesi.

Cosa puoi dirci della tua esperienza su Catwoman?

David Lopez – È stata un’esperienza bellissima, perché lavoravo anche con Álvaro López, che in quel momento era un inchiostratore davvero incredibile, con uno stile abbastanza astratto, e con l’editor, Nacho Castro, che ha lavorato in Disney e mi sembra che adesso sia in Skybound. Mi aiutarono tantissimo.

Dopo tanto tempo si crea un rapporto umano, di confidenza. Anche con lo scrittore Will Pfeiffer eravamo una squadra, e lavoravamo bene insieme. C’era affiatamento e feeling. Ma 30 numeri sono tanti! [Risata n.d.r.]

Tavola di David Lopez tratta dalla sua run su Catwoman

Per quanto riguarda aspetto e costume, ti sei ispirato a qualcosa di specifico per la tua versione di Catwoman, considerata tra le più amate dal 2000 in poi?

David Lopez –  Dici davvero? Grazie, prima di tutto.

Dopo di me c’è stato Marcos Marz, anche lui spagnolo, che aveva disegnato Gotham City Sirens. Ma io mi sono ispirato al lavoro di Darwin Cooke, che aveva disegnato la serie prima di me, quindi il costume era già quello!

Io ho iniziato con il numero 51 e ho proseguito fino all’82. Il suo lavoro è stato un’ispirazione, ma io però ho uno stile diverso. E’ stato come un manuale di sopravvivenza: dovevo finire un fumetto al mese e ho imparato tantissimo.

È stato duro, sì, ma anche molto formativo. Quando ho finito Catwoman è stato come andare in burnout: ero vuoto di idee, molto stanco.

Perché mentre facevo quello lavoravo anche a una graphic novel per la Spagna, ho fatto tre numeri di Countdown, un annual di Batman… era tantissimo lavoro.

Però è stato bello, ero felice.

Torneresti su Catwoman?

David Lopez –  Sì, sì. Sarebbe come tornare a casa. È un po’ strano, perché poi hai visto tanti altri disegnatori lavorare su Catwoman e pensi: perché non hanno chiamato di nuovo me? Voglio tornare! Ma il ricordo è bello. Davvero bello.

Passando a Captain Marvel, è stato un lavoro molto importante per te, anche per il rapporto con la scrittrice Kelly Sue DeConnick che, in una vecchia intervista, hai paragonato a una figura sportiva molto importante in Spagna: il “Cholo” Simeone, allenatore dell’Atlético Madrid. Cosa intendevi con questo paragone?

David Lopez –  Hanno la stessa grinta. Lei è molto appassionata del suo lavoro, dà tutto. E allora anche tu ti senti in dovere di dare tutto. Ti coinvolge, ti spinge sempre a fare di più, a essere migliore.

Abbiamo appena finito FML. Con lei ed è stato magnifico, perché lì non aveva restrizioni: faceva quello che voleva.

Lei ti chiede di fare delle cose e tu vuoi renderla orgogliosa. Ti lascia libertà assoluta, ti dà fiducia, ti tratta come un pari.

Fare fumetti americani spesso è come lavorare in una catena di montaggio in fabbrica. Con lei è diverso: ti trasmette la passione. E allora tu vuoi fare il meglio possibile, perché lei ti dà il meglio di sé.

Uno dei tuoi lavori più recenti è FML, ancora insieme a Kelly Sue DeConnick. La serie mescola elementi molto diversi come adolescenza, cultura metal, soprannaturale e contesto pandemico: cosa ti ha affascinato di questo concept e cosa volevi raccontare davvero attraverso FML?

David Lopez –  Sì, è molto vicino alla realtà e lo devi leggere. Non è facile spiegarlo, anche per me è difficile trovare le parole per descrivere cos’è FML.

E’ uscito per Dark Horse e lo abbiamo appena finito. Penso che a voi italiani piacerà. Lei [Kelly Sue DeConnick n.d.r.] dice che sua figlia ha definito FML come un fumetto divertente… anche se in realtà parla di cose che non lo sono.

Ma la cosa interessante è che io vengo dal slice of life underground, che è quello che mi piace e mi viene naturale. FML è, stranamente, una cosa che farei io se sapessi scrivere bene come lei. Kelly ha trovato con il suo stile, il modo di raccontare questa storia.

Io vorrei scrivere fumetti come lo fa lei e lei vorrebbe disegnare fumetti come li disegnerei io. È come uno yin e yang: siamo sempre una cosa sola.

Infatti, quando facevamo le riunioni creative parlavamo e dicevamo “questo mi è piaciuto tanto, questo è fatto bene”… e lei mi diceva “no, questo l’hai fatto tu”.

Io non sono così paziente! Lei mi ha detto che questa è una cosa che succede quando si lavora in sintonia.

Quando sei in coppia, in un team, nasce una terza voce: non è mia, non è sua, è qualcosa che nasce da entrambi. Ed è diversa da noi. A me questa cosa piace tantissimo.

Mi è successo anche in Mystique con G. Willow Wilson, ma lì eravamo una squadra più ampia: colorista, inchiostratore, disegnatore… tutti insieme.

Era una cosa più “industriale” rispetto a FML, ma è questo il bello del lavorare in team: ottieni cose che da solo non potresti fare.

Nei fumetti di supereroi è una catena di montaggio per natura: se ogni mese esce Batman e sei il disegnatore, tutti i mesi devi consegnare e non hai il tempo di fare qualcosa di completamente diverso a lungo termine.

Immagine di FML di Kelly Sue Deconnick e David Lopez

Quando ti è stato affidato il progetto su Wolverine, come hai reagito alla notizia che non ci sarebbe stato Logan nel costume, ma Laura Kinney?

David Lopez –  Me l’hanno detto subito. E ho pensato: preferisco Laura, mi piace di più. Sono simili, ma io vengo da un’epoca in cui Wolverine era su ogni serie: X-Men, Wolverine, ecc… per me all’epoca era un po’ “bruciato” come personaggio.

Logan è iconico e mi è sempre piaciuto, fin dall’inizio, dalle prime storie. Però Laura mi affascinava di più.

Avevo già disegnato X-23, quando la scriveva Marjorie Liu sulla serie omonima. Ho fatto alcune pagine, mi è piaciuta e mi veniva naturale.

Quando mi hanno proposto la serie All New Wolverine ero un po’ stanco, perché venivo da tanti numeri di Captain Marvel e poi subito Wolverine. E in più avevo una figlia piccola, quindi avevo bisogno di tempo.

Ho detto all’editor: lo faccio, ma solo se posso lavorare con qualcuno. Così abbiamo lavorato come negli studi manga: io facevo le figure e lui i fondali, le macchine, tutto quello che io non potevo o non volevo fare.

Mi ha aiutato David Navarro. Abbiamo lavorato benissimo, è stata una bellissima esperienza.

Hai collaborato con Tom Taylor su questa serie: com’è stato lavorare con lui?

David Lopez –  Oh mi sono divertito molto. Lui è bravissimo.

Secondo me quello che ha creato in All New Wolverine lo ha poi replicato in DC su Nightwing.

David Lopez –  Ah, con Bruno Redondo! Sì, Bruno… gli vorrei dire “mi hai copiato”!  [ride n.d.r.] Scherzo. Però sì, si vede quel tipo di lavoro.

Bruno è bravissimo, spinge sempre al massimo. Lavora con Taylor per arrivare più lontano possibile. Mi ricordo quella storia fatta in un’unica tavola continua [Nightwing #87 n.d.r.] loro hanno questo modo di lavorare: parlano tanto, cercano sempre qualcosa di nuovo. È molto importante avere un buon rapporto con lo sceneggiatore.

Pensi che il personaggio di Gabby abbia in qualche modo influenzato la versione di X-23 di Dafne Keen vista nel film Logan con Hugh Jackman?

David Lopez –  No, no. Io disegno sempre guardando le proporzioni reali: Laura è piccolina, ma molto forte. Gabby è simile, ma ancora più piccola. Il carattere è diverso. Laura è più chiusa, Gabby è diversa. Nel film l’hanno resa bene, ma non credo sia ispirata alla mia Gabby. Tra l’altro Daphne Keen [interprete di Laura Kinney nei film n.d.r.] è spagnola, di Madrid.

Passiamo a Black Hand & Iron Head. E’ un progetto molto personale per te, perché ti vede per la prima volta anche alla scrittura oltre che al disegno. Come hai vissuto il passaggio ad autore completo? E, trattandosi di un progetto creator-owned, quanto ti ha divertito avere piena libertà?

David Lopez –  In realtà non è la prima volta. Io avevo già fatto fumetti miei, più underground.

Lavorare sui fumetti americani è stata un’opportunità: mi piacciono i supereroi, ma è anche una questione di lavoro. In Europa, o fai album o è difficile vivere di fumetti. Però ho sempre avuto il bisogno di scrivere le mie cose. Dopo tanti anni, ho ripreso a farlo. Ho lavorato con David Muñoz, che è uno sceneggiatore spagnolo legato anche al cinema (The Devil’s Backbone). È stato come un tutor per me, mi ha insegnato molto. Ora mi sento più sicuro come scrittore.

Sui tuoi social ho visto delle strip a fumetti che realizzi, molto diverse rispetto a quello per cui noi fan siamo abituati a conoscerti. Si tratta di utilizzare il fumetto per fare informazione e anche un po’ di critica al sistema. Quello che oggi è graphic journalism. Ritieni il fumetto un mezzo potente e immediato per rappresentare queste situazioni reali?

David Lopez – Sì, ecco. Penso che per comunicare queste cose il fumetto sia un mezzo potente. Il fumetto è il migliore mezzo per raccontare le cose. Non so se lo conosci, ma Joe Sacco con i suoi fumetti ne è l’esempio lampante. Spiega il tutto in maniera chiara.

Viviamo in un mondo molto più social e visuale, e il fumetto ha questa magia che puoi mischiare disegni e testi. È perfetto. Ma questi fumetti politici (possiamo dire che sono politici), non sono tanto per gli altri, quanto per me.

Viviamo in una situazione di terribile angoscia dove il mondo ci attacca costantemente: l’attualità, la guerra, la cronaca e tutto il resto.

Allora, se non dico niente, tutta questa angoscia rimane dentro di me, mentre io la voglio tirare fuori e voglio dire la mia. E il fumetto è il mezzo che utilizzo. Lo faccio per stare in pace con me stesso.

C’è il serio rischio di ritornare a una situazione simile al peggiore dei passati. E quello che posso fare per dire alle persone quello che penso è utilizzare il fumetto per esprimere il mio pensiero.

Ultima domanda: in questo momento storico ci sono moltissimi artisti spagnoli e italiani che lavorano negli Stati Uniti per le grandi case editrici. Quali sono, secondo te, le qualità che spingono gli editor a guardare sempre più verso Italia e Spagna? Si tratta solo di talento e tecnica?

David Lopez – Non solo… ci sono anche tanti artisti brasiliani. Riguardo a noi spagnoli, Pasqual Ferry che è qui [anche Ferry era ospite al Be Comics! Be Games! Torino n.d.r.], ti potrà raccontare. Lui, Carlos Pacheco e Salvador Larrocca sono stati tra i primi grandi artisti spagnoli che abitavano in Spagna e lavoravano con l’America.

Loro sono stati i primi e dopo sono arrivati gli altri più giovani, tra cui io, ma questi grandissimi artisti hanno aperto le porte.

David Lopez al Be Comics! Be Games! Torino

Comunque credo che il successo sia per talento ma anche per opportunità, perché si cominciava a utilizzare internet, mentre prima per comunicare si utilizzava il fax. E con l’utilizzo delle mail anche per Marvel fu più facile comunicare con un artista spagnolo o italiano alla stessa maniera di un americano.

E allora Marvel ha capito che questi artisti spagnoli che hanno lavorato su Marvel UK, possono farlo anche per la Casa delle Idee d’America.

Quando sono arrivato io la strada ‘transatlantica’ era già spianata e così ho cominciato a lavorare.

Qui in Italia ci sono tanti artisti così talentuosi che magari possono lavorare solo su Bonelli o sul mercato francese, ma hanno l’educazione artistica visuale dei fumetti di supereroi e allora è normale per loro avere voglia di lavorare sul mercato americano.

Quando io sono arrivato, un fumetto che vendeva 25.000 copie ogni mese senza cover variant era a rischio chiusura. Adesso se vendi 25.000 copie ogni mese, sei un vero re.

I grandi fumettisti americani hanno l’opportunità di lavorare sul creator-owned, cosa che stanno cominciando a fare anche gli artisti spagnoli e italiani, perché con i creator-owned gli autori hanno i diritti del personaggio. E se vendo un numero di copie normali o basse, mi pagano quasi come se lavorassi per Marvel.

Le grandi case editrici americane devono capire come recuperare il talento interno perché sennò c’è un limite alla quantità di talento dell’estero che possono comprare.

Grazie mille David per il tuo tempo. Sono state risposte davvero incredibili.

David Lopez – Grazie a te perché le domande erano interessanti.


David Lopez: Biografia

David López è un fumettista spagnolo nato a Gran Canaria, noto per il suo straordinario character design e per la capacità di creare alcune delle copertine più incredibili del settore. Ha ricevuto nomination per alcuni dei premi più prestigiosi del settore, tra cui gli Eisner Awards e gli Harvey Awards per il suo lavoro su  Mystic.

Dopo aver ottenuto fama internazionale come disegnatore di fanzine, nel 2000 ha iniziato a lavorare per la DC Comics . Ha rapidamente raggiunto la notorietà grazie alla sua serie Fallen Angel (creata in collaborazione con Peter David) e alla sua lunga gestione di 30 numeri di Catwoman .

Tra i suoi lavori per la Marvel Comics figurano Spider-Man , X-Men , Hawkeye & Mockingbird e  All New Wolverine , solo per citarne alcuni. Inoltre, il suo iconico character design nella serie Captain Marvel è servito da ispirazione per il film dei Marvel Studios del 2019.

Dopo il successo della sua graphic novel di cui detiene i diritti d’autore, Blackhand & Ironhead , David López sta ora lavorando alla sua nuova serie FML , realizzando al contempo copertine per titoli di grande successo, tra cui Star Wars e Spider-Gwen della Marvel.

David adora i giochi di ruolo ed è noto per essere un eccellente Dungeon Master. Inoltre, è orgoglioso di aver pubblicato alcuni degli Inktober e degli artbook a tema videoludico più popolari in circolazione.

Gestisce inoltre un canale YouTube (insieme all’artista di The Green Room David Lafuente) chiamato Streaming de Dibujantes*

*biografia tratta dal sito thegreenroomcomicart.com
Continua a leggere

Comics

Robin e Batman: Jason Todd – Recensione

Robin e Batman: il nuovo dinamico Duo, è il nuovo fumetto DC pubblicato da Panini Comics di Jeff Lemire e Dustin Nguyen che analizza il rapporto tra Batman e il Robin di Jason Todd

Avatar photo

Pubblicato

il

Da

Il rapporto tra Bruce Wayne e Jason Todd non è mai stato semplice. La differenza caratteriale tra Dick Grayson, primo Robin e attuale Nightwing, e il secondo Ragazzo Meraviglia ha messo in difficoltà Batman più di una volta, trovando in Jason un “figlio” spericolato difficile da gestire.

La storia che riguarda Jason Todd è forse una delle sconfitte più cocenti e indelebili del Cavaliere Oscuro, culminata con la morte del ragazzo per mano del Joker sulle pagine di Batman #426-429, nella celebre Una Morte in Famiglia (1988) di Jim Starlin e Jim Aparo. Si tratta di uno degli episodi più violenti della storia del personaggio, che all’epoca chiudeva una parentesi drammatica dedicata al secondo e più ribelle tra i Robin.

Jason Todd è il protagonista del secondo volume di Robin & Batman, scritto da Jeff Lemire e disegnato da Dustin Nguyen, una coppia che nel corso degli anni ha sfornato veri e propri capolavori come Descender, Ascender e Little Monster.

Inoltre, i due autori sono veterani dell’Universo DC e hanno già realizzato il primo volume di Robin & Batman: la nascita del dinamico Duo dedicato a Dick Grayson, che analizzava i primi passi della spalla dell’Uomo Pipistrello proprio dal punto di vista del ragazzo.

Con Robin e Batman: Jason Todd – il nuovo dinamico Duo, Panini Comics ha raccolto in un unico volume questa nuova miniserie che riprende lo stesso leitmotiv del capitolo precedente: il rapporto tra Batman e Robin osservato attraverso gli occhi dell’aiutante dell’Uomo Pipistrello, in questo caso Jason.

Jason Todd: un pettirosso ribelle alla corte di Batman

Bruce Wayne ha scelto il nuovo Robin. Dopo che Dick Grayson ha abbandonato i panni del Ragazzo Meraviglia, un nuovo ragazzo è stato accolto da Bruce, che vede in lui il degno erede di Dick: il suo nome è Jason Todd.

Robin e Batman: Jason Todd entra subito nel vivo dell’azione. I due eroi stanno inseguendo alcuni criminali, una nuova minaccia per Gotham, e sin da subito l’Uomo Pipistrello comprende che Jason non è Dick. È più irruento, indisciplinato ma, soprattutto, violento e arrabbiato.

Questo non fa che aumentare i dubbi di Batman, che manifesta ad Alfred tutte le sue perplessità sulla scelta del ragazzo come aiutante e dell’oscurità che alberga dentro di lui.

Jason è un ragazzo complicato, alla ricerca di una guida che sia più affine al suo modo di agire e che sappia indicargli la giusta direzione. Ed è qui che entra in scena il giustiziere Wraith, un antieroe che elimina i problemi in modo definitivo e che finirà per complicare ulteriormente le cose. Jason rimarrà sulla retta via o sceglierà di seguire Wraith?

Un fumetto sul Robin più complicato e il suo rapporto con Batman

“Dick aveva i genitori.. bravi genitori. Sapeva com’era averli.

E anche io. Li abbiamo avuti entrambi, prima di diventare questo. Jason no.

Pensavo che saremmo potuti diventarlo per lui. Ma è solo — spezzato.”

Con questo dialogo Jeff Lemire racchiude tutti i dubbi e le difficoltà del complesso rapporto tra Bruce e Jason.

Lo scrittore canadese è un maestro nello sviscerare e raccontare i rapporti umani in tutte le loro sfaccettature. E se con Dick Grayson tutto era più semplice, proprio perché il ragazzo era caratterialmente più solare e riconosceva in Batman una figura quasi genitoriale, lo stesso non vale per Jason.

Jason è un orfano che porta impressa nella mente la morte della madre e che, da ex ladruncolo, ha cercato di arrangiarsi fino a quando ha conosciuto Bats. Non vede in Bruce un padre o un sostituto dei suoi genitori, ma una figura che lo intimorisce.

Dentro di sé cova una rabbia enorme, perché è un ragazzo a cui è stato portato via tutto. E cerca di sfogare questa ira contro i criminali che affronta insieme all’Uomo Pipistrello.

Lemire adotta un approccio quasi psicologico nell’analizzare il rapporto tra Robin e Batman. Anzi, la figura del Cavaliere Oscuro mostrata in questa miniserie è molto diversa da quella vista nel primo volume.

Quello era un Batman abituato a lavorare da solo, ruvido e rigido, che stava imparando a essere mentore e padre e che, in qualche modo, era stato aiutato da Dick lungo questo percorso.

Il Batman di questo volume è invece un eroe convinto di poter ripercorrere con Jason gli stessi passi compiuti con Dick, salvo rendersi conto che non è affatto così. Il ragazzo è profondamente diverso e ne Il nuovo dinamico Duo di Lemire e Nguyen emergono tutte le difficoltà di un uomo capace di salvare il mondo più volte, ma che si sente vulnerabile quando si tratta di salvare un ragazzo dal proprio destino.

A complicare ulteriormente la situazione, il “sadico” Lemire introduce un elemento di disturbo come Wraith, una sorta di giustiziere a metà strada tra il Punisher della Marvel e Grifter della WildStorm, che vede in Jason quella rabbia e quella determinazione che potrebbero essere utili per combattere il crimine estirpandolo alla radice.

Insomma, anche questa volta Lemire si dimostra all’altezza del compito, pur chiudendo la storia in maniera forse un po’ troppo frettolosa nel finale.

Il tratto pittorico di Nguyen è eleganza

Se il sodalizio tra Jeff Lemire e Dustin Nguyen è una garanzia di qualità, l’artista statunitense sembra dare il meglio di sé proprio quando lavora accanto all’autore canadese, soprattutto quando i protagonisti delle loro storie sono bambini o adolescenti.

La sensibilità artistica di Nguyen emerge anche in Robin e Batman: Jason Todd. Il suo stile riesce a completare visivamente la visione di Lemire sul rapporto tra Jason e Bruce. Come detto, Jason percepisce Batman come una figura che lo intimorisce e questo aspetto emerge chiaramente nelle tavole di Nguyen, dove negli scambi tra i due, il Cavaliere Oscuro viene visto attraverso gli occhi del ragazzo come una presenza più cupa. L’artista utilizza ampie zone d’ombra e rende Batman effettivamente spaventoso.

Ma anche le tavole dedicate al team-up tra i Robin, del presente e del passato, verso metà volume non sono da meno: splash page nelle quali Nguyen si diverte a rendere davvero “dinamico” il duo… di Robin in azione. Un artista eccezionale.

Perché leggere Robin e Batman: Jason Todd?

Robin e Batman: Jason Todd è il secondo tassello del lavoro di Jeff Lemire e Dustin Nguyen, un progetto che analizza nel dettaglio il rapporto tra il Cavaliere Oscuro e i suoi aiutanti dal punto di vista di questi ultimi.

Un’operazione interessante che ci aveva regalato un ottimo primo capitolo e che si conferma, almeno in parte, anche in questo secondo volume.

Sia chiaro: siamo davanti a due autori incredibili che difficilmente deludono il lettore quando lavorano insieme. Tuttavia, questa storia avrebbe probabilmente beneficiato di qualche pagina in più, poiché la conclusione appare eccessivamente rapida.

Il volume si legge con grande scorrevolezza (forse un po’ troppo velocemente), ma merita anche una seconda lettura per apprezzare appieno il notevole lavoro di Nguyen.

Se questo progetto avrà nuovi seguiti, anche perché all’appello mancano ancora Tim Drake, Stephanie Brown e Damian Wayne, spero vivamente che al timone resti il team creativo composto da Jeff Lemire e Dustin Nguyen: il vero dinamico Duo quando si tratta di creare fumetti.


VOTO POPCORNERD: 7/10

Continua a leggere

In evidenza

Copyright © 2026 Popcornerd by Viaggipop | Designed & Developed by Webbo.eu