Interviste
Intervista ad Antonio Marinetti
Intervista ad Antonio Marinetti, artista italiano che ha fatto dell’iperrealismo il suo punto di forza nella serie regolare di Dylan Dog
Qualche giorno fa ho letto il mensile di febbraio di Dylan Dog, My Splatter Valentine, dedicato a San Valentino, la festa degli innamorati.
Sarà stato Cupido o magari qualche altra forza soprannaturale, ma quel giorno mi sono innamorato dei disegni di Antonio Marinetti. Così l’ho contattato per fargli qualche domanda sul suo percorso da fumettista in Bonelli e sul suo approdo in Dylan Dog.
Ciao Antonio, e benvenuto su popcornerd.it. Innanzitutto grazie per averci dedicato il tuo tempo e complimenti per il tuo ultimo lavoro per Sergio Bonelli Editore, My Splatter Valentine. La sceneggiatura di Chiaverotti è intensa e coinvolgente, e il tuo contributo grafico eleva ulteriormente il racconto: il risultato è davvero notevole.
Antonio Marinetti – Grazie per l’invito e per l’attenzione che dedicate al mio lavoro, per me non è affatto scontato. My Splatter Valentine, l’albo di Dylan Dog dedicato a questa dolce festività, credo sia riuscito particolarmente bene, anche se resto sempre molto critico verso ciò che realizzo ed evito di riguardarlo. La storia di Chiaverotti è notevole, ricca di colpi di scena, di momenti splatter e di temi che invitano alla riflessione. È uno sceneggiatore fondamentale per Dylan, ne conosce a fondo i meccanismi e l’essenza originaria. Questa è la prima storia che ho disegnato per lui e ne sono molto soddisfatto.
Percorso professionale: da Nick Raider a Dylan Dog passando per Julia
Puoi raccontarci il tuo percorso professionale e artistico che ti ha portato, nel 2023, a entrare nel team di Dylan Dog per Sergio Bonelli Editore?
Antonio Marinetti – Il mio percorso inizia nei primi anni Duemila con l’ingresso in Bonelli su Nick Raider, per cui realizzo due albi, uno a matita e uno interamente da solo. Poco dopo la serie era in chiusura e fui assegnato a Julia probabilmente per affinità stilistica. Lì ho lavorato per oltre vent’anni. È stata un’esperienza lunga e formativa, ma sentivo di aver dato tutto alla serie e che nulla di nuovo potesse aggiungersi.

Antonio Marinetti in Julia
Il mio pensiero tornava al personaggio che mi aveva spinto a fare fumetti, Dylan Dog. Mentre lavoravo a una storia di Julia durante un fine settimana decisi di realizzare tre tavole di prova per Dylan. Realizzai tre tavole consecutive, una sorta di mini storia con inizio e fine senza che mi fosse stato richiesto. È noto quanto sia difficile passare da una serie all’altra in Bonelli salvo richiesta esplicita della redazione quindi le mie speranze erano minime. Inviai le tavole a Franco Busatta che le apprezzò molto ma mi fece notare che ero una colonna portante di Julia e che il cambiamento non era semplice. Dopo la mia insistenza e vista la mia capacità di sostenere una buona produzione mensile mi propose di continuare regolarmente su Julia mantenendo il ritmo di consegna e parallelamente lavorare a un Old Boy. Accettai. Disegnai le prime dodici tavole in una settimana spinto dall’entusiasmo e piacquero molto.
Nel frattempo Barbara Baraldi che stava iniziando la sua curatela su Dylan Dog le vide e chiese che fossi coinvolto nella serie regolare per realizzare il primo numero del nuovo corso. Da lì è iniziata ufficialmente la mia collaborazione con Dylan Dog. Concluso quell’albo ripresi e terminai l’Old Boy. Per un periodo mi sono alternato tra le due serie fino all’inserimento stabile nella regolare dove lavoro tuttora.
Anatomia e iperrealismo
Leggendo i tuoi lavori – in particolare Dylan Dog 447, Hazel la Morta e Dylan Dog 473, My Splatter Valentine – ho notato un elemento ricorrente che mi ha colpito molto: gli occhi. I primi piani che realizzi in queste due storie sono di straordinaria intensità. Il livello di dettaglio e la qualità del tratto conferiscono alle tavole un realismo quasi fotografico. È una scelta consapevole? Provi un particolare interesse nel lavorare sui primi piani e, soprattutto, sugli occhi dei personaggi?
Antonio Marinetti – Per quanto riguarda gli occhi l’osservazione è corretta. Sono una mia costante, quando schizzo distrattamente finisco quasi sempre per disegnare occhi in ogni posizione. Più che una scelta razionale è qualcosa di inconscio. Sono spesso il primo elemento che inchiostro in una tavola. Nei primi piani concentro un’attenzione particolare, lo sguardo è il centro emotivo del personaggio, lì si manifesta la recitazione e la verità della scena. Il realismo che ne deriva non è pianificato ma naturale conseguenza del mio modo di disegnare. Con il tempo ho notato un progressivo avvicinamento all’iperrealismo, lascio che l’evoluzione segua il suo corso.

Occhi e iperrealismo in questa tavola tratta da My Splatter Valentine, di Chiaverotti e Marinetti
Restando sul piano tecnico, si percepisce anche un’attenzione marcata alla resa anatomica dei corpi. C’è stato uno studio specifico – accademico o personale – che ti ha portato a raggiungere questo livello di precisione, oppure è una dimensione espressiva nella quale ti senti naturalmente a tuo agio? Quanto contano pratica e ricerca nel tuo approccio al disegno?
Antonio Marinetti – Dietro la resa anatomica ci sono anni di studio che non si sono mai interrotti. Ho iniziato dai grandi maestri della pittura Leonardo, Michelangelo, Caravaggio e per il fumetto da Burne Hogarth che considero un eccellente compromesso tra anatomia reale e resa dinamica per i comics. Accanto allo studio sui testi c’è l’osservazione costante della realtà, posture, movimenti, tensioni muscolari. L’anatomia si comprende anche guardando. Posso dire di essere un appassionato della materia. In Dylan Dog nelle scene splatter mi è capitato di consultare documentazioni mediche e autoptiche per evitare soluzioni superficiali o imprecise. Le sceneggiature di Dylan Dog lasciano spazio all’interpretazione. Non ometto mai nulla di ciò che lo sceneggiatore richiede ma la regia è mia e la considero la parte più stimolante del lavoro forse persino più del disegno. Se non avessi fatto il fumettista avrei probabilmente tentato la strada della regia.

Anatomia nei disegni di Marinetti
Il Marinetti lettore
Prima ancora che disegnatore, sei stato – e immagino sia ancora – un lettore. Che tipo di storie ti hanno sempre attratto di più? Ci sono fumetti o autori che hanno avuto un ruolo decisivo nel farti desiderare di intraprendere la carriera di fumettista? E, guardando oggi al tuo percorso, riconosci tracce di quelle influenze nel tuo stile o nel tuo modo di raccontare per immagini?
Antonio Marinetti – Prima di essere disegnatore sono stato lettore. Da ragazzo ero attratto soprattutto da Dylan Dog e dallo stile bonelliano che rimane il mio riferimento principale. Leggevo fumetto americano in particolare Conan il Barbaro tratto dalla saga di Howard mentre ero meno interessato ai supereroi. Durante la formazione le influenze sono state molte, autori italiani come Casertano, Dall’Agnol, Brindisi, Castellini, Villa e maestri internazionali come Dave Gibbons, Barry Windsor-Smith, Bernie Wrightson, Simon Bisley, Katsuhiro Otomo, Masamune Shirow, Hermann, Schuiten e Moebius.
All’inizio ero affascinato dalla sintesi del segno ma ho capito che la sintesi è un punto d’arrivo e non di partenza. La mia indole è descrittiva, amo tavole dense ricche di dettagli quasi cinematografiche. Compreso questo ho assecondato la mia natura. Non so quanto le influenze siano riconoscibili nei miei lavori, forse possono dirlo meglio gli altri. Posso però dire che non lavoro mai con fumetti aperti sul tavolo. Se voglio richiamare uno stile lo faccio a memoria. Evito l’imitazione diretta, preferisco che le influenze si sedimentino e si trasformino in qualcosa di personale.
What’s next..?
Cosa prevede il futuro? Puoi rivelarci qualcosa su eventuali nuove uscite Bonelli sulle quali stai lavorando?
Antonio Marinetti – Attualmente sto lavorando a un nuovo Dylan Dog di cui ovviamente non posso dire molto, posso solo dire che è un albo dalle atmosfere buie e crepuscolari, in linea con il tema trattato.
Sto inoltre ultimando la mia seconda storia per Nathan Never: la prima, già completata, sarà uno speciale previsto indicativamente per il 2027; quella a cui sto lavorando ora dovrebbe invece uscire nella serie regolare, probabilmente entro l’anno.
Parallelamente sto collaborando con Edizioni Inkiostro a un progetto con [Rossano ndr] Piccioni dal titolo Lo Strozzino, destinato a fumetterie e librerie. Sono già circolate alcune anteprime e copertine. La data di uscita non è ancora definita: il lavoro è tuttora in corso.
Sai Rossano, il nostro lavoro è così: un momento ti ritrovi a gestire due o tre progetti contemporaneamente, e quello dopo sei al parco a dare da mangiare ai colombi perché il “telefono” non squilla. Anzi, sembra quasi rotto.

Lo Strozzino #1, di Rossano Piccioni e Antonio Marinetti pubblicato da Edizioni Inkiostro
Colgo l’occasione per ringraziare ancora Antonio per averci concesso questa intervista e per fargli un grande in bocca al lupo, da parte di tutta la redazione di Popcornerd, per i suoi progetti futuri.
Se siete interessati al suo lavoro, potete trovarlo su Instagram e Facebook.

Lobo, realizzato da Antonio Marinetti
Eventi
COMICON Napoli 2026 – Intervista agli sviluppatori di KOOMY
Al COMICON Napoli 2026 abbiamo incontrato il team di sviluppatori di Koomy, l’app per leggere i fumetti italiani in formato digitale.
Comics
Intervista a Giuseppe Camuncoli, artista al servizio del fumetto (e Foodmetto)
PopCorNerd intervista un grandissimo artista italiano: Giuseppe Camuncoli. Tra Foodmetti e fumetti, tra cui gli ultimi progetti (come le cover speciali realizzate per il Comicon di Napoli 2026) ecco cosa ci ha raccontato
Di disegnatori del calibro di Giuseppe Camuncoli ce ne vorrebbero di più.
L’Italia è ricca di arte e di artisti talentuosi che stanno ottenendo grande successo oltreoceano nel campo dei comics. Giuseppe, detto anche “Cammo”, è uno di questi: lavora e ha lavorato per Image Comics, DC Comics, Marvel, Star Wars e, ultimamente, ha messo anche la “bandierina” in territorio Disney con il lavoro su Zio Paperone insieme a Jason Aaron, ma soprattutto con la sua cover variant di Topolino n. 3675, che sarà disponibile in anteprima al Comicon Napoli 2026 e che conterrà anche una storia da lui disegnata “Topolino e lo sbandieramento vacanziero”, firmata ai testi da Gianluca Fru (co-autore del soggetto), Roberto Gagnor (sceneggiatura).
Ma non è ‘solo’ il suo lavoro nel fumetto a renderlo un artista incredibile: dall’attività di docente alla Scuola di Comics di Reggio Emilia fino a Foodmetti, sono davvero tanti i progetti che lo vedono protagonista.
Dovete capire, quindi, che non è stato facile preparare una serie di domande per il Cammo, dalle cui risposte potesse trasparire tutta la sua arte e le sue attività in pochi minuti di conversazione… perché ci sarebbero volute ore e ore di chiacchiere!
E tra la Milan Games Week 2025 e un paio di domande fattegli recentemente sui suoi ultimi lavori (per cui ci ha concesso ancora un po’ del suo tempo) l’autore ha rilasciato a PopCorNerd una bellissima intervista che segue e che racconta principalmente quante cose fa (e ha fatto) Giuseppe Camuncoli.
Preparatevi, perché sono tante e tutte molto interessanti. Buona lettura!
Giuseppe Camuncoli: da Gotham a Paperopoli, passando per Napoli insieme a… Dr. Destino e Fru
Grazie mille, Giuseppe, per essere qui con noi su PopCorNerd. Prima di parlare del tuo lavoro da autore, vorrei partire da un progetto che ti vede molto coinvolto personalmente: Foodmetti. Come è nato e come hai convinto CB Cebulski, editor in chief della Marvel, e gli altri tuoi ‘compagni d’avventura’ a creare questa associazione?
Giuseppe Camuncoli – Foodmetti è una società dedicata al mondo del fumetto, formata da persone che amano sia i fumetti che il cibo. È nata principalmente da una chiacchierata a tavola con Cristiano Tomei, chef del ristorante L’Imbuto, di cui ero fan e cliente ancor prima che diventasse un amico.
Gli avevo proposto una semplice collaborazione per un’illustrazione del ristorante, e lui mi ha rilanciato dicendo: “Perché non facciamo qualcosa che unisca fumetti e cibo?”.
Abbiamo iniziato a parlare di progetti editoriali, poi insieme a SaldaPress e all’amico Carlo Spinelli, critico gastronomico appassionato di fumetti, è nata l’idea di proporre a Lucca un contenuto nuovo: un salone tematico dedicato appunto a cibo e fumetto.
Così abbiamo fatto incontrare due mondi molto creativi e aperti alla collaborazione: tantissimi chef hanno accettato subito di partecipare, e allo stesso modo molti fumettisti si sono messi in gioco cucinando o preparando cocktail.
Ieri sera [giovedì 27 novembre 2025 n.d.r.], ad esempio, a Parigi, nella libreria Les Merveilles, abbiamo organizzato un evento gestito da Foodmetti con gli autori Juan Díaz Canales e Juanjo Guarnido per i 25 anni di Blacksad. C’era anche Giovanni Rigano, autore dello spin-off Weekly, insieme alla chef stellata italiana ma che vive a Parigi, Alessandra Del Favero, che ha preparato piatti a tema Blacksad.
Organizziamo spesso anche eventi esterni come questo. La chef si è prestata molto, ha giocato e ha studiato per riprodurre dei piatti che fossero ispirati all’epoca di Blacksad.
A noi piace portare sul tavolo idee che nascono dal food e avvicinarle al fumetto, o viceversa, e creare progetti che funzionino da entrambi i lati e divertano tutti: chi li fa e chi li vive degustando, assaggiando… insomma, esplorando entrambe le cose.

C.B. Cebulski ritratto da Giuseppe Camuncoli per Foodmetti
Passiamo ora al tuo lavoro da autore. Negli ultimi tempi ti troviamo ovunque: sui fumetti Marvel, Image, DC Comics, ora anche Disney. Insomma non ti fermi mai!
Giuseppe Camuncoli – Eh, cosa vuoi… è un peccato di gola! [risata n.d.r.] Da piccolo leggevo un po’ di tutto. Quando sono diventato autore ho iniziato in DC Comics, poi sono passato in Marvel e non ho mai voluto abbandonare nessuna delle due.
Poi è arrivata Image, e ancora il progetto Disney per Marvel America con la storia di Zio Paperone [Uncle Scrooge: Earth’s Mightiest Duck scritto da Jason Aaron n.d.r.] … Sono tutte cose che mi divertono e che trovo stimolanti. Mi annoio facilmente se faccio sempre le stesse cose.
Il mercato americano ti permette di variare molto, anche se fai sei anni su Spider-Man come è capitato a me: i ritmi sono velocissimi e cambi spesso quello che devi disegnare. Se c’è un personaggio che mi piace e non ho mai fatto, mi butto.
La sfida di Uncle Scrooge, per esempio, era fuori dalla mia comfort zone, ma è stata divertentissima.
Tra i personaggi che più associamo al tuo nome ci sono Hellblazer, Spider-Man e Batman. Qual è quello in cui ti senti più a tuo agio?
Giuseppe Camuncoli – John Constantine mi è sempre piaciuto fin da adolescente: è tormentato, ha un lato “sporco”, è maledetto, pieno di contrasti, luci e ombre.
È un personaggio super sfaccettato, che può permettersi cose che altri non possono fare, tipo fumare, che sì, non è politicamente corretto, ma fa parte del personaggio e mi piace che abbia mantenuto questa caratteristica.
Batman mi ha sempre affascinato enormemente, da quando ho letto The Dark Knight Returns di Frank Miller.
Spider-Man è più solare, ma ha i suoi lati oscuri, le sue difficoltà e viene messo in ombra dai fatti della vita. È difficile scegliere: hanno tutti cast fortissimi e autori che hanno lasciato il segno. E io ho avuto la fortuna di lavorare con scrittori che hanno fatto la storia di questi personaggi.

Spider-Man è come Certi amori di Antonello Venditti: non finisce, fa dei giri immensi e poi ritorna. Dopo Superior eccoti su Radioactive Spider-Man, miniserie all’interno dell’evento mutante Age of Revelation e su Giant-Size Amazing Spider-Man 1
Giuseppe Camuncoli – Su Radioactive Spider-Man ho fatto solo le copertine. Le faccio sempre molto volentieri.
L’anno scorso, invece, ho lavorato su Giant-Size con Kevin Smith ed è stato incredibile: sono suo fan dai tempi di Clerks. L’avevo già incontrato anni fa a New York durante una signing Marvel.
Lavorare con lui è stato emozionante: la storia era davvero divertente. Tornare su Spider-Man è sempre una gioia. Nonostante i sei anni passati a disegnarlo, se arrivasse di nuovo l’occasione, direi subito di sì. Tra poco finirò Undiscovered Country, quindi avrò più tempo per pensare ai prossimi progetti. A Spider-Man si dice sempre di sì.

Pagina tratta da Giant-Size Amazing Spider-Man 1 disegnata dal Cammo
A proposito di Undiscovered Country, la saga co-creata con Scott Snyder e Charles Soule è arrivata quasi alla sua conclusione. Una lunghissima avventura on the road in giro per questi Stati Uniti dal futuro distopico. Ogni 5 capitoli corrispondono a un viaggio dei protagonisti all’interno di una regione completamente diversa da quella precedente. A livello artistico è stato complesso dover gestire ambientazioni totalmente diverse l’una dall’altra?
Giuseppe Camuncoli – No, anzi: è stato entusiasmante proprio perché cambiavo scenario ogni volta. Ambientazioni diverse, abitanti diversi, atmosfere diverse. Io spesso mi annoio facilmente, quindi cambiare sempre è stato fantastico.
La fase creativa iniziale è la mia preferita: lo storytelling, i layout, immaginare le pose, costruire la scena… Anche nelle copertine cerco sempre un’impronta narrativa. Poi l’esecuzione è un’altra fase, più “artigianale”, comunque bella ma meno eccitante.
Tornando su Undiscovered Country, poter ripartire da zero immaginare nuovi scenari, villain e comprimari diversi è stato molto bello. Mi sono fatto aiutare molto da Charles e Scott che, essendo americani, mi hanno informato su diversi aspetti culturali e storici sugli Stati Uniti che ignoravo. Sono stati fantastici collaboratori.

Undiscovered Country, opera distopica Image Comics arrivata alle battute finali
Dopo averlo conosciuto a Lucca l’anno scorso mi piace definire Scott Snyder il “Tarantino dei fumetti” per l’entusiasmo in cui scrive e racconta le sue storie..
Giuseppe Camuncoli – [risata n.d.r.] il paragone con Tarantino ci sta.
Restando in tema Scott Snyder: parliamo dell’Absolute Universe. Hai debuttato all’interno dello speciale Absolute Evil. In questo numero esordisce anche Absolute Green Arrow, graficamente creato da te. Cosa hai voluto mantenere del vecchio Oliver Queen e cosa invece hai voluto cambiare?
Giuseppe Camuncoli – Sì, ho disegnato una storia per il Free Comic Book Day: otto pagine che introducevano il villain Absolute Mirror Master. Poi ho fatto Absolute Evil, che introduce un sacco di personaggi in versione Absolute, compresi Hawkman e Lex Luthor.
Mi è stato chiesto anche di disegnare Green Arrow, ma non posso dire molto perché hanno dei piani. Ho cercato di renderlo riconoscibile e classico, non troppo diverso. Ma la sua caratterizzazione è diversa a livello di formazione: quando appare non è ancora l’arciere conosciuto dai lettori, ma si sta allenando.
Al Ewing voleva una sorta di tuta da palestra verde. Gli ho messo il cappuccio perché funzionava sia per quel contesto che come richiamo al costume tradizionale.
Certo, che poi… vabbè, non spoileriamo, ma dovrebbe uscire un progetto a lui dedicato [DC Comics ha annunciato Absolute Green Arrow in arrivo a maggio 2026 negli U.S.A. n.d.r.].
Lavorare su Absolute Evil è stato bellissimo: adoro i cattivi. Ci sono tanti dialoghi e tensioni interne: una Justice League al contrario che si riunisce per la prima volta per contrastare i “buoni” e le dinamiche interne tra i vari personaggi sono fantastiche.
In più ho la fortuna di lavorare sempre con scrittori molto bravi come Al Ewing o Jeff Lemire sulla storia breve. È stato un ottimo team. Non mi posso lamentare.

A Lucca Comics 2025 ho visto diversi robot sparsi per la città e ho scoperto dopo che sono frutto di un progetto che ti hanno visto collaborare con Hera. A livello grafico sei tu che hai ideato stilisticamente questi robot. Cosa ci puoi raccontare di questo progetto?
Giuseppe Camuncoli – Ho creato il design di questi ‘mecha’, 6 robot più un settimo che è stato creato per Ecomondo, fiera post Lucca Comics. Gli studenti di tre scuole d’arte hanno costruito i robot partendo dalle mie basi. Alla fine i robot sono cambiati molto, perché io avevo dato solo una traccia: non sapevo quali materiali avrebbero usato, erano tutti pezzi di recupero.
Quindi poi, ripartendo dalle foto dei robot ‘veri’, insieme al mio ex allievo Giacomo Gheduzzi abbiamo poi realizzato le illustrazioni definitive e ufficiali, che sono poi diventate magliette, portachiavi, tovagliette, e anche un portfolio a tiratura limitata e firmata.
All’inizio non sapevamo che nel progetto sarebbe entrata anche Lamborghini, arrivata in un secondo momento: quando è successo, hanno utilizzato parecchi pezzi di scarto ‘Lambo’, e questo ha dato ai robot una connotazione più “alla Transformers”.
L’idea di Hera è di riutilizzare materiali destinati allo scarto per creare opere d’arte. Ogni anno organizzano un progetto diverso, e quest’anno volevano superarsi con i robot.
Vederli dal vivo a Lucca è stato incredibile. Sono rimasto folgorato da come i bambini sono rimasti affascinati, perché anch’io da piccolo ne sarei rimasto estasiato da delle opere del genere, quasi a pensare che siano veri.
Ho conosciuto molti dei ragazzi che li hanno costruiti: hanno fatto un lavoro pazzesco. E anche Lamborghini ha espresso un apprezzamento, cosa non scontata.
Insomma, un bellissimo progetto che ha dato a tutti grandissime soddisfazioni!

In foto: Giuseppe Camuncoli in mezzo ad alcuni incaricati del progetto, con alle loro spalle i robot HERA
*In fase di adattamento dell’intervista, Giuseppe si è reso disponibile per rispondere a due ultime domande su progetti attualissimi e contemporanei!
Su Logan Black White e Blood 4 [disponibile attualmente negli U.S.A. n.d.r.] realizzi la tua prima storia come autore unico. Come è stato approcciarsi anche alla scrittura rispetto al lavorare su una sceneggiatura di altri colleghi?
Giuseppe Camuncoli – Beh, è stato emozionante, davvero quasi come se fosse il mio primo fumetto. Erano anni che mi chiedevo se prima o poi mi sarebbe mai capitato di scrivere qualcosa, mi veniva continuamente chiesto in conferenze e interviste, e mi sono sempre detto che l’avrei fatto solo se mi fossi sentito pronto a farlo. È capitato che l’editor Mark Basso mi abbia proposto di scrivere questa short story di Logan, personaggio che adoro da sempre, che avrei dovuto solo disegnare e mi sono detto che, perchè no, questa poteva essere l’occasione buona. Del resto erano solo dieci pagine e Mark mi ha seguito e aiutato davvero tantissimo, soprattutto in fase di elaborazione e sviluppo dell’idea.
Mi sono sentito subito a mio agio, e del resto ci speravo perchè in tutti questi decenni (che ormai sono quasi tre) di lavoro a stretto contatto con scrittori bravissimi un qualcosa l’ avrò pur imparato. Sono rimasto davvero molto soddisfatto di questo piccolo ma importantissimo lavoro, e ho atteso come un debuttante le recensioni che finora sono state davvero molto lusinghiere. Ripeto, questo lavoro mi ha fatto tornare a emozionarmi come non capitava da anni.
Poi peraltro è successo che, altrettanto casualmente, poco dopo Peach Momoko mi ha chiesto di scrivere e disegnare un’altra sequenza breve di cinque pagine per il suo progetto antologico Sai: Dimensional Rivals, e dato che ero ancora ‘caldo’ dalla prima esperienza ho accettato.
Devo dire che mi piace molto questo assetto da ‘autore unico’. Vado molto per gradi e naturalmente ancora non saprei dire se potrò essere in grado di gestire qualcosa di più complesso rispetto qualche storia breve e semplice. Ma intanto il passo è stato fatto, e anche se non dovessi mai più scrivere nessun fumetto, almeno mi sono tolto la soddisfazione.

Ultima domanda: per il Comicon di Napoli 2026 hai realizzato due cover variant cover incredibili: una per Topolino con protagonista Fru dei The Jackal, comico napoletano in versione disneyzzata, e una per l’ottavo numero della maxi-serie Un mondo sotto Destino che vede Victor Von Doom ritratto su un muro al posto di un mito e dio per i tifosi di calcio napoletani: Maradona! Come nasce la realizzazione di queste copertine così speciali?
Giuseppe Camuncoli – Beh intanto avere questo doppio incarico è un grande onore e un grande piacere, dato che Napoli è una città per me molto importante. Non solo perché la amo e frequento da trent’anni, e non solo perché al Comicon io e Matteo Casali vincemmo, tantissimi anni fa, il nostro primo premio per il nostro fumetto d’esordio, Bonerest, ma anche (e soprattutto) perché da Napoli viene mia moglie Jessica.
Sono legato a questa città in maniera viscerale, e queste due copertine, ognuna a modo loro, vogliono essere un omaggio sentito e in qualche modo sentimentale.
Quella di Topolino vede il nostro Topo preferito e Jean Luke Froow, l’alter ego Disney di Fru, zaini in spalla a spasso per San Gregorio Armeno, nei vicoli e in mezzo alla gente di Napoli, con in mano un trancio di pizza e una classica pizza a portafoglio. Mi sembrava un bel modo di raccontare un momento di pausa durante un viaggio, essendo la storia all’interno dell’albo dedicata a rocamboleschi viaggi per mare in compagnia del fido Pippo.
La location mi è stata suggerita da mia cognata Roberta, che conosce Napoli benissimo, e ho poi scoperto che anche lo stesso Fru è un amante dello street food, per cui la mia idea è risultata azzeccata.
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Invece la richiesta e l’idea per la variant di Destino viene dall’ottimo Nicola Peruzzi di Panini, e mi è sembrato subito un colpo di genio quello di rappresentare Doom l’usurpatore e spietato tiranno al posto del divino Diego, in un altro angolo di Napoli che è unico e iconico. Spero che queste copertine possano piacere ai lettori così come è piaciuto a me realizzarle. Ci ho messo un pezzo di cuore.

Grazie mille Giuseppe per essere stato con noi su PopCorNerd. Alla prossima, che, sicuramente, ci sarà!
Giuseppe Camuncoli – Volentieri! Grazie a voi.
Giuseppe Camuncoli: biografia

Giuseppe Camuncoli, disegnatore classe 1975, esordisce professionalmente con l’autoproduzione Bonerest, in seguito tradotta e pubblicata anche negli Stati Uniti da Image Comics.
Dopo alcune altre uscite italiane, sbarca sul mercato americano con Swamp Thing (scritta da Brian K. Vaughan). Da allora lavora principalmente per DC Comics e Marvel Comics su testate come Batman, Hellblazer, Batman: Europa, The Amazing Spider-Man e Darth Vader. È disegnatore e co-autore della serie Image Comics Undiscovered Country, scritta da Scott Snyder e Charles Soule.
Nel 2022 è l’ideatore e il co-fondatore di FOODMETTI, il salone che coniuga il mondo del fumetto con quello del food & beverage, che debutta lo stesso anno a Lucca Comics & Games.
È inoltre direttore artistico e docente di fumetto alla Scuola Internazionale di Comics di Reggio Emilia, città in cui vive con la moglie Jessica e la figlia Martina.
Cinema
IL RITORNO DI BRANDON LEE… E NON SOLO
Nevermore’s Library: buongiorno pubblico, come state? Siete pronti per un’altra avvincente avventura dai contorni macabri e oscuri? Oggi abbiamo l’onore di presentare un’altro intrus… ehm, volevo dire ospite, si era già autoinvit… ehm, dicevo che lo avevo invitato già il mese scorso.
Con grande onore è qui con noi il noto Eric Draven, ovvero l’iconico protagonista de Il Corvo. Scopriamo insieme com’è nato tutto il progetto.

Locandina del film “il Corvo” di Alex Proyas del 1994
Nevermore’s Library: Brandon, partiamo dall’inizio. Prima di essere un’icona del cinema, eri solo inchiostro su carta, nasci infatti dal fumetto di James O’Barr che ha preso spunto da fatti reali, giusto?
Brandon Lee: Oh, assolutamente, il mio amico James dopo aver perso la sua fidanzata a causa di un guidatore ubriaco e aver letto di due persone uccise per un anello da 20 dollari si è arruolato nei Marines in Germania nei primi anni ’80 e nel 1981 ha cominciato a dare vita al mio personaggio. Invece di darsi al giardinaggio, ha deciso di riversare ogni grammo di dolore, nichilismo e musica post-punk in una graphic novel. Io sono nato così!

Prime edizioni de “Il Corvo” di James O’Barr
Nevermore’s Library: Quindi Eric Draven è la medesima rappresentazione di James O’Barr?
Brandon Lee: Esatto. Quell’Eric che vedi disegnato nel fumetto è ciò che James voleva essere in quel momento: qualcuno capace di tornare indietro e aggiustare le cose con la violenza, perché la realtà non glielo permetteva. James viveva in un appartamento minuscolo, ascoltava i Joy Division a ripetizione e leggeva le poesie di Rimbaud e Baudelaire. Ecco perché parlo in rima nel film! James era ossessionato dalla poesia decadente e dal punk. Io sono il risultato di quel mix: un poeta maledetto e un ragazzo gothic con l’eye liner.


Riproduzioni dell’originale Eric Draven di James O’Barr
Nevermore’s Library: E come ti ha descritto graficamente?
Brandon Lee: Diciamo che se i The Cure e i Joy Division avessero avuto un figlio cresciuto a pane e vendetta, sarei stato io. James non disegnava solo un fumetto, stava esorcizzando dei demoni. Le sue intenzioni non erano quelle di creare un supereroe, con il trucco ispirato ad Alice Cooper anche perchè i suoi due volumi di fumetti sono un insieme di più storie in cui i protagonisti sono dei “revenant”. Dall’aldilà tornano sulla Terra per rimettere a posto delle ingiustizie rimaste in sospeso.



Immagini di Eric Draven di James O’Barr prese dal fumetto
Nevermore’s Library: Come sei finito nelle mani di Alex Proyas?
Brandon Lee: In primo luogo deduco che Alex dopo aver letto la saga di fumetti di O’Barr, sia rimasto particolarmente colpito dalla vicenda che vede me come protagonista. Allo stesso tempo aveva l’idea di una città che sembrasse uscita da un incubo in cui la storia si sarebbe svolta in un contesto notturno che rispecchiasse il fumetto in bianco e nero. Mi hanno scelto perché, sai, avevo quel mix di agilità da arti marziali e quella malinconia da “non ho dormito negli ultimi trent’anni”.

Nevermore’s Library: si dice che chiunque abbia visto il film Il Corvo abbia anche visto di sfuggita James O’Barr…
Brandon Lee: è verissimo, ha fatto una breve comparsa quando durante una scena di caos generale per la città era intento a rubare un televisore…..quel bravo ragazzo…
Nevermore’s Library: Parliamo delle riprese. Deduco che non si siano svolte in qualche paradiso tropicale…
Brandon Lee: Certo, se per paradiso intendi Wilmington, North Carolina, sotto una pioggia artificiale incessante a temperature polari. Il film è uscito nel 1994 e abbiamo girato quasi tutto agli EUE/Screen Gems Studios. Praticamente ho passato mesi al buio saltando fradicio da un tetto all’altro. Il catering era buono, ma il trucco mi finiva sempre nel caffè.

Nevermore’s Library: E l’atmosfera sul set? Si dice fosse… movimentata.
Brandon Lee: “Movimentata” è un eufemismo delizioso. È stato uno dei set più sfigati della storia, e lo dico io che sono il protagonista del film. Uragani che distruggono i set, carpentieri che si folgorano, camion che prendono fuoco spontaneamente. Sembrava che il corvo non fosse l’unico uccello del malaugurio in giro. Basti poi vedere che fine hanno fatto fare a me…

Nevermore’s Library: È vero che James inizialmente non voleva che il film si facesse?
Brandon Lee: Aveva il terrore che Hollywood trasformasse il suo dolore in un “Rambo con il trucco da clown”. Quando però ha incontrato me, Brandon Lee, e ha visto che non volevo solo fare l’eroe d’azione, ma che capivo il peso della sua perdita, si è convinto. Mi raccontò che inizialmente aveva pensato di chiamare il protagonista “James”, ma era troppo doloroso. Così scelse “Eric”. Fra l’altro il primo candidato per questa parte è stato Johnny Depp, ma era talmente impegnato in altre produzioni che non ha potuto accettare. Io mi sono presentato alle audizioni e sono rimasti tutti colpiti dalla mia abilità nelle arti marziali grazie anche a papà Bruce Lee, tanto che non ci sarebbe stato quasi per niente bisogno degli stunt men.
Nevermore’s Library: E come ha reagito quando ha visto il risultato finale?
Brandon Lee: James ha detto che guardare me sullo schermo era come vedere una versione più bella e carismatica del personaggio nato dalla sua penna. Ma c’è una cosa ironica: seppure lui avesse creato Il Corvo per superare una morte, il destino ha voluto che il film ne creasse un’altra, la mia, infatti io sono la prova viven…oops
Nevermore’s Library: Ecco meglio chiudere qui….Un’ultima cosa: come ci si sente a essere il paladino di tutti i goth del mondo dagli anni ’90?
Brandon Lee: È un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo. E poi, ammettiamolo: il nero snellisce tantissimo.
Primo ospite inatteso: anche a me piace vestire di nero ma purtroppo avendo le mani a forma di forbici mi strappo i vestiti…
Secondo ospite inatteso: si è vero anch’io sono sempre vestito di nero anche sotto Natale…sono uno spilungone alto più di due metri con la testa che sembra una zucca a forma di teschio e faccio fatica a trovare vestiti della mia tagla
Nevermore’s Library: potete dirci il vostro nome e come avete fatto ad entrare qui?
Primo ospite: piacere sono Edward, Edward mani di forbice…

Secondo Ospite Inatteso: molto piacere mi chiamo Jack….Jack Slellington o Skeletron a vostro piacimento….e lei è mia moglie Sally, una bambola di pezza

Nevermore’s Library: ma voi in realtà non esistete…siete una magistrale invenzione di Tim Burton…come siete arrivati fin qua?
Edward: Io stavo lavorando dal parrucchiere e ho visto la porta dello studio aperta…
Jack: riguardo me e Sally dovete sapere che presso la nostra città di Halloween c’è un bosco particolare chiamato Hinterland dove i tronchi degli alberi nascondono dei passaggi segreti attraverso i quali si accede ad altri mondi e altre festività….c’è l’albero del Natale, della Pasqua e quello di Popcornerd
Nevermore’s Library: allora avviso la redazione così per la vostra intervista ci catapultiamo tutti nel vostro mondo di Halloween…o meglio nella geniale mente di Tim Burton!!!
STAY TUNED!!!
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