Comics Legends
Comics Legend: intervista a Peach Momoko, arte e tradizione nei suoi X-Men
Su Comics Legends un ospite di fama internazionale: Peach Momoko. Autrice dal tratto delicato, ha rivoluzionato la concezione di comics con la sua Ultimate X-Men, opera che l’ha portata a essere tra le più amate fumettiste moderne
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2 settimane agoil
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Doc. G
Nonostante la giovane età, Peach Momoko è già una leggenda.
L’artista giapponese ha conquistato milioni di fan in tutto il mondo con la sua arte coinvolgente ed emozionale, portando nella sua opera tradizione, folklore e suggestioni della cultura del suo Paese.
Non è un caso che la carriera di Peach sia iniziata nelle gallerie d’arte: ogni singola cover, ogni immagine che nasce dalla sua mente e prende forma su una tavola, su un foglio o su una blank cover è a tutti gli effetti una piccola opera d’arte.
Marvel e C.B. Cebulski hanno creduto fin da subito nel talento dell’autrice, arrivando ad affidarle le redini della nuova serie Ultimate X-Men, con la quale ha realizzato una storia emotivamente intensa. Forse non ci sono i “soliti” X-Men a cui i lettori erano abituati, ma c’è sicuramente qualcosa di profondamente originale e unico nel suo genere.
Peach Momoko è riuscita a creare un ponte artistico tra culture diverse, unendo sensibilità e immaginari provenienti da parti opposte del pianeta e inserendo molto del suo Paese d’origine in ogni sua opera.
Quella che segue è un’intervista in cui Peach ci racconta molto della sua arte. E il modo in cui lo fa aiuta a capire perché sia diventata una delle icone del fumetto più importanti degli ultimi anni.
Su PopCorNerd per Comics Legend: Peach Momoko.
Peach Momoko: quel modo di fare fumetto che si può solo definire.. arte
Grazie mille, Peach Momoko, per essere ospite di PopCorNerd. È un grande onore e privilegio per la nostra pagina poter ospitare un’artista di fama mondiale, quale sei.
Ho letto che prima di dedicarti ai fumetti, hai lavorato come artista da galleria. Come è avvenuto il tuo primo contatto con i comics, considerando che si tratta di un mondo piuttosto distante dal percorso artistico che avevi esplorato fino a quel momento?
Peach Momoko – Sì, quando ero giovane mi occupavo principalmente di arte da galleria. All’epoca non conoscevo i fumetti, né i manga. O almeno: pensavo che per lavorare nel settore bisognasse essere già un artista di fumetti o un mangaka.
In quel periodo non sapevo esattamente cosa volessi fare, ma ero certa di voler lavorare nell’arte. Per questo non mi concentravo su un solo ambito.
Così, mentre lavoravo per le gallerie e proponevo il mio portfolio a diverse riviste, Girls and Corpses mi contattò e iniziai a realizzare illustrazioni per il magazine. Poco dopo mi invitarono a partecipare a una Comic Convention.
Non avevo familiarità con il mondo dei comics, quindi sapevo che sarei uscita dalla mia zona di comfort, ma volevo mettermi alla prova e vedere cosa avrei potuto imparare partecipando a quell’evento.

Illustrazione di Peach Momoko tratta da Girls and Corpses Magazine
Hai iniziato come illustratrice e in seguito sei diventata anche sceneggiatrice. Tra i tuoi primi lavori come autrice completa ci sono alcune storie pubblicate sulla rivista Heavy Metal. Il passaggio alla scrittura è stato semplice o impegnativo?
Peach Momoko – Per me è stata una sfida. E lo è ancora oggi.
Il tuo incredibile lavoro come cover artist ti ha fatto vincere due Eisner Awards nella categoria, nel 2021 e nel 2024. Cosa hai provato nel vincere premi così prestigiosi? Li hai vissuti come un momento di affermazione personale nel mondo dei fumetti oppure più come un punto di partenza?
Peach Momoko – È sempre un onore e una gioia ricevere qualsiasi premio.
Per me però i premi non significano successo né garanzia di lavoro. Piuttosto li considero come una forma di fiducia.
Se altre case editrici vogliono lavorare con me, avere un riconoscimento del genere nel mio curriculum può creare una certa fiducia da parte di aziende che non hanno mai collaborato con me prima.
Quindi non lo vivo davvero come un punto di partenza o qualcosa del genere, ma più come una sorta di “fiducia” che può aprire nuove opportunità.

Il tuo successo è legato anche al tuo stile artistico: delicato ed emotivo. È qualcosa di mai visto prima nei fumetti occidentali, ma allo stesso tempo rappresenta una novità anche in quelli orientali. Pensi che la tua arte rappresenti un punto di connessione tra due tradizioni fumettistiche molto diverse?
Peach Momoko – Di solito dipingo soltanto ciò che mi piace dipingere. Non penso troppo alla distinzione tra “Oriente” e “Occidente”. Sono semplicemente consapevole del fatto che voglio dipingere ciò che mi piace e raccontare davvero la mia storia.
Ultimate X-Men rappresenta forse la tua consacrazione definitiva nell’industria del fumetto. È un progetto molto impegnativo, trattandosi di una serie mensile a lungo termine che scrivi e disegni. Qual è la storia dietro il tuo arrivo su uno dei titoli di punta Marvel degli ultimi due anni?
Peach Momoko – Non so esattamente come sia stata scelta. Avevo appena terminato Demon Wars quando C.B. [Cebulski n.d.r.] mi ha chiesto se fossi interessata a raccontare una nuova storia degli X-Men ambientata in Giappone, con un cast completamente giapponese.
Poi ho avuto un incontro con i creatori e gli editor per capire meglio quale fosse il concetto dell’Ultimate Universe.
A quel punto ho fatto ricerche su alcuni personaggi Marvel giapponesi già esistenti e poi ho ampliato il tutto creando nuovi personaggi e/o nuove versioni di quelli già presenti.

Per prepararti a Ultimate X-Men, hai letto storie classiche dei mutanti per comprendere il mito degli X-Men prima di crearne la tua interpretazione personale? Se sì, quali?
Peach Momoko – Ho fatto ricerche su molti fumetti diversi, soprattutto per trovare i personaggi giusti e per evitare di raccontare la stessa storia. Il fumetto che mi ha davvero ispirato è stato Weapon X di Barry Windsor-Smith.
La protagonista di Ultimate X-Men è Hisako/Armor, che nella continuità classica degli X-Men è sempre stata un personaggio secondario rispetto a figure più iconiche come Ciclope, Rogue, Jubilee, Kitty Pryde, Wolverine, ecc. Cosa ti ha portato a scegliere Hisako come protagonista della serie invece dei membri più classici degli X-Men?
Peach Momoko – Ho scoperto Armor per la prima volta mentre stavo facendo ricerche su un mutante giapponese. La sua storia su Terra-616 (come il suicidio di Wing, ecc.) e il suo potere legato all’armatura mi hanno davvero colpita.
Ho sentito che usare l’armatura come simbolo, una sorta di guscio che ti protegge dalla società, funzionava molto bene con il tema della storia. Quando creo qualcosa, c’è sempre un momento: una sorta di amore a prima vista.
Personaggi iconici come Ciclope, Rogue o Jubilee sono fantastici, ma se non riesco a immaginare una nuova storia da raccontare su di loro… allora significa che non è il loro momento per me.

Un’immagine di Armor tratta da Ultimate X-Men
Il primo villain che Hisako e le sue amiche affrontano è Shinobu Kageyama, un personaggio che, a mio parere, hai sviluppato molto in profondità. Ogni volta che appare, la serie assume anche visivamente un tono da horror psicologico. Cosa ti ha ispirato nella creazione dello Shadow King (Re delle Ombre) dell’Ultimate Universe?
Peach Momoko – Durante le mie ricerche ho sentito che il potere telepatico dello Shadow King si adattava molto bene alla mia storia su Armor.
Un altro personaggio molto amato dai lettori è Maystorm, a cui, sembra, sei molto affezionata anche tu. Secondo te cosa rende questa eroina così apprezzata?
Peach Momoko – Non so quanto Maystorm sia diventata popolare tra i fan, ma ogni volta che vedo fanart, cosplay, peluche o persino costruzioni Lego di Maystorm mi sento un po’ più sicura di me.

Maystorm, una delle X-girls più amate dai fan di Ultimate X-Men
Le storie degli X-Men hanno sempre esplorato temi delicati e socialmente rilevanti, tra cui la discriminazione (razziale, religiosa, ecc.). In Ultimate X-Men i temi restano maturi e complessi ma sono più contemporanei e, purtroppo, molto legati a problemi reali come bullismo, suicidio, stalking e altro. Quanto è difficile inserire questi temi in un fumetto supereroistico come UX?
Peach Momoko – Sono temi che nessun adolescente può davvero evitare. Così ho deciso di affrontarli direttamente.
I tuoi fumetti trasmettono un forte coinvolgimento emotivo, sia nella scrittura che nel disegno. Quanto di te stessa c’è nelle tue storie?
Peach Momoko – E’ un piccolo mix di tutto. Ci sono elementi in cui parlo di come sono stata trattata, di cose che ho visto o sentito raccontare, di brutti ricordi e di incubi che avevo quando ero adolescente.
Ma non sono aspetti che porto direttamente al centro della storia principale: sono piuttosto piccoli dettagli sparsi nel racconto. Ho anche fatto ricerche attraverso documentari e conversazioni reali tra adolescenti.
Come ti sei trovata a lavorare con la particolare struttura narrativa dell’Ultimate Universe, dove ogni numero si svolge in un mese specifico e tra un capitolo e l’altro il tempo scorre.. in tempo reale?
Peach Momoko – Non è stato facile. Proprio perché tra un numero e l’altro il tempo avanzava davvero, c’erano molte storie che avrei voluto raccontare ma per cui non avevo il tempo.

Partecipi alle convention di fumetti in tutto il mondo ormai da molti anni e possiamo dire che sei una delle autrici più amate dai lettori. Che rapporto hai con i tuoi fan?
Peach Momoko – Credo di guardare sempre nella stessa direzione dei miei fan. Non sono molto brava a parlare con le persone o a incontrarle. Ma apprezzo davvero il tempo che passo alle convention perché lì posso sentirmi parte di una grande comunità. E soprattutto ho la possibilità di ascoltare direttamente le voci delle persone, e questo per me è di grande aiuto.
Questa era l’ultima domanda. Ancora una volta, grazie a Peach Momoko per aver trovato il tempo di parlare con noi.
*Un ringraziamento speciale a Yo Mutsu, art manager e marito di Peach. Con il suo contributo e aiuto nella traduzione delle risposte di Peach dal giapponese all’inglese, ha reso possibile questa intervista.
Peach Momoko: biografia

Peach Momoko, artista il cui vero nome rimane volutamente riservato, preferisce essere conosciuta con lo pseudonimo che utilizza fin dai tempi della scuola d’arte e che, negli anni, gli appassionati di fumetti hanno imparato ad apprezzare e amare.
Nata in Giappone, da oltre un decennio ha trovato il proprio spazio nel mercato fumettistico statunitense. Dopo il suo debutto alla Marvel, l’autrice si è rapidamente affermata come una delle illustratrici più richieste, firmando nel corso degli anni numerose copertine per alcune delle testate più popolari della Casa delle Idee.
Nel 2021 e 2024 ha conquistato il prestigioso Eisner Award come miglior cover artist, un riconoscimento che ha consacrato il suo talento a livello internazionale. Oltre agli Eisner, ha vinto anche il Ringo Award sempre come miglior copertinista nel 2021
All’inizio del 2024, Peach Momoko ha inoltre lanciato per Marvel la serie Ultimate X-Men, una reinterpretazione in chiave nipponica delle origini dello storico gruppo di mutanti, che unisce l’immaginario degli X-Men con sensibilità e atmosfere profondamente legate alla cultura giapponese.
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Comics Legends: intervista a Erik Larsen, ‘recordman’ dei comics con Savage Dragon
Comics
Comics Legends: intervista a Erik Larsen, ‘recordman’ dei comics con Savage Dragon
Per inaugurare la nuova rubrica Comics Legends abbiamo l’onore di ospitare il grande Erik Larsen, fumettista amatissimo dai fan di Spider-Man per una sua storica run, co-fondatore di Image Comics e creatore nonché autore unico di Savage Dragon
Pubblicato
2 mesi agoil
7 Febbraio 2026Da
Doc. G
Ci sono autori di comics diventati grandi raccontando storie su personaggi nati dalla mente di altri scrittori e disegnatori.
E poi ci sono autori che non solo contribuisco a quelle storie, ma creano anche i personaggi che le abitano, rendendoli immortali, anzi: vere e proprie leggende.
È il caso dell’ospite di questo primo appuntamento di Comics Legends, Erik Larsen, scrittore e disegnatore amatissimo, nonché uno dei “magnifici sette” che lasciarono le major per trasformare in una solida realtà il proprio sogno: fare fumetti su personaggi originali da loro creati. Sotto questa filosofia viene fondata la Image Comics.
Il cartoonist di Minneapolis ha dato vita, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, a una delle incarnazioni più dinamiche e supereroistiche di Spider-Man. Da autore di storie rimaste indelebili nella memoria dei Ragno-lettori, Larsen è riuscito in pochi anni a diventare un’icona e modello per gli autori venuti dopo di lui su Spidey, tornando di tanto in tanto a volteggiare tra i grattacieli di New York insieme all’Amichevole Spider-Man di quartiere (anche molto recentemente come scoprirete).
Ma la creatura più importante nata dalla mente di Erik Larsen ha un solo nome: Savage Dragon. Un progetto concepito già da ragazzino, che aspettava soltanto di trovare la forma giusta per emergere e diventare il fumetto più longevo della storia dei comics portato avanti dallo stesso autore, sia ai testi che ai disegni, dai suoi esordi nel 1992 fino a oggi, pronto a frantumare il traguardo dei 300 (!) numeri.
L’obiettivo di Comics Legends sarà quello di portarvi i più grandi autori del fumetto di sempre, attraverso le loro parole ma anche con approfondimenti a loro dedicati. E con il grande Erik Larsen non potevamo che iniziare nel modo migliore.
Erik Larsen: una carriera tra uomini ragno e poliziotti (verdi) a squame
Grazie mille, Erik Larsen, per essere ospite su PopCorNerd. È un grande onore e un privilegio per la nostra pagina ospitare un artista internazionale così importante. Ti ringraziamo di cuore per il tuo tempo prezioso.
Vorrei partire dall’inizio: se lo ricordi, come è nata la tua passione per i fumetti? So che sei un grande fan di Capitan Marvel. È iniziato tutto con lui?
Erik Larsen – Mio padre collezionava fumetti quando era ragazzo e sono cresciuto con la sua collezione di fumetti della Golden Age. Capitan Marvel e molti altri hanno avuto un grande impatto su di me, ma è stato Incredible Hulk #156 di Herb Trimpe l’albo che reputo ‘la vera droga’ che mi ha introdotto a questo mondo.

Variant di Savage Dragon #156 che omaggia Incredible Hulk #156 di Herb Trimpe, albo fondamentale per Erik Larsen
Il tuo approdo in Marvel avviene grazie a Jim Shooter. Puoi raccontarci come sono andate le cose?
Erik Larsen – Inizialmente mandavo con una certa regolarità dei campioni del mio lavoro a Jim Shooter. Avevo ricevuto diverse lettere di rifiuto da parte sua quando cercavo di entrare nel mondo dei fumetti, e ho sempre apprezzato il fatto che si prendesse del tempo di rispondermi.
Ricevetti un “Close but no cigar” [l’equivalente di ‘Ci sei andato vicino, ma non abbastanza’ n.d.r.] e poi un “Closer, but still no cigar”. [‘Ancora più vicino, ma non abbastanza’ n.d.r.]
Un paio d’anni dopo gli mostrai il mio lavoro di persona a una convention a Chicago. A quel punto stavo già lavorando per alcune case editrici più piccole. Shooter guardò i miei lavori e disse: “Quindi ora sei un professionista.” Al che io risposi: “Sì, lo sono.”
Jim mi chiese: “Ti piacerebbe fare una storia per Marvel Fanfare?” E io risposi: “Certo, perché non la sviluppiamo qui alla convention?” Cosa che sembrò coglierlo di sorpresa. Più tardi ci sedemmo insieme al bar dell’hotel e buttammo giù la trama di massima di quello che sarebbe diventato il mio primo fumetto Marvel: The Mighty Thor #385. Bei tempi.

Cover del primo albo Marvel di Erik Larsen: The Mighty Thor #385
Pensando al tuo lavoro in Marvel, il tuo nome è inevitabilmente associato a Spider-Man, un personaggio che nel corso degli anni sei tornato a disegnare più volte. Cosa ti spinge ancora oggi a dedicarti a Spidey? E… è solo una mia impressione o è diventato una sorta di “comfort zone” per te?
Erik Larsen – Non so se sia tanto io a essere attratto da Spider-Man, quanto gli editor ad associarlo a me, ed è probabilmente per questo che continuano a chiedermi di fare ancora Spider-Man. Se negli anni ’90 avessi lavorato sui Fantastici Quattro, probabilmente mi chiederebbero quello.
E, come per ogni cosa, una volta che fai qualcosa per un po’ sviluppi una sorta di memoria muscolare. Non devo sudare per capire come disegnare Spider-Man. Mi viene piuttosto naturale. Se fosse Batman, dovrei pensare a come disegnare Batman. Ma con Spider-Man ho già risolto tutto. Mi viene facile.

Ricordo con enorme piacere tutto il tuo ciclo su Spider-Man come disegnatore, ma Il ritorno dei Sinistri Sei è quasi certamente la mia storia preferita, un vero e proprio blockbuster: nemici all’altezza e brutali, alleati di ogni tipo e uno Spider-Man spinto all’estremo, armato anche di gadget in puro stile anni ’90. La consideri una delle tue migliori prove artistiche sul personaggio?
Erik Larsen – Ho fatto tutto quello che potevo fare. Mi sono trovato ad affrontare molte discipline tutte insieme. All’epoca non avevo scritto molte storie per la Marvel, in pratica solo quel fill-in su Spider-Man con Bestia. Inoltre stavo ancora cercando di capire come inchiostrare.
Prima non inchiostravo le mie matite, quindi quella parte era relativamente nuova per me. E, in più, la mia casa andò a fuoco nel mezzo della serie, quindi dovetti arrangiarmi per rimettermi in carreggiata mentre sistemavo la mia vita. È quasi un miracolo che sia riuscito a terminarlo, a pensarci bene.
Per Otto Octavius hai scelto un restyling molto particolare: il tuo Doctor Octopus è meno scienziato e più gangster dal cervello sopraffino, quasi una versione di Tony Montana con braccia metalliche. Cosa ti ha ispirato per questa reinterpretazione di Doc Ock?
Erik Larsen – Avevo un amico che faceva illustrazioni commerciali per la ColorForms e stava lavorando a un progetto di Dick Tracy, basato sul film di Warren Beatty. Gli avevano mandato pile di foto e style guide per i villain e pensai che quello sarebbe stato un look più forte per Ock rispetto al body che indossava fino a quel momento.

L’elegante Doc Ock di Erik Larsen
Cardiac è una delle tue creazioni, insieme a David Michelinie, per la Marvel: nelle tue storie ha funzionato benissimo come comprimario di Spider-Man, ma in seguito è finito un po’ nel dimenticatoio. Ti è dispiaciuto vedere che, al di fuori della tua gestione, il personaggio non sia stato sfruttato come magari avevi immaginato inizialmente?
Erik Larsen – Certo. È sempre un po’ una seccatura vedere un personaggio trascurato, ucciso o ridisegnato. Pensavo che Cardiac avesse un impatto visivo forte.

Cardiac
C’è stato un momento in cui ho pensato — forse dovrei semplicemente cancellare questo tizio e tenermelo per dopo — perché lo sto regalando?
Ma alla fine sono andato avanti. Se me lo fossi tenuto per me, probabilmente lo avrei usato di più. È uno dei pochi personaggi che ho disegnato e che pensavo avesse un vero potenziale. Cardiac e Knockout alla Marvel e Shrapnel e Lagoon Boy alla DC. Ma c’est la vie — non ha senso piangerci sopra. Non è che mi manchino i personaggi.
Venom è stato creato da Todd McFarlane e David Michelinie, ma tu hai contribuito in modo decisivo a rendere indelebile nell’immaginario collettivo l’idea di un Venom spaventoso e “mangia-cervelli”: lingua lunghissima, denti aguzzi e una bocca mostruosa. Cosa ti ha portato a disegnare l’alter ego di Eddie Brock in quel modo, diventato poi il vero simbolo del V-Man anni ’90?
Erik Larsen – Non è stato così volontaria la cosa. In realtà è stato in parte un incidente.
Anni fa, Todd McFarlane disegnò una copertina per un trade paperback di Spider-Man vs. Venom che raccoglieva le storie di Spider-Man contro Venom che aveva disegnato lui.
Non comprai il volume perché avevo già i singoli albi, ma la mia impressione fu che Todd gli avesse dato una lingua. Determinato a spingermi oltre, diedi a Venom una lingua ancora più grande e folle.
Per anni ho attribuito a Todd il merito della lingua e citavo quella copertina del TPB. Immagina la mia sorpresa quando, anni dopo, rividi davvero la copertina di Todd e mi resi conto che non somigliava affatto a come la ricordavo.
Todd non aveva fatto nulla di speciale o insolito con la lingua — era una lingua perfettamente normale e insignificante. Era solo visibile. C’era una piccola, normale lingua rossa sulla copertina di Todd. Si scoprì che ero stato io, dopotutto, a dargli quella lingua folle!

In Marvel non c’è stato solo Spider-Man: hai lavorato anche su Punisher, Nova, Excalibur, Wolverine… Guardando indietro, c’è qualche rimpianto legato al tuo lavoro su questi personaggi?
Erik Larsen – Nessun rimpianto, davvero. Ho sempre cercato di fare del mio meglio con il tempo che avevo a disposizione. Non passo molto tempo a rimuginare sul passato. Non ho molti rimpianti nella mia vita.
Con Image Comics tu e gli altri fondatori avete realizzato qualcosa di incredibile e fortemente ispirazionale. Anche una redazione piccola e giovane come la nostra guarda al modello Image come a un riferimento (ovviamente in maniera proporzionata). Quando hai capito che il salto fatto da te, Todd, Jim, Rob e gli altri era davvero la strada giusta?
Erik Larsen – Lo abbiamo capito subito che si trattava di qualcosa di grosso. Le vendite erano fenomenali. La reazione del pubblico travolgente.
Alla Marvel persero completamente la testa e la partenza dei principali artisti Marvel per fondare Image Comics nel 1992 fu un fattore determinante dell’instabilità che portò al fallimento della Marvel. Fu un effetto a catena enorme.
Certo, c’erano anche altri fattori — lo scoppio della bolla dell’industria, un debito massiccio dovuto ad acquisizioni aziendali e una ristrutturazione aggressiva e fallimentare del loro modello di distribuzione. Ma resta folle pensare che sette artisti che se ne vanno possano avere un impatto del genere.

I Magnifici 7 che hanno fondato Image Comics
Sei stato anche editor di Image Comics: qual è stato l’aspetto più complesso di questo ruolo rispetto a quello di autore?
Erik Larsen – Le cose erano un po’ turbolente. Molte testate si interrompevano bruscamente a metà storia e la sensazione era che i giorni migliori di Image fossero alle spalle. Il mio obiettivo era rimettere la nave sulla rotta, fermare l’emorragia e riportarla sulla giusta traiettoria, e questo significava parlare molto con i creator e intervenire più direttamente su alcuni fumetti che avevano bisogno di aiuto. Ero attivamente coinvolto nell’aiutare le testate, nel progettare loghi e persino nel ridisegnare alcuni personaggi. Era un sacco di lavoro. Ma non era per questo che ero entrato nei fumetti. Volevo creare fumetti, non gestire i creator. Me ne sono andato una volta che tutto è tornato in carreggiata.
Puoi raccontarci come e quando nasce il personaggio più importante della tua carriera, Savage Dragon? Sappiamo che era un’idea che avevi in testa da molto tempo, in attesa del momento giusto per emergere.
Erik Larsen – Savage Dragon è stato creato quando ero bambino. All’inizio era un clone di Batman, ma presto ha preso vita propria. Non sono nemmeno sicuro di quando sia stato creato esattamente.
Originariamente indossava mantello e maschera e guidava una specie di versione dell’auto di Speed Racer. Con il passare degli anni ho continuato a introdurre nuove versioni e a rivedere quelle vecchie. A un certo punto era diventato un tizio che si trasformava da uomo normale in un supereroe muscoloso, e mi sono semplicemente stancato della parte dell’uomo normale e di disegnare tutti gli aspetti del costume.
Ho separato Dragon dalla sua persona umana e a quel punto è diventato finalmente un eroe dalla pelle verde. Ho scritto e disegnato le sue avventure dall’infanzia fino alle superiori e oltre. Quando avevo 19 anni ho scritto e disegnato una storia di Savage Dragon perché pensavo di poterla pubblicare su Charlton Bullseye. Ma quella rivista fu cancellata prima che potessi mandargliela. Finì per auto-pubblicarla come parte di un fumetto chiamato Graphic Fantasy, che stampai sulla piccola offset da tavolo di mio padre. Quella storia era il culmine di tutto ciò che avevo fatto da bambino.
Ne feci un’altra dopo, poi iniziai a ricevere i primi incarichi per lavori professionali. Avrei rivisitato quelle due storie di Dragon anni dopo.

Cover del primo volume della nuova ed. italiana di Savage Dragon della Cosmo Editore
Ogni autore inserisce inevitabilmente una parte di sé nei propri personaggi. Quali aspetti di Erik Larsen e della sua vita possiamo ritrovare in Savage Dragon?
Erik Larsen – Non c’è molto, onestamente. Voglio dire—sì, c’è qualche cosa nei dialoghi. Frasi che potrei dire io, ma difficilmente è autobiografico. È un’opera di finzione. Abbiamo la stessa età. Siamo entrambi calvi. Non va molto più in profondità di così.
Con Savage Dragon sei autore unico praticamente da sempre: un record incredibile, considerando che la serie è una delle più longeve mai realizzate su un supereroe con un solo autore al comando. Ti capita mai di pensare ai record che stai battendo numero dopo numero?
Erik Larsen – Non spesso. La prendo una pagina alla volta. Pensare di fare così tanti numeri—così tante pagine—è travolgente. Quindi tendo a scomporre tutto in parti più gestibili. Una pagina alla volta. Un numero alla volta.

Savage Dragon è ormai vicino al numero 300. C’è un aneddoto legato alla realizzazione di un numero, una run o semplicemente qualcosa che ti è rimasto impresso legato al tuo lavoro su Dragon?
Erik Larsen – Ci sono molti numeri. Nel corso degli anni mi sono lanciato varie sfide per mantenerlo divertente. Un numero composto solo da splash page. Un numero che conta alla rovescia da 20 vignette a una. Un numero in cui ogni vignetta è un quadrato. In cui ogni vignetta rappresenta un singolo giorno. Uno in cui ogni due pagine sono una doppia pagina. In cui le pagine emulano celebri strisce a fumetti. Non c’è un singolo numero che domini la mia mente. È tutto un unico pezzo.
Così come Savage Dragon, anche Spawn è un personaggio che Todd McFarlane aveva in mente fin da ragazzo. Come ti sei trovato a lavorare sulla creatura di Todd durante la tua run su Spawn? E com’è nata la collaborazione che ha portato al team-up Spawn / Savage Dragon?
Erik Larsen – All’inizio è stato divertente, ma è diventato frustrante piuttosto in fretta. Abbiamo una sensibilità e un ritmo molto diversi.
Io stavo scrivendo, disegnando e inchiostrando il fumetto e Todd riscriveva e reinchiostrava le pagine man mano che le facevo. Pensavo che sarebbe stato divertente fare un crossover, ma anche quello è stato frustrante. Todd riscriveva i dialoghi di Malcolm e Maxine Dragon. Voglio dire—che diavolo, amico? Capisco che potrei non azzeccare la voce di Spawn, ma sicuramente sono in grado di mettere parole in bocca ai miei personaggi! È arrivato a un punto in cui ho dovuto andarmene.

Spawn e Dragon insieme!
In un periodo in cui cinema e televisione sono dominati da film e serie TV sui fumetti, c’è mai stata un’occasione concreta o anche solo l’idea di realizzare uno show o un film dedicato a Savage Dragon?
Erik Larsen – Ce n’è stata una. Un cartone animato sul network USA. È andato avanti per due stagioni. Da allora ci sono state conversazioni con varie realtà, ma non si è mai arrivati fino in fondo. Non è per mancanza di tentativi, ma non è mai una cosa semplice come “farlo e basta”. Ci sono molte parti che si muovono insieme. Posso fare un fumetto da solo, se serve. Non posso fare un film da solo.

Immagine tratta dalla serie animata di Savage Dragon
Recentemente sei tornato su Spider-Man, ma non su una versione qualsiasi: Spider-Noir. Cosa ti ha spinto ad accettare questo progetto? Hai cambiato approccio nel lavorare su una versione ambientata negli anni ’30 rispetto allo Spider-Man classico su cui avevi lavorato in passato?
Erik Larsen – Sembrava un’idea divertente. Mi piaceva che la lavagna fosse quasi vuota e che potessi contribuire a dare forma al suo mondo. Da un po’ parlavo con l’editor della possibilità di fare qualcosa, questa idea è venuta fuori e lui ha pensato che potessi essere una buona scelta. È un “animale” molto diverso sotto molti aspetti a causa dell’ambientazione. Abituarsi a come i personaggi possono e non possono parlare richiede un po’ di tempo, ma per fortuna sono un grande fan di diversi film e radiodrammi di quel periodo, e questo mi ha aiutato.

Abbiamo avuto l’opportunità di scambiare due parole con Andrea Broccardo, disegnatore di Spider-Noir sui tuoi testi, e si è detto entusiasta e onorato del lavoro insieme a te. Com’è stato concentrarti solo sulla scrittura e lasciare le matite a un altro (bravissimo) artista, forse per la prima volta nel tuo lavoro su Spider-Man?
Erik Larsen – È stato molto divertente. Naturalmente nulla appare esattamente come lo immagino io, ma mi ha sorpreso più volte superando le mie aspettative. Era la sua prima volta a lavorare partendo da una trama e io ho imparato alcune cose lungo la strada, sotto questo aspetto. Nel complesso direi che è stata un’esperienza positiva.
Spider-Noir è una serie ancora inedita in Italia, ma parliamo di un personaggio che ha già avuto tre incarnazioni molto diverse tra loro. Che tipo di Spider-Noir dobbiamo aspettarci dalla versione di Erik Larsen?
Erik Larsen – Ho riflettuto a lungo sull’approccio. Alla fine sono arrivato alla conclusione che, se l’editor avesse voluto ciò che era stato fatto in precedenza, avrebbe dovuto riprendere quei creatori. Se li avessi emulati, non avrebbe funzionato per nessuno.

Ho i miei punti di forza come scrittore e ho pensato fosse meglio fare leva su quelli. Volevo realizzare una versione che sembrasse più Peter Parker. Volevo fare qualcosa che ricordasse in una certa misura il personaggio del film. E volevo davvero fare qualcosa di nuovo. La precedente galleria di nemici di Spider-Man Noir era composta da reinterpretazioni noir dei classici villain di Spider-Man e il suo cast di supporto era formato da versioni reimmaginate del cast di supporto tradizionale. Io sono entrato con l’idea di dargli un cast di supporto tutto suo che andasse oltre il familiare e un set completamente nuovo di villain che fossero interamente suoi. Questo, e dato che è un detective—ho pensato che fosse una buona idea giocare con alcuni di quegli elementi.
Questa era l’ultima domanda. Ancora una volta, grazie a Erik Larsen per aver trovato il tempo di parlare con noi.
Erik Larsen: biografia

Erik Larsen nasce nel 1962 a Minneapolis (Minnesota) e fa il suo esordio giovanissimo disegnando alcune pubblicazioni per Marvel, Eclipse e DC Comics. Il suo stile dinamico lo rende immediatamente popolare tanto da fargli guadagnare, nel 1990, la promozione alla collana principale dell’Uomo Ragno, “The Amazing Spider-Man”, in sostituzione del grande Todd McFarlane.
Nel 1992 fonda, assieme allo stesso McFarlane e a Jim Lee, Rob Liefeld, Jim Valentino, Marc Silvestri, Whilce Portacio e Chris Claremont, l’etichetta indipendente Image Comics, lanciando il suo personaggio più famoso, “Savage Dragon”. Da allora, Larsen ha continuato a occuparsi della serie regolare del Dragone che ha raggiunto ad oggi il numero 279, in uscita a febbraio 2026, e che non intende fermarsi…
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