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Intervista a Andrea Broccardo, tra guerre stellari e atmosfere pulp (ragnesche)

Torna ai nostri microfoni Andrea Broccardo, talento piemontese, che ha realizzato la locandina del Be Comics! Be Games! Torino ed è attualmente nelle librerie italiane con il suo ultimo lavoro: Spider-Man Noir, scritto da Erik Larsen

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La prima edizione del Be Comics! Be Games! Torino è stata caratterizzata da un parterre di artisti davvero sensazionale. Tra questi c’era Andrea Broccardo, ‘padrino’ per l’occasione e creatore della locandina che ha inaugurato questa nuova manifestazione.

Andrea è un disegnatore made in Piemonte, per la precisione astigiano, che ha messo a disposizione la propria arte per rendere indimenticabile l’inaugurazione della kermesse torinese.

Ma negli ultimi tempi Andrea Broccardo sta dimostrando il proprio talento in più occasioni, soprattutto in casa Marvel dove sta spaziando tra Uomini Ragno moderni e Uomini Ragno anni ’30.

E nonostante questa sia la seconda volta che abbiamo l’onore di fare quattro chiacchiere con l’artista, di cose Andrea ce ne ha raccontate molte… davvero tante, partendo anche da un passato tra le galassie lontane lontane, ma anche contraddistinto da momenti terrificanti tra xenomorfi spaziali!

Inoltre l’ultima sua fatica per la Casa delle Idee, Spider-Man Noir in compagnia di Erik Larsen ai testi, è uscita solo pochi giorni fa in fumetteria e libreria sotto l’etichetta Panini Comics, e riprende il personaggio che sta facendo parlare di sè anche sul piccolo schermo grazie all’interpretazione di Nicolas Cage nella serie TV Spider-Noir.

Quindi questo era il momento giusto per presentare ai nostri lettori la nuova intervista che l’autore ci ha gentilmente concesso!

Ecco a voi ancora una volta su PopCorNerd, Andrea Broccardo, l’uomo che ha riportato il pulp e noir tra le pagine di Spider-Man.


Andrea Broccardo: dalle galassie di Star Wars alle atmosfere pulp di Spider-Man Noir

Siamo al Be Comics! Be Games! Torino in compagnia di un grande ospite: Andrea Broccardo. Grazie mille Andrea della tua disponibilità.

Andrea Broccardo – Grazie a voi ragazzi.

Siamo a Torino, la tua città, e questa prima edizione del Be Comics! Be Games! Torino ha una bellissima locandina disegnata da te. La prima domanda riguarda le sensazioni che hai provato quando ti hanno chiesto di inaugurare questo evento con un tuo manifesto e come è nata, a livello creativo e realizzativo, la locandina?

Andrea Broccardo – Una bella sensazione perché, in tanti anni di carriera fumettistica, tolto qualche piccolo evento locale, piccole fiere e manifestazioni, è la prima volta che mi commissionano un lavoro del genere, soprattutto per una fiera grossa. Stiamo parlando della stessa organizzazione della Milan Games Week & Cartoomics e del Be Comics! Be Games! Padova, quindi c’era anche una certa responsabilità.

Non è stato semplicissimo, perché comunque i tempi in cui la fiera è stata organizzata erano molto stretti. Idem la realizzazione della locandina, quindi abbiamo dovuto un po’ correre. Però fortunatamente i feedback ricevuti da parte del committente sono stati abbastanza rapidi e abbiamo trovato una quadra su quello che loro cercavano.

Il lavoro è stato commissionato ad Arancia Studio, con cui collaboro facendo lavori di editing su autori che lavorano col mercato americano e con cui abbiamo prodotto la miniserie Deep Beyond, uscita per Image Comics negli Stati Uniti [in Italia è uscita per Star Comics n.d.r.]. Diversamente da Marvel, ad esempio, dove mi relaziono in maniera autonoma, in Arancia il mio è un lavoro di supporto e di service che vado a fare in contesti come quelli che ho descritto.

Mi hanno chiesto se fossi interessato a realizzare la locandina. Ho detto: “Perché no? Che figata”. Ed è stata una roba emozionante. Diciamo che la parte veramente figa è che tu entri e vedi il disegno ovunque: sui pass, c’è un muro gigante là dietro con la gigantografia e in giro per Torino ci sono i cartelloni. È una roba strana, sembra quasi di essere ricercato dalla polizia con le foto segnaletiche. [risata n.d.r.] Però è una bella sensazione.

La locandina del Be Comics! Be Games! Torino di Andrea Broccardo

Come nasce però, a livello artistico, la locandina? Qual è stato il tuo studio dietro la realizzazione?

Andrea Broccardo – I committenti, quindi gli organizzatori del festival, cercavano un disegno il cui fine ultimo fosse quello di raccogliere dentro un’unica illustrazione tutte le varie anime e componenti che puoi trovare all’interno di manifestazioni di questo tipo: giochi di ruolo, fumetti, giochi di carte, videogiochi, cosplayer, youtuber.

Perché ormai le fiere di fumetto non sono più solo fumetto, ma si sono aperte. Alcuni non sono d’accordo, altri sì. Io sono favorevole a una sorta di fiera “onnivora” che ospiti più anime, perché vuol dire più visitatori e più possibilità di scelta. Un po’ come un grosso centro commerciale in cui puoi trovare di tutto.

L’idea era quella di creare un personaggio, il ragazzo che vedete nella locandina, che poi verrà reinterpretato il prossimo anno da un altro autore o autrice. Un po’ come il Be Comics di Padova, il cui personaggio principale della locandina è una figura femminile creata da Mario Alberti e reinterpretata ogni anno da autori diversi, diventando una sorta di mascotte.

Questo ragazzo, con la sua sorta di Pokémon a forma di toro, tornerà quindi in un’altra veste il prossimo anno.

Quindi la tua opera continuerà a vivere negli anni attraverso la reinterpretazione di altri artisti? Davvero bellissimo.

Andrea Broccardo – Sì, esattamente. L’organizzazione cercava un personaggio prettamente maschile per non confonderlo con la figura femminile della locandina di Padova.

Io avevo fatto uno studio con una dozzina di personaggi differenti: ragazzi giovani, adolescenti, un po’ più adulti, vestiti casual moderni, altri più fantascientifici o con look strani.

Alla fine la scelta è ricaduta sulla versione cyberpunk del nostro ipotetico visitatore della fiera (anche perché in quel periodo stavo giocando a Cyberpunk). È piaciuta questa versione fantascientifica, forte anche del fatto che ho lavorato tanto sulle testate di Star Wars e Alien, e la fantascienza mi è congeniale. Mi piace e mi diverte disegnarla.

Allo stesso tempo il contesto della locandina è retro-fantascientifico: abbiamo la Mole Antonelliana in versione futuristica, macchine volanti, dadi, carte e tutti gli elementi tipici di fiere come questa.

Hai parlato del tuo lavoro su Star Wars e, ovviamente, il tuo nome è collegato a quel mondo. Sei un appassionato del franchise e dei suoi personaggi?

Andrea Broccardo – Beh assolutamente sì.

La prossima domanda riguarda proprio il tuo lato fan: sei più Team Jedi o Team Sith?

Andrea Broccardo – Diciamo che quasi tutti i Sith che troviamo nella saga sono fighi. Però quei pochi Jedi che io trovo veramente fighi battono di gran lunga i Sith. Dipende dai personaggi [risata n.d.r.]

Tra i miei preferiti metto Yoda e Obi-Wan [Kenobi n.d.r.], che adoro. Mi piace molto anche Luke [Skywalker n.d.r.], che nonostante sia il protagonista non è sempre il più apprezzato della serie, però secondo me è un personaggio fortissimo.

Sul fronte cattivi, Darth Vader è iconico. Palpatine è una carogna di prima categoria ed è davvero un cattivo. Non è uno di quei villain per cui “poverino, gli è successo qualcosa di brutto”. Spero non ce lo raccontino mai così. Mi piace pensare che lui sia semplicemente malvagio perché è una persona orribile.

Darth Vader secondo Andrea Broccardo

Non so se hai visto la recente serie animata su Darth Maul: è fighissima.

Andrea Broccardo – Non ancora! Io, poi, sono una di quelle persone brutte che guarda le serie tutte insieme. Non mi piace guardarle settimanalmente perché sono anziano e mi dimentico le cose da una puntata all’altra. Però la nuova serie sembra bella davvero. Mi piace che abbia un tono molto più adulto rispetto alle altre produzioni animate. Io sono fan di Rebels e Clone Wars, quindi vedere questa evoluzione è stato pazzesco.

Ci sono state difficoltà artistiche nell’approcciarti a un fumetto come Star Wars, essendo un franchise così importante e pieno di reference molto rigide?

Andrea Broccardo – Sì, assolutamente. La principale difficoltà del lavorare sul brand di Star Wars è l’editing che fa Lucasfilm.

Noi avevamo un doppio livello di editing. Prima mandavamo le pagine a Marvel, che controllava storytelling, recitazione dei personaggi e narrazione. Se c’erano note preliminari, ce le facevano avere.

Poi tutto veniva girato a Lucasfilm, che ha un team editoriale enorme e tempi anche abbastanza lunghi. Le correzioni erano di natura prettamente canonica: la lunghezza delle spade laser, il modo in cui curva l’elmo delle truppe, il triangolo sulla maschera di Vader, la somiglianza degli attori. Erano veramente fiscali.

Da un lato è complesso perché riprendi le pagine mille volte, dall’altro però ha senso: è un brand amatissimo e i fan vogliono quel tipo di canone lì. Se fai Luke che non assomiglia a Luke, anche con la storia più bella del mondo, il fan più esigente ti dirà comunque che non va bene.

A livello di astronavi, fortunatamente Lucasfilm ti mette a disposizione un archivio che per un fan è una roba stratosferica: modelli 3D, reference, fotogrammi, materiale inedito tagliato da film e serie. C’è un sacco di roba che non vede mai la luce e che ti danno come reference.

Con L’Alta Repubblica, invece, hai avuto più libertà?

Andrea Broccardo – Sì. Le serie regolari con Luke, Leila, Han e compagnia cantante hanno un editing molto più serrato, soprattutto per la somiglianza con gli attori.

Le serie “derivate”, come L’Alta Repubblica, non avendo una controparte cinematografica diretta all’epoca, erano molto più libere. L’unica cosa che controllavano era l’aderenza temporale del canone. Se disegnavo astronavi, dovevano avere un design coerente con quell’epoca. Non potevo mettere gli X-Wing o il Millennium Falcon.

Le spade laser, per esempio, avevano design molto più decorati e quasi fantasy. Su molti personaggi ho avuto parecchia libertà. È stato bello creare qualcosa che poi è stato ripreso da altri artisti.

In ogni caso possiamo dire che hai lasciato ‘il tuo marchio’ anche dentro Star Wars.

Andrea Broccardo – Sì. Poter dire “ho creato personaggi e razze nuove di Star Wars” è stato proprio bello.

Passiamo alla Marvel. Ultimamente hai lavorato sia sugli Avengers che su Spider-Man.

Andrea Broccardo – Sì, esatto.

Non è da tutti approdare a disegnare gli eroi più potenti della Terra, anche se in un contesto diverso, sotto il regno di Destino. Hai realizzato tavole molto dinamiche e ricche di azione: quanto ti sei divertito? Perché l’impressione è che tu ti sia parecchio sbizzarrito insieme a Jed MacKay!

Andrea Broccardo – Sì. Io cerco sempre di guardare chi c’è stato prima di me. Sugli Avengers sono subentrato a Valerio Schiti, che ha tavole molto dinamiche, quasi tendenti al manga in alcuni momenti.

Avengers (2023) #26 disegnata da Andrea Broccardo

Ho cercato, nei miei limiti perché non sono Valerio, di andare in quella direzione: linea molto chiara, pochi neri, poco tratteggio, tante linee cinetiche e molta azione. È un linguaggio che mi diverte molto.

È stato anche un passaggio abbastanza “bipolare” [risata n.d.r.]: da L’Alta Repubblica piena di azione e linee dinamiche, ad Alien, con atmosfere horror, ombre, fumo e studio dei neri, per poi tornare alle linee dinamiche in Avengers e successivamente a ombre e neri in Spider-Man Noir. Devi continuamente adattarti al tipo di storia che ti viene proposto.

Passando a Spider-Man, tra i tuoi lavori più importanti sul personaggio c’è la partecipazione a Le 8 morti di Spider-Man, una maxiserie che ha coinvolto un grande team creativo, sia per numero che per nomi. Un evento che vede Spider-Man affrontare la morte più volte e cambiare anche emotivamente nel corso della storia. Nei tuoi capitoli, hai dovuto gestire anche visivamente questo cambiamento del personaggio?

Andrea Broccardo – Sì. È stata una lavorazione un po’ travagliata per via di tempistiche folli. C’erano fiere in mezzo, Lucca, una trasferta in Giappone… è stato abbastanza incasinato.

Ho fatto il primo episodio completo di matite e chine, poi i successivi solo a matita perché avevo tipo diciassette-diciotto giorni per fare venti pagine. Quindi dovevi correre.

Ammetto di non essere completamente soddisfatto del risultato finale. Con più tempo, anche solo a livello di regia e definizione di alcune cose, avrei potuto dare di più. Però sono i limiti di un prodotto che deve uscire con cadenze serrate.

Produrre venti pagine ogni quindici giorni è matematicamente impossibile, a meno che tu non sia un mangaka con un team di assistenti. Io invece ho solo i gatti, che non aiutano per niente, anzi buttano giù le penne! [risata n.d.r.]

Mi dispiace non aver dato il cento per cento su quelle pagine. Ho visto anche alcuni commenti non troppo positivi e mi spiace, ma succede.

Da lettore, comunque, apprezzo tantissimo il fatto che abbiano provato a raccontare qualcosa di nuovo su Spider-Man. Non è semplice trovare idee nuove su un personaggio con così tanti anni di storie alle spalle.

Tavola di Andrea Broccardo da Le 8 morti di Spider-Man

Abbiamo già parlato in passato di Spider-Man Noir, però volevo tornare su questo lavoro che hai realizzato insieme a Erik Larsen. Ho avuto il piacere di intervistarlo e parlare anche di Spider-Man Noir: ha detto che è stato molto divertente e che lo hai sorpreso, perché non era ciò che si immaginava, ma gli è piaciuto davvero molto. Per te che esperienza è stata lavorare con uno dei più grandi autori del panorama internazionale?

Andrea Broccardo – Cerco di mettere da parte il mio lato fan, ma non è facile. Siamo cresciuti con Erik Larsen. Io leggevo Spider-Man di Todd McFarlane, Savage Dragon appunto di Larsen e tutta la produzione Image.

Quando mi hanno proposto di lavorare con lui volevo piangere dalla gioia.

L’avevo conosciuto al New York Comic Con da super nerd e mi ero fatto fare un disegno di Savage Dragon che ora ho nel mio studio. Poi l’ho rincontrato a Lucca.

Ritrovarmi a lavorare con lui è stato incredibile. È uno degli artisti che hanno fondato Image Comics, una casa editrice che ha dato vita a personaggi e serie ancora oggi fondamentali.

Lui rispondeva alle mail a qualsiasi ora del giorno e della notte, anche più degli editor. E soprattutto, quando aveva delle correzioni, le spiegava sempre: ti faceva layout, storytelling, motivazioni. È uno storyteller pazzesco. E dopo quindici anni che vivo di fumetti continuo a imparare roba da persone così.

Lui non è uno che sale in cattedra e ti dice “devi fare così”. Ti dice: “Secondo me funziona meglio così, ma fai quello che vuoi”.

Usa un approccio molto “Marvel classico”: descrizione della pagina, situazione generale e poi sei tu a decidere numero di vignette, inquadrature e ritmo. C’è stata una bellissima sinergia creativa. Io mi sono divertito tantissimo.

Torneresti a lavorare sul personaggio, se ce ne fosse la possibilità?

Andrea Broccardo – Sì, subito. Infatti una delle ultime mail mandate all’editor è stata: “Se farete un sequel, vi prego, tenetemi in considerazione”.

È stato complicato per tutta la ricerca storica: auto, costumi, tagli di capelli, edifici. Però è stato anche il bello del progetto. Ho usato tantissimi film noir e classici come Casablanca come reference.

Ho visto che sei un amante degli artbook, soprattutto di videogiochi. Ti piacerebbe realizzarne uno un giorno con i tuoi studi, prove, ecc.?

Andrea Broccardo – Sì, assolutamente. In realtà lì ne ho già uno, ma è più una raccolta di schizzi e bozzetti.

Mi piacerebbe fare qualcosa di più strutturato, tipo gli artbook cartonati di Baldur’s Gate o quelli del Signore degli Anelli. Il problema è che, avendo lavorato tantissimo su personaggi protetti da copyright, ci sono limiti su quanto puoi pubblicare senza problemi di diritti. Sarebbe bello trovare il tempo per fare qualcosa di completamente mio.

E, da amante dei videogiochi e di D&D, ti piacerebbe partecipare a qualche progetto — non necessariamente a fumetti — legato ai videogiochi o ai giochi di ruolo? Creazione dei character, storyboard, ecc.

Andrea Broccardo – Porca vacca, sì! Ho anche contattato in passato la Dark Horse per realizzare copertine di miniserie su D&D, ma non mi hanno mai risposto. Mi piacerebbe tantissimo perché adoro il fantasy. Al momento sto giocando tre campagne di Dungeons & Dragons contemporaneamente.

In una faccio un Monaco della Via della Mano Aperta, in un’altra un Paladino della Tundra con Giuramento di Vendetta, e in un’altra ancora — ambientata nel mondo di Warcraft — faccio uno gnomo artefice esplosivo con un ragno meccanico e una spingarda.

Io adoro il gioco di ruolo in generale. Ho fatto il master di Vampiri, gioco a Cthulhu, Dragonlance e molto altro.

 

Ultima domanda: Hai prossimi progetti futuri di cui puoi accennarci qualcosa?

Andrea Broccardo – Non posso dire nulla. Nulla davvero. Un po’ per scaramanzia e un po’ perché non posso parlarne.

Nessun problema! Grazie per questa chiacchierata Andrea.

Andrea Broccardo – Grazie ragazzi, davvero. È stato un piacere.


Andrea Broccardo: Biografia

Andrea Broccardo (Asti, 1982) è un fumettista e illustratore italiano attivo nel mercato internazionale dei comics. Dopo il diploma tecnico, si forma presso la Scuola del Fumetto di Asti e muove i primi passi professionali come inchiostratore e disegnatore per La Compagnia del Fumetto. Nel 2013 inizia a collaborare come assistente di studio di Luigi Picatto, contribuendo alle chine di Dylan Dog e Nathan Never.

Il suo debutto nel fumetto statunitense arriva nel 2015 con Marvel Comics, dove disegna la serie Star Wars: Kanan – The Last Padawan su testi di Greg Weisman. Da quel momento la sua carriera si consolida rapidamente attraverso collaborazioni su alcune delle principali testate Marvel, tra cui Amazing Spider-Man, Doctor Strange, X-Men, Doctor Strange/Punisher: Magic Bullets, Monster Unleashed ed Empyre: X-Men.

Nel 2017 rafforza il proprio legame con l’universo di Star Wars partecipando al crossover The Screaming Citadel, lavorando accanto a Marco Checchetto, Jason Aaron e Kieron Gillen. Negli anni successivi continua a collaborare con Marvel, realizzando storie dedicate a Spider-Man, Avengers, X-Men, Doctor Strange, Punisher e numerosi altri personaggi, fino a coronare il sogno di lavorare sulla celebre saga di Alien per Marvel.

Parallelamente all’attività per i grandi editori americani, Broccardo sviluppa progetti creator-owned. Nel 2020 è infatti co-creatore della maxi-serie Deep Beyond, pubblicata da Image Comics e realizzata insieme a Mirka Andolfo, Davide Caci e Barbara Nosenzo, all’interno del collettivo creativo legato ad Arancia Studio.

Negli ultimi anni ha continuato a distinguersi come uno degli artisti italiani più apprezzati nel fumetto americano, lavorando sulle serie Star Wars: The High Republic, sulla miniserie Spider-Noir realizzata insieme a Erik Larsen e su nuove storie di Amazing Spider-Man.

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Spider-Man Brand New Day special: Ragnatele e proiettili

In Spider-Man Brand New Day vedremo il Punisher di John Bernthal al fianco dello Spidey di Tom Holland. Cosa lega questi due personaggi Marvel a tal punto da vederli insieme in un film MCU? Ve lo diciamo in questo speciale!

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Il 29 luglio 2026 è arrivato nelle sale italiane Spider-Man: Brand New Day, quarto capitolo delle avventure di Tom Holland nei panni dell’Uomo Ragno, questa volta diretto da Destin Daniel Cretton (Shang Chi e la leggenda dei Dieci Anelli, Wonder Man) alla sua prima prova da regista con Spider-Man.

Accanto a Peter Parker, in un ruolo che i fan attendevano da anni, ci sarà lui: Frank Castle, il Punisher, interpretato da un monumentale Jon Bernthal, che ha già indossato il teschio sul petto prima negli show Netflix (Daredevil, Punisher) e successivamente in quelli Marvel Studios (Daredevil: Born Again, The Punisher:One Last Kill).

Bernthal stesso ha raccontato di essersi sentito “enormemente protettivo” nei confronti del personaggio, consapevole di doverlo calare in un contesto PG-13 senza tradirne la natura.

Spider-Man: Brand New Day è il debutto sul grande schermo per Frank Castle nel Marvel Cinematic Universe, e secondo alcune interviste potrebbe addirittura ritagliarsi un ruolo simile a quello di “zio scomodo” per Peter, nel vuoto lasciato dalla morte di Tony Stark.

Molti però si chiederanno… come mai gli Studios hanno deciso di inserire il Punisher in un film di Spider-Man? In realtà la storia editoriale di Frank Castle e dell’Amichevole Spider-Man di quartiere è legata da diverso tempo ed anzi: il Punisher è nato proprio sulle pagine di Spider-Man!

Quindi questo è il momento perfetto, per ripercorrere una delle relazioni più affascinanti, contraddittorie e durature dei fumetti Marvel: quella tra il ragazzo vestito da ragno che non uccide mai e il vigilante dal teschio sul petto che non fa altro.

The Amazing Spider-Man #129: il 1° incontro e la nascita dell’antieroe Frank Castle

Frank Castle debutta nel febbraio 1974 su The Amazing Spider-Man #129, scritto da Gerry Conway e disegnato da Ross Andru. Non è un caso che la sua prima apparizione avvenga proprio tra le pagine dell’Uomo Ragno: il Punisher nasce esplicitamente come contraltare del personaggio, un modo per mettere in scena, fumetto dopo fumetto, il confronto tra due idee opposte di giustizia. In quella storia Castle viene ingaggiato dallo Sciacallo, grande nemico dell’epoca di Spidey, per eliminare Spider-Man, convincendo Frank che il ragno sia in realtà un criminale. Il risultato è un equivoco che si trasforma presto in uno scontro fisico, ma soprattutto etico: da una parte un giovane che ha giurato di non togliere mai la vita a nessuno, per quanto colpevole; dall’altra un ex militare, segnato dalla morte della famiglia per mano della criminalità organizzata, che ha fatto della pena di morte sommaria il proprio mestiere.

Quel primo incontro fissa uno schema che gli sceneggiatori Marvel ripeteranno per cinquant’anni: Spider-Man e Punisher si scontrano saltuariamente quasi sempre non per un fraintendimento superficiale, ma per un disaccordo di fondo sui limiti della giustizia personale.

Peter Parker vs. Frank Castle: due filosofie opposte a confronto

Ciò che rende il loro rapporto così ricco, rispetto a molte altre rivalità supereroistiche, è che nessuno dei due ha davvero “torto” nella logica della propria storia. Ma spieghiamoci meglio.

Peter Parker porta sulle spalle il peso della lezione di zio Ben: da un grande potere derivano grandi responsabilità, e l’onere più grande è non arrogarsi il diritto di decidere chi merita di vivere. Frank Castle, al contrario, ha visto la giustizia istituzionale fallire nel modo più brutale possibile, quando la sua famiglia fu uccisa in un regolamento di conti a cui erano estranei, e da quel momento ha smesso di credere che le regole del sistema legale possano proteggere gli innocenti.

Nel corso dei decenni gli sceneggiatori hanno sfruttato questo attrito per esplorare temi complessi: il confine tra vendetta e giustizia, il ruolo della violenza nella lotta al crimine, la sottile linea che separa l’eroe dal vigilante. Spider-Man, pur disapprovando i metodi di Castle, non lo considera quasi mai un cattivo puro come il Goblin o il Dottor Octopus: lo tratta piuttosto come un uomo pericoloso da fermare, ma la cui rabbia comprende fin troppo bene.

Gli anni ’80 e ’90: la crescita della popolarità di Frank e i team-up forzati con Spidey

Con l’esplosione di popolarità del Punisher negli anni ’80, complice il clima action-movie dell’epoca e il successo delle sue miniserie affidate a team creativi sempre più importanti, il personaggio inizia a comparire più spesso accanto a Spider-Man, quasi sempre in territorio di alleanza tattica piuttosto che di amicizia vera e propria.

Testate come Marvel Team-Up mettono spesso i due fianco a fianco contro nemici comuni: criminali organizzati, trafficanti, mercenari. In queste storie il canovaccio si ripete con leggere variazioni: i due collaborano finché gli obiettivi coincidono, per poi separarsi bruscamente non appena Castle decide di regolare i conti a modo suo.

Una delle storie più iconiche della coppia degli anni ’90 è la miniserie Spider-Man and the Punisher: Family Plot, scritto e disegnato da Tom Lyle, dove sotto il costume di Spidey non c’è Peter ma il suo clone Ben Reilly. Ma ancora più rappresentativo è il classico one-shot Spider-Man/Punisher/Sabretooth: Designer Genes del 1993 scritto da Terry Havanagh e disegnato da Scott McDaniel, dove Marvel mette insieme tre approcci radicalmente diversi alla violenza in un unico albo, quasi a voler sottolineare quanto Spider-Man si trovi a metà tra un mondo di supereroi tradizionali e uno più cupo, popolato da vigilanti senza scrupoli.

E’ un periodo florido per questo tipo di miniserie in casa Marvel, dove con titoli che portano il  marchio “Spider-Man/Punisher” si sfrutta la chimica scomoda dei personaggi come motore narrativo. Il pubblico degli anni ’90, affamato di antieroi (è l’epoca di Venom, Cable, Deadpool), premia proprio questo tipo di incontro-scontro.

Gli anni 2000: il Punisher MAX lontano dagli eroi in calzamaglia

Con l’arrivo della linea MAX all’inizio degli anni Duemila, Marvel decide di dare al Punisher una collocazione narrativa più adulta e realistica, separata dal resto dell’universo condiviso. Garth Ennis, autore della run MAX più celebrata, scrive un Frank Castle quasi del tutto slegato dai supereroi in calzamaglia: la sua è una guerra sporca, fatta di cartelli, mafie e traffici, raccontata con un tono crudo e cinico lontano anni luce dalle avventure di Peter Parker. In questo contesto gli incontri diretti tra i due si riducono drasticamente, e quando avvengono (come in alcuni annual o storie fuori continuity) servono soprattutto a ribadire quanto le loro strade si siano ormai divaricate.

Parallelamente, nasce l’Ultimate Universe (l’etichetta Marvel pensata per rilanciare i personaggi con un taglio più moderno e cinematografico) e nelle storie ‘ultimizzate‘ di Brian Bendis e Mark Bagley di Spider-Man, la Casa delle Idee propone una propria versione del rapporto, spesso più violenta e diretta rispetto alla continuity classica, con un Punisher che in alcune storie arriva persino a scontrarsi duramente con Peter Parker adolescente, mettendo in scena con ancora più crudezza il divario generazionale e morale tra i due.

Civil War riporta Frank tra Spider-Man e i supereroi

 

Un momento chiave per il rapporto arriva durante l’evento Civil War (2006-2007), quando l’universo Marvel si spacca sulla questione della registrazione dei superumani. Il Punisher, da sempre ai margini del sistema, si offre di unirsi alla fazione di Capitan America, ma viene respinto proprio per i suoi metodi. In quel periodo, e negli anni immediatamente successivi, tornano più frequenti gli incroci con Spider-Man, schierato dalla parte di Iron Man inizialmente, che si trova coinvolto in prima persona nel conflitto e si scontra ancora una volta con la domanda di fondo: fin dove può spingersi un eroe pur di fare la cosa giusta?

Iconica l’immagine, riproposta sopra, disegnata da Steve McNiven, che vede Peter Parker indossare il costume di Iron Spider, gravemente ferito tra le braccia del Punitore, che lo porta in salvo da Cap & Co.

Negli anni Dieci, testate come Amazing Spider-Man tornano periodicamente a mettere Frank Castle sulla strada di Peter, spesso in storie dove Spider-Man deve impedire a Castle di giustiziare un criminale che lui stesso ha appena catturato, ribadendo la dinamica originale del 1974 ma con una scrittura più matura e consapevole del peso morale della questione.

Dal fumetto allo schermo: un percorso parallelo

Gli ‘altri’ Punisher del cinema

Il salto dalla carta allo schermo ha seguito un percorso tutto suo. Il Punisher aveva già avuto vita cinematografica autonoma (il film del 1989 con Dolph Lundgren, quello del 2004 con Thomas Jane, Punisher: War Zone del 2008 con Ray Stevenson), sempre lontano dall’orbita di Spider-Man, complice la separazione dei diritti cinematografici tra vari studi che per anni ha reso impossibile immaginare un incontro sul grande schermo.

La svolta arriva con il Marvel Cinematic Universe televisivo: Jon Bernthal viene scelto per interpretare Frank Castle nella seconda stagione di Daredevil su Netflix nel 2016, ottenendo un consenso di critica e pubblico tale da guadagnarsi una serie spin-off, The Punisher, andata avanti per due stagioni. Dopo l’assorbimento dei contenuti Netflix nel canone Disney+, Bernthal è tornato nei panni di Castle in Daredevil: Born Again, confermando la centralità del personaggio nell’attuale fase del MCU.

Nel frattempo Tom Holland ha costruito la propria versione di Spider-Man attraverso Capitan America: Civil War, dove ha esordito, Homecoming, Far From Home e No Way Home, in un percorso che lo ha visto crescere da adolescente protetto da Tony Stark a giovane uomo costretto a fare i conti da solo con le conseguenze delle proprie scelte, specialmente dopo il finale di No Way Home, in cui il mondo dimentica la sua identità segreta ma Peter perde ogni legame diretto col proprio passato.

Brand New Day: cosa ci aspetta dal rapporto Spider-Man/Punisher?

È in questo contesto che arriva Brand New Day. Con Tony Stark ormai da tempo scomparso, Peter si trova privato della figura paterna che lo aveva guidato nei primi film, e secondo quanto raccontato dallo stesso Bernthal in alcune interviste, Frank Castle potrebbe ritagliarsi proprio quello spazio, sia pure in una forma decisamente più scomoda e ambigua rispetto a quella di Stark: non un mentore tecnologico e paterno, ma una sorta di “zio” imprevedibile, la cui sola presenza costringe Peter a interrogarsi di nuovo su cosa significhi davvero fare la cosa giusta.

È un’evoluzione naturale, in fondo, di quello che i fumetti raccontano da cinquant’anni: il Punisher come specchio deformante delle scelte di Spider-Man, la tentazione della scorciatoia violenta che Peter continua, storia dopo storia, a rifiutare. Portare questa dinamica al cinema, con un pubblico enormemente più vasto di quello dei lettori di fumetti, significa anche introdurre milioni di spettatori a una delle domande più antiche e mai risolte dell’universo Marvel: fino a che punto un eroe può spingersi per fermare il male, prima di diventarne parte? Gli spettatori saranno con Spider-Man o con Punisher? Solo dopo la visione di Brand New Day (forse) avranno la risposta a questo quesito.

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Intervista a Lee Bermejo: Con Amazing Visions 25 ‘diapositive’ della vita di Spider-Man

Al Comicon Bergamo, abbiamo avuto l’occasione di parlare con uno dei più grandi autori in attività nel campo dei comics: Lee Bermejo. L’artista ci ha raccontato il progetto che lo vede protagonista insieme a Spider-Man: Amazing Visions

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Lee Bermejo è da sempre un artista meticoloso che con la sua arte unica e dall’ estetica inconfondibile, dona un tocco personale a ogni supereroe che disegna.

Con Amazing Visions, l’artista ha abbracciato un progetto importante per conto della Marvel, con protagonista il suo eroe più iconico e famoso: Spider-Man.

Attraverso 25 cover che sono veri e propri ‘scatti’ di momenti fondamentali dell’Amichevole Spider-Man di Quartiere, Bermejo, come un abile Peter Parker, ci sta regalando dei capolavori, con immagini emozionali dal forte impatto visivo, che hanno l’obiettivo di accompagnare i lettori di Spider-Man al fatidico Amazing Spider-Man#1000, in uscita a settembre 2026.

Grazie alla disponibilità di Lee Bermejo, abbiamo avuto l’occasione di poterlo intervistare durante il Comicon Bergamo di quest’anno, concentrandoci principalmente proprio su Amazing Visions e sul rapporto dell’autore statunitense con Spider-Man.

E nella settimana che vede l’uscita al cinema di Spider-Man: Brand New Day, non potevamo esimerci dal proporre ai nostri lettori l’arte di Lee Bermejo che racconta Spider-Man.


Lee Bermejo: Amazing Visions è puro divertimento

Innanzitutto grazie mille, Lee, per questa intervista. Volevo parlare con te di Amazing Visions, questo progetto che ripercorre la storia editoriale di Spider-Man nei suoi momenti più importanti e che ti vede protagonista con 25 copertine che accompagnano il personaggio fino al numero 1000 di Amazing Spider-Man. Come nasce questo progetto?

Lee Bermejo – Volevo fare qualcosa con Marvel. C’erano stati vari approcci con altri progetti, però non si erano concretizzati. A un certo punto è arrivata questa possibilità.

In realtà io volevo realizzare qualcosa che avesse lo stesso tipo di approccio artistico che avevo avuto con Batman: Dear Detective. È stata quindi un’idea di C.B. Cebulski quella di raccontare la storia editoriale di Spider-Man attraverso una lunga serie di copertine.

È il tuo progetto più ambizioso? In fondo significa ripercorrere più di sessant’anni di storia editoriale di uno dei personaggi più iconici del fumetto.

Lee Bermejo – No, perché il progetto più ambizioso che abbia mai realizzato è A Vicious Circle, uscito l’anno scorso. Quello è, senza dubbio, il lavoro più impegnativo che abbia mai fatto. Questo, invece, è stato puro divertimento.

Che rapporto hai con Spider-Man? È un personaggio che seguivi già da ragazzo?

Lee Bermejo – Certo. Da piccolo mi sono innamorato del personaggio leggendo i primi numeri attraverso i Marvel Masterworks. Per me Steve Ditko è sempre stato la versione “pura” di Spider-Man.

E poi guardavo anche la serie televisiva animata degli anni Settanta, quella classica. Quindi sì, Spider-Man è sempre stato un personaggio importante per me.

Tu sei conosciuto soprattutto per i tuoi lavori in DC, con personaggi come Joker, Lex Luthor e Batman, figure molto più oscure. Com’è stato approcciarti invece a un personaggio così positivo come l’amichevole Spider-Man di quartiere? Anche dal punto di vista della rappresentazione visiva immagino sia stato molto diverso rispetto a Batman.

Lee Bermejo – Sì, però credo che alla fine si tratti sempre di interpretare il personaggio attraverso la propria visione artistica. È proprio questo il motivo per cui il progetto si chiama Amazing Visions.

Fin dall’inizio ho detto che non volevo realizzare uno Spider-Man classico. Volevo disegnarlo come l’ho sempre immaginato io e dargli un’impronta artistica personale, che per Marvel è una cosa piuttosto insolita.

Di solito non lavorano in questo modo, quindi per me era importante affrontare Spider-Man esattamente come avevo fatto con Batman e con gli altri personaggi: filtrandoli attraverso la mia estetica.

A questo proposito ho una domanda proprio sull’estetica. Perché hai scelto di rappresentare Spider-Man con i lancia-ragnatele esterni al costume?

Lee Bermejo – Perché normalmente vengono sempre rappresentati come completamente nascosti all’interno dei guanti.

Questa idea nasce un po’ dalla serie televisiva degli anni Settanta, ma anche da una mia ossessione fin da bambino.

Mi chiedevo sempre: se davvero avesse questi lancia-ragnatele, possibile che sotto il guanto non si vedesse mai nulla? Nessuna sporgenza, nessun segno del metallo… niente.

La stessa cosa vale per la maschera. Lui la sfila continuamente, eppure viene sempre disegnata come se fosse un unico pezzo. Sono dettagli che, anche quando ero piccolo, mi davano parecchio fastidio.

Accettavo tranquillamente che Spider-Man potesse arrampicarsi sui muri o sollevare una macchina, ma questi dettagli mi sembravano poco realistici.

Più che altro, per me Spider-Man è un ragazzo normale. Non è perfetto.

La versione “pura” del personaggio è quella di un ragazzo che deve gestire una casa con una zia anziana, che ha molte più responsabilità rispetto ai suoi coetanei e che deve anche costruirsi un’identità da supereroe.

Ma Peter Parker non è un artista. Non ha il gusto estetico perfetto per progettare un costume impeccabile o tutti gli altri dettagli. Per questo motivo cerco sempre di rappresentare ogni personaggio attraverso quello che, secondo me, sarebbe il suo modo naturale di vedere le cose.

Passiamo un attimo a Batman: Noël. In quel volume sei stato non solo il disegnatore, ma anche lo sceneggiatore. Com’è stato il tuo approccio alla scrittura?

Lee Bermejo – In realtà non è stata la prima volta.

Credo di aver scritto quello, sì… anzi, prima avevo realizzato una storia breve e poi Batman: Noël.

Ma, a dire il vero, ho sempre scritto. Anche da bambino realizzavo i miei fumetti e ne scrivevo le storie.

Quando ho iniziato a lavorare nel mercato americano, verso la fine degli anni Novanta, era molto difficile entrare come autore completo, cioè sia sceneggiatore sia disegnatore.

Spesso volevano che scegliessi una sola strada. E, per un ragazzo di diciannove anni come ero allora, la cosa più importante era riuscire a entrare nell’industria.

Però la mia intenzione è sempre stata quella di scrivere, appena ne avessi avuto la possibilità.

Quindi è stato un insieme di circostanze, ma non è certo una cosa che ho iniziato a fare con Batman: Noël.

Ti piacerebbe quindi, magari in futuro, cimentarti con Spider-Man anche come sceneggiatore? Oppure come autore completo, occupandoti sia della storia sia dei disegni interni?

Lee Bermejo – Realizzare una storia interna è molto diverso.

Marvel funziona in modo diverso rispetto alla DC. Alla Marvel non hai la stessa libertà di creare storie fuori continuity. Si può fare, certo, ma è molto più complicato trovare il progetto giusto.

In effetti avevo anche proposto una storia di Spider-Man, però non era quello che stavano cercando. Quindi mai dire mai.

Però, per quanto mi riguarda, collaborare con Marvel a livello di storytelling è più difficile. Sulle copertine, invece, è decisamente più semplice.

Tra tutti i personaggi che hai disegnato nelle copertine di Amazing Visions, quale ti sei divertito di più a rappresentare… escluso Spider-Man?

Lee Bermejo – Mi è piaciuto molto Electro.

Nell’ultima copertina che ho realizzato avevo parecchia paura di affrontarlo, perché non sapevo davvero come interpretarlo. Ero un po’ in difficoltà, ma alla fine, proprio all’ultimo momento, ho trovato il modo giusto per rappresentarlo.

Mi ha sorpreso tantissimo.

Poi Goblin è sempre bellissimo da disegnare. In generale adoro i villain classici. Per me restano i migliori.

Dopo Marvel Visions puoi già anticiparci qualcosa sui tuoi prossimi lavori? Hai qualche progetto in cantiere di cui puoi parlarci?

Lee Bermejo – Sì. Ho scritto e sto disegnando un altro progetto. Però ci vorranno ancora un paio d’anni prima che venga pubblicato, quindi è ancora troppo presto per parlarne.

Si tratta di un progetto più autoriale oppure di un lavoro per una grande casa editrice?

Lee Bermejo – No, è per una major.

Perfetto. Allora ti ringrazio davvero per il tempo che ci hai dedicato. Grazie mille, Lee.

Lee Bermejo – Grazie a voi. Grazie mille.


Lee Bermejo: Biografia*

Lee Bermejo è tra i fumettisti più apprezzati del panorama americano, noto per il suo inconfondibile stile realistico. È celebre soprattutto come illustratore di Batman/Deathblow: After the Fire, Luthor, Before Watchmen: Rorschach e del graphic novel best seller del New York Times Joker, tutte opere realizzate per DC in collaborazione con lo scrittore Brian Azzarello.

Altri suoi lavori per la DC Comics includono Global Frequency (con Warren Ellis), Superman/Gen13 (con Adam Hughes) e Hellblazer (con Mike Carey) e il graphic novel best seller Batman: Noel, scritto e illustrato interamente da Bermejo.

Per Vertigo ha creato la serie acclamata dalla critica Suiciders e Batman: Damned, scritto ancora una volta da Azzarello per la linea Black Label della DC.

Il suo lavoro più recente per la DC è l’artbook narrativo Batman: Dear Detective, che ha scritto e illustrato.

I suoi lavori più recenti includono un progetto intitolato A Vicious Circle con lo sceneggiatore Mattson Tomlin e una serie di copertine che descrivono in dettaglio la storia di Spider-Man per la Marvel Comics. Bermejo vive e lavora in Italia.

*biografia estratta dal sito Comicon Festival
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Spider-Man Special: da One More Day a Brand New Day

Ripercorriamo uno dei momenti più controversi della storia editoriale di Spider-Man, quello che ha portato da One More Day all’operazione Brand New Day

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Spider-Man: Brand New Day è ormai alle porte. Il quarto film dei Marvel Studios con protagonista Spider-Man è atteso da milioni di fan in tutto il mondo. Dopo la campagna promozionale internazionale che ha visto principalmente protagonisti Tom Holland e Zendaya, impegnati in un tour mondiale per promuovere Spider-Man: Brand New Day, finalmente il film sta per arrivare nelle sale e, secondo gli attori e il regista Destin Daniel Cretton, sarà qualcosa di incredibile.

Addirittura Tom Holland, ormai consacrato come lo Spider-Man ufficiale delle nuove generazioni, ha dichiarato che quel Brand New Day (in italiano Un nuovo giorno) del titolo riguarderà la scena finale, prima della chiusura del film, e rappresenterà un momento di svolta per il futuro del personaggio. Per comprendere di cosa stia parlando, dovremo recarci tutti nelle sale e vedere Spider-Man: Brand New Day.

Guardando alla storia dei comics, il quarto film sull’Arrampicamuri del MCU sembra molto più legato ai fumetti rispetto alle pellicole precedenti. Nei trailer e nelle immagini promozionali rilasciate da Sony e Disney, il film pare riproporre alcune scene iconiche tratte da copertine storiche degli albi di Amazing Spider-Man. Ma, andando più a fondo, lo stesso Brand New Day riporta alla mente dei lettori un periodo di rinnovamento per Spidey anche nei fumetti.

Si tratta di una mossa editoriale che vede in Joe Quesada, all’epoca Editor in Chief Marvel, il principale fautore e che è stata preceduta da una delle storie più controverse e chiacchierate della storia di Spider-Man: One More Day. Stiamo parlando di un capitolo della vita editoriale dell’Arrampicamuri che fece insorgere gran parte dei lettori, i quali non accettarono affatto la direzione intrapresa dalla Casa delle Idee per Spider-Man, destinata a cambiare per sempre non solo l’eroe, ma soprattutto l’uomo sotto la maschera, Peter Parker.

Spider-Man: One More Day – Ritorno alle origini

Joe Quesada è stato uno degli Editor in Chief più importanti della Marvel dagli inizi del nuovo millennio. Grazie a lui, la Casa delle Idee ha vissuto un periodo florido, fatto di idee originali e di giovani autori di talento in rampa di lancio. Sotto la sua guida, scrittori come Brian Bendis, Jonathan Hickman e Mark Millar sono diventati tra le migliori penne del fumetto statunitense, contribuendo al successo della Marvel di quegli anni, che l’ha vista primeggiare sulla rivale di sempre, la DC Comics, e avviare quello che poi sarebbe diventato il MCU.

In foto: Joe Quesada

Tra le tante decisioni, a lui si imputa principalmente la scelta di apportare una fondamentale modifica alla vita di Peter Parker con One More Day. Questo perché, nel bene o nel male, One More Day ha segnato per sempre, da quel momento in poi, le storie di Spider-Man.

L’idea di base di Quesada era semplice: Peter Parker/Spider-Man non funzionava più come prima ed era cresciuto troppo. Era cambiato eccessivamente nel corso degli anni rispetto al personaggio originale creato da Stan Lee e Steve Ditko, e questo poteva impedire ai giovani lettori di immedesimarsi in Peter, l’eroe di tutti. Il matrimonio con Mary Jane Watson aveva contribuito a una crescita eccessiva del personaggio e del suo parco comprimari, così come l’affrontare tematiche decisamente adulte (ricordiamo che la coppia, durante la Saga del Clone, ha perso una figlia). Per Quesada, un Peter Parker adulto aveva perso quello smalto del ragazzo eterno ritardatario, squattrinato e affetto dalla classica “sfortuna dei Parker”.

In una vecchia intervista a Spotlight, pubblicata in Italia su L’Uomo Ragno #487, Quesada aveva dichiarato:

«Per me Peter Parker è il classico imbranato dell’Universo Marvel. E’ una persona normale come te e come me. Ciascuno di noi può confrontarsi con lui e trovarvi una piccola parte di sè. […]credo che tornare allo status quo, alle radici di Peter, sia molto importante per ciò che accadrà a tutti i personaggi nei prossimi venti o trent’anni» – Joe Quesada

Insomma, a sua detta Spider-Man aveva bisogno di quella che oggi viene chiamata retcon, un ritorno alle origini, a situazioni più tipicamente “da Spider-Man”, e di un cast rinnovato. Per questo nacque One More Day, storia scritta insieme a J. Michael Straczynski, autore di una lunga e importante run su Testa di Tela, e disegnata dallo stesso Quesada.

L’obiettivo? Eliminare dalla storia di Spider-Man il matrimonio tra Peter Parker e M.J.

Più che una retcon, però, quello che fecero Quesada & Co. con questa mossa fu spazzare via (o meglio ‘modificare’) oltre vent’anni di storie che avevano visto Peter e M.J. sposati. Un colpo di spugna che non piacque praticamente a nessuno.

E se questo fosse l’ultimo giorno con la tua metà?

La vicenda si svolge dopo gli eventi di Civil War, durante i quali Spider-Man decide di rivelare pubblicamente la propria identità segreta. Questa scelta ha conseguenze devastanti: numerosi criminali iniziano a prendere di mira Peter Parker e le persone a lui più care. Tra questi c’è Wilson Fisk, il Kingpin del crimine, il cui piano porta zia May a rimanere gravemente ferita nel fuoco incrociato.

Disperato e determinato a salvarle la vita, Peter si rivolge a chiunque possa offrirgli una soluzione, da Tony Stark, in quel momento nemico giurato dei vigilanti come Spidey, fino al Doctor Strange. Quando ogni speranza sembra svanire, compare Mefisto, il demone che gli propone un terribile patto: in cambio della guarigione di zia May, Peter dovrà rinunciare all’amore e al suo matrimonio con Mary Jane Watson.

Spinto dalla disperazione, Peter accetta l’accordo insieme a Mary Jane, dando vita a una delle decisioni più controverse nella storia editoriale del personaggio.

Quello che racconta One More Day è, quindi, l’ultimo giorno di Peter e MJ come marito e moglie. Un amore a termine che li vede pienamente consapevoli di ciò che stanno per perdere e che costituisce uno dei momenti più struggenti, intensi e intimi della coppia.

Mefisto altera la realtà riscrivendo la linea temporale: Peter e Mary Jane non si sono mai sposati, Spider-Man non ha mai rivelato la propria identità segreta al mondo e zia May non è mai morta.

Il finale di One More Day, che funge da prequel a Brand New Day, costituisce anche l’occasione per riportare in scena alcuni personaggi del cast delle origini, come Harry Osborn e Flash Thompson, per rimetterli al centro delle storie. Personaggi che avevano contribuito al successo di Spider-Man e che, in maniera nostalgica, vennero ricollocati nel ruolo che gli competeva (almeno secondo il grande Joe Quesada) in Brand New Day.

Rileggendola a distanza di quasi vent’anni e digerita l’amara pillola della separazione tra Peter e M.J., la trama imbastita da Straczynski e Quesada si distingue per essere una storia, certo, dalle discutibili finalità prettamente commerciali, ma dal fortissimo carico emotivo.

Un racconto che attraversa le diverse fasi del dolore del protagonista e mostra uno Spider-Man impotente e disperato come non mai. Un Peter Parker che si ritrova a ricadere nello stesso errore che anni prima aveva portato all’assassinio dello zio Ben e che, per un’altra sua leggerezza, rischia ora di causare la morte della persona più importante della sua vita, zia May, dimostrando di non aver imparato fino in fondo il significato del motto «da grandi poteri derivano grandi responsabilità».

Un Peter costretto a scegliere quale perdita sia per lui meno dolorosa: l’amore della sua vita o la donna che lo ha cresciuto. Una decisione struggente che si riflette nelle spettacolari tavole di Quesada, il quale, in ogni caso, rimane un disegnatore di assoluto livello.

Probabilmente, se uscisse oggi, anche alla luce di alcuni cicli recenti di Spider-Man, One More Day non verrebbe etichettata come la “peggiore storia di Spider-Man di tutti i tempi“.

I dietro le quinte: i disaccordi tra Quesada e J.M. Straczynski

In foto: J. Michael Straczynski

Oltre a dare origine alla furia dei lettori quando scoprirono il finale di One More Day, la storia in quattro parti ebbe anche una gestazione piuttosto travagliata.

Lo stesso sceneggiatore, J.M. Straczynski, fu in totale disaccordo con Quesada su alcune delle direzioni che questi voleva imprimere alla trama, al punto che, a un certo momento, non voleva nemmeno comparire nei credits della storia. Ecco un estratto di una sua dichiarazione:

«Nella trama attuale, ci sono molte cose con cui non sono d’accordo, e l’ho fatto capire chiaramente a tutti quelli che erano a portata di voce alla Marvel, soprattutto a Joe. Sarò sincero: a un certo punto ho deciso, e l’ho comunicato a Joe, di togliere il mio nome dagli ultimi due numeri dell’arco narrativo di OMD. Alla fine Joe mi ha convinto a cambiare idea perché, in fin dei conti, non voglio sabotare né Joe né la Marvel, e ho molto rispetto per entrambi.» – J.M. Straczynski 

JMS, inoltre, aveva intenzione di inserire alcuni viaggi magici nel tempo che avrebbero permesso a Peter di “aggiustare” alcune cose del proprio passato: avrebbe aiutato Harry a superare il suo problema di droga, Norman non sarebbe tornato a essere Goblin e, soprattutto, Gwen non sarebbe morta e sarebbe rimasta la ragazza di Pete. Tutte idee che Quesada e, più in generale, la Marvel non approvarono e che portarono alla storia di One More Day che tutti conosciamo.

Di fatto, One More Day fu l’ultima storia scritta da JMS per Spider-Man per molti e molti anni. È tornato solo recentemente con una miniserie ambientata nel passato di Spidey, intitolata Torn, attualmente in corso di pubblicazione in Italia sulla testata ammiraglia di Spider-Man.

Brand New Day: nuovo giorno, nuova vita per Spidey

Archiviato One More Day, scattò l’operazione Brand New Day.

La Marvel decise di intraprendere una nuova strada per Amazing Spider-Man, affidando la testata a più team creativi che, a rotazione, avrebbero raccontato le gesta del rinnovato Spider-Man di quartiere per ben tre uscite al mese.

Si trattava di qualcosa di unico per la Marvel: tre uscite mensili della stessa testata, che necessitavano di una vera e propria task force di autori, chiamata all’epoca Spider-Trust, composta da quattro scrittori (Dan Slott, Marc Guggenheim, Bob Gale e Zeb Wells) e altrettanti disegnatori (Steve McNiven, Salvador Larroca, Phil Jimenez e Chris Bachalo). Solo Bachalo e Jimenez furono gli unici a rimanere sulla testata per un lungo periodo. A sostituire gli altri disegnatori vennero chiamati Mike McKone, Marcos Martin, Barry Kitson e John Romita Jr., mentre Mark Waid prese il posto di Wells, impegnato nel frattempo in altri progetti televisivi.

Tom Brevoort, figura storica di riferimento della Marvel e della vita editoriale di Spider-Man, creò per Brand New Day un vero e proprio manifesto organizzativo destinato agli autori coinvolti, con l’obiettivo di fissare i punti chiave attorno ai quali avrebbero dovuto ruotare le storie di Spider-Man da quel momento in poi. Tra questi troviamo:

  • Mettere Peter Parker al centro dell’attenzione;
  • Spider-Man è l’eroe sfortunato che fa anche scelte sbagliate ed errori, ma è divertente;
  • Peter Parker si deve comportare come un venticinquenne;
  • Guardare avanti;
  • Avventure ricche di mistero e questioni da risolvere;
  • L’importanza della cerchia di amici;
  • Nuovi nemici ma anche vecchi rinnovati, rispettandone la caratterizzazione;

Una ventata di freschezza per Spider-Man

Il Peter Parker che troviamo in Brand New Day è uno scapolo, senza memoria dei fatti di One More Day, che intreccia nuovi rapporti amorosi che spesso durano quanto un “Thwip!”, a causa dei suoi impegni ragneschi e della sua classica sbadataggine nella vita privata.

Anche zia May beneficiò del patto con Mefisto, non solo ritornando in vita, ma anche ottenendo un apparente ringiovanimento e diventando direttrice del F.E.A.S.T., il centro di accoglienza per i senzatetto.

E Mary Jane? Inizialmente fu messa completamente da parte, quasi a voler “cancellare” non solo il matrimonio, ma anche il personaggio stesso, evidentemente considerato scomodo per un’operazione di rilancio di questo genere, prima di essere reintegrata dopo molto, molto tempo.

L’operazione durò quasi tre anni e coprì quasi 100 albi, dal n. 546 al n. 647 di Amazing Spider-Man.

Una piccola curiosità riguarda l’edizione italiana: Panini Comics, fino all’albo d’esordio di Brand New Day (L’Uomo Ragno #546), aveva mantenuto Uomo Ragno come nome della collana, che cambiò proprio con l’avvento di Brand New Day in Spider-Man, segnando anche in questo caso un cambiamento importante e la fine di un’era.

Guardando al passato, l’operazione imbastita dalla Marvel fu molto complessa, ma ottimamente orchestrata, e offrì ai lettori trame fresche, un Peter ringiovanito, uno Spider-Man più spensierato e dinamico rispetto al passato e una vasta gamma di nuovi nemici e comprimari interessanti, come Mister Negativo, Jackpot, Dexter Bennett, Carlie Cooper e Menace, alcuni dei quali fanno ancora oggi parte del cast di Spidey. Per quanto riguarda Mister Negativo, dovrebbe essere uno dei nemici che compariranno nel film con Tom Holland in uscita.

L’aver ingaggiato diversi autori, ciascuno con un bagaglio di esperienze e soprattutto con uno stile differente, si rivelò una mossa vincente perché, soprattutto nei primi archi narrativi, permise di sviluppare trame originali e mai banali per Spider-Man.

Brand New Day rappresenta un momento cruciale nel rilancio fumettistico di Spider-Man e, da quel poco che si è visto finora, la pellicola del MCU potrebbe riuscire a mantenere lo spirito dell’operazione editoriale compiuta ben diciannove anni fa dalla Marvel Comics, portando lo Spider-Man di Tom Holland verso nuovi lidi, anche considerando il fatto che (notizia non ufficiale) dovrebbe tornare a indossare i panni dell’Arrampicamuri per altri cinque film. Cominciamo a vedere, però, dove lo porterà questo Nuovo Giorno, prima di guardare troppo avanti.

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