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The Walking Dead: il fumetto sugli zombie che parla di umanità

The Walking Dead, un fumetto che ha fatto la storia, consacrando Robert Kirkman come autore di punta dell’industria comics americana.

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Rick Grimes è un vice sceriffo che, risvegliatosi in una stanza di ospedale dopo essere stato in coma, si ritrova ingabbiato in un mondo che non riconosce. Niente elettricità, niente persone, stato di abbandono totale del territorio. Ma non è solo. Infatti le strade, i vicoli, le corsie ospedaliere dove si risveglia sono saturi di zombie. Inizia il suo viaggio, così come quello di The Walking Dead, il fumetto di cui parleremo in questo articolo.

Nella società moderna, appagati da ogni tipo di comodità a portata di mano e dalla sedentarietà cui siamo abituati, Rick si ritrova a doversi mettere in viaggio e riscoprire così l’anima nomade dell’uomo. Ogni tappa è mossa da una speranza e da un obiettivo: quella di ritrovare in vita sua moglie Lori e suo figlio Carl, quella di trovare maggiore protezione, quella di trovare amministratori che sappiano cosa stia accadendo a questo pazzo mondo. Ed ogni volta è più difficile partire perché come detto in precedenza, è facile galleggiare nella comodità piuttosto che avanzare verso qualcosa di ignoto. Lungo il cammino avvengono incontri, scontri, attriti. Decisioni sempre più complesse ed articolate da dover prendere per il bene comune. E così il concetto di famiglia si allarga a quello che dapprima è un gruppo ristretto di sopravvissuti sino a diventare la guida di un’intera comunità.

Il tempo passa, le difficoltà aumentano, le persone cambiano.

Carl, che abbiamo conosciuto bambino, lo ritroveremo adolescente e poi adulto. Vivere un mondo del genere, una situazione del genere, porta a saltare alcune delle fasi della crescita e di quelle che sono considerate basilari per la formazione del carattere e della solidità di una persona.

Si è trovato ad affrontare situazioni decisamente troppo grandi per lui e troppo in fretta: dall’abbandonare la propria casa, suo padre sul letto di un ospedale senza sapere se mai l’avrebbe rivisto. Padre che si trova a difendere dalla minaccia di Shane, uccidendo quest’ultimo. A sette anni la sua infanzia, la sua fragilità, la sua innocenza sparisce per sempre rendendolo uno dei personaggi più freddi ed induriti emotivamente dell’intera opera.

Durante la sua adolescenza conosce Negan, il leader della fazione dei Salvatori, nel quale vede il risvolto più cinico e folle dell’essere una guida e col quale instaura nel corso degli anni un rapporto uno a uno: discepolo e mentore da poter testare per scoprire il proprio io, per conoscere sino a che punto potersi spingere nelle emozioni e nelle azioni.

Nel salto temporale finale, Carl sarà il punto d’incontro tra vecchio e nuovo, una sorta di memoria storica che tramanda gli insegnamenti di Rick affinché non si dimentichi il percorso fatto per raggiungere lo stato attuale di pace della città e delle colonie.

Nonostante Rick sia il personaggio centrale attorno al quale ruotano le scelte, le decisioni e l’intera trama principale della storia, Negan resta il personaggio che più di tutti mi ha affascinato. Lo conosciamo come capo dei Salvatori, perfetto stereotipo di crudeltà e follia al servizio della comunità che guida col “pugno di ferro” e che con la stessa metodologia vuole conquistare il rispetto – e le risorse – delle comunità più piccole che incontra per strada. Dopo il massacro di Glenn sino a quel momento centrale e tra i più fidati compagni di Rick, l’estorsione psicologica verso lo stesso Rick, la derisione verso Carl per testarne l’integrità, inizia il suo vero percorso di decostruzione. Durante la sua prigionia ad Alexandria riceve sistematicamente le visite da parte di Carl, ma soprattutto quelle di Rick. Diventa un confidente, un amico, una sorta di voce della coscienza cui poter fare affidamento nonostante le divergenze. Addirittura in alcuni passaggi il lettore ha come l’impressione che la differenza tra i due leader si assottigli sino a quasi sparire. Il rispetto reciproco tra i due trova il suo culmine nel momento in cui Negan, evaso dalla sua cella, fa ritorno consegnando a Rick la testa di Alpha, leader dei Sussurratori e più grande minaccia per quella porzione di mondo che viene presa in considerazione. Infine Negan riuscirà a fare pace con se stesso e col suo passato sanguinario liberandosi di Lucille, la sua amata mazza da baseball coronata di filo spinato, simbolo della sua tirannia e delle sofferenze vissute prima della venuta dei vaganti.

Rick, l’eroe che prende in pugno le redini della situazione e della sua squadra non per scelta ma per necessità dopo la morte di Shane. Si trova inizialmente spaesato, legato com’è alla legge ed all’ordine. Lo vediamo in difficoltà quando deve prendere le prime decisioni contro tutto e tutti, e nonostante ciò riesce sempre ad avere l’appoggio e la fiducia del gruppo che guida e che si espande, che plasma in base ai suoi principi. Si troverà a dover prendere decisioni forti, drastiche ed in contrasto con i suoi ideali a tal punto da fargli ammettere “siamo noi i morti viventi”. Seppur spezzato nella sua morale, è sempre pronto a rialzarsi con l’unico obiettivo della salvaguardia degli altri e del gruppo, e del non perdere l’unica cosa che ci distingue dai vaganti: l’umanità. Per lui il percorso di crescita e cambiamento avviene anche dal punto di vista del fisico. Gli viene amputata la mano destra dal Governatore – altro antagonista degno di menzione – perché non vuole svelare la posizione esatta della prigione nella quale si è stanziato col suo gruppo, così come subirà un grave danno alla gamba causato da una colluttazione con Negan che lo costringerà alla zoppia.

Eppure non ci sono solo leader carismatici tra le pagine di questo fumetto, infatti trova spazio anche Eugene. Presentatoci come scienziato del governo centrale con in mano la chiave della cura per la pandemia, ben presto scopriamo che questa era solo una copertura per circondarsi di persone capaci di difenderlo o quantomeno non attaccarlo nel bel mezzo dell’azione. Un codardo, ma abbastanza scaltro da scamparla per diverso tempo, finché la fiducia dei suoi compagni d’avventura viene meno in virtù della scoperta della verità. Ed anche qui la crescita, la rinascita di un personaggio apparentemente inutile nel contesto in cui si ritrova, che si rimbocca le maniche sino a diventare fondamentale grazie alle sue conoscenze e competenze in campo scientifico/tecnologico. E’ grazie a lui ed al suo intelletto se vengono ripristinate le comunicazioni via radio, ed il funzionamento della ferrovia per collegare le cittadine che negli anni sono sorte. Ogni personaggio che incontriamo sarebbe meritevole di approfondimento, visto lo spessore narrativo che l’autore gli dedica. 

Ogni personaggio è mosso dal suo vissuto, dalle sue esperienze pre catastrofe, da quello che la vita gli ha dato da vivere dopo gli eventi iniziali. Sono legato a The Walking Dead proprio per questo, per come un espediente narrativo – quello dell’avvento di un’apocalisse zombie – diventi un viaggio introspettivo, la discesa nella profondità dell’animo umano e dell’emotività di ognuno dei superstiti che fa la differenza tra una scelta piuttosto che un’altra. Così come l’influenza degli altri, di chi abbiamo di fronte e chi incontriamo sia importante per la nostra esperienza e possa influenzare le scelte. Il lettore viene portato a riflettere, a ponderare assieme ai protagonisti aprendo ogni volta uno “sliding door” su cosa sarebbe potuto accadere se Rick o chiunque altro avesse preso una decisione differente.

Conclusioni, spin off e crossmedialità.

Come ogni storia che incontra il favore di pubblico e di critica, anche nel caso di The Walking Dead non sono mancate proposte sotto forma di altri media. Lo stesso Kirkman ha collaborato nella trasposizione come serie tv, che per sua ammissione e volontà ha preso una strada diversa rispetto alla trama originale. Prendono vita personaggi che non esistono nella versione cartacea ed allo stesso tempo vengono prese vie alternative da parte dei protagonisti rispetto al fumetto per creare qualcosa di nuovo e differente. Oltre a questa serie tv ne sono nate altre spinoff o sequel della stessa a seguire le vicende di alcuni personaggi o gruppi di superstiti, altre sono state annunciate e non è dato sapere se prenderanno o meno vita. Oltre al piccolo schermo è nato un videogioco ispirato al mondo creato dall’autore, che comprende i cameo di alcuni personaggi noti prima che incontrassero Rick sul loro cammino. Da questo è nato un sequel sotto forma di fumetto considerato canonico a tutti gli effetti in questo universo narrativo.

Con The Walking Dead Robert Kirkman tocca il suo apice narrativo, secondo lo scrivente. La forza di questa opera sta proprio nella sua capacità di raccontare la vita dei superstiti e della forza delle relazioni, di rendere partecipe il lettore e metterlo nella condizione di empatizzare anche con i villain. E’ capace di farci mettere piede nelle diverse località e di farci vivere secondo le leggi che le governano.

Ogni arco narrativo ci tiene col fiato sospeso ed ogni volta che pensiamo si stia attraversando un periodo di stabilità ecco che accade qualcosa che ci fa ricordare che in fondo è la lotta per la sopravvivenza e per l’autoconservazione che fa agire i vari attori, con uno sguardo al futuro ed alle generazioni che verranno. Il discorso finale di Rick è un manifesto di quelle che vogliono essere le fondamenta da cui la civiltà dovrà ripartire: la vera sopravvivenza coincide con la pace, la giustizia, la comunità e la cooperazione. Per quanto riguarda invece il comparto artistico, Tony Moore ha dato vita al mondo immaginato dall’autore utilizzando un tratto dettagliato ed espressivo che risulta sin troppo morbido per gli eventi che vengono narrati. Dal settimo numero viene sostituito da Charlie Adlard che riappacifica attraverso un tratto più grezzo, sporco, intriso di bianco/nero più marcati le macerie di un mondo alla rovina e di un’umanità oramai spezzata.

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Rob Liefeld: nuova polemica sui social contro Marvel

Rob Liefeld si scaglia sui social contro la Marvel in quanto nell’ultimo Omnibus dedicato a New Mutants viene riportato nei credits come solo disegnatore e non anche come sceneggiatore di alcune storie fondamentali

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Non è certo la prima volta che Rob Liefeld esprime pubblicamente il proprio malcontento nei confronti della Marvel, ma questa volta il co-creatore di Deadpool e tra i fondatori di Image Comics, sembra aver trovato un nuovo motivo per alzare i toni della polemica.

Tutto è nato dall’annuncio del quarto volume omnibus dedicato a The New Mutants. Dopo aver visionato il materiale promozionale diffuso dalla Casa delle Idee, Liefeld ha scoperto di essere stato accreditato esclusivamente come disegnatore all’interno del volume, senza alcun riferimento al suo contributo come sceneggiatore.

Una scelta che l’autore non ha affatto gradito e che lo ha spinto a sfogarsi sui social. Ecco quanto riportato dallo stesso Liefeld su X:

«Sì, nonostante abbia scritto i numeri più venduti di New Mutants mai pubblicati , non sono elencato [come autore]. È stato grazie ai miei scritti che i numeri dal 98 al 100 hanno venduto 2,2 milioni di copie. Si tratta di un numero superiore a quello dell’intero anno precedente al mio ingresso nel team. New Mutants vendeva 110.000 copie in un mare di fumetti degli X-Men che ne vendevano 350.000 e oltre» – Rob Liefeld

La critica di Liefeld non si è però fermata alla questione dei crediti. L’artista ha infatti allargato il discorso al rapporto storico tra Marvel e i suoi creatori, chiamando in causa alcune delle figure più importanti della storia del fumetto americano.

«In conclusione, la Marvel tratta i creatori come spazzatura. Lo ha sempre fatto. Jack Kirby li ha citati in giudizio. Per due decenni. Gli eredi vogliono insabbiare la questione ora che hanno raggiunto un accordo, ma a Jack la cosa ha fatto venire la nausea. Steve Ditko ha citato in giudizio la Marvel. Non possono fare a meno di trattare i creatori di magia come spazzatura»* – Rob Liefeld

*secondo quanto riportato da Popverse

Chi è Rob Liefeld e perché la sua opinione pesa

Nel bene e nel male, Rob Liefeld è una delle figure più influenti e divisive della storia moderna del fumetto statunitense. Durante la sua permanenza in Marvel contribuì alla creazione di personaggi destinati a diventare icone come Deadpool, Cable e Domino, prima di lasciare la casa editrice all’inizio degli anni Novanta insieme ad autori del calibro di Todd McFarlane, Jim Lee, Marc Silvestri, Whilce Portacio e Jim Valentino per dare vita a Image Comics.

Nel corso della sua carriera ha inoltre lavorato su serie come X-Force, Deathstroke e Hawk and Dove, oltre ad aver creato franchise originali molto apprezzati dai lettori come Youngblood, Brigade e Supreme.

L’autobiografia cancellata e il successo di Youngblood

Negli ultimi mesi Liefeld ha fatto parlare di sé anche per un’altra decisione sorprendente: la cancellazione della sua autobiografia, un progetto che sembrava ormai vicino alla pubblicazione.

Perché guardare indietro quando si può vivere nel presente e guardare avanti?“, ha spiegato l’autore. Liefeld ha inoltre raccontato di essersi scusato con il proprio editore e di aver persino restituito l’anticipo ricevuto per il libro.

Nel frattempo continua il successo negli Stati Uniti di Youngblood, la sua creatura più celebre in casa Image. Recentemente la serie ha raggiunto il traguardo simbolico del numero 100 considerando tutte le incarnazioni pubblicate nel corso degli anni. Per celebrare l’evento sono state realizzate diverse copertine variant firmate da autori come Robert Kirkman, Erik Larsen, Marc Silvestri, Jim Valentino, Whilce Portacio, George Perez e lo stesso Liefeld, che ha distribuito alcune edizioni esclusive tramite il proprio sito e attraverso l’app WhatNot.

Una polemica destinata a far discutere

Il tema dei diritti degli autori e del riconoscimento del loro contributo creativo continua a essere uno degli argomenti più delicati dell’industria fumettistica americana. Le parole di Liefeld riaccendono ancora una volta il dibattito sul rapporto tra grandi editori e creatori, una discussione che accompagna il settore praticamente da sempre.

Resta da vedere se la Marvel risponderà alle accuse o se la questione si chiuderà con un aggiornamento dei crediti dell’omnibus. Nel frattempo, Rob Liefeld ha ribadito ancora una volta una posizione che porta avanti da anni e che, inevitabilmente, continua a dividere lettori e addetti ai lavori.

*Fonte del presente articolo: CBR.com

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Quando Superman affrontò He-Man nello storico crossover tra Metropolis ed Eternia

44 anni fa Superman e He-Man si incontrarono in un fumetto, ben prima della serie animata de Masters of the Universe

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Nel corso della sua lunghissima storia editoriale, Superman ha incrociato il cammino di personaggi provenienti dagli universi più disparati. Tra questi figura anche He-Man, il leggendario campione di Eternia, protagonista di uno dei crossover più curiosi e affascinanti degli anni Ottanta.

Oggi che il Principe Adam è tornato al cinema con un nuovo adattamento dedicato ai Masters of the Universe, è interessante riscoprire una storia che molti appassionati hanno dimenticato: il primo incontro tra l’eroe della DC e il guerriero più potente di Eternia.

Un incontro nato negli anni d’oro di He-Man

Sia Superman sia He-Man rappresentano due delle figure più positive e idealiste della cultura pop. Entrambi combattono per difendere i rispettivi mondi dalle minacce del male, incarnando valori come coraggio, altruismo e giustizia.

Nel 1982, proprio mentre il fenomeno Masters of the Universe iniziava a conquistare il pubblico, la DC decise di mettere in scena un incontro destinato a rimanere nella storia. L’occasione arrivò con DC Comics Presents #47, albo che portò l’Uomo d’Acciaio direttamente nel mondo di Eternia.

La vicenda prende il via da un nuovo piano di Skeletor per impossessarsi del Castello di Grayskull. Le sue azioni provocano l’apertura di una frattura dimensionale nei cieli di Metropolis, attirando inevitabilmente l’attenzione di Superman. Intervenuto per indagare, l’eroe viene trascinato nell’universo di Eternia, dove si ritrova immediatamente coinvolto nello scontro contro Skeletor e Beast Man.

A complicare ulteriormente le cose c’è la magia, uno dei pochi elementi in grado di mettere in difficoltà il kryptoniano. Dopo un primo confronto sfavorevole, Superman viene soccorso dal Principe Adam e i due iniziano a collaborare per fermare la minaccia.

Lo scontro inevitabile tra due campioni

Come spesso accade nei grandi crossover fumettistici, l’alleanza tra i protagonisti passa inevitabilmente attraverso uno scontro diretto.

Skeletor riesce infatti a manipolare Superman tramite un potente incantesimo, trasformandolo in una pedina inconsapevole dei suoi piani. Il risultato è il combattimento che tutti i lettori aspettavano: He-Man contro l’Uomo d’Acciaio.

Realizzata da Paul Kupperberg e Curt Swan, la storia offre un duello spettacolare tra due personaggi apparentemente imbattibili. Pur seguendo una struttura narrativa tipica dei fumetti dell’epoca, l’albo riesce a valorizzare entrambi gli eroi e a restituire perfettamente l’atmosfera che avrebbe caratterizzato il franchise dei Masters of the Universe negli anni successivi.

Un fumetto che anticipò il cartone animato

Quando questo crossover vide la luce, He-Man non era ancora diventato il fenomeno televisivo che tutti ricordano. La celebre serie animata era infatti ancora in fase di sviluppo e il personaggio esisteva principalmente come linea di giocattoli.

Per questo motivo il fumetto assume un’importanza particolare: fu una delle prime opere a dare forma narrativa all’universo di Eternia, mostrando elementi che sarebbero poi diventati iconici. Dal Castello di Grayskull alle esagerate battute di Skeletor, molte delle caratteristiche che il pubblico avrebbe imparato ad amare erano già presenti tra queste pagine.

L’albo contribuì inoltre a definire il livello di potere dei protagonisti, offrendo ai lettori un punto di riferimento immediato. Se He-Man poteva reggere il confronto con Superman, allora era evidente che ci si trovava davanti a un eroe di primissimo piano.

Perché Superman era il partner ideale per He-Man

Affiancare il Principe Adam a Superman non fu una scelta casuale. Entrambi condividono numerose caratteristiche: sono eroi animati da nobili ideali, possiedono una forza straordinaria e rappresentano modelli positivi per il pubblico più giovane.

Utilizzare il personaggio più celebre della DC come termine di paragone consentì alla Mattel e alla DC di presentare immediatamente il mondo dei Masters of the Universe a una vasta platea di lettori. Allo stesso tempo, vedere Skeletor in grado di minacciare un avversario del calibro di Superman contribuì a rendere il villain ancora più credibile e pericoloso.

In questo senso, il crossover svolse perfettamente il suo compito: introdurre nuovi personaggi sfruttando la popolarità di un’icona già consolidata.

Un’avventura ancora oggi sottovalutata

Nonostante Superman abbia partecipato a innumerevoli crossover nel corso della sua carriera editoriale, quello con He-Man resta uno dei più particolari e meno celebrati dal grande pubblico.

L’atmosfera richiama le storie più fantasiose della Silver Age, mescolando supereroi, magia e dimensioni alternative in una narrazione semplice ma estremamente efficace. Inoltre, rappresenta una pietra miliare per i Masters of the Universe, essendo una delle prime occasioni in cui il franchise dimostrò tutto il proprio potenziale narrativo.

Il ritorno sul grande schermo

A oltre quarant’anni di distanza, sia Superman sia He-Man stanno vivendo una nuova stagione cinematografica. Le recenti incarnazioni dedicate ai due personaggi hanno puntato su un approccio che recupera lo spirito avventuroso e ottimista delle opere originali, senza rinunciare all’intrattenimento spettacolare.

In un periodo in cui molti spettatori sembrano apprezzare sempre più racconti sinceri e privi di eccessivo cinismo, entrambi gli eroi continuano a rappresentare un ideale di speranza e meraviglia. Proprio per questo motivo il crossover del 1982 conserva ancora oggi tutto il suo fascino: non è soltanto un curioso incontro tra due icone della cultura pop, ma anche la dimostrazione di quanto He-Man e Superman condividano la stessa essenza eroica.

Rileggere quella storica avventura significa tornare a un’epoca in cui l’immaginazione non aveva confini e in cui i mondi più diversi potevano incontrarsi per regalare ai lettori un’avventura indimenticabile.

*Fonte del presente articolo: CBR.com

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Intervista a Andrea Broccardo, tra guerre stellari e atmosfere pulp (ragnesche)

Torna ai nostri microfoni Andrea Broccardo, talento piemontese, che ha realizzato la locandina del Be Comics! Be Games! Torino ed è attualmente nelle librerie italiane con il suo ultimo lavoro: Spider-Man Noir, scritto da Erik Larsen

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La prima edizione del Be Comics! Be Games! Torino è stata caratterizzata da un parterre di artisti davvero sensazionale. Tra questi c’era Andrea Broccardo, ‘padrino’ per l’occasione e creatore della locandina che ha inaugurato questa nuova manifestazione.

Andrea è un disegnatore made in Piemonte, per la precisione astigiano, che ha messo a disposizione la propria arte per rendere indimenticabile l’inaugurazione della kermesse torinese.

Ma negli ultimi tempi Andrea Broccardo sta dimostrando il proprio talento in più occasioni, soprattutto in casa Marvel dove sta spaziando tra Uomini Ragno moderni e Uomini Ragno anni ’30.

E nonostante questa sia la seconda volta che abbiamo l’onore di fare quattro chiacchiere con l’artista, di cose Andrea ce ne ha raccontate molte… davvero tante, partendo anche da un passato tra le galassie lontane lontane, ma anche contraddistinto da momenti terrificanti tra xenomorfi spaziali!

Inoltre l’ultima sua fatica per la Casa delle Idee, Spider-Man Noir in compagnia di Erik Larsen ai testi, è uscita solo pochi giorni fa in fumetteria e libreria sotto l’etichetta Panini Comics, e riprende il personaggio che sta facendo parlare di sè anche sul piccolo schermo grazie all’interpretazione di Nicolas Cage nella serie TV Spider-Noir.

Quindi questo era il momento giusto per presentare ai nostri lettori la nuova intervista che l’autore ci ha gentilmente concesso!

Ecco a voi ancora una volta su PopCorNerd, Andrea Broccardo, l’uomo che ha riportato il pulp e noir tra le pagine di Spider-Man.


Andrea Broccardo: dalle galassie di Star Wars alle atmosfere pulp di Spider-Man Noir

Siamo al Be Comics! Be Games! Torino in compagnia di un grande ospite: Andrea Broccardo. Grazie mille Andrea della tua disponibilità.

Andrea Broccardo – Grazie a voi ragazzi.

Siamo a Torino, la tua città, e questa prima edizione del Be Comics! Be Games! Torino ha una bellissima locandina disegnata da te. La prima domanda riguarda le sensazioni che hai provato quando ti hanno chiesto di inaugurare questo evento con un tuo manifesto e come è nata, a livello creativo e realizzativo, la locandina?

Andrea Broccardo – Una bella sensazione perché, in tanti anni di carriera fumettistica, tolto qualche piccolo evento locale, piccole fiere e manifestazioni, è la prima volta che mi commissionano un lavoro del genere, soprattutto per una fiera grossa. Stiamo parlando della stessa organizzazione della Milan Games Week & Cartoomics e del Be Comics! Be Games! Padova, quindi c’era anche una certa responsabilità.

Non è stato semplicissimo, perché comunque i tempi in cui la fiera è stata organizzata erano molto stretti. Idem la realizzazione della locandina, quindi abbiamo dovuto un po’ correre. Però fortunatamente i feedback ricevuti da parte del committente sono stati abbastanza rapidi e abbiamo trovato una quadra su quello che loro cercavano.

Il lavoro è stato commissionato ad Arancia Studio, con cui collaboro facendo lavori di editing su autori che lavorano col mercato americano e con cui abbiamo prodotto la miniserie Deep Beyond, uscita per Image Comics negli Stati Uniti [in Italia è uscita per Star Comics n.d.r.]. Diversamente da Marvel, ad esempio, dove mi relaziono in maniera autonoma, in Arancia il mio è un lavoro di supporto e di service che vado a fare in contesti come quelli che ho descritto.

Mi hanno chiesto se fossi interessato a realizzare la locandina. Ho detto: “Perché no? Che figata”. Ed è stata una roba emozionante. Diciamo che la parte veramente figa è che tu entri e vedi il disegno ovunque: sui pass, c’è un muro gigante là dietro con la gigantografia e in giro per Torino ci sono i cartelloni. È una roba strana, sembra quasi di essere ricercato dalla polizia con le foto segnaletiche. [risata n.d.r.] Però è una bella sensazione.

La locandina del Be Comics! Be Games! Torino di Andrea Broccardo

Come nasce però, a livello artistico, la locandina? Qual è stato il tuo studio dietro la realizzazione?

Andrea Broccardo – I committenti, quindi gli organizzatori del festival, cercavano un disegno il cui fine ultimo fosse quello di raccogliere dentro un’unica illustrazione tutte le varie anime e componenti che puoi trovare all’interno di manifestazioni di questo tipo: giochi di ruolo, fumetti, giochi di carte, videogiochi, cosplayer, youtuber.

Perché ormai le fiere di fumetto non sono più solo fumetto, ma si sono aperte. Alcuni non sono d’accordo, altri sì. Io sono favorevole a una sorta di fiera “onnivora” che ospiti più anime, perché vuol dire più visitatori e più possibilità di scelta. Un po’ come un grosso centro commerciale in cui puoi trovare di tutto.

L’idea era quella di creare un personaggio, il ragazzo che vedete nella locandina, che poi verrà reinterpretato il prossimo anno da un altro autore o autrice. Un po’ come il Be Comics di Padova, il cui personaggio principale della locandina è una figura femminile creata da Mario Alberti e reinterpretata ogni anno da autori diversi, diventando una sorta di mascotte.

Questo ragazzo, con la sua sorta di Pokémon a forma di toro, tornerà quindi in un’altra veste il prossimo anno.

Quindi la tua opera continuerà a vivere negli anni attraverso la reinterpretazione di altri artisti? Davvero bellissimo.

Andrea Broccardo – Sì, esattamente. L’organizzazione cercava un personaggio prettamente maschile per non confonderlo con la figura femminile della locandina di Padova.

Io avevo fatto uno studio con una dozzina di personaggi differenti: ragazzi giovani, adolescenti, un po’ più adulti, vestiti casual moderni, altri più fantascientifici o con look strani.

Alla fine la scelta è ricaduta sulla versione cyberpunk del nostro ipotetico visitatore della fiera (anche perché in quel periodo stavo giocando a Cyberpunk). È piaciuta questa versione fantascientifica, forte anche del fatto che ho lavorato tanto sulle testate di Star Wars e Alien, e la fantascienza mi è congeniale. Mi piace e mi diverte disegnarla.

Allo stesso tempo il contesto della locandina è retro-fantascientifico: abbiamo la Mole Antonelliana in versione futuristica, macchine volanti, dadi, carte e tutti gli elementi tipici di fiere come questa.

Hai parlato del tuo lavoro su Star Wars e, ovviamente, il tuo nome è collegato a quel mondo. Sei un appassionato del franchise e dei suoi personaggi?

Andrea Broccardo – Beh assolutamente sì.

La prossima domanda riguarda proprio il tuo lato fan: sei più Team Jedi o Team Sith?

Andrea Broccardo – Diciamo che quasi tutti i Sith che troviamo nella saga sono fighi. Però quei pochi Jedi che io trovo veramente fighi battono di gran lunga i Sith. Dipende dai personaggi [risata n.d.r.]

Tra i miei preferiti metto Yoda e Obi-Wan [Kenobi n.d.r.], che adoro. Mi piace molto anche Luke [Skywalker n.d.r.], che nonostante sia il protagonista non è sempre il più apprezzato della serie, però secondo me è un personaggio fortissimo.

Sul fronte cattivi, Darth Vader è iconico. Palpatine è una carogna di prima categoria ed è davvero un cattivo. Non è uno di quei villain per cui “poverino, gli è successo qualcosa di brutto”. Spero non ce lo raccontino mai così. Mi piace pensare che lui sia semplicemente malvagio perché è una persona orribile.

Darth Vader secondo Andrea Broccardo

Non so se hai visto la recente serie animata su Darth Maul: è fighissima.

Andrea Broccardo – Non ancora! Io, poi, sono una di quelle persone brutte che guarda le serie tutte insieme. Non mi piace guardarle settimanalmente perché sono anziano e mi dimentico le cose da una puntata all’altra. Però la nuova serie sembra bella davvero. Mi piace che abbia un tono molto più adulto rispetto alle altre produzioni animate. Io sono fan di Rebels e Clone Wars, quindi vedere questa evoluzione è stato pazzesco.

Ci sono state difficoltà artistiche nell’approcciarti a un fumetto come Star Wars, essendo un franchise così importante e pieno di reference molto rigide?

Andrea Broccardo – Sì, assolutamente. La principale difficoltà del lavorare sul brand di Star Wars è l’editing che fa Lucasfilm.

Noi avevamo un doppio livello di editing. Prima mandavamo le pagine a Marvel, che controllava storytelling, recitazione dei personaggi e narrazione. Se c’erano note preliminari, ce le facevano avere.

Poi tutto veniva girato a Lucasfilm, che ha un team editoriale enorme e tempi anche abbastanza lunghi. Le correzioni erano di natura prettamente canonica: la lunghezza delle spade laser, il modo in cui curva l’elmo delle truppe, il triangolo sulla maschera di Vader, la somiglianza degli attori. Erano veramente fiscali.

Da un lato è complesso perché riprendi le pagine mille volte, dall’altro però ha senso: è un brand amatissimo e i fan vogliono quel tipo di canone lì. Se fai Luke che non assomiglia a Luke, anche con la storia più bella del mondo, il fan più esigente ti dirà comunque che non va bene.

A livello di astronavi, fortunatamente Lucasfilm ti mette a disposizione un archivio che per un fan è una roba stratosferica: modelli 3D, reference, fotogrammi, materiale inedito tagliato da film e serie. C’è un sacco di roba che non vede mai la luce e che ti danno come reference.

Con L’Alta Repubblica, invece, hai avuto più libertà?

Andrea Broccardo – Sì. Le serie regolari con Luke, Leila, Han e compagnia cantante hanno un editing molto più serrato, soprattutto per la somiglianza con gli attori.

Le serie “derivate”, come L’Alta Repubblica, non avendo una controparte cinematografica diretta all’epoca, erano molto più libere. L’unica cosa che controllavano era l’aderenza temporale del canone. Se disegnavo astronavi, dovevano avere un design coerente con quell’epoca. Non potevo mettere gli X-Wing o il Millennium Falcon.

Le spade laser, per esempio, avevano design molto più decorati e quasi fantasy. Su molti personaggi ho avuto parecchia libertà. È stato bello creare qualcosa che poi è stato ripreso da altri artisti.

In ogni caso possiamo dire che hai lasciato ‘il tuo marchio’ anche dentro Star Wars.

Andrea Broccardo – Sì. Poter dire “ho creato personaggi e razze nuove di Star Wars” è stato proprio bello.

Passiamo alla Marvel. Ultimamente hai lavorato sia sugli Avengers che su Spider-Man.

Andrea Broccardo – Sì, esatto.

Non è da tutti approdare a disegnare gli eroi più potenti della Terra, anche se in un contesto diverso, sotto il regno di Destino. Hai realizzato tavole molto dinamiche e ricche di azione: quanto ti sei divertito? Perché l’impressione è che tu ti sia parecchio sbizzarrito insieme a Jed MacKay!

Andrea Broccardo – Sì. Io cerco sempre di guardare chi c’è stato prima di me. Sugli Avengers sono subentrato a Valerio Schiti, che ha tavole molto dinamiche, quasi tendenti al manga in alcuni momenti.

Avengers (2023) #26 disegnata da Andrea Broccardo

Ho cercato, nei miei limiti perché non sono Valerio, di andare in quella direzione: linea molto chiara, pochi neri, poco tratteggio, tante linee cinetiche e molta azione. È un linguaggio che mi diverte molto.

È stato anche un passaggio abbastanza “bipolare” [risata n.d.r.]: da L’Alta Repubblica piena di azione e linee dinamiche, ad Alien, con atmosfere horror, ombre, fumo e studio dei neri, per poi tornare alle linee dinamiche in Avengers e successivamente a ombre e neri in Spider-Man Noir. Devi continuamente adattarti al tipo di storia che ti viene proposto.

Passando a Spider-Man, tra i tuoi lavori più importanti sul personaggio c’è la partecipazione a Le 8 morti di Spider-Man, una maxiserie che ha coinvolto un grande team creativo, sia per numero che per nomi. Un evento che vede Spider-Man affrontare la morte più volte e cambiare anche emotivamente nel corso della storia. Nei tuoi capitoli, hai dovuto gestire anche visivamente questo cambiamento del personaggio?

Andrea Broccardo – Sì. È stata una lavorazione un po’ travagliata per via di tempistiche folli. C’erano fiere in mezzo, Lucca, una trasferta in Giappone… è stato abbastanza incasinato.

Ho fatto il primo episodio completo di matite e chine, poi i successivi solo a matita perché avevo tipo diciassette-diciotto giorni per fare venti pagine. Quindi dovevi correre.

Ammetto di non essere completamente soddisfatto del risultato finale. Con più tempo, anche solo a livello di regia e definizione di alcune cose, avrei potuto dare di più. Però sono i limiti di un prodotto che deve uscire con cadenze serrate.

Produrre venti pagine ogni quindici giorni è matematicamente impossibile, a meno che tu non sia un mangaka con un team di assistenti. Io invece ho solo i gatti, che non aiutano per niente, anzi buttano giù le penne! [risata n.d.r.]

Mi dispiace non aver dato il cento per cento su quelle pagine. Ho visto anche alcuni commenti non troppo positivi e mi spiace, ma succede.

Da lettore, comunque, apprezzo tantissimo il fatto che abbiano provato a raccontare qualcosa di nuovo su Spider-Man. Non è semplice trovare idee nuove su un personaggio con così tanti anni di storie alle spalle.

Tavola di Andrea Broccardo da Le 8 morti di Spider-Man

Abbiamo già parlato in passato di Spider-Man Noir, però volevo tornare su questo lavoro che hai realizzato insieme a Erik Larsen. Ho avuto il piacere di intervistarlo e parlare anche di Spider-Man Noir: ha detto che è stato molto divertente e che lo hai sorpreso, perché non era ciò che si immaginava, ma gli è piaciuto davvero molto. Per te che esperienza è stata lavorare con uno dei più grandi autori del panorama internazionale?

Andrea Broccardo – Cerco di mettere da parte il mio lato fan, ma non è facile. Siamo cresciuti con Erik Larsen. Io leggevo Spider-Man di Todd McFarlane, Savage Dragon appunto di Larsen e tutta la produzione Image.

Quando mi hanno proposto di lavorare con lui volevo piangere dalla gioia.

L’avevo conosciuto al New York Comic Con da super nerd e mi ero fatto fare un disegno di Savage Dragon che ora ho nel mio studio. Poi l’ho rincontrato a Lucca.

Ritrovarmi a lavorare con lui è stato incredibile. È uno degli artisti che hanno fondato Image Comics, una casa editrice che ha dato vita a personaggi e serie ancora oggi fondamentali.

Lui rispondeva alle mail a qualsiasi ora del giorno e della notte, anche più degli editor. E soprattutto, quando aveva delle correzioni, le spiegava sempre: ti faceva layout, storytelling, motivazioni. È uno storyteller pazzesco. E dopo quindici anni che vivo di fumetti continuo a imparare roba da persone così.

Lui non è uno che sale in cattedra e ti dice “devi fare così”. Ti dice: “Secondo me funziona meglio così, ma fai quello che vuoi”.

Usa un approccio molto “Marvel classico”: descrizione della pagina, situazione generale e poi sei tu a decidere numero di vignette, inquadrature e ritmo. C’è stata una bellissima sinergia creativa. Io mi sono divertito tantissimo.

Torneresti a lavorare sul personaggio, se ce ne fosse la possibilità?

Andrea Broccardo – Sì, subito. Infatti una delle ultime mail mandate all’editor è stata: “Se farete un sequel, vi prego, tenetemi in considerazione”.

È stato complicato per tutta la ricerca storica: auto, costumi, tagli di capelli, edifici. Però è stato anche il bello del progetto. Ho usato tantissimi film noir e classici come Casablanca come reference.

Ho visto che sei un amante degli artbook, soprattutto di videogiochi. Ti piacerebbe realizzarne uno un giorno con i tuoi studi, prove, ecc.?

Andrea Broccardo – Sì, assolutamente. In realtà lì ne ho già uno, ma è più una raccolta di schizzi e bozzetti.

Mi piacerebbe fare qualcosa di più strutturato, tipo gli artbook cartonati di Baldur’s Gate o quelli del Signore degli Anelli. Il problema è che, avendo lavorato tantissimo su personaggi protetti da copyright, ci sono limiti su quanto puoi pubblicare senza problemi di diritti. Sarebbe bello trovare il tempo per fare qualcosa di completamente mio.

E, da amante dei videogiochi e di D&D, ti piacerebbe partecipare a qualche progetto — non necessariamente a fumetti — legato ai videogiochi o ai giochi di ruolo? Creazione dei character, storyboard, ecc.

Andrea Broccardo – Porca vacca, sì! Ho anche contattato in passato la Dark Horse per realizzare copertine di miniserie su D&D, ma non mi hanno mai risposto. Mi piacerebbe tantissimo perché adoro il fantasy. Al momento sto giocando tre campagne di Dungeons & Dragons contemporaneamente.

In una faccio un Monaco della Via della Mano Aperta, in un’altra un Paladino della Tundra con Giuramento di Vendetta, e in un’altra ancora — ambientata nel mondo di Warcraft — faccio uno gnomo artefice esplosivo con un ragno meccanico e una spingarda.

Io adoro il gioco di ruolo in generale. Ho fatto il master di Vampiri, gioco a Cthulhu, Dragonlance e molto altro.

 

Ultima domanda: Hai prossimi progetti futuri di cui puoi accennarci qualcosa?

Andrea Broccardo – Non posso dire nulla. Nulla davvero. Un po’ per scaramanzia e un po’ perché non posso parlarne.

Nessun problema! Grazie per questa chiacchierata Andrea.

Andrea Broccardo – Grazie ragazzi, davvero. È stato un piacere.


Andrea Broccardo: Biografia

Andrea Broccardo (Asti, 1982) è un fumettista e illustratore italiano attivo nel mercato internazionale dei comics. Dopo il diploma tecnico, si forma presso la Scuola del Fumetto di Asti e muove i primi passi professionali come inchiostratore e disegnatore per La Compagnia del Fumetto. Nel 2013 inizia a collaborare come assistente di studio di Luigi Picatto, contribuendo alle chine di Dylan Dog e Nathan Never.

Il suo debutto nel fumetto statunitense arriva nel 2015 con Marvel Comics, dove disegna la serie Star Wars: Kanan – The Last Padawan su testi di Greg Weisman. Da quel momento la sua carriera si consolida rapidamente attraverso collaborazioni su alcune delle principali testate Marvel, tra cui Amazing Spider-Man, Doctor Strange, X-Men, Doctor Strange/Punisher: Magic Bullets, Monster Unleashed ed Empyre: X-Men.

Nel 2017 rafforza il proprio legame con l’universo di Star Wars partecipando al crossover The Screaming Citadel, lavorando accanto a Marco Checchetto, Jason Aaron e Kieron Gillen. Negli anni successivi continua a collaborare con Marvel, realizzando storie dedicate a Spider-Man, Avengers, X-Men, Doctor Strange, Punisher e numerosi altri personaggi, fino a coronare il sogno di lavorare sulla celebre saga di Alien per Marvel.

Parallelamente all’attività per i grandi editori americani, Broccardo sviluppa progetti creator-owned. Nel 2020 è infatti co-creatore della maxi-serie Deep Beyond, pubblicata da Image Comics e realizzata insieme a Mirka Andolfo, Davide Caci e Barbara Nosenzo, all’interno del collettivo creativo legato ad Arancia Studio.

Negli ultimi anni ha continuato a distinguersi come uno degli artisti italiani più apprezzati nel fumetto americano, lavorando sulle serie Star Wars: The High Republic, sulla miniserie Spider-Noir realizzata insieme a Erik Larsen e su nuove storie di Amazing Spider-Man.

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