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Iban Coello, l’artista Marvel che strizza l’occhio a manga e picchiaduro

Abbiamo intervistato Iban Coello, artista catalano in forza a Marvel, disegnatore di Venom, Dark Ages, Fantastici 4 e dell’ultimo lavoro di Jonathan Hickman, Imperial

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Da qualche anno a questa parte la Spagna è patria di alcuni dei talenti più cristallini che si stanno facendo strada nel mondo dei comics. Tra questi spicca Iban Coello, artista catalano dal tratto elegante, limpido e dinamico.

Un disegnatore che matura il suo stile assimilando quanto possibile dai maestri d’arte orientale come il mangaka Akira Toriyama e la sua intramontabile opera Dragon Ball, ma che riesce a cogliere quanto più possibile anche dai videogiochi. E chi conosce il tratto di Iban non può non ritrovare nei suoi disegni ‘qualcosa’ dei titoli Capcom, ad esempio.

Ma nonostante un debole per arte e artisti orientali, Iban Coello è diventato un importante disegnatore Marvel, tanto da essere selezionato insieme a Federico Vicentini da Jonathan Hickman, il più grande sceneggiatore in forza attualmente alla Casa delle Idee, per prestare la sua arte all’ultima fatica fantascientifica del deus ex machina dell’Ultimate Universe: Imperial.

La saga cosmica Marvel, arriverà a giorni in Italia e Iban ha concesso a PopCorNerd un po’ del suo tempo per poter fare quattro chiacchere sul suo percorso da artista, rivelandoci alcuni interessanti aneddoti su alcuni lavori a cui ha preso parte. Ecco a voi Iban Coello!


Iban Coello si racconta: dall’amore per Dragon Ball sino alle guerre cosmiche di Imperial

PCN – Mi piacerebbe iniziare l’intervista chiedendoti come è nato il tuo stile.
Hai un tratto pulito e dinamico, e riguardando alcuni dei tuoi primi lavori ho notato somiglianze con autori degli anni ’90 come Joe Madureira o Jeff Matsuda. Ma, da quanto ho letto in alcune tue dichiarazioni, hai trovato ispirazione anche nell’arte orientale e in alcuni grandi mangaka.
Quindi, quali artisti ti hanno davvero ispirato all’inizio della tua carriera?

Iban Coello: Allora… le mie ispirazioni iniziali sono sempre state piuttosto chiare. Credo che, soprattutto, sia stato molto influenzato da Dragon Ball e dall’opera di Akira Toriyama.

Il Majin Vegeta di Iban Coello, omaggio ad Akira Toriyama

Ma anche il fatto di essere stato un videogiocatore fin da piccolo, specialmente nelle sale giochi, mi ha influenzato molto. Mi ha colpito tantissimo tutta la parte artistica dei videogiochi, soprattutto quelli della Capcom e SNK.

Artisti come Shinkiro e Bengus mi hanno influenzato e mi hanno aiutato a godermi ancora di più quello che faccio.
È qualcosa che cerco di portare ogni giorno nel mio lavoro, insieme alle influenze che ho dal fumetto americano, europeo e giapponese.

PCN – Il tuo tratto pulito è legato a uno dei personaggi più “sporchi” e viscerali dell’universo Marvel: Venom. Con uno stile fluido come il tuo, ti è stato facile adattarti a un personaggio così intenso?

Iban Coello: Devi capire che disegno Venom e Spider-Man da quando ero piccolissimo. Li disegnavo sui bordi dei quaderni a scuola e li ho disegnati un’infinità di volte.
L’unica cosa che ho dovuto fare è stata adattarmi un po’ al tipo di disegnatore che sono ora, con altre influenze. Le basi le avevo già: il “programma per disegnare Spider-Man” era già installato [risata n.d.r.], ho solo continuato a perfezionarlo col tempo.

PCN – Su Venom hai lavorato prima con Donny Cates e poi con Al Ewing, due sceneggiatori straordinari. Come artista, quali differenze hai notato tra il Venom di Cates e quello di Ewing?

Iban Coello: Penso che la differenza principale sia che Donny Cates punti di più sull’emotività. È più concentrato sulla storia e sui concetti che vuole raccontare, che sono incredibili, ma ciò che lo muove davvero è l’emozione.

Al Ewing, invece, è più tecnico e riflessivo; anche quando parla di lavoro, lo fa in modo più tranquillo e razionale.
Entrambi sono persone adorabili e molto gentili, ma la differenza tra loro, dal mio punto di vista, è quella: uno è più emotivo, l’altro più cerebrale.

PCN – Ultimamente hai pubblicato su Instagram un’immagine con una copertina da te disegnata del Venom di Cates.

Iban Coello: Sì, credo che fosse l’ultima copertina che ho fatto per lui: quella con Venom che cammina verso l’oscurità. [Venom vol. 4 #34 n.d.r.]

Cover di Venom vol. 4 #34

PCN – Ti sei divertito a lavorare su Venom War?

Iban Coello: Sì, molto. Quando lavoravo su Venom ero molto giovane e non mi ero ancora completamente adattato a ciò che volevo disegnare; forse non avevo abbastanza sicurezza e mi concentravo più sul finire il lavoro che sul divertirmi, perché volevo essere professionale.

Ora, con l’età e con più tempo per esercitarmi ed esplorare, mi godo molto di più ciò che faccio. Quando ho lavorato su Venom War, avevo un maggiore controllo su ciò che disegnavo e me lo sono davvero goduto. È stato molto divertente.

PCN – Dopo un personaggio oscuro, sei passato a un’era oscura: Dark Ages. Insieme a Tom Taylor hai creato questo What if che ti ha dato molta libertà creativa, trattandosi di un universo non canonico. Anche se hai usato personaggi Marvel, hai potuto reinterpretarli a modo tuo.
Com’è stato costruire un mondo da zero? Hai potuto scegliere tu stesso alcuni personaggi della storia?

Iban Coello: No, no è stato Tom ad avere l’idea iniziale su quali personaggi utilizzare, che poi io ho sviluppato e reinterpretato. Diciamo che, per i personaggi principali, avevo già un’idea più o meno chiara della direzione della storia e di alcuni concetti di design.

Per esempio Iron Man: sapevo che doveva avere uno stile steampunk. Così ho proposto delle idee, e oltre ai personaggi che disegnavo direttamente io, Tom aveva fornito alcune linee guida, soprattutto per Iron Man. Lui aveva le idee molto chiare, ma ho cercato di aggiungere un tocco personale.

Lo Steampunk Iron Man di Iban Coello per Dark Ages

Ad esempio, gli dissi che la gente in quel nuovo mondo non avrebbe smesso di indossare i vestiti che portava prima. Nel caso di Iron Man, ha molte armature, quindi sarebbe stato poco realistico costruirne una nuova da zero senza risorse né macchinari.

Ho pensato che avrebbe potuto riutilizzare le sue vecchie armature e adattarle per creare quella versione steampunk che volevamo, invece di costruirne una completamente nuova.
Se guardi bene, infatti, si tratta di pezzi di altre armature, come la Extremis o altre più recenti che ho integrato.

L’idea era che Tony, con un martello e attrezzi normali, modificasse quei pezzi fino a renderli funzionali.
C’era un pizzico di fantasia, certo, ma questo era lo spirito dei design.

La stessa cosa per gli altri personaggi: ad esempio Johnny Storm indossa una tuta ignifuga che sembra quasi quella di un astronauta. Mi sono ispirato molto a The Fury, un personaggio di Metal Gear Solid 3.
Perché? Perché avevo cercato molte tute ignifughe dei vigili del fuoco, poi ho adattato il concetto per il costume di Johnny.

La mia idea era che, non avendo più la tecnologia per creare i costumi speciali dei Fantastici Quattro, una volta deteriorati non avrebbero potuto rimpiazzarli.
Ho cercato di adattare l’abbigliamento di ciascuno: per esempio, quello di Reed Richards è da avventuriero-scienziato, con tasche per strumenti e gadget, perché i Fantastici Quattro sono sempre legati all’esplorazione.

Con Johnny Storm, invece, c’era un problema: ogni volta che prende fuoco, brucia il costume. Allora ho pensato a The Fury, che è sempre in fiamme ma la tuta resiste.

Ho cercato riferimenti di tute reali, guardato video e documentazione per capire come funzionano e poi ho adattato tutto per creare un design unico.

È per questo che il costume è così com’è. Peccato per quello che accade nel fumetto… è una storia interessante sul viaggio originale di Johnny Storm in Dark Ages.

PCN – Con Fantastic Four di Ryan North hai contribuito a rinnovare la “prima famiglia” Marvel. Nei primi numeri, ogni albo si concentrava su un membro del gruppo, dandoti la possibilità di lavorare su ognuno dei F4 separatamente.
Con chi ti sei trovato più a tuo agio e con quale hai avuto più difficoltà?

Iban Coello: Quello con cui mi sono divertito di più è stato Reed Richards. Disegnarlo è stato un po’ come lavorare su Venom: potevo allungarlo, giocare con la texture elastica e viscosa, usare alcuni trucchi simili.

Mi sono divertito molto anche con Johnny Storm: volevano che fosse diverso, non la classica Torcia Umana in fiamme. Mi chiesero di farlo sembrare una persona realmente avvolta dal fuoco. Per questo il suo design è così scuro: quando Johnny brucia, è quasi una silhouette nera circondata dalle fiamme.
Ho guardato molte immagini e video, non di persone in fiamme, ovviamente! [risata n.d.r.] ma di oggetti, e ho notato che resta sempre una macchia nera al centro del fuoco. Così ho cercato un modo per rappresentarlo.

Il personaggio con cui mi sono trovato meno a mio agio, invece, è stata La Cosa, perché volevo disegnarlo in modo diverso, ma le indicazioni iniziali erano molto classiche, distanti dalla mia idea. Io volevo farlo più imponente, più moderno, con un corpo più massiccio.

Alla fine abbiamo trovato un compromesso, ma mi è costato un po’ adattarmi. Inoltre, l’inizio su Fantastic Four è coincisa con la gravidanza di mia moglie. È stato un periodo complicato: ho disegnato molte pagine dall’ospedale.
Tra quello e la nascita di mio figlio, è stato un momento difficile. Disegnavo quasi in modalità automatica, solo per finire in tempo e poter stare anche con la mia famiglia.

PCN – Domanda molto importante: quel Johnny Storm con i baffi è stata una tua idea o di Ryan North?

Iban Coello: In realtà è stata un’idea di Ryan. Nel copione era scritto che Johnny doveva avere i baffi, ma io avevo capito male che tipo di baffi intendesse! Ho disegnato quelli che si vedono nelle pagine e a Ryan sono piaciuti subito.
Non se lo aspettava, e nemmeno io. È stato un malinteso, ma ci è piaciuto e l’abbiamo lasciato così.

Gli improbabili baffi di Johnny Storm!

PCN – Di recente ho letto una storia dei Fantastici Quattro di Mark Waid e Mike Wieringo [Fantastic Four #511 ristampato su Marvel Masterseries – Fantastici Quattro di Mark Waid e Mike Wieringo #2 n.d.r.] in cui i personaggi incontrano Jack Kirby, e nel disegno che Kirby fa come regalo al quartetto, Johnny Storm ha i baffi.

Iban Coello: Non lo sapevo! Probabilmente Ryan ha voluto rendere omaggio a quell’epoca.

PCN –  Parliamo del tuo ultimo lavoro: Imperial. Una saga di fantascienza orchestrata dall’“architetto” dell’universo Marvel, Jonathan Hickman. Io la definisco il Game of Thrones spaziale della Marvel. Sei d’accordo con questa descrizione?

Iban Coello: Sì, totalmente. C’è un po’ di tutto: cospirazioni, segreti, tradimenti, personaggi che muoiono… sì, credo che fosse proprio quella l’idea. Anche se manca ancora l’ultimo numero.

PCN –  Negli Stati Uniti non è ancora uscito, giusto?

Iban Coello: No, credo che esca tra fine ottobre e inizio novembre. [Imperial #4 è uscito a novembre negli USA. Da noi il #1 numero italiano arriverà il 18 dicembre! n.d.r.]

PCN –  In Imperial condividi la parte grafica con Federico Vicentini. Com’è stato lavorare insieme a un altro artista sulla stessa sceneggiatura?

Iban Coello: Mi sono trovato davvero bene. Federico è un tipo fantastico, molto comunicativo. A volte ci scriviamo su WhatsApp per coordinarci. I nostri stili sono diversi, ma si completano perfettamente. È un artista incredibile e credo che il risultato finale sia molto equilibrato. È stata un’esperienza molto positiva.

PCN –  Sì, i vostri stili sono diversi ma si combinano perfettamente. È stato difficile creare o ridisegnare i nuovi personaggi e i costumi della saga?

Iban Coello: Sì, parecchio. C’è stato tantissimo lavoro di design. Io e Federico ci siamo divisi i personaggi, ciascuno si occupava di alcuni, poi ci coordinavamo per mantenere coerenza visiva. Anche l’editor ci ha aiutato molto a dare unità al tutto.
Ho cercato moltissimi riferimenti, anche da Planet Hulk, sia online che nei fumetti. È stato un processo lungo e impegnativo, oltre al normale lavoro di disegno.

Design dell’Hulk che vedremo in Imperial

PCN –  Alcuni personaggi, come Hulk, vivono situazioni molto diverse in Imperial rispetto alle loro serie principali. I lettori dovrebbero aspettarsi una spiegazione?

Iban Coello: Non posso dire molto, perché non sto leggendo la serie regolare di Hulk. Ho letto solo i primi numeri dell’arco di Phillip Kennedy Johnson.
So che dovevo disegnare Bruce Banner con i capelli lunghi, seguendo le references, ma non so esattamente quanto differisca. Non so se Jonathan e Phillip si siano coordinati o se abbiano seguito strade separate.

PCN –  Hai lavorato principalmente per Marvel, giusto?

Iban Coello: Sì, anche se ho lavorato anche per Dark Horse e DC: ho fatto alcuni numeri singoli. Ho partecipato a Superboy dei New 52, ho disegnato qualcosa su Injustice e Justice League. Non ricordo esattamente però… è passato parecchio tempo.

Superboy by Iban Coello

PCN –  Se tornassi a lavorare per DC, su quale personaggio ti piacerebbe lavorare? Non vale dire Batman, che lo dicono tutti gli artisti!

Iban Coello: [risata n.d.r.] No, no, Batman no. Ci ho provato, ma non ci troviamo. Non riesco a disegnarlo bene.
Penso che sceglierei Superman.

Per me, Superman è la cosa più vicina a Dragon Ball che potrei disegnare nel fumetto americano. In fondo, Goku è una versione di Superman. Le battaglie, i raggi, la gente che vola… è tutto molto “Superman”. Solo che lui ha un messaggio più positivo e meno violento. Quindi sì, direi Superman.

PCN – Ultima domanda. Visto che hai terminato Imperial, nei tuoi prossimi progetti, resterai nello spazio profondo dell’universo Marvel, tornerai a qualche serie “aracnide” o magari… ti unirai ai mutanti, visto che ho la sensazione che ti piacciano molto?

Iban Coello: [risata n.d.r.] Non posso ancora parlarne finché non verrà annunciato ufficialmente, ma posso assicurarti che mi divertirò moltissimo.

PCN – Perfetto. Speriamo di rivederti presto allora. Grazie mille per il tuo tempo, Iban!
Iban Coello: Grazie a te!


Iban Coello: biografia

Dopo aver esordito su Star Wars (Dark Horse) Iban Coello, ha disegnato Superboy, Batman Beyond e Justice League Beyond per DC Comics prima di firmare un contratto in esclusiva per la Marvel dove ha associato il suo nome a Venom disegnando la serie regolare del simbionte e gli eventi Venomverse e Venom War, senza dimenticare Dark Ages e il suo preziosissimo lavoro su Fantastic Four con Ryan North.
L’ultimo lavoro è la miniserie cosmica Imperial su testi di Jonathan Hickman, terminata negli U.S.A. ma in arrivo a breve in Italia grazie a Panini Comics.

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30 anni di Kingdom Come, il migliore Elseworlds di sempre

30 anni dopo, Kingdom Come di Mark Waid e Alex Ross è ancora un capolavoro e forse il migliore Elseworlds mai realizzato da DC Comics

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A distanza di trent’anni (sì perché sono passati tre decenni) Kingdom Come viene ricordata non solo come una grande storia, ma bensì come la storia Elseworlds per eccellenza della DC Comics. E più passa il tempo, più quest’idea diventa una certezza confermando quanto Kingdom Come sia un vero e proprio capolavoro.

Nel 1996, Mark Waid e Alex Ross hanno fatto qualcosa che, all’epoca, sembrava quasi controcorrente. Mentre l’industria spingeva sempre di più verso un’estetica cupa, violenta e “estrema”, loro hanno preso l’Universo DC e lo hanno proiettato nel futuro, costruendo una storia progressista che rifletteva anche su tutto quello che i supereroi erano stati fino a quel momento.

Quando si parla di Elseworlds, il primo pensiero va subito alle versioni alternative dei personaggi. Un Batman diverso, un Superman fuori contesto, una Wonder Woman reinterpretata. Tra fine anni ’80 e primi 2000, l’etichetta Elseworlds ha giocato tantissimo con questa idea: “cosa succederebbe se…?”.

Poi arriva Kingdom Come e cambia le regole del gioco.

Il futuro distopico di Kingdom Come

La storia ci porta in un domani dove la Justice League non esiste più. Superman si è ritirato, il mondo è andato avanti senza di lui… e non è andata benissimo.

Al suo posto c’è una nuova generazione di metaumani, più aggressiva, impulsiva, decisamente meno interessata a concetti come responsabilità o controllo. Il simbolo di questo cambiamento è Magog, che incarna perfettamente lo spirito “anti-eroico” degli anni ’90.

Quando la morte di Captain Atom provoca una catastrofe devastante nel cuore degli Stati Uniti, Kal-El è costretto a tornare. E quello che trova è un mondo che non riconosce più.

Da lì parte tutto: la ricostruzione della Justice League, il ritorno di figure storiche, il tentativo disperato di rimettere ordine in un sistema ormai fuori controllo. Ma Kingdom Come non è una storia di rinascita classica. È una storia di scontro, di incomprensione tra generazioni, di scelte sbagliate fatte anche dalle persone giuste.

A fare da “testimoni” ci sono Spectre e Norman McCay, un uomo comune trascinato in mezzo a qualcosa di troppo grande. È attraverso i loro occhi che vediamo il conflitto tra umani e superumani diventare sempre più insanabile.

Il momento in cui tutto esplode

C’è un punto in cui Kingdom Come smette di essere una riflessione e diventa tragedia pura.

Superman, nel tentativo di controllare la situazione, costruisce una prigione per metaumani: o ti unisci alla League, o vieni rinchiuso. Una scelta estrema e inusuale per l’Uomo d’Acciaio, quasi autoritaria, che segna il punto di non ritorno.

Nel frattempo Lex Luthor muove i fili nell’ombra, manipolando eventi e persone. Tra queste c’è Billy Batson, la chiave di tutto. Quando Billy torna a essere Shazam, si schiera contro Superman. E lì arriva l’inevitabile: lo scontro totale.

Nel mezzo, l’umanità decide di intervenire. Le Nazioni Unite lanciano un’arma nucleare. Fine dei giochi. O quasi.

Il sacrificio di Shazam è uno dei momenti più potenti della storia: un gesto disperato per salvare ciò che resta. Ma il danno è fatto. La maggior parte dei metaumani muore. Il mondo cambia per sempre.

Le conseguenze dei propri errori

Ed è qui che Kingdom Come fa qualcosa che pochissime storie riescono a fare davvero bene: non si limita alla distruzione, ma guarda alle conseguenze.

Batman, Superman e Wonder Woman non tornano semplicemente a essere gli eroi di sempre, ma cambiano ed evolvono.

Clark e Diana si dedicano alla riabilitazione, mentre Bruce trasforma Villa Wayne in un ospedale. Non è più una questione di combattere, ma di costruire riparando dagli errori.

È una chiusura che parla di eredità, di responsabilità, di evoluzione. L’idea che l’eroismo non sia statico, ma qualcosa che deve adattarsi al mondo.

Uno schiaffo agli anni ’90 (fatto con classe)

Per capire davvero Kingdom Come, bisogna guardare però al contesto. Gli anni ’90 erano il periodo di Image Comics, di personaggi ipertrofici, armi enormi, violenza ovunque. Titoli come Spawn o Youngblood stavano ridefinendo il mercato.

Marvel e DC, nel tentativo di stare al passo, hanno iniziato a inseguire quel modello. Armature, oscurità, storie sempre più estreme. Kingdom Come è la risposta a tutto questo.

Waid e Ross prendono quell’idea di “eroe senza regole”, la portano alle estreme conseguenze e il risultato è un mondo che implode.

Elseworlds, ma fatto davvero bene

Prima di Kingdom Come, Elseworlds era spesso un gioco: prendi un personaggio, mettilo in un contesto diverso e segui lo schema. E funzionava.

Ma Kingdom Come sembra qualcosa di più vicino a una “fine possibile” dell’Universo DC. Non è solo un’idea alternativa: è una riflessione completa su cosa succede quando gli ideali vengono messi da parte.

E infatti è una delle poche storie Elseworlds che, nel tempo, ha influenzato anche la continuity principale. Personaggi come Magog sono stati ripresi, elementi narrativi sono stati integrati, e il dibattito che ha aperto è ancora vivo.

Trent’anni dopo, Kingdom Come è ancora attuale

La cosa impressionante è che Kingdom Come non è invecchiato. Il conflitto tra visione classica e reinterpretazione moderna dei supereroi è ancora lì. Basta guardare le varie fasi editoriali della DC, dai reboot alle rinascite, fino ai nuovi universi narrativi.

Ma quello che la storia di Waid e Ross aveva capito già nel ’96 è semplice: spingere troppo verso l’estremo porta a perdere il senso di ciò che rende un eroe… un eroe.

Oggi certe derive sono state ridimensionate. Il codice morale è tornato centrale. Ma quella tensione tra luce e oscurità non è mai scomparsa. Ed è proprio per questo che Kingdom Come continua a funzionare.

*Fonte del presente articolo il sito CBR.com

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Intervista a Giuseppe Camuncoli, artista al servizio del fumetto (e Foodmetto)

PopCorNerd intervista un grandissimo artista italiano: Giuseppe Camuncoli. Tra Foodmetti e fumetti, tra cui gli ultimi progetti (come le cover speciali realizzate per il Comicon di Napoli 2026) ecco cosa ci ha raccontato

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Di disegnatori del calibro di Giuseppe Camuncoli ce ne vorrebbero di più.

L’Italia è ricca di arte e di artisti talentuosi che stanno ottenendo grande successo oltreoceano nel campo dei comics. Giuseppe, detto anche “Cammo”, è uno di questi: lavora e ha lavorato per Image Comics, DC Comics, Marvel, Star Wars e, ultimamente, ha messo anche la “bandierina” in territorio Disney con il lavoro su Zio Paperone insieme a Jason Aaron, ma soprattutto con la sua cover variant di Topolino n. 3675, che sarà disponibile in anteprima al Comicon Napoli 2026 e che conterrà anche una storia da lui disegnata “Topolino e lo sbandieramento vacanziero”, firmata ai testi da Gianluca Fru (co-autore del soggetto), Roberto Gagnor (sceneggiatura).

Ma non è ‘solo’ il suo lavoro nel fumetto a renderlo un artista incredibile: dall’attività di docente alla Scuola di Comics di Reggio Emilia fino a Foodmetti, sono davvero tanti i progetti che lo vedono protagonista.

Dovete capire, quindi, che non è stato facile preparare una serie di domande per il Cammo, dalle cui risposte potesse trasparire tutta la sua arte e le sue attività in pochi minuti di conversazione… perché ci sarebbero volute ore e ore di chiacchiere!

E tra la Milan Games Week 2025 e un paio di domande fattegli recentemente sui suoi ultimi lavori (per cui ci ha concesso ancora un po’ del suo tempo) l’autore ha rilasciato a PopCorNerd una bellissima intervista che segue e che racconta principalmente quante cose fa (e ha fatto) Giuseppe Camuncoli.

Preparatevi, perché sono tante e tutte molto interessanti. Buona lettura!


Giuseppe Camuncoli: da Gotham a Paperopoli, passando per Napoli insieme a… Dr. Destino e Fru

Grazie mille, Giuseppe, per essere qui con noi su PopCorNerd. Prima di parlare del tuo lavoro da autore, vorrei partire da un progetto che ti vede molto coinvolto personalmente: Foodmetti. Come è nato e come hai convinto CB Cebulski, editor in chief della Marvel, e gli altri tuoi ‘compagni d’avventura’ a creare questa associazione?

Giuseppe Camuncoli – Foodmetti è una società dedicata al mondo del fumetto, formata da persone che amano sia i fumetti che il cibo. È nata principalmente da una chiacchierata a tavola con Cristiano Tomei, chef del ristorante L’Imbuto, di cui ero fan e cliente ancor prima che diventasse un amico.
Gli avevo proposto una semplice collaborazione per un’illustrazione del ristorante, e lui mi ha rilanciato dicendo: “Perché non facciamo qualcosa che unisca fumetti e cibo?”.

Abbiamo iniziato a parlare di progetti editoriali, poi insieme a SaldaPress e all’amico Carlo Spinelli, critico gastronomico appassionato di fumetti, è nata l’idea di proporre a Lucca un contenuto nuovo: un salone tematico dedicato appunto a cibo e fumetto.
Così abbiamo fatto incontrare due mondi molto creativi e aperti alla collaborazione: tantissimi chef hanno accettato subito di partecipare, e allo stesso modo molti fumettisti si sono messi in gioco cucinando o preparando cocktail.

Ieri sera [giovedì 27 novembre 2025 n.d.r.], ad esempio, a Parigi, nella libreria Les Merveilles, abbiamo organizzato un evento gestito da Foodmetti con gli autori Juan Díaz Canales e Juanjo Guarnido per i 25 anni di Blacksad. C’era anche Giovanni Rigano, autore dello spin-off Weekly, insieme alla chef stellata italiana ma che vive a Parigi, Alessandra Del Favero, che ha preparato piatti a tema Blacksad.

Organizziamo spesso anche eventi esterni come questo. La chef si è prestata molto, ha giocato e ha studiato per riprodurre dei piatti che fossero ispirati all’epoca di Blacksad.

A noi piace portare sul tavolo idee che nascono dal food e avvicinarle al fumetto, o viceversa, e creare progetti che funzionino da entrambi i lati e divertano tutti: chi li fa e chi li vive degustando, assaggiando… insomma, esplorando entrambe le cose.

C.B. Cebulski ritratto da Giuseppe Camuncoli per Foodmetti

Passiamo ora al tuo lavoro da autore. Negli ultimi tempi ti troviamo ovunque: sui fumetti Marvel, Image, DC Comics, ora anche Disney. Insomma non ti fermi mai!

Giuseppe Camuncoli – Eh, cosa vuoi… è un peccato di gola! [risata n.d.r.] Da piccolo leggevo un po’ di tutto. Quando sono diventato autore ho iniziato in DC Comics, poi sono passato in Marvel e non ho mai voluto abbandonare nessuna delle due.
Poi è arrivata Image, e ancora il progetto Disney per Marvel America con la storia di Zio Paperone [Uncle Scrooge: Earth’s Mightiest Duck scritto da Jason Aaron n.d.r.] … Sono tutte cose che mi divertono e che trovo stimolanti. Mi annoio facilmente se faccio sempre le stesse cose.

Il mercato americano ti permette di variare molto, anche se fai sei anni su Spider-Man come è capitato a me: i ritmi sono velocissimi e cambi spesso quello che devi disegnare. Se c’è un personaggio che mi piace e non ho mai fatto, mi butto.
La sfida di Uncle Scrooge, per esempio, era fuori dalla mia comfort zone, ma è stata divertentissima.

Tra i personaggi che più associamo al tuo nome ci sono Hellblazer, Spider-Man e Batman. Qual è quello in cui ti senti più a tuo agio?

Giuseppe Camuncoli – John Constantine mi è sempre piaciuto fin da adolescente: è tormentato, ha un lato “sporco”, è maledetto, pieno di contrasti, luci e ombre.
È un personaggio super sfaccettato, che può permettersi cose che altri non possono fare, tipo fumare, che sì, non è politicamente corretto, ma fa parte del personaggio e mi piace che abbia mantenuto questa caratteristica.

Batman mi ha sempre affascinato enormemente, da quando ho letto The Dark Knight Returns di Frank Miller.
Spider-Man è più solare, ma ha i suoi lati oscuri, le sue difficoltà e viene messo in ombra dai fatti della vita. È difficile scegliere: hanno tutti cast fortissimi e autori che hanno lasciato il segno. E io ho avuto la fortuna di lavorare con scrittori che hanno fatto la storia di questi personaggi.

Spider-Man è come Certi amori di Antonello Venditti: non finisce, fa dei giri immensi e poi ritorna. Dopo Superior eccoti su Radioactive Spider-Man, miniserie all’interno dell’evento mutante Age of Revelation e su Giant-Size Amazing Spider-Man 1

Giuseppe Camuncoli – Su Radioactive Spider-Man ho fatto solo le copertine. Le faccio sempre molto volentieri.
L’anno scorso, invece, ho lavorato su Giant-Size con Kevin Smith ed è stato incredibile: sono suo fan dai tempi di Clerks. L’avevo già incontrato anni fa a New York durante una signing Marvel.

Lavorare con lui è stato emozionante: la storia era davvero divertente. Tornare su Spider-Man è sempre una gioia. Nonostante i sei anni passati a disegnarlo, se arrivasse di nuovo l’occasione, direi subito di sì. Tra poco finirò Undiscovered Country, quindi avrò più tempo per pensare ai prossimi progetti. A Spider-Man si dice sempre di sì.

Pagina tratta da Giant-Size Amazing Spider-Man 1 disegnata dal Cammo

A proposito di Undiscovered Country, la saga co-creata con Scott Snyder e Charles Soule è arrivata quasi alla sua conclusione. Una lunghissima avventura on the road in giro per questi Stati Uniti dal futuro distopico. Ogni 5 capitoli corrispondono a un viaggio dei protagonisti all’interno di una regione completamente diversa da quella precedente. A livello artistico è stato complesso dover gestire ambientazioni totalmente diverse l’una dall’altra?

Giuseppe Camuncoli – No, anzi: è stato entusiasmante proprio perché cambiavo scenario ogni volta. Ambientazioni diverse, abitanti diversi, atmosfere diverse. Io spesso mi annoio facilmente, quindi cambiare sempre è stato fantastico.

La fase creativa iniziale è la mia preferita: lo storytelling, i layout, immaginare le pose, costruire la scena… Anche nelle copertine cerco sempre un’impronta narrativa. Poi l’esecuzione è un’altra fase, più “artigianale”, comunque bella ma meno eccitante.

Tornando su Undiscovered Country, poter ripartire da zero immaginare nuovi scenari, villain e comprimari diversi è stato molto bello. Mi sono fatto aiutare molto da Charles e Scott che, essendo americani, mi hanno informato su diversi aspetti culturali e storici sugli Stati Uniti che ignoravo. Sono stati fantastici collaboratori.

Undiscovered Country, opera distopica Image Comics arrivata alle battute finali

Dopo averlo conosciuto a Lucca l’anno scorso mi piace definire Scott Snyder il “Tarantino dei fumetti” per l’entusiasmo in cui scrive e racconta le sue storie..

Giuseppe Camuncoli – [risata n.d.r.] il paragone con Tarantino ci sta.

Restando in tema Scott Snyder: parliamo dell’Absolute Universe. Hai debuttato all’interno dello speciale Absolute Evil. In questo numero esordisce anche Absolute Green Arrow, graficamente creato da te. Cosa hai voluto mantenere del vecchio Oliver Queen e cosa invece hai voluto cambiare?

Giuseppe Camuncoli – Sì, ho disegnato una storia per il Free Comic Book Day: otto pagine che introducevano il villain Absolute Mirror Master. Poi ho fatto Absolute Evil, che introduce un sacco di personaggi in versione Absolute, compresi Hawkman e Lex Luthor.

Mi è stato chiesto anche di disegnare Green Arrow, ma non posso dire molto perché hanno dei piani. Ho cercato di renderlo riconoscibile e classico, non troppo diverso. Ma la sua caratterizzazione è diversa a livello di formazione: quando appare non è ancora l’arciere conosciuto dai lettori, ma si sta allenando.
Al Ewing voleva una sorta di tuta da palestra verde. Gli ho messo il cappuccio perché funzionava sia per quel contesto che come richiamo al costume tradizionale.

Certo, che poi… vabbè, non spoileriamo, ma dovrebbe uscire un progetto a lui dedicato [DC Comics ha annunciato Absolute Green Arrow in arrivo a maggio 2026 negli U.S.A. n.d.r.].

Lavorare su Absolute Evil è stato bellissimo: adoro i cattivi. Ci sono tanti dialoghi e tensioni interne: una Justice League al contrario che si riunisce per la prima volta per contrastare i “buoni” e le dinamiche interne tra i vari personaggi sono fantastiche.

In più ho la fortuna di lavorare sempre con scrittori molto bravi come Al Ewing o Jeff Lemire sulla storia breve. È stato un ottimo team. Non mi posso lamentare.

A Lucca Comics 2025 ho visto diversi robot sparsi per la città e ho scoperto dopo che sono frutto di un progetto che ti hanno visto collaborare con Hera. A livello grafico sei tu che hai ideato stilisticamente questi robot. Cosa ci puoi raccontare di questo progetto?

Giuseppe Camuncoli – Ho creato il design di questi ‘mecha’, 6 robot più un settimo che è stato creato per Ecomondo, fiera post Lucca Comics. Gli studenti di tre scuole d’arte hanno costruito i robot partendo dalle mie basi. Alla fine i robot sono cambiati molto, perché io avevo dato solo una traccia: non sapevo quali materiali avrebbero usato, erano tutti pezzi di recupero.

Quindi poi, ripartendo dalle foto dei robot ‘veri’, insieme al mio ex allievo Giacomo Gheduzzi abbiamo poi realizzato le illustrazioni definitive e ufficiali, che sono poi diventate magliette, portachiavi, tovagliette, e anche un portfolio a tiratura limitata e firmata.

All’inizio non sapevamo che nel progetto sarebbe entrata anche Lamborghini, arrivata in un secondo momento: quando è successo, hanno utilizzato parecchi pezzi di scarto ‘Lambo’, e questo ha dato ai robot una connotazione più “alla Transformers”.

L’idea di Hera è di riutilizzare materiali destinati allo scarto per creare opere d’arte. Ogni anno organizzano un progetto diverso, e quest’anno volevano superarsi con i robot.

Vederli dal vivo a Lucca è stato incredibile. Sono rimasto folgorato da come i bambini sono rimasti affascinati, perché anch’io da piccolo ne sarei rimasto estasiato da delle opere del genere, quasi a pensare che siano veri.
Ho conosciuto molti dei ragazzi che li hanno costruiti: hanno fatto un lavoro pazzesco. E anche Lamborghini ha espresso un apprezzamento, cosa non scontata.

Insomma, un bellissimo progetto che ha dato a tutti grandissime soddisfazioni!

In foto: Giuseppe Camuncoli in mezzo ad alcuni incaricati del progetto, con alle loro spalle i robot HERA

*In fase di adattamento dell’intervista, Giuseppe si è reso disponibile per rispondere a due ultime domande su progetti attualissimi e contemporanei!

Su Logan Black White e Blood 4 [disponibile attualmente negli U.S.A. n.d.r.] realizzi la tua prima storia come autore unico. Come è stato approcciarsi anche alla scrittura rispetto al lavorare su una sceneggiatura di altri colleghi?

Giuseppe Camuncoli – Beh, è stato emozionante, davvero quasi come se fosse il mio primo fumetto. Erano anni che mi chiedevo se prima o poi mi sarebbe mai capitato di scrivere qualcosa, mi veniva continuamente chiesto in conferenze e interviste, e mi sono sempre detto che l’avrei fatto solo se mi fossi sentito pronto a farlo. È capitato che l’editor Mark Basso mi abbia proposto di scrivere questa short story di Logan, personaggio che adoro da sempre, che avrei dovuto solo disegnare e mi sono detto che, perchè no, questa poteva essere l’occasione buona. Del resto erano solo dieci pagine e Mark mi ha seguito e aiutato davvero tantissimo, soprattutto in fase di elaborazione e sviluppo dell’idea.

Mi sono sentito subito a mio agio, e del resto ci speravo perchè in tutti questi decenni (che ormai sono quasi tre) di lavoro a stretto contatto con scrittori bravissimi un qualcosa l’ avrò pur imparato. Sono rimasto davvero molto soddisfatto di questo piccolo ma importantissimo lavoro, e ho atteso come un debuttante le recensioni che finora sono state davvero molto lusinghiere. Ripeto, questo lavoro mi ha fatto tornare a emozionarmi come non capitava da anni.

Poi peraltro è successo che, altrettanto casualmente, poco dopo Peach Momoko mi ha chiesto di scrivere e disegnare un’altra sequenza breve di cinque pagine per il suo progetto antologico Sai: Dimensional Rivals, e dato che ero ancora ‘caldo’ dalla prima esperienza ho accettato.

Devo dire che mi piace molto questo assetto da ‘autore unico’. Vado molto per gradi e naturalmente ancora non saprei dire se potrò essere in grado di gestire qualcosa di più complesso rispetto qualche storia breve e semplice. Ma intanto il passo è stato fatto, e anche se non dovessi mai più scrivere nessun fumetto, almeno mi sono tolto la soddisfazione.

Ultima domanda: per il Comicon di Napoli 2026 hai realizzato due cover variant cover incredibili: una per Topolino con protagonista Fru dei The Jackal, comico napoletano in versione disneyzzata, e una per l’ottavo numero della maxi-serie Un mondo sotto Destino che vede Victor Von Doom ritratto su un muro al posto di un mito e dio per i tifosi di calcio napoletani: Maradona! Come nasce la realizzazione di queste copertine così speciali?

Giuseppe Camuncoli – Beh intanto avere questo doppio incarico è un grande onore e un grande piacere, dato che Napoli è una città per me molto importante. Non solo perché la amo e frequento da trent’anni, e non solo perché al Comicon io e Matteo Casali vincemmo, tantissimi anni fa, il nostro primo premio per il nostro fumetto d’esordio, Bonerest, ma anche (e soprattutto) perché da Napoli viene mia moglie Jessica.

Sono legato a questa città in maniera viscerale, e queste due copertine, ognuna a modo loro, vogliono essere un omaggio sentito e in qualche modo sentimentale.

Quella di Topolino vede il nostro Topo preferito e Jean Luke Froow, l’alter ego Disney di Fru, zaini in spalla a spasso per San Gregorio Armeno, nei vicoli e in mezzo alla gente di Napoli, con in mano un trancio di pizza e una classica pizza a portafoglio. Mi sembrava un bel modo di raccontare un momento di pausa durante un viaggio, essendo la storia all’interno dell’albo dedicata a rocamboleschi viaggi per mare in compagnia del fido Pippo.

La location mi è stata suggerita da mia cognata Roberta, che conosce Napoli benissimo, e ho poi scoperto che anche lo stesso Fru è un amante dello street food, per cui la mia idea è risultata azzeccata.

Invece la richiesta e l’idea per la variant di Destino viene dall’ottimo Nicola Peruzzi di Panini, e mi è sembrato subito un colpo di genio quello di rappresentare Doom l’usurpatore e spietato tiranno al posto del divino Diego, in un altro angolo di Napoli che è unico e iconico. Spero che queste copertine possano piacere ai lettori così come è piaciuto a me realizzarle. Ci ho messo un pezzo di cuore.

Grazie mille Giuseppe per essere stato con noi su PopCorNerd. Alla prossima, che, sicuramente, ci sarà!

Giuseppe Camuncoli – Volentieri! Grazie a voi.


Giuseppe Camuncoli: biografia

Giuseppe Camuncoli, disegnatore classe 1975, esordisce professionalmente con l’autoproduzione Bonerest, in seguito tradotta e pubblicata anche negli Stati Uniti da Image Comics.

Dopo alcune altre uscite italiane, sbarca sul mercato americano con Swamp Thing (scritta da Brian K. Vaughan). Da allora lavora principalmente per DC Comics e Marvel Comics su testate come BatmanHellblazerBatman: EuropaThe Amazing Spider-Man e Darth Vader. È disegnatore e co-autore della serie Image Comics Undiscovered Country, scritta da Scott Snyder e Charles Soule.

Nel 2022 è l’ideatore e il co-fondatore di FOODMETTI, il salone che coniuga il mondo del fumetto con quello del food & beverage, che debutta lo stesso anno a Lucca Comics & Games.

È inoltre direttore artistico e docente di fumetto alla Scuola Internazionale di Comics di Reggio Emilia, città in cui vive con la moglie Jessica e la figlia Martina.

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Comics Legends: intervista a Fabian Nicieza, co-creatore di Deadpool

Su Comics Legends oggi abbiamo ospite Fabian Nicieza, scrittore di razza dei comics, che ha lavorato molto sulle testate mutanti della Marvel e che ha co-creato il mutante più famoso del cinema: Deadpool

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Gli inizi degli anni ’90 hanno segnato la consacrazione in casa Marvel di numerose serie dedicate ai team di supereroi. The New Warriors e X-Force sono stati tra i gruppi più amati dai lettori dell’epoca, e al timone c’era un unico scrittore: Fabian Nicieza.

Lo sceneggiatore argentino divenne in breve tempo, uno degli autori più prolifici e innovativi nel panorama del fumetto supereroistico della Casa delle Idee.

Nonostante abbia creato alcuni personaggi all’interno dell’universo Marvel, Nicieza è ricordato soprattutto per essere il co-creatore, insieme a Rob Liefeld, di un personaggio che ha avuto una lunga carriera editoriale e che è letteralmente esploso dopo il debutto al cinema: Deadpool.

Complice anche l’interpretazione di Ryan Reynolds che, a quanto pare, si è interessato al personaggio proprio grazie a una storia scritta da Nicieza che lo citava (e di cui parleremo nell’intervista) il successo iconico di Deadpool si deve anche al lavoro dello sceneggiatore e alla sua caratterizzazione del “Mercenario Chiacchierone” sulle pagine dei fumetti che ha scritto per anni.

Già solo per questo, Fabian Nicieza rientra di diritto tra le “Comics Legends” di cui (e con cui) mi piace parlare, ma soprattutto ascoltare le storie che hanno da raccontare.

E Fabian, di aneddoti, ne ha davvero molti nell’intervista che segue, raccontati spesso in modo diretto, schietto e sincero.

Per me è un grande onore ospitare su PopCorNerd e all’interno della rubrica Comics Legends uno dei punti fermi della scrittura supereroistica degli anni ’90: Fabian Nicieza.


Fabian Nicieza: dal Mercenario chiacchierone allo scrivere di romanzi

Grazie mille, Fabian per il tuo prezioso tempo e… benvenuto su PopCorNerd.it! È per me un grande onore ospitare uno degli autori Marvel più importanti degli anni ’90. Vorrei partire dal tuo ingresso nel mondo dei comics che coincide con il tuo arrivo in Marvel. Ma non hai iniziato subito come sceneggiatore, bensì nel settore pubblicitario della Casa delle Idee. Ricordi come è avvenuto il passaggio alla scrittura degli albi Marvel?

Fabian Nicieza – È successo più o meno come per chiunque lavorasse in redazione all’epoca: conosci gli editor, capisci cosa gli piace e quali sono le loro scadenze, e poi chiedi se puoi proporre delle storie. A quel punto possono dirti sì oppure no.

Ho aspettato circa un anno prima di proporre una “inventory story” [storia di scorta da inserire quando necessario n.d.r.] di Spider-Man: essendoci tre testate, avevano spesso bisogno di storie “fill-in” o di magazzino, quindi c’erano più probabilità che servisse nuovo materiale. Ho sviluppato una storia per l’editor Jim Owsley, ma fu licenziato prima che un disegnatore iniziasse a lavorarci. Il nuovo editor, Jim Salicrup, non apprezzò la storia e la bocciò.

Qualche mese dopo, Bob Budiansky, editor dei progetti speciali e anche di una serie del New Universe, mi chiese se volessi proporre una inventory story per Psi-Force (all’epoca tutte le otto serie del New Universe avevano grossi problemi di programmazione). Lo feci e la storia che scrissi uscì subito all’interno di Psi-Force #9. Da lì ho continuato.

Indipendentemente dal carico di lavoro freelance, avevo comunque il mio impiego dalle 9 alle 17 in Marvel come Advertising Manager (poi diventato editor), quindi scrivevo mentre facevo il pendolare in autobus o in treno, oppure la sera e nei weekend.

L’albo che cambiò tutto: lo storico The New Warriors #1 di Fabian Nicieza e Mark Bagley

New Warriors è il tuo primo grande lavoro da scrittore: una serie che presenta un team di giovani eroi (Night Thrasher, Nova, Speedball, Namorita, Marvel Boy, Silhouette e Firestar), completamente diverso e originale rispetto a quanto visto in Marvel fino a quel momento. Non sei il creatore del team, ma sei colui che, da sceneggiatore, lo ha portato al successo editoriale. Quanto ha inciso la freschezza del team creativo , tuo e di Mark Bagley, e quanto, invece, altri fattori?

Fabian Nicieza – Penso che New Warriors sia stato il risultato di una perfetta convergenza di fattori.

Talenti nuovi, desiderosi di lasciare il segno con la loro prima serie supereroistica mainstream; un editor appena riassunto, quindi inizialmente prudente ma consapevole di avere tra le mani un ottimo fumetto e disposto a rischiare; una casa editrice e un mercato con aspettative molto basse per la serie, che ci hanno dato il vantaggio di essere degli outsider capaci di sorprendere.

C’era un personaggio dei New Warriors che ti divertiva particolarmente scrivere rispetto agli altri?

Fabian Nicieza – Non proprio. Mi piacevano tutti. Col senno di poi, avrei voluto fare di più con Firestar, e lo avrei fatto se fossi rimasto più a lungo sulla serie. Ma ciò che apprezzavo di più era il modo in cui tutte le personalità si incastravano tra loro, creando qualcosa di più grande della somma delle singole parti.

Passiamo al tuo lavoro sulle testate mutanti: fai parte di quella schiera di autori che ha contribuito in modo determinante al successo delle serie degli X-Men negli anni ’90.
Tra i tanti lavori spicca il tuo impegno sulla prima serie di X-Force. Hai preso i New Mutants e li hai trasformati in un team d’assalto guidato da Nathan Summers, alias Cable. Come è nata l’idea di far “rinascere” i New Mutants come X-Force?

Fabian Nicieza – È stata tutta un’idea di  [Rob] Liefeld, che all’epoca fu accolta con molta esitazione da quasi tutti negli uffici. Cancellare e rilanciare una testata nella top 10 è una mossa rischiosa, ma lui era convinto che avrebbe portato il titolo ancora più in alto. Ha lavorato duramente per convincere chi doveva approvare questa direzione, e alla fine si è rivelato avere ragione al 100%.

Fabian Nicieza e Rob Liefeld autori di uno degli X-Team simbolo degli anni ’90: X-Force

X-Force sembra rappresentare un passo avanti nel tuo sviluppo come autore rispetto a New Warriors: durante la tua gestione diventano sempre più centrali le dinamiche tra i personaggi (in particolare il rapporto tra Domino e Cable), ed è forse anche per questo che la serie è ricordata con tanto affetto dai lettori. Cosa ne pensi?

Fabian Nicieza – Non sono d’accordo con questa lettura, dato che scrivevo entrambe le serie nello stesso periodo e, a mio avviso, New Warriors era complessivamente un fumetto supereroistico mainstream migliore.

Se la serie è ricordata con affetto è perché gli attuali quarantenni e cinquantenni avevano tra i 10 e i 16 anni quando uscì X-Force, cioè l’età perfetta per creare i ricordi più nostalgici legati ai fumetti di supereroi.

È come se chiedessi a me delle run degli Avengers di Englehart/Shooter, Perez/Byrne.

The New Mutants #98: esordisce Deadpool, il personaggio più iconico di Fabian Nicieza co-creato insieme a Rob Liefeld

Quando tu e Rob avete creato Deadpool, avevate già la sensazione del suo potenziale a lungo termine all’interno della Marvel?

Fabian Nicieza – Certo che sì… e certo che no. Non puoi prevedere che un personaggio diventerà un fenomeno globale, ma puoi percepire fin da subito che qualcosa, a livello di “alchimia”, sta funzionando.

Realizzammo una carta di Deadpool, una delle cinque inserite nei polybag di X-Force #1, solo pochi mesi dopo il suo debutto in New Mutants, quindi credo che tutti noi avessimo capito che il personaggio aveva un grande potenziale.

All’epoca, mi aspettavo che un intraprendente ragazzino canadese delle scuole medie avrebbe un giorno voluto interpretarlo in un film? Be’, direi di sì, visto che ho scelto proprio quel ragazzo per il ruolo nel 2004, anni prima che apparisse in Wolverine Origins, vincitore dell’Academy Award

Ti è piaciuta la rappresentazione di Deadpool al cinema? Hai un film preferito tra i tre, e perché?

Fabian Nicieza – Sì. Il primo, perché è stato, proprio come il personaggio, una splendida storia da outsider, sia sullo schermo sia dal punto di vista delle dinamiche produttive hollywoodiane.

Il Deadpool cinematografico interpretato da Ryan Reynolds… e chi se lo dimentica!

Cable & Deadpool è una serie che ha avuto una gestione movimentata, nonostante sia una delle run in cui hai dato maggiore spazio all’immaginazione e, sembra, ti sia divertito molto. È lì che pensi di aver fatto il tuo miglior lavoro con questi personaggi?

Fabian Nicieza – Non so se “turbolenta” sia la parola giusta. Eravamo sempre sotto la minaccia della cancellazione e continuavamo a ricevere quelli che sembravano “rinnovi di sei numeri” per tutta la durata della serie.

Ho avuto la possibilità di scrivere i personaggi nel modo in cui ritenevo dovessero essere scritti, avevamo un seguito incredibilmente fedele e stabile, e ho lavorato con artisti eccellenti, quindi sì, è stato un incarico piacevole. A parte gli avvocati interni della Marvel e la mia editor, la fantastica Nicole Boose, non credo che alla Marvel si rendessero davvero conto di pubblicare quella serie, e questo ci dava una certa libertà…

…finché non decisero di rimuovere Cable da un fumetto intitolato “Cable & Deadpool”. Quello sì che è stato divertente.

Puoi raccontarci qualcosa di più specifico sull’episodio che collega te, la serie Cable & Deadpool, che all’epoca scrivevi, e Ryan Reynolds, prima che diventasse Deadpool? Si dice che un riferimento in uno dei tuoi numeri di quella serie, lo abbia fatto appassionare al personaggio, portandolo anni dopo a interpretarlo sul grande schermo.

Fabian Nicieza – All’inizio degli anni ’90, la “voce” che avevo in mente per il personaggio era quella del comico Dennis Leary e delle sue pubblicità in bianco e nero su MTV, in cui interpretava un uomo arrabbiato che fumava sigarette.

Dieci anni dopo, avevo bisogno di un nuovo punto di riferimento per il tono e il ritmo del personaggio, perché si era “ammorbidito” dopo anni come protagonista di una serie mensile, rispetto al mercenario più duro delle origini. Dovevo sentire la voce giusta nella mia testa, e ho pensato a Ryan Reynolds per via dei film di Van Wilder e, se ricordo bene la tempistica, della sua recente apparizione all’epoca in Blade 3.

C’è quella scena in Cable & Deadpool #2 in cui Deadpool si strappa la maschera, arrabbiato con Cable, che non capiva perché per lui non fosse un problema avere l’opportunità di sembrare “come tutti gli altri”. Avevo bisogno di un riferimento visivo e verbale per come il personaggio vedeva se stesso. E così è nata la battuta “Ryan Reynolds incrociato con uno Shar-Pei”.

Gli avvocati della Marvel mi chiesero di cambiare il nome per paura di essere citati in giudizio da Ryan, quindi ho tolto la “y” dal cognome per confondere sia gli avvocati sia Ryan. Solo gli avvocati si confusero.

La scena ‘galeotta’ che fece scattare la scintilla tra Ryan Reynolds e il Mercenario chiacchierone della Marvel

L’Era di Apocalisse è la saga che mi ha fatto conoscere gli X-Men ed è probabilmente la mia preferita. Come nasce un progetto così complesso, che coinvolge tanti autori, artisti e un mondo in cui il sogno di Xavier è fallito?

Fabian Nicieza – A quanto pare, nasce in modo brillante e disastroso allo stesso tempo.

Credo che l’editor Bob Harras abbia avuto un’idea geniale per L’Era di Apocalisse. Era un piano editoriale molto coraggioso e, allo stesso tempo, un po’ caotico dal punto di vista narrativo. Le mie frustrazioni per quest’ultimo aspetto non diminuiscono in alcun modo l’orgoglio e la soddisfazione per il primo.

Gli X-Men dell’Era di Apocalisse

Sei anche lo sceneggiatore che, in X-Men #41, ha letteralmente “ucciso” il Professor Xavier, dando il via agli eventi di L’Era di Apocalisse. È stata una decisione editoriale, dettata dalle circostanze, o sei stato tu a volerla portare avanti?

Fabian Nicieza – Sono abbastanza sicuro che il fatto che la mia serie facesse da introduzione alla saga sia stato casuale: avrebbe potuto essere tranquillamente Uncanny X-Men.

Una volta stabilito quando L’Era di Apocalisse sarebbe iniziata, abbiamo definito come la storyline di Legion Quest avrebbe portato a quel punto e X-Men #41, probabilmente per questioni di calendario editoriale, è diventato il capitolo che dava il via alla storia.

X-Men #41: Legion Quest parte 4, albo dove muore Xavier e scatena l’Era di Apocalisse

Passiamo ai Thunderbolts: sei lo sceneggiatore che ha scritto più storie con il team creato da Kurt Busiek e Mark Bagley. È vero che consideri il tuo ciclo uno dei tuoi lavori migliori in Marvel, anche grazie alla collaborazione con alcuni dei migliori artisti dell’epoca?

Fabian Nicieza – È tra le cinque cose che preferisco tra quelle che ho fatto, ma non rientra nella top 3. È difficile entrare nella top 3 con una serie da cui sono stato licenziato due volte! 🙂

Amavo il concept, i personaggi, gli artisti con cui ho avuto modo di lavorare e la direzione editoriale che ha mantenuto la nave a galla.

Quando hai preso in mano Thunderbolts, su quali elementi e personaggi ti sei concentrato per dare alla serie una tua identità?

Fabian Nicieza – Una delle cose che mi è piaciuta di più quando ho iniziato è che, sei mesi dopo il mio primo numero, la maggior parte delle lettere continuava a essere indirizzata a “Kurt e Mark”, il che significava che molti lettori non si erano nemmeno accorti che fossi io a scrivere la serie.

Per me, quindi, si trattava molto meno di imporre una “mia identità” e molto più di rispettare quella del fumetto. Volevo semplicemente “mettere alla prova il motore” e far andare la macchina un po’ più veloce di prima, quindi mi sono concentrato soprattutto sull’accelerare le trame.

Sei tornato a scrivere Cable molti anni dopo, in un contesto diverso, nella miniserie Cable: United We Fall e in X-Force con una storia speciale per il numero 300. Il tuo approccio ai personaggi è rimasto lo stesso oppure è cambiato nel tempo?

Fabian Nicieza – Ho anche scritto la storia digitale di Cable & DeadpoolSplit Second” nel mezzo, poi raccolta in albi e in volume, quindi in realtà non c’è stata una grande pausa mentale tra un periodo e l’altro con il personaggio.

Il mio approccio a Cable cambia solo in base allo status quo del personaggio nella continuity nel momento in cui mi viene chiesto di scriverlo. Le sue circostanze modificano i parametri delle sue azioni, ma non necessariamente chi è come persona.

Oltre ai fumetti, negli ultimi anni hai scritto anche romanzi crime. Suburban Dicks segna il tuo debutto come romanziere: quanto è diverso, e magari più complesso, scrivere un romanzo rispetto a un fumetto?

Fabian Nicieza – È molto diverso in termini di struttura, ritmo, presentazione e tempo necessario per scrivere un libro, ma alla fine si tratta sempre di raccontare una storia.

Devi trovare un’idea interessante, ambientarla in un contesto interessante, con personaggi interessanti, e poi raccontarla. Facile, no?

Mi sto davvero godendo il fatto che la narrativa in prosa sia diventata il focus del mio lavoro in questa “fase finale” della mia carriera, perché volevo scrivere libri fin da bambino, ma da adulto non ero mai stato soddisfatto dei miei tentativi fino a Suburban Dicks.

Hai lavorato anche ai fumetti di Buffy l’ammazzavampiri. Com’è stato confrontarsi con un adattamento da una serie TV? E… ti sei divertito a scrivere una teenager che dà la caccia ai vampiri?

Fabian Nicieza – Questa è una domanda inaspettata! Amavo la serie TV ed ero felice di dare una mano alla Dark Horse e al mio ex collega sugli X-Men, Scott Lobdell, scrivendo episodi che lui aveva ideato e lavorando con un eccellente artista e narratore come Cliff Richards, quindi è stato onestamente solo un lavoro divertente di scrittura.

Il vero piacere per me è arrivato quando ho avuto l’opportunità di scrivere da solo l’ultimo arco narrativo della serie mensile, “A Stake to the Heart”, una storia di cui sono stato molto orgoglioso e che è stata accolta molto positivamente sia dall’editor che dai lettori.

Nel corso della tua carriera sei stato spesso associato alla scrittura di storie corali con team di supereroi. Ti senti più a tuo agio con i gruppi piuttosto che con storie incentrate su un singolo personaggio?

Fabian Nicieza – Non proprio. Ci sono stati aspetti più semplici o più complessi in entrambi i casi.

Spesso dipendeva dalle dinamiche tra i personaggi e dalle capacità dell’artista nel raccontare e rappresentare le espressioni, che potevano rendere una serie con protagonista un team più “facile” o più “difficile”.

C’è un fumetto, Marvel o di altro tipo, che ti piacerebbe ancora scrivere, nonostante la tua lunga carriera? O un titolo su cui non hai mai lavorato ma che ti affascina particolarmente?

Fabian Nicieza – Ci sono sicuramente personaggi mainstream su cui avrei sempre voluto fare un ciclo in passato, Captain America, Doctor Strange, Nightwing e Hawkman, tra gli altri, ma la parte importante è “in passato”.

Non ci penso più di quanto serva per rispondere a questa domanda. Scrivere fumetti di supereroi su incarico non è più la mia attività principale da molti anni.

Free Agents, tra gli ultimissimi lavori nel campo dei fumetti di Fabian Nicieza

Ultima domanda: cosa c’è nel futuro di Fabian Nicieza nei fumetti? Ci sono progetti in arrivo di cui puoi parlarci?

Fabian Nicieza – Attualmente sto lavorando al secondo arco narrativo di FREE AGENTS, la serie Image che co-scrivo con Kurt Busiek e disegnata da Stephen Mooney, che spero esca nel 2026. Per il resto, il mio focus principale è sulla narrativa in prosa.

Il mio terzo romanzo, provvisoriamente intitolato THE SIN PUPPET, un thriller psicologico con leggere sfumature fantascientifiche, uscirà nel 2027 per St. Martin’s Press e sto già iniziando a lavorare su un nuovo libro.

Potrei ricevere una chiamata domani da un editor di fumetti con una proposta, e accetterei o rifiuterei in base a vari fattori, ma non sto attivamente cercando lavoro nel mondo dei fumetti.

Grazie infinite a Fabian Nicieza per la bellissima intervista che ci ha rilasciato!


Fabian Nicieza: Biografia

Fabian Nicieza (Buenos Aires, 31 dicembre 1961) è uno sceneggiatore ed editor di fumetti argentino naturalizzato statunitense, noto soprattutto per il suo lavoro con la Marvel Comics.

Cresciuto nel New Jersey, inizia la sua carriera nell’editoria libraria presso la Berkley Publishing Group prima di entrare in Marvel nel 1985, dove lavora inizialmente nel reparto produzione e pubblicità. Parallelamente esordisce come sceneggiatore, ottenendo il primo grande successo con la serie New Warriors.

Negli anni ’90 diventa uno degli autori chiave degli X-Men, contribuendo alla creazione di personaggi come Deadpool insieme a Rob Liefeld e definendone la personalità. Lavora anche su serie come X-Force e Cable, diventando una figura centrale del fumetto supereroistico dell’epoca.

Nel corso della carriera collabora anche con la DC Comics e firma run importanti su titoli come Thunderbolts e Cable & Deadpool. Parallelamente si occupa di sviluppo narrativo per franchise e pubblica romanzi come Suburban Dicks.

Autore prolifico e versatile, Nicieza ha contribuito in modo decisivo alla costruzione dell’immaginario Marvel moderno.

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