Approfondimenti e Curiosità
Hero Death Match: Monkey D. Luffy vs Deadpool
Altro scontro epico su Hero Death Match: Monkey D. Luffy vs. Deadpool. Chi vincerà lo scontro interdimensionale più folle di sempre?
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3 mesi agoil
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redazione
Bentornati su Hero Death Match. Se nel primo appuntamento abbiamo messo a confronto Superman e i Fantastici 4, campioni d’incasso quest’estate al cinema, nel secondo scontro cominciamo a fare sul serio dando spazio alla fantasia (e alla follia!) andando ben oltre le barriere che ci sono tra universi e generi fumettistici… e questa volta abbiamo voluto rompere ogni stereotipo e regola.
Insomma, nel panorama degli scontri impossibili, alcuni sono diventati leggende del fandom: Goku vs Superman, Batman vs Iron Man, Hulk vs Saitama. Ma quelli appena elencati sono banalità rispetto a quello che stiamo per andare a presentare… perché oggi ci spingiamo oltre unendo due mondi lontanissimi come il manga e i comics: Monkey D. Luffy, protagonista di One Piece, Vs. Deadpool, il mutante chiacchierone al cinema interpretato da Ryan Reynolds.

Un duello che mescola azione, comicità, follia e meta-umorismo. Chi vincerà tra il pretendente al titolo di Re dei Pirati protagonista di One Piece e l’immortale e irriverente eroe (ma si può definire tale?) nonché mercenario chiacchierone della Marvel ?
Analizziamo i contendenti, i loro punti di forza e come potrebbe svolgersi un duello… che risulta folle solo a pensarlo!
All’angolo destro del ring: Monkey D. Luffy, Il futuro Re dei Pirati!

Protagonista del manga One Piece, creato da Eiichiro Oda, Monkey D. Luffy ha mangiato inavvertitamente da bambino il Frutto del Diavolo Hito Hito no Mi (modello Nika), che gli conferisce un corpo elastico e poteri quasi illimitati.
Poteri principali: Il suo arsenale di mosse, prevede diverse micidiali trasformazioni (Gear Second, Gear Fourth e Gear Fifth) che gli garantiscono velocità, forza e capacità quasi divine. Il suo asso nella manica è l’Haki del Re, arma spirituale che padroneggia e che è capace di piegare la volontà degli avversari.
Ma la vera specialità di Luffy sono la positività e la tenacia con cui affronta ogni combattimento. È impulsivo, creativo e anche un po’ folle (caratteristica che ha in comune con Deadpool) e spesso trasforma il suo corpo in un cartone animato vivente. Tutto questo metterà gli permetterà di avere la meglio contro il mercenario chiacchierone che non si fa intimidire neanche dalla quarta parete?

All’angolo sinistro del ring: Deeeeeadpooool! Il Mercenario (fin troppo) chiacchierone

Creato da Rob Liefeld e Fabian Nicieza nel 1991, Wade Wilson alias Deadpool è un ex soldato sottoposto a un esperimento che gli ha donato un fattore rigenerante simile (ma più potente) di quello di Wolverine.
È un mercenario letale, cinico (e anche un po’ bastardo) maestro di armi da fuoco e katane. Non c’è arma che Wade non sappia usare in maniera eccellente.
Forse, però, le sua armi più pericolose sono… la follia e l’imprevedibilità. Deadpool non ha uno stile, non adotta una strategia di combattimento. Fa solamente ciò che gli passa per la testa. Prima stordisce il suo avversario con parole e discorsi assolutamente privi di logica e quando meno te lo aspetti attacca e uccide con tutto quello che ha a disposizione (e lo sanno i soldati della TVA che sono stati uccisi con le 207.. ops 206 ossa di Wolverine).
Quanto si divertirà Deadpool a cercare di uccidere un ragazzo fatto di gomma?

5 motivi per cui vincerebbe Monkey D. Luffy

- Gear Fifth e poteri divini: Luffy, grazie al risveglio del suo Frutto del Diavolo, non è più solo un uomo di gomma. In Gear Fifth può deformare la realtà stessa come fosse un cartone animato, e questo gli dà un vantaggio devastante.
- Haki del Re: Deadpool ha una forza di volontà folle, ma l’Haki del Re può comunque destabilizzarlo o sopraffarlo.
- Velocità e resistenza sovrumane: Con Gear Second e Gear Fourth, Luffy diventa un fulmine. Deadpool può rigenerarsi, ma non riuscirebbe a stare dietro alla velocità pura e alla potenza combinata di Luffy.
- Combattente creativo: Luffy è uno dei personaggi più imprevedibili del manga shōnen: usa il corpo e l’ambiente in modi assurdi e geniali.
- Determinazione assoluta: Luffy non si arrende mai. Anche contro avversari divini (Kaido, Big Mom), ha continuato a rialzarsi, figurarsi contro un “pazzo immortale.

5 motivi per cui vincerebbe Deadpool

- Fattore rigenerante infinito: Deadpool non muore. Puoi ridurlo a pezzi, farlo esplodere, polverizzarlo… tornerà sempre indietro.
- Meta-consapevolezza: Deadpool sa di essere in un fumetto/ film e può rompere la quarta parete, rivolgersi all’autore o al pubblico, persino manipolare la “trama”. Questa abilità surreale supera qualsiasi potere convenzionale.
- Armi infinite e follia tattica: Deadpool ha accesso a pistole, katane, esplosivi, gadget tecnologici… e li usa in modo totalmente imprevedibile. Un arsenale senza regole, combinato con la sua mente caotica.
- Imprevedibilità assoluta: Dove Luffy è creativo in modo coerente, Deadpool è puro caos.
Comicità come arma: Deadpool trasforma ogni battaglia in una gag. Luffy combatte con serietà giocosa, ma Deadpool può distrarlo, irritarlo o confonderlo fino a ribaltare la situazione.

Lo scontro
Un incontro tra Monkey D. Luffy e Deadpool non potrebbe che nascere in modo surreale. Immaginiamo che, per un errore del multiverso, Deadpool venga catapultato nel mondo di One Piece proprio nei pressi di Marineford. La Marina, colta dall’occasione, lo ingaggerebbe subito per eliminare il giovane pirata con il cappello di paglia.

Il mercenario, incuriosito e divertito dall’incarico, si lancerebbe così verso la Thousand Sunny, ritrovandosi davanti alla ciurma di Luffy. Dopo la cattura della squadra di Luffy da parte di Deadpool, lo scontro inizierebbe immediatamente: da una parte i pugni elastici del pirata, dall’altra l’arsenale infinito e la rigenerazione di Deadpool.

Le armi da fuoco risulterebbero inutili contro il corpo gommato di Luffy, mentre persino con le katane sottratte a Zoro, Wade non riuscirebbe a scalfirlo. Luffy, invece, aumenterebbe progressivamente la sua potenza, passando dal Gear Fourth al devastante Gear Fifth. La realtà stessa inizierebbe a deformarsi: la battaglia assumerebbe i tratti di un cartone animato vivente, dove gag e assurdità prenderebbero il sopravvento sulla logica.

Deadpool, a suo agio in un contesto così folle, risponderebbe con trovate imprevedibili: teste lanciate come bombe, unicorni rosa evocati dal nulla e continue rigenerazioni. Luffy, con la sua creatività senza limiti, trasformerebbe ogni attacco in un gioco, ribaltando la situazione a suo favore.
Lo scontro durerebbe a lungo, senza un vero vincitore. Da un lato Luffy, con la forza e la determinazione; dall’altro Deadpool, praticamente immortale e capace di adattarsi a qualsiasi scenario narrativo. Alla fine, più che una conclusione definitiva, ci sarebbe una tregua comica: il mercenario, stanco di finire a pezzi, se ne andrebbe lasciando dietro di sé soltanto l’eco di una battaglia assurda e irripetibile… e forse un nuovo amico con cui sfogare tutti i suoi deliri.
Monkey D. Luffy.. beh libererebbe la sua ciurma e ordinerebbe a Sanji di cucinare perché ha mooolta fame!

Conclusione: chi vincerebbe davvero?

Il duello tra Luffy e Deadpool non ha alcun senso in termini logici. Due personaggi così diversi, con poteri fuori da ogni schema e con una resistenza quasi illimitata, potrebbero andare avanti a combattere per l’eternità senza mai arrivare a un vincitore definitivo.
Da un lato, Deadpool potrebbe contare sulla sua rigenerazione infinita e sulla furbizia da mercenario, trovando sicuramente il modo di raggirare Luffy. Dall’altro, però, c’è la determinazione incrollabile del futuro Re dei Pirati: quando la sua ciurma è in pericolo, Luffy diventa praticamente inarrestabile. È questa forza di volontà, unita alla sua capacità di spingersi oltre ogni limite, a renderlo l’avversario più temibile che Deadpool possa affrontare.
Alla fine, il Mercenario Chiacchierone arriverebbe alla più bizzarra delle conclusioni: che l’unico modo per sopravvivere non è combattere, ma… arrendersi! Non perché non possa continuare a rigenerarsi, ma perché persino lui capirebbe che finire fatto a pezzi, ricomposto e poi nuovamente distrutto in un ciclo infinito non è poi così divertente.
E se invece di nemici fossero… alleati? Non è difficile immaginare Deadpool che si diverte a bordo della Thousand Sunny, infastidendo Zoro con battute senza fine, facendo infuriare Sanji a tavola e inventando gag assurde con Usopp e Chopper. Dopotutto, Deadpool è il personaggio che meno di tutti ha bisogno di coerenza per funzionare. Per questo, forse, lo vedremmo perfettamente a suo agio come nuovo (e temporaneo) membro della ciurma di Cappello di Paglia.
Vincitore scontro: Monkey D. Luffy

Cosa ne pensate di questo nuovo round di Hero Death Match?
Fatecelo sapere nei commenti e, soprattutto… diteci voi quali incontri/scontri vorreste vedere! Noi siamo pronti a valutare OGNI TIPO di folle idea… e metterla in pratica!
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Approfondimenti e Curiosità
Nevermore’s Library: Due chiacchiere con H.P. Lovecraft su… Stranger Things
Ispirazioni e parallelismi fra Stranger Things e l’universo di H.P. Lovecraft, ciò che i fratelli Duffer hanno tratto dai suoi racconti
Pubblicato
6 giorni agoil
24 Gennaio 2026
H.P. Lovecraft è l’autore per eccellenza del genere letterario Cosmic Horror, noto anche come Weird Fiction (unione fra horror, fantasy e fantascienza) ed è stato (ed è tutt’ora) fonte di ispirazione per migliaia di autori moderni. Film, serie TV, fumetti, altrettanti libri prendono spunto dalle sue opere, e in questo novero non possiamo non citare anche i famigerati Fratelli Duffer e il loro successo internazionale, la serie TV Stranger Things.
Quali elementi avranno portato i due registi nella loro opera? La nostra redattrice, nome in codice Nevermore’s Library, ha condotto una seduta spiritica ed è riuscita a richiamare lo spirito del grande scrittore per poter discutere con lui sulle cose che accomunano la sua letteratura e lo show sul Sottosopra.
Preparatevi a un viaggio affascinante e metafisico!
H.P. Lovecraft e Stranger Things
Nevermores Library: Onorata di far la sua conoscenza signor Lovecraft, si presenti pure al pubblico…

LOVECRAFT: Salve a tutti, mi chiamo Howard Phillips Lovecraft, sono nato il 20 agosto 1890 nella ridente cittadina di Providence (Rhode Island, Stati Uniti) e ho centotrentasei anni. In questa foto che ho portato ne avevo un pò meno, ci tenevo a fare bella figura. Dal 1937 mi sono ritirato nelle Terre del Sogno che io stesso ho creato, ma continuo a ricevere offerte di lavoro da registi importanti e l’ultima collaborazione è stata con i fratelli Duffer per la serie tv Stranger Things.
Nevermores Library: Grazie, apprezziamo molto. Dunque, come lei stesso ha subito menzionato è reduce dalla grande collaborazione con i fratelli Duffer, ma prima di parlare del nesso fra lei e Stranger Things, ci dica qualcosa riguardo le sue origini per comprendere meglio come abbia avuto inizio la sua carriera in ambito letterario…
LOVECRAFT: Partiamo dal fatto che ho ricevuto un’educazione familiare estremamente rigida, raramente mi era consentito di uscire di casa e così fin da piccolo ho sviluppato delle fobie verso il mondo esterno. Mi sentivo caratterialmente fragile per riuscire a stringere amicizie con altri coetanei. Ecco perché vengo anche ricordato con il soprannome “Il Solitario di Providence”. Avevo spesso incubi spaventosi e per esorcizzarne la paura, mettevo tutto per iscritto prima di dimenticarli. Rileggendoli con il senno di poi ho compreso che non avevo solo convogliato tutte le paure che provavo su dei fogli, ma avevo creato una nuova forma di terrore letterario: l’orrore cosmico. Concetto presente anche in Stranger Things.
Nevermores Library: Interessante, quindi i suoi racconti si basavano su incubi che lei aveva fin da piccolo. Ci spieghi meglio cos’è l’orrore cosmico…
LOVECRAFT: Immagini di osservare un cielo stellato, noterà subito la sua vastità rispetto al piccolo punto in cui noi ci troviamo. In confronto siamo piccoli, soli e così vulnerabili, mentre l’universo è infinito, una massa multidimensionale e probabilmente popolato da entità mostruose che ignorano le leggi della fisica umana. Queste entità sono talmente grandi che in confronto non si accorgono nemmeno della nostra presenza.
Nevermores Library: Quindi il concetto di “orrore cosmico”e quello che gli studiosi definiscono “universo lovecraftiano” è all’incirca la stessa cosa?
LOVECRAFT: In sostanza sì, il cosiddetto “universo lovecraftiano” è l’insieme più generale che include tutto, fra cui il pantheon delle divinità, i luoghi onirici e terrestri, le galassie e l’orrore cosmico che in confronto è un sottoinsieme. La mia concezione del Cosmo si distacca da quella tradizionale fatta da pianeti e stelle che si studiano a scuola, io lo definisco anche “Abisso Caotico” poiché non c’è un ordine, né una morale e nemmeno una direzione, solo caos che genera altro caos con a capo il dio Azathoth….Non a caso nella quinta serie di Stranger Things c’è proprio una dimensione chiamata Abisso dove risiede il Mind Flayer come entità suprema.
Nevermores Library: Interessante, approfondiamo questo parallelismo fra i personaggi
LOVECRAFT: Si certamente. Per la creazione del Mind Flayer, i fratelli Duffer mi hanno chiesto il permesso di ispirarsi a Chtulhu, come dire di no ad una proposta così? E’ la divinità più nota dello schieramento dei Grandi Antichi che io stesso ho creato e l’unico scopo di queste entità è di espandersi e consumare, senza alcun interesse verso soldi, potere o vendetta. Anche a livello visivo il Mind Flayer presenta somiglianze fedeli alla descrizione di Chtulhu dei miei racconti, hanno entrambi un corpo antropomorfo con tratti cefalopodi ed enormi tentacoli.

Il Mind Flayer di Stranger Things

Un’immagine di Chtulhu creatura di Lovecraft
Nevermore’s Library: Riguardo Vecna?
LOVECRAFT: Quanto a Vecna ha caratteristiche compatibili con diversi personaggi dei miei racconti. Uno è Nyarlathotep, detto anche “Il Caos Strisciante”, il messaggero delle divinità aliene che avevo creato nei primi anni del ‘900 a cui avevo attribuito l’abilità di poter invadere l’umanità attraverso la mente nel corso dei sogni.

Sia lui che Vecna difatti hanno in comune le capacità manipolative di ingannare la mente e far cadere in trappola le loro vittime. Vecna rappresenta la versione cinematografica più moderna di questa divinità in quanto crea una sorta di ponte fra la psiche delle vittime e l’Abisso.

In foto: Vecna di Stranger Things
Nevermore’s Library: Quest’ultimo concetto che ritroviamo nella serie tv relativo alla connessione fra la psiche delle vittime e l’Abisso ha molto di familiare con la sua personale concezione dei sogni signor Lovecraft..
LOVECRAFT: Esatto. Sono sempre stato fermamente convinto che quando sogniamo non stiamo solo immaginando, la mente compie un vero e proprio viaggio dal luogo fisico in cui si trova il soggetto ad un altro luogo altrettanto fisico e reale ma fatto di regni e divinità.
Nevermore’s Library: Mi ricorda molto il personaggio Max Mayfield che nel suo stato di trance nel mondo terrestre si era ritrovata proiettata con la mente nella dimensione fisica e reale di Camazotz dove risiedono le divinità aliene Mind Flayer e Vecna che le dava la caccia. Ha altro da aggiungere a riguardo?
LOVECRAFT: Proprio così. Certo c’è ancora molto da aggiungere, ma andiamo con ordine. Nei miei racconti le divinità vivono in vere e proprie dimensioni o anche solo spazi situati fra l’una e l’altra con rampicanti e spore che aleggiano nell’aria, il tutto avvolto da un’atmosfera di un colore innaturale, proprio come il titolo del mio racconto “Il colore venuto dallo Spazio” …non le ricorda il Sottosopra?
Nevermore’s Library: assolutamente vero…ce ne sono altri?
LOVECRAFT: il Laboratorio di Hawkins diretto dal Dr. Brenner è un luogo dove si svolgono esperimenti al fine di espandere la mente umana, ma viene aperto un portale che scatena un orrore che la scienza non può controllare. In almeno due dei miei racconti esistono affinità fra Brenner e gli scienziati protagonisti.
Il primo racconto è “Herbert West Reanimator” in cui questo scienziato, pur di superare i confini dell’esistenza umana, cerca di rianimare ciò che non è più impossibile riportare indietro. Nel secondo racconto “From Beyond”, Crawford Tillinghast inventa una macchina che stimola la ghiandola pineale per riuscire a percepire una possibile dimensione parallela oltre a quella terrestre.
Nevermore’s Library: Un’ultima domanda, esiste anche qualche legame fra le sue opere e i Demogorgoni?
LOVECRAFT: Certo che sì. Innanzitutto i Demogorgoni sono da considerarsi la prole del Mind Flayer e si rifanno alle mie crearure suddivise nei due schieramenti denominati Abitatori del Buio e Abitatori degli Abissi (questi ultimi noti anche come Deep Ones) che per la precisione compaiono nel racconto “La Maschera di Innsmouth”.

Sia nella serie tv e sia nei miei racconti si tratta di creature che agiscono per obbedire ad una forza più grande.

Nevermore’s Library: Signor Lovecraft, per oggi l’intervista finisce qui, me ne concederà un’altra?
LOVECRAFT: Ne sarei onorato. Nell’attesa della prossima intervista, porgo anche un saluto a voi che avete letto l’articolo. Come avrete forse compreso l’intervista è avvenuta attraverso un sogno, un collegamento mentale dell’intervistatrice fra mondo terrestre e la Terra dei Sogni in cui mi trovo, com’è avvenuta anche la collaborazione con i fratelli Duffer e altri registi di film, fumetti e opere artistiche di cui vi parlerò prossimamente.
Anteprime
The Beauty: conferenza stampa sullo show Disney+ dove la perfezione è ossessione
Si è tenuta il 19 gennaio la conferenza stampa a Roma di The Beauty, la nuova serie di Ryan Murphy in arrivo il 22 gennaio su Disney+. Presenti Evan Peters, Anthony Ramos, Jeremy Pope, Ashton Kutcher e Rebecca Hall. Ecco com’è andata…
Pubblicato
1 settimana agoil
21 Gennaio 2026Da
redazione
Roma è stato per un giorno il cuore pulsante di The Beauty, la nuova serie Original FX prodotta da Ryan Murphy, la mente dietro serie horror thriller come Monster e American Horror Story, presentata in anteprima durante la conferenza stampa italiana.
I primi tre episodi arriveranno su Disney+ dal 22 gennaio, e la scelta dell’anteprima a Roma non è un caso, visto che parte della serie è stata girata proprio nella capitale italiana. Dalle parole del cast è chiaro che The Beauty non sia un semplice thriller, ma una riflessione inquietante e attualissima sull’ossessione per la perfezione.
All’evento ha partecipato gran parte del cast: Ashton Kutcher, Jeremy Pope, Evan Peters, Anthony Ramos, Rebecca Hall, che hanno raccontato genesi, temi e lavorazione di un progetto che mette al centro l’ossessione contemporanea per la bellezza e il prezzo da pagare per raggiungerla.
Il lavoro con Ryan Murphy: “Bisogna arrivare sul set con la mente aperta”
Fin dalle prime battute, il cast ha sottolineato come The Beauty sia un thriller globale che utilizza il genere per riflettere su concetti estremamente attuali: perfezione, sacrificio, immagine pubblica e identità. Lavorare con Ryan Murphy, raccontano Rebecca Hall e Evan Peters, che nella serie formano la coppia investigativa dell’FBI, Jordan Bennett e Cooper Madsen, è stato un’esperienza entusiasmante e fuori dagli schemi: Murphy ha presentato la serie più come una visione che come una sceneggiatura tradizionale, lasciando ampio spazio alla trasformazione del materiale scritto, una volta arrivati sul set.
Rebecca Hall:
«Ryan non mi ha nemmeno fatto leggere subito la sceneggiatura. Mi ha raccontato l’idea a colazione. È stato uno dei momenti più divertenti e stimolanti della mia carriera.»Evan Peters:
«Questa serie parla di quanto siamo disposti a sacrificarci per sentirci accettati. La bellezza diventa una forma di potere, ma anche una trappola.»
Murphy viene descritto come un creatore capace di trasportare sul set ciò che è scritto sulle pagine della sceneggiatura.
Jeremy Pope:
«Con Ryan devi essere pronto a tutto. Quello che leggi cambia forma nella realtà, e devi essere disposto a usare il tuo corpo esattamente come serve alla storia.»
L’importanza della dimensione fisica dei personaggi di The Beauty
Trattandosi di un thriller internazionale, la serie ha richiesto un forte impegno fisico, tra combattimenti, inseguimenti e scene d’azione girate tra Roma, Venezia e New York. Grande importanza è stata data alla dimensione fisica dei personaggi.
Anthony Ramos, il letale sicario “The Assassin”, e Jeremy Pope, l’emarginato Jeremy nella serie, hanno parlato di una preparazione intensa tra combattimenti, allenamenti e stunt, ma anche del forte legame personale che ha reso il lavoro sul set naturale e divertente. Entrambi hanno evidenziato come Murphy richieda agli attori una totale disponibilità, sia fisica che emotiva, perché nulla resta uguale tra copione e riprese.
Anthony Ramos:
«Io e Jeremy ci conosciamo da una vita, abbiamo studiato insieme. Girare questa serie non sembrava lavoro: ridevamo anche dopo 14 ore di set.»Jeremy Pope:
«Ci siamo allenati duramente: boxe, stunt, preparazione fisica. Dovevamo essere pronti a tutto.»
Roma non solo set ma parte del cast: “La città parla da sola”
Le riprese in Italia sono state uno degli elementi più sorprendenti dell’esperienza. Roma e Venezia non sono semplici sfondi, ma veri e propri personaggi della serie. Girare in luoghi iconici come il Foro Romano, spesso in condizioni irripetibili, ha dato a The Beauty un’identità visiva unica. Il cast ha più volte ribadito come l’architettura, i colori e la storia delle città italiane abbiano elevato il racconto, rendendo superfluo, in alcune inquadrature, qualsiasi dialogo.
Rebecca Hall:
«Roma non è solo uno sfondo. È un personaggio della serie. Alcune inquadrature non hanno bisogno di dialoghi: la città parla da sola.»Evan Peters:
«Girare in Italia è stato incredibile perché i luoghi raccontavano già una storia. In certi momenti non serviva nemmeno parlare: bastava stare lì, dentro quello spazio.»
Ashton Kutcher: la bellezza sintetica e il lato oscuro del potere
Ashton Kutcher, interprete di The Corporation, l’oscuro miliardario che ha inventato il farmaco La Beauty, ha raccontato il lavoro sul suo personaggio, uno dei più ambigui e disturbanti della serie. Per interpretarlo si è ispirato a figure reali appartenenti a un’élite economica che affronta ogni problema con arroganza e senso di impunità. La chiave, spiega l’attore, è stata trovare una giustificazione “nobile” a comportamenti moralmente orribili, rendendoli credibili dall’interno.
Ashton Kutcher:
«Ho osservato persone molto ricche, il loro modo di attraversare il mondo come se nulla fosse un problema. Se vai in prigione, compri la prigione e la rendi più bella.»
Particolarmente intensa è stata la collaborazione con Isabella Rossellini: lavorare accanto a un’icona del cinema italiano è stato per Kutcher intimidatorio ma fondamentale per costruire la complessa dinamica tra bellezza “artigianale” e bellezza artificiale che attraversa tutta la serie.
Ashton Kutcher:
«Aggredirla verbalmente in scena è stato terrificante. Lei è un’icona. Cercavo la sua approvazione in ogni singola scena.»
Perfezione, imperfezione e giudizio
Durante il Q&A con la stampa emerge uno dei temi centrali di The Beauty: cosa saremmo disposti a sacrificare per essere perfetti?
Rebecca Hall:
«Quando arrivai a Hollywood mi dissero che avevo “denti troppo britannici”. Io non li ho cambiati per anni. L’imperfezione può essere affascinante.»
Evan Peters:
«Il vero orrore non è la trasformazione in sé, ma il motivo per cui la desideriamo.»
Kutcher ha ampliato il discorso collegandolo alla società dei consumi e alla pressione sociale: il desiderio di apparire migliori porta spesso a sacrificare benessere, stabilità e identità. Il punto, secondo l’attore, non è proibire il cambiamento, ma interrogarsi sulle motivazioni profonde: lo facciamo per noi stessi o per aderire a uno standard imposto dall’esterno?
Ashton Kutcher:
«Credo che i danni stiano già accadendo. I ragazzi oggi crescono sommersi da modelli irraggiungibili, senza avere ancora gli strumenti emotivi per difendersi.»
Kutcher racconta anche un’esperienza personale molto intensa, legata al fratello gemello con paralisi cerebrale, riflettendo sul concetto di empatia e sul valore di vivere l’unica vita che abbiamo.
Ashton Kutcher:
«Tutti noi viviamo l’unica vita che conosceremo mai. Forse non sappiamo nemmeno quanto l’aspetto fisico abbia influenzato il nostro percorso.»
In questo senso, The Beauty non è solo intrattenimento, ma una riflessione sulle conseguenze psicologiche di un sistema che normalizza il confronto continuo e la sensazione di inadeguatezza.
Intelligenza artificiale e nuovi modelli di perfezione
Non poteva mancare una riflessione sull’intelligenza artificiale e sui nuovi modelli di bellezza digitale. Jeremy Pope ha definito la questione “in movimento”, sottolineando come il vero rischio non sia la tecnologia in sé, ma la perdita della distinzione tra reale e artificiale.
Jeremy Pope:
«Viviamo un periodo estremamente interessante. La linea tra ciò che è reale e ciò che non lo è diventa sempre più sottile.»Anthony Ramos:
«L’intelligenza artificiale è solo un nuovo mezzo. Anche il teatro esiste ancora, anzi è più vivo che mai.»Evan Peters:
«La cosa più inquietante di The Beauty è che non parla di un futuro lontano. Molte delle scelte dei personaggi sono già parte della nostra quotidianità.»
Tuttavia, il cast concorda sul fatto che ogni nuova tecnologia sia semplicemente un mezzo: ciò che conta è come viene usata. L’arte, il teatro e l’esperienza diretta restano insostituibili proprio perché imperfette, irripetibili e umane.
The Beauty come specchio del nostro presente
In chiusura, si è parlato anche della preparazione estetica dei personaggi: costumi, trucco e acconciature sono stati fondamentali per raccontare chi sono questi individui e cosa cercano di comunicare al mondo. Non una bellezza uniforme, ma una costruzione mirata, coerente con il ruolo e con il messaggio della serie.
The Beauty si presenta così come un thriller elegante e disturbante, capace di usare il linguaggio della serialità per interrogare il presente. Una storia che parla di bellezza, sì, ma soprattutto di identità, potere e delle crepe che si nascondono dietro l’apparenza della perfezione.
Condividiamo, infine, con i nostri lettori lo speciale video realizzato dalla produzione, che mostra la Fontana di Trevi al centro di un emozionante video mapping.
Ringraziamo l’ufficio stampa Disney+ per l’invito, la condivisione del materiale fotografico, per aver assistito alla conferenza stampa di The Beauty.
The Beauty
Nella serie FX The Beauty, il mondo dell’alta moda viene sconvolto quando alcune top model internazionali cominciano a morire in circostanze misteriose e raccapriccianti. Gli agenti dell’FBI “Cooper Madsen” (Evan Peters) e “Jordan Bennett” (Rebecca Hall) vengono mandati a Parigi per scoprire la verità. Man mano che approfondiscono il caso, vengono a sapere di un virus sessualmente trasmissibile che trasforma le persone comuni in esseri fisicamente perfetti, ma con conseguenze terrificanti.
La loro indagine li porta direttamente nel mirino di “The Corporation” (Ashton Kutcher), un oscuro miliardario del settore tecnologico che ha creato in segreto un farmaco miracoloso chiamato “La Beauty” e che è disposto a tutto pur di proteggere il suo impero da mille miliardi di dollari, persino scatenare il suo letale sicario, “The Assassin” (Anthony Ramos). Mentre l’epidemia dilaga, “Jeremy” (Jeremy Pope), un emarginato disperato, viene coinvolto nel caos in cerca di uno scopo; nel frattempo, gli agenti si precipitano a Parigi, Venezia, Roma e New York per fermare una minaccia che potrebbe alterare il futuro dell’umanità. The Beauty è un thriller globale che chiede: cosa saresti disposto a sacrificare per la perfezione?
Tra le guest star della serie ci sono Amelia Gray Hamlin, Ari Graynor, Bella Hadid, Ben Platt, Billy Eichner, Isabella Rossellini, Jaquel Spivey, Jessica Alexander, Jon Jon Briones, John Carroll Lynch, Julie Halston, Lux Pascal, Meghan Trainor, Nicola Peltz Beckham, Peter Gallagher e Vincent D’Onofrio.
Creata e scritta da Ryan Murphy & Matthew Hodgson, la serie FX The Beauty vede come executive producer Murphy, Hodgson, Evan Peters, Anthony Ramos, Jeremy Pope, Eric Kovtun, Scott Robertson, Nissa Diederich, Michael Uppendahl, Alexis Martin Woodall, Eric Gitter, Peter Schwerin e Jeremy Haun. È basata sulla serie a fumetti scritta da Haun e Jason A. Hurley, coinvolto come consulente. The Beauty è prodotta da 20th Television.
La nuova serie thriller internazionale di FX The Beauty debutterà il 22 gennaio sulla piattaforma streaming in Italia con i primi 3 episodi. Composta da 11 episodi, la serie proseguirà ogni giovedì con un nuovo episodio e si concluderà, per ciascuna delle due settimane finali, con un doppio episodio.
Anime e Cartoni
PopChop Express: Spider-Man: The Animated Series e l’Uomo Ragno degli anni ’90
Nella nuova puntata del PopChop Express, parliamo di Spider-Man: The Animated Series, la serie animata pazzesca che ha fatto innamorate i bambini degli anni ’90 dell’Uomo Ragno
Pubblicato
1 settimana agoil
21 Gennaio 2026Da
Doc. G
Siamo nei primi anni ’90 e gli X-Men sono gli eroi più popolari della Marvel Comics, al punto che nel 1992 ricevono una serie animata prodotta dalla Fox Kids intitolata X-Men: The Animated Series capace di ottenere un successo clamoroso. Dopo aver dimostrato, con Batman: The Animated Series, che un cartoon poteva essere adulto e cinematografico senza rinunciare a un pubblico giovane, l’industria dell’animazione supereroistica è pronta a compiere un nuovo salto di qualità. Sulla scia di quell’entusiasmo, la Marvel pensa al rilancio animato del suo eroe più rappresentativo: il sempre amichevole Spider-Man di quartiere.
Nel 1994 arriva così Spider-Man: The Animated Series, una serie animata destinata a diventare un vero e proprio cult. Anche in Italia, dove debutta nel 1995 su Rai Uno con il titolo Spider-Man: L’Uomo Ragno (già perché all’epoca il personaggio era ancora conosciuto nella sua versione italianizzata complici gli 883), lo show animato diventa uno degli appuntamenti fissi pomeridiani per i bambini dell’epoca.
Questa serie non è stata soltanto una delle produzioni di punta della Fox Kids, ma ha saputo modernizzare il mito di Spider-Man rispetto alla storica serie animata degli anni ’60, rendendolo più in linea con i gusti dei bambini e adolescenti dell’epoca, introducendo personaggi e tematiche dei fumetti del Tessiragnatele più recenti.
Le origini della serie e il ruolo di John Semper Jr.
Il progetto di Spider-Man: The Animated Series non viene affidato alla Saban, ma ai Marvel Films Animation, una divisione della New World Entertainment fortemente voluta e finanziata da Avi Arad. Per la realizzazione delle animazioni vien coinvolta la Tokyo Movie Shinsha (TMS), già impegnata anche su Batman.
A tenere le redini creative dello show c’è una figura chiave, un uomo al quale va riconosciuto gran parte del merito per la riuscita della serie: John Semper Jr.
Semper arriva a Spider-Man: The Animated Series con un background tutt’altro che supereroistico: ha scritto per serie come I Puffi, DuckTales e Gli Snorky, e ha all’attivo un solo episodio dei Super Friends (I Superamici), serie di Hanna & Barbera basata sui personaggi della JLA. Eppure, la scelta si rivela vincente oltre ogni aspettativa.
Semper firma come autore o co-autore ben 60 dei 65 episodi totali, affiancato da sceneggiatori provenienti soprattutto dal team di Batman: TAS, come Brynne Chandler (futura co-creatrice di Gargoyles) e Marty Isenberg. A questi si aggiungono vere e proprie leggende del fumetto americano come Stan Lee (presente nei credits di alcuni episodi iniziali), Marv Wolfman, Gerry Conway, Len Wein, Carl Potts e J.M. DeMatteis: autori che di Spider-Man e di fumetti ne sanno davvero ‘a palate’.
Il fatto che la Marvel, in quegli anni, stesse navigando in acque finanziarie difficili permise paradossalmente a Semper di ottenere una maggiore libertà creativa, diventando sempre più centrale nel controllo del progetto.
L’incredibile (e stramba) sigla animata
La prima cosa che colpisce dello show è senza dubbio la sigla. Musicalmente si tratta di un rock martellante, accompagnato da una voce metallica che ripete ossessivamente “Spider-Man” e altre parole spesso difficili da decifrare. Visivamente, la sigla utilizza una tecnica di animazione 3D oggi decisamente grezza, ma che all’epoca rappresentava una scelta all’avanguardia, pensata per dare maggiore profondità alle sequenze in cui l’eroe volteggia tra i grattacieli di New York, il tutto mescolato con l’animazione tradizionale tipica degli anni ’90.
Questa tecnica “ibrida” (e alcune delle scene stesse) verrà riutilizzata spesso anche all’interno degli episodi. Il motivo è semplice: problemi di budget.
Realizzare ogni sfondo in CGI, come previsto inizialmente, si rivela impossibile, e così i grattacieli della New York dell’Uomo Ragno, realizzati dalla Kronos Digital Entertainment (software house nota per videogiochi come Criticom, Fear Effect, Cardinal Syn e Dark Rift), vengono mescolati all’animazione classica 2D e riciclati più volte nel corso della serie.
Una curiosità legata alla sigla: la Mercury Zeitgeist Film Studios ebbe un problema tecnico in fase di produzione e fu necessario trovare una soluzione alternativa. Il tema originale della serie animata del 1967 non poté essere utilizzato a causa dei costi dei diritti. Venne così coinvolto Joe Perry degli Aerosmith, che prestò la chitarra e la voce “metallica” che scandisce il celebre “Spi-der-Man”. Per le immagini si optò per un collage di sequenze tratte dagli episodi e da spot promozionali dei giocattoli Toy Biz. Et voilà! Con qualche rattoppo Spider-Man The Animated Series ottenne una sigla decisamente strana per un cartone animato, ma che divenne iconica.
Peter Parker, il “mascellone” degli anni ’90
Un altro elemento che colpisce immediatamente è il design di Peter Parker: anatomie ipertrofiche, figlie dell’era post-McFarlane, e un “mascellone” alla Ridge di Beautiful che si discosta dallo stereotipo del Parker timido e impacciato dei fumetti classici.
Inoltre questo Spider-Man non è un adolescente alle prime armi, ma uno studente universitario fotografo per il Daily Bugle dell’iracondo J. Jonah Jamenson, già confidente con i suoi poteri e consapevole del peso delle responsabilità legate ad essi. Il senso di colpa per la morte di zio Ben, ovviamente è centrale, e viene rievocato costantemente.
Anche chi inizialmente storceva il naso davanti a questo character design finiva, episodio dopo episodio, per affezionarsi a questa versione di Peter Parker e agli altri personaggi dall’aspetto rivisitato, che in parte, però, conservano tanto dell’originale cast fumettistico.
Uno dei veri punti di forza della serie, a mio parere, è stato replicare il modello vincente degli X-Men del 1992: portare davvero i fumetti dentro una serie animata, sia attraverso i personaggi comprimari sia tramite trame serializzate.
Sul piano sentimentale, Peter è conteso tra due figure femminili iconiche: da un lato Mary Jane Watson, la rossa e sexy storica fidanzata di Parker; dall’altro Felicia Hardy, che in questa serie inizialmente sembra ricoprire il ruolo della Gwen Stacy dei fumetti, ma che nel corso dello show diventa quello che è destinato a essere: l’affascinante e ambigua Gatta Nera figura ricorrente nei comics di quegli anni.
Villain memorabili e grandi saghe
I villain presenti in Spider-Man: The Animated Series sono tra quelli che più hanno messo alla prova l’Uomo Ragno nei fumetti e che erano stati poco sfruttati nei precedenti adattamenti animati. Accanto ai nemici storici compaiono anche antagonisti più recenti, già amatissimi dai fan dell’epoca.
Kingpin, Doctor Octopus, Venom/Eddie Brock, Carnage, Goblin e Hobgoblin, Mysterio, Lizard, Lo Scorpione, l’Avvoltoio e molti altri compongono una galleria di antagonisti sviluppati con grande attenzione e costumi fedeli all’essenza del personaggio nonostante alcuni subissero un ovvio restyling per renderli più accattivanti ai giovani spettatori degli anni ’90 (Octopus e Alistair Smythe su tutti).
In particolare, la storyline dedicata al costume alieno e alla nascita di Venom rimane ancora oggi una delle migliori trasposizioni extra-fumettistiche del personaggio, anche grazie alla popolarità che Venom stava rapidamente conquistando nei primi anni ’90 come uno dei villain più pericolosi e iconici di Spider-Man.
Tutti i 65 episodi, suddivisi in 5 stagioni, alternano episodi autoconclusivi a mini-saghe di più puntate, soprattutto nelle fasi finali, costruendo però una narrazione continua, proprio come accadeva nei fumetti.
Curiosità: stranamente nella versione italiana sono stati messi in onda solo 63 episodi, risultando inediti gli episodi 59 e 60, inspiegabilmente, anche perché cruciali per la storyline in corso.
La serie ebbe il coraggio di adattare storie cardine dell’universo dell’Uomo Ragno, introducendo per la prima volta in animazione concetti come il Multiverso (o meglio, il Ragno-Verso), le Secret Wars e numerosi team-up con altri eroi Marvel. I crossover con X-Men, Daredevil, Doctor Strange, Blade, Fantastici Quattro, Iron Man e Capitan America anticiparono di molti anni, in qualche modo, l’idea stessa di un Marvel Cinematic Universe.
Censura, fine della serie ed eredità
Le restrizioni imposte dalla censura americana costrinsero la serie a compromessi evidenti: niente armi da fuoco realistiche, pochissimi pugni diretti, morti quasi sempre fuori scena o mediate da dimensioni alternative. All’Uomo Ragno fu persino impedito di tirare pugni e calci: difatti le scene di violenza vennero pesantemente ridimensionate, eliminando gran parte dei momenti in cui Spider-Man colpisce o viene colpito.
Eppure, grazie alla solidità della scrittura, il tono della serie rimase sorprendentemente maturo e spesso cupo.
E allora come mai lo show terminò la sua corsa dopo sole 5 stagioni? Nonostante gli ottimi ascolti stagione dopo stagione, però, nel 1998 Spider-Man: The Animated Series venne cancellata a causa di disaccordi con il network, legati proprio all’eccesso di censure. Erano pianificati almeno altri 20 episodi, ma la serie si concluse lasciando un finale sospeso. La sesta stagione, mai realizzata, avrebbe dovuto rispondere a una domanda fondamentale: che fine aveva fatto la vera Mary Jane Watson, scomparsa durante un episodio dell’ultima stagione per lasciare spazio a un suo clone?
La risposta è arrivata solo molti anni dopo, nei fumetti ispirati alla serie animata.
I fumetti ispirati alla serie animata
Come accadde anche per gli X-Men, la serie animata di Spider-Man ispirò una trasposizione a fumetti. Il cartone animato di un fumetto, ispirò… un altro fumetto!
Spider-Man Adventures adattò liberamente le trame degli episodi per 15 numeri, pubblicati tra dicembre 1994 e febbraio 1996 a cui seguirono altri 12 numeri, con storie originali, pubblicati tra l’aprile 1996 e il marzo 1997 con il titolo Adventures of Spider-Man.
In parallelo venne pubblicata anche Spider-Man Magazine, sempre ispirata alla serie animata, che durò 19 numeri tra il marzo 1994 e il marzo 1997, più due speciali nel 1995.
Nel 2025, infine, è arrivata una nuova miniserie a fumetti intitolata Spider-Man ’94, scritta da J.M. DeMatteis, uno degli scrittori di comics dietro il progetto animato, e disegnata da Jim Towe. La storia riprende direttamente dal cliffhanger della quinta stagione, con Peter impegnato a cercare di salvare Mary Jane Watson nel multiverso, prima di fare ritorno a New York e riprendere la sua attività come eroe.
Questo Spider-Man, il MIO Uomo Ragno
Come tutti i bambini dell’epoca, anche io rimasi affascinato da questa serie animata: imperfetta sotto tanti aspetti, ma capace di puntare tutto sulla storia e sui personaggi. Il coinvolgimento di nomi importanti del mondo dei comics non è stato un caso e, alla fine, ha pagato.
I cattivi erano davvero temibili, erano tantissimi e soprattutto amatissimi dal pubblico in questa versione animata (il mio preferito resta Hobgoblin!). E quando uscì la linea di action figure (quando ancora si chiamavano pupazzetti….) fu l’incubo di ogni genitore di ogni fan minorenne di Spider-Man!
A distanza di anni, rivedere oggi quella serie da adulto non è facile: è invecchiata senza dubbio male sotto il profilo tecnico, ma riesaminando alcune delle tematiche sviluppate ci si rende conto di quanto fosse realmente all’avanguardia, soprattutto se si pensa a storie arrivate nei fumetti molti anni dopo, come lo Spider-Verse.
Il me bambino, però, non può che ricordare con affetto quei pomeriggi in cui, su Rai Uno, partiva la schitarrata iniziale e il rumore della tela che annunciavano l’inizio della sigla di Spider-Man: L’Uomo Ragno. Merenda da una parte e telecomando dall’altra, dopo la sigla iniziava l’ennesima avventura del Tessiragnatele contro uno dei suoi letali nemici.
Nonostante conoscessi già lo Spider-Man del ’67 e L’Uomo Ragno e i suoi fantastici amici, Spider-Man: The Animated Series è stato per me il primo vero Spider-Man, coinciso con l’innamoramento per il personaggio e il mio avvicinamento ai fumetti Marvel proprio in quegli anni (e in particolare alla testata dell’Uomo Ragno).
È stato quello che mi ha insegnato cosa significhi essere un eroe: non perché si hanno dei poteri, ma perché si sceglie di fare la cosa giusta anche quando può voler dire sacrificare tutto. Un ponte ideale tra i fumetti e il grande pubblico, molto prima che il Marvel Cinematic Universe rendesse “normale” l’idea di un universo condiviso.
Spider-Man: The Animated Series è una pietra miliare, un’opera che ha formato una generazione di lettori, spettatori ma anche futuri autori che oggi hanno l’opportunità di scrivere la storia di Spidey.
E ancora oggi, rivedendo quelle puntate, quel tema rock e quel Ragno che oscilla tra i grattacieli di New York, è impossibile non pensare che sì: da un grande potere derivano grandi responsabilità, ma anche grandi storie destinate a non invecchiare mai.
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