Connect with us

ComicsInterviste

Comics Legends: intervista a Brian M. Bendis il papà di Miles Morales che ha rivoluzionato i comics

Abbiamo avuto l’onore di avere ai nostri microfoni uno degli autori più influenti dei comics degli ultimi 25 anni: Brian M. Bendis. Il creatore di molti successi tra cui New Avengers, Ultimate Spider-Man e Ultimate Spider-Man: Miles Morales, si è raccontato con moltissimi aneddoti davvero interessanti

Avatar photo

Pubblicato

il

Credo che Brian M. Bendis sia lo scrittore che più mi ha influenzato nel corso della mia vita da lettore di comics americani.

C’è stato un lungo periodo, dall’inizio degli anni 2000 fino circa al 2015, in cui, quando vedevo il nome “Bendis” sulla copertina di un fumetto, sapevo che dovevo leggerlo. E ogni volta rimanevo stupito da ciò che l’autore era riuscito a tirare fuori. All’epoca lo chiamavo “Re Mida Bendis”, perché tutto quello che scriveva era una lettura sbalorditiva.

A partire da Sam & Twitch e Powers sino a New Avengers, Daredevil, Jessica Jones, Ultimate Spider-Man, e il personaggio più importante da lui creato in carriera, Miles Morales, la lista di cose incredibili fatte da Bendis nel campo dei comics è davvero lunga.

Se esiste un Marvel Cinematic Universe lo si deve in gran parte alle sue idee, fonte d’ispirazione per molti film e serie TV, in ultimo Daredevil: Born Again di Disney+.

A mio giudizio, Bendis è stato uno sceneggiatore rivoluzionario all’interno del mercato dei comics, portando a compimento quel cambiamento che ha visto il fumetto supereroistico evolversi in qualcosa di più complesso rispetto a una semplice scazzottata tra uomini in costume e mantello.

Nelle mani di Bendis, i personaggi diventano persone reali, e le scene di dialogo costruite dall’autore sono vere e proprie lezioni di storytelling.

In questo Bendis è un maestro: riesce a rendere interessante qualsiasi argomento decida di affrontare, come scoprirete nell’intervista che segue, realizzata qualche mese fa alla Milan Games Week 2025.

Purtroppo ho avuto modo di fare poche domande allo sceneggiatore, che però è stato davvero esaustivo in ogni risposta e aneddoto. Come gli dico a un certo punto: “Avrei bisogno di tre o quattro giorni per farti tutte le domande che ho in testa”.

Ma il tempo che mi ha dedicato, anche se poco, è stato davvero speciale e spero che i suoi racconti riusciranno a incantare anche voi tanto quanto hanno incantato me durante la nostra chiacchierata.

Prima di lasciarvi alle parole della nuova leggenda dei comics ospite della nostra pagina, un sentito ringraziamento a Mirage Comics, che ha portato Bendis in Italia dopo troppi anni di assenza, e al mio amico Mr. Kent.


Brian Michael Bendis is Back: il successo tra i supereroi Marvel e DC e il recente ritorno alla Casa delle Idee

Grazie Brian per essere qui su PopCorNerd

Brian M. Bendis – Oh, Figurati! Grazie a voi.

Partiamo dalla grande notizia del tuo clamoroso ritorno in Marvel: dopo tanti anni torni alla Casa delle Idee e lo fai con una storia contenuta in Avengers #800.

Brian M. Bendis – Oh Sì!

Quindi cosa significa questo ritorno per te e quali emozioni ti suscita?

Brian M. Bendis – Beh, è una domanda impegnativa. Onestamente, sono stato via per molti anni, quasi otto. E solo perché… essere alla Marvel è un po’ come essere un membro del cast del Saturday Night Live.

Ci penso spesso. Ci sono alcuni lavori nel mondo che sono simili, ma pochissimi paragonabili a essere un creatore di fumetti che lavora per Marvel e DC Comics. Ed è davvero come il Saturday Night Live: persone che lavorano molto duramente per arrivare a quello che è il lavoro dei propri sogni. Ma, sai, anche quando va molto bene, si tratta solo di qualche anno. Non è un lavoro che dura per sempre.

In Marvel è la stessa cosa, davvero, anche se io sono riuscito a restare per tipo 20 anni, giusto? Per tutto il tempo mi chiedevo quando sarei andato via.

Non sai mai quando è il momento giusto per lasciare. Una volta che Miles ha avuto successo, vinto un Oscar e tutto il resto, ho pensato: “Okay, non diventerà più grande di così la cosa”.

E poi, Miles mi aveva aperto così tante porte per provare cose nuove, nel mondo e nel mercato dei graphic novel, che ero davvero emozionato all’idea di provarle.

E qualche mese fa, C.B. Cebulski mi ha chiamato e mi ha detto: “Se sei pronto, abbiamo un paio di cose da proporti”.

E le cose che mi ha proposto, che non abbiamo ancora annunciato, per una di quelle… ho pensato: “Oh no, devo dire sì. Non posso dire di no”. [uno di questi annunci riguarda il ritorno al lavoro con Sara Pichelli su Miles Morales per la breve storia speciale realizzata per Spider-Man/Superman n.d.r.]

una preview: variant cover di Spider-Man/Superman #1 di Sara Pichelli. All’interno una breve storia che la rivede insieme a Brian M. Bendis su Miles Morales (in compagnia dell’Uomo d’Acciaio) dopo molto tempo!

E quello ha aperto la porta ad altre cose, incluso il fatto che mi hanno detto: “Ehi, a proposito, c’è Avengers 800…Che ne dici di te e Bagley?”.

Ho pensato che mi sarebbe piaciuto tantissimo lavorare un’ultima volta con Mark Bagley, perché non avevamo mai avuto una brutta giornata insieme. In Marvel mi hanno ancora detto: “Tu e Mark potete fare quello che volete su Avengers”.

Io ho chiamato Mark e gli ho chiesto se gli andava. Lui, tra l’altro, era appena andato in pensione e non stava più facendo fumetti, ma l’ha interrotta per causa mia.

E lo vedrete. Non mi sto vantando, ma Mark ha veramente ‘spaccato’. È incredibile quello che ha fatto. È stato come: “Ah, ne ho ancora di cose da dire. Guardatemi. Sono ancora bravo, no?”. Ed è stata… un’esperienza incredibile.

Mi hai chiesto delle emozioni. Ho provato un sacco di emozioni, perché all’inizio era tipo: “Ma sì, proviamo”.

Poi l’ho scritta [la storia di Avengers # 800 n.d.r.], e mi sono sentito molto bene.

Controllavo come mi sentivo. Volevo che non fosse solo “Amo questi personaggi”, ma anche “Come mi sento mentre lo faccio?”. E mi stavo divertendo davvero.

Poi Bagley ha iniziato a consegnare le tavole e sono così belle che, nonostante mi avesse detto “Sono in pensione”, ha consegnato il miglior lavoro della sua vita. E riuscivo a vedere nel lavoro quanto significasse anche per lui. E questo mi ha sopraffatto.

Abbiamo finito tutto questa settimana [fine novembre 2025 n.d.r.] e posso dirti che è stata un’esperienza fantastica. Sono entusiasta di averlo fatto. Entusiasta. E ho continuato a monitorarmi: sai, a volte ti chiedi, “Dovrei tornare? Dovrei?”. Non sai mai se è la cosa giusta da fare. Ma se ti fa stare bene, allora è la cosa giusta.

Immagine promozionale della Marvel che annunciava il ritorno di Brian M. Bendis alla Casa delle Idee con Avengers #800

Quindi è anche quasi un ritorno a casa per te?

Brian M. Bendis – Beh, c’è anche l’altra versione, in cui torni al liceo e ti dicono: “Ehi, amico, sei troppo vecchio per stare qui”. Hai paura anche di quello, ma non è esattamente così per i fumetti e i fumettisti. Però sì, è bello. E tutto ciò che mi hanno messo davanti in Marvel è qualcosa che mi piace davvero. E pensavo cose tipo: “Oh sì. Vediamo se riesco a farlo”. È una bella sensazione.

Tornando al tuo lavoro sugli Eroi più Potenti della Terra… Dopo Vendicatori Divisi hai creato diversi team di Avengers, spesso includendo eroi che non avevano mai fatto parte della formazione, come Spider-Man. Quali criteri hai usato per scegliere i membri dei primi New Avengers?

Brian M. Bendis – È stato un momento in cui in realtà non stavo cercando quel lavoro. Ci avevano portato a New York per un ritiro dove c’erano molti scrittori, dozzine di scrittori.

E in uno di questi primi incontri, il publisher Marvel disse: “Ehi, voglio passare in rassegna la lista delle serie e voglio chiedere: perché pubblichiamo questa? Non perché la possediamo. Non è abbastanza. Perché pubblichiamo Iron Man? Stiamo facendo quello che dovremmo fare?”. Passavano in rassegna ogni serie. E noi eravamo lì semplicemente per parlare.

Quando arrivammo agli Avengers, io, Mark Millar e altri dicemmo: “Ehi, perché gli Avengers non sono i più fighi? Perché non sono i più cool del momento?”.

Nessuna offesa per chi lavorava sulla testata, ma all’epoca la formazione era composta da Il Fante di Cuori e She-Hulk… e non la She-Hulk che abbiamo oggi. E io pensavo: “Perché non ci sono Spider-Man e Wolverine?”.

Stavamo parlando ad alta voce, e ho guardato il publisher che aveva proprio i segni dei dollari negli occhi, come in un cartone animato. E alla fine della serata ero lo scrittore degli Avengers. Non stavo nemmeno facendo un pitch [una breve presentazione di un progetto n.d.r.], stavo solo parlando.

Ricordo che quando ho iniziato a lavorarci ho pensato a chi fossero i più fighi dell’Universo Marvel. Ho detto Luke Cage e Spider-Woman, ma il mio capo mi disse: “Avevi detto Spider-Man e Wolverine e loro sono nel team, non mi interessa chi altro metti”.

Allora ho pensato che il mio lavoro non sarebbe stato dimostrare che Wolverine era figo, ma dimostrare che Luke Cage e Spider-Woman lo erano. E così ho creato quel team.

Penso anche che ogni personaggio degli Avengers dovrebbe essere una sorta di tentacolo di una parte dell’universo Marvel, se capisci cosa intendo. Gli Avengers dovrebbero essere un punto centrale, non una realtà secondaria, ma il luogo dove convergono mutanti, supereroi urbani e personaggi cosmici. Quindi ho costruito tutto intorno a quell’idea, incluse le storie e il “franchise” degli Avengers stessi, che aveva sempre almeno un personaggio per cui qualcuno diceva: “Perché questo è qui?”.

E mi interessava anche il dibattito online, che all’epoca era molto diverso da quello di oggi, sul perché Spider-Man dovesse essere un Avenger. Sapevo che la gente avrebbe urlato contro di me su Twitter o qualcosa del genere. E infatti è successo. E ho pensato: “Ve lo dimostrerò con il mio lavoro”.

Ora sono passati decenni e nessuno ricorda più quando Spider-Man non era un Avenger.

I New Avengers di Brian M. Bendis. Spider-Man e Wolverine tra gli Eroi più potenti della Terra

Sì, è incredibile.

Brian M. Bendis – E poi Luke Cage ha avuto la sua serie TV, e l’ho presa come una vittoria personale, anche se non c’entro nulla. [risata n.d.r.]

Tra i vari membri, ho apprezzato molto Ronin

Brian M. Bendis – Oh per Ronin è successa una cosa buffa, perché online ho ricevuto un sacco di… posso imprecare? No? Niente parolacce, ok. La gente era molto arrabbiata con Ronin.

Ronin vs. La Mano

La rivelazione dell’identità di Ronin è tipo… “wow”.

Brian M. Bendis – Erano davvero arrabbiati con me per Ronin. Ho ricevuto un sacco di mail da hater. Poi siamo andati a vedere Avengers: Endgame, e quando Ronin appare, la gente esplode in applausi. Qualcuno mi dà una pacca sulla schiena e dice: “Dai, ora dovete tutti scusarvi per come ci avete trattati dieci anni fa”. È stato divertentissimo.

In Marvel hai scritto praticamente di tutto…

Brian M. Bendis – Era uno dei motivi per cui pensavo di andare via: avevo scritto tutto. Tutto. E ho pensato: “Okay, basta”.

Ma il tuo capolavoro è ovviamente Ultimate Spider-Man.

Brian M. Bendis – Oh, grazie.

Una run senza precedenti, che ha definitivamente rilanciato il personaggio nel Terzo Millennio, aumentando ancor di più il pubblico di Spidey. Ricordi il momento in cui ti fu proposta questa serie?

Brian M. Bendis – Oh sì, certo che me lo ricordo. Perché prima avevo avuto l’incarico per la serie di Daredevil.

Daredevil è stato il primo lavoro che Marvel mi aveva offerto, ed era un fumetto che stavo facendo con David Mack, uno dei miei migliori amici. E per anni avevo cercato di attirare l’attenzione di Marvel e DC, senza riuscirci. Anche dopo aver avuto qualche successo con i miei libri creator-owned, per cui avevo vinto un Eisner [per Powers, n.d.r.], pensavo: “Okay, magari farò il mensile di Darkhawk o qualcosa del genere”.

E invece no. A un certo punto ho accettato il fatto che… non facevo quello che facevano loro. Perché stavo cercando di attirare la loro attenzione? Non facevo quel tipo di fumetti e così ho smesso di pensarci.

Poi Joe [Quesada, n.d.r.] mi ha chiamato e ha detto: “Ehi, vieni a fare Daredevil. Sarebbe un grande aiuto, perché Kevin Smith è in ritardo e ci servono dei numeri”. E io: “Perfetto”.

Ma l’ho scritto con un po’ di rabbia dentro, tipo: “A voi non è mai piaciuto quello che faccio, ora scrivo quello che voglio io, bla bla bla…”. L’ho scritto e l’ho consegnato dicendo: “Se vi piace, bene. Se non vi piace, fa niente”.

Il lunedì successivo Joe mi chiama: “Ehi, stiamo ricominciando Spider-Man da zero. Ti piace Spider-Man?”. E io: “Ma stai scherzando? Cosa?”.

Ricordo che Joe mi chiese di nuovo: “Ti piace Spider-Man?” e io ovviamente gli risposi: “Certo che mi piace Spider-Man”. Quesada mi chiamò nerd, al che io replicai: “Tu sei l’editor-in-chief della Marvel e chiami me nerd perché mi piace Spider-Man?”.

Poi ho scoperto che stavano lavorando a questo progetto da un po’, che c’erano stati altri scrittori, ma che non aveva funzionato. Ho chiesto di vedere cosa avevano fatto gli altri.

E fui davvero grato di questo, perché ho visto errori che avrei commesso anch’io se mi avessero dato la serie senza mostrarmi quelle versioni. È stato un regalo enorme. Non solo ho avuto il lavoro, ma mi hanno anche detto: “Ecco cosa NON fare”. E questo mi ha spinto a provare la versione che poi abbiamo realizzato.

E mentre decidevo quanto spingermi lontano dalle idee originali, Stan Lee, che non sapeva nulla di tutto questo, disse in un’intervista: “Sai, Amazing Fantasy #15 è lungo solo undici pagine perché l’editore non ci credeva per niente. I ragni sono schifosi. Nessuno li vuole. Era praticamente una storia di riserva. Avrei voluto avere sette numeri per raccontare quella storia”.

Allora dovevo raccontare quella storia in sette numeri. È stato quasi come ricevere il permesso da parte dell’universo.

Ho anche capito che Spider-Man non è un personaggio “rotto”. Non devi aggiustarlo. Alcuni lo vedevano così, tipo: “Oh, devo sistemare Spider-Man”. Ma nessuno pensa davvero che Spider-Man sia rotto. Quindi è stata un’esperienza incredibile.

E poi mi hanno messo insieme a Mark Bagley, che abbiamo menzionato prima. Non lo conoscevo: eravamo cresciuti in due mondi completamente diversi. Lui è cresciuto in Georgia, all’interno di un’ottima scuola creativa. Ed è stato un casting intelligente, perché io arrivavo come “nerd di fumetti indipendenti che non sa quali siano le regole”, mentre Mark sapeva perfettamente come funzionava tutto. E proprio nel mezzo tra queste due energie è nata la magia. E ha funzionato per entrambi.

Cover di Ultimate Spider-Man #1

Ho avuto il piacere di intervistare anche Mark Bagley per un’altra rivista e ha detto che inizialmente non voleva tornare a disegnare Spider-Man

Brian M. Bendis – Oh, no! Aveva già fatto una run su Amazing Spider-Man. Un ciclo sostanzioso e aveva già detto quello che doveva dire sul personaggio. Aveva firmato solo per sei numeri di Ultimate Spider-Man. All’inizio doveva essere solo una miniserie.

Ma stavano lavorando così tanto per promuoverla che ho detto: “Ehi, perché non continuiamo?” Stavo solo cercando di tenermi il lavoro.

Se fosse dipeso da me, sarei andato avanti. Se non funziona, ci fermiamo, giusto? Ma se funziona, non sarebbe un peccato aver speso così tanto tempo e fatica solo per sei numeri?

Quindi Mark aveva firmato solo per sei numeri. E avevo sentito tramite la voce di corridoio chi lo avesse convinto a fare il lavoro. Era qualcuno che conoscevamo entrambi e che gli aveva detto “Dovresti farlo, Mark.” Quindi Mark l’ha fatto.

E gli dissi anche: “Mark, non sarà ‘pesante’ a livello di immagini su Spider-Man. Non ci saranno tonnellate di ragnatele. Penso tu sia stufo di disegnarle. Ricorda: Peter non indossa nemmeno il costume fino al quinto numero”.

Così ho potuto esplorare davvero l’altro lato di Mark Bagley, cioè il fatto che sia un incredibile artista dei personaggi: recitazione, piccole sfumature… è pazzesco in questo. E non sempre ha avuto la possibilità di mostrarlo. È anche un artista straordinario di supereroi, quindi gli chiedono sempre il supereroe esplosivo. Ma lui, da solo, con due personaggi che parlano, è incredibile. Quindi sì, è stato fantastico.

Quando è cominciata la nostra collaborazione, dopo aver scritto e disegnato i miei fumetti per così tanto tempo, non sapevo dove finisse la scrittura. Disegnavo cose pensando che quello fosse scrivere. Quindi disegnavo le pagine e le consegnavo a Mark.
Un giorno mi chiama, nel modo più gentile del mondo, con la sua voce da gentleman del Sud (l’hai sentita quando l’hai intervistato, no?)  fa: “Ehi, non farlo. Quello è il mio lavoro.”

E mi sono scusato, ma lui l’ha detto così gentilmente che mi sono sentito in imbarazzo. Sarebbe stato meglio se mi avesse urlato contro! Ha detto: “Ehi fratello, non devi farlo.”

Quindi sì, è stato bello. E mi ha anche aiutato a trovare la mia strada alla Marvel. Ho capito quanto amassi la collaborazione con lui e la magia di quando arrivano le tavole. Ancora oggi è la cosa da cui dipendo di più.

Okay, l’ultima domanda.

Brian M. Bendis – So che sto dando risposte lunghe. È colpa mia [ride n.d.r.].

Mi servirebbero tre o quattro giorni con te per farti tutte le domande che ho [risata n.d.r.]. Okay, questa è l’ultima domanda. Lasciamo da parte Marvel e veniamo al motivo per cui sei qua in Italia alla Milan Games Week. Grazie a Mirage Comics, arriva in Italia Joy Operations, fumetto sci-fi da te scritto e nato sotto la tua etichetta Jinxworld per Dark Horse.

Brian M. Bendis –

Ci puoi dire qualcosa del volume di Joy Operations?

Brian M. Bendis – Be’, sì. Prima mi stavi chiedendo del mio percorso alla Marvel. Nel 2018, quando stavo compiendo 50 anni, mi sono fermato a riflettere. E tra tutte le cose belle che erano successe, e alcune erano davvero fantastiche, pensavo di non aver creato abbastanza cose nuove.
E con questa idea in testa sono partito per un viaggio, collaborando con partner nuovi e vecchi, provando cose di cui non ero sicuro o che non sapevo di poter fare. Solo facendo libri che mi sarebbe piaciuto comprare e che nessun altro stava facendo. Questo è sempre il trucco.

Con Joy Operations, è quasi una risposta al fatto che io sia un po’… irritabile nei confronti della fantascienza. Sono stranamente critico verso quel genere. Nel crime puoi fare qualsiasi cosa: tutto è cool. Ma la fantascienza… se non è esattamente come piace a me, divento molto critico.

Quindi ho pensato: dovrei provare a dire qualcosa di mio sul genere.

E allora è arrivata quest’idea che ribolliva dentro di me: stiamo andando verso un mondo in cui le corporazioni controlleranno grandi porzioni di territorio. Succede già in alcune aree. L’idea di città-stato di proprietà di una compagnia, che ne plasma lo stile di vita, e in cui tu puoi scegliere di vivere… ma una volta entrato, resti lì. Che tipo di società nascerebbe da tutto questo? Era qualcosa che volevo esplorare.

Così abbiamo creato Joy, che è una sorta di “envoy”, una difensora di una di queste città-stato, e partiamo da lì. Ma dal momento in cui si apre il libro, il mondo sta già crollando, e lo scopriamo attraverso quella situazione.

Il co-creatore e disegnatore è Stephen Byrne, che ha fatto Wonder Twins alla DC nella mia linea editoriale Wonder Comics. È un artista e collaboratore meraviglioso. Volevo creare un mondo dove potesse costruire e disegnare e ridisegnare senza limiti. Ha creato un’esperienza incredibile.
È per questo che amo i fumetti: ecco un mondo completamente nuovo, su carta, e l’unico posto in cui puoi vederlo per ora è lì.

Joy l’envoy protagonista di Joy Operations

Bene. Grazie mille, Brian, per aver fatto questa chiacchierata con me. Sono davvero, davvero emozionato di intervistarti perché sei il mio scrittore di comics preferito.

Brian M. Bendis – Oh, grazie mille. Be’, lo dico alle persone che leggeranno questa intervista, magari perché amano Spider-Man: sapete qual è la cosa bella delle fumetterie? Entrate e prendetevi un minuto in più. Comprate qualcosa che non avreste mai comprato. Sorprendete voi stessi.

E ci sono tanti autori di cui amate il lavoro… tipo Jason Aaron che ora sta scrivendo Absolute Superman, ma ha anche un libro che si chiama Once Upon a Time at the End of the World, che è pazzesco.
Quindi, se vi piace un autore, cercate il suo lavoro creator-owned: vi si aprirà un mondo. È un’esperienza incredibile.

Grazie. È stato un enorme piacere.


Brian M. Bendis: Biografia

Brian Michael Bendis (Cleveland, 18 agosto 1967) è un fumettista statunitense, vincitore di cinque Eisner Award. Conosciuto anche con l’acronimo BMB, talvolta firma le sue opere con “BENDIS!”.

Inizia la sua carriera scrivendo e disegnando serie indipendenti di genere crime quali Goldfish, Jinx, Fire e Torso. Queste opere diventano la base su cui viene fondato l’imprint Jinxworld per il quale Bendis realizza le sue opere creator-owned tra cui la serie Powers grazie alla quale vince l’Eisner Award, ottenendo consensi e visibilità.

A cavallo del nuovo millennio diventa uno degli autori più rappresentativi della Marvel Comics di cui rilancia gli Avengers occupandosene per 8 anni sui titoli Avengers, New Avengers, Dark Avengers e Mighty Avengers.

Scrive un celebre ciclo di storie per Daredevil e dal 2012 al 2015 è alle redini delle serie mutanti e poi dei Guardiani della Galassia.

Bendis riveste un ruolo centrale nella creazione dell’Ultimate Universe per il quale realizza la serie Ultimate Spider-Man, albo al quale si dedicherà per più tempo sceneggiandone oltre 200 numeri.

Gli vengono inoltre affidate importanti saghe evento quali Avengers vs X-Men, House of M, Secret War, Secret Invasion, Age of Ultron, Civil War II e Siege. Oltre a gestire diversi personaggi Marvel si dedica anche alle sue opere creator-owned (del Jinxworld) tra cui Cover, lavoro toccante ed estremamente personale insieme al suo amico e collega David Mack.

Il suo lavoro sui supereroi Marvel contribuisce allo sviluppo cross-mediale dei personaggi con i Vendicatori e Iron Man che divengono icone cinematografiche e la sua creazione Jessica Jones che viene trasposta come serie televisiva Netflix.

A fine 2017 annuncia il suo passaggio alla DC Comics, esordisce sulla storica serie Action Comics (con il n. 1000, che è celebrativo) per poi prendere le redini dell’iconico personaggio Superman.*

*bio presente sul sito Mirage Comics

Comics

Cosmic Odyssey: il più grande fallimento di John Stewart come Lanterna Verde

38 anni fa Cosmic Odyssey mise John Stewart davanti alla sua più grande sfida come Lanterna Verde. Il fallimento su Xanshi avrebbe segnato per sempre il suo percorso eroico

Avatar photo

Pubblicato

il

La serie Lanterns rappresenta l’ennesima occasione per riportare Lanterna Verde al centro dell’universo DC, questa volta con John Stewart tra i grandi protagonisti.

Per molti spettatori che non frequentano abitualmente i fumetti, il personaggio è diventato famoso soprattutto grazie alle serie animate Justice League e Justice League Unlimited. Nei fumetti, invece, Stewart è ormai da decenni uno dei principali Green Lantern della Terra. Ma arrivare a quel ruolo non è stato semplice.

Nel 1988, Jim Starlin e il futuro creatore di Hellboy, Mike Mignola, collaborarono a Cosmic Odyssey, un evento destinato a diventare fondamentale per la storia di John Stewart. Proprio qui il personaggio affrontò infatti uno dei più grandi fallimenti della propria carriera come Lanterna Verde, un errore che avrebbe continuato a perseguitarlo per anni.

Cosmic Odyssey e l’incontro tra Justice League e Nuovi Dei

I personaggi del Quarto Mondo creati da Jack Kirby non erano certo estranei all’universo principale DC. Per oltre un decennio avevano già interagito con gli altri eroi della casa editrice, ma Cosmic Odyssey contribuì a integrare ancora di più i Nuovi Dei all’interno degli eventi dell’universo principale.

Il crossover di Jim Starlin e Mike Mignola offrì inoltre alcuni interessanti team-up tra i membri della Justice League e i personaggi del Quarto Mondo.

In questa situazione persino Darkseid decise di schierarsi temporaneamente dalla parte degli eroi per cercare di fermare l’Entità Anti-Vita, anche se, naturalmente, il suo obiettivo segreto era riuscire a controllarla.

L’Entità Anti-Vita creò quattro Aspetti e li inviò nell’universo DC. Ognuno di loro piazzò delle bombe capaci di distruggere interi pianeti, innescando una reazione a catena che avrebbe potuto portare alla distruzione dell’universo.

Darkseid preparò quindi delle armi speciali per contenere gli Aspetti e divise il gruppo di eroi in diverse squadre, formate da membri della Justice League e dai Nuovi Dei.

John Stewart venne affiancato a J’onn J’onzz, il Martian Manhunter, per una missione sul pianeta Xanshi.

La scelta sembrava avere senso. Stewart aveva già avuto a che fare con quel mondo e, anche se all’epoca aveva lasciato il proprio ruolo all’interno del Corpo delle Lanterne Verdi, sembrava essere la persona giusta per affrontare la missione. Ma sarebbe stato proprio Xanshi a trasformarsi nel più grande fallimento della sua carriera.

John Stewart era convinto di poter salvare Xanshi da solo

Quando arrivarono su Xanshi, John Stewart e Martian Manhunter scoprirono che il pianeta era stato colpito da un virus devastante.

J’onn avvertì subito Stewart che il tempo a disposizione stava rapidamente diminuendo. Il problema, però, era che la sicurezza di John nelle proprie capacità stava iniziando a trasformarsi in qualcosa di molto più pericoloso.

Stewart decise infatti di prendersi del tempo supplementare per preparare una cura miracolosa che avrebbe potuto salvare la popolazione, prima di concentrarsi sulla minaccia principale.

Anche Martian Manhunter commentò la potenza dell’anello di Lanterna Verde, incoraggiando ulteriormente la sicurezza di Stewart. Ma la situazione peggiorò rapidamente.

L’Aspetto aveva preso il controllo di una stazione meteorologica computerizzata globale per rallentare ulteriormente i due eroi e riuscì persino a distruggere il loro dispositivo di contenimento.

Nonostante tutto, Stewart rimase impassibile. Il nemico non sembrava preoccuparlo e questo iniziò a mettere seriamente in allarme Martian Manhunter. E  poi arrivò la decisione che avrebbe condannato l’intera missione.

John Stewart scoprì la debolezza di Martian Manhunter al fuoco e decise di abbandonarlo. Lasciò J’onn intrappolato all’interno di una bolla protettiva e si diresse da solo verso il loro obiettivo.

La cosa più amara è che Stewart arrivò persino a dire ironicamente al marziano esiliato che non era esattamente nel suo elemento quando si trattava di affrontare questioni intergalattiche. Una frase destinata a diventare terribilmente significativa.

La bomba gialla e la distruzione di Xanshi

John continuò a fare affidamento sull’enorme potere del suo anello mentre volava verso il luogo in cui si trovava la bomba. Era convinto che nulla avrebbe potuto fermarlo.

Quando finalmente arrivò davanti all’ordigno, però, scoprì la terribile verità: l’Aspetto aveva dipinto la bomba di giallo. E, in quella fase della continuity, gli anelli del potere delle Lanterne Verdi non erano in grado di alterare ciò che era di quel colore.

John era quindi impotente. Martian Manhunter era ancora lontano e sul conto alla rovescia rimanevano soltanto pochi secondi. Stewart non riuscì a disinnescare la bomba.

L’ordigno esplose.

Il potente anello di John riuscì a proteggere lui e Martian Manhunter, ma Xanshi venne completamente distrutto.

E la tragedia fu ancora più terribile perché la distruzione non avvenne in maniera istantanea.

Martian Manhunter fu costretto ad assistere all’onda di devastazione che si propagava lentamente attraverso la popolazione del pianeta.

Cosmic Odyssey #2 dedica diverse pagine alla carneficina e alla distruzione di Xanshi. I mari del pianeta ribollono mentre i cittadini bruciano in agonia e metà del mondo viene devastata dall’esplosione. Poi arriva una seconda detonazione catastrofica.

Il cuore di Xanshi viene trasformato in antimateria e il pianeta viene scagliato contro la stella del proprio sistema, che viene a sua volta distrutta dal primo attacco dell’Anti-Vita.

Martian Manhunter trova infine John Stewart tra le macerie, completamente sotto shock. Attraverso il suo anello ha percepito il grido di morte di Xanshi.

Prova a spiegarsi, ma J’onn lo interrompe immediatamente e lo accusa di averlo costretto ad assistere alla distruzione di due mondi e gli promette che non lo perdonerà mai per quello che ha fatto.

Il fallimento di John Stewart diventa il suo trauma più grande

Le altre squadre riescono a portare a termine le rispettive missioni, avendo a disposizione molto più tempo per disinnescare le bombe rispetto a Green Lantern e Martian Manhunter.

L’Entità Anti-Vita viene infine fermata in Cosmic Odyssey #4, anche se la maggior parte degli eroi terrestri viene esclusa dallo scontro finale.

Martian Manhunter nota però che John Stewart, completamente devastato da ciò che è accaduto, si è allontanato dal gruppo e decide di andare a controllare come sta. John si assume completamente la responsabilità della distruzione di Xanshi.

Non attribuisce la colpa ai veri responsabili, ovvero coloro che avevano piazzato la bomba, ma considera il fallimento come una propria colpa. La situazione precipita fino a un punto estremamente oscuro.

In un momento di disperazione, Stewart arriva persino a puntarsi una pistola alla tempia e a contemplare il suicidio.

Martian Manhunter, però, non si lascia fermare dalla rabbia che prova nei confronti di John e interviene con un discorso che, pur essendo necessario, finisce anche per rafforzare alcune delle convinzioni sbagliate che Stewart ha sviluppato nei confronti della propria responsabilità. John reagisce con rabbia, giura di continuare a combattere e di diventare una Lanterna Verde migliore, maledicendo Martian Manhunter mentre lascia cadere la pistola e si allontana.

Ma accettare il proprio ruolo nella distruzione di Xanshi avrebbe richiesto molto più tempo.

Ed è proprio questo a rendere l’evento così importante nella sua storia.

La distruzione di Xanshi continua a perseguitare John Stewart

Cosmic Odyssey ha lasciato un’eredità piuttosto controversa per quanto riguarda John Stewart.

L’arroganza e l’eccessiva sicurezza mostrate dal personaggio e diventate la causa del suo fallimento su Xanshi erano infatti caratteristiche introdotte quasi esclusivamente proprio attraverso questa storia.

Prima di Cosmic Odyssey, Stewart si era distinto soprattutto per il suo senso di responsabilità. Era arrivato persino a chiedere un addestramento supplementare finché non si fosse sentito davvero all’altezza del proprio ruolo.

La storia di Starlin e Mignola aveva quindi modificato alcuni aspetti del personaggio per trasformarlo nel capro espiatorio perfetto della tragedia di Cosmic Odyssey.

Fortunatamente, gli autori che sarebbero arrivati negli anni successivi riuscirono a utilizzare quel fallimento per costruire storie molto più significative, permettendo a John Stewart di evolversi rispetto alla versione mostrata nell’evento.

Questo non significa però che la distruzione di Xanshi abbia smesso di tormentarlo, anzi: Green Lantern: Mosaic raccontò proprio il modo in cui Stewart affrontò il disturbo da stress post-traumatico derivato dall’evento, su un pianeta mosaico composto da razze e culture differenti.

Il personaggio venne inoltre preso di mira per vendetta da Fatality, l’unica sopravvissuta di Xanshi, e fu perseguitato dalle Lanterne Nere resuscitate durante l’evento Blackest Night della DC.

Anche il rapporto tra Stewart e J’onn J’onzz sarebbe stato ripreso e approfondito decenni più tardi da Scott Snyder durante la sua gestione della Justice League.

John Stewart non era mai caduto così in basso come dopo il fallimento su Xanshi.

E proprio per questo Cosmic Odyssey rappresenta ancora oggi uno dei momenti più importanti della sua storia editoriale.

L’evento affrontò immediatamente alcune delle conseguenze della tragedia, ma per raccontare davvero il trauma di John Stewart gli autori avrebbero avuto bisogno di anni.

È proprio questa lunga eredità a dimostrare quanto la distruzione di Xanshi abbia continuato a influenzare John Stewart, non soltanto come Lanterna Verde ma soprattutto come uomo.

*Fonte del presente articolo: CBR.com

Continua a leggere

Comics

Avengers: Sotto Assedio – 40 anni fa la più brutale sconfitta degli Avengers

40 anni fa iniziava Avengers Sotto Assedio, una delle saghe più celebri della Marvel dove i Signori del Male sconfissero brutalmente gli Avengers

Avatar photo

Pubblicato

il

Da decenni, gli Avengers rappresentano una delle squadre più celebri, potenti e amate della Marvel. Eppure, nella lunga storia del gruppo, sono poche le saghe riuscite a lasciare un segno profondo quanto quella che, esattamente 40 anni fa, avrebbe portato gli Eroi più potenti della Terra ad affrontare una delle sconfitte più clamorose e devastanti della loro storia.

Tutto ebbe inizio nel 1986. Il 5 agosto di quell’anno, Marvel pubblicò The Avengers #273, albo realizzato da Roger Stern e John Buscema, con una storia intitolata “Riti di Conquista”.

La vicenda prendeva le mosse da una serie di battaglie che avevano visto protagonisti gli Avengers e che culminarono nello scontro tra Namor e Attuma per il controllo di Atlantide. Al termine di questa storia, gli Avengers decisero di prendersi una pausa per motivi personali. Una pausa che, però, avrebbe avuto conseguenze tutt’altro che tranquille.

Fu infatti proprio durante questo momento di relativa vulnerabilità che la squadra venne colpita da un attacco a sorpresa destinato a cambiare per sempre la storia degli Avengers.

Con questo albo prendeva infatti il via “Avengers Sotto Assedio”, una delle saghe più celebri della storia del gruppo e quella che avrebbe visto i Signori del Male infliggere agli Eroi più potenti della Terra uno dei pestaggi più brutali mai subiti.

40 anni fa Marvel dava il via ad “Avengers Sotto Assedio”

Quarant’anni fa, proprio con The Avengers #273, iniziava quindi “Avengers Sotto Assedio, una saga destinata a riportare in scena una nuova incarnazione dei Signori del Male.

A guidare questa nuova formazione c’era il Barone Helmut Zemo, figlio dell’uomo che molti anni prima aveva fondato la prima versione dei Signori del Male. Al suo fianco si trovavano Goliath (Erik Josten), Yellowjacket (Rita DeMara), Moonstone, Blackout, Mister Hyde, Fixer, Absorbing Man, Titania e Tiger Shark.

A loro si aggiunse anche la Squadra di Demolizione.

Una formazione del genere rappresentava una minaccia enorme e, soprattutto, si sarebbe rivelata una forza quasi impossibile da fermare per gli Avengers.

All’inizio della storia, inoltre, gli Eroi più potenti della Terra non erano certamente nella loro formazione migliore. Gli unici membri disponibili erano Black Knight, Captain Marvel (Monica Rambeau), Hercules, Wasp e Capitan America.

Fu proprio in questa situazione che Helmut Zemo dimostrò di essere un leader ancora più diabolico e brillante di suo padre. Zemo aveva infatti capito una cosa fondamentale: prima di colpire gli Avengers, doveva conoscerli. Doveva studiare il gruppo, comprenderne le dinamiche e analizzare il loro modus operandi.

Da qui nacque un piano quasi senza precedenti: guidare i propri Signori del Male in una vera e propria eliminazione metodica degli Eroi più potenti della Terra. Il primo colpo fu particolarmente scioccante.

I Signori del Male e la Squadra di Demolizione irruppero infatti nella Avengers Mansion e catturarono Jarvis.

Un numero più tardi, il gruppo riuscì a sconfiggere Black Knight e utilizzò i poteri di Blackout per tenere sotto controllo Monica Rambeau. Poi fu il turno di Capitan America e Hercules. Alla fine, l’unica componente degli Avengers rimasta era Wasp.

Vedere gli Eroi più potenti della Terra cadere uno dopo l’altro rappresentò un autentico shock per i lettori. Ma la situazione era destinata a peggiorare ulteriormente.

Soltanto due numeri più tardi, con la storia Anche un dio può morire, lo scontro sarebbe diventato ancora più pericoloso, contribuendo a trasformare “Avengers Sotto Assedio” da quella che avrebbe potuto essere una semplice battaglia tra supereroi e supercriminali in una delle più grandi storie mai dedicate agli Avengers.

“Avengers Sotto Assedio” è ancora oggi un capolavoro degli Avengers

Quello che era iniziato 40 anni fa si trasformò quindi in una saga lunga e avvincente, fondamentale non soltanto perché mostrava la sconfitta degli Avengers, ma anche perché riusciva a dimostrare una cosa importante: i Signori del Male non erano semplicemente l’ennesimo gruppo di cattivi destinato a essere sconfitto nel giro di pochi numeri, ma una minaccia concreta.

Per riuscire a ribaltare la situazione fu necessario persino il ritorno di Thor, che a sua volta rischiò seriamente di essere sconfitto durante lo scontro.

Nel frattempo, il Barone Zemo si trasformò definitivamente in un nemico spregevole e profondamente odiato, arrivando persino a distruggere il forziere di Capitan America, contenente alcuni dei suoi oggetti più sacri.

Eppure, nonostante la potenza dei Signori del Male, la storia arrivò infine alla loro stessa implosione.

Zemo perse il controllo di Blackout, che era stato inizialmente reclutato proprio per tenere a bada Captain Marvel. Il motivo era semplice: Zemo considerava Monica Rambeau il membro più potente degli Avengers.

Blackout finì per morire a causa di una grave emorragia cerebrale mentre combatteva e cercava contemporaneamente di resistere al controllo mentale esercitato da Zemo. Ma questo non fu l’unico errore commesso dal Barone.

Zemo finì infatti per inimicarsi anche Moonstone, da sempre considerata una delle figure più potenti all’interno dei Signori del Male.

Il piano del Barone era geniale, ma presentava anche un enorme problema: mettere insieme così tanti membri estremamente pericolosi, ognuno caratterizzato da una personalità altrettanto forte e diversa dalle altre, rendeva estremamente complicato mantenere il controllo della situazione.

E le conseguenze di quella scelta si sarebbero fatte sentire.

La storia iniziata 40 anni fa con The Avengers #273 ebbe infatti conseguenze durature, non soltanto all’interno dell’universo narrativo Marvel, ma anche nel modo in cui gli autori avrebbero raccontato le successive avventure degli Avengers.

Una saga destinata a cambiare gli Avengers

Dal punto di vista dell’universo Marvel, fu proprio questa incarnazione dei Signori del Male a definire il gruppo per i decenni successivi.

Si trattava della formazione di base che, circa dieci anni più tardi, si sarebbe trasformata nei Thunderbolts, dopo che Onslaught avrebbe annientato gli Avengers.

Ancora una volta, alcuni dei protagonisti di “Avengers Sotto Assedio”, tra cui Barone Zemo, Moonstone e Goliath, sarebbero tornati al centro della scena, questa volta nei panni di quelli che si sarebbero presentati come falsi eroi.

Ma l’importanza della saga non si limitò ai cambiamenti interni alla continuity. Questa storia dimostrò infatti anche quanto potesse essere potente, dal punto di vista narrativo e commerciale, una storia nella quale gli eroi perdono davvero.

Perché, in fondo, cosa c’è di più prevedibile di un fumetto nel quale i protagonisti vincono ogni singola battaglia?

“Avengers Sotto Assedio” durò da The Avengers #273 fino a The Avengers #277 e, per gran parte dello scontro, furono proprio i Signori del Male a dominare la situazione.

Il loro dominio proseguì fino a The Avengers #276, quando Wasp dimostrò quanto Zemo l’avesse sottovalutata.

Da quel momento in poi, il concetto delle sconfitte degli Avengers come momenti capaci di trasformarsi anche in grandi successi di vendita sarebbe tornato più volte nella storia Marvel.

Basti pensare a “Onslaught” e “Avengers Divisi”, due esempi particolarmente evidenti di cosa può accadere quando, almeno per una volta, sono gli eroi a perdere.

Ed è proprio qui che risiede una parte fondamentale dell’eredità di The Avengers #273 e di “Avengers Sotto Assedio”.

Quarant’anni fa, Marvel dimostrò che anche gli Eroi più potenti della Terra potevano essere sconfitti. E che, a volte, è proprio quando gli eroi cadono che una storia può diventare davvero memorabile.

*Fonte del presente articolo: Comicbook.com

Continua a leggere

Comics

Lanterns: Chi sono le Lanterne Verdi? Da Hal Jordan a John Stewart protagonisti della serie HBO Max

Scopriamo insieme chi sono le Lanterne Verdi protagoniste di Lanterns, la serie TV dei DC Studios in arrivo il 17 agosto su HBO Max

Avatar photo

Pubblicato

il

Da

«Nel giorno più splendente, nella notte più profonda, nessun malvagio sfugga alla mia ronda. Colui che nel buio del male si perde, si guardi dal mio potere… la luce di Lanterna Verde!»

Per chi non lo conosce, questo è il giuramento delle Lanterne Verdi e sono sicuro che lo sentirete recitare più di una volta all’intero di Lanterns.

Ma prima ancora che Hal Jordan e John Stewart accendano i loro anelli nel nuovo show DC Universe, c’è una cosa che vale la pena sapere: essere una Lanterna Verde significa molto più che indossare un costume verde e creare giganteschi pugni di energia (di colore verde, ovviamente).

Dietro Lanterns, la nuova serie di HBO Max targata DC Studios, esiste infatti una delle mitologie più vaste e affascinanti della storia di DC Comics. Un universo fatto di pianeti alieni, guerre cosmiche, anelli del potere, organizzazioni millenarie e soprattutto di una forza apparentemente semplice, ma fondamentale: la volontà.

La serie debutterà il 17 agosto 2026 e avrà come protagonisti Kyle Chandler nei panni di Hal Jordan e Aaron Pierre in quelli di John Stewart. La storia sarà però ambientata principalmente sulla Terra e partirà da un misterioso omicidio nel cuore dell’America, trascinando le due Lanterne Verdi in un’indagine destinata ad avere implicazioni molto più grandi.

È un’impostazione che pare portare sullo schermo un mix tra avventura sci-fi in stile X-Files e il concetto di Lanterna Verde come ‘poliziotto intergalattico’ espresso da Grant Morrison nel suo ciclo qualche anno fa.

Ma è arrivato il momento di capire chi sono le Lanterne Verdi, cosa sono Oa e i Guardiani e quali sono i personaggi dei fumetti che potremmo vedere entrare in gioco nella serie.

Il Corpo delle Lanterne Verdi: la polizia dell’universo

Per capire chi siano Hal Jordan e John Stewart bisogna partire dal Green Lantern Corps (Corpo delle Lanterne Verdi).

In termini molto semplici, possiamo considerarlo una sorta di polizia intergalattica, anche se in alcuni cicli viene rappresentata più come con un’organizzazione dalla forte disciplina militare. I suoi membri appartengono a specie completamente diverse proveniente da diversi pianeti e hanno il compito di proteggere i vari settori dell’universo.

Secondo la mitologia DC, il Corpo esiste da oltre tre miliardi di anni ed è composto da migliaia di Lanterne, distribuite nei diversi settori dello spazio. La loro base è Oa, il pianeta che rappresenta il centro del potere delle Lanterne Verdi.

Il loro strumento principale è naturalmente l’anello del potere, che permette di volare, creare campi di forza, costruire armi e oggetti attraverso la cosiddetta luce solida e, in generale, trasformare la volontà di chi lo indossa in una forza concreta.

Ma è proprio qui che nasce il concetto fondamentale della mitologia moderna di Green Lantern: l‘anello non è potente soltanto perché utilizza una tecnologia aliena, ma lo è perché viene alimentato dalla forza di volontà di chi lo utilizza.

È un’idea introdotta nella mitologia moderna di Green Lantern e diventata progressivamente sempre più importante, soprattutto durante la lunga gestione dello sceneggiatore Geoff Johns.

Per capire il Green Lantern moderno, infatti, uno dei fumetti fondamentali da recuperare è Green Lantern: Rebirth del 2004, realizzato da Johns ed Ethan Van Sciver e tutto il ciclo di DC Deluxe: Il Corpo delle Lanterne Verdi di Geoff Johns, Dave Gibbons, Keith Champagne, Patrick Gleason. È proprio con queste storie che DC rilancia Hal Jordan e il Corpo, e prepara il terreno per una nuova, enorme espansione della mitologia delle Lanterne.

Ma dobbiamo tornare ancora più indietro per spiegare dove nasce il mito di Hal Jordan, non la prima Lanterna Verde terrestre, ma sicuramente la più carismatica e tra le più amate dai lettori.

Hal Jordan, la prima grande Lanterna Verde umana

Nel 1959, Showcase #22 di John Broome e Gil Kane introduce quello che sarebbe diventato il Green Lantern più famoso di tutti: Hal Jordan.

Hal è un pilota collaudatore e la sua vita cambia quando un’astronave precipita sulla Terra. A bordo c’è Abin Sur, un alieno appartenente al Green Lantern Corps e ormai prossimo alla morte. Il suo anello cerca un nuovo possessore e sceglie proprio Hal. Da quel momento, l’uomo diventa la Lanterna Verde del Settore 2814, quello che comprende la Terra.

Hal è coraggioso, impulsivo e spesso insofferente nei confronti delle autorità. Non è quindi sorprendente che il suo rapporto con i Guardiani dell’Universo, coloro che governano il Green Lantern Corps, sia stato spesso tutt’altro che semplice.

La stessa DC ha anticipato che, nella serie, Hal sarà una lanterna veterana che sta allenando John da circa due mesi e, tra i due esiste già un rapporto piuttosto complicato. John non è semplicemente il suo allievo, ma potrebbe diventare il suo sostituto.

Ed è proprio questo rapporto a rappresentare uno degli elementi più interessanti della serie, perché Hal e John sono due Green Lantern molto diversi.

John Stewart: disciplina contro istinto

John Stewart debutta nel 1971 sulle pagine di Green Lantern #87, grazie a Dennis O’Neil e Neal Adams.

La sua storia è molto diversa da quella di Hal. John è un ex Marine e un architetto e viene scelto inizialmente come Lanterna di riserva nel caso Hal non possa svolgere il proprio compito. Con il tempo, però, diventa molto più di una semplice alternativa.

John Stewart diventa uno dei leader più importanti del Green Lantern Corps e uno dei personaggi più rispettati della mitologia delle Lanterne.

Anche il suo modo di utilizzare l’anello riflette la sua personalità. Essendo un architetto e un ex marine abituato alla disciplina militare, John costruisce i propri costrutti di luce solida con una precisione quasi maniacale, realizzandoli dall’interno verso l’esterno.

È una differenza apparentemente piccola, ma racconta perfettamente il personaggio.

John è inoltre protagonista di alcune delle storie più importanti del Green Lantern Corps, soprattutto quando il fumetto ha iniziato a raccontare il Corpo come una vera e propria squadra, dando sempre più spazio alle Lanterne aliene e alle loro vicende.

La serie rappresenterà finalmente il debutto live action di John Stewart, interpretato da Aaron Pierre, dopo anni nei quali il personaggio è stato particolarmente popolare nelle produzioni animate DC.

Guy Gardner, il ‘bullo irascibile’ delle Lanterni Verdi

E poi c’è Guy Gardner, arrogante, irriverente, aggressivo e spesso incapace di tenere la bocca chiusa, Gardner è uno dei personaggi più particolari del Green Lantern Corps.

La cosa curiosa è che, nei fumetti, Guy avrebbe potuto essere il primo essere umano a ricevere l’anello di Abin Sur al posto di Hal. Semplicemente, si trovava più lontano dal luogo dello schianto. Guy debutta nel 1968, in Green Lantern #59, e nel corso degli anni diventa una presenza sempre più importante nel Corpo.

La sua personalità esplode soprattutto nelle storie degli anni Ottanta, trasformandolo nella Lanterna che tutti amano odiare.

Nel nuovo DC Universe lo abbiamo già visto in Superman (2015), interpretato da Nathan Fillion, e tornerà anche in Lanterns.

Il suo ruolo nella serie dovrebbe essere più limitato rispetto a quello di Hal e John, ma la sua presenza è importante perché permette di mostrare ancora una volta quanto possa essere variegato il Green Lantern Corps. Non esiste un unico modo di essere una Lanterna.

OA, il cuore del Green Lantern Corps

Ma chi decide chi può diventare una Lanterna Verde? E soprattutto, da dove arrivano gli anelli? La risposta è una sola e ha il nome di OA.

Il pianeta è il centro del Green Lantern Corps e ospita la Batteria Centrale del Potere, la gigantesca batteria che alimenta gli anelli verdi.

OA è anche la casa dei Guardiani dell’Universo, una delle razze più antiche dell’intero universo DC.

I Guardiani hanno creato il Green Lantern Corps per proteggere l’universo e mantenere l’ordine. Sono esseri estremamente intelligenti, razionali e apparentemente privi delle debolezze emotive che caratterizzano le altre specie. Ed è proprio questo che, nel corso dei fumetti, ha creato più di un problema.

Perché i Guardiani sono talmente ossessionati dall’ordine da arrivare spesso a prendere decisioni discutibili. Le Lanterne, invece, sono esseri viventi con emozioni, dubbi, paure e soprattutto una propria idea di ciò che è giusto.

Il rapporto tra il Corpo e i suoi creatori è quindi molto più complicato di quello tra semplici soldati e comandanti.

Sinestro, il maestro di Hal diventato suo nemico

Se Hal Jordan è il Green Lantern più famoso, Sinestro è probabilmente il personaggio che meglio rappresenta il lato oscuro di questa mitologia.

Prima di diventare il suo più grande nemico, il korugariano Thaal Sinestro era una delle migliori Lanterne del Corpo oltre ad essere soprattutto il maestro di Hal Jordan.

Sinestro crede fermamente nell’ordine, ma il suo concetto di ordine diventa progressivamente sempre più estremo. Per lui la libertà può trasformarsi in caos e, di conseguenza, l’universo deve essere controllato.

Quando i Guardiani scoprono i suoi metodi, Sinestro viene espulso dal Corpo.

Ma non accetta la sconfitta; il personaggio finirà per creare il Sinestro Corps, un’organizzazione che utilizza l’energia gialla della paura.

È uno dei passaggi fondamentali della grande gestione di Geoff Johns e trova una delle sue massime espressioni in Green Lantern: Sinestro Corps War.

E questo rende particolarmente interessante la sua presenza in Lanterns: sarà fino in fondo parte del Corpo delle Lanterne Verdi, o nel corso della stagione prevarranno le sue ideologie che lo porteranno lontano da OA?

A interpretarlo sarà Ulrich Thomsen, mentre il suo rapporto con Hal sarà chiaramente uno degli elementi più importanti della serie.

I Manhunters: il lato più inquietante della mitologia

Ed è qui che Lanterns potrebbe cominciare a mostrare il proprio lato più fantascientifico.

I Manhunters sono macchine create dai Guardiani prima della nascita del Green Lantern Corps.

Il loro compito originale era mantenere l’ordine, ma la loro incapacità di comprendere realmente le emozioni li trasformò progressivamente in una minaccia. Nei fumetti rappresentano quindi uno dei primi grandi errori dei Guardiani.

E proprio i Manhunters sono stati mostrati nel trailer ufficiale di Lanterns come una delle minacce legate alla storia della serie. Il materiale promozionale suggerisce inoltre che potrebbero essersi infiltrati sulla Terra assumendo sembianze umane.

Questo dettaglio è particolarmente interessante perché permette alla serie di mantenere l’impostazione da thriller investigativo senza rinunciare alla componente cosmica.

Le altre Lanterne che potremmo vedere

Naturalmente Hal, John e Guy non sono gli unici esseri umani ad aver indossato un anello verde.

Tra le Lanterne più importanti della storia DC troviamo Kyle Rayner, artista scelto in un momento particolarmente drammatico per il Corpo, e due personaggi più recenti come Simon Baz e Jessica Cruz.

Ma nella mitologia dei fumetti sulle Lanterne Verdi, risulta impossibile non inserire tra le più importanti Lanterne Verdi di altri pianeti, il celebre pianeta senziente Mogo, l’addestratore brutale ma dal cuore d’oro Kilowog, il leggendario e potentissimo custode della profezia Sodam Yat, la saggia spia pesci-uccello Tomar-Re e la diplomatica aliena Arisia Rrab. Chissà chi di questi comparirà all’interno della prima stagione della serie…

Lanterns: dal 17 agosto su HBO Max

La vera curiosità, a questo punto, è capire come tutto questo verrà portato sul piccolo schermo.

James Gunn e Peter Safran hanno descritto fin dall’inizio Lanterns come una storia investigativa ambientata sulla Terra, con Hal e John al centro di un mistero destinato però a collegarsi alla più ampia storia del nuovo DC Universe.

È una scelta che può sembrare quasi in contrasto con la natura cosmica di Green Lantern, ma potrebbe rivelarsi esattamente il modo migliore per introdurre questo mondo.

Insomma, non ci resta che attendere il 17 agosto per entrare nel mondo delle Lanterne Verdi. Appuntamento su HBO Max!

Continua a leggere

In evidenza

Copyright © 2026 Popcornerd by Viaggipop | Designed & Developed by Webbo.eu