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Interviste

Intervista doppia a Stephanie Phillips e Lee Garbett

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In questa intervista esclusiva incontriamo Stephanie Phillips e Lee Garbett, il nuovo team creativo di Daredevil, in arrivo da Aprile 2026. I due autori raccontano la loro visione del personaggio, ispirata al Daredevil più noir e urbano, tra crime story, introspezione e atmosfere cupe. Si parla del ritorno alla dimensione legale di Matt Murdock, delle scelte artistiche dietro la serie e dell’approccio condiviso con cui Phillips e Garbett stanno costruendo questa nuova fase del Diavolo di Hell’s Kitchen.

 

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Comics Legends

Comics Legend: intervista a Peach Momoko, arte e tradizione nei suoi X-Men

Su Comics Legends un ospite di fama internazionale: Peach Momoko. Autrice dal tratto delicato, ha rivoluzionato la concezione di comics con la sua Ultimate X-Men, opera che l’ha portata a essere tra le più amate fumettiste moderne

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Nonostante la giovane età, Peach Momoko è già una leggenda.

L’artista giapponese ha conquistato milioni di fan in tutto il mondo con la sua arte coinvolgente ed emozionale, portando nella sua opera tradizione, folklore e suggestioni della cultura del suo Paese.

Non è un caso che la carriera di Peach sia iniziata nelle gallerie d’arte: ogni singola cover, ogni immagine che nasce dalla sua mente e prende forma su una tavola, su un foglio o su una blank cover è a tutti gli effetti una piccola opera d’arte.

Marvel e C.B. Cebulski hanno creduto fin da subito nel talento dell’autrice, arrivando ad affidarle le redini della nuova serie Ultimate X-Men, con la quale ha realizzato una storia emotivamente intensa. Forse non ci sono i “soliti” X-Men a cui i lettori erano abituati, ma c’è sicuramente qualcosa di profondamente originale e unico nel suo genere.

Peach Momoko è riuscita a creare un ponte artistico tra culture diverse, unendo sensibilità e immaginari provenienti da parti opposte del pianeta e inserendo molto del suo Paese d’origine in ogni sua opera.

Quella che segue è un’intervista in cui Peach ci racconta molto della sua arte. E il modo in cui lo fa aiuta a capire perché sia diventata una delle icone del fumetto più importanti degli ultimi anni.

Su PopCorNerd per Comics Legend: Peach Momoko.


Peach Momoko: quel modo di fare fumetto che si può solo definire.. arte

Grazie mille, Peach Momoko, per essere ospite di PopCorNerd. È un grande onore e privilegio per la nostra pagina poter ospitare un’artista di fama mondiale, quale sei.

Ho letto che prima di dedicarti ai fumetti, hai lavorato come artista da galleria. Come è avvenuto il tuo primo contatto con i comics, considerando che si tratta di un mondo piuttosto distante dal percorso artistico che avevi esplorato fino a quel momento?

Peach Momoko – Sì, quando ero giovane mi occupavo principalmente di arte da galleria. All’epoca non conoscevo i fumetti, né i manga. O almeno: pensavo che per lavorare nel settore bisognasse essere già un artista di fumetti o un mangaka.

In quel periodo non sapevo esattamente cosa volessi fare, ma ero certa di voler lavorare nell’arte. Per questo non mi concentravo su un solo ambito.

Così, mentre lavoravo per le gallerie e proponevo il mio portfolio a diverse riviste, Girls and Corpses mi contattò e iniziai a realizzare illustrazioni per il magazine. Poco dopo mi invitarono a partecipare a una Comic Convention.

Non avevo familiarità con il mondo dei comics, quindi sapevo che sarei uscita dalla mia zona di comfort, ma volevo mettermi alla prova e vedere cosa avrei potuto imparare partecipando a quell’evento.

Illustrazione di Peach Momoko tratta da Girls and Corpses Magazine

Hai iniziato come illustratrice e in seguito sei diventata anche sceneggiatrice. Tra i tuoi primi lavori come autrice completa ci sono alcune storie pubblicate sulla rivista Heavy Metal. Il passaggio alla scrittura è stato semplice o impegnativo?

Peach Momoko – Per me è stata una sfida. E lo è ancora oggi.

Il tuo incredibile lavoro come cover artist ti ha fatto vincere due Eisner Awards nella categoria, nel 2021 e nel 2024. Cosa hai provato nel vincere premi così prestigiosi? Li hai vissuti come un momento di affermazione personale nel mondo dei fumetti oppure più come un punto di partenza?

Peach Momoko – È sempre un onore e una gioia ricevere qualsiasi premio.
Per me però i premi non significano successo né garanzia di lavoro. Piuttosto li considero come una forma di fiducia.

Se altre case editrici vogliono lavorare con me, avere un riconoscimento del genere nel mio curriculum può creare una certa fiducia da parte di aziende che non hanno mai collaborato con me prima.

Quindi non lo vivo davvero come un punto di partenza o qualcosa del genere, ma più come una sorta di “fiducia” che può aprire nuove opportunità.

Il tuo successo è legato anche al tuo stile artistico: delicato ed emotivo. È qualcosa di mai visto prima nei fumetti occidentali, ma allo stesso tempo rappresenta una novità anche in quelli orientali. Pensi che la tua arte rappresenti un punto di connessione tra due tradizioni fumettistiche molto diverse?

Peach Momoko – Di solito dipingo soltanto ciò che mi piace dipingere. Non penso troppo alla distinzione tra “Oriente” e “Occidente”. Sono semplicemente consapevole del fatto che voglio dipingere ciò che mi piace e raccontare davvero la mia storia.

Ultimate X-Men rappresenta forse la tua consacrazione definitiva nell’industria del fumetto. È un progetto molto impegnativo, trattandosi di una serie mensile a lungo termine che scrivi e disegni. Qual è la storia dietro il tuo arrivo su uno dei titoli di punta Marvel degli ultimi due anni?

Peach Momoko – Non so esattamente come sia stata scelta. Avevo appena terminato Demon Wars quando C.B. [Cebulski n.d.r.] mi ha chiesto se fossi interessata a raccontare una nuova storia degli X-Men ambientata in Giappone, con un cast completamente giapponese.

Poi ho avuto un incontro con i creatori e gli editor per capire meglio quale fosse il concetto dell’Ultimate Universe.

A quel punto ho fatto ricerche su alcuni personaggi Marvel giapponesi già esistenti e poi ho ampliato il tutto creando nuovi personaggi e/o nuove versioni di quelli già presenti.

Per prepararti a Ultimate X-Men, hai letto storie classiche dei mutanti per comprendere il mito degli X-Men prima di crearne la tua interpretazione personale? Se sì, quali?

Peach Momoko – Ho fatto ricerche su molti fumetti diversi, soprattutto per trovare i personaggi giusti e per evitare di raccontare la stessa storia. Il fumetto che mi ha davvero ispirato è stato Weapon X di Barry Windsor-Smith.

La protagonista di Ultimate X-Men è Hisako/Armor, che nella continuità classica degli X-Men è sempre stata un personaggio secondario rispetto a figure più iconiche come Ciclope, Rogue, Jubilee, Kitty Pryde, Wolverine, ecc. Cosa ti ha portato a scegliere Hisako come protagonista della serie invece dei membri più classici degli X-Men?

Peach Momoko – Ho scoperto Armor per la prima volta mentre stavo facendo ricerche su un mutante giapponese. La sua storia su Terra-616 (come il suicidio di Wing, ecc.) e il suo potere legato all’armatura mi hanno davvero colpita.

Ho sentito che usare l’armatura come simbolo, una sorta di guscio che ti protegge dalla società, funzionava molto bene con il tema della storia. Quando creo qualcosa, c’è sempre un momento: una sorta di amore a prima vista.

Personaggi iconici come Ciclope, Rogue o Jubilee sono fantastici, ma se non riesco a immaginare una nuova storia da raccontare su di loro… allora significa che non è il loro momento per me.

Un’immagine di Armor tratta da Ultimate X-Men

Il primo villain che Hisako e le sue amiche affrontano è Shinobu Kageyama, un personaggio che, a mio parere, hai sviluppato molto in profondità. Ogni volta che appare, la serie assume anche visivamente un tono da horror psicologico. Cosa ti ha ispirato nella creazione dello Shadow King (Re delle Ombre) dell’Ultimate Universe?

Peach Momoko – Durante le mie ricerche ho sentito che il potere telepatico dello Shadow King si adattava molto bene alla mia storia su Armor.

Un altro personaggio molto amato dai lettori è Maystorm, a cui, sembra, sei molto affezionata anche tu. Secondo te cosa rende questa eroina così apprezzata?

Peach Momoko – Non so quanto Maystorm sia diventata popolare tra i fan, ma ogni volta che vedo fanart, cosplay, peluche o persino costruzioni Lego di Maystorm mi sento un po’ più sicura di me.

Maystorm, una delle X-girls più amate dai fan di Ultimate X-Men

Le storie degli X-Men hanno sempre esplorato temi delicati e socialmente rilevanti, tra cui la discriminazione (razziale, religiosa, ecc.). In Ultimate X-Men i temi restano maturi e complessi ma sono più contemporanei e, purtroppo, molto legati a problemi reali come bullismo, suicidio, stalking e altro. Quanto è difficile inserire questi temi in un fumetto supereroistico come UX?

Peach Momoko – Sono temi che nessun adolescente può davvero evitare. Così ho deciso di affrontarli direttamente.

I tuoi fumetti trasmettono un forte coinvolgimento emotivo, sia nella scrittura che nel disegno. Quanto di te stessa c’è nelle tue storie?

Peach Momoko – E’ un piccolo mix di tutto. Ci sono elementi in cui parlo di come sono stata trattata, di cose che ho visto o sentito raccontare, di brutti ricordi e di incubi che avevo quando ero adolescente.

Ma non sono aspetti che porto direttamente al centro della storia principale: sono piuttosto piccoli dettagli sparsi nel racconto. Ho anche fatto ricerche attraverso documentari e conversazioni reali tra adolescenti.

Come ti sei trovata a lavorare con la particolare struttura narrativa dell’Ultimate Universe, dove ogni numero si svolge in un mese specifico e tra un capitolo e l’altro il tempo scorre.. in tempo reale?

Peach Momoko – Non è stato facile. Proprio perché tra un numero e l’altro il tempo avanzava davvero, c’erano molte storie che avrei voluto raccontare ma per cui non avevo il tempo.

Partecipi alle convention di fumetti in tutto il mondo ormai da molti anni e possiamo dire che sei una delle autrici più amate dai lettori. Che rapporto hai con i tuoi fan?

Peach Momoko – Credo di guardare sempre nella stessa direzione dei miei fan. Non sono molto brava a parlare con le persone o a incontrarle. Ma apprezzo davvero il tempo che passo alle convention perché lì posso sentirmi parte di una grande comunità. E soprattutto ho la possibilità di ascoltare direttamente le voci delle persone, e questo per me è di grande aiuto.

Questa era l’ultima domanda. Ancora una volta, grazie a Peach Momoko per aver trovato il tempo di parlare con noi. 

*Un ringraziamento speciale a Yo Mutsu, art manager e marito di Peach. Con il suo contributo e aiuto nella traduzione delle risposte di Peach dal giapponese all’inglese, ha reso possibile questa intervista.

Peach Momoko: biografia

Peach Momoko, artista il cui vero nome rimane volutamente riservato, preferisce essere conosciuta con lo pseudonimo che utilizza fin dai tempi della scuola d’arte e che, negli anni, gli appassionati di fumetti hanno imparato ad apprezzare e amare.

Nata in Giappone, da oltre un decennio ha trovato il proprio spazio nel mercato fumettistico statunitense. Dopo il suo debutto alla Marvel, l’autrice si è rapidamente affermata come una delle illustratrici più richieste, firmando nel corso degli anni numerose copertine per alcune delle testate più popolari della Casa delle Idee.

Nel 2021 e 2024 ha conquistato il prestigioso Eisner Award come miglior cover artist, un riconoscimento che ha consacrato il suo talento a livello internazionale. Oltre agli Eisner, ha vinto anche il Ringo Award sempre come miglior copertinista nel 2021

All’inizio del 2024, Peach Momoko ha inoltre lanciato per Marvel la serie Ultimate X-Men, una reinterpretazione in chiave nipponica delle origini dello storico gruppo di mutanti, che unisce l’immaginario degli X-Men con sensibilità e atmosfere profondamente legate alla cultura giapponese.

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Fumetti

Giorgio Sommacal: fumettisti comici si nasce, Cattivik lo si diventa!

Intervista a Giorgio Sommacal, tra i più apprezzati autori di Cattivik e de Il Giornalino, capace di far ridere migliaia di italiani con il solo utilizzo della sua matita

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Se si parla di fumetto italiano, spesso si pensa al genere comico. Fino a qualche anno fa le edicole erano invase dai fumetti a strisce, simbolo della tipologia di fumetto che contenevano, ovvero quello che “faceva ridere” grandi e piccini. Saper far ridere è un’arte e i nostri autori ne sono da sempre dei maestri. Giorgio Sommacal rientra tra questi.

Con i suoi disegni, gag e onomatopee, Sommacal ha contribuito a far innamorare letteralmente i lettori del nostro paese del ladro più goffo e puzzolente del panorama fumettistico italiano. Con Cattivik è riuscito a modellare e valorizzare un ottimo personaggio creato da Bonvi, passato poi nelle mani di Silver, e a trasformarlo in una vera e propria icona della nona arte made in Italy.

Ebbene, ho avuto l’onore e il privilegio di intervistare, all’ultima edizione dell’X-Mas Comics, proprio Giorgio Sommacal, una vera colonna del fumetto italico e prima ancora appassionato delle “nuvole parlanti” come piace definirle a lui.

Quello che mi ha subito impressionato dell’autore è stato il suo modo di raccontare aneddoti ed episodi della propria carriera, sempre con il sorriso. Una carriera davvero incredibile, nata dal suo interesse per il fumetto comico, che lo ha portato a diventare un autore fondamentale principalmente per Cattivik e Il Giornalino, oltre che a insegnare arte e fumetto anche ai più piccoli. Sempre con il sorriso. È stato incredibile e molto divertente passare mezz’ora a sentire le storie di Giorgio Sommacal, e questo è il resoconto della nostra chiacchierata. Grazie mille, Giorgio.


Intervista a Giorgio Sommacal: l’arte di far ridere con l’utilizzo della matita

PCN: Diamo il benvenuto a Giorgio Sommacal su Popcornerd! Grazie Giorgio, è un vero onore averti come nostro ospite!

Giorgio Sommacal – Grazie a voi!

PCN: È un grande piacere avere sulla nostra pagina uno dei maggiori esponenti italiani del fumetto, soprattutto umoristico. Vorrei partire proprio da questo punto: una buona parte del fumetto italiano, fin dalle origini, ha trovato nella comicità una delle sue caratteristiche fondamentali, capace di attirare un vastissimo pubblico. Secondo te qual è la forza del fumetto umoristico? E, soprattutto, cosa ti ha sempre affascinato di questo tipo di storie, che hanno definito gran parte della tua carriera?

Giorgio Sommacal – Beh, allora, fin da piccolo leggevo i fumetti e a quei tempi le edicole erano piene di fumetti per bambini e ragazzi, soprattutto di tipo umoristico. C’erano i vari Geppo, Tiramolla, Braccio di Ferro, Cucciolo, ecc.. insomma tutta una serie di personaggi che ormai non ci sono più. Quindi la mia formazione è stata sul fumetto comico-umoristico, ma ero un lettore anche de Il Giornalino, dove c’erano molti autori realistici e difatti, parte di essi, sono poi finiti a lavorare anche per la Sergio Bonelli Editore.

Ma io ero affascinato dalle cose comiche. In particolare ero attratto da quelle realizzate da Bonvi, grazie anche al suo Nick Carter, parte di SuperGulp! Fumetti in TV. [programma televisivo dedicato al mondo dei fumetti trasmesso nel 1972 e poi dal 1977 al 1981, sul Secondo Canale della RAI n.d.r.] E poi, quando ho scoperto Lupo Alberto di Silver, mi sono innamorato di questo tipo di fumetti.

Lupo Alberto disegnato da Giorgio Sommacal

PCN: La tua carriera a livello professionale comincia nel 1989. Inizi a collaborare con Silver e, dopo un paio di storie per Lupo Alberto, diventi una delle colonne portanti di Cattivik. Qual è stato il tuo primo approccio con l’essere più putrido, sgangherato, malvagio e inconcludente del panorama fumettistico italiano?

Giorgio Sommacal – La storia è questa. Quando ho iniziato non c’erano le scuole di fumetto che ci sono oggi, ma c’erano dei corsi. Avevo fatto un corso qui a Torino organizzato dall’Arci Comix e, in quell’occasione, avevo conosciuto Silver. Poi, dopo un po’ di anni, forse quattro o cinque, ho partecipato a un concorso di fumetti ad Alassio. Ho vinto il primo premio e l’ho ricevuto direttamente dalle mani dello stesso Silver.

Quando, poi, mi sono deciso a proporre i miei lavori per vedere di riuscire a disegnare fumetti a livello professionale, ho scelto di mandarle a Silver e a Il Giornalino. Ho cominciato quindi prima con Silver e, di lì a poco, anche con Il Giornalino.

All’epoca facevo un altro lavoro, il grafico, e quando è arrivata la chiamata di Silver mi sono licenziato e sono entrato nel “magico mondo” della partita IVA [risata n.d.r.].

Ho scritto e disegnato tre storie di Lupo Alberto e poi sono passato a fare Cattivik. Silver in quel momento voleva partire con il fumetto di Cattivik e mi chiese se ero interessato a prendere parte al progetto. Gli dissi: “Certo che voglio disegnarlo!”.

Leggevo Cattivik già quando lo faceva Bonvi ed era un personaggio che mi piaceva moltissimo. Infatti mi sono divertito un sacco a disegnarlo e all’inizio scrivevo anche le storie.

Tutta l’arte di Giorgio Sommacal mentre ritrae il terrore e raccapriccio in tutta la sua ‘putrida’ bellezza

PCN: Una delle tue storie che apprezzo di più è Cattivik vs. Diavolik.

Giorgio Sommacal – Quella l’ho solo disegnata. A scriverla è stato Moreno Burattini, l’ex responsabile di Zagor alla Sergio Bonelli Editore che, beato lui, è andato in pensione da poco. [risata n.d.r.] Però lui nasce anche come autore di fumetto comico.

Questa l’ha scritta lui, e io ne ho scritte altre all’inizio. Poi il discorso è questo: lo sceneggiatore è un mestiere a sé stante rispetto al disegnatore.

Poi certo, ci sono quelli che scrivono e disegnano, se la suonano e se la cantano. Beati loro! [risata n.d.r.].
Io invece alla fine ho scelto di disegnare, anche perché, poi, avevamo degli obblighi di consegne, dovevamo essere produttivi e quindi c’era un bel gruppo di sceneggiatori e disegnatori.

PCN: Bonvi ha detto di Cattivik: “Nasce come una macchia d’inchiostro. Non importa quali siano le forme di una macchia, l’importante è che sporchi”. Ritrovi in questa sua definizione anche qualcosa della tua idea personale del personaggio?

Giorgio Sommacal – Allora, Bonvi era un personaggio originalissimo, geniale, anarchico, dissacrante. E allora ha definito Cattivik con questa macchia nera, no?

E qui racconto una storiella: ho scoperto una cosa di Cattivik che non sapevo mentre ci lavoravo. Dopo aver disegnato un bel po’ di storie, a un certo punto, in una storia scritta da Piero Lusso, un altro grande sceneggiatore che scrive anche Lupo Alberto, Cattivik si spoglia e resta nudo. E quando l’ho fatta vedere a Silver lui mi ha detto: “Eh, però tu qui, in mezzo alle gambe, devi metterci una pecetta con scritto censura”.

Io gli ho chiesto il perché, il quale mi ha risposto: “Ma perché in fondo Cattivik è un uomo; brutto ma pur sempre un uomo”.

Alla fine di Cattivik, non sappiamo granché. Vivendo nelle fogne, non sappiamo esattamente le sue origini.

Io me lo sono sempre immaginato un po’ come un Quasimodo di Notre Dame; gobbo, un po’ deforme, storto perché è nato nelle fogne che, ovviamente, non è un ambiente salutare.

Poi, se uno legge Cattivik, sa che, per esempio, non si vede che sotto questa calzamaglia nera c’è un corpo. Però lui ha un naso e delle orecchie, che escono fuori quando ha bisogno che ci siano. Per il resto sembra un mostro.

Per cui, per me, alla fine è uno che vive ai margini della società. È deforme, bruttarello, anche se lui comunque ha un’autostima impressionante. È il riscatto del personaggio apparentemente sfigato e inconcludente, perché lui, in sé stesso, crede molto.

Infatti secondo me sarebbe ancora di grandissima attualità. Viviamo in un mondo con una forte crisi economica e di valori, dove molte persone sono ai margini di questa società apparentemente ricca e si devono arrangiare come possono.

E Cattivik, secondo me, è l’emblema di questo modo di stare al mondo: un po’ anarchico, un po’ visionario, molto creativo. Lui ha assemblato l’arredamento di casa sua con i mobili rubati alla discarica. Cioè, è uno che si arrangia, si aggiusta, come tanta gente ormai è abituata ed è obbligata anche a fare.

Infatti è un personaggio che funziona molto bene. Forse racchiude bene un po’ le caratteristiche dell’italiano, che è uno che si arrangia in tutto e per tutto.

Non so se tra le tue domande c’è quella che, in genere, mi fanno tutti su questo modo strano di parlare che ha Cattivik.

PCN: Assolutamente. Era una delle prossime domande, anche perché mi pare di ricordare che, nelle prime storie di Bonvi, Cattivik parli normalmente e poi nelle storie da Silver in poi, il suo modo di parlare cambia.

Giorgio Sommacal – L’ha detto Bonvi: perché Cattivik parla troncando le parole, non finendole? Perché lui, essendo un ladro che ha necessità di rubare, di delinquere non ha tempo di parlare tanto. È molto veloce nel parlare. Poi è vero che il suo Cattivik e quello di Silver parlavano pochissimo.

Il mio, quello di Massimo Bonfatti e degli altri venuti dopo, è diventato un chiacchierone. Parla tantissimo.

Ho letto in rete già qualche anno fa che qualcuna di quelle persone che si dedica ai passatempi più strani ha studiato il linguaggio di Cattivik. C’è chi dice che parli in dialetto pugliese, visto il modo di esprimersi del personaggio. Sinceramente non lo so! [risata n.d.r.]

Cattivik…nella Divina Commedia? Lo dicono Moreno Burattini e Giorgio Sommacal!

PCN: Cattivik ha raggiunto un traguardo importante: 60 anni. Oggi è disponibile in libreria un volume celebrativo edito da GigaCiao che festeggia il compleanno del “Terrore e Raccapriccio”, dal titolo La Novell’ Grafik’, firmato da due giovani autori, Lorenzo La Neve e Spugna. Non ti chiedo un giudizio sul libro, ma vorrei sapere se sei d’accordo sul fatto che personaggi come Cattivik possano continuare la loro vita editoriale anche attraverso interpretazioni di nuovi autori, purché ne mantengano l’essenza.

Giorgio Sommacal – Allora io non l’ho letta, ma ho visto qualche immagine. Ho conosciuto Spugna, il disegnatore, mentre lo sceneggiatore, La Neve, non lo conosco di persona.

Spugna è molto simpatico e ci ha tenuto anche a dirmi che lui lo ha disegnato perché era stato lettore di Cattivik e anche il suo stile l’ha derivato un po’ dal nostro modo sgangherato di disegnare.

Se tu guardi, non so, altri personaggi come quelli del mondo Disney sono molto studiati e curati. Cattivik, invece, no.

A parte il fatto che eravamo un gruppo di persone diverse, ognuno lo interpretava a modo suo, anche con un disegno, non dico dilettantistico, però senza stare troppo a curare tutti i particolari. La comunicazione veloce, d’impatto di Cattivik sta nella bellezza del personaggio, nella simpatia, nelle gag, non nella maestria del disegno.

Noi deriviamo un po’, almeno parlo per me stesso, ma credo anche un po’ Bonfatti, dal fumetto underground americano. Sgangherato, comunicativo. Per cui sì, mi piace il fatto che venga interpretato anche da altri. Non c’è nulla di male.

Il Cattivik di Lorenzo La Neve e Spugna

PCN: Non hai lavorato ovviamente solo su Cattivik, ma anche per Il Giornalino con serie come Zia Agatha e Contatti, e per Bonelli su Dylan Dog, Demian, Zagor, Adam Wild, adattandoti a un tipo di fumetto molto diverso da quello a cui sei abituato. Come ti sei trovato a passare a uno stile decisamente più realistico?

Giorgio Sommacal – Allora, con Zia Agatha avevo una discreta libertà e a volte sperimentavo anche delle cose, degli stili. Era un po’ una commistione fra il grottesco e il realistico. Quelli di Bonelli hanno, ovviamente, delle esigenze legate ai personaggi.

Fatico molto ogni volta che disegno realistico. Sono più a mio agio con il disegno comico, lo dico con estrema sincerità.

Però, per vivere di fumetti ora come ora, a meno che tu non sia un genio che sfonda, devi avere una certa versatilità nel saper disegnare. Se sai fare sia il comico che il realistico, ti aiuta a lavorare di più.

PCN: Tra le testate e i personaggi Bonelli, con quali ti sei sentito maggiormente a tuo agio?

Giorgio Sommacal – Allora, Dylan Dog l’ho fatto come aiutante di Luigi Piccatto. Diciamo che lui, grandissimo disegnatore di Dylan Dog, faceva il lavoro più importante.

Degli altri personaggi devo dire che mi sono divertito molto a fare Adam Wild, perché intanto Gianfranco Manfredi era, ahimè dico “era” perché è mancato da poco, una persona collaborativa che lasciava molta libertà, e mi sono proprio divertito. Gli altri un po’ meno.

Però, per esempio, ho fatto il numero di una miniserie di Cico, l’amico e spalla comica di Zagor, e anche lì mi sono divertito molto.

La storia disegnata da Giorgio Sommacal di Cico su testi di Tito Faraci

PCN: Dal 2019 sei direttore artistico della collana SBAM! Libri Edizioni. In cosa consiste il tuo ruolo all’interno del progetto?

Giorgio Sommacal – Questa è una piccola casa editrice di Cologno Monzese del mio amico Antonio Maranghi. Nasce dalla sua grandissima passione per il fumetto e io collaboro con lui da anni.
Faccio il direttore artistico, nel senso che, insieme a lui decidiamo, in base a quello che ci arriva tra le varie proposte editoriali, gli autori da pubblicare.

Diciamo che siamo per la pubblicazione o la pubblicazione di nuove edizioni di autori soprattutto umoristici.

Certo, c’è roba anche abbastanza d’antan, nel senso che abbiamo recuperato una serie dei personaggi di quando eravamo ragazzini noi, che tutto sommato ha un pubblico di appassionati.

PCN: Ho visto dai social che lavori molto con i bambini nelle scuole e hai dedicato anche alcune opere ai più piccini, come i PicoSauri. Quanto è importante oggi diffondere il concetto di fumetto ai più piccoli, sempre più attratti da telefoni, tablet e contenuti digitali?

Giorgio Sommacal – Io faccio anche, a parte fumetti, libri per ragazzi e, appunto, vado nelle scuole a fare laboratori di fumetto. Uno degli ultimi libri che ho fatto riguarda il pop-up [libri che, grazie a complesse ingegnerie di carta, creano scene tridimensionali che emergono dalla pagina, aggiungendo profondità e movimento alla narrazione n.d.r.]

Mi sono inventato un corso breve per bambini dove insegno a fare dei piccoli pop-up. Io mi diverto moltissimo coi bambini perché imparo tanto da loro e faccio questo mestiere proprio perché ho conservato in parte l’animo bambino che, secondo me, per chi fa un lavoro creativo come il nostro è fondamentale, perché il bambino essenzialmente si stupisce, si meraviglia.

E lo stupore, a volte, in questa società così sovrabbondante di messaggi, è una roba che non esiste neanche più. Manca tanto e, secondo me, invece è fondamentale per farti sentire vivo e in contatto con le emozioni, con l’essenza di noi esseri umani. Altrimenti saremo degli organismi viventi senza sogni, senza domande, senza desideri protetti. E invece questo è fondamentale.

Faccio i laboratori coi bambini perché mi diverto, imparo tante cose e spero di trasmettere a loro il fatto che si può vivere creando delle cose che prima non c’erano, come le storie a fumetti e i libri per ragazzi. Un’idea che ti viene in mente, che realizzi, che ti esprime, che esprime te stesso, le tue emozioni e ti permette di trasmetterle agli altri.

Quando un’opera, anche a fumetti o un libro per ragazzi, è fatta benissimo tecnicamente, spesso uno la guarda e esclama: “Che bello”. Ma se non ci metti l’anima, se non ci metti le tue emozioni, non c’è la trasmissione col lettore. Almeno io penso così.

L’insegnamento è importante, ma, in realtà, sono i bambini che spesso insegnano agli adulti che cos’è la creatività. Loro sono alla scoperta del mondo. Sono anche magari un insegnante, uno stimolo, e ti aprono, magari ti amplificano la creatività.

Non l’abbiamo detto, ma ho ripreso a lavorare con Il Giornalino. Sto facendo una serie con il mio amico Augusto Rasori ai testi e un altro amico, Claudio Taurisano, ai colori. Si tratta di una serie per bambini sul tema dell’arte e mi sto divertendo tantissimo. Mi piace anche il fumetto d’autore, però io sono per il fumetto comico per bambini.

PCN: Mi trovi d’accordo, perché per me la cosa che si è un po’ persa è che il fumetto nasce per i più piccoli. Invece adesso sembra che il fumetto sia più dedicato a un pubblico adulto.

Giorgio Sommacal – Bisogna partire dai piccoli; che imparino a leggere, non solo fumetti, perché si è perso anche il gusto dell’oggetto libro, della lettura. E poi, quando saranno più grandi, leggeranno quelle che adesso chiamano graphic novel.

Però c’è tutto un mondo di fumetti per ragazzi bellissimo e da scoprire.

PCN: Grazie mille, Giorgio, del tempo. È stato veramente un onore e un piacere.

Giorgio Sommacal – Grazie a voi e saluto tutti, soprattutto gli appassionati di questo mondo strano delle nuvolette parlanti!


Giorgio Sommacal: Biografia

Giorgio Sommacal (Carmagnola, 1961) è un illustratore e fumettista italiano. Dopo gli esordi su pubblicazioni locali, nel 1989 entra nella casa editrice ACME, lavorando su Lupo Alberto (di Silver) e Cattivik. Collabora con Il Giornalino e con Mondadori – Libri per Ragazzi, realizzando anche copertine e libri umoristici.

Per Sergio Bonelli Editore ha disegnato, tra le altre, storie di Demian (con Luigi Piccatto), Dylan Dog, Zagor e dal 2013 entra nello staff di Adam Wild; nel 2021 firma lo Speciale Zagor n. 33 e nel 2017 un numero di Cico a spasso nel tempo (testi di Tito Faraci).

Parallelamente realizza libri illustrati per ragazzi, spesso con lo scrittore Pino Pace, per editori come Sperling & Kupfer e Giralangolo-EDT. Dal 2007 pubblica online le Strisce Bavose (testi di Augusto Rasori), poi adattate anche in animazione e premiate nel 2009.

Dal 2012 pubblica su Skorpio la serie Rapa&Nui (con Laura Stroppi e Rasori), raccolta in volume nel 2018 da Sbam! Comics, di cui dal 2019 è direttore artistico della collana SBAM! Libri.

Nel 2023 gli è stata dedicata la mostra “Bestiacce!… e altri animali” al Forte di Bard. Ha inoltre insegnato in diverse scuole di fumetto, tra cui la Scuola Internazionale di Comics di Torino e la Scuola di Fumetto di Bra.

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Interviste

Intervista ad Antonio Marinetti

Intervista ad Antonio Marinetti, artista italiano che ha fatto dell’iperrealismo il suo punto di forza nella serie regolare di Dylan Dog

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Qualche giorno fa ho letto il mensile di febbraio di Dylan Dog, My Splatter Valentine, dedicato a San Valentino, la festa degli innamorati.

Sarà stato Cupido o magari qualche altra forza soprannaturale, ma quel giorno mi sono innamorato dei disegni di Antonio Marinetti. Così l’ho contattato per fargli qualche domanda sul suo percorso da fumettista in Bonelli e sul suo approdo in Dylan Dog.

Ciao Antonio, e benvenuto su popcornerd.it. Innanzitutto grazie per averci dedicato il tuo tempo e complimenti per il tuo ultimo lavoro per Sergio Bonelli Editore, My Splatter Valentine. La sceneggiatura di Chiaverotti è intensa e coinvolgente, e il tuo contributo grafico eleva ulteriormente il racconto: il risultato è davvero notevole.

Antonio Marinetti – Grazie per l’invito e per l’attenzione che dedicate al mio lavoro, per me non è affatto scontato. My Splatter Valentine, l’albo di Dylan Dog dedicato a questa dolce festività, credo sia riuscito particolarmente bene, anche se resto sempre molto critico verso ciò che realizzo ed evito di riguardarlo. La storia di Chiaverotti è notevole, ricca di colpi di scena, di momenti splatter e di temi che invitano alla riflessione. È uno sceneggiatore fondamentale per Dylan, ne conosce a fondo i meccanismi e l’essenza originaria. Questa è la prima storia che ho disegnato per lui e ne sono molto soddisfatto.

Percorso professionale: da Nick Raider a Dylan Dog passando per Julia

Puoi raccontarci il tuo percorso professionale e artistico che ti ha portato, nel 2023, a entrare nel team di Dylan Dog per Sergio Bonelli Editore?

Antonio Marinetti – Il mio percorso inizia nei primi anni Duemila con l’ingresso in Bonelli su Nick Raider, per cui realizzo due albi, uno a matita e uno interamente da solo. Poco dopo la serie era in chiusura e fui assegnato a Julia probabilmente per affinità stilistica. Lì ho lavorato per oltre vent’anni. È stata un’esperienza lunga e formativa, ma sentivo di aver dato tutto alla serie e che nulla di nuovo potesse aggiungersi.

Antonio Marinetti in Julia

Antonio Marinetti in Julia

Il mio pensiero tornava al personaggio che mi aveva spinto a fare fumetti, Dylan Dog. Mentre lavoravo a una storia di Julia durante un fine settimana decisi di realizzare tre tavole di prova per Dylan. Realizzai tre tavole consecutive, una sorta di mini storia con inizio e fine senza che mi fosse stato richiesto. È noto quanto sia difficile passare da una serie all’altra in Bonelli salvo richiesta esplicita della redazione quindi le mie speranze erano minime. Inviai le tavole a Franco Busatta che le apprezzò molto ma mi fece notare che ero una colonna portante di Julia e che il cambiamento non era semplice. Dopo la mia insistenza e vista la mia capacità di sostenere una buona produzione mensile mi propose di continuare regolarmente su Julia mantenendo il ritmo di consegna e parallelamente lavorare a un Old Boy. Accettai. Disegnai le prime dodici tavole in una settimana spinto dall’entusiasmo e piacquero molto.

Nel frattempo Barbara Baraldi che stava iniziando la sua curatela su Dylan Dog le vide e chiese che fossi coinvolto nella serie regolare per realizzare il primo numero del nuovo corso. Da lì è iniziata ufficialmente la mia collaborazione con Dylan Dog. Concluso quell’albo ripresi e terminai l’Old Boy. Per un periodo mi sono alternato tra le due serie fino all’inserimento stabile nella regolare dove lavoro tuttora.

Anatomia e iperrealismo

Leggendo i tuoi lavori – in particolare Dylan Dog 447, Hazel la Morta e Dylan Dog 473, My Splatter Valentine – ho notato un elemento ricorrente che mi ha colpito molto: gli occhi. I primi piani che realizzi in queste due storie sono di straordinaria intensità. Il livello di dettaglio e la qualità del tratto conferiscono alle tavole un realismo quasi fotografico. È una scelta consapevole? Provi un particolare interesse nel lavorare sui primi piani e, soprattutto, sugli occhi dei personaggi?

Antonio Marinetti – Per quanto riguarda gli occhi l’osservazione è corretta. Sono una mia costante, quando schizzo distrattamente finisco quasi sempre per disegnare occhi in ogni posizione. Più che una scelta razionale è qualcosa di inconscio. Sono spesso il primo elemento che inchiostro in una tavola. Nei primi piani concentro un’attenzione particolare, lo sguardo è il centro emotivo del personaggio, lì si manifesta la recitazione e la verità della scena. Il realismo che ne deriva non è pianificato ma naturale conseguenza del mio modo di disegnare. Con il tempo ho notato un progressivo avvicinamento all’iperrealismo, lascio che l’evoluzione segua il suo corso.

Tavola tratta da My Splatter Valentine, di Chiaverotti e Marinetti

Occhi e iperrealismo in questa tavola tratta da My Splatter Valentine, di Chiaverotti e Marinetti

Restando sul piano tecnico, si percepisce anche un’attenzione marcata alla resa anatomica dei corpi. C’è stato uno studio specifico – accademico o personale – che ti ha portato a raggiungere questo livello di precisione, oppure è una dimensione espressiva nella quale ti senti naturalmente a tuo agio? Quanto contano pratica e ricerca nel tuo approccio al disegno?

Antonio Marinetti – Dietro la resa anatomica ci sono anni di studio che non si sono mai interrotti. Ho iniziato dai grandi maestri della pittura Leonardo, Michelangelo, Caravaggio e per il fumetto da Burne Hogarth che considero un eccellente compromesso tra anatomia reale e resa dinamica per i comics. Accanto allo studio sui testi c’è l’osservazione costante della realtà, posture, movimenti, tensioni muscolari. L’anatomia si comprende anche guardando. Posso dire di essere un appassionato della materia. In Dylan Dog nelle scene splatter mi è capitato di consultare documentazioni mediche e autoptiche per evitare soluzioni superficiali o imprecise. Le sceneggiature di Dylan Dog lasciano spazio all’interpretazione. Non ometto mai nulla di ciò che lo sceneggiatore richiede ma la regia è mia e la considero la parte più stimolante del lavoro forse persino più del disegno. Se non avessi fatto il fumettista avrei probabilmente tentato la strada della regia.

Anatomia nei disegni di Marinetti

Anatomia nei disegni di Marinetti

Il Marinetti lettore

Prima ancora che disegnatore, sei stato – e immagino sia ancora – un lettore. Che tipo di storie ti hanno sempre attratto di più? Ci sono fumetti o autori che hanno avuto un ruolo decisivo nel farti desiderare di intraprendere la carriera di fumettista? E, guardando oggi al tuo percorso, riconosci tracce di quelle influenze nel tuo stile o nel tuo modo di raccontare per immagini?

Antonio Marinetti – Prima di essere disegnatore sono stato lettore. Da ragazzo ero attratto soprattutto da Dylan Dog e dallo stile bonelliano che rimane il mio riferimento principale. Leggevo fumetto americano in particolare Conan il Barbaro tratto dalla saga di Howard mentre ero meno interessato ai supereroi. Durante la formazione le influenze sono state molte, autori italiani come Casertano, Dall’Agnol, Brindisi, Castellini, Villa e maestri internazionali come Dave Gibbons, Barry Windsor-Smith, Bernie Wrightson, Simon Bisley, Katsuhiro Otomo, Masamune Shirow, Hermann, Schuiten e Moebius.

All’inizio ero affascinato dalla sintesi del segno ma ho capito che la sintesi è un punto d’arrivo e non di partenza. La mia indole è descrittiva, amo tavole dense ricche di dettagli quasi cinematografiche. Compreso questo ho assecondato la mia natura. Non so quanto le influenze siano riconoscibili nei miei lavori, forse possono dirlo meglio gli altri. Posso però dire che non lavoro mai con fumetti aperti sul tavolo. Se voglio richiamare uno stile lo faccio a memoria. Evito l’imitazione diretta, preferisco che le influenze si sedimentino e si trasformino in qualcosa di personale.

What’s next..?

Cosa prevede il futuro? Puoi rivelarci qualcosa su eventuali nuove uscite Bonelli sulle quali stai lavorando?

Antonio Marinetti – Attualmente sto lavorando a un nuovo Dylan Dog di cui ovviamente non posso dire molto, posso solo dire che è un albo dalle atmosfere buie e crepuscolari, in linea con il tema trattato.

Sto inoltre ultimando la mia seconda storia per Nathan Never: la prima, già completata, sarà uno speciale previsto indicativamente per il 2027; quella a cui sto lavorando ora dovrebbe invece uscire nella serie regolare, probabilmente entro l’anno.

Parallelamente sto collaborando con Edizioni Inkiostro a un progetto con [Rossano ndr] Piccioni dal titolo Lo Strozzino, destinato a fumetterie e librerie. Sono già circolate alcune anteprime e copertine. La data di uscita non è ancora definita: il lavoro è tuttora in corso.

Sai Rossano, il nostro lavoro è così: un momento ti ritrovi a gestire due o tre progetti contemporaneamente, e quello dopo sei al parco a dare da mangiare ai colombi perché il “telefono” non squilla. Anzi, sembra quasi rotto.

Lo Strozzino #1, di Rossano Piccioni e Antonio Marinetti pubblicato da Edizioni Inkiostro

Lo Strozzino #1, di Rossano Piccioni e Antonio Marinetti pubblicato da Edizioni Inkiostro

Colgo l’occasione per ringraziare ancora Antonio per averci concesso questa intervista e per fargli un grande in bocca al lupo, da parte di tutta la redazione di Popcornerd, per i suoi progetti futuri.

Se siete interessati al suo lavoro, potete trovarlo su Instagram e Facebook.

Lobo, realizzato da Antonio Marinetti

Lobo, realizzato da Antonio Marinetti

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