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Intervista a Simone Pace, raccontare la libertà

Durante Comicon Napoli 2026 abbiamo avuto il piacere di intervistare Simone Pace, autore di ‘Belmiele’ edito da Edizioni BD.

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Simone Pace è un giovane fumettista che da qualche anno si sta ritagliando un suo spazio all’interno del panorama italiano.

Ha uno stile visivo riconoscibile e particolare, oltre ad avere idee ben precise sulla vita. Scrive, disegna e colora egregiamente le sue opere, dimostrando in più occasioni di essere un autore a tutto tondo.  Dall’unione di questi aspetti sono, appunto, nate tre graphic novel edite da Edizioni BD: Fiaba di cenere (2022), Cuore (2024) e Belmiele (2026).

Proprio in occasione dell’uscita di quest’ultimo, avendo apprezzato molto le precedenti, ho scelto di porgli delle domande che ripercorressero un po’ il suo percorso personale e artistico.


Ciao Simone, grazie per questa intervista! Comincio subito con le domande.
Ho notato un’evoluzione nel tuo stile di disegno da Tom Sawyer ad oggi con Belmiele. Prima i tuoi personaggi erano più “puliti”, caratterizzati visivamente al meglio, con pochi tratti. Ora mi sembra che tu abbia adottato un tratto più articolato e “sporco” ma altrettanto efficace.
Anche le tinte piatte sembrano aver lasciato infatti il posto ad un uso più sfumato del colore. Pensi di aver trovato il tuo stile “definitivo” o è una fase per arrivare a qualcosa di diverso?

Simone Pace – Ti ringrazio per la domanda perché è molto interessante. Affrontare questioni stilistiche è sempre qualcosa che si fa poco in realtà, secondo me troppo poco.
Allora è assolutamente vero, specialmente se partiamo da Tom Sawyer, che è un’opera di tanti tanti anni fa.
Diciamo che la mia è una direzione e una dichiarazione di intenti. Ho una mia personale formazione letteraria sul fumetto pop, però ho avuto una formazione artistica un po’ più underground, all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Ma col tempo ho capito che voglio ricongiungermi al mio gusto pop. Quindi praticamente sto facendo un percorso per avvicinarmi a quello. La mia mira è comunque un gusto più americano o anche giapponese, ma pop, ciò che mi interessa è essere collocato lì.
Per fare questo sto facendo degli step. È un percorso che non è sempre lineare perché ci sono delle cose dell’underground che non voglio abbandonare di per sé. Però il mio gusto mi porta sempre più lì in maniera molto naturale; quindi, non penso che sia arrivato al mio stile definitivo ma, se penso ai miei più grandi autori del cuore, il loro stile è mutato nel corso del tempo. Però sì, sicuramente la direzione è tracciata.

© 2026 Simone Pace © 2026 per questa edizione Edizioni BD srl

Rimanendo sull’uso dei colori, in un’intervista passata hai dichiarato “Sono diventato noto per i miei colori. Ho sempre pensato che il fumetto bianco e nero fosse il massimo del massimo.”. Lo pensi ancora ed è in programma, in futuro, più o meno lontano, un fumetto che vada in direzione completamente opposta a quelli che hai fatto fino ad ora?

Simone Pace – Devo arricchire quella risposta. Io penso che il fumetto sia un mezzo che riesce a raccontare in maniera potentissima anche l’essenziale, cioè anche solo col bianco e col nero, con lo zero e con l’uno. Puoi veramente fare tutto.
Il colore è un enorme strumento. Uno strumento potentissimo per settare l’atmosfera, per suggerire, per raccontare…e a forza di usarlo mi rendo conto quanto spesso sia un mezzo per evitare didascalismo. Cioè se tu vuoi raccontare una situazione di tensione e usi il colore in un certo modo può evitare di scrivere. Quindi è uno strumento importantissimo.
Detto ciò, i miei fumetti preferiti sono in bianco e nero e in gran parte sono manga. Ho in testa, in futuro, di fare un fumetto puramente in bianco e nero, magari coi retini, anche per misurarmi con quel tipo di gusto ma attualmente non ho nulla di concreto.

© 2026 Simone Pace © 2026 per questa edizione Edizioni BD srl

Sui social, Instagram in particolare, ci rendi spesso partecipe dei tuoi work in progress, delle tue commission e delle nuove graphic novel su cui stai lavorando, ma ti esponi anche tanto politicamente. Personalmente apprezzo molto la scelta, ma mi chiedevo se ciò ti avesse mai creato dei problemi con gli editori e i followers o se invece lo reputi un vantaggio.

Simone Pace – Un vantaggio no. Assolutamente no. Cerco di farlo sempre meno e, in generale, mi rendo conto che sui social sto esponendo sempre meno gli aspetti della mia vita privata. Sono un po’ allergico al culto della persona dietro all’opera. È una cosa in cui tutti quanti incappano, perché i social funzionano così. Però, a costo di faticare di più, vorrei che fosse solo l’opera ad arrivare.
In Belmiele c’è tanta politica e ci sono espressioni di una posizione politica molto molto precisa, ma lo faccio dire all’opera. Detto ciò, non ho mai avuto nessun problema perché penso che il mondo editoria, specialmente quello italiano, sia molto schierato, in realtà. Chi più, chi meno.
Non ho conosciuto quasi nessuna realtà che non avesse un’idea politica piuttosto progressista. Però non so il mondo americano, perché lo conosco troppo poco da quel punto di vista ma credo sia più sfaccettato.

Cover regular Belmiele di Simone Pace © 2026 Simone Pace © 2026 per questa edizione Edizioni BD srl

Cover variant Belmiele di Wether Dell’Edera © 2026 Simone Pace © 2026 per questa edizione Edizioni BD srl

 

Le tue idee sulla vita, poi, si evincono facilmente dalle tue opere realizzate per Edizioni BD, di cui hai il pieno controllo creativo.

Fiaba di Cenere, Cuore e Belmiele sono tre storie che mettono al centro di tutto i rapporti tra le persone e con sé stessi durante un periodo di guerra. Tutti e tre finiscono in maniera dolce-amara, in particolare quest’ultimo, secondo me. Se dovessi scrivere oggi le tue prime due graphic novel, visto l’attuale clima geopolitico, avrebbero lo stesso finale o saresti più cinico?

Simone Pace – Non lo so.
La connessione col reale c’è sempre ma cerco sempre di astrarre, non mi baso mai su una situazione precisa; anche perché in questo senso, le cose mutano così tanto e allo stesso tempo non mutano mai.
Adesso sembra che ci sia la guerra in tutto il mondo, ma in realtà non c’è mai stato un momento senza guerra. Quindi se uno si guarda intorno, purtroppo certe situazioni sono così da tempo. Ora, magari, sono esacerbate. Quindi diciamo che se vogliamo il cinismo ci può sempre stare come risposta e non è biasimabile.
Comunque, penso che in realtà le scriverei così perché rimangono storie che raccontano quel mondo lì con quei personaggi lì; i bambini di Fiaba di Cenere sono, appunto, dei bambini e rimarranno naif rispetto ad alcune cose. Sono così e rimarrebbero così anche se li scrivessi adesso, magari con qualche minima variazione.

Belmiele è forse più dolce-amara, ma perché è un personaggio più incattivito. Sicuramente è un personaggio che in questo periodo storico mi sentivo di raccontare più di altri, forse. Ha trovato il momento storico per essere raccontato. Però lei è così, questo è il suo carattere.

Dei quattro protagonisti delle tre storie è sicuramente la più arrabbiata.

Simone Pace – Sì, sicuramente sì. Tra i personaggi in generale, no: il più arrabbiato è il generale di Cuore.

© 2026 Simone Pace © 2026 per questa edizione Edizioni BD srl

Dopo aver raccontato il fantasy e il sci-fi, attraverso l’ambientazione medievale, poi cyberpunk e, infine, in stile western, hai considerato di cimentarti in un altro genere o sottogenere, magari come noir, l’horror o il supereroistico, di cui comunque sei fan? Oppure hai voglia, invece, di espandere gli Universi già creati, un po’ come hai fatto con Sorbo Rosso in passato?

Simone Pace – Chiaramente, l’idea di espandere gli universi è una cosa stimolante. In un certo senso, creo sempre tasselli in cui immagino delle coerenze potenziali anche tra i vari libri, anche se nessuno è sequel di un altro.
Non voglio cadere in una logica di serialità, specialmente con racconti autoconclusivi. Non voglio che il lettore, venendo in fiera, trovi il “volume 3” di una serie di cartonati che possono avere un costo importante, magari di 30€.
Secondo me non è il tipo d’approccio giusto rispetto al mio tipo di storie. Per cui se io mi imbarco in un sequel di Fiaba di Cenere che necessita la lettura del capostipite, è un po’ controproducente.
In più, ogni volta che penso di allargare un Universo (di cui comunque ho qualche idea), allo stesso tempo ho tantissima voglia di sperimentare su un altro genere o altre storie.
Ad esempio, adesso ho in mente un progetto cyberpunk che è vicino a Cuore, anche come tipi di personaggi, però è un’altra storia.
Ho la fortuna di poter lavorare rendendo conto solo all’editore e a me; non ci stanno terze persone le cui idee poi inficiano sulla storia e posso scegliere in base all’ispirazione del momento. Quindi è probabile che vedrete anche storie di genere completamente diverso, sì.

Torno un attimo su Fiaba di Cenere. Ciò che mi ha spinto, anni fa, in un ormai lontano Lucca Comics, all’acquisto di questo volume sono stati, appunto, i colori. Ciò che me lo ha fatto amare, però, sono i personaggi. Marlo e Marfisa hanno un bellissimo rapporto fraterno, spontaneo e naturale.

Mi ha ricordato in un contesto diverso, ovviamente, quello tra me e mio fratello quando eravamo piccoli. Tutto ciò deriva da esperienze personali o solo da un’ottima capacità di scrittura?

Simone Pace – Ho un fratello e con lui ho un buon rapporto, però è sempre stato un po’ litigioso. Due fratelli maschi, tre anni di differenza: non è esattamente lo stesso rapporto di Marlo e Marfisa.
Sicuramente tante dinamiche tra loro derivano da esperienze personali: non ci sono riferimenti a momenti ben precisi, però il mood sì.

Marfisa è diversa da me. Io, come lei, sono il maggiore. Lei è molto più protettiva di me, ma per fortuna noi abbiamo fatto una vita normale, loro meno. Sicuramente l’esperienza diretta c’è e conta, però lei non è me e Marlo non è mio fratello, sicuramente.

© 2026 Simone Pace © 2026 per questa edizione Edizioni BD srl

Parliamo di Cuore. Il momento in cui Alma capisce che tutto sta volgendo al termine mi ha messo i brividi. È una delle poche volte in cui lo vediamo sorridere. Lui non è un umano, ma molto più cuore, appunto, di tanti altri umani. Come sei riuscito a creare un momento così intenso con un personaggio che la maggior parte del tempo è volutamente mono espressivo e malinconico?

Simone Pace Io l’ho sempre considerato molto umano, anche se per sua programmazione non dimostra l’umanità e l’espressività che dimostrano gli esseri umani è un personaggio profondamente sensibile a dinamiche umane. È cresciuto con gli umani, quindi ho pensato che non fosse così innaturale che si avvicinasse agli esseri umani in un momento così culminante. È la cosa più vicina all’umanità che ha fatto, in un certo senso.

© 2026 Simone Pace © 2026 per questa edizione Edizioni BD srl

 

Anche su Belmiele libertà, guerra, rabbia, natura (il fuoco, particolare) e il rapporto genitori-figli sono la spina dorsale del racconto. È quasi sempre la figura femminile il tramite per esprimere questi temi. Belmiele e la Strega-Drago, Nuvia ed Estrella, Marfisa, la Strega del Fuoco e Pupa. Come mai?

Simone Pace – Non c’è una scelta a monte, in realtà.
Belmiele è un personaggio che ho in testa da tanti anni ed è sempre stato un personaggio femminile. In realtà, riflettendoci questi giorni in cui mi hanno chiesto diverse cose, c’è sicuramente un riferimento a Queen Emeraldas di Leiji Matsumoto, che è un personaggio femminile molto forte e mi è sempre piaciuto molto e, probabilmente, mi ha ispirato.
Però non ne vorrei fare una questione di genere, perché, di base, è una scelta naturale. Probabilmente mi viene naturale far sì che personaggi femminili siano in quelle posizioni, muovono l’azione in quel modo, forse. Però non è una scelta presa a tavolino.

© 2026 Simone Pace © 2026 per questa edizione Edizioni BD srl

Nei mesi scorsi ti sei messo alla prova con nuove avventure. Sei tra gli artisti scelti da Tomodachi Press per realizzare una carta di Release the Creatures: Dinosaurs!, set di carte curato da Dario Moccia, e stai lavorando con Curtis Clow su A Place Where Time Doesn’t Exist, space-opera nata su Kickstarter del quale curi le illustrazioni. Com’è stato il processo di realizzazione della carta e come cambia il modo di lavorare quando sei a contatto con uno sceneggiatore e non sei tu a scrivere la storia?

Simone Pace – Per quanto riguarda la carta, in realtà, è stato tutto molto frenetico perché i tempi erano molto stretti. È stato un lavoro abbastanza “cotto e mangiato” ed è andata benissimo così. Mi ha dato un dinosauro disegnare e già così ero felice.
Abbiamo avuto un’interazione di editing in due/tre giorni e ho realizzato la carta; quindi è stato un lavoro molto interessante. Spero di farne ulteriori perché comunque disegnare carte è molto bello.
Tutti quanti abbiamo avuto contatti con le carte, quindi poterle realizzare è un po’ un piccolo sogno.

Il problema dell’altro del progetto è che, purtroppo, è arenato, per ragioni che non dipendono da me.
C’è stato un processo anche molto bello, è stato un bel lavoro. Ho lavorato con sceneggiatori in altre piccole cose, è sempre una cosa che mi piace fare.

Il problema è che è un progetto in cui io ero ingaggiato come disegnatore. Ho fatto la mia parte. Lo sceneggiatore, che è anche il creatore e curatore, chi detiene i diritti e chi si occupa della gestione del crowfunding purtroppo non dà più notizie. Non so se è per problemi personali, non mi è dato saperlo.
Ne approfitto per dire che io, purtroppo, non posso che invitarvi a scrivere allo sceneggiatore e sperare di spronarlo. Purtroppo non dipende da me, davvero.

Mi dispiace per il progetto e per questa nota amara nel finale, ma ti ringrazio di cuore per quest’intervista!

Simone Pace – Grazie mille a te!


Simone Pace: Biografia

Simone Pace è nato a Rieti. Fin da bambino è affascinato dai racconti fantastici, mitologici e dai miti del folklore della sua terra. L’amore per il disegno e la scrittura lo spinge a raccontare a fumetti. Si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Nel 2016 fonda con altri colleghi il collettivo Sciame, con cui autoproduce, pubblica e promuove storie a fumetti di genere. Nel 2022 esce in edizione cartacea a marchio Edizioni BD Fiaba di Cenere, opera inizialmente pubblicata sulla piattaforma di webtoon Tacotoon. Nel 2023 vince il premio Nuovi Talenti a Romics, mentre la sua autoproduzione Sorbo Rosso è candidata ai premi Boscarato come Miglior Fumetto Web. Dopo una incursione nel cyberpunk con Cuore (edito nel 2024 da Edizioni BD) presenta a COMICON Napoli 2026 la sua ultima opera: il fantasy dalle atmosfere western Belmiele.

Comics

Hyde Street Vol. 1: l’incubo di Geoff Johns arriva in Italia

Mirage Comics ha portato in Italia il primo volume di Hyde Street, l’opera di Geoff Johns e Ivan Reis creata per l’etichetta Ghost Machine

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Una strada che compare soltanto quando la vita sta per cambiare. Un luogo abitato da misteriosi custodi, dove ogni scelta può costare l’anima. È da questa inquietante premessa che prende forma Hyde Street, la nuova serie horror di Geoff Johns pubblicata in Italia da Mirage Comics.

Con Hyde Street Vol. 1, Mirage Comics porta in Italia una delle serie più enigmatiche nate sotto l’etichetta Ghost Machine, il progetto editoriale fondato da Geoff Johns insieme ad alcuni dei più apprezzati autori del fumetto americano contemporaneo. Dopo aver inaugurato il proprio universo narrativo con opere appartenenti a generi diversi, Ghost Machine apre le porte al soprannaturale e all’horror, affidando proprio a Johns il compito di dare vita a una storia capace di coniugare tensione psicologica, mistero e allegoria.

Pur condividendo lo stesso universo editoriale delle altre pubblicazioni Ghost Machine, Hyde Street racconta una vicenda completamente autonoma e rappresenta un ottimo punto di partenza anche per chi si avvicina per la prima volta a questo nuovo progetto. Il primo volume non si limita infatti a introdurre nuovi personaggi, ma costruisce un luogo affascinante e inquietante, dove ogni strada percorsa sembra condurre a una domanda anziché a una risposta.

Una strada, mille destini

Hyde Street Vol. 1 introduce il lettore in un luogo che sembra esistere ai margini della realtà, una strada che compare soltanto davanti a persone giunte a un momento decisivo della propria esistenza. Non esiste una spiegazione immediata del perché ciò accada: Geoff Johns preferisce accompagnare il lettore nella scoperta di questo universo attraverso una narrazione che procede per piccoli tasselli, lasciando che siano gli eventi e i dialoghi a suggerire il funzionamento della strada.

Il volume adotta una struttura episodica, nella quale ogni capitolo segue personaggi diversi e racconta una nuova vicenda. Sebbene ogni storia abbia una propria identità, tutte contribuiscono ad ampliare la mitologia di Hyde Street. I visitatori cambiano, ma la strada rimane immutabile, così come i suoi enigmatici residenti, che osservano l’arrivo dei nuovi ospiti e li accompagnano lungo un percorso destinato a mettere alla prova le loro convinzioni e le loro fragilità.

La scelta di Geoff Johns è quella di costruire il mistero gradualmente. Ogni episodio offre qualche indizio in più sul funzionamento della strada, sul contratto che lega i suoi abitanti e sulle misteriose 10.000 anime, ma evita accuratamente di fornire risposte definitive. Il lettore viene così coinvolto in un’indagine continua, nella quale ogni rivelazione apre nuovi interrogativi anziché chiudere quelli precedenti.

L’elemento più interessante della narrazione è il modo in cui l’horror nasce dalle persone più che dagli eventi soprannaturali. Hyde Street diventa il luogo in cui i protagonisti sono costretti a confrontarsi con le conseguenze delle proprie scelte, con i propri rimorsi e con desideri che credevano di poter controllare. Il soprannaturale non sostituisce il dramma umano, ma lo amplifica, trasformando ogni storia in una riflessione sul confine tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare.

Pur raccontando vicende diverse, il primo volume mantiene una forte coesione narrativa grazie alla presenza costante della strada e dei suoi custodi, che rappresentano il filo conduttore dell’intera opera. Più che concludere una storia, Hyde Street Vol. 1 pone le basi di un universo narrativo ricco di potenzialità, invitando il lettore a proseguire l’esplorazione di un luogo dove ogni risposta sembra nascondere un nuovo mistero.

Custodi di un luogo senza tempo

Se Hyde Street è il cuore della serie, i suoi veri protagonisti sono gli enigmatici residenti che la abitano. Geoff Johns li introduce poco alla volta, evitando di raccontarne l’origine o di spiegare quale sia il loro ruolo all’interno delle regole che governano la strada. Il lettore li osserva mentre accolgono i nuovi visitatori, li mettono alla prova e sembrano perseguire un obiettivo comune, ma il loro passato e la loro vera natura rimangono volutamente avvolti nel mistero. È proprio questa scelta narrativa a renderli uno degli elementi più affascinanti del volume. Tra loro spicca senza dubbio Pranky, il personaggio che diventa immediatamente il volto di Hyde Street. Il suo aspetto da giovane boy scout contrasta con l’inquietudine che trasmette fin dalla prima apparizione, trasformandolo in una presenza tanto carismatica quanto imprevedibile. Geoff Johns gioca continuamente sul contrasto tra l’immagine rassicurante dell’uniforme scout e il comportamento del personaggio, che sembra muoversi con assoluta naturalezza in un luogo governato da regole incomprensibili. Pranky è spesso il primo a entrare in contatto con i visitatori, quasi fosse il loro “benvenuto” nella strada. Non agisce come un antagonista tradizionale, ma come una figura che osserva, provoca e accompagna gli eventi, lasciando che siano le persone a compiere le proprie scelte. È una presenza che incarna perfettamente il tono della serie: ironica, disturbante e impossibile da decifrare fino in fondo.

Se Pranky rappresenta il volto più dinamico e imprevedibile della strada, Mister X-Ray ne incarna invece il lato più enigmatico. Le sue apparizioni sono più misurate e il suo comportamento è distante, quasi imperscrutabile. Johns non gli dedica lunghe spiegazioni, ma costruisce il personaggio attraverso pochi dialoghi e una presenza scenica capace di trasmettere autorevolezza e mistero. Ogni volta che entra in scena si ha la sensazione che conosca molto più di quanto scelga di rivelare, contribuendo ad aumentare il fascino dell’universo narrativo anziché spiegarlo. È un personaggio che sembra osservare il funzionamento della strada con consapevolezza, pur rimanendo anch’egli vincolato alle regole che governano Hyde Street.

A rendere memorabili entrambi i personaggi contribuisce in maniera decisiva il lavoro di Ivan Reis. Pranky e Mister X-Ray possiedono silhouette immediatamente riconoscibili e un design capace di rifletterne la personalità ancora prima che parlino. Il primo colpisce per il contrasto tra l’aspetto innocente e il comportamento ambiguo, mentre il secondo trasmette inquietudine attraverso una presenza silenziosa e quasi spettrale. Insieme rappresentano le due anime di Hyde Street: una più giocosa e provocatoria, l’altra più austera e misteriosa. Pur rivelando pochissimo sul loro conto, Geoff Johns riesce a trasformarli nei principali punti di riferimento del lettore, alimentando la curiosità su ciò che ancora rimane nascosto dietro le porte della strada.

Perché proprio Hyde Street?

Uno dei primi interrogativi che Geoff Johns pone al lettore riguarda proprio il modo in cui le persone giungono a Hyde Street. Il fumetto non offre una spiegazione e questo contribuisce ad alimentare il fascino della serie. Fin dalle prime pagine, però, emerge un elemento comune: chi percorre quella strada non lo fa per caso. I visitatori arrivano in un momento cruciale della propria esistenza, quando il peso delle loro scelte, dei rimorsi o dei desideri più profondi sembra aver raggiunto un punto di non ritorno.

Hyde Street appare così come un luogo che si manifesta soltanto a chi si trova in una condizione di profonda vulnerabilità. Non importa che si tratti di senso di colpa, rabbia, avidità, disperazione o desiderio di rivalsa: la strada sembra attirare individui che stanno affrontando un conflitto interiore, trasformando quella crisi personale nel punto di partenza di un’esperienza destinata a cambiare la loro vita.

Il primo volume suggerisce inoltre che i residenti della strada non siano coloro che scelgono i visitatori. Al contrario, sembrano limitarsi ad accoglierli e ad agire secondo regole che li vincolano tanto quanto vincolano chi arriva a Hyde Street. È un dettaglio importante, perché contribuisce a rafforzare l’idea che la strada sia qualcosa di più di un semplice scenario: una presenza misteriosa, dotata di una volontà che i suoi stessi abitanti sembrano non poter controllare.

Una volta giunti a Hyde Street, i protagonisti non vengono giudicati né condannati automaticamente. I residenti li osservano, li provocano e li accompagnano lungo un percorso che li costringe a confrontarsi con le proprie paure e con le conseguenze delle loro decisioni. Geoff Johns costruisce così un horror in cui il soprannaturale non sostituisce il libero arbitrio, ma lo mette continuamente alla prova. Sono le scelte dei personaggi, più che gli eventi che li circondano, a determinare l’esito delle loro vicende.

È proprio questa ambiguità a rendere Hyde Street un luogo tanto affascinante quanto inquietante. La strada non appare come una semplice trappola o come un regno della dannazione, ma come un crocevia dove ogni visitatore è chiamato a rivelare la propria vera natura. Più che offrire una condanna o una salvezza, Hyde Street sembra mettere ogni individuo di fronte a sé stesso, trasformando l’orrore in una riflessione sulle debolezze e sulle contraddizioni dell’animo umano.

Il patto delle 10.000 anime

Tra gli elementi che più alimentano il fascino del racconto, c’è il misterioso contratto che lega gli abitanti della strada al loro destino. Geoff Johns introduce questo concetto con estrema gradualità, evitando di spiegarne l’origine o il funzionamento nel dettaglio. Il lettore comprende però fin dalle prime pagine che si tratta della regola fondamentale su cui si regge l’intero universo narrativo: i residenti di Hyde Street sono vincolati a un patto dal quale sembrano poter essere liberati soltanto raggiungendo un obiettivo preciso, la raccolta di 10.000 anime.

Il volume non chiarisce cosa rappresentino realmente queste anime né quale sia il significato della ricompensa promessa al termine del percorso. Proprio questa mancanza di risposte rende il contratto uno degli aspetti più intriganti della serie. Più che un semplice espediente narrativo, diventa il motore che orienta le azioni dei residenti, influenzandone il comportamento nei confronti dei visitatori e lasciando intuire che ogni incontro abbia un peso all’interno di un disegno molto più ampio.

Un altro elemento interessante è il modo in cui Geoff Johns tratta il concetto stesso di “contratto”. Nel volume non viene presentato come un patto liberamente accettato, ma come una condizione dalla quale gli abitanti della strada sembrano incapaci di sottrarsi. Questo dettaglio modifica la percezione dei personaggi: più che semplici artefici della sorte altrui, appaiono anch’essi prigionieri di un sistema di regole che devono rispettare. Il confine tra carnefici e vittime si fa così più sfumato, contribuendo ad aumentare la complessità morale dell’opera.

Anche il numero delle 10.000 anime assume un forte valore simbolico. La cifra appare volutamente irraggiungibile, quasi a suggerire un obiettivo destinato a protrarsi nel tempo e a trasformare Hyde Street in un luogo sospeso, dove ogni nuovo visitatore rappresenta una possibilità, ma mai una certezza. Geoff Johns non si sofferma sul significato numerico di questo traguardo, preferendo utilizzarlo come un costante elemento di tensione narrativa che accompagna il lettore per tutta la durata del volume.

Più che offrire spiegazioni, Hyde Street Vol. 1 utilizza il contratto e le 10.000 anime per alimentare il mistero che avvolge la strada. Sono domande ancora prive di risposta, ma proprio per questo rappresentano uno dei motivi principali che spingono a proseguire la lettura. Dietro quel patto, infatti, si intravede un qualcosa di molto più ampio, del quale il primo volume sceglie consapevolmente di mostrare soltanto la superficie.

Lo specchio dell'animo umano

Al di là del mistero che avvolge la strada e i suoi abitanti, Hyde Street Vol. 1 utilizza il soprannaturale come strumento per raccontare la complessità dell’animo umano. Geoff Johns costruisce un horror che non punta principalmente sul mostruoso o sull’effetto sorpresa, ma sulle emozioni e sui conflitti interiori dei suoi protagonisti. Ogni visitatore arriva a Hyde Street portando con sé un peso invisibile: un rimorso, un desiderio incontrollabile, una paura, un’ossessione o una scelta destinata ad avere conseguenze profonde. È da queste fragilità che prende forma il vero cuore del racconto.

La strada diventa così uno spazio simbolico, un luogo dove ciò che normalmente rimane nascosto dentro una persona emerge con forza. Hyde Street non sembra creare il male né trasformare i suoi visitatori in qualcosa di diverso da ciò che sono. Al contrario, mette a nudo la loro natura costringendoli a confrontarsi con sentimenti che fino a quel momento avevano cercato di reprimere o ignorare. Il soprannaturale diventa quindi un mezzo narrativo attraverso cui Geoff Johns esplora il libero arbitrio, la responsabilità delle proprie azioni e il prezzo delle decisioni più difficili.

Anche i residenti della strada sembrano partecipare a questa costruzione allegorica. Pur senza conoscere la loro origine o il loro vero scopo, il primo volume suggerisce che ciascuno di essi rappresenti un diverso modo di mettere alla prova i visitatori. Più che semplici antagonisti, assumono il ruolo di figure che accompagnano, osservano e, in alcuni casi, alimentano le debolezze delle persone che incontrano. Non esprimono giudizi morali né impongono un destino prestabilito: lasciano che siano gli esseri umani a compiere le proprie scelte, rendendoli gli unici veri responsabili delle conseguenze.

È proprio questa impostazione a distinguere Hyde Street da molti horror contemporanei. Il centro della narrazione non è la minaccia rappresentata dai suoi abitanti, ma il modo in cui ogni individuo reagisce quando viene posto davanti ai propri limiti. Geoff Johns sembra suggerire che il male non sia qualcosa di esterno all’uomo, bensì una possibilità sempre presente, pronta a emergere quando paure, ambizioni o desideri prendono il sopravvento. In questa prospettiva, Hyde Street diventa molto più di una semplice ambientazione: è uno specchio delle coscienze, un luogo dove ogni incontro costringe i protagonisti – e indirettamente anche il lettore – a interrogarsi su quanto sia sottile il confine tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare.

Geoff Johns riscopre l'horror psicologico

Nel corso della sua carriera Geoff Johns si è affermato come uno degli sceneggiatori più influenti del fumetto americano moderno, contribuendo a rilanciare personaggi iconici come Lanterna Verde, Flash e Aquaman. Le sue storie sono spesso caratterizzate da una grande attenzione alla costruzione del mondo narrativo, alla caratterizzazione dei personaggi e alla capacità di recuperare la tradizione del fumetto supereroistico per reinterpretarla in chiave moderna.

Con Hyde Street, però, Johns sceglie di esplorare un territorio differente. Pur mantenendo la stessa cura nella costruzione, qui mette da parte l’azione spettacolare per concentrarsi sull’atmosfera e sulla tensione psicologica. Il ritmo della narrazione è più misurato, le spiegazioni vengono dosate con estrema attenzione e il lettore è chiamato a ricostruire il funzionamento della strada attraverso piccoli indizi disseminati nel corso della lettura.

Il primo volume dimostra come Johns preferisca alimentare la curiosità anziché soddisfarla immediatamente. Ogni capitolo amplia il mondo di Hyde Street senza svelarne completamente le regole, facendo del mistero il vero motore della narrazione. È una scelta che distingue la serie da gran parte della sua produzione supereroistica e che conferma la versatilità dell’autore, capace di adattare il proprio stile a un horror in cui la suspense nasce più dalle domande irrisolte che dagli eventi soprannaturali.

Ivan Reis: un horror raccontato attraverso le immagini

Nel panorama del fumetto americano, Ivan Reis è considerato uno dei disegnatori più autorevoli della sua generazione. Il suo tratto realistico e la straordinaria cura per anatomie, ambientazioni e composizione della tavola lo hanno reso uno degli artisti simbolo della DC Comics, dove ha illustrato serie di grande successo come Lanterna Verde – proprio insieme a Geoff Johns – Aquaman, Justice League e numerosi eventi editoriali. Un percorso che lo ha consacrato come interprete ideale del fumetto supereroistico moderno, fatto di scene spettacolari e personaggi iconici.

Con Hyde Street, Reis dimostra però quanto il suo talento vada oltre il genere supereroistico. L’azione lascia spazio all’atmosfera, e la spettacolarità viene sostituita da una regia più misurata, costruita per alimentare il mistero e la tensione. Ogni tavola accompagna il lettore all’interno della strada con inquadrature studiate, prospettive che accentuano il senso di smarrimento e un uso sapiente dei silenzi, nei quali spesso sono le immagini a raccontare più delle parole.

Uno degli aspetti più riusciti del suo lavoro è la caratterizzazione visiva dei residenti di Hyde Street. Personaggi come Pranky e Mister X-Ray possiedono connotazioni immediatamente riconoscibili e un design capace di trasmetterne la personalità fin dal primo sguardo. Reis non ricerca il mostruoso fine a sé stesso, ma costruisce figure disturbanti attraverso piccoli dettagli: uno sguardo, un’espressione, una postura o il modo in cui occupano lo spazio della vignetta. È un approccio che rende ogni apparizione memorabile e contribuisce a rafforzare il senso di inquietudine che permea l’intero volume.

Anche l‘ambientazione assume un ruolo fondamentale. Hyde Street non è soltanto lo scenario della vicenda, ma un luogo vivo, ricco di dettagli e costantemente avvolto da un’atmosfera sospesa. Gli edifici, i vicoli e gli interni sembrano raccontare una storia ancora prima dell’arrivo dei protagonisti, trasformando la strada in un vero e proprio personaggio del fumetto.

A completare il comparto grafico interviene il lavoro di Brad Anderson, le cui tonalità fredde, i contrasti marcati e il sapiente utilizzo delle ombre amplificano il senso di mistero e di inquietudine. L’intesa tra disegni e colori è tale che diventa difficile immaginare Hyde Street con un’identità visiva diversa: ogni tavola contribuisce a costruire un horror che non punta sugli eccessi, ma sulla capacità di creare un’atmosfera costante e coinvolgente, nella quale il lettore ha la sensazione che dietro ogni angolo possa nascondersi un nuovo segreto.

Vale la pena leggere Hyde Street Vol. 1?

Hyde Street Vol. 1 è una lettura consigliata a chi cerca un horror capace di andare oltre il semplice spavento. Geoff Johns costruisce un racconto in cui il mistero, l’atmosfera e la riflessione sull’animo umano assumono un ruolo centrale, preferendo suggerire piuttosto che spiegare. Attraverso una narrazione episodica, il volume introduce gradualmente il lettore a un universo popolato da personaggi enigmatici, regole solo parzialmente svelate e interrogativi destinati ad alimentare la curiosità. Domande come chi siano realmente i residenti di Hyde Street, quale sia l’origine del contratto che li lega alla strada e cosa rappresentino davvero le 10.000 anime rimangono volutamente aperte, trasformando ogni capitolo in un tassello di una mitologia ancora tutta da scoprire.

A rendere l’esperienza ancora più coinvolgente contribuisce il comparto grafico di Ivan Reis e Brad Anderson, capace di dare forma a un mondo ricco di atmosfera, tensione e immagini destinate a rimanere impresse. Ma il vero punto di forza del volume è la capacità di incuriosire senza svelare troppo: Geoff Johns costruisce solide fondamenta narrative, presenta personaggi memorabili e lascia intuire un universo molto più ampio di quello mostrato in queste prime pagine.

Più che raccontare una storia conclusa, Hyde Street Vol. 1 rappresenta l’inizio di un viaggio. È un’opera che invita il lettore a tornare ancora su quella misteriosa strada, con la consapevolezza che dietro ogni porta, ogni incontro e ogni scelta si nasconde un nuovo tassello di un disegno più grande. Se il primo volume pone le basi della serie, è proprio la promessa di ciò che resta ancora da scoprire a renderne così naturale e coinvolgente la prosecuzione.

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Capitan America è prima di tutto un simbolo.

Quel costume, quello scudo e, soprattutto, quella bandiera sono l’emblema degli Stati Uniti e della libertà, che negli anni ’40 servivano a far forza a chi stava al fronte, e la Seconda Guerra Mondiale la viveva in prima persona.

Oltre a Steve Rogers, diversi sono stati i portatori dello scudo nel corso degli anni e ogni uomo che ha ricoperto quel ruolo ha messo in atto onore, giustizia e coraggio mostrando, anche nei fumetti, come il sogno americano rispecchiasse una nazione forte e a tratti invincibile.

Poi è arrivato il 2001. Quel maledetto 11 settembre.

L’America è stata messa in ginocchio dallo scioccante attentato alle Torri Gemelle, che ha pietrificato tutto il mondo e ha dimostrato che anche i potenti Stati Uniti possono sanguinare dall’interno.

Una serie come quella di Cap non può rimanere estranea a certi eventi e scandali politici, che sono stati anche solo citati all’interno della testata o che hanno dato voce a uno schieramento attraverso le azioni del Capitano. Tra questi, la Guerra in Vietnam, il Watergate e, per l’appunto, l’11/09/2001, il giorno più buio del recente passato degli U.S.A.

Con il rilancio della serie di Capitan America, Chip Zdarsky e Valerio Schiti decidono di partire proprio da quel giorno, da quel momento fatidico in cui, per gli americani (ma non solo), tutto è cambiato.

Nel giorno che celebra i 25 anni da quel tragico e scellerato attacco al World Trade Center, abbiamo deciso di parlare proprio della prima saga del Cap di Zdarsky e Schiti, La nostra Guerra Segreta, che si è prefissata di “svecchiare” il mito fumettistico di Capitan America, applicando una sorta di soft reboot, e di presentarci un inedito personaggio che ha indossato i panni del Discobolo proprio negli anni successivi al 2001.

Ed anzi: per David Colton, quell’11/09/01 è stato il momento che gli ha fatto decidere che avrebbe difeso l’America e i suoi cittadini a ogni costo.

Il team creativo dietro la nuova serie di Cap: Chip Zdarsky e Valerio Schiti

Marvel punta a un rinnovamento in grande stile per Capitan America e lo fa scegliendo uno degli scrittori di grido degli ultimi anni: quello Zdarsky che ha ammaliato tutti con il suo Daredevil, riconosciuto tra le migliori interpretazioni a fumetti del Diavolo di Hell’s Kitchen, che poi ha scritto Batman (dove ha brillato decisamente meno rispetto a DD) prima di lasciare il posto a Matt Fraction, per tornare alla Casa delle Idee e curare la serie di Cap (e altri futuri progetti legati all’Universo Marvel).

Dopo aver testato il suo rapporto con Steve Rogers all’interno del futuro orwelliano della maxiserie Avengers: Twilight, Chip è stato scelto per portare la serie di Capitan America al posto che merita, dopo qualche anno di alti e bassi.

Alle matite troviamo un ottimo Valerio Schiti, talento romano reduce dalla sfortunata miniserie G.O.D.S. scritta da Jonathan Hickman, decisamente a suo agio tra le pagine di Cap, con diversi spunti creativi che dimostrano l’affiatamento con Chip Zdarsky.

Risvegliarsi in un America ferita

La prima cosa che decide di fare Chip Zdarsky è “spostare in avanti” lo scongelamento di Steve Rogers di qualche anno. Quando Steve viene ritrovato e viene tolto dal ghiaccio, quello che gli si para davanti è il mondo post-11/09/2001. Una realtà in cui Steve si trova spaesato, disorientato e, mai come in questo caso, si sente fuori dal tempo.

Contemporaneamente facciamo la conoscenza di David Colton, partendo dal passato con un’immagine davvero di impatto: un giovanissimo David, di schiena, di fronte all’orrore delle Torri Gemelle che crollano, manifestando ancora di più l’impotenza, la paura e lo sgomento di un popolo. E siamo solo a pagina 1 del primo numero della gestione Zdarsky/Schiti.

Nel corso dei numeri, attraverso alcuni flashback e salti temporali, capiamo meglio chi è David: un ragazzo rimasto scioccato dall’attacco aereo, che ha deciso di intraprendere la carriera militare, per essere uno degli uomini al fronte pronto a difendere l’America ed evitare che possa vivere un altro 11 settembre in futuro.

Ma David è gracile, proprio come Steve, viene preso di mira dai superiori e picchiato. La sua determinazione attira l’attenzione di qualcuno che decide di riprovare l’esperimento del Super Soldato… e funziona.

David Colton è il Cap del nuovo millennio, quello che va in Afghanistan e che partecipa alle missioni sul campo, che è testimone di tutti gli orrori che ne derivano e che lo lasceranno segnato.

Nel presente Steve viene arruolato per una missione top-secret dal Generale Thaddeus E. “Thunderbolt” Ross che, insieme a una nuova formazione di Howling Commandos e al nuovo Cap deve liberare alcuni ostaggi all’ambasciata di Latveria, stato che da poco ha visto salire al potere un nuovo sovrano: Victor Von Doom, il Dottor Destino!

Ovviamente, la missione in cui si trovano invischiati i due Cap nasconde alcuni segreti che metteranno sotto una luce diversa il Governo americano e, soprattutto, metteranno a confronto Steve Rogers con Victor Von Doom e il suo modello di sovranità, che agli occhi di Steve si avvicina molto alla dittatura nazista.

Inoltre i due capitani si troveranno anche a divergere sulle strategie da usare sul campo. Steve e David hanno gli stessi ideali, ma esperienze diverse e questo significa avere un senso di giustizia differente, che li metterà faccia a faccia.

Steve e David: due lati della stessa bandiera

La nuova serie di Capitan America mette subito a confronto Steve Rogers con un altro Capitano: David Colton. Un personaggio inedito, creato per la serie da Zdarsky e Schiti, che fa capire che l’America, in un’era moderna in cui Steve Rogers è ancora congelato, dopo l’attacco alle Torri Gemelle non può permettersi altri errori e ha bisogno di un nuovo simbolo per risollevare la nazione. E così dà lo scudo a David Colton, un ragazzo con gli stessi ideali e motivazioni del vecchio Cap.

In realtà, Steve e David hanno origini molto simili. Sono entrambi determinati ma fisicamente deboli, disposti a tutto (anche ad assumere un siero che potrebbe ucciderli) pur di diventare i difensori della nazione che hanno giurato di proteggere sino alla fine.

E allora, come mai sono così diversi? Steve e David sono figli della guerra, ma di due conflitti diversi. Rogers, come sappiamo, è il simbolo della lotta americana contro un nemico che ha un volto ben delineato: Hitler e i nazisti. Colton, invece, oltre a essere di un’epoca diversa, ha tutto un altro percorso.

David è il Capitano che rappresenta l’America in Afghanistan. Il suo nemico è diverso rispetto ai nazisti affrontati da Rogers. Spesso è silenzioso, si nasconde tra i civili e compie azioni che mettono in pericolo anche donne e bambini, vittime sacrificali per gli uomini di Osama Bin Laden e potenziali pericoli per gli americani che si muovono tra quelle strade e che non sanno cosa e chi li potrà colpire. E nel frattempo esseri umani muoiono per una guerra che non hanno chiesto venisse combattuta.

La guerra che affronta e vive David è qualcosa che lo smuove internamente, lo turba, lo fa dubitare e lo sgretola psicologicamente, sino a renderlo più duro, spavaldo e un’arma a tutti gli effetti del Governo americano più che un simbolo degli Stati Uniti.

Un evento specifico e struggente che accade all’interno di un flashback di Colton in Capitan America #3 lo spezza e lo rende un Capitan America decisamente vulnerabile emotivamente e dall’equilibrio molto instabile.

Sino a che punto ci si deve spingere per vincere una guerra? Quello che accade in quello specifico numero è uno dei momenti più crudi, intensi e reali di un fumetto Marvel degli ultimi anni.

Il dualismo e il diverso modo di agire che vede da un lato Steve Rogers, ancora ancorato a uno stile di lotta più idealista, e dall’altro David Colton, più votato all’azione militare e al portare a termine la missione, è una delle cose più interessanti portate in scena da Chip Zdarsky, che ancora una volta si dimostra un ottimo scrittore in fatto di dialoghi e personaggi.

Il suo David Colton è un Capitano davvero interessante da conoscere e scoprire e sappiamo che avrà un ruolo fondamentale nell’immediato futuro dell’Universo Marvel.

Un Chip Zdarsky davvero in forma ma che riscrive il passato di Steve Rogers

Sulle indiscutibili doti di Chip Zdarsky non ci sono dubbi e si conferma uno dei migliori sulla piazza anche in Capitan America.

Lo sceneggiatore, come già detto, ha un’ottima capacità di sviluppo narrativo ed è abile a caratterizzare i personaggi, a descrivere i loro sentimenti e atmosfere e a raccontare storie che tengono incollato il lettore, anche se ha spesso il difetto di non essere troppo originale (questo va detto) nelle sue trame.

Con Capitan America decide di spostare le lancette dell’iceberg dove era congelato Steve in avanti di qualche decina di anni. In questa maniera riscrive il passato di Steve Rogers, proiettandolo in un’epoca più moderna, ma allo stesso tempo dando un bel colpo di spugna al passato editoriale.

Storie uscite all’epoca dell’attacco alle Torri Gemelle sulla testata di Cap, scritta da John Ney Rieber e disegnata dal compianto John Cassaday, o anche semplicemente lo struggente ed emozionante albo speciale Amazing Spider-Man #36, intitolato 11/09/2001 di J. Michael Straczynski e John Romita Jr., che vedevano Steve di fronte all’orrore di Ground Zero, in questa maniera sono state “cancellate” dal passato di Steve.

Un vero peccato per storie che hanno segnato un’epoca.

Al netto di questo, Zdarsky imbastisce un’ottima trama che alterna momenti molto intensi, ripresentando la storia delle origini di Steve, ribaltandola su David e mostrando la guerra vissuta da Colton, a bei momenti d’azione in cui mette ottimamente a confronto i due Cap e Steve contro Destino, senza dimenticare anche la parte thriller spy che si svolge in Latveria.

Inoltre, Zdarsky ci presenta anche una versione di Destino e una situazione di Latveria decisamente interessanti. Si tratta di un Von Doom appena divenuto il regnante di Latveria, ancora “acerbo” rispetto al nemico temibile dei Fantastici 4 e prossimo villain del MCU, ma con le idee ben chiare.

La rappresentazione di Victor e il confronto con Steve Rogers sono un’altra dimostrazione di qualità da parte dello sceneggiatore quando si tratta di esaltare personaggi di peso.

Anche la situazione riguardante la nazione comandata dal neo-sovrano è controversa e vede da un lato chi sta dalla parte di Destino, sperando che porti un futuro migliore, e dall’altro i ribelli già pronti a rovesciare quello che è, a tutti gli effetti, un tiranno che comanda con i suoi Doombot e che negli anni a venire farà rimpiangere ai suoi abitanti il passato.

Valerio Schiti: un italiano capace di tener testa a due Super Soldati

Se Zdarsky è lo sceneggiatore di questo film a fumetti di Cap, Valerio Schiti ne è l’assoluto regista.

L’artista romano fa già intendere di che pasta è fatto e di aver assimilato la sceneggiatura di Zdarsky sin dalle prime battute. La prima e l’ultima pagina di Capitan America #1 sono due tavole dall’impatto visivo pazzesco che mostrano Colton di schiena in entrambi i casi: a pagina 1, bambino di fronte al crollo delle Torri Gemelle e nell’ultima pagina del numero David nei panni di Capitan America mentre assiste alla caduta della Torre di Saddam Hussein.

Due momenti della storia recente delicati e ben registrati nella memoria di chi quegli anni se li ricorda e li ha vissuti, anche solo tramite i notiziari.

L’apporto grafico di Schiti è di prim’ordine in tutti i primi 6 numeri a livello visivo, dimostrando di saper domare due Capitani, e raggiunge picchi altissimi in diverse occasioni.

Un altro esempio? L’ultima pagina di Capitan America #3: pagina divisa in due, con la parte superiore con protagonista Colton e quella inferiore Steve. Entrambi arrivano, dopo un crescendo, a situazioni di sconfitta e disperazione personale, ma anche di resa simbolica di Capitan America, con un utilizzo dei colori rosso e blu (i colori di Cap) pressoché perfetto.

Ma Schiti è fondamentale in questo nuovo corso di Capitan America anche e soprattutto dal punto di vista creativo. Costumi nuovi e più moderni, come quello di Steve o quello di Colton, personaggi inediti accattivanti o vecchi reinterpretati, sono parte integrante dell’operato del disegnatore italiano, che non si è fermato alle sole matite.

Una co-produzione, quella Zdarsky/Schiti, che vede entrambi egualmente protagonisti di questa rinascita di Capitan America. E non posso che esserne felice.

Una fiction a fumetti che non vuole dimenticare la cinica e cruda realtà

Con la storia La nostra Guerra Segreta, Capitan America riparte da Steve Rogers, ma soprattutto da un momento cupo della storia degli Stati Uniti: l’11 settembre 2001.

Ma quello che cercano di mostrare Chip Zdarsky e Valerio Schiti in questa prima run è che la guerra, in ogni tempo e in ogni luogo, è capace di segnare le persone in maniera indelebile, lasciando ferite che per alcuni sono difficili da rimarginare.

E lo fanno attraverso David Colton, un personaggio che riparte dal dolore di una nazione, davvero bello da esplorare e da leggere, che rende partecipe il lettore della sua storia personale e delle sue scelte.

Ma è anche e soprattutto la testata di Steve Rogers e quello che vediamo in queste prime storie è il solito e vecchio Steve, il Capitan America “perfetto”, l’unico che, in fondo, sembra in grado di sostenere quel ruolo e di opporsi sempre e comunque ai tiranni in ogni epoca; sia che abbiano i baffetti e portino una fascetta rossa con la svastica, sia che abbiano una maschera di metallo e un cappuccio verde.

Un (nuovo) inizio promettente per il Vendicatore a stelle e strisce.

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Fumetti italiani

Dylan Dog: Per i 40° anni del personaggio il 25 settembre sarà la Dylan Dog Horror Night

Per festeggiare i 40 anni dall’esordio editoriale di Dylan Dog, la Sergio Bonelli Editore aprirà i festeggiamenti il 25 settembre con la Dylan Dog Horror Night

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A quarant’anni dal debutto in edicola di Dylan Dog

VENERDÌ 25 SETTEMBRE

SI APRONO LE CELEBRAZIONI

DEI 40 ANNI CON LA

DYLAN DOG. HORROR NIGHT

In attesa del

DYLAN DOG. HORROR SHOW

di Tiziano Sclavi e Nicola Russo

regia di Valter Malosti

dal 28 ottobre al Teatro Eliseo di Roma

Prevendite aperte

A quarant’anni dal suo debutto in edicola, avvenuto il 26 settembre 1986, e in attesa dell’arrivo a teatro con DYLAN DOG. HORROR SHOW di Tiziano Sclavi e Nicola Russo diretto dal regista Valter Malosti, si aprono le celebrazioni dei 40 anni dell’Indagatore dell’Incubo con un evento dedicato ai lettori di tutta Italia.

Venerdì 25 settembre arriva DYLAN DOG. HORROR NIGHT, una serata di festa che coinvolgerà una selezione di 80 sedi sparse in tutta Italia tra librerie Ubik e fumetterie Funside. Al Bonelli Store di Milano è invece in programma una matinée speciale dedicata ai lettori proprio sabato 26 settembre. Ogni sede sarà impreziosita da allestimenti dedicati a Dylan Dog e al suo universo narrativo, offrendo ai fan un’esperienza pensata per festeggiare insieme i primi quarant’anni di una leggenda del fumetto. In diverse librerie e fumetterie, sceneggiatori e disegnatori della serie incontreranno il pubblico per raccontare curiosità, aneddoti e retroscena di uno dei personaggi più iconici del fumetto italiano. Tantissimi le autrici e gli autori già confermati. Tra gli altri: a Milano il Direttore Editoriale Michele Masiero, Barbara Baraldi, Davide Furnò, Claudio Villa, Angelo Stano, Sergio Gerasi, Franco Busatta e Luigi Mignacco; a Roma Mauro Uzzeo, Alessandro Bilotta, Riccardo Torti; a Palermo Rita Porretto; a Napoli Bruno Brindisi, Raul Cestaro, Gianluca Cestaro, Fabiana Fiengo; a Bologna Andrea Venturi, Paolo Martinello, Marco Nizzoli; a Catania Luigi Siniscalchi; a Cagliari ⁠⁠Bruno Enna… Tutti i dettagli e gli orari sui singoli appuntamenti saranno disponibili e in continuo aggiornamento su www.DylanDog40.it.

Per l’occasione, dal 22 settembre arriva inoltre in libreria e fumetteria il volume celebrativo con la storia inedita scritta da Barbara Baraldi e disegnata da Davide Furnò intitolata “Prima che sia l’alba”: il volume in bianco e nero proporrà la storia dell’albo dell’anniversario, “Dylan Dog 481”, con in più otto tavole a fumetti inedite che ne arricchiranno la trama.

Ma anche chi non vivesse in una delle città raggiunte da questi primi eventi potrà festeggiare. In edicola proprio dal 26 settembre arriverà l’albo n. 481, “Prima che sia l’alba” di Barbara Baraldi e Davide Furnò, eccezionalmente a colori. Si tratterà di un albo unico, proposto in una confezione sigillata che cela l’aspetto della copertina a sorpresa: una volta aperta, i lettori potranno trovare la copertina regular o una delle tre rare variant, stampate in un numero limitato di copie. Gli autori delle diverse copertine sono Gianluca e Raul Cestaro, autori della copertina regular, e Claudio Villa, Corrado Roi e Angelo Stano, autori delle tre copertine variant.

Le celebrazioni in programma il 25 settembre riuniranno i fan nel calore di una passione condivisa e contribuiranno a rendere ancora più intensa l’attesa per DYLAN DOG. HORROR SHOW di Tiziano Sclavi e Nicola Russo con regia di Valter Malosti – lo spettacolo in scena al Teatro Eliseo di Roma dal 28 ottobre con anteprime speciali dal 22 ottobre – che rappresenterà il culmine delle iniziative per il quarantennale. Proprio con questo spettacolo, lo storico teatro romano riaprirà le sue porte e per l’occasione trasformerà il suo foyer in uno spazio esperienziale dedicato all’universo visivo e narrativo dell’Indagatore dell’Incubo. Le prevendite sono aperte su Ticketone.

I festeggiamenti continueranno nei prossimi mesi con nuove pubblicazioni e iniziative speciali dedicate al protagonista dal 1986 di un successo editoriale senza tempo e punto di riferimento per generazioni di lettori. Tutti i dettagli sugli appuntamenti dedicati ai festeggiamenti dei 40 anni di Dylan Dog verranno svelati via via sul sito della Casa editrice.

*Ringraziamo gli uffici stampa Sergio Bonelli Editore per la condivisione del comunicato di cui sopra

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