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Star Wars: Maul – Signore delle Ombre – Recensione
Abbiamo visto in anteprima Star Wars: Maul – Signore delle Ombre, nuova serie Disney+ che vede il ritorno in grande stile di Maul nell’universo di Star Wars
Se Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma ha un pregio, è sicuramente quello di aver portato sullo schermo, e nell’universo creato da George Lucas, la figura di Darth Maul.
Il mezzosangue Zabrak di Dathomir ha colpito sin da subito il pubblico per il suo aspetto decisamente intrigante e accattivante che, all’epoca dell’uscita della trilogia prequel, sembrava aver introdotto un villain di peso e carismatico, almeno quasi quanto il Darth Vader dei film originali.
Purtroppo, l’utilizzo all’interno de La Minaccia Fantasma e il destino riservatogli alla fine della pellicola non resero giustizia al villain, che venne liquidato in fretta e furia. Non fu l’unico difetto di Episodio I, ma fu sicuramente uno spreco visto il potenziale del personaggio.
Anni dopo ci pensò Dave Filoni, attuale presidente di Lucasfilm, a riprendere il ‘filo’ del discorso, riportando in auge Maul in versione animata all’interno della serie Star Wars: The Clone Wars: non più come Darth, né come membro dell’Ordine Sith, ma semplicemente Maul, criminale a capo del Collettivo Ombra, dotato di gambe cibernetiche e sempre armato della sua fedele spada laser rossa a due lame.

A scene still from Lucasfilm’s STAR WARS: MAUL – SHADOW LORD, exclusively on Disney+. Photo courtesy of Lucasfilm Ltd. © 2026 Lucasfilm Ltd. All Rights Reserved.
Ora lo stesso Filoni punta a esplorare il personaggio di Maul come mai fatto finora, nella nuova serie animata di Disney+, Star Wars: Maul – Signore delle Ombre, arrivata con i primi due episodi sulla piattaforma, riprendendo alcune idee originali dello stesso George Lucas che, a quanto pare, aveva dei piani ben precisi per il personaggio, mai sviluppati.
In una dichiarazione a StarWars.com, Filoni ha dichiarato:
“Maul è un personaggio di cui ci occupiamo da tempo […] Io e George abbiamo parlato di Maul nel corso degli anni e abbiamo sviluppato molti progetti per lui. Quindi ho pensato che questa serie fosse un modo per onorare quel futuro che avevamo in mente e finalmente portarne alla luce una parte.” – Dave Filoni
Chi conosce bene il franchise di Star Wars sa che il lavoro di Filoni in The Clone Wars è stato apprezzato dai fan della saga ed è stato il primo passo verso quello che oggi lo ha portato a essere il presidente della Lucasfilm.
Con Maul – Signore delle Ombre, Filoni torna all’animazione, a quella parte della storia che ha contribuito a modellare e ampliare, e lo fa con una serie convincente: una storia solida, con un’animazione eccezionale e un protagonista che finalmente può dire la sua nella saga di Star Wars.
Star Wars: Maul – Signore delle Ombre: la vendetta di Maul

A scene still from Lucasfilm’s STAR WARS: MAUL – SHADOW LORD, exclusively on Disney+. Photo courtesy of Lucasfilm Ltd. © 2026 Lucasfilm Ltd. All Rights Reserved.
Siamo all’inizio dell’era imperiale (indicativamente tra Episodio III e Episodio IV). Il pianeta Janix è scosso dall’arrivo di Maul e del suo Collettivo Ombra. L’ex Sith è pronto a vendicarsi nei confronti dei suoi ex alleati, che lo hanno tradito nel modo più spregevole e violento. Con quello che rimane del suo sindacato, Maul cerca di riprendere il controllo e la leadership lavorando nell’ombra e non lasciando testimoni dietro il suo passaggio.
Il suo operato lo porterà a incrociare le strade di Devon Izara, ex padawan Jedi in cerca di una direzione, del suo maestro Eeko-Dio Daki e del poliziotto Brander Lawson, che intraprenderà una vera e propria caccia all’uomo nei confronti di Maul.
Nonostante Lawson voglia evitare il coinvolgimento dell’Impero, il confronto tra Maul e le flotte imperiali sembra davvero inevitabile.
Maul, villain vero che va oltre l’ombra di Vader

A scene still from Lucasfilm’s STAR WARS: MAUL – SHADOW LORD, exclusively on Disney+. Photo courtesy of Lucasfilm Ltd. © 2026 Lucasfilm Ltd. All Rights Reserved.
Quello che subito colpisce della serie Star Wars: Maul – Signore delle Ombre è la caratterizzazione del protagonista sin dalle prime battute. Il suo ingresso nel primo episodio della serie animata mette subito le cose in chiaro: Maul è un cattivo vero.
Spregevole, vendicativo e senza scrupoli, il personaggio principale è costruito per inquietare lo spettatore, non solo nel suo aspetto ma anche nelle sue azioni, che richiamano a più riprese, soprattutto nei primi episodi, alcuni ‘omaggi’ al cattivo per eccellenza di Star Wars, Darth Vader. Chi ha visto Rogue One: A Star Wars Story e ricorda l’entrata in scena di Lord Vader alla fine del film, non potrà che fare il paragone con Maul in un momento specifico dell’episodio 2 della serie a lui dedicata.
Ma Maul non si esaurisce a semplice villain che vive all’ombra della popolarità di Vader. Maul è un personaggio tormentato dal suo passato, la cui personalità è stata temprata dalla malvagità che lo ha sempre circondato.
Una parte dello show, che esplora il passato del zabrakiano nella seconda metà della stagione, porta lo spettatore a comprendere maggiormente Maul e, soprattutto, l’influenza negativa che ha avuto Palpatine su di lui, a tal punto da renderlo quello che è oggi.
Sa di aver intrapreso una via senza ritorno, ma è l’unica che gli è permesso percorrere, visto il suo passato, che gli piaccia o no.

A scene still from Lucasfilm’s STAR WARS: MAUL – SHADOW LORD, exclusively on Disney+. Photo courtesy of Lucasfilm Ltd. © 2026 Lucasfilm Ltd. All Rights Reserved.
Interessante, inoltre, il rapporto che cerca di instaurare nel corso della stagione con l’ex Jedi Devon per portarla a esplorare il lato oscuro della Forza, appreso dallo stesso quando era un Sith, quasi a volerne fare una propria seguace o apprendista. La giovane, dal carattere irruento e che denota una certa inclinazione alla rabbia, è senza dubbio il personaggio più interessante della serie insieme a Maul. E l’evoluzione del loro rapporto potrebbe essere fondamentale per la crescita e lo sviluppo del protagonista.
Una trama avvincente e un’animazione stellare

A scene still from Lucasfilm’s STAR WARS: MAUL – SHADOW LORD, exclusively on Disney+. Photo courtesy of Lucasfilm Ltd. © 2026 Lucasfilm Ltd. All Rights Reserved.
Dave Filoni dimostra per l’ennesima volta che Star Wars non vuol dire per forza concentrarsi sulla dinastia Skywalker e che ci sono ancora tante belle storie da raccontare durante il periodo di maggiore prosperità dell’Impero.
La trama, dalle forti tinte crime, è cupa e oscura e si adatta perfettamente alla location in cui si è deciso di ambientare la storia: Janix, un nuovo pianeta creato appositamente per questa serie, scuro e urbano, con una grande metropoli costruita all’interno di un antico cratere, con alcune caratteristiche architettoniche in comune con la città principale dove è ambientato uno dei capisaldi della fantascienza cinematografica, Blade Runner. Un mondo che non è sotto il diretto controllo dell’Impero e che si rivela il posto ideale per i loschi traffici di Maul.
Filoni riesce, inoltre, a dare un ottimo ritmo alla storia, che non annoia mai e che trova in combattimenti spettacolari, colpi di scena e sviluppi interessanti delle varie sottotrame un grande punto di forza, ma allo stesso tempo riesce a trovare il giusto spazio per sviluppare in maniera coerente tutti i personaggi coinvolti.
E aspettatevi anche alcuni ritorni interessanti per chi ama Star Wars…

A scene still from Lucasfilm’s STAR WARS: MAUL – SHADOW LORD, exclusively on Disney+. Photo courtesy of Lucasfilm Ltd. © 2026 Lucasfilm Ltd. All Rights Reserved.
Ma la parte davvero sorprendente riguarda l’animazione stessa: lo stile è quello già visto in Clone Wars e Rebels, divenuto oramai un vero marchio di fabbrica delle serie animate di Star Wars.
Ma l’asticella per Star Wars: Maul – Signore delle Ombre si alza ulteriormente. In primis colpisce la rappresentazione degli ambienti del pianeta Janix, qualitativamente davvero mozzafiato per chi ama il genere sci-fi, soprattutto in alcune riprese dall’alto.
I volti, le espressioni e i movimenti dei personaggi sono realizzati con una cura davvero notevole che, nonostante le ricche casse di Disney e Lucasfilm, va ben oltre il livello medio della serie animata televisiva.
Infine, i combattimenti sono spettacolari, fluidi e nitidi in ogni inquadratura, senza risultare mai confusionari. Star Wars: Maul – Signore delle Ombre è davvero un grande prodotto dal punto di vista grafico.
Perché vedere Star Wars: Maul – Signore delle Ombre?

A scene still from Lucasfilm’s STAR WARS: MAUL – SHADOW LORD, exclusively on Disney+. Photo courtesy of Lucasfilm Ltd. © 2026 Lucasfilm Ltd. All Rights Reserved.
Con Star Wars: Maul – Signore delle Ombre finalmente possiamo ammirare nuovamente un ottimo show a tema Star Wars dopo The Mandalorian e Andor.
Il difetto di alcuni prodotti televisivi del passato recente del franchise ideato da George Lucas ruotava intorno al fatto che risultavano noiosi e spesso introducevano personaggi e situazioni incapaci di appassionare lo spettatore.
Filoni, da questo punto di vista, centra il bersaglio, ripescando uno dei cattivi più affascinanti della seconda ‘era stellare’ di George Lucas e sviluppandolo puntando prima di tutto sul carisma di Maul, cattivo di prim’ordine, ma scavando nel passato e nella psicologia del personaggio, con il fine di far comprendere allo spettatore che se uno è cattivo non per forza lo è sempre stato.
E poi, visivamente, la serie merita per l’impostazione cinematografica che ne esalta ancora di più il livello già alto e che porta a un quesito: e se fosse l’animazione, tanto apprezzata dai fan, l’unico futuro televisivo di successo per Star Wars?
Quindi tutti gli amanti delle Guerre Stellari sono avvisati: godetevi questa serie perché vi sorprenderà.
Anche perché Star Wars: Maul – Signore delle Ombre avrà una stagione 2, già annunciata da Disney prima di rilasciare gli episodi 1 e 2. Vi conviene affezionarvi a Maul, perché lui è qui per restare.
VOTO POPCORNERD: 7,5/10
Recensioni
Batman Caped Crusader S2: Il convincente ritorno del Cavaliere Oscuro noir di Prime Video
Grazie a Prime Video abbiamo visto in anteprima Batman Caped Crusader stagione 2, in uscita sulla piattaforma il 31 luglio. L’Uomo Pipistrello in versione noir dovrà vedersela con nuovi mortali nemici negli episodi inediti. Per saperne di più ecco la nostra recensione!
L’estate 2026 di Prime Video verrà sicuramente ricordata come “l’estate dei supereroi noir”.
Dopo l’ottima accoglienza ricevuta da Spider-Noir, interpretato da uno straripante Nicolas Cage, un altro show, questa volta animato, con protagonista il famigerato supereroe dalle orecchie a punta e dal simbolo del pipistrello, si appresta a far vivere nuove avventure pulp e hard-boiled agli abbonati di Prime Video: Batman: Caped Crusader.
Dopo una prima stagione uscita esattamente due anni fa, il Crociato Incappucciato torna con 10 nuovi episodi che esplorano ulteriormente le gesta di questa versione anni ’30 del protettore di Gotham City.
Il Batman delle origini, diverso dall’eroe dell’immaginario odierno

Prima di addentrarci nell’analisi della seconda stagione, è necessario spendere due parole sul progetto Batman: Caped Crusader.
Nel 2024, J.J. Abrams, la mente dietro Lost, Matt Reeves, regista di The Batman, e Bruce Timm, uno dei creatori di Batman: The Animated Series, hanno portato sulla piattaforma di Amazon la prima stagione di Caped Crusader, serie animata che narrava le avventure di un Batman alle prime armi come vigilante di Gotham, molto diverso da quello a cui siamo abituati oggi.
Si tratta di un Uomo Pipistrello che si muove e agisce nella Gotham City degli anni ’30, dotato di un costume più rudimentale, con orecchie che divergono verso l’esterno come quelle di un vero pipistrello e guanti corti, una Batmobile dall’estetica classica delle berline dell’epoca, un Alfred che richiama lo stereotipo del maggiordomo inglese tipico di quegli anni e nemici che, per lo più, sono gangster e malavitosi in abito gessato armati di Tommy Gun.
Quello che ne emerge è una versione decisamente fedele al Batman originale, così come immaginato nel 1939 dall’artista Bob Kane e dallo scrittore Bill Finger, che ha esordito in Detective Comics #27.

Il Batman degli esordi a fumetti su Detective Comics #27
L’eroe di Batman: Caped Crusader mantiene lo spirito con cui è nato Batman dalla mente dei suoi creatori: proteggere gli abitanti di Gotham e sconfiggere i criminali agendo nel buio della notte vestito da Uomo Pipistrello, diventando una leggenda urbana tra i gangster, terrorizzati dall’idea che quella misteriosa creatura potesse esistere davvero.
E poi, come anticipato, tra i produttori c’è l’esperto Bruce Timm, uno degli artefici dell’incredibile serie animata cult degli anni ’90, che ha definito nell’immaginario dei bambini dell’epoca Batman sia dal punto di vista estetico sia come concetto di eroe gotico tutto d’un pezzo. Richiamato a gran voce da Warner Bros., Timm inizialmente avrebbe dovuto realizzare una nuova stagione di Batman: The Animated Series, idea che però non lo ha mai convinto, avendo già detto tutto su quella versione del personaggio.
Ma ripensando ai concept mai realizzati negli anni ’90, il produttore iniziò a immaginare una versione ancora più pulp e oscura del personaggio, ispirata ai vigilanti mascherati come The Shadow e ai vecchi horror Universal.
Con il coinvolgimento di J.J. Abrams e Matt Reeves, nasce un progetto completamente nuovo dedicato a Batman, con connotazioni decisamente più crime e investigative.
Il risultato finale presenta un Batman investigatore, più brutale e dal carattere più ruvido, che mescola, in parte, atmosfere del Batman di Reeves con estetica per quanto riguarda l’animazione di Batman: The Animated Series, proiettando il tutto nell’America degli anni ’30 e ’40.
Batman Caped Crusader: dove eravamo rimasti?

Il finale della prima stagione di Batman: Caped Crusader ha lasciato Gotham profondamente segnata.
Il destino di Bruce Wayne si è intrecciato con quello di Harvey Dent, divenuto il folle Due Facce dopo essere stato sfigurato dall’acido lanciatogli sul volto da Tony Zito, scagnozzo del boss mafioso Rupert Thorne.
Sprofondato nella paranoia e consumato dalla rabbia, Harvey intraprende una sanguinosa vendetta contro gli uomini di Thorne, fino a decidere di farsi ricoverare volontariamente all’Arkham Asylum. Barbara Gordon, convinta che possa ancora fare la cosa giusta, si offre di difenderlo e cerca di convincerlo a testimoniare contro la criminalità organizzata.
L’ultimo tentativo di portare Thorne davanti alla giustizia si conclude però in tragedia: Dent si sacrifica per salvare Barbara durante un agguato orchestrato dagli uomini del boss. La sua morte rafforza la determinazione di Batman, che promette di diventare il vero custode di Gotham. Nel frattempo, nelle ultime scene della stagione, un misterioso individuo sperimenta una tossina capace di provocare risate incontrollabili, anticipando l’arrivo della più grande minaccia dell’universo di Batman.
Nuovi terribili nemici sono pronti a incrociare la strada del Crociato Incappucciato

La criminalità di Gotham City è rimasta senza il suo boss. Il vuoto di potere lasciato da Rupert Thorne, arrestato in seguito agli eventi della prima stagione, fa gola a numerosi malviventi. Tra questi emerge uno degli ex scagnozzi dello stesso Thorne, il gangster Eddie Nigma, deciso a conquistare la città a colpi di rapine e omicidi, creando non pochi grattacapi a Batman e al G.C.P.D.
Nel frattempo, il Cavaliere Oscuro, dopo un inizio di rapporto tutt’altro che idilliaco, inizia a collaborare con Barbara e James Gordon, rispettivamente avvocatessa e commissario di polizia di Gotham. I tre uniscono le forze per risolvere i casi più complessi che minacciano la città.
Tra i protagonisti di questa seconda stagione torna anche la detective Renee Montoya, tra i pochi agenti di Gotham realmente incorruttibili, che cerca di lasciarsi alle spalle la delusione sentimentale vissuta con la dottoressa Harleen Quinzel, immergendosi completamente nel lavoro, che di certo non manca.
Nuovi criminali, come un lugubre Mr. Freeze, un vendicativo Spaventapasseri ed altre incredibili minacce faranno il loro ingresso nel corso della stagione. Ma il più grande villain emergerà soltanto nell’atto finale, quando il più pericoloso avversario mai affrontato da Batman inizierà finalmente a svelare le proprie carte. Il Joker è pronto a entrare in scena, trascinando l’Uomo Pipistrello e l’intera Gotham City in una partita destinata a cambiare tutto.
Gotham City, ancora una volta personaggio sullo sfondo di Bat-avventure crime

Gotham City, come in ogni ottima storia di Batman, assume le sembianze di un personaggio al pari del Cavaliere Oscuro e del resto del cast. La città che non dorme mai del Caped Crusader non è da meno nemmeno in questa seconda stagione.
L’approccio adulto della serie animata e le atmosfere pulp da film noir anni ’30, ha dato ai produttori e agli sceneggiatori la possibilità di approfondire, nei nuovi episodi, temi molto maturi come la brutalità e la corruzione della polizia, un cancro che rimane sullo sfondo di ogni episodio pur non venendo affrontato direttamente, e una criminalità senza scrupoli né morale che, priva di un vero boss al comando, si riversa sulle strade e sugli abitanti di Gotham con ancora maggiore crudeltà.
Tutto questo si riflette in una città ancora più cupa e noir rispetto alla prima stagione, costretta ad assistere impotente al tracollo e al declino di una società e di un sistema in cui Batman, spesso, non basta.
Questa seconda stagione continua a concentrarsi su storie dalla forte connotazione crime, alternando episodi che seguono una storyline ben precisa incentrata sui piani di Nigma e Joker ad altri autoconclusivi, che esplorano personaggi secondari di Gotham, presentano nuovi villain o chiudono punti rimasti in sospeso nella stagione precedente. Tra questi spicca forse il miglior episodio dell’intera stagione, The Spectral Hand, scritto da un maestro della sceneggiatura a fumetti come J.M. DeMatteis, noto per la sua capacità di approfondire la psicologia dei personaggi, nel quale viene svelato il destino del poliziotto corrotto James Corrigan.
Batman nella sua versione Detective Comics noir… ma è pur sempre un vigilante

In questa seconda stagione di Batman: Caped Crusader assistiamo a un Cavaliere Oscuro più esperto e sicuro di sé rispetto alla prima, che continua a mettere in primo piano il suo lato da detective più che quello da supereroe.
Anche in questa stagione Alfred si conferma fondamentale, vero e proprio partner soprattutto durante le indagini e nel lavoro “da laboratorio” che si svolge all’interno della Bat-Caverna. È un peccato, però, che il rapporto tra il maggiordomo e Bruce Wayne rimanga molto distaccato e puramente professionale, quasi esclusivamente da “datore di lavoro e maggiordomo”, nonostante nella prima stagione sembrasse esserci qualche spiraglio di avvicinamento, che in questo caso gli sceneggiatori sembrano essersi dimenticati.
Un piacevole omaggio (o easter egg) alle avventure investigative del Batman dei fumetti è rappresentato dall’utilizzo di una delle identità alternative che Bruce Wayne ha spesso sfruttato per lavorare sotto copertura e che, in uno degli episodi, torna a utilizzare. Chi ha dimestichezza con i fumetti sa perfettamente di cosa sto parlando.
Interessante, senza ombra di dubbio, anche il ruolo del G.C.P.D., sempre più al centro delle avventure poliziesche del Caped Crusader, così come la spaccatura sempre più evidente all’interno della polizia di Gotham. Da una parte troviamo gli agenti corrotti, che continuano a considerare Batman un semplice vigilante al di fuori della legge; dall’altra uomini come Gordon e Montoya, che invece collaborano apertamente con il Crociato Incappucciato.
Nigma e Joker: rinnovare senza snaturare i personaggi

Come detto, Batman: Caped Crusader si ispira alle primissime avventure del Batman a fumetti del 1939, ma non rinuncia ad apportare cambiamenti significativi ai personaggi protagonisti introdotti in questi nuovi episodi.
Una delle caratteristiche che aveva colpito maggiormente della prima stagione era la naturalezza con cui personaggi storici venivano rinnovati senza perdere l’essenza delle loro controparti originali. Ed ecco che un Pinguino donna appare assolutamente credibile e, anzi, a tratti persino più spietato della versione maschile vista nei film, nelle serie TV e, ovviamente, nei fumetti.
Anche in questa seconda stagione c’è spazio per nuovi volti, come Eddie Nigma, decisamente diverso da qualsiasi altra incarnazione vista finora. Un personaggio molto più vicino a un criminale di strada che al classico Edward Nigma: spietato come non mai, meno machiavellico del solito e molto più interessato alla scalata al potere che a sottoporre le sue vittime a indovinelli. È una versione che funziona all’interno della storia di Caped Crusader, ma che non mi ha convinto al cento per cento, probabilmente per l’affezione che nutro verso altre incarnazioni o, semplicemente, perché a tratti ricorda troppo, per follia, il Joker di Batman: The Animated Series.

E, a proposito del Joker, quella che vediamo in Batman: Caped Crusader è una versione dannatamente magnetica. La scrittura del personaggio, che nel corso della stagione entra in scena poco alla volta, è pressoché perfetta e rappresenta l’altro piatto della bilancia rispetto a Batman. Due menti sullo stesso piano d’intelligenza che danno vita, negli episodi finali, a una perfetta partita a scacchi. Non aspettatevi, però, il Joker ridanciano doppiato da Mark Hamill e colorato di Batman: The Animated Series: chi conosce la sua prima apparizione nei fumetti potrebbe cogliere più di una similitudine con questa nuova incarnazione. È senza dubbio il personaggio più stravolto rispetto alla versione classica, ma anche incredibilmente carismatico.
Cosa non funziona in Caped Crusader

La trama principale viene continuamente spezzata dall’inserimento, a intervalli regolari, di episodi non sempre all’altezza della storia centrale, dando quasi l’impressione di voler “allungare il brodo” o interrompere la tensione narrativa della storia cardine dell’intera serie. Soprattutto nella parte centrale la qualità delle trame cala sensibilmente, salvo poi riprendersi nel gran finale.
Per quanto riguarda l’Uomo Pipistrello, manca, a mio avviso, una vera evoluzione del personaggio, che rimane praticamente identico a quello della prima stagione nonostante l’esperienza accumulata. Non stiamo sottolineando che si tratti di una mancanza, perché probabilmente la ‘cristallizzazione’ di Batman è una scelta della stessa produzione.
Ma in una serie moderna lo spettatore di oggi si aspetta una maturazione dei personaggi principali o almeno del protagonista, cosa che in questa stagione non avviene almeno per il nostro Crociato Incappucciato.
L’animazione, come anticipato, rappresenta una rivisitazione affascinante e moderna (pur essendo ambientata negli anni Trenta) di Batman: The Animated Series. È senza dubbio un’ottima medicina per i nostalgici della storica serie degli anni Novanta, ma rispetto alla prima stagione non c’è alcun passo avanti. La conferma della serie per una seconda stagione e un presumibile aumento del budget da parte di Prime Video, lasciavano immaginare un upgrade anche sotto il profilo tecnico, mentre gli sfondi risultano ancora molto statici e i personaggi, a tratti, un po’ troppo rigidi.
Batman: Caped Crusader stagione 2 – Promosso o bocciato?

Batman: Caped Crusader continua la sua corsa con una seconda stagione senza ombra di dubbio interessante, che scava ulteriormente nei bassifondi di Gotham City tra polizia corrotta e criminalità organizzata. Si conferma una serie animata dal taglio probabilmente più adatto a un pubblico adulto, decisamente più matura rispetto a Batman: The Animated Series, grazie a temi affrontati con toni più seri e drammatici.
Lo stile crime ispirato al noir americano degli anni Trenta e Quaranta continua a funzionare anche in questa seconda stagione, con un Batman sempre più detective chiamato ad affrontare nuove minacce, in particolare quelle rappresentate da Nigma e Joker.
Ci si aspettava un passo avanti rispetto all’animazione della prima stagione, ma questo miglioramento non è arrivato, così come la qualità narrativa non riesce a mantenersi sempre sugli stessi livelli.
Nel complesso è una stagione che si assesta qualitativamente sugli standard della precedente, ma conferma Batman: Caped Crusader come degna erede di Batman: The Animated Series, nonché una delle interpretazioni più affascinanti e intraprendenti sul Cavaliere Oscuro.
VOTO POPCORNERD: 7/10

Marvel Cinematic Universe
Spider-Man Brand New Day – Recensione: la Grande Mela ritrova il suo Eroe
Spider-Man: Brand New Day, il nuovo blockbuster Marvel Studios / Sony Pictures con Tom Holland, riporta il Tessiragnatele tra i grattacieli di New York, riscoprendone l’anima più autentica
Una delle cose che più apprezzo e amo dei fumetti di Spider-Man, da quando ho memoria, è il suo volteggiare tra i grattacieli di New York, con il suo costume rosso e blu, compiendo evoluzioni che sfidano ogni legge della fisica, utili solo a piombare sul cattivo di turno a suon di battute e colpi di ragnatela.
Si tratta di un tratto distintivo dell’eroe, ripreso più volte nelle serie animate classiche, sia stand alone sia insieme ai suoi “Fantastici Amici”, così come nei videogiochi a lui dedicati, che hanno sempre reso l’esperienza videoludica affascinante.
Quando uscì, nel lontano 2002, il primo Spider-Man di Sam Raimi con Tobey Maguire, una delle cose che mi conquistò più di tutte fu il rapporto dell’eroe con la città di New York e il suo vivere la metropoli sia come Peter Parker sia come supereroe della comunità newyorkese. Essere l’eroe di tutti e per tutti.
Tutto questo è spesso mancato nei primi tre film targati Marvel Studios con Tom Holland, un attore che, a mio avviso, ha capito e si è calato molto bene nei panni del personaggio, riuscendo a entrare nel cuore dei fan del Ragno, ma che non ha avuto nelle precedenti pellicole il giusto supporto da trame, sì godibili, ma mai davvero all’altezza del supereroe più iconico e importante della Marvel.
Dopo l’addio di Jon Watts, i Marvel Studios hanno puntato su Daniel Cretton, regista visto all’opera in Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli e tra i produttori dell’acclamata Wonder Man, per il quarto film di Spider-Man, il più atteso di questa fase del MCU insieme all’imminente Avengers: Doomsday, in arrivo a fine anno.
Spider-Man: Brand New Day riparte innanzitutto, da quel trio che ha trasformato l’alchimia sul set in un rapporto familiare anche nella realtà: Tom Holland (Peter Parker/Spider-Man), Zendaya (MJ) e Jacob Batalon (Ned Leeds). E riparte proprio da quegli elementi che hanno reso Spider-Man unico, iconico e amato in tutto il mondo: New York, Peter Parker e comprimari che si incastrano bene nelle avventure urbane dell’Amichevole Spider-Man di quartiere. E poi Spider-Man è tornato a volteggiare tra i palazzi. Una gran figata.
Spider-Man: Brand New Day – la trama (almeno quello che possiamo dire)

Sono passati cinque anni da Spider-Man: No Way Home e Peter Parker vive a New York. Da solo.
L’incantesimo che ha costretto il mondo intero a dimenticarsi dell’esistenza di Peter Parker ha funzionato e il ragazzo, durante tutto questo tempo, è rimasto a debita distanza da MJ e Ned per proteggerli da qualsiasi minaccia che potesse ricondurli a lui.
Peter, però, è anche Spider-Man e, in questi cinque anni, la vita da supereroe è stata molto impegnativa. L’Arrampicamuri ha contribuito notevolmente a debellare la criminalità, si è fatto amare dai cittadini di New York e ha trovato nel capitano Jean DeWolff un alleato molto importante.
Ma Peter, obiettivamente, non ha ancora superato la morte di May e il fatto che i suoi amici si siano completamente scordati di lui. Quando li vede andare avanti, si innesca qualcosa dentro di lui che lo costringerà a fare i conti con un cambiamento inatteso.
Oltre a capire cosa gli stia succedendo, Spider-Man dovrà vedersela con criminali come Scorpion, tenere a bada Frank Castle e Hulk, ma soprattutto affrontare un nuovo nemico invisibile che sta creando diversi problemi in città.
Voltare pagina e accettare i cambiamenti per vivere ‘un nuovo giorno’

Spider-Man: Brand New Day mostra un Arrampicamuri più esperto, più sicuro di sé quando indossa la maschera e combatte il crimine, e più attento a fare tutto ciò che è in suo potere per tenere al sicuro i cittadini di New York.
Questo suo buttarsi nelle attività da supereroe fa da contraltare alla vita da civile di Peter Parker: un’esistenza vuota, ancora legata a un passato che non riesce ad abbandonare, nonostante siano trascorsi cinque anni, e che gli impedisce di costruirsi una vita dopo No Way Home.
Accettare i cambiamenti ed essere capaci di voltare pagina sono i temi principali attorno ai quali ruota la figura di Peter Parker, per farlo crescere come uomo al pari dell’eroe che i newyorkesi hanno imparato ad amare.
Bentornata New York. Bentornato Spider-Man.

Come anticipato, quello che era mancato nei precedenti film del MCU dedicati a Spidey era la città di New York, non solo come sfondo delle avventure di Spider-Man, ma anche come cuore pulsante e presenza percepibile al pari di un personaggio del cast.
Se Batman ha Gotham City come palcoscenico, Spider-Man ha New York. I suoi vicoli, i grattacieli, i cantieri a cielo aperto, i food truck e le strade intasate dai taxi gialli che strombazzano. E poi New York sono le persone.
Il regista, traendo evidente spunto dai fumetti, dalle serie animate degli anni Sessanta e Settanta e dai film di Sam Raimi, palese punto di riferimento sotto più aspetti, ha riportato Spider-Man nel suo habitat naturale, nella sua comfort zone: il contesto urbano dove l’eroe si esalta di più. Senza Guerre Civili, Guerre dell’Infinito o Endgame.
Semplicemente Spider-Man a New York. E Cretton, lo ha fatto dannatamente bene, soprattutto a livello visivo.
Quando Spider-Man vola tra i grattacieli di New York si respira davvero aria di Grande Mela. Sono, a mio avviso, tra le sequenze più spettacolari e immersive del film.
Combattimenti spettacolari? Stuntman professionisti e videogiochi

Come fonte d’ispirazione, Cretton ha più volte citato i videogiochi di Spider-Man.
“Molti dei ragazzi del nostro reparto stunt adorano giocare a quei videogiochi […] “Così facevano degli screenshot delle loro partite, li portavano in studio e chiedevano: ‘Riusciamo a fare questa mossa?’. È stata una grande fonte di ispirazione per le nostre scene.”
Chi ha giocato ai videogiochi, soprattutto quelli Insomniac potrà trovare delle similitudini nelle scene d’azione e di combattimento, davvero spettacolari, grazie anche al supporto del team di stuntman di Jackie Chan, un artista marziale che, in fatto di spettacolo, è un vero esperto e che ha messo a disposizione di Cretton i suoi ragazzi per rendere il tutto ancora più sbalorditivo. E, infatti, alcuni combattimenti contro i villain di turno sembrano usciti direttamente da un albo di Amazing Spider-Man.
Su questo nessuno spoiler: Cretton ha voluto fortemente replicare alcune cover iconiche e storiche di Amazing Spider-Man all’interno del film, mostrate anche nei trailer, a mio avviso proprio per rimarcare questo legame con la fonte originale dove è nato il mito di Spider-Man: i fumetti.
Perché guardando Spider-Man: Brand New Day sembra davvero di leggere un albo o una saga a fumetti con protagonista l’Amichevole Spider-Man di quartiere.
Un cast che funziona e il team-up Spider-Man/Punisher buca lo schermo

Sono sincero: una delle cose che più mi spaventavano di questo film era l’eccessivo numero di personaggi presenti nella pellicola. Il pericolo che non ci fosse abbastanza spazio per Spider-Man, sacrificato a favore di Hulk, del Punisher, di Scorpion o di altri personaggi non ancora rivelati, era molto elevato. Così come quello di inserire personaggi senza contestualizzarli.
E invece, anche in questo senso, Cretton ha fatto un lavoro eccezionale: ogni personaggio ha il suo spazio ed è funzionale alla trama del film.
Tra quelli che più mi hanno colpito in positivo c’è il Punisher di Jon Bernthal e il suo rapporto con Spidey. Anche in questo caso avevo paura che il Punitore venisse edulcorato o, peggio, snaturato rispetto a quello visto in Daredevil: Born Again e One Last Kill, per ridurlo a semplice spalla o macchietta di Spider-Man.
Invece l’alchimia tra il Punitore e il Tessiragnatele è strepitosa, complice anche, evidentemente, il rapporto nella vita reale tra Holland e Bernthal, amici anche al di fuori del set. Si crea così un confronto effervescente tra due filosofie di giustizia profondamente diverse, che regala anche alcuni momenti davvero divertenti. E poi Bernthal si conferma ancora una volta un Punitore perfetto, anche sul grande schermo.
Nota di merito per Liza Colón-Zayas: dismessi i panni della chef Tina di The Bear, porta sullo schermo una convincente Jean DeWolff, caratterialmente diverso dalla sua controparte cartacea, ma calzante in Brand New Day. Il capitano di polizia che prende a cuore Spider-Man, instaura con l’eroe un rapporto davvero particolare, che ho decisamente apprezzato.
Molto bello rivedere l’Hulk di Mark Ruffalo che… fa semplicemente Hulk, anche se ogni volta che viene inserito in una pellicola lascia sempre quella sensazione di poter dare qualcosa in più.
Su Sadie Sink non posso dire nulla, se non che l’attrice si è lasciata alle spalle la Maxine “Max” Mayfield di Stranger Things ed è pronta a dimostrare di che pasta è fatta nel Marvel Cinematic Universe, a cominciare proprio da Spider-Man: Brand New Day.
Spider-Man: Brand New Day – promosso o bocciato?

Il film con Tom Holland, Zendaya & Co. diverte, fa riflettere per alcuni temi trattati, intrattiene e stupisce per la sua spettacolarità sotto ogni punto di vista, grazie a scene d’azione ben costruite e a una trama ottimamente pensata, che riporta Spider-Man nel suo habitat naturale: la città.
Spider-Man: Brand New Day piacerà a tanti: a chi ha giocato ai videogiochi del Tessiragnatele, a chi legge i fumetti di Spider-Man e ai nostalgici ammiratori delle pellicole di Sam Raimi. Ma piacerà soprattutto a chi ama vedere Tom Holland nei panni di Spider-Man, perché mai come in questo film l’attore riesce a entrare nel costume del personaggio e a farlo suo.
In definitiva? Il miglior film di Spider-Man tra i quattro dell’era MCU, realizzati dalla collaborazione tra Sony e Marvel Studios. Da vedere assolutamente al cinema.
VOTO POPCORNERD: 8,0/10

Animazione
A New Dawn: un’oasi d’arte sospesa
A New Dawn, l’esordio di Yoshitoshi Shinomiya, è un delicato affresco artistico che cerca un nuovo linguaggio lontano dal suo mentore. Questa è la recensione del film presente nelle sale italiane dal 23 al 29 luglio
Da sempre i prodotti d’animazione giapponese ci mostrano una fotografia della società nipponica. Uno degli elementi che più affascina l’occidente è proprio il metodo con cui questi registi vedono il mondo, inquadrano la quotidianità e cercano di raccontare attraverso i propri occhi un messaggio elaborato dall’esperienza di una vita in quella terra da noi tanto sognata e celebrata.
C’è chi costruisce il proprio cinema con un intenzione politica ed un tono più graffiante, come i grandissimi Satoshi Kon e Yoshiaki Kawajiri, che non temono di ricordare al mondo, e soprattutto ai loro cittadini, che la loro grande patria nasconde e omette ombre terrificanti: voyeurismo, enormi disparità sociali, criminalità organizzata, altissimo tasso di suicidi, invecchiamento e sindromi asociali della popolazione.
Tuttavia, se oggi si ammira la cultura del Sol Levante è anche perché esiste un’altra faccia interpretativa. Makoto Shinkai si distingue fin dall’inizio del nuovo millennio con una poetica diametralmente opposta alla scuola anni ’80 e ’90 del cinema d’animazione giapponese: atmosfere solari, musiche rilassanti, dialoghi pacati e inquadrature che oscillano fra dettagli su cibo e oggetti di vita quotidiana e campi lunghi che aprono lo schermo verso la skyline della grande capitale Tokyo.

Immagini tratte dai film di Makoto Shinkai – 5 cm al secondo, Your Name, Weathering with You
La prova dell’allievo
Yoshitoshi Shinomiya, artista formatosi in tecniche pittoriche, osserva nelle retrovie d’animatore il successo del suo mentore Shinkai. Dal 2011 questa giovane promessa segue tutte le produzioni del regista, facendosi notare dal buon Makoto tanto da ottenere per il lungometraggio Your Name la realizzazione di una delle scene più importanti ed iconiche del film (il suggestivo flashback sulla vita di Mitsuha).
Il successo della pellicola è planetario e tutti gridano (direi molto inconsciamente e con eccessiva iperbole) all’arrivo del nuovo Hayao Miyazaki.
Tralasciando queste deliranti dichiarazioni, la qualità del prodotto finale è innegabile e Shinomiya si ritaglia un posto speciale sotto l’ala di Shinkai, da cui assorbirà quante più lezioni possibili in vista della prova che ogni grande animatore deve affrontare per salire a pieno regime nel mondo del cinema: l’esordio alla regia.
A New Dawn portava con sé il rischio del ricalco stilistico, ma l’allievo Yoshitoshi utilizza con molta astuzia la filosofia filmica del suo mentore solo come fondamenta, per proporre la sua formazione all’interno della tecnica animata.

Diamo un senso a questa fine
Riqualificazione. Tutto il silenzio iniziale viene rotto dalla consapevolezza di questa parola, di ciò a cui porterà. Adulti che parlano di interventi pubblici, di funzionari che invitano (sempre con la classica educazione giapponese) a prendere provvedimenti.
Un vociare che nella testa di Keitarō, Kaoru e Sentarō rimane un rumore bianco: chiacchere che portano ad un’azione violenta, infantile data l’agire avventato dei tre protagonisti appena maggiorenni. Già dai primi minuti l’operazione svolta dal regista Shinomiya riesce a spiazzare sia il novizio sia l’appassionato conoscitore dell’ambiente da cui questo artista deriva.
Tutto il lungometraggio si presenta con uno stile grafico d’estrema eleganza, complice la formazione da pittore del buon Yoshitoshi, tradotta nell’utilizzo di acquerelli e pennelli per la costruzione degli sfondi, un character design elaborato dalla sottrazione di un tratto a matita con linee sottili e un’animazione con minor ricchezza di fotogrammi per un movimento volutamente frammentato.
Allo stesso tempo, l’inizio sembra distaccarsi ulteriormente dal linguaggio Shinkai rinunciando alla musica e mostrando una situazione sociale non proprio conforme al rigore nipponico: una rissa.

A New Dawn è in fondo un racconto molto intimo, un’elaborazione silenziosa dell’andare avanti e abbandonare un posto che ha segnato una parte della propria vita, specchio di una tradizione portata avanti da generazioni.
Eppure quel ricordo persiste e la grande metropoli non riesce a sovrastare il desiderio di tornare in quella casa sperduta in campagna, lontana dalla fretta urbana, solo per ritrovare le sensazioni passate.

Da sinistra: Sentarō, Keitarō e Kaoru
Fuochi d’artificio lontani dalla “nostra” città
Kaoru e Sentarō sono traditori. Hanno abbandonato la fabbrica di fuochi d’artificio e il sogno di quell’irraggiungibile Shuhari, si sono arresi al progresso trovando tana in città e cercando carriera. Keitarō all’estremo opposto si è arroccato nella cieca convinzione della tradizione, rinunciando ad una vita sociale in favore del sacrificio per un solo ed unico momento.
Ciò che domina la loro rimpatriata è proprio l’incomunicabilità, che però non viene mostrata col semplice silenzio, ma con dialoghi molto schietti, spesso ripetuti o che balzano da un argomento all’altro senza particolare preavviso.
L’intera sceneggiatura alterna momenti pregni di dramma subito smorzati da un’espressione sciocca che spezza tutta la carica emotiva della scena. Si tratta di un’altalena poco calibrata, forse dovuta al montaggio comunque serrato che permette alla pellicola la durata di circa un’ora e venti minuti.
Sebbene la seconda parte del film ritrovi il sangue del maestro Shinkai con un comparto musicale sovrastante e un’atmosfera si rilassata ma poco silenziosa, menzione d’onore va fatta alla sperimentazione adottata da Yoshitoshi Shinomiya in una particolare scena (senza anticipazioni, il momento dell’ubriaco) in cui collidono tecniche che travisano qualsiasi premessa iniziale, donando freschezza e soprattutto speranza per la poetica di questo giovane regista.

A New Dawn: Superare il maestro (?)
A New Dawn è un esordio ricco di personalità, da un giovane artista che ha stupito tutta la giuria del Festival del Cinema di Berlino con questo delicato racconto d’amicizia oltre la tradizione.
Un film che evolve parzialmente l’abilità maturata dalla lezione di Makoto Shinkai per proporre uno stile pittorico unico al servizio della narrazione non per forza legata ad una fotografia sempre benevola della società giapponese, seppur circoscritta in una storia breve e dal montaggio non sempre calcolato.
Un augurio per queste idee, che possano costruire un nuovo grande nome dell’animazione nipponica.
VOTO POPCORNERD: 8/10

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